venerdì 4 novembre 2016

7 minuti di Michele Placido

Che tempi sono, quelli dove una persona deve accettare tutto, per mantenere un posto di lavoro? Cosa rimane del lavoro se dovessimo toglier ad esso, il suo valore sociale? E che tipo di classe operaia potremmo mai avere, se ad essa dovessimo levare ogni coscienza di classe?
Sono domande che forse non si fanno più. Preferiamo rimembrare i felicissimi anni di contestazione, lotte, culminate con quella bellissima legge: La Legge 300 del 1970. Ne avrete sentito parlare, no?  Lo statuto dei lavoratori.
Fate così: a sorpresa, durante le feste di Natale, proprio nel momento in cui tutti sono un po' brilli o rincoglioniti dal troppo cibo, leggete ad alta voce codesta legge magnifica. Smontata, distrutta, resa carta straccia, da questo miracolo di benessere e democrazia che è il Capitalismo senza più nessun comunismo a cacciarlo nel ruolo che gli compete: la spazzatura della storia. Accanto ai menscevichi, a un Kautsy, insomma lì.
Leggete come se fosse una bella favola ai vostri parenti operai, impiegati, manovali, insomma ai lavoratori cosa erano. Cosa avevano ottenuto. Nonostante le bombe, le violenze della polizia e del padronato.
Sì. a un certo punto ditelo, usate questo nome: Padronato.
Vedrete la reazione di una classe senza coscienza, senza ideologia; vi posso anticipare: 1) io devo tutto al mio padrone, diranno padrone in tono ironico - compatiteli- lui mi dà i soldi per campare, 2) tutta colpa degli stranieri ci portano via il lavoro, però allo stesso tempo non fanno un cazzo e si prendono 35 euro. Però mi portano via il lavoro, 3) ma le cose vanno così. Quelli erano altri tempi. Hanno vinto loro, che vuoi farci. Queste saranno più o meno le loro reazioni.
Potreste rammentare che la classe lavoratrice ha sempre subito, nell'arco della sua storia,  lunghi periodi di sconforto e sconfitta. Vuoi per la divisione tra riformisti e comunisti, i secondi come sempre hanno ragione, vuoi per la dittatura prima del fascio e poi del mercato sotto il capitale. Ci sono stati momenti di buio totale e di repressione delle classi proletarie e d'avanguardia anche sotto la nostra benedetta democrazia. In particolare negli anni 50, dove a Torino, nella Fiat si portavano avanti oppressioni del sindacalismo di orientamento comunista. Schedature. licenziamenti, spostamenti di reparto. In quei tempi, sotto il fascismo e sotto la democrazia padronale,  la classe lavoratrice era piegata.
Però, come ben saprete, anche il cane più impaurito, alla fine morde la mano che lo maltratta.
Questo dovremmo ricordarlo come lavoratori: c'è tempesta, mare mosso e noi abbiamo  una piccola barchetta a remi, verrebbe voglia di non insistere a remare per superare le onde e di smetterla di controllare che dietro i nuvoloni neri, possa - come per magia- sorgere il sole. Possiamo prendercela con chi a nuoto cerca di salire sulla nostra barca: lui vuole farci affondare. Possiamo fermarci e pensare che tanto sono le onde, è la tempesta a decidere per noi, le cose vanno accettate. La realtà è questa, non la puoi cambiare.  Si, possiamo fare queste cose. Finiremo sconfitti e annegati. Magari nel primo caso si potrebbe gioire nel veder uno più povero di noi affondare per primo. Questa è la gioia dei nemici di classe,  di quei proletari asserviti al padronato. Quelli che andrebbero spazzati via senza un minimo di ripensamento, ma così facendo perderemmo comunque pezzi di classe.
Insomma tutte queste reazioni sono normali, appartengono al nostro tempo, segnano le difficoltà della classe lavoratrice, simboleggiano la sconfitta ancora non del tutto superata del movimento operaio, a Torino nel 1980.
Dico solo: ma ci serve a qualcosa? La remissività, l'accettazione di esser debolissimi, la certezza che i rapporti di forza siano sfavorevoli? Ci servono queste cose? Sì, servono! Ma non- come vogliono i rinnegati liberaldemocristiani di un noto partito governativo- per accettare modernizzazioni a favore delle classi padronali e dei loro ascari. No, ci serve per capire che la storia del movimento operaio e di tutti lavoratori è segnata da pesantissime sconfitte e da straordinarie vittorie. Il periodo che viviamo dunque non venga sacrificato a confondere lotta- di classe e politica- con  l'accusa generalizzata al populismo, l'accettazione di ogni idiozia perché qualcuno urla : buffalaaa! (Equivalente di ruspaaa!!!!) il lavoratore deve incominciare per prima cosa a considerarsi Essere Umano. Non un oggetto ricattabile, non uno che chiede l'elemosina al suo benefattore, cominciare a lottare per i diritti, e rivendicarli tutti. Anche quelli più piccoli e sciocchi.
Come perdere 7 minuti di pausa quotidiani, rispetto ai 15 minuti che si hanno.



L'ultimo bellissimo film di Michele Placido, narra di questo: di cosa è diventata la classe operaia, dei ricatti che subisce, del linguaggio amichevole e famigliare da parte dei padroni per confondere e dividere i proletari, della difesa non solo del posto, ma della dignità umana. La storia di ispira a un fatto vero, successo in Francia,  ed è la trasposizione cinematografica di una commedia teatrale di Stefano Massini. Un drammaturgo quarantunenne di Firenze, con alle spalle anche una lunga collaborazione al fianco di Luca Ronconi. Ecco, io penso che molti dovrebbero studiare la sceneggiatura scritta dal drammaturgo con altri collaboratori, tra questi Placido, per capire oggi come dovrebbe esser girato un film "politico". Perché sopratutto quando parli di lavoro, parli necessariamente di politica.  Questa splendida pellicola funziona grazie a una sceneggiatura che sa raccontare perfettamente il presente, ma non si limita solo a questo: lo critica, lo sviscera, analizza, e lo "condanna". Le undici donne protagoniste, le quali dovranno prender la decisione di perder sette minuti di pausa, regalando quel tempo alla dirigenza e alla produzione, secondo l'ottica di "assumere senza assumere", sono lo specchio fedele di cosa eravamo e di cosa siamo, come lavoratori, ma anche come classe.
Le divisioni interne fortissime, la paura di perdere il posto, l'individualismo sfrenato che ci impedisce di pensarci e vederci come classe sociale e politica, ma individui, per questo arroccati su una linea difensiva della nostra vita e a fanculo il resto, è ben espressa e messa in scena dal film.
Le operaie straniere, che vengono da realtà difficilissime, si adattano a tutto. Per vivere. Per paura. Che sia l'africana scappata dalla miseria, o l'albanese che oltretutto deve difendersi dalle avance di quel porco del suo capo. La collega napoletana se ne fotte di tutti e tutto, lei ha un marito in mobilità, i figli piccoli, e la vergogna di chieder l'elemosina. Insomma tutte hanno le loro debolezze e paure, tutte - come la nostra generazione- non vorrebbero lottare, ma accettare ogni cosa, qualsiasi cosa, pur di lavorare, pur di stare nel sistema.


