lunedì 16 gennaio 2017

SILENCE di MARTIN SCORSESE

La risposta di Dio è il suo silenzio.
Potrebbe esser questa una buona riflessione da parte di uno spettatore all'uscita della visione di questo ottimo, meraviglioso, straordinario film.
Qualcuno dice il migliore di Scorsese, non lo so. Sai, è un po' come con i nuovi dischi: ogni volta l'ultimo è il migliore.  Quelle sono cazzate dette per vendere un mero prodotto, come da sempre sono i dischi di rock o pop, ma questo fatto di reputare l'ultimo film di un immenso maestro del cinema, come quanto di meglio abbia mai realizzato fin ad oggi, ecco mi par esagerato.
Parliamo di uno che ha fatto la storia del cinema e che si conferma di nuovo, non rammento film davvero orribili o sbagliati ad opera di costui,  come uno che è in grado di girare benissimo dando al pubblico emozioni ed occasioni profonde di riflettere.
Il tema della fede è importante per me. Non credo nel paradiso, pur sforzandomi dio mi pare una buona idea, una saggia  e giusta idea per mille ragioni (la morte e il dolore ci distaccano a volte dal resto della comunità, la prima in modo particolare, e per non sentirci del tutto inutili, mucchio di carne ed ossa destinati all'oblio ci siamo inventati le divinità) ma molto lontana. Nondimeno gran parte degli atei, dei laici, mi sembrano che siano fin troppo dozzinali nel criticare la fede, la chiesa, la comunità religiosa. Sopratutto non indicano una via di vita decisamente migliore, si limitano ad attacchi, giusti ma scritti con troppo adolescenziale rancore e nessuna conoscenza vera del nemico, al clero, a ribadire che non esiste nessun dio e poi si limitano a una sorta di celebrazione dell'individuo non come essere pensante, ma come mezzo di sporadici godimenti ed effimere soddisfazioni. Non  mancano moltissimi che rendono l'argomento più profondo, sono gli atei che piacciono a me, dai quali comunque imparo sempre qualcosa.
Il punto è che non siamo in grado di parlare del tema religione. Scoppia la consueta tifoseria, le solite critiche e prese di posizioni troppo urlate per essere davvero sentite.
Peccato, perché dovremmo porci la domanda, l'interrogativo, sulla sua esistenza. Io rispetto profondamente le persone che credono, come ammiro chi ha un'adesione profonda con la sua ideologia. Anche quando i fatti magari non gli siano del tutto a sostegno della loro tesi. Non amo il disfattismo cinico e pigro, di chi pensa solo a sé, criticando gli altri, ma vivendo nella più totale infelicità non avendo nulla in cui credere o per cui combattere.  Persone che si nascondono dietro a proclami, slogan, parole di rivoluzione e di fede tuonanti quando sono al sicuro, ma che scompaiono appena i tempi diventano cattivi.
In fin dei conti è quello che capita in questo film: sotto la pressione della repressione, in Giappone, alcuni preti cattolici, dei gesuiti, cominciano a veder crollare la loro fede. La certezza che vi sia un dio, e che pensi a loro, alla loro salvezza.
L'ossessione umana per una risposta, l'idea errata che io debba ricevere un premio, un segno per il mio impegno. Alla fine i supplizi, i sacrifici dei poveri contadini, fanno sorgere dubbi, la contraddizione si fa strada attraverso il dogma della fede. Si vacilla, si cerca una conferma
Avere conferme, da dio o da un nostro simile, ci rovina la vita. Perché mette in tavolo e bene certe carte: quanto siamo superficiali e deboli noi uomini quando il male, l'orrore, la paura, arrivano ad assediare la nostra presunta forza etica, morale, spirituale.
"Silence" potrebbe far cadere in errore molti di noi. Potremmo pensare che Scorsese, utilizzando un libro di S. Endo del 1966, voglia fare un discorso di dura accusa sulla natura pleonastica della fede, colpevole di spingere alla morte e al martirio dei poveracci o degli invasati. Una presa di posizione contro la bugia dell'esistenza di Dio.
Questa idea, a mio parere , però è del tutto errata. Non è in discussione affatto dio, lui si manifesta attraverso il suo silenzio, che non è distacco, ma partecipa a stretto contatto con la fine dei suoi adepti, è la voce della coscienza profonda che ci parla, a volte pare ingannarci, ma a volte ci inganniamo da soli. In realtà Dio è presentissimo nel film. Anzi, mo azzardo -scusate non ho studiato con nessun blasonato professore e sicché codesta l'è una pensata mia, maremma ora e pronobis-  a mio avviso noi assistiamo e vediamo la storia proprio attraverso lo sguardo di Dio, come alcune inquadrature rigorose e con un certo distacco compassionevole, fanno intuire.
Forse il silenzio di Dio è la voce di una compassione e pietà  troppo grandi e possenti per esser compresi dai contadini, dai gesuiti e dai loro assassini.
Rimane il fatto che la lunghissima lotta che sostiene Padre Rodriguez, giunto in Giappone con un fratello per ricercare un gesuita che par abbia rinnegato dio e si sia rifatto una vita in quelle terre, è straziante, non ha che fare con essere credenti o no, o solo in  parte ; visto che io e mia moglie abbiamo discusso a lungo circa il significato di certe scene o scelte fatte dai protagonisti. Lei da cattolica osservante seria, non una di quelle fanatiche che molti pensino siano le persone religiose, e io come agnostico che propende più per l'ateismo, ma che comunque non sono certo di nulla e mi pongo diverse domande.
Ecco questo film è magnifico perché ti spinge a farti domande, a evitare assolutismi e ragionare sulla umanissima debolezza che ci rende umani, basti vedere il magnifico personaggio del giapponese che guida i due gesuiti diventandone "amico". Un uomo vile, ributtante, un personaggio respingente, eppur quanta pietà sentiamo per lui. Non possiamo condannarlo, perché lui porta al massimo quello che siamo anche noi: deboli, miseri, in cerca di una salvezza, di un perdono che non meritiamo perché non c'è mai una vera voglia di cambiare.  Lui dice: "sono un uomo debole, quale è il posto di un uomo debole?" Frase che mi ha commosso tantissimo
Il posto di un uomo debole è in prima fila, a combattere contro le sue debolezze. Perderà, ma cadrà una volta. Non morirà troppe volte, tante volte, perché la fuga verso la libertà è ingannevole e immeritata.
"Silence" ci spiega come siano fondamentali i rapporti di forza. In quel periodo storico, in Europa, la Chiesa mandava al rogo gente che sapeva troppo.  Il potere marcio e squallido dell'Inquisizione, che non ha nulla di santo, torturava, seviziava e uccideva in modi sempre più cruenti migliaia di innocenti. O di persone che mettevano un po' di dubbio in un mondo dove il dogma regnava e comandava. In Giappone, questi preti hanno avuto modo di vivere sulla loro pelle il dolore inflitto ai miscredenti, visto che l'accusa rivolta a loro è simile.
Non giustifica nulla e non ci rallegra di nulla, ancora una volta Scorsese indaga sul tema della violenza, di come essa diventi istituzione e metodo "civile e quotidiano", ci dimostra che la Fede non è una passeggiata e non deve essere giudicata attraverso le speranze dell'individuo, ma su un piano più generale e vasto, ci assorda il cuore e gli occhi con la maraviglia delle immagini e i volti dolenti dei suoi protagonisti.
Insomma fa cinema ai massimi livelli. Ci viene quasi voglia di pregarlo e venerarlo come un  dio!



giovedì 12 gennaio 2017

FLORENCE di STEPHEN FREARS

Il genere biografico è tra i più difficili da realizzare. Si cede spesso alla santificazione non autorizzata del soggetto, si rende più romantica la storia, tutto diventa perfetto, si lascia libera la retorica di farw casini.
D'altronde al cinema chiediamo la "leggenda", non la "verità". Per questo motivo è difficilissimo trovare dei film davvero notevoli e imperdibili in questo campo. Perché a volte si eccede forse in un discorso altro rispetto a quello descritto poco prima: una anti retorica posticcia, che non ci fa conoscere una persona, ma un simbolo.
Come si pone questa pellicola? Come una commedia biografica. La quale cerca un linguaggio popolare, di massa, per far conoscere al grosso pubblico un personaggio davvero esistito e la sua singolare storia.
Florence Foster Jenkins era una ricchissima ereditaria americana, sposata in seconde nozze- dopo la dipartita del primo marito- con un "attore " inglese, che l'ha supportata e sostenuta per tutta la vita.
In cosa consisteva questo "supportare" (cosa ben diversa da sopportare eh) ? La signora aveva una singolare pretesa: cantare arie tratte da celebri liriche, pur essendo stonatissima in modo davvero estremo e totale. Priva di tecnica, di intonazione, nonostante le lezioni di canto e altro.
Lei però non è solo un'appassionata di musica e importante mecenate per moltissimi artisti, i quali quanto pare talora approfittavano della sua manica larga in fatto di elargire danaro a destra e mancina, costei "amava" la musica. Non c'era nulla al mondo, insieme all'adorato consorte, che fosse più importante per ella.
Così ha tenuto alcuni concerti, partendo dal suo locale , il Verdi Club, fino all'esibizione in un posto sacro per la grande musica operistica e classica.

Nonostante sia formalmente una classica e media, pur riuscita e buona, commedia su un personaggio reale ed eccentrico, pur cercando sempre di piacere al grande pubblico, codesta pellicola pone degli interrogativi assai alti e su cui è bene riflettere
Basta la passione, un grande sogno, per supplire alla mancanza di tecnica e talento? Cosa sarebbe stato di Florence se non avesse avuto tutto quei soldi, quel peso come mecenate e la solidarietà vera, sincera, toccante, del marito- che pagava gli spettatori e critica per aver riscontri positivi-?
In fin dei conti vediamo in scena un personaggio dolente, immerso totalmente nel suo folle sogno, e come l'amore e per amore si possa alimentare illusioni pericolose.D'altronde perché negare la felicità a una persona? Perché distruggerle quel suo sogno? La vita è dura per tutti, Florence sente il peso di una malattia, la sifilide, contratta per mezzo del marito a soli 18 anni. Il suo primo marito. Questa malattia le impedisce rapporti con l'attuale consorte e quindi la creazione di una famiglia. Tutto l'amore che potrebbe donare ai suoi figli, li dona a quei bambini capricciosi che sono gli artisti. Che male c'è a darle qualche piccola soddisfazione? Forse c'è. Forse l'arte è cosa seria. Per difenderla si può anche distruggere i sogni degli illusi, sopratutto se apportano solo danni immensi.
Però, ella è stata anche la madre di tutti gli improvvisati e improvvisate che grazie ai reality si son creduti buoni a far qualcosa, a chi si improvvisa politica, ha aperto la strada al fai da te artistico, dove conta solo esserci in quel preciso momento, perché cazzo sto sognando e non mi devi svegliare.
Per cui se un discorso di amore per l'arte ci spinge a esser severi con costei, ecco interviene la nostra natura di esseri umani.
C'è tanto dolore, tanto amore per la musica, Florence ci appare candida, naif, e tanto dolce che le perdoniamo il fatto di rendersi ridicola, di assassinare la musica.

Cosa rimane di questa piacevole pellicola? Sicuramente non un capolavoro, certamente Frears è più portato per pellicole di denuncia sociale, più aspre, ma non se la cava malissimo. Ecco, quello che porteremo con noi è il rapporto tra Florence e St Clair Bayfield, suo marito.
Un legame forte che ha profonde amarezze, lui ha altre relazioni con altre donne d'accordo con Florence che accetta suo malgrado codesta situazione, ma anche una vera e assoluta dedizione.
 Meryl Streep e Hugh Grant sono meravigliosi nel metter in scena i loro personaggi, dietro a certi momenti forse un po' gigioni, c'è un attaccamento totale alla storia e all'essenza dei loro personaggi, di due persone che si sono amate tutta una vita
Ecco, questo rende Florence un personaggio/persona indimenticabile e unico.
Perché ci ricorda una cosa semplice, che nulla ha a che fare con l'arte, questo: in amore è fondamentale difendere, ad ogni costo, la felicità di chi abbiamo accanto.
Spesso lo dimentichiamo



sabato 31 dicembre 2016

il miglior film del 2016: Beatrice e Donatella, la forza della compassione e dell'empatia.

Ancora più misterioso dell'esistenza di dio, o di cosa succede quando ci innamoriamo, è il meccanismo affascinante e totale che sta alla base della nostra Passione per un film. Gli altri ti dicono che la macchina da presa in spiaggia no, che è buonista, ricattatorio e ci devo arrivare da solo. Onanisti anche in sala, oppure che il film è costruito, manipolatorio, finto. Lo è la vita e la vostra amatissima realtà,  anche quando parlate di caschi bianchi e liberazioni pacifiche, perché non dovrebbe essere il cinema?
D'altro canto, il rapporto tra film e spettatore passa attraverso quello che sceneggiatore, regista, produttore, hanno intenzione di mostrarvi. Non vi piace, ci sono altre offerte.
Polemiche a parte, è vero comunque che abbiamo tutti noi un film preferito e del cuore che non necessariamente deve essere il Capolavoro tanto adorato, cercato, osannato, da tutti. Le classifiche sono belle perché agli altri parlano un po' di noi. è un ottimo confronto senza la banalità - anche giusta e naturale, in quanto esser banali ci rende anche decisamente vivi- di polemiche e di gare a chi piscia più lontano, tipico di un certo esser "critici". Cosa che io non sono, come questo mio blog non è affatto un posto in cui si scrivono recensioni dotte, ma è il diario di uno spettatore attivo, e di quello che prova ogni volta al cinema vede un film che per un motivo o un altro entra nella sua vita. La migliora? Alcuni si, altri sono dei compagni di viaggio, che durante un certo periodo diventano indispensabili e poi bellissimi ricordi dei tempi che furono. O ritornano prepotentemente alla memoria,  quando ci imbattiamo in esperienze o cose che ce li rammentano
Tutto questo per dire che sì, probabilmente -anzi di sicuro- ci sono state pellicole migliori rispetto questa mia scelta,  assolutamente il cinema di Virzì avrà i suoi difetti. Io però do retta solo a quello che provo, sento, emoziona, fa ridere, commuovere, e a niente altro. Questa è la mia scelta.
Il motivo? Beatrice e Donatella.

Per quanto riguarda la mia idea di cinema, i personaggi sono fondamentali. Un film potrebbe essere carente di novità, originalità, non importa, non ne faccio un dramma. Però quello che chiedo sono dei personaggi che diventino quasi figure amiche, vere, seppure filtrate dal linguaggio della rappresentazione cinematografica. Per questo non mi infastidiscono nemmeno certi stereotipi, importante è come vengono usati.
Qualora i personaggi dovessero funzionare, l'evidente macchinazione cinematografica, la manipolazione del sentimento, viene accettata e finisce in secondo/ultimo piano. Perché tu in quel momento vedi una persona come te, senti il suo dolore e la sua gioia. Non temi che il regista mostri, sottolinei, ti guidi per mano, perché hai accettato tutto pur di non staccarti dai personaggi. Il cinema è cinema se esperienza sentimentale totale e assoluta, altrimenti stiamo guardando come funziona il giocattolo.Io non ho intenzione di costruire giocattoli.
Da tempo ho intenzione di scrivere un post sulla mia Famiglia Cinematografica,  dedicata a quei personaggi talmente pieni di pathos, potenza, meraviglia, credibilità o sospensione armoniosa di essa che sono, a tutti gli effetti, membri di una famiglia perfetta. La quale, negli anni, è stata il mio centro di gravità permanente. Il mio buon rifugio, luogo di commozione e redenzione. Farò un post su questo argomento a inizio anno. Credo che ogni cinefilo, o più prosaicamente: spettatore, ne abbia una, no?
Beatrice e Donatella sono le nuove arrivate. Per questo anche le più coccolate dal sottoscritto. Mi hanno colpito dalla prima visione al cinema- in totale io e mia moglie abbiamo visto in sala, questo film, per cinque volte.  superando le due di Jeeg, Zootropolis, e le tre di Perfetti Sconosciuti- perché personaggi paradigma di una condizione umana che supera la malattia mentale, quante sono le donne che vivono isolate il loro dolore, le loro sconfitte? Molte, forse. Beatrice e Donatella rappresentano perfettamente tutte loro. Le persone con problemi psichici vivono due volte questo dramma.
La malattia mentale, il disagio psichico, sono ancora argomenti tabù. Non compresi, ci viene l'istinto di allontanarli, rinchiuderli in posti dove devono esser sedati, legati, lontani dalla società delle persone normali. Che a ben vedere, è roba davvero piccola e formata da veri pirla. Voglio generalizzare su questo punto, per rendere l'idea.
Ero in fila con loro a far la comunione cantando Ave Maria di De Andrè,  le ho accompagnate per tutta la fuga, mi sono arrabbiato ferocemente con il genere maschile per quella sequenza crudele e spietata al carnevale di Viareggio, e che molti uomini la considerino una cosa normale la dice lunga.
No. Sono sincero. Non ho dato peso alla mdp, al montaggio e alla fotografia, peraltro splendida, non mi sono chiesto quanto fosse "reale", mi sono lasciato conquistare da queste due splendide e fragilissime donne. Non facili, non eroine post-femministe, pure insopportabili a volte, ma così ricche di sfumature e umanità, da far scordare che vi siano due attrici dietro di loro.
La Pazza Gioia è il cinema come piace a me. Con i suoi difetti, e tutto quello che non piace a molti. Giusto e normale, d'altronde il cinema parla direttamente a noi e al nostro vissuto e per questo ognuno coglie e vede quello che riesce a veder e cogliere.
Per quanto mi riguarda sono ancora su quella spiaggia, a guardar da lontano un incontro che non cambia nulla, che non assicura nessun happy end, ma che sancisce la vittoria di un'amicizia profonda, capace di resistere a tutto e tutti.

ps: comunque sia a tutti e tutte voi che amate il cinema buon 2017! Ricordando che quello che ci unisce e ci arricchisce sono i gusti diversi insieme a quelli affini. Che poi mica mi stai ammazzando la moglie o la gatta o il cane, se a te non piace un regista che a me piace assai.
Vabbè: un 2017 pieno di gioia per tutti!

venerdì 30 dicembre 2016

il film sorpresa del 2016: Perfetti Sconosciuti

Strano questo 2016, davvero strano. Guardando la lista di film che ho apprezzato, alcuni finiti nelle classifiche altri rimasti fuori, noto che sono sempre diretti da registi che non stimo o amo affatto: Boyle, Tornatore, Tarantino, Genovese.
Significa che qualsiasi regista prima o poi ti farà un film decisamente buono, ma vuol dire anche che non dobbiamo mai far in modo che i nostri pregiudizi siano o divengano, dei dogma. Mettiamoci in gioco ogni tanto.
Quando vidi la locandina di "Perfetti Sconosciuti" ebbi subito da ridire: " No, ma Genovese fa ancora film! No!!!" Stupito per i nomi del cast, ma sicuro che in mano a costui sarebbe venuto fuori un film come tanti altri: innocui, inconsistenti, televisivi come immaginario di riferimento.
Invece sono un pirla e ho pensato una pirlata!

Si, perché il film , visione dopo visione rigorosamente in sala, mi ha sempre di più riempito di emozioni contrastanti, amore e attenzione per i personaggi, odio assoluto per il povero Leo, non lui come attore, mi riferisco al personaggio.
L'accusa di esser la solita commedia italiana, che assomiglia a questo e quell'altro, mi pare davvero campata in aria. Certo che assomiglia a tanti altri film, fa parte di un genere. Sarebbe come dire che "Appaloosa" sia mediocre perchè "è il solito western". Ogni genere ha le sue regole, che vanno rispettate, l'originalità non è fondamentale.
Come anche le tante parole a vuoto su un finale, che a mio avviso, sia messo agli atti: è il miglior finale del 2016.
Siamo così ossessionati dal veder il buonismo che persino un inno all'amarezza, viene confuso come consolatorio. Siete gli stessi che anni fa usavano la parola : pretenzioso, per ogni film incompreso. Sia mai che ci sbagliamo noi, critici della domenica.



Io credo che i cambiamenti migliori avvengano all'interno della grande industria, non fuori. Perché da una parte abbiamo un pubblico attento, sicché abituato a far certe riflessioni, analisi, ma dall'altra c'è quello che va al cinema "tanto per..", " per farci due risate", " non pensare", diciamo che Genovese con le opere precedenti era il campione di questo tipo di film. Non ci troviamo davanti al nulla zaloniano, cinematograficamente parlando, ma veramente poca cosa.
In questa opera, derivativa quanto volete, ma proprio per questo universale ed accessibile a tutti, il pubblico più massificato, distratto,  ha un momento di sana riflessione su una cosa che ci riguarda: le relazioni umane.Non si tratta di un dramma sociale in un paese del terzo mondo, che gioca sulla nostra partecipazione emotiva distaccata, che tanto a noi quelle cose quando ci capitano, ma di un dramma borghese quanto vuoi, ma che ci accomuna
Il cinefilo più radical, con lo spettatore da Cinepanettone.
Questo non è poco.

Il finale non ci spinge a esser rasserenati e sicuri, ma al contrario più attenti agli altri e in particolare ai nostri partners. Cosa sappiamo, ma ancor di più cosa vogliamo vedere? Quante illusioni, finzioni, ci aiutano ad andare avanti? Avvelenando quello che potrebbe esser buono, giusto?
La stessa frase: " Come umani siamo frangibili" Non è buonista o retorica, ma ci dice che non dobbiamo mai giocare alla leggera con nessuno. Mai sottovalutare il peso e la responsabilità delle parole, delle azioni, del nostro vivere

Il tutto in un film assolutamente per le masse, commerciale, ma che sposta di poco, però lo fa, la classica commedia stile Medusa/Canale 5 di questi anni.


Per me non è assolutamente poco


http://lospettatoreindisciplinato.blogspot.it/2016/02/perfetti-sconosciuti-di-paolo-genovese.html





mercoledì 28 dicembre 2016

le personali migliori visioni del 2016: il cinema italiano

Non capita tutti gli anni di avere la possibilità di veder in sala tre film di tre grandissimi autori, come è successo l'anno scorso. Nondimeno sarebbe sciocco lamentarsi di questo 2016, ormai agli sgoccioli. Tanto che il film sorpresa e quello migliore sono proprio due opere italiane.
Ci sono state pellicole che hanno fatto gridare al miracolo, al ritorno del genere, come se fosse la cura magica, la soluzione definitiva, come se la commedia non fosse un genere. Peraltro assai difficile da fare, perché rischi la cazzata quasi sempre.
Ok, lasciamo da parte polemiche sterili e lasciamo lo spazio alle pellicole italiane che mi hanno conquistato e colpito questo anno

-LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT di Gabriele Mainetti

Pure noi italiani abbiamo il nostro super eroe, anzi: nostrissimo! Un ladruncolo misantropo che vive in una periferia degradata e come unici interessi ha il budino e i porno. Mischiando action, gangster-movie, rimandi al poliziottesco ma senza imbarazzanti  "nostalgismi" posticci. Il risultato è un ottimo film di genere, tre personaggi principali memorabili, spettacolo e divertimento per tutti. Peccato la frase finale che arriva a prendersela con Brecht, non capendo che il tedesco aveva assolutamente ragione. Forse qualche premio ai David di Donatello non era proprio così meritato, ma ho molto amato questo film.  Vediamo come si evolverà la carriera di questo giovane e promettente regista/produttore



-VELOCE COME IL VENTO di Matteo Rovere
Un possente e meraviglioso melodramma di motori, vite in cerca di riscatto, famiglie a pezzi da ricostruire. Un meraviglioso, gigantesco, indimenticabile Stefano Accorsi. Dramma, un pizzico di azione, personaggi scritti con la giusta attenzione, commozione.

-INDIVISIBILI di Edoardo De Angelis

Opera di rara maraviglia che unisce la descrizione precisa di una realtà brutta, sporca, cattiva, legata al sottoproletariato e alla miseria, ad elementi surreali e favolistici, una favola neorealista che vede in sede di sceneggiatura la presenza di Nicola Guaglianone, co-autore anche della sceneggiatura di "Jeeg Robot". La storia è quella di due gemelle siamesi sfruttate dal padre come cantanti per cerimonie. La voglia di vivere, l'illusione del successo che si manifesta attraverso l'incontro con un cinico e impostore discografico, la superstizione religiosa, un mondo degradato, meschino, e forse un piccolo riscatto, una piccola speranza. Opera stupenda.





-PIUMA  di Roan Johnson
Film criticato e disprezzato da molti illustri critici da social e non solo. In realtà è un 'opera che costituisce un tassello prezioso nell'idea di cinema del regista toscano. Cioè narrare con leggerezza la realtà, sopratutto lo sguardo sempre partecipe e affettuoso verso i suoi protagonisti. Che non sono mai né eroi né emarginati sociali, ma persone troppo normali, invisibili, a parte il Pino Masi della sua prima opera. il tema della maternità, della nascita di un figlio voluto da una coppia di giovani contro il cinismo disfattista dei famigliari o l'immaturità di alcuni di essi è descritta benissimo. Due adolescenti credibili, di quelli che ti affezioni subito a loro. Si, la vita è anche leggerezza. Una capacità non un difetto.

FIORE di Claudio Giovannese

Ancora adolescenti, questa volta problematici. Una storia dura, ma mai compiaciuta e morbosa, che parla anche d'amore, ma vissuto in un carcere minorile.  Perché la vita, l'adolescenza con le sue gioie e dolori è universale sia per chi è libero, sia per chi si trova in galera.  Ottimo cast e personaggio principale scritto con rara attenzione.


QUESTI GIORNI di Giuseppe Piccioni

Altro film particolarmente detestato dalla critica. Il trailer certo non aiutava e anche io sono andato al cinema temendo il peggio. Invece è un piccolo, impalpabile, soffuso, film sulla gioventù. il punto di forza è veder sullo schermo delle ragazze "vere" anche antipatiche, anche detestabili, ma - seppur dentro a una grande finzione come è il cinema-  reali, vere, concrete.

LA VITA POSSIBILE di Ivan De Matteo

Ancora un film con protagonista un giovane. Un ragazzino di tredici anni che si ritrova a Torino, dopo che sua madre è fuggita dalle violenze del marito violento. La difficoltà di ambientarsi, l'amore per una giovane prostituta, l'incontro con un uomo che potrebbe diventare quel padre che ogni figliolo meriterebbe. Un finale speranzoso, per un film crudo, ma anche capace di affetto nei confronti dei suoi personaggi


7 MINUTI di Michele Placido

il film militante, politico, lucido, combattivo, di questo anno non lo trovate nelle immagini delle opere di Loach - anche se diciamo che stavolta Laverty ha fatto pochi danni- o dei Dardenne- buon film il loro ma un piccolissimo passo indietro rispetto al precedente- questo film italiano, tratto da un'opera teatrale, parla di cose concrete e mette in scena la contraddizione della classe operaia con assoluta precisione, realtà, serietà. Forse il mio film italiano preferito di questo 2016



Con questo abbiamo finito il nostro tributo al nostro grande cinema, anzi no...

martedì 27 dicembre 2016

le personali migliori visioni del 2016: i film stranieri

Le classifiche che si fanno alla fine dell'anno servono come riassunto di un pezzo della nostra vita. Per ricordarci, mentre il tempo passa, cosa ci emozionò in quel determinato momento della nostra esistenza. Alcuni titoli stenteremo a rammentarli, altri ci faranno provare vergogna, altri saranno oggetti di nostalgia, ma alcuni diranno a chi ci conoscerà come padri, madri, mariti, mogli, qualcosa di noi. Una nostra piccola, laica, eredità.
Nelle sciocchezze che non cambiano - apparentemente- il mondo si celano molte cose importanti su noi stessi e la nostra storia, Non sottovalutare le conseguenze delle classifiche di fine anno.
Oggi si parla di pellicole estere. Sarà parziale e dimenticherò qualcosa, perchè questo anno - per vari motivi- non sempre mi son messo a scrivere le mie riflessioni sui films che mi avevano colpito.
La scelta è dedicata alle pellicole viste in sala cinematografica durante il 2016

- LA ISLA MINIMA di Alberto Rodriguez
Uscito con due anni di ritardo nelle nostra sale. Un ottimo, splendido, amarissimo noir, che nasconde una riflessione cruda e spietata circa l'eredità lasciata dal franchismo, il passaggio difficile o utopista verso la democrazia.


- CAROL di Todd Haynes
Una grande storia d'amore. Sulla sua forza capace di vincere sulle convenzioni sociali, sull'oscurantismo, sul mondo piccolo dei rancorosi e mediocri. Un film in punta di piedi. che sussurra la maraviglia di essere innamorati, di sentire il brivido forte della vita che ci fa ridere il sangue nelle vene. E dove il mondo dei normali si aspetta un finale drammatico, ecco il trionfo di un legame. Perché viviamo talmente bene da noi che non riusciamo nemmeno un po' a goder della felicità altrui, anzi ci fa incazzare.  Io ho gioito per Carol e il suo amore. E quel sorriso nel finale...

LITTLE SISTER di Kore-Eda

A volte confondiamo film pudici, delicati, con il cinema trattenuto. Niente di più sbagliato. Questa pellicola è un esempio di come si possa fare ottime pellicole, narrando le vite piccole delle persone quasi invisibili, perse nel vivere quotidiano. Quattro sorelle, la scoperta di un  legame forte, la vita di migliaia di persone. Kore-eda si conferma un grandissimo narratore e io amo il suo cinema.

STEVE JOBS di Danny Boyle

Non amo affatto il modo di far cinema da parte di Danny Boyle, ma questo anno è stato anche anno di sorprese e così ecco qui: la biografia di Steve Jobs è una pellicola davvero suggestiva e ottima,  descrizione dell'uomo, della sua genialità e miseria, cinema quasi teatrale, claustrofobico,  recitato benissimo.



CREED di Ryan Coogler

Ci sono opere che , al di là del loro valore artistico, entrano nella storia e nella leggenda. La saga di Rocky Balboa fa parte di questa categoria. Tra opere bellissime, i primi due capitoli e l'amarissimo sesto capitolo, e cose imbarazzanti, l'orribile 4 capitolo. Qui la leggenda viene portata in scena in maniera obliqua, poiché già dal titolo il vero protagonista è il giovane figlio illegittimo di Apollo Creed. Stallone ci offre un vecchio Rocky nei panni di allenatore e figura paterna, assolutamente commovente.  Bellissimo

IL FIGLIO DI SAUL di Làszlò Nemes

Il cinema sui campi di sterminio, concentramento, nazisti si assomigliano un po' tutti. Mostrano la retorica affannosa dell'orrore, ci serve per una memoria da tempo focalizzata su un tema che diventa abitudine, eppure la memoria dei morti è cosa fondamentale per la nostra società così portata a dimenticare con leggerezza assoluta. Ecco questa opera spazza via qualsiasi film hollywoodiano, qualsiasi opera concepita sul palcoscenico dell'industria dell'olocausto. Film soffocante, radicale nel suo pessimismo, pellicola in cui più che vedere è il rumore meccanico dei gesti, delle macchine di soppressione, il tatto di corpi strattonati, spinti, gettati, a creare un reale malessere. Opera definitiva sul male del secolo scorso.

LA SPOSA BAMBINA di  K. Al-Salami

Chi si ricorda dello Yemen, bombardato dal nostro prezioso alleato , l'Arabia Saudita, diviso, impoverito. La storia delle bimbe vendute per ignoranza, disperazione, come spose. attraverso la ribellione e salvezza di una di esse. Senza retorica, senza vergogna nel mostrare, ma con il pudore di non infierire.


A DRAGON ARRIVES di Mani Haghighi

Opera estrema, sperimentale, che mescola e rigenera i generi cinematografici con un tocco personalissimo. Film politico che denuncia i tempi terribili dello Scià, quello che le anime belle democretine occidentali vorrebbero rifar tornare se fosse possibile,  Forse l'unico vero horror iraniano non sponsorizzato o filtrato da occidentali. Opera da non perdere assolutamente.

A GIRL WALKS HOME ALONE AT NIGHT di A.l. Amirpour


Una variazione interessante sul tema del vampirismo. Girato in un suggestivo bianco e nero, in una zona di grande degrado, miseria, violenza. Una storia d'amore che sfida la morte, l'orrore.


GUEROS di A. Ruizpalacios
Il bello delle arene estive, per me, è la possibilità di veder pellicole in anteprima che poi uno spazio reale nella programmazione in sala, non lo troveranno mai. Come questa splendida commedia sulla gioventù in Messico.  L'amore, l'amicizia, la militanza politica e il crollo dei miti, che sottolinea il passaggio a diventar adulti.


IL CLAN di P.TRAPERO

La storia vera di una famiglia legata, attraverso il padre, alla dittatura argentina, che arrotonda compiendo sequestri e omicidi. L'apparente stabilità e tranquillità famigliare, un paese che passa alla democrazia con fatica e omissioni, personaggi scritti benissimo, una grande colonna sonora. Film durissimo, crudele, spietato, riflessione sul potere, sulla sua organizzazione, sulla famiglia come prigione e luogo di assoluta impunità, parte di una nazione criminale.

UN PADRE, UNA FIGLIA di C. Mungiu

L'ossessione di un padre, che crede di conoscere il bene della figlia, lo spinge a corrompere, a cercare alleanze, per esaudire un suo sogno infranto. L'egoismo genitoriale portato con lucida precisione sullo schermo. Personaggi dolenti, miseri, ma umanissimi.


LA FAMIGLIA FANG di J. Bateman

Un film sulla famiglia ancora una volta come luogo di disperazione, rancore, divisione, smarrimento, eppure non solo questo. Perché il tema portante è il seguente: per l'arte è giusto fare qualsiasi cosa? Non porsi nessun confine? Sacrificare l'affetto e l'amore per i figli? Vivere solo di ispirazione ed egoismi, e cosa è veramente artistico? Commedia malinconica, amara, ma che lascia un minimo di speranza nel finale e nel rapporto tra fratello e sorella.


SULLY di C. Eastwood

Un film che umanizza la necessità infantile di avere degli eroi. Perchè ogni persona è importante e quello che fa per gli altri ci porta anche a compiere operazioni che paiono impossibili.  Dopo due opere che mi avevano in parte deluso, Eastwood torna con un bellissimo film dove il Bene, l'Umanità, trionfa. Molti hanno sottolineato come non vi siano degli antagonisti veri e propri, poiché i membri della Commissione d'inchiesta fanno solo il loro lavoro, così che vediamo uomini a far il loro mestiere. Con serietà e per un bene comune.  Opera spielberghiana nel senso più alto possibile.


E' SOLO LA FINE DEL MONDO di X.DOLAN

Questo 2016 è stato il suo anno. Sono stato travolto dalla possanza e dalla maraviglia delle sue opere viste nelle arene festive, conquistato definitivamente con questa pellicola  dove un formalismo pop di grande impatto visivo si sposa con il dolente ritratto di una riconciliazione impossibile.



Mancano per volontà mia o per dimenticanza alcune opere, ma le classifiche sono anche figlie del momento, delle emozioni o dei ricordi. Accontentatevi di codesti titoli.


Extra/Bis

Elvis e nixon, una commedia leggera su un fatto vero. La voglia di Elvis di far l'agente segreto contro comunisti e hippy, l'incontro con Nixon. Due uomini consumati dal potere e dalla solitudine. Immenso Micheal Shannon

Paradise Beach

Steven Seagull, regna ! Puro film di genere con uno squalo cattivissimo. A me è piaciuto assai


Man in the dark

Un thriller puro, dove l'ambiente sociale è fondamentale, un film di grande tensione.

The witch: l'horror d'autore, inquietante, angosciante, che tanto ha colpito le platee di appassionati. Vedremo se resisterà al tempo.


giovedì 22 dicembre 2016

Le sorprese del 2016: " gente che non ti aspetti e invece..."

Essendo esseri umani, almeno un buon numero di noi, siamo portati a giudizi affrettati, critiche velenose a cuor leggero e altre immani cazzate. Spesso in buonafede,  a volte per ragioni di età o di pensiero politico.
Quasi tutti i miei registi, scrittori, musicisti preferiti li ho messi e rimessi in discussione tante volte ( a parte Lars che è il mio Dio per cui amore eterno e morta lì) il più delle volte sono tornato sui miei passi iniziali di idolatra molesto, mi è successo sia con Virzì che con Moretti, con King e Sorrentino e così via.
Ci sono anche registi che mi stanno profondamente antipatici, non amo per nulla l'idea alla base del loro cinema,  oppure altri che vedo come simpatici mestieranti, giammai ammessi al club degli Autori o degli Artigiani di Lusso.
Pregiudizi, signori e signore, pregiudizi! Ne ho molti, meno della mia sconsiderata vita da scapolo, ma diciamo che ad alcuni sono affezionatissimo, che ci posso fare?
Poi succede la maraviglia! L'attimo che , alla faccia del batter d'ali di sta cazzo di farfalla porta sfiga, cambia per un po' l'idea nei riguardi di un autore.  La felicità di vedere dei bei film e anche di trovarsi di fronte a un ripensamento, forse non totale, ma un pensiero sul fatto che daje e ridaje pure Tarantino indovina metà film, no?
Le opere/ sorpresa che mi hanno fatto amare il lavoro di registi che talora ignoro, altre volte detesto, o perlopiù reputo degli allegri cazzoni, sarebbero cinque - mi pare- ma una, quella di Genovesi, merita rispetto e spazio a parte.
 I films sono questi

La grande scommessa di Adam Mackay
Di costui ho amato molto il suo " Anchormen"  un po' meno altre opere. Classico regista di commedie divertenti, un mestierante della risata, peraltro il suo lavoro lo fa piuttosto bene, a parte qualche opera decisamente poco riuscita, sicuramente non pensavo avesse la forza, l'energia, la credibilità per girare un complesso, difficile, teorico film sulla grande crisi economica del 2008.   La grande scommessa è un'opera sublime, un grande esempio di cinema civile riveduto e corretto con lo spirito di una commedia moderna. Eppure le celebrity stars che spiegano al volgo e quelli particolarmente ignoranti in temi economici, come me, cosa significano certe parole, termini, sigle, è azzeccata e funziona davvero.
Mix effervescente di cinema civile, commedia, opera teorica, è tra le cose migliori viste codesto anno che sta passando.

Trafficanti di Todd Philps

Io non amo molto, anzi pochissimo, la moderna commedia americana. A parte qualche eccezione.  Non sono un estimatore della trilogia " una notte da leoni" e delle altre pellicole dirette da questo regista. Non dico che non mi facciano ridere, ma non rientra nel mio gusto questa pseudo volgarità post adolescenziale.  A parte alcuni, pochissimi titoli, se posso evitare di guardarle lo faccio.
Che ti combina il buon Todd ? Ti crea un'opera, tratta da una storia vera, che attraverso i ritmi forsennati della commedia caustica, irriverente, dissacrante, tanto "gggiovane", distrugge il sistema economico su cui si basa l'America: gli affari sono affari. Non conta nulla quello che vendi o compri, conta solo quanti soldi fai. Per comprare amici, ville, donne, macchine, tutto. Diventare dei mostri svuotati di ogni umanità, anche contraddittoria, sofferta, per essere dei grandi nulla, ma di successo. Soldi che si usano per creare invidia agli altri, mai per goderseli con gioia.
Così si ride vedendo una storia di trafficanti d'armi, quasi per caso, si riflette su come bene e male siano del tutto relativi al giorno d'oggi, ed è un film che piacerà a quei poveri cuccioli cinefili che vanno in crisi se il regista ha il coraggio delle sue idee e ti traccia una linea precisa. Qui volendo ognuno può vederci quel che vuole, a proposito dei protagonisti. Per me e la mia dolce metà, sono due clamorosi pirla, in particolare è odioso e squallido il personaggio di Jonah Hill, per altri,  dei personaggetti con i sorrisetti, potranno sembrare fichi. D'altronde è da molto che in Occidente non capiamo più un cazzo in fatto di morale ed etica.

L'ultima parola di Jay Roach


Un film militante, partigiano, che osa e sperimenta il coraggio di fottersene della parzialità, obiettività, e " sa signora mia, la BBC!" In questi tempi dove conta di più il cosa uno dica e non quello che mostra,  di gente che passa la vita a cercare la verità sui siti del pentagono, della nasa, dell'amministrazione di San Obama o viceversa nei deliri di qualche santone di internet, ci si dimentica quanto sia giusto, sano, bello, essere militanti. Credere in un grande ideale, nonostante qualche errore o qualche grossa tragedia, ma senza dover per forza  esser servili con chi la pensa diversamente, senza dire cazzate tipo "ogni idea è giusta". Opera che non è piaciuta alle anime delicate e ai liberali stile "Ricciotto", programma che peraltro mi piace pure,  perché intollerabile che un artista non dica solo di  esser comunista, ma che lo sia DAVVERO. Il comunismo non è quella roba da apericena, diritti civili un tanto al chilo, masochistica non violenza da salotto. No, giusto per informarvi.
Dalton Trumbo insieme ad altri nove uomini di spettacolo hollywoodiani, viene incarcerato solo per il semplice fatto di essere un comunista. Il periodo nerissimo del dopo guerra americano, il maccartismo fatto di delazioni, tradimenti, che mette in luce l'anima più reazionaria e cialtrona dell'america  ben rappresentata da John Wayne e altri personaggetti con i sorrisetti .
Un film di tale possanza militante te lo aspetti da un Loach, ah no! C'è il trockjiglione Laverty che lo sta riducendo male da anni! Comunque sempre stima infinita per Ken. Dicevo, te l'aspetti da uno impegnato, riconosciuto per certe idee. Invece questo gioiello te lo dona uno che ha diretto la trilogia di Austin Powers e due capitoli de " ti presento i miei".  Un commediante puro.

Il quale mi ha regalato il film  straniero che forse mi ha più coinvolto ed emozionato, durante questo 2016

the hatefull eight di Quentin Tarantino

Io non amo, anzi non tollero l'idea di cinema di Tarantino. L'uso del grottesco nelle scene di violenza, le citazioni a cascata, i dialoghi che devono sempre suonare fichissimi, i personaggi caricati e senza spessore, il grande vuoto che mette in scena sempre
Però comprendo che piaccia, per questo non faccio come i malati mentali che ogni fottuta volta devono rompermi il cazzo colle critiche a Moretti radical chic o Virzì buonista. Non guardateli, come io ho abbandonato il cinema di Tarantino e ho lasciato che i fans, simpatici come quelli di Vasco Rossi, ne esaltassero le qualità.
A Gennaio, per via del fatto che sto cercando di beatificarmi senza passare per il Vaticano, sono andato con mia moglie, che ama il cinema di Tarantino, a veder sto film. Ci sono andato abbastanza volentieri perché io amo tantissimo il genere western, e non mi era dispiaciuto più di tanto anche Django, tolta l'ultima mezzora davvero...Vabbè.
Ho trovato tutta la prima parte una meraviglia. Regia meno esuberante, ma attenta a ogni particolare, buoni personaggi, ambientazione suggestiva e i Subsonica che se magnano le mani e dignità polemizzando a cazzo contro Morricone. Tutto ok? Insomma la seconda parte..
Si riprende nel finale con la lettura della lettera...
Non cambio idea su Tarantino, ma ammetto che questa pellicola tutto sommato mi è  garbata.


nella foto un tarantino