martedì 31 luglio 2018

COLOSSAL di NACHO VIGALONDO.

La debolezza condiziona le nostre vite. Essa è alla base di tutte le nostre dipendenze, relazioni sbagliate, non scelte  e giustificazioni più o meno patetiche. Trova terreno fertile nella nostra società, dove da una parte si nega sempre di aver dei problemi (normalizzando le nostre incapacità di relazione o affettive) dall'altra , sopratutto certo cinema indipendente o legato alla commedia, mette continuamente in scena personaggi con grosse debolezze che però sono anche molto simpatici e divertenti.
Questo modo di mettere in scena i personaggi ci spinge a provar simpatia ed empatia per loro, tanto che si scimmiottano le battute e le azioni auto definendosi da soli " strani", " depressi", quando basterebbe definirci in questo modo: vigliacchi irresponsabili.  E nei peggiori dei casi rancorosi idioti.
In fin dei conti quante volte, di fronte alle critiche di un amico o di una persona che ci ama, abbiamo risposto con cazzate atroci come: " Eh, ma gli esseri umani sono deboli, piene di miserie, è normale.." o l'altro classico " Io sono fatto così.Non posso farci nulla questo sono e se mi ami devi accettare anche i miei difetti". Frasi degne del peggior sceneggiatore delle peggiori fiction di  Canale 5. Ogni volta che le sento sostituisco automaticamente la faccia del debole di turno con quella di un Garko! L'effetto è garantito. C'è anche spazio per gli spot televisivi.
In fin dei conti questo accettare le nostre debolezze è pratico, comodo, sicuro.  Possiamo passare dalla casa in cui viviamo a New York al nostro paesino di origine oppure andare direttamente sulla Luna, non cambierebbe nulla. Altra scelta, che va per la maggiore, è la seguente: odi la tua città, le persone che la popolano, ti fa schifo la tua vita ma non fai nulla per cambiarla o migliorarla, Magari finisci per lavorare nel bar di famiglia, tenti anche di dargli un tono ma alla fine ti rintani nel retro, in quella parte del bar che è rimasta tale e quale a quando eri piccolo e.. Cazzo se la detestavi quella città e quel tuo fottutissimo bar "western".
A furia di non voler accettare critiche e giudizi, a furia di lasciar perdere e insistendo che vada tutto bene tanto la vita è così e non possiamo farci nulla, ci ritroviamo con la debolezza che diventa qualcosa di enorme, potente, colossale.
Mentre guardavo il film pensavo che quasi sicuramente, anche io, sto manovrando un fottuto mostro o un robot da qualche parte nel mondo. Sicuramente i miei anni e anni passati a non far nulla per sistemare la mia vita o rivedere i miei difetti hanno costruito un enorme mostro distruttivo dentro di me. Un mostro che ha calpestato le occasioni, le persone, fatto crollare città e ammazzato diverse vittime innocenti. Solo che nella vita reali questi mostri rimangono dentro di noi e fanno malissimo a quelli che incontriamo nella nostra vita.
È difficilissimo avere la forza di volontà di uscire da una dipendenza come quella dell'alcol o contrastare e distruggere quella rabbia cattiva, rancorosa, che ti porta a voler distruggere tutti e godere delle macerie che provochi. Ancora oggi mi viene spontaneo buttarmi sul divano e lasciare che le cose vadano avanti a cazzo di cane, che tanto non mi importa. Oppure vedere in ogni ordine, ogni richiesta di fare le cose in un certo modo, come un atto di violenza nei miei confronti e quindi far cazzate totali, così vedi che sono un pirla e mi lasci in pace.
Ci ho vissuto per trenta e passa anni in questo modo.  Il mio mostro gigante ha abbattuto tanti di quegli edifici della stima, dell'affetto e così via.
In quei tempi ero pieno di rabbia e ce l'avevo con metà mondo, senza accorgermi che potevo essere felice anche io.
Però la felicità e la forza costano troppa fatica. Poi ti danno del moralista, di quello duro che non ha pietà per l'essere umano ( che è debole e fa tanti errori ma è giusto e naturale che sia così) per cui quando tenti di migliorare ti senti intrappolato da chi non vuole che tu possa cercare una via più consapevole e matura di vivere. Tu devi rimanere quella persona con tanti guai che conosco, così vivo bene.
Gloria  e Oscar  sono due personaggi meravigliosi. Mentre vedevo il film, non potevo far a meno di affezionarmi a loro. Lei è una giovane donna con problemi alcolici e di dar un senso alla sua vita, lui è un classico ragazzo di provincia, di quelli che non lasceranno mai la loro città e invecchieranno con le solite persone, i soliti clienti ascoltando sempre le solite storie.
L'astuzia del regista e sceneggiatore è quello di farci credere che tra questi due possa esserci del tenero o comunque che alla base del loro rapporto vi sia l'amicizia.
In realtà un debole non ha amici. Non può permetterselo. Lui considera amici solo persone in cui rivede le sue difficoltà o che stanno peggio rispetto alla sua situazione quotidiana di fallimenti e rancori.
Gloria è una donna irresponsabile, non è capace di cattiverie ma non si rende conto dei danni che combina agli altri. Ha un fidanzato che l'ama davvero e infatti non è tenero con le sue debolezze ma non sa liberarsi da una vita apatica, da continue notti alcoliche. Lei dimentica tutto, non ha memoria per non far i conti col problema dell'alcol e non prendersi nessuna responsabilità. La capisco e comprendo, molte volte agisco così anche io. Lascio che una serie di eventi si succedano l'un l'altro senza porvi rimedio. Alla fine il piccolo problema diventa un enorme problema composto da tanti problemi minuscoli.
Le cose per lei cambiano quando prende coscienza. Gloria nota che il terribile mostro che sta distruggendo Seul segue meccanicamente ogni suo movimento. Comprende che è lei a comandarlo. Capisce che le persone schiacciate da quel bestione sono morte per colpa sua, magari perché è inciampata e caduta per terra. Ella si rende conto di aver un problema e che per questo motivo ci stanno rimettendo persone innocenti.
Perché funziona proprio così! Non abbiamo il diritto di prender alla leggere il nostro comportamento, le nostre azioni e parole, Non possiamo travolgere la vita degli altri. Ogni nostra azione ha un effetto sull'esistenza altrui e ci vuole davvero poco per creare danni irreparabili.
Un giorno anche Oscar comprende di aver lo stesso potere di Gloria. Tanto che a Seul si materializza dal nulla un Robot che crea panico e morte.
Da questo momento il film cambia registro e atmosfera. Da commedia surreale, quasi romantica, l'opera diventa sempre più cupa, violenta, oscura. Sia ben chiaro sottopelle rimane anche l'elemento di commedia ma ora è il rancore e la posizione di potere nelle relazioni che prende il comando portando alla luce la natura reale di Oscar.
Lui è la classica persona che dietro un'apparente calma cova dolore e rabbia. Uno dei tantissimi che odia la sua vita, la sua città, il suo lavoro e l'unica cosa che lo mantiene in vita è la certezza di aver un minimo di potere su qualcuno che sta peggio di lui.
Oscar ha Gloria e due avventori del suo bar. Su di loro mantiene un grande potere. Sa che costoro non cambieranno mai. Sono troppo deboli per farlo.
Ecco questo è un altro elemento bellissimo del film: non è tanta la gelosia a muovere Oscar ma il fatto che una persona stia facendo qualcosa per migliorare sé stessa. Il che vuol dire portare dei cambiamenti anche minimi nella persona e nelle relazioni che potrà affrontare.
Questa cosa ci terrorizza e infatti non manchiamo mai di evidenziare come negativi i cambiamenti delle persone che- mentendo a noi stessi o non sapendo cosa significhi davvero amare- diciamo di amare. Non manca mai quello che ti ricorda come eri da giovane, quello che ti fa notare quanto ti sei imborghesito perché non passi intere notti alcoliche o a far cazzate. La normalità paralizza e spaventa. Essere come tanti altri e condividere le loro gioie è un peccato.
Per questo (come Oscar) cerchiamo qualcuno da controllare e quando questo qualcuno giustamente decide di prendersi delle responsabilità (anche minime) scatta l'odio e la rabbia.
Colossal  è un film davvero notevole. Sulla carta pensi di assistere a una sgangherata commedia, una pellicola assurda e folle, invece è un 'opera piena di significati e riflessioni per nulla banali e scontate. Ogni recensione che ho letto esplora un lato di questa pellicola perchè - come dovrebbe far il cinema- essa ci porta a riflettere su quelli che sono le nostre debolezze o paure o traumi.  Lo fa divertendoci e regalandoci un bellissimo finale tanto epico quanto beffardo ( strepitosa la smorfia finale di Gloria) che non regala assoluzioni o soluzioni ma nemmeno scade nel facile cinismo.
Il film funziona anche grazie anche a una straordinaria Anne Hataway e un bravissimo Jason Sudeikis, nei ruoli di Gloria e Oscar.
Menzione speciale ai bellissimi e simpaticissimi Mostro gigante e Robot.  Ogni film diventa automaticamente bello quando ci sono costoro tra i protagonisti!