Tutte, tranne una: Bianca. La più anziana. Sarà lei che con un lungo lavoro, difficilissimo e spesso spezzato dalle divisioni con le compagne, per età ed esperienze,  darà inizio a una lunga riflessione sul lavoro, il ruolo del lavoratore, il linguaggio padronale e il suo paternalismo.
7 minuti, è cinema necessario, fondamentale, prezioso. Ha un linguaggio popolare ma mai banale, una descrizione perfetta della deriva che ha preso la classe lavoratrice e operaia in modo particolare, è una pellicola di assoluta possanza etica e morale, qualcuno si lamenta della retorica, ma noi ce ne freghiamo perché la vita è anche retorica, banale, ma non per questo meno incisiva e giusta. Infine ha un cast davvero straordinario: Ottavia Piccolo, Ambra Angiolini e Cristiana Capotondi (le quali mi hanno stupito, bravissime! Lo dico non essendo propriamente un loro ammiratore) e le rivelazioni, come attrici,  Fiorella Mannoia, e  Maria Nazionale.
Perché il cinema ha anche codesto compito: raccontare e rielaborare la nostra vita e la nostra epoca, sporcandosi le mani con le contraddizioni del sistema e della realtà.



sabato 1 ottobre 2016

JESSE E CELINE: UNA LUNGA STORIA D'AMORE

D'accordo, d'accordo! Per prima cosa devo ripetermi: non è possibile usare il cinema per realizzare film decisamente realistici. Il realismo è bandito anche nei documentari, figurati nelle opere di finzione!
Eppure si può pur sempre tentare. In fondo non fa male a nessuno, no? Il cinema è evasione, intrattenimento, industria, oppure una fredda macchina di montaggio e inquadrature. Si, l'ho capito leggendo i vostri post e commenti vari, sparsi nel fantastico mondo dei social networks. Però ( sapete che c'è sempre un piccolo, minuscolo, petulante: però, alla fine di ogni discorso? Si, lo sapete benissimo) puoi anche fare cinema per affrontare i temi universali della vita umana. Ho controllato, eh! Nessuno ti obbliga a far film con calzamagliati male e mutandari alla riscossa, o pleonastiche commediole a base di doppi sensi idioti e volgarità mal assortite. Nessuno ti obbliga.

Esiste anche un cinema fatto di parole, sentimenti, sensazioni quotidiane. Opere che parlano di noi, delle nostre piccole vite. Senza grosse tragedie, senza romanticismi letterari. La trilogia di Richard Linklater: Prima dell'alba, prima del tramonto, before midnight, è tutto questo: un unico grande film diviso in tre atti di un'ora e mezza ciascuno, dove seguiamo la crescita, anagrafica e umana, di due personaggi meravigliosi, entrati giustamente nella memoria collettiva. Sì, sto parlando proprio di loro:  Jesse e Celine



Un incontro fortuito, come ce ne sono tanti. Sai, tu perdi il bus e alla fermata, per mille ragioni.. Non so.. Ecco: anche lei ha perso il pullman ed è straniera, vuol saper da te se sai quando ne passerà il prossimo per il centro. Oppure: passeggi con il tuo cane per le vie del parco vicino a casa, un orario non di punta, ti piace così. Non incontri mai nessuno, ma quel giorno: eccola! Ti fa domande sul tuo cane, tipo: quanti anni ha ?Come si chiama? Quelle cose che si chiedono di solito in occasioni come questa. Oppure, ecco questa mi par la migliore! Lei è infastidita da una coppia di austriaci o tedeschi, che litigano sul treno. Così cambia posto. Tu la vedi, si è seduta vicino a te. Pensi a qualcosa di intelligente o divertente da dire. Ma le parole, sanno, perché loro sanno sempre, che se ti dovessero aspettare perderebbero la loro magia: l'urgenza di entrare in stretto contatto emotivo con qualcuno. Così cominciate a parlare e siccome siete giovani, tu piccolo uomo americano, senti tremare e ridere il sangue nelle vene: od ora o mai più, mio prode eroe! Prendi coraggio e la inviti a scendere dal treno. Per passar un giorno insieme, prima che partiate ognuno per destinazioni diverse.
Linklater non fa altro che pedinare, lezione zavattiana troppo spesso scordata, i suoi personaggi. La sua regia si fa invisibile, non può distrarre il pubblico da una delle cose più belle che possa capitare al genere umano: la nascita dell'amore. A venti anni. I due ragazzi, accompagnati dolcemente e in punta di piedi anche da una splendida città come Vienna, usano le parole per conoscersi, difendersi, sfiorarsi, amarsi. C'è voglia dell'altro e anche profondo e dolcissimo imbarazzo. La bellissima sequenza nel negozio di dischi; tutta giocata su sguardi ed espressioni tenere e nervose.
Uno che ne sa tante, cantava: a venti anni si è stupidi davvero. Forse è così, ma è anche l'età in cui tutto è forte, assoluto, netto, e poi si cade in dubbi, piccole e costanti paure, c'è la voglia di sperimentare sé stessi in contrapposizione a un mondo che si giudica troppo vecchio. C'è furore e tremore.E si ha voglia di urlare agli altri cosa siamo e cosa vogliamo. Urla silenziose, a volte, ma è così.
In questa prima parte assistiamo a un miracolo laico e poco divino: la scoperta ogni volta diversa e ogni volta uguale, dell'altro. Quando la parola è una guardia di/in vedetta. Quando le parole sono una mano protesa all'altro. I due ragazzi giocano, si confrontano, si amano. Poi un treno e la promessa di rivedersi dopo sei mesi. A quell'età è normale fare grandi e impossibili progetti, a quell'età non hai ancora compreso cosa puoi fare e cosa no. Tutto è possibile, perché non rivedersi?


Nove anni dopo, nel 2004, esce il secondo capitolo dell'educazione sentimentale di Jesse e Celine. Cosa è rimasto di quei due ragazzi? Si saranno rivisti, sei mesi dopo, alla stazione di Vienna?
Li abbiamo lasciati incerti e allo stesso tempo decisi a rivedersi. Progetto folle, ma che da ragazzi pare anche possibile. Si saranno rivisti? Dopo nove anni, possiamo conoscere la verità. Sono cambiate un po' di cose: ora, ad esempio, hanno trenta e passa anni. Lui è a Parigi, per un tour letterario. Jesse è diventato uno scrittore. Il suo primo libro ha riscosso un certo interesse e seguito. Di cosa tratta? Di un giovane americano e di un incontro con una ragazza. Non ha mai dimenticato Celine, tanto da dover metter nero su bianco quello che quel lontano giorno, a Vienna, ha significato per lui  E lei? Se lo ricorda ancora quel giovane statunitense? Si è recata all'appuntamento sei mesi dopo? Il film punta, esattamente come nel primo capitolo, sul dialogo incessante e vivace tra i due assoluti protagonisti. Li troviamo diversi ed uguali: in fondo hanno gli stessi ideali, ma sono più maturi.C'è il rimpianto di un incontro che ha segnato entrambi, ma anche la paura di lasciarsi andare completamente. Perché la vita non va sempre come ci piacerebbe a noi. Il dialogo diventa amaro, a volte. Come se, improvvisamente, ci si risvegliasse da un sogno, Un bellissimo sogno, e non possiamo fare altro che prender atto delle responsabilità spicce. Magari tu hai aspettato lei a lungo, magari lei ti ha visto, a New York, perché lei per un periodo ha vissuto a New York, ma si teme di scontrarsi con la verità: è stata una cosa passeggera, amplificata dall'età. Ora, seppur ancora giovani, la gioventù è di stampo diverso. Sa che sta preparando le valige per entrare nella valle dei Ricordi. L'aspettano i tuoi giochi infantili, gli amici immaginari, i grandi obiettivi surreali di un/a bambino/a. Prima però, aspettando  che arrivi il tramonto ad offuscare gli occhi capaci di meravigliarsi,si tenta l'ultima carta. L'ultima pazzia. Complice una chitarra e un dolcissimo valzer. In questo capitolo l'amore non è più una promessa, ma è quel che sarà. Ora o mai più, con più malinconia e tenerezza, amarezza e dolcezza. Qui si costruiscono le fondamenta per esser felici. Anche se vuol dire fare scelte drastiche, che rivoluzionano una vita


Ed eccolo arrivare: il tempo della disillusione, del rimpianto cattivo. Quando l'amore diventa più completo, con l'arrivo delle figliole, ma anche più difficile da gestire. Non c'è la folle gioia dei venti anni, nemmeno la voglia di concretizzare dei trenta, ma "l'amara verità" dei quaranta. La scoperta dell'altro è finita, oppure non ci interessa più. Le ambizioni lasciano spazio al "real politik" del trovarsi un lavoro ben pagato, anche se odiamo il capo. Tempo in cui ci si accorge di aver perso il tempo migliore, nella vita di tuo figlio. Tanto amato, ma che vedi poco, per colpa di una madre astiosa, e tu senti questo distacco con immensa sofferenza.
Sono passati altri nove anni, ci si trova in Grecia per le vacanze,ma il sole che scalda i cuori sta tramontando, lasciando spazio all'oscurità del risentimento, dello scontro, di una possibile rottura.
Diviso in tre spazi temporali precisi: mattina in macchina, pomeriggio a tavola con gli amici greci e la lunga notte in una camera d'albergo a farsi a pezzi. L'atto conclusivo è certamente il più amaro della trilogia.  Celine si sente oppressa da una vita che non vuole vivere, vede i suoi sogni infrangersi, non vuole trasferirsi a Chicago. Jesse sente forte il distacco dal figliolo, pensa di aver sempre sacrificato sé stesso per sua moglie che ama follemente, ma è stanco delle sue critiche e polemiche sterili.
Sono cose normali, che capitano in tutte le coppie.  Si potrebbe dar colpa alla normalità, alla quotidianità, viste come elementi negativi da moltissime coppie che hanno un'idea dell'amore da romanzetti rosa. Amare l'altro significa anche scontrarsi duramente, ma trovare sempre quello spazio di riconciliazione, di perdono, di piacere nel star insieme, presente nelle giornate di "passami il sale", "c'è da ritirare questo", " passi al supermercato". Giornate dove comprendi che forse non hai cambiato il mondo, ma tu si,  che sei cambiato. Il giudizio: negativo o positivo, è una nostra mania.
Le persone, questo cambiamento, non lo vivono sotto una rivoluzione, ma nella prassi comune e quotidiana di amarsi e vivere insieme. Perchè non è "quello che ho fatto", ma "quanto tempo stiamo insieme", la cosa importante. Ci salva dalla solitudine di chi ha un buon lavoro, ma nessuna relazione
Così Jesse e Celine, seppure feriti, avranno altre occasioni per affrontare insieme questo viaggio chiamato vita.  La fine di questo splendido film unico diviso in tre film meravigliosi, per me è : la consapevolezza. Amare significa esser consapevoli che il partner è altro da noi. Comprendere e accettare le sue debolezze, aiutarlo a migliorarsi ma non volerlo plasmare secondo una nostra idea.
Questo è amore.

Commento finale
Linklater e i suoi due fantastici protagonisti, che dal secondo episodio diventano anche co-autori della sceneggiatura, mettono in scena una lunga storia d'amore che avvince per il suo essere così normale, con alti e bassi che vivono quasi tutte le coppie. La parola, in questa trilogia, trova finalmente il suo spazio centrale. Perché sono le parole che costruiscono il nostro essere umani, ci fanno conoscere ed amare. Sono sempre loro che uniscono o distruggono. Le parole sono fatti teorici che colpiscono e trasformano il presente, al di là della retorica cretina dei vari: fatti non parole. In questi film, esse, sono cercate con cura e amore. I dialoghi lunghissimi, diventano l'azione principale. Amiamo Jesse e Celine, per le cose che dicono, per come se le dicono.  Ethan Hawke e Julie Delpy sono bravissimi nel saper rendere le emozioni con le espressioni facciali, o l'uso del corpo, ma sono sopratutto le parole che si dicono a esser fondamentali e importanti.
Per questo comprendo chi si annoierà o troverà codesta trilogia debole e fragile.  Il sentimento è impalpabile e fatto di piccole cose, l'amore succede non mentre lotti contro i draghi, ma mentre stai camminando su un anonimo marciapiede di una grande città
Linklater filma l'evoluzione della vita, seguendo per venti anni i suoi protagonisti. Mostrandoceli giovani e facendoli invecchiare mano a mano, dalla pazza gioia, alla comprensione dell'altro .  Mettendo in scena l'amore e niente altro.

sabato 17 settembre 2016

MAN IN THE DARK di FEDE ALVAREZ

Ogni tanto si sente il bisogno di un tuffo nel cinema puramente di genere. Non per rilassarsi, divertirsi, spiegazioni anche logiche, ci stanno, ma che non appartengono a uno spettatore indisciplinato. Il cinema altro e oltre, quello che fa dire ai più: " du palle!" a me piace e mi diverte. 
Mi piace guardare film di genere perché, non sempre ma spesso, è cinema degno di nota e che dietro a storie fantastiche o d'intrattenimento leggero, sa raccontare cose importanti.
Come le racconta? Sicuramente non con analisi sociali e politiche alla Dardenne, i miei amatissimi fratelli belgi, propio no. Diventa "politico" il modo di girare e di mettere in scena i personaggi. 
Eh, si!  Su questo punto condivido l'idea di Ken Loach che giudica " fascista" l'uso del grandangolo,  ora, è evidente che si tratti di forzatura, ma come molte cose esasperate nasconde una verità: filmare è sempre un atto politico, di scelte e responsabilità. Che divido con il mio pubblico.




Man in the dark, ad esempio è purissimo cinema di genere. Un omaggio al sotto genere : home invasion. Un derivato dai film d'assedio. Io amo questo tipo di cinema: girato in pochi spazi e luoghi, con un cast ridotto, dove contano le dinamiche umane per uscirne vivi. Che tu abbia a che fare con qualsiasi tipo di nemico, alla fine, in questo tipo di pellicole, le motivazioni e lo sguardo sull'essere umano, volenti o nolenti, esce e si palesa davanti agli occhi meravigliati e stupiti degli spettatori.
Si, parlo di meraviglia, perché codesta pellicola lo è in  tutto e per tutto!
Merito del suo regista, il più che promettente : Fede Alvarez
Il quale dopo averci stupito e conquistato con il più che riuscito "remake", ma preferisco parlare di rielaborazione autonoma di un classico del cinema horror,  di " Evil Dead", torna con una pellicola che, forse, non ti saresti aspettato.
Scrivo questo perché " Don't breathe"- titolo originale di questo film- lascia lo splatter presente in dose massicce nell'opera precedente per spaventare in altro e totalmente differente modo.
In breve: Dtetroit non è più né la città dell'auto, né la città del rock. Cosa rimane? Un posto fallito economicamente, con un comune il quale è stato a lungo commissariato- e poi ci si lamenta di Roma, tsé-  e tutti i guai che si possono avere ad essere o trovarsi, poveri, nella terra della ricchezza ostentata, esibita, benedetta da Dio. 
Vi ricordate, prima, quando scrivevo che "filmare" è atto politico, ecco volevo dir questo. Riprendere ed ambientare una storia nata per intrattenere, in un quartiere disabitato, abbandonato, che cade a pezzi è simbolo che non vuoi solo spaventare, ma con le inquadrature, in modo anche defilato, con pochissimi dialoghi e spiegazioni di cosa spinga i personaggi a far certe scelte, tu stai parlando anche di cose più serie e dure.
La miseria, la totale non fiducia nel futuro o, ironicamente,  il contrario un sogno di riscatto, portano delle persone a far scelte sbagliate. Come la solitudine, l'emarginazione, un dolore invincibile, la legge e giustizia come fattore personale, spingono altri a diventare belve
Il tutto in un non luogo, nel cuore della più grande democrazia mondiale.

Tre ragazzi, una coppia e un loro amico, occupano le loro vite sottoproletarie con i furti nelle case di gente facoltosa. Esproprio proletario, in un certo senso. Hanno anche un loro codice legato non tanto a motivazioni etiche, ma per non dover far troppi anni di galera. Uno di dessi, Alex, è innamorato della protagonista, Rocky, legata al bullo del terzetto. Costui sfrutta il fatto che suo padre lavori in una ditta la quale si occupa di installare allarmi, per prender le chiavi e compiere i loro furti. Un giorno scoprono che, in un quartiere abbandonato, vive un vecchio. Ex reduce della prima guerra del golfo.  Cieco, solo. Ha perso la figlia in un incidente. La responsabile essendo di famiglia ricca, gli ha dato molti soldi. In segno di risarcimento. D'altronde nel mondo liberal-capitalista, ogni cosa ha un suo prezzo, anche il dolore assoluto della perdita di una bambina.
Quello che dovrebbe esser un "simple plan", tanto per citare il produttore del film: Sam Raimi, si trasforma in un incubo.
Ora, come puoi girare un film del genere? Puoi puntare a un pubblico di bocca buona: scene splatter ma con risvolti anche ironici e sarcastici, inquadrature anatomiche della protagonista,  battutine e strizzatine d'occhio, un citazionismo invadente. Questo è un modo, giusto o sbagliato decidete voi. Come potresti continuare sulla strada presa con il film precedente,visto il successo
Alvarez, saggiamente, rischia e cambia registro. Pochissimo o nullo splatter. tantissima tensione dovuta ai silenzi, all'attesa, all'uso perfetto della macchina cinema. Inquadrature, movimenti della mdp, primi piani. 
E ti senti intrappolato dentro quella casa. Tifi per i due ragazzi sopravvissuti, affinché possano salvarsi, non è uno di quei film fascisti, ce ne sono nel genere, che ti spingono a desiderar la morte di personaggi-macchiette. Film che vogliono stuzzicare il lato sadico e vigliacco dello spettatore. Qui non succede nulla di tutto questo. Perché attraverso il suggerito, pochi dialoghi e una scena in un fatiscente soggiorno, ti spiega che questi ragazzi sono delle vittime.  Come lo è, in parte, anche il loro aguzzino. Sono persone emarginate che reagiscono come possono al dolore e alla povertà.
Ci tengo che codesto punto sia ben chiaro. Non occupa con un trattato l'intero film e forse nemmeno interessava più di tanto al regista, ma l'ambientazione è fondamentale, ci dice molte cose.
Man in the dark, è un ottimo esempio di cinema legato al genere. Un piccolo gioiello di tensione,  e perfezione tecnica. 
Opera che conferma un nome da tener d'occhio, nel panorama del genere horror.

lunedì 12 settembre 2016

UN PADRE UNA FIGLIA di CRISTIAN MUNGIU

Le relazioni con gli altri sono sempre delicate, fragili, complesse.  Perché partono spesso da piccole confusioni,  profonde incomprensioni,  che ai nostri occhi prendono l'aspetto mendace dell'amore.
Però cosa significa amare? Sembra una domanda sciocca, sopratutto in tempi interminabili di crisi economiche,  di "benaltrismo", eppure dovrebbe essere - se non l'unica- la domanda più importante, quella che dovremmo farci ogni mattina.
L'amore ha a che fare con certi traguardi professionali? Si misura in successi sociali? Esso cresce sano e robusto solo in una società civile, democratica, soggetta alle leggi del mercato e del capitalismo?
Perché a legger i commenti contro il fertily day, una delle cose più imbarazzanti e inopportune mai fatte da un governo in Italia, pare che il figlio sia un oggetto economico. Come la  mia auto, la mia casa,  i miei elettrodomestici.  Il figlio viene dopo il lavoro. Il lavoro è quello che è, forse sarebbe meglio non metter al mondo nessuno. Un ragionamento che ci siamo convinti esser savio e doveroso. D'altronde pure De Andrè ci avvisava che " la voglia finisce, il figlio rimane e tanti ne uccide la fame".  Razionale, non possiamo dir altro.
Tuttavia un figlio non è una cosa che abbiamo comprato al centro commerciale, per il nostro piacere personale. Non è nemmeno lo" sfogatoio" mi si perdono l'orribile neologismo, delle nostre frustrazioni e repressioni, come non è nemmeno quella cosa di mia proprietà, attraverso il quale realizzerò i miei sogni ed obiettivi
Un  figlio è e rimane un atto d'amore.L'altro che nasce, si spera voluto e amato, da me e mia moglie, ma non è una nostra fotocopia, egli è una vita nuova. Con i suoi desideri e la sua felicità, non quella di suo padre o sua madre.
Questo tema, insieme alla crisi di un paese che si è sbronzato di cazzate sul capitale come libertà degli individui, è il tema di codesto magnifico film: Un padre una figlia





Storia di un medico, il quale esercita la professione in un paese romeno che non brilla per beltà architettonica, costui conta tantissimo sulla sua unica figliola per raggiungere, attraverso lei  i traguardi che con il tempo e l'amarezza di vivere, ha lasciato alle spalle. L'uomo ha una vera e propria ossessione per un passato che avrebbe dovuto trasformare la sua Nazione, e la sua vita,  e che invece non ha dato nessun buon frutto. Sicché scappare dalla sua Patria e andar a studiare in Inghilterra, landa idealizzata al massimo, sarebbe per tal uomo la cosa migliore che possa capitare a sua figlia.. Ci ha messo dentro, in questa possibilità di studio in un paese che lui ritiene civile e meraviglioso,  tutto sé stesso e la sua "bambina" è solo il mezzo necessario per realizzare questo progetto. 
Sia ben chiaro: Un padre una figlia non è un film su un padre umanissimo e amorevole che fa di tutto per coronare il sogno della sua creatura.  L'amore che dovrebbe esserci tra costoro, è viziato, indebolito, dalla proiezione che il padre fa dei suoi desideri su una figlia che "passivamente", almeno fino a un certo punto, subisce.
Dovrebbe farci riflettere e ragionare. Quanti di noi, con la scusa del " lo faccio per il tuo bene", " è per la tua felicità" o peggio " ti fai una posizione", implacabilmente snaturano la personalità del figlio e della figlia? Egoismo che talora si confonde con un'idea distorta di amore, altre volte - purtroppo- è proprio senso del possesso.
Il figlio è mio e me lo gestisco io. 
Per cui codesto padre pensa sia naturale, sano, giusto, passare sopra all'aggressione subita dalla figlia, a parte voler veder in galera l'aggressore perché hai messo le mani addosso alla mia bambina e come maschio mi incazzo a bestia, per far in modo che lei si diplomi e possa usufruire di una borsa di studio in Inghilterra. Non c'è umanità in un amore che non ha empatia, compassione, pietà, affetto, attenzione, verso l'altro perché sta tentando di vivere la sua vita, e non i nostri sogni frustrati.
C'è una scena che spiega tutto: quando il padre, arrabbiato perché la figlia tenta una piccola ribellione nei suoi confronti, la ricatta con la solita storia del " noi per te abbiamo fatto".  I pessimi genitori lo faranno sempre. In buonafede, la loro, ma non ci giurerei tanto. Il senso di colpa travestito da amore e sacrificio che il povero padre fa per la figliola funziona sempre. Il genitore otterrà il suo scopo, ma la figlia è giusto che si prenoti una bella visita da una psicologa.
Io credo che possa esser umano covare delle ambizioni, in particolare se le abbiamo fallite noi, e sperare che il figlio possa realizzare tutto quello che non abbiamo fatto. Ma una cosa umana non è sempre giusta. A volte è sbagliatissima.

Così Romeo, pur di non sentirsi sconfitto una seconda volta, farà di tutto per permettere alla figlia di passare gli esami di maturità e poter volare nell'amatissima- da lui- Inghilterra.
Il ceto medio-borghese non si smentisce mai: esterofilia, prole come sfogo dei propri desideri, mezzo economico da esibire in società, fuga dalla responsabilità di un matrimonio in crisi, che faccio prima a farmi una giovane amante, confusione assoluta tra rivoluzione- che non c'è stata in Romania, dispiace per liberali e libertari, ma è così- e restaurazione, svendita, omologazione a un sistema politico che regala libertà effimere e costringe le masse ad inventarsi con fatica una vita decente.
Ma tanto a costui cosa frega? Gli altri vivono e crepano in un paese e Nazione di merda, ma lui- sotto le mentite spoglie della figlia- si trastullerà con gli scoiattoli nel parco di Kensigton. L'individualismo più becero, nascosto sotto un'apparenza ragionevole, che magari a qualcuno - tra gli spettatori-  farà pure pietà e compassione, a me no.
Mungiu, da par suo, utilizza il rapporto padre e figlia per parlare del suo paese. Tanto che reputo codesta pellicola, un'opera assolutamente politica. Gli illusi della restaurazione, di quel periodo orribile di sbornie collettive con in sottofondo quella ridicola canzone degli Scorpions, che improvvisamente realizzano di esser stati ingannati, ma incapaci di accettare la verità e le loro responsabilità,  manipolano  le giovani generazioni, attraverso il sogno stanco della civiltà,  della libertà individuale. Ironicamente soffocata nella propria figlia, nel proprio popolo.

Il film se avesse una piccola speranza, sarebbe riposta nella giovane protagonista. Sicuramente incerta, dominata dall'amore sbagliato del padre a dir poco egoista, ma che non accetta la disonestà paterna- per quanto combattuta, ma nemmeno tanto- e cerca di farcela con le sue forze.  Romeo, questo il nome del protagonista, è talmente pieno di sé, nel bene e nel male, che nemmeno si accorge della forza, sicuramente fragile per via della giovane età, ma profonda, della sua figliola.
Questo, a mio avviso, il rimpianto profondo che permane l'intera pellicola.  Opera necessaria perché, come il buon cinema sa fare, parla a noi. Ci porta a riflettere sulle nostre debolezze, se per caso un giorno avessimo dei figlioli,  sull'importanza di seguire senza reprimere i desideri e felicità altrui, su quanto fosse nel giusto Alice Miller quando pubblicava opere come "La persecuzione del bambino", sui tanti sensi di colpa che sadicamente facciamo nascere nei figli, solo per mascherare la nostra inadeguatezza come genitore.
Andrebbe fatto vedere a tante di quelle famiglie!

Sapeva tutta la verità
il vecchio che vendeva carte e numeri,
però tua madre è stata dura da raggiungere,
lo so che senza me non c'era differenza:
saresti comunque nata,
ti avrebbe comunque avuta

Non c'era fiume quando l'amai;
non era propriamente ragazza,
però penso di avere fatto del mio meglio,
così a volte guardo se ti rassomiglio,
lo so, lo so che non è giusto,
però mi serve pure questo

Poi ti diranno che avevi un nonno generale,
e che tuo padre era al contrario
un po' anormale, e allora saprai
che porti il nome di un mio amico,
di uno dei pochi che non mi hanno mai tradito,
perché sei nata il giorno
che a lui moriva un sogno

E i sogni, i sogni,
i sogni vengono dal mare,
per tutti quelli
che han sempre scelto di sbagliare,
perché, perché vincere significa accettare,
se arrivo vuol dire che
a qualcuno può servire,
e questo, lo dovessi mai fare,
tu, questo, non me lo perdonare

E figlia, figlia,
non voglio che tu sia felice,
ma sempre contro,
finchè ti lasciano la voce;

vorranno
la foto col sorriso deficiente,
diranno:
"non ti agitare, che non serve a niente",
e invece tu grida forte,
la vita contro la morte

E figlia, figlia,
figlia sei bella come il sole,
come la terra,
come la rabbia, come il pane,
e so che t'innamorerai senza pensare,
e scusa,
scusa se ci vedremo poco e male:
lontano mi porta il sogno
ho un fiore qui dentro il pugno


Figlia, Roberto Vecchioni

mercoledì 31 agosto 2016

IL CLUB di PABLO LARRAIN

In un paese del Cile, La Boca, c'è una casa nella quale abitano quattro uomini e una donna. Hanno un bellissimo levriero: Fulmine, campione di corse di cani.Sembrano una famiglia. Gente normale che vivono in u posto non proprio bellissimo, ma con il mare- Il che è molto.
Una mattina arriva una macchina. Ci sono due preti. Uno, padre Matias, quanto pare deve fermarsi lì. Veniamo a scoprire così che questi sono dei preti, assistiti da una "sorella", potremmo pensare che la casa sia un luogo di ritiro. Certo, ma che tipo di ritiro?
Poco dopo, all'entrata della casa, si presenta un uomo. Visibilmente scosso, descrive nei minimi particolari l'abuso sessuale ad opera di un religioso.
I preti presenti spingono padre Matias a parlarci e...



Il tema dell'abuso sui minori da parte dei religiosi non è nuovo, e potrebbe aprire a facili e strumentali polemiche.  Nei tempi avvelenati dai commenti e opinioni da social network e da un certo laicismo spiccio e facilone, non è mai una buona cosa. Le cause di progresso meritano sempre una certa lucidità, tatto, non slogan urlati. O tifoseria grossolana.
Per cui il rischio di un film chiassoso  e fin troppo acceso nella vis polemica, c'erano. Ma è una pellicola di un grandissimo e straordinario regista: Pablo Larrain. Quanto conta un regista, lo vedi proprio in opere simili.  Dove è richiesta partecipazione, e sguardo che sappia anche simulare un certo distacco, visto che la materia è già tesa e pesante di suo.
Il club non è solo una pellicola meravigliosa, dolente, difficile da sostenere, su un tema singolo del perché alcuni uomini di chiesa perdano dignità, umanità, di fronte ai piccoli. Non è Spotlight, qui si indaga la disperazione di uomini deboli, che indossavano un abito talare, di fronte alla vita. Ognuno di loro ha le sue colpe ben precise. Chi vendeva bambini nati da ragazzine povere a coppie ricche che non potevano avere figli, cappellani militari a conoscenza di terrificanti segreti, preti che hanno scoperto la possibilità di innamorarsi di un uomo, o che sono da talmente tanto tempo chiusi lì dentro, tanto da non saper più di cosa siano accusati.
Si salva l'istituzione nascondendo la polvere sotto il tappeto. A seguirli, con il compito preciso di chiudere quelle case, con tutto quello che potrebbe succedere, arriva un gesuita. Psicologo e padre spirituale di questi uomini perduti. Fuori, la vittima delle attenzioni di padre Mattias, cerca un inserimento nella società, ma il dolore ha trasformato la sua vita in follia pura, la sua voglia di contatto con i preti fa precipitare le cose.
Un colpevole, smette di esser uomo? Perde la sua umanità e diventa un mostro, no? Chi potrebbe vedere in una persona, per di più un prete, cioè una persona che ha deciso di dedicare la vita al sacro, al giusto, alla perfezione della parola di dio, un mostro? Che peso si porta con sé un uomo o una donna che decidono di dedicarsi alla vita dedicata al servire? Una fede, una chiesa, una parrocchia.  Vivere in castità è possibile? Oppure questa scatena un meccanismo perverso, che esattamente come i carcerati, si trasforma in attenzioni sessuali verso altri preti, fino ad arrivare ai bambini?
Un mostro, per quanto bieco e deprecabile, perde del tutto e per sempre, la sua appartenenza al genere umano? O in lui la tenerezza, la voglia di star con gli altri, rimane e lo fa soffrire il doppio? E quanto soffrono le loro vittime? Possono o meglio, devono, convivere insieme. Però isolati dagli altri.
Protetti, e dispersi, chiusi in una casa-prigione.
Non è un film che va vissuto, perché il cinema non si guarda o si vede solo, non è solo una bella inquadratura, ma si vive, respira, è a volte fonte di gioia, e talora di immenso dolore, insomma: non è film che , penso, vada vissuto con leggerezza e distacco. Impossibile farlo. Perché veniamo sommersi e affoghiamo in un oceano tempestoso e mosso, carico di colpe, dolore, sofferenza, isolamento, esclusione. Schiacciati dalla colpa le persone cercano giustificazioni. Il confine tra bene e male, giusto e sbagliato, che deve essere sempre limpido, cristallino, chiaro, perde di ogni significato. Per loro, ma noi dovremmo essere il gesuita e guardarli con distacco e un filo di disprezzo codesti uomini che hanno perso la sacra direzione nella gioia della vita, e quindi anche nella parola di Cristo, essendo dei preti. Eppure, fino alla scena dei cani, rimani sospeso tra la condanna che deve esserci e un certo tormento sul fatto che codeste persone sono uomini che soffrono delle loro malattie. Forse più che preghiere, e case dove nascondersi, meriterebbero psichiatri e terapie di psicanalisi.Vittime di menti deviate, deboli. Incapaci di assumersi la responsabilità morale del loro compito.
Eppure per tutto il film, non puoi aver troppa pietà per loro. Ma non solo, come nell'opera - l'unica fino ad ora- da me visionata di codesto eccezionale regista, Tony Manero, la colpa, la violenza, la follia, colpisce non solo i protagonisti, ma tutto l'ambiente, anche quello fuori, che dovrebbe esser sano, ma non lo è. Non sono forse prigionieri anche gli abitanti? Non sono forse privi di ogni gioia anche loro?
Opera cupa, radicale, pessimista, seppur con un finale da decifrare, comprendere fino in fondo. Film necessario e fondamentale, che ci spinge a riflettere su come  sia inutile nascondersi, cercare riparo, le colpe che abbiamo commesso ci seguiranno e ci perseguiteranno fino a quando non saremo in grado di conviverci, accettare il male fatto, viverlo ogni giorno senza giustificarlo o allontanarlo, e forse allora si potrà parlare di redenzione.
Forse.

domenica 28 agosto 2016

IL CLAN di PABLO TRAPERO

La dittatura è nemica dell'umanità, invece la democrazia è la sua unica salvezza, l'amica di ogni essere vivente. Tutti vogliono vivere in un paese democratico. Non ti pare giusto? Anzi nobile e quasi commovente. Niente soldati per le strade, polizia che ti prende nel cuore della notte, ma in Argentina pure nel bel mezzo della giornata. Torni a casa e non ti manca nessun figliolo e nemmeno il marito, ecco la democrazia è tornare a casa ed esser pur felici di ritrovare tuo marito, tua moglie, va esageriamo:  pure tua suocera. E puoi scrivere insulti di tutti i tipi su magistrati, esercito, politici, chiesa, cazzo che bello esser democratici. La stampa è libera di informare, anche attraverso le telefonate fatte dalle vittime dei terremoti, qualche attimo prima di morire. Cazzo come è bella questa libertà di informare, anzi tutti- ma proprio tutti- dobbiamo, altro che possiamo, dobbiamo, esprimere noi stessi.
Insomma come capirai è troppo bella la democrazia, per questo la esportiamo con l'esercito e le missioni di pace, oppure con rivoluzioni colorate, terroristi che si fingono bravi ribelli. Perché, e te lo voglio far ricordare bene: " meglio una pessima democrazia, che un'ottima dittatura"
Perché la dittatura è corpo estraneo che non ci appartiene, non è "umana", vedi che i dittatori sono rettiliani, poiché ogni uomo aspira ad essere libero.
Libero.

Io, invece, sono alquanto sicuro che non sia proprio così.


La dittatura non finisce con la liberazione, con un cambio avvertito e considerato come radicale, non avviene che un giorno ci sono persone che scompaiono e poi improvvisamente sei libero di fare quello che vuoi,  la democrazia non sarà mai qualcosa che riguarda il popolo, ma semmai l'economia, una classe ormai tranquillizzata di aver ben saldo potere economico, sociale, politico, può chiedere ai suoi cani di farsi da parte. Poi ci mettiamo d'accordo. Qualcuno dovrà pagare, ad altri si garantisce un minimo e anche un massimo di sicurezza.
La caduta del fascismo, non ha portato alla fine del fascismo. Tanto che oggi accettiamo che simile feccia sia in mezzo a noi, casa pound e forza nuova, o i discorsi degli italiani al bar.  Non ci sono condizioni politiche ed economiche perché si rifaccia uso di codesti esseri, tanto il capitale ha vinto e l'avversario è diviso, ridotto a gente che beve qualsiasi cazzata complottara, che sogna di esser rivoluzionaria, ma sta ferma in un angolo della stanza piena di bandiere e guuuulag, come gli altri ti urlano : ruuuuspaaa! Non c'è nessun pericolo per affari,  quindi la democrazia, che poi è il capitalismo e niente altro, può far il suo lavoro di prestigiatore: libertà individuali, ma ti portiamo via quelle sociali. Tanto importa sega a ciascuno di noi.
Detto questo: forse è vero che una pessima democrazia vada bene. Non mi sequestrano, torturano, ho abbastanza "merce nei polmoni", per vivacchiare infelice e contento.
Ma torniamo alla dittatura, dopo la dittatura. Prima di tutto: come è possibile che tanti- o comunque un gruppo di persone- si faccia abbindolare da generali dementi e tizi con baaffi ridicoli? ( Parlo dell'imbianchino austriaco).  Fascino del leader? Desiderio di ordine e disciplina? Negazione del sé di fronte allo stato, all'autorità? Certo, ma da dove nasce questa cosa? Ecco, io vedendo questo bellissimo film argentino, pensavo: " Ha ragione Alice Miller" la persecuzione del bambino, soffocare attraverso rigide repressioni spacciate e ritenute educative, distrugge il bimbo gioioso e "autonomo" rendendolo un bravissimo bambino che obbedisce al papà e alla mamma. La teoria della psicoterapeuta tedesca è molto più profonda, ma parte da qui.
Questo ti spiega perché un figliolo debba dar retta a un padre criminale, non solo lui, ma tutta la famiglia.
Perché la dittatura rispecchia la famiglia. Ci sentiamo più sicuri con essa che in una democrazia pronta a farci magnifici regali, ma che è immagine e somiglianza di un potere economico estraneo, di una classe portata a salvarsi sempre, peggio della chiesa, in quanto nemmeno ci promette paradisi o " pulizia"
Moltissime persone con un'infanzia di abbandoni, violenze più o meno pesanti, costrizioni, annullamento di sé, non possono che ritrovarsi in un sistema dittatoriale e tirannico, in più la debolezza delle forze democratiche fa il suo. Il governo Facta, ha aperto al fascismo impedendo di recidere questa erbaccia cattiva dal sano sistema liberale, d'altronde i liberali di destra avevano bisogno di qualcuno che difendesse le loro ricchezze e possedimenti. Poi si fa sempre in tempo a sostenere una parte democratica.

Pablo Trapero ci fa respirare questa atmosfera avvelenata, questa resurrezione della dittatura in questa pellicola, che comincia nel periodo finale delle repressione fascista e si conclude con l'arrivo della democrazia.
La famiglia Puccio sembra una famiglia felice e normale. Sono più o meno benestanti, a tavola chiacchierano tranquillamente, hanno un figlio Alex, che è campione di rugby. Insomma una famiglia come tante. Solo che il padre è un uomo del regime. E come tale continua a vivere sia la fine della dittatura che l'arrivo del nuovo governo, perché non si diventa democratici. Non è una cosa che ti accade, come una chiamata divina, non è una cosa che impari, tipo vai a lezione di democrazia. Le persone coinvolte a tutti i livelli, e per anni, in un sistema repressivo ci stanno perché si sentono libere, perché da bravi figlioli eseguono il volere del padre. Dopotutto spesso i dittatori ci vengono presentati come "padre della nazione". Codeste persone si sentono orfane, e come tali vivono nel ricordo del padre e cercheranno, laddove possibile, di mantenere un certo contatto con quella che era la loro vita. Lo ripeto: la loro vita. La democrazia a queste persone porta la perdita di un famigliare, di una famiglia, della loro identità e posto nella società. In più il sistema democratico ne manterrà molti nel loro nuovo mondo, alcuni si adattano, non perché hanno compreso il loro errore, non per pentimento, ma per necessità e perché "obbediscono agli ordini"

E la famiglia Puccio che fa? Sequestra persone.  Gente ricca, che conoscono grazie al loro inserimento nel sistema, grazie al figlio campione sportivo, o a qualche zelante cittadino che ha un conto in sospeso con qualche ricco o benestante che sia.
Il sequestrato viene tenuto in casa Puccio e questi ci vivono più o meno tranquillamente. Chi all'oscuro, come la figlia minore, chi accettando in silenzio come la madre e l'altra figlia, chi non riuscendo a ribellarsi, come Alex, chi scappando lontano, ma poi tornando a casa e ad obbedire al padre, solo un figliolo riesce a spezzare le catene e a non tornare.
Verrà visto come l'ingrato. Ecco, pensateci bene. Quante volte come genitori, quando vogliamo qualcosa dai figli tiriamo in ballo: "quello che faccio per te, se non ci fossi io," e menate simili. Una cosa normale e naturale, che nella figliola o figliolo porta sensi di colpa profondi e quindi a non disturbare, ad accettare ogni cosa dai genitori, che non si sentiranno mai e poi mai in colpa, se funzioni male è colpa tua e non nostra La maggior parte delle famiglie funziona così
Vuoi che la famiglia Puccio sia diversa? No. La famiglia è il regime seduto intorno a un tavolo e con la tv accesa. Per questo la democrazia non spezza la dittatura, ne prende il posto economicamente e in certe politiche, ma non la distrugge perché il sistema repressivo entra nel nostro profondo, nel vissuto e nella formazione del bimbo. Il sostegno è totale e libero.
Per questo Puccio continuerà nei suoi sequestri e a comportarsi come sempre ha fatto. Non capendo come mai il Commodoro non voglia parlarci, ma avendo da lui un avvertimento sul fatto di fermarsi per un po'.
Ammettiamolo, o almeno lo ammetto io: sono stato ammaliato dall'interpretazione di Guillermo Francella, la possanza del male, ma quello quotidiano, lo zelo da bravo lavoratore, il potere di prendere delle persone, di vita o di morte. Poi arriva il disgusto e la paura di esser cattivi e quindi lo allontaniamo, ma ha un suo perverso e pericoloso fascino il personaggio del capo famiglia. Fa paura, lo odi, gli vorresti rendere raddoppiandole , ogni sofferenza che ha causato, eppure è un personaggio che ti cattura, e ti rimane addosso per tanto.
Tanto è cristallina la sua naturale perfidia quanto vorresti distruggerla per la pace, la democrazia, la giustizia, ma usando i suoi di metodi. Perché sai come è finita. Non tanto o solo per la famiglia Puccio, ma anche per altri casi. Un processo, un po' di indignazione, un po' di galera e poi a casa. Come se uno potesse cambiare, e non parlo di delinquenti comuni che potrebbero redimersi, ma di uomini che sono la dittatura, non vittima di essa. Il torturatore così può abitare libero e felice a pochi passi di una famiglia a cui magari ha ucciso e torturato un figlio o un fratello. D'altronde la democrazia è un sistema complesso e complicato, che garantisce una vita libera più o meno a tutti, sicché è comprensibile anche questa cosa.
Per quanto riguarda i Puccio , che fine hanno fatto? Vi lascio leggere le didascalie alla fine. In alcuni casi è da non crederci
Il problema politico è: dar inizio a una mattanza al contrario lasciando il paese in balìa di violenze e repressioni per altri anni, o cercare un compromesso anche al ribasso, ma evitare una guerra civile? Pensateci.
Nel frattempo andate a veder questo ottimo film

sabato 27 agosto 2016

L'EFFETO ACQUATICO di SOLVEIG ANSPACH

A volte capita di bistrattare alcuni generi cinematografici, in una visione per me un po' reazionaria del mezzo cinematografico di genere. Più facile trovare siti, blog, appassionati