lunedì 30 luglio 2018

CARGO di YOLANDA RAMKE e BEN HOWLING

Un film semplice, lineare, non originale nella trama ma per me non è un problema. Per quanto mi riguarda al genere non chiedo originalità a tutti i costi, mi accontento di una buona storia e questo film, a mio modesto avviso, ha un racconto universale capace di conquistare anche gli spettatori poco avvezzi e attenti al genere horror.
La pellicola è la rielaborazione di un corto del 2013 e come tema mi ha ricordato un po'  Train to Busan. In realtà colla bellissima opera sudcoreana ha da spartire solo l'impegno di un padre nel salvare la figlia. No, a ben vedere ci sono pure degli infetti/zombi affamati di carne umana, dai quali i due dovranno difendersi.
Mentre nel film asiatico la bambina è già grande e il padre è un uomo d'affari assente nella sua vita, qui si punta di più sulla figura paterna.
L'Australia è vittima di un misterioso contagio che sta trasformando i suoi abitanti in esseri affamati di carne umana. Una volta che si viene morsi si ha al massimo un paio di giorni prima di trasformarsi in cannibali, dopodiché è impossibile trovare una guarigione. Il governo ha messo a disposizione una siringa con un siero che porta alla morte invitando di fatto la popolazione al suicidio.  Andy colla sua famigliola (composta da sua moglie Kay e la loro figliola di nemmeno un anno) viaggia al sicuro sul fiume. Un giorno per una disgrazia la moglie finisce contaminata, così si decide di attraccare la loro "imbarcazione" ed inoltrarsi nell'entroterra.
Qui avviene la svolta che rende il film qualcosa di meglio e più che un semplice film post-apocalittico: Andy viene morso dalla moglie.
Ormai è anche lui un contagiato e in poco tempo si trasformerà in un mostro. Prima deve trovare un rifugio sicuro per sua figlia.
Questa missione cambia l'approccio alla materia, almeno in parte. Ripeto è un film medio e non raggiunge mai vette di lirismo o terrore incontrollabili o ingestibili, però segue una linea ben precisa nel mettere in scena questa storia: quella della speranza.
Io amo il genere post apocalittico, davvero non mi stanca mai. Anche le opere meno brillanti o meno riuscite hanno sempre degli elementi che catturano la mia attenzione. In particolare amo che nel genere non manchi mai la speranza.
Infatti l'unico difetto che potrei fare a questa categoria di film è che puntino spesso a un nichilismo e cinismo  di bassa lega. I peggiori insistono su quanto siano squallidi gli esseri umani e per cui è un bene che si estinguano.
Io invece credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani. Costoro ci saranno sempre, non scompariranno, al di là di quanti esseri umani rimangano in giro dopo l'apocalisse.
Cargo fa parte di questa categoria. Martin Freeman è perfetto nel ruolo di un padre che decide di salvare la sua unica figlia, pur sapendo che egli non ha più speranza. La cosa migliore è che per tutta la durata del film, lui rimane un uomo normale, Non fa o dice cose eccezionali, anzi non è proprio un uomo che eccelle in qualcosa. Andy è solo un uomo e un padre.
Un uomo e un padre che ama la sua bambina. 
Un rapporto padre e figlia che viene messo in scena senza retorica alcuna,  lasciando spazio solo alla normalità e quotidianità dei gesti affettivi in un mondo che va alla deriva.
Mi è piaciuto il punto di vista del film, quello dell'uomo comune. Ho gradito perché non credo negli eroi, non ne ho bisogno. Trovo che l'eroismo non abbia nulla di spettacolare o particolare ma sia un atto di responsabilità individuale o collettiva, a disposizione di tutti noi.
Andy non ha una mira infallibile, non è un guerriero,  però ha una missione da compiere e si impegna a portarla a buon fine. Un po' come capita a tutti noi durante la nostra vita. Certo non abbiamo a che fare con degli infetti ma ci sono tanti, troppi dolori da sostenere, troppe cose che non vanno come dovrebbero andare e c'è sempre un momento in cui un figlio, un coniuge, un genitore hanno bisogno di noi. L'eroe non si tira indietro ma non ha nessun potere, se non quello dell'amore verso la persona in difficoltà.
Qui entra in gioco un altro elemento di grande interesse (lasciato un po' sullo sfondo ma di grande efficacia) una riflessione sulle origini dell'Australia. Terra di aborigeni conquistata dai bianchi. Infatti una delle poche comunità resistenti è proprio quella degli aborigeni.  Andy farà amicizia con una ragazzina di nome Thoomi che sarà decisiva per lo svolgersi degli eventi nella pellicola.
Ella fino all'ultimo non ha voluto abbandonare il padre infetto. L'amore di una figlia è tanto forte come quello di un padre per la sua bambina, per questo Andy e Thoomi sono personaggi che hanno molto in comune anche se di etnie ed età diverse.
I registi ci vogliono dire che la salvezza nasce intorno a un popolo antico, che nei secoli ha subito atti di violenza ed isolamento per mano di altre persone. Ora costoro possono ritornare ad essere padroni della loro terra. Questo discorso, più politico e sociale, rimane nello sfondo perché il tema principale è quello del padre che fa di tutto per salvare la figlia. Però è ben presente e in questi tempi di xenofobia incontrollata e di presunzione sulla bontà degli occidentali è un bene metterla in scena.
 Cargo  è solo un piccolo film, anche dimenticabile col tempo, ma dalla sua ha la visione di un mondo che resiste fino a quando c'è comunità, collettivismo, attenzione e difesa degli altri. Un mondo che, per quanto brutto, non potrà mai distruggere la bellezza dell'amore che un padre prova per la figlia.  Un film che si chiude con un bellissimo finale, almeno per quelli che come me credono che gli esseri umani siano migliori di quanto si dica e immagini.

venerdì 27 luglio 2018

Riflessione indisciplinata : la malattia e la morte.

Senza entrare nei particolari che ci hanno spinto ad accantonare Netflix per un po' di tempo, devo dire che il nostro ritorno è stato all'insegna di alcuni documentari tanto belli e importanti quanto durissimi da sostenere.
Avrei preferito visionare la terza stagione di "Crazy Ex Girlfriend" o qualcosa di più leggero e sbarazzino ma mi sono lasciato coinvolgere dai temi di questi tre imperdibili documentari:  End Game, Extremis, Cristina.
La malattia e la morte sono argomenti tabù che ci terrorizzano e spiazzano. Facciamo di tutto per allontanarli da noi. Oppure ne parliamo con un certo distacco, come se non ci interessasse essere vivi o morti. Entrambi questi metodi li vedo come una difesa. Una comprensibile e umanissima difesa.
Questi tre corti (il più lungo dura 45 minuti mi pare e il più corto 24 minuti)  possono dar molto fastidio e già li vedo quelli che parleranno di pornografia del dolore, strumentalizzazione di incapaci e altre idiozie in libertà.
Noi non vogliamo vedere. Noi non abbiamo orecchie per sentire. Perché la malattia significa un oltraggio ignobile e squallido contro il nostro corpo e la nostra autonomia.  La malattia deforma la presenza fisica dei nostri amati. Il padre che da piccoli ci sosteneva e vedevamo come un gigante, la donna che col suo amore ci ha cambiato la vita, il figlio tanto amato e voluto, di colpo cessano di esistere.
End Game ed  Extremis ci portano in ospedale, nel reparto dei malati terminali. Seguono la storia di qualche paziente, spesso donne, che lottano una battaglia persa contro la morte. Tuttavia non è la malattia o la morte che mi colpiscono profondamente e mi commuovono. Non sono queste due stazioni terribili e terrificanti, che compongono il nostro viaggio in questo mondo.
È l'amore che mi colpisce e mi commuove. Il marito che osserva la moglie in fin di vita tenendola per mano, la madre che racconta alla figlia quanto le piacesse una certa pietanza, i dottori e infermieri che mantengono quel briciolo di umanità che impedisce a loro di veder solo dei corpi destinati a spegnersi.
Siamo esseri umani e viventi fino all'ultimo respiro. Per questo trovo che una delle cose più belle di Extremis siano i dialoghi tra dottori e infermieri.  Non è facile dire quale possa essere la cura migliore per affrontare un momento delicato e senza speranza, anzi è proprio sul discorso se continuare o meno le cure, cercare soluzioni diverse, che punta molto anche l'altro documentario: "End Game".
In questo documentario si vede un giovane dottore (rimasto privo di gambe e il braccio destro mi pare) che gestisce un ospizio per malati terminali. Si parla di cura palliativa, si mostra un altro modo di affrontare una situazione che non possiamo cambiare.
C'è tanto dolore e tristezza in questi documentari, forse per alcuni la visione potrà essere particolarmente difficile. Tuttavia, ripeto, è la presenza fino all'ultimo di un famigliare, di qualcuno che ti ha amato a rendere meno amaro l'addio.
Io ho paura di morire da solo, di ritrovarmi in un letto senza nemmeno lo straccio di un amico. Perché vorrebbe dire che ho fallito tutto nella vita.  Mi correggo e preciso: sarebbe un fallimento per me perché le relazioni sono fondamentali dal mio punto di vista. Uno magari potrebbe anche fregarsene delle persone e puntare al danaro.
Solo che i soldi non ti terranno mai la mano come una persona che ti ha amato.  Lasciare il mondo pensando che molti mi ricorderanno, che strapperò brandelli di vita nei loro ricordi e pensieri, mi fa sentire meglio.
Non voglio nemmeno ingannarvi e perciò vi dico subito che questi due documentari sono abbastanza tosti. Decidete voi se vederli o no.

CRISTINA  è la storia di una donna (una persona di successo che lavora nell'ambiente cinematografico) e della sua battaglia contro la malattia. La vediamo scherzare, vivere i suoi giorni, crollare, aver paura. Il corto alterna immagini della donna verso la fine dei suoi giorni con riprese della sua  vita prima  della malattia. Conosciamo il marito, i figli, le colleghe di lavoro che non smettono mai di andarla a trovare.
Nessuno muore da eroe. Nessuno. Anzi io credo proprio che il coraggio e l'eroismo siano la causa di tante stronzate.  Perché temiamo di spaventare gli altri, di essere di peso o che dobbiamo aiutarli a prepararsi al peggio negando il peggio.
La paura è una cosa normale, il pianto è naturale. Come possiamo vivere con eroismo la nostra fine? Sappiamo che stiamo perdendo le persone che amiamo di più. Come cresceranno i nostri figli? Che sarà di mia moglie o mio marito una volta che non ci sarò più?
Dobbiamo abbandonarci al dolore e al terrore. Mostrarci fragili in un mondo che da noi pretende di vederci sempre operativi e fiduciosi.
Cristina  è sopratutto una bellissima storia d'amore. Una storia normale, come tante. Questo è il filo invisibile che hanno in comune tutti e tre i corti. Nessuno muore solo. C'è sempre qualcuno ad accompagnarci fino alla fine.
Ecco è questo trionfo della vita sopra la morte, anche nel momento stesso del decesso, che mi fa tanto amare questi tre bellissimi corti.
Sono tre lavori che puntano a renderci empatici colle loro protagoniste. Mi stupisco di come (in questi tempi) sia facile chiudersi a riccio e lasciare fuori dal nostro cuore gli altri. Non riconoscere il dolore altrui o abbandonarsi a vigliaccherie finto rispettose della serie " se non hai provato sulla tua pelle questa cosa allora sei ipocrita  e parli a cazzo". Tutto passa e parte dal linguaggio. Quando accettiamo che l'altro non sia nulla e non ci vergogniamo della nostra distanza con esso, tutto diventa possibile. Questi tre cortometraggi puntano invece a farci partecipare emotivamente. Ci mostrano persone che non abbiamo conosciuto, ci mostra un mondo lontano, potremmo ignorarli... Perché no?
Perché non siamo isole, perché possiamo comprendere e capire il dolore degli altri o le loro gioie anche se non ci appartengono, non ci vedono protagonisti.
Perché, molto banalmente, abbiamo la capacità di provare sentimenti cristallini, limpidi, di empatia e vicinanza. I deboli puntano su altro: cinismo, rancore, egoismo. Vivono una vita inutile e vuota.
Noi invece che proviamo vicinanza e amore per il prossimo non ci vergogniamo di piangere o dire anche una preghiera per gente sconosciuta, vista in tre documentari.
Sappiamo che alcuni passaggi sono durissimi e inaccettabili sotto molti punti di vista, In quelle persone non vediamo sconosciuti ma esseri umani che sono stati amati da qualcuno. Vediamo persone che sono costrette a dir addio a una moglie, una figlia, una persona amica.
In quel momento ci sentiamo tutti uniti.
Ed è questa per me la magia del cinema e la meraviglia della vita: sentirci uniti anche se non ci conosciamo.
Ps: certo Netflix è il principale problema del mondo e dell'industria dello spettacolo. Detto questo capita di trovar delle cose anche molto belle. Come in questo caso.

giovedì 12 luglio 2018

RIFLESSIONE INDISCIPLINATA: SIX FEET UNDER.

Io da ragazzo pensavo spesso alla morte.
 Ero convinto che avrei vissuto una vita solitaria - perché nessuno avrebbe voluto vivere insieme a me-  e del tutto inutile. Immaginavo che avrebbero scoperto il mio cadavere dopo un paio di mesi e solo per via dell'odore proveniente dal mio appartamento.
Al funerale sarebbero venute poche persone. Qualcuno avrebbe dato un'occhiata veloce all'orologio (sicuramente avrebbe avuto appuntamenti ben più importanti rispetto ad assistere al mio funerale)   altri si sarebbero persi nei loro pensieri, fino alla conclusione della cerimonia.
La gente avrebbe mormorato stancamente un amen di circostanza -giusto per rispetto verso la funzione religiosa e per il morto- poi tutti a casa. Altri pensieri, altri problemi e io sarei svanito nel giro di poco tempo dalla testa dei presenti. I quali, magari, si sarebbero anche ripromessi di rivedersi e  avrebbero speso due parole per il povero Davide, ma sapendo che dopo il funerale si sarebbero persi di nuovo di vista.
Per anni la morte è stata la certezza dell'inutilità della vita. Perché alla fine cosa c'è di certo e sicuro? Nulla.  Certo, noi ci iilludiamo di lasciare una traccia, un segno, nella vita degli altri, ma la morte cancella tutto.
Ripetevo a me stesso che saremmo appartenuti soltanto all'oblio, dimenticati da tutti.
Convito di essere alternativo e superiore alla media delle persone mediocri, non capivo di far parte del gregge dei codardi, di chi ha paura di amare perché l'amore richiede un prezzo. E allora è meglio essere cinici, battere i piedi come bimbi capricciosi ogni volta che le nostre soddisfazioni superficiali non vengono rispettate, pensare di bastarsi da soli. La cultura della solitudine. che genera una felicità di seconda mano, certo, ma apprezzabile perché non implica nessun dolore.  Rimaniamo ragazzini, sballiamoci, fermiamoci al sesso senza amore, e teniamo ogni nostro sentimento ben chiuso a chiave.
Viviamo comodamente scomodi in un mondo in cui è visto come debolezza chiedere agli altri un abbraccio, una spalla su cui piangere, un compagno per la vita, ma è fico vomitare odio e rancore contro i diversi, contro le persone buone e quindi ipocrite.
Un mondo che si offende per un pensiero commosso alle vittime del capitale e della nostra indifferenza, ma non per gli auguri di stupri, la felicità per qualche migrante annegato (che tanto sono solo bambolotti) o contro un ragazzo che vive una sessualità diversa dalla nostra.
Tu capisci che un mondo simile è un mondo in cui la morte regna. Un mondo di vivi morti, dove la difesa della vita- della sua bellezza e importanza- è lasciata in mano ai reazionari bigotti. Perché è meglio eliminare il problema senza affrontarlo, meglio sfuggire al dolore e alla sua rielaborazione, costantemente anestetizzati alle sofferenze.
Per anni ho voluto negarmi la gioia di amare, di dichiarare il mio amore. Ho passato anni a controllare i miei sentimenti e a negarli. Io volevo solo prendere le distanze dalla vita. Ero una persona sola in mezzo alla folla. Uno che temeva la vicinanza, le parole che scavano nel cuore, la confessione di una debolezza e la richiesta di un aiuto.
Perché teniamo per noi i nostri sentimenti. E non piangiamo i nostri morti.
Poi cosa è successo? Che ho incontrato una persona speciale e per la prima volta in vita mia mi son detto: "Non posso lasciarla andare." Non ho pensato affatto ai problemi che sarebbero sorti, o perlomeno non mi sono lasciato di nuovo ostacolare da loro. La morte non è diventata più l'unica cosa reale e vera nella mia vita. I sentimenti hanno spezzato la catena del quieto vivere e così mi sono ritrovato innamorato e poi sposato.
Mia moglie mi ha fatto capire che la morte non vince su nulla e nessuno. Non può vincere se hai amato e sei stato amato. Perché i giorni passati insieme non sono persi, non sono inutili, ogni secondo ha la sua importanza e rimarrà nella memoria delle altre persone.
Rimarranno le risate e i pianti, i momenti in cui abbiamo toccato il cielo e quelli in cui siamo sprofondati, ma non abbiamo ceduto al " basta è finita". Certo, è vero, il mio nome scomparirà dalla memoria delle persone e nessuno tra cento anni ricorderà quanta fatica e amore mi sia costato vivere la mia vita. Eppure sono convinto che qualcosa di noi ce la farà a superare il tempo e l'oblio.  L'esempio della nostra vita rimane come eredità ai nostri figli e loro la daranno ai loro. Noi siamo il prodotto di quelli che ci hanno preceduto e delle loro scelte.
 Per cui il Davide del 2018 che ha visto questa magnifica serie, non è il Davide del 2001. Siamo due persone diverse, ma io amo quel ragazzo. So che ha solo paura di aprirsi, di piangere ogni volta che si commuove. Così come voglio bene al bambino che stava in silenzio nel suo banco, sognando di correre sul prato della sua cascina, o che aspettava ( seduto sui gradini di pietra che portavano alle camere da letto) l'arrivo dei genitori che lo avrebbero portato a casa per il fine settimana. Oggi sono stanco di difendermi, di pensare che tanto dietro ogni felicità arriva la tristezza.
La morte è sempre la nostra unica certezza, ma prima c'è questa cosa bellissima che è vivere. Anzi amare e voler dividere questo viaggio spesso difficile e che ci spezza il cuore, con qualcuno che ci sostenga. Qualcuno che sia la croce e la delizia della nostra presenza su questo pianeta.
Non ho visto Six feet under difendendomi dal dolore che avvolge ogni episodio di questa serie, dicendo a me stesso: " Eh, vedi? Alla fine muori. Tutto qui" Io ho trovato che questa serie in realtà celebri la vita. La sua importanza.
Ogni episodio si apre con qualcuno che muore, certo, ma poi c'è sempre una persona che lo ricorda. Con amore, astio, tristezza, non sapendo come gestire la situazione. E i fratelli FIsher, insieme al grande Federico Diaz (uno dei miei personaggi preferiti) sono lì per aiutarli a vivere intensamente quel momento. Non tanto l'addio e la fine, ma il ricordo. Ecco a cosa serve un funerale: a farci ricordare chi era quella persona e celebrarla. Piangendo e stando male, perché giusto e umano, ma è un momento di assoluto tributo alla vita. Come non possiamo essere felici se non conosciamo anche il dolore ( e il suo valore)  come pretendiamo di vivere se teniamo la morte lontana da noi? O la vediamo come un modo per evitare di prenderci una responsabilità e affrontare le cose terribili che la vita offre.
Non è una serie fichetta e cinica, una di quelle in cui basta un po' di sesso, personaggi che sparano battute acide e cazzo! Capolavoro! In realtà quel tipo di spettacolo, che tanto piace ai deboli che si sentono scorretti e irriverenti, è consolatorio e convenzionale. Non ti permette di sbattere la faccia contro la vita, non ti permette di affrontare la complessità dei sentimenti. Il politicamente scorretto è l'arma di difesa per non sentirsi mai coinvolti e non metterci nulla di personale, non sporcarsi mai le mani con la gioia e l'amore, perché non voglio soffrire, così se dico che niente è importante e gli esseri umani sono brutti e cattivi, in un certo senso, vivo meglio. Vivo..
Invece una serie come Six Feet Under ti spinge a riflettere sul comportamento degli altri.  Ti spinge ad uscire dal tuo pensiero rassicurante, comodo, perché ti mostra come gli esseri umani siano deboli e meschini, ma capaci anche di grandi gesti d'amore.  Prendiamo Nate e Brenda, il loro prendersi e lasciarsi, perdersi e ritrovarsi. Io sarei portato a condannare una persona come Brenda ( sopratutto quando spara a raffica le sue cazzate durante la prima stagione, quando era amica della sua cliente che di professione faceva la prostituta), ma durante le cinque stagioni ella evolve, prende coscienza dei suoi limiti e sul finire della quinta, mi son scoperto a volerle bene. Non giustificarla, ma comprenderla e apprezzare la fatica che fa per vivere al meglio la sua relazione travagliata con Nate e con sé stessa. Nate lo adoro perché, come me, cerca di fare sempre del proprio meglio e cade. Penso che sia il personaggio più tragico della serie. La vita si accanisce duramente contro di lui, ma egli non scappa dal dolore. Il rapporto magnifico che ha colla figlia, ci fa capire che un personaggio destinato, in altri lidi, a esser il cazzone di turno, qui è un uomo straordinario perché imperfetto, ma capace di grandi slanci d'amore verso la sua piccola.
Così personaggi che nella vita io potrei condannare con superficialità, attraverso una serie tv, mi spingono a pormi domande e a perdonare.
Una serie tv fa quello che nella vita normale ci dimentichiamo di mettere in pratica: provare compassione, pietà, tenerezza per chi è diverso da noi.
Non è stato facile per me apprezzare Brenda o Claire e i suoi "amici artisti". Non lo è perché la mia educazione ed etica mi portano da altre parti. Eppure alla fine ho pianto per loro. Come se fossero mie sorelle.
I cretini ti parlano di persone contronatura.  Vedono come uno scandalo da nascondere e negare, per il decoro e la pacifica convivenza, l'amore tra due persone dello stesso sesso. I cretini ti parlano di famiglie tradizionali in pericolo di estinzione. Di lobby gay. Io vedo solo delle persone che si amano. Persone che per secoli si sono dovute nascondere, negare la loro natura, vivere vite false, per compiacere genitori e società. La colpa non è di chi ama una persona dello stesso sesso, ma di chi si rifiuta di vedere quel sentimento. Vuol dire che non si è mai amato nessuno.
Certo, sia ben chiaro, io non penso che i gay siano a prova di errore, o che siano sempre persone fantastiche. Ci saranno dei grandissimi stronzi, come ce ne sono tra gli etero. Però quanto ho patito, tifato, pianto e gioito per David e Keitrh. Quante volte ho riconosciuto nelle dinamiche di coppia di questi due, le stesse che vivo con mia moglie. Io sono come David, quello che ha maggior bisogno di essere confortato, di sapere che le cose vanno bene, forse a volte un po' distaccato, chiuso, ma con grande bisogno di affetto e amore. In un mondo che si scandalizza per i gay pride e pensa che queste cose siano nocive per le sorti meravigliose e progressive della sinistra o della società, questa serie ci mostra una coppia di innamorati. Ci fa toccare la profondità del loro sentimento. Non viene tralasciato nessuno ostacolo o problema, non sono santi. Ma d'altronde chi lo è? Noi non possiamo che emozionarci per loro. Amarli.
L'amore è il vero protagonista di questa serie. Amore che Federico mette nella sua professione. Trovo commovente quanto impegno e delicatezza metta al servizio dei parenti dei morti. Il cadavere, nelle sue mani, non è un pezzo di carne fredda. Federico crede nella vita e la celebra facendo del suo meglio col suo lavoro. Costui è uno dei miei personaggi preferiti. Complesso e sfaccettato, capace di grande affetto e chiuso in posizioni reazionarie.  Lui riveste bene i panni di un angelo custode che accompagna i morti nell'ultimo viaggio.
Perché in questa serie tutti sono importanti. Anche i personaggi minori, o quelli che compaiono per poche puntate. Sono tutti veri, concreti e ognuno di loro ci lascia un suo indelebile ricordo. Una riflessione, una sensazione, qualcosa che scioglie il nostro cuore e ci spinge a confrontarci con il fatto che la vita e gli esseri umani sono assai complessi. Anche chi come Federico o Ruth, ci sembrano bigotti, reazionari, incapaci di aprirsi agli altri, eppure tanto il giovane imbalsamatore quanto la matura Ruth, sono capaci di slanci, mettere l'esigenza di sentirsi amati al centro delle loro storie.
Ruth è una donna che ha sacrificato la sua vita per gli altri: la famiglia di origine, il marito, i figli.  Cerca una sua autonomia e una relazione seria. Ma andrà incontro a diversi guai e delusioni. È una donna all'antica che però rimane affascinata dalla vita libera e alternativa che vivono le altra. Ma non è debole, non è lei fuori posto, è il mondo che non ha spazio per le persone come lei.
Six Feet Under non offre ai suoi personaggi e a noi soluzioni di comodo. Non c'è la gloria finale, i sogni che diventano realtà, non tutto va come dovrebbe andare.
La vita è testarda e decide per noi, ma quello che possiamo fare è cogliere la felicità nei dettagli, nelle relazioni, nel comprendere gli altri.
Ecco, visti i tempi, questa è una grandissima e importantissima lezione.

Ps: la mia amica Lucia, anni fa, aveva scritto una bellissima recensione su questa serie.
Ecco, se volete leggere qualcosa di più oggettivo e serio, questo è l'articolo.https://ilgiornodeglizombi.wordpress.com/2011/12/21/six-feet-under/

Ps 2: dedico questo post a tutti i buonisti, petalosi, che sanno amare.

sabato 14 aprile 2018

I SEGRETI DI WIND RIVER DI TAYLOR SHERIDAN.

Ascolta, per me le cose sono abbastanza semplici. Sì, sì, lo so. Le sfumature, ogni essere umano è importante, lo so. L'ho capito. Tuttavia mi basta ascoltare le storie, vedere i volti delle persone, i segni che si portano dietro e insomma.. Le cose non stanno proprio così.
Aggressori e aggrediti, vittime e carnefici. Tutto qui. Anzi, no! C'è un altro elemento: questo dolore, questa sofferenza che non è solo una questione privata, ma investe e avvolge le altre persone, le case,  l'ambiente che ci circonda.
Non esistono prigioni peggiori di quelle senza sbarre. Vedi la vastità della pianura, la bellezza imponente delle montagne o le distese azzurre del mare. Eppure, talora, non c'è nessuna libertà, nessuna redenzione possibile.
C'è la perdita, la mancanza di una persona cara, i sensi di colpa - che sono giusti e naturali inutile evitarli- e una marea di domande, ipotesi, su cosa avremmo potuto fare.
Niente.
Non puoi far niente, se non viverlo tutto quel dolore.

Molti hanno paragonato questa pellicola a quel piccolo classico che è " Il silenzio degli innocenti". Ormai non riusciamo nemmeno più a far i paragoni come si deve.
Certo c'è un delitto, delle indagini e una donna dell' F.b. i.  che "risolve" il caso grazie all'intervento di un uomo "esperto" in un determinato settore. Ma anche con questa spiegazione siamo lontanissimi sulla reale natura della pellicola.
Sheridan  usa il genere per raccontare la sofferenza, solitudine, dei suoi protagonisti all'interno di un ambiente sociale e naturale ostile. Che sia la frontiera messicana/americana di Sicario o la desolazione di uno stato del sud degli Stati Uniti, non cambia il destino dei protagonisti. Colpiti e affondati da forze maggiori, da una giustizia che nulla ha a che fare con la legge, persi in un mondo quasi primitivo, in cui forse si può parlare di clan o tribù le une contro le altre. Microcosmi che tentano di vivere e difendersi contro un nemico troppo forte e potente.
Anche in questa seconda opera come regista, mette in scena le stesse tematiche.
La storia, almeno sulla carta, è davvero di quelle che più classiche non si può, Un uomo che si guadagna da vivere come cacciatore, nelle lande desolate del Wyoming, durante una battuta di caccia. scopre il cadavere di una ragazza. La fanciulla è morta mentre cercava di scappare da qualcuno. Morta soffocata nel suo stesso sangue,  perché correre di notte quando la temperatura scende sotto i 30 gradi, porta delle spiacevoli conseguenze ai polmoni. Che peggiorano respirando l'aria gelida.
La ragazza è stata violentata, per cui si indaga per scoprire chi è l'autore della violenza e dell'omicidio.
Arriva sul posto una giovane agente dell' F.B.I. una ragazza volenterosa, ma inadatta ad ambientarsi in quel posto dimenticato da dio
Il posto è una riserva indiana. Sai quei paradisi in terra dove i civilissimi e democratici statunitensi hanno rinchiuso, dopo anni e anni di massacri, i veri proprietari di quelle terre?Sì, sto parlando dei pellerossa.  Sto scrivendo che gli Stati Uniti sono nati, cresciuti, prosperati, grazie al genocidio di quei popoli e lo schiavismo ai danni degli africani. Questa è la Storia, questa è la Verità. Non ti dico che tu faccia male a trovare alibi e raccontarti balle sui tuoi adorati yankee e il sogno americano,  lo puoi fare. Ognuno di noi difende le cose che ama. Abbi solo la decenza di non ergerti a persona di buon cuore, a campione di umanità quando parli dei tuoi " fari della democrazia occidentale contro il buio di questi tempi". O quando, da libertario a cazzo di cane, parli di " sacri valori occidentali".
Le riserve sono posti dimenticati dagli uomini e da dio, dove è difficile vivere.
" La neve e il silenzio, sono le uniche cose che non siete riusciti a portare via ala mia gente" Queste bellissime parole, dette dal cacciatore a un figlio di puttana colpevole di un reato orribile, descrive bene quella zona. " Qui o sopravvivi o soccombi" Anche queste parole spiegano benissimo che inferno in terra è quella zona.
Neve, silenzio, una magra vita da allevatori, troppo alcol, tanta rabbia. Uno rischia di impazzire e commettere atti ignobili.
Cory Lambert, un ottimo Jeremy Renner, il cacciatore protagonista di questa pellicola, è un uomo piegato dal lutto.Sua figlia è morta come la ragazza trovata cadavere ( a sua volta figlia di un suo carissimo amico) l'abilità di Sheridan consiste nel non darci troppe informazioni sulla morte della ragazza, ma di certo anche lei è stata vittima di violenza. L'uomo cerca una sorta di rielaborazione impossibile non tanto dal lutto, ma penso, dal senso di colpa trasformandolo in aiuto alle indagini, per vendicare l'amico, sé stesso, o solo perché a un certo punto sei talmente avvolto dal dolore e distante dal mondo che dovrai far qualcosa, per trovare o dare un senso.
Tanto lo sai che alla fine la vendetta non sistema le cose, ma d'altronde cosa c'è da sistemare quando tutto è crollato, frantumato, in mille pezzi'
Opera dolorosa, dolente, che colpisce e affonda lo spettatore. Senza scader nel morboso, o strumentalizzare il senso di perdita che avvolge la storia e il film.
Non è nemmeno un film di vendetta. Cory non è rancoroso, come la donna del Missouri, non odia il mondo, ha accettato di viverci per sempre col dolore e - in una breve sequenza di rara bellezza- lo dice anche al suo amico Martin.
Wind River, è un film di personaggi. Ognuno ha una sua umanità feroce e dolente, ognuno di loro rimane impresso. Partendo dai due ottimi personaggi principali ( Elisabeth Olsen è magnifica nel dar copro al personaggio di una giovane donna persa in una terra ostile, che tenta di agire e farsi sentire. Ma rimane estranea a quel ambiente e a quelle persone),  io ho amato molto anche lo sceriffo locale. Un vecchio saggio, il  quale, pur sapendo che lui non ha nessun tipo di mezzi e non conta nulla, è in prima linea a compiere il suo dovere. Come mi ha commosso molto il finale, con il povero Martin truccato per il suo funerale, che desiste dall'uccidersi perché ha pur sempre un figlio.
Un figlio che non sente da troppo tempo, visto che ha deciso di annullarsi nella droga, ma che forse  dopo la morte della sorella, forse ha deciso di cambiare vita
Forse.
E la vendetta? O è giustizia quella che vediamo compiersi alla fine? Io penso che certi dettagli tu possa aver il lusso di notarli proprio perché non hai avuto modo di essere vittima di una violenza o di perdere qualcuno in modo violento. Non faccio nessuna colpa ai garantisti, innocentisti, anzi riconosco a loro una forza morale, etica, civile, che è la doppia della mia
Dico solo che quando non avevo nessuno, potevo anche dire: "Eh, ma che risolvi in questo modo?Non vedi povero che sta piangendo?" Ripeto chi pensa queste cose ha tutto il mio sostegno, lo dico sinceramente. Io non posso farcela. Perché se mi portassero via in quel modo una persona che amo, sarei morto anche io. Ucciso dai ricordi, dal rimorso, dalla colpa.
E far morire in malo modo il colpevole, sarebbe l'unica cosa che mi darebbe un... No, non mi darebbe nulla, ma è rabbia per rabbia, odio per odio, che poi se vedi bene nell'antico testamento c'è anche scritto: occhio per occhio e così via.
Per evitare tutto questo viviamo in città civilizzate, dove ti affidi alla polizia e tu passi i giorni al buio, andando in terapia, scacciando o rielaborando la rabbia e la voglia di vendetta.
In un posto dimenticato dal diavolo, le cose funzionano diversamente.
Come? Non c'è nessuna redenzione, scampo, alla fine tutto quello che puoi fare è piangere tua figlia e chiedere a un amico se per caso ha tempo da darti. Per aspettare insieme, perché l'unica cura è non chiudersi e isolarsi, ma aver il coraggio di chiedere aiuto.
Sopratutto noi uomini allevati da donne che ci insegnano a non piangere e da maschi per cui un corpo femminile è un oggetto e non una persona.
Forse piangessimo di più i nostri dolori, forse...

Per tutti questi motivi "Wind River" è un film eccezionale, ottimo, che va visto e vissuto senza difese, e pensando che fortuna abbiamo noi a non vivere nello stato del Wyoming!


venerdì 6 aprile 2018

A TAXI DRIVER di HUN JANG (Korea film festival)

Ti ricordi cosa diceva quella canzone? Ma sì, la cantavamo spesso e volentieri durante le trasferte dalla nostra Brianza a Roma. Ogni manifestazione era preceduta da questo canto collettivo sul bus, non ricordi? Aspetta ti cito le parole:" Gli eroi sono tutti giovani e belli!" Appena le ripetevi per tre volte consecutive ti pareva quasi di vederlo questo eroe, vero? Alto, biondo, sguardo fiero, nobilissimi ideali e sprezzo del pericolo. Gli eroi non hanno paura, non temono la vita.
Perché non ne hanno una da perdere.Sono un po' dei coglioni gli eroi, sai? L'ho sempre pensato e infatti ho sempre trovato più avvincenti le storie di quelli che, se avessero potuto, col cazzo che avrei perso la vita per la patria, dio, o altre invenzioni umane.
Però la figura dell'eroe e del super eroe, ci serve e non possiamo farne a meno. Deleghiamo a loro le asprezze della lotta, il rumore dell'acciaio e delle pallottole, la presa di posizione. Così possiamo vivere mangiando pop-corn e prendendocela coi "politici".
Eppure la vita a volte ci costringe a non rimanere nascosti,  a vivere premiando la convenienza e non il riscatto, la redenzione, il semplice gesto di umanità che non ci rende complici.

Vincitore del premio della giuria e premiato come miglior film dai voti degli spettatori in sala, del Korea Film Festival, da poco concluso,  A Taxi Driver, è un' opera di grande spessore e potenza. Proprio come il secondo classificato (Ordinary Person) anche qui ci troviamo di fronte a una pellicola che contamina genere e impegno politico. Un giusto equilibrio tra la commedia e la denuncia del massacro di Gwangju, dove una lunga protesta popolare venne soffocata nel sangue ad opera dei soldati.
Casomai vi voleste informare meglio sul massacro, ecco un linkhttps://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Gwangju

Il film ci mostra la vita di Kim. Chi è costui? Un uomo medio, anche mediocre. Non certo una persona informata di quanto accada dopo il colpo di stato del 12 dicembre 1979. Lui pensa a lavorare e mantenere sua figlia. Il tassista è un vedovo e non è facile crescere una bambina da solo.
Kim a inizio film se la prende con un gruppo di studenti che manifestando viene caricato dall'esercito. Per lui, quelli, sono solo dei fannulloni, figli di papà, che non sapendo cosa fare rompono le palle alla brava gente come lui
La brava gente vive bene anche sotto una dittatura militare.
Un giorno attirato dal danaro decide di accompagnare uno straniero, un reporter tedesco- se non ho capito male della D.D.R.-  nella città di Gwangju.

Il viaggio non comincia benissimo.  Il reporter è un po' arrogante e sprezzante nei confronti del tassista e questo ultimo pensa solo ai soldi che guadagna con quel lavoro.
Una volta giunti in città, però, le cose cambieranno. Kim toccherà con mano la ferocia del regime, vedrà molti ragazzi e cittadini trucidati, vivrà sulla sua pelle l'orrore della dittatura fascista. Sopratutto comprenderà che noi non siamo nati per vivere separati dal mondo. Non siamo isole, non possiamo pensare solo ai nostri cari, alla nostra salvezza. L'arrivo di una maturità politica e umana coincide con i momenti più emozionati e drammatici dell'opera. Il ridanciano tassista diventa un uomo che per il bene di gente innocente e per salvare quel cliente abbandonato a far una brutta fine, si mette in gioco.
La cosa bella di questa presa di coscienza è che non si manifesta in modi retorici e da supereroe. No.
Kim rimane un uomo normale, non particolarmente sagace o forte, uno di noi. Perché talora il ruggito di un coniglio può coprire quello del leone.
Kim capisce che in certi momenti non ci si può tirare indietro. Non è una comprensione intellettuale e razionale, ma assolutamente sentimentale. Ha degli amici, ha conosciuto colleghi e cittadini che lo hanno accolto come uno di loro. Per questo decide di aver un minimo di coraggio e di aiutare il giornalista tedesco.
La cosa davvero bella di questo film è che se ne sbatte di apparire retorico, commovente, ricattatorio e tute quelle stronzate tanto care ai fans del cinema trattenuto.
A Taxi Dirver è un film carico di emozioni, scene madri suggestive e sequenze che fanno bene al cuore e agli occhi.  Cinema popolare, per masse, ma che svolge anche il compito preciso di istruire il pubblico attraverso l'uso della memoria.
Difficile trattenere le lacrime nella sequenza in cui Kim, ormai fuori dagli scontri in piazza, a bordo del suo taxi non sa se ritornare indietro o portare in salvo sé stesso e il suo cliente.
Basta inquadrare gli occhi dell'immenso Song Kang-Ho per mettere in scena indignazione, rabbia, impotenza, amarezza.
Il film è tratto da una storia vera. Giusto per ribadire che davvero noi possiamo essere migliori rispetto a quello che siamo costretti ad essere, ogni giorno della nostra vita.
L'opera si chiude con un filmato che riprende il vero reporter tedesco, il quale chiede di aiutarlo a trovare quel tassista, quell'inaspettato amico, che non vede da decenni.
Giusto per dar più amarezza a una pellicola commovente, toccante, che mi ha fatto conoscere una storia quasi dimenticata o mai sentita, sopratutto in  Occidente.

mercoledì 28 marzo 2018

ORDINARY PERSON di KIM BONG-HAN (KOREA FILM FESTIVAL)

La Storia puoi narrarla o filmarla in due modi: ponendo l'attenzione all'ambiente sociale e politico in cui accadono i fatti presi in considerazione, come nel bellissimo The Fortress, mostrando le strategie e le analisi alla base del sorgere e cadere di regni e dittature, oppure raccontando la storia piccola di gente piccola. Uomini che non sentono il peso della gloria, la forza della rivoluzione, ma devono riempire lo stomaco e sopravvivere. Questo capita nei regimi dittatoriali e quelli democratici di stampo capitalista.
Le persone normali, ordinarie, comuni, non possono fare altro che vivere e occuparsi dei propri cari.

Tra queste persone ordinarie, che fanno solo il loro dovere, non mancano nemmeno uomini che hanno sostenuto cause sbagliate. Le ragioni sono tante, non solo la fame. C'è un'idea errata di patriottismo, c'è la paura di ribellarsi, moltissime ragioni.
Tutti dormiamo quando il potere è troppo forte, questo non vuol dire che non possiamo svegliarci.

La dittatura militare nel Sud Corea, è materia poco conosciuta dalle nostre parti. A essere sinceri è sconosciuta anche quella del Nord, visto che i riferimenti nostri sono solo mezzi di propaganda del sud o- quando va bene- cinesi. Noi occidentali arroganti e presuntuosi non sappiamo un cazzo, ci cibiamo di propaganda, ma crediamo sempre di aver capito l'universo mondo.
Quando molti non hanno ancora capito come funziona la nostra democrazia e cosa si va a votare il giorno delle elezioni, spoiler: non il governo.
Come tutte le dittature fasciste serviva a noi per bloccare l'avanzata del comunismo o di spinte anti colonialiste. L'atteggiamento è di solito: "Sono dei figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana".  Lasciando ai mezzi di informazioni, a volte e non sempre, il compito di farci provare pena per quelle persone così disgraziate da vivere in quei paesi.

Ordinary Person, comincia come una robusta commedia quasi d'azione. Ci viene presentato il suo protagonista, Kang Sung- Jin, un poliziotto navigato e dai modi poco ortodossi. Lo vediamo mentre dà la caccia a un malvivente in compagnia del nuovo arrivato. Vengono messe in scena le dinamiche tipiche di un poliziesco in cui è protagonista una coppia di sbirri ed è anche divertente a tratti.
Il tono cambia dal momento che Kang-Sung-Jin viene contattato dai servizi segreti. In quel periodo ci sono manifestazioni e malumori nel popolo e serve una storia per deviare la tensione. Per questo il poliziotto deve occuparsi di un feroce serial-killer. L'agente decide di incolpare un uomo, arrestato insieme al giovane collega, colpevole di un omicidio ma estraneo del tutto agli altri casi 
Il poliziotto, in cambio dei suoi servigi, ottiene denaro, una nuova auto e la possibilità di operare il proprio figliolo.
Il ragazzo ha un problema a una gamba, ma l'operazione per poterlo guarire costa troppo. Grazie ai soldi ottenuti facendo il lavoro sporchissimo per il regime, l'intervento si può fare.

Mentre ripensavo a questo film mi veniva in mente una cosa: come è facile accusare un uomo. Leggendo queste righe uno potrebbe pensare che lo sbirro protagonista sia un uomo spregevole, visto che a un certo punto fa arrestare anche il suo migliore amico, un giornalista dissidente. Questo schematismo capita solo in certe opere, non è sbagliato a prescindere e non mi dispiace nemmeno, tuttavia la vita reale è un continuo spostarsi tra soluzioni sbagliate e altre disastrose, vigliaccheria e coraggio, orrore e splendore. Tutto questo è ben rappresentato dal protagonista di questo meraviglioso, stupendo, straordinario film.

La seconda parte di questa opera infatti ci parla del risveglio del suo protagonista. L'uomo comprende che è solo un numero, un oggetto, e che la sua amatissima patria è nelle mani di farabutti e torturatori.
Commuove la sua lotta per incriminare il giovane e feroce funzionario dei servizi segreti. Ci trema il sangue nelle vene assistere alla fine del giornalista dissidente, l'impegno della giovane reporter, la fine di un cane randagio e di una povera famiglia. Tanti piccoli tasselli di un mosaico imponente di orrore, violenza, sopraffazione.
Certo la dittatura è sul punto di finire e poi arriverà la democrazia, ma questo non significa per forza giustizia. Il finale amaro e tenero allo stesso tempo lo dimostra apertamente.

Grazie al Korea Film Festival che da sedici anni si tiene verso fine marzo, in quel di Firenze, ho scoperto opere meravigliose e film importanti. Di generi e registri assolutamente diversi l'un dall'altro, ma che meritano di essere conosciuti dagli spettatori che amano il cinema e non sgranocchiare pop corn a cervello spento, ogni volta che entrano - per caso- in una sala.
La fortuna di vivere a Firenze è che non mancano occasioni per conoscere cinematografie di tutte le parti del mondo, vedere opere destinate all'invisibilità, tutto questo grazie alla professionalità e passione degli addetti ai lavori.
Le cose fanno schifo se lasciamo che facciano schifo. L'amore per l'arte e lo spettacolo, prima poi ci premiano con festival come questo dedicato al cinema coreano e film indimenticabili come Ordinary Person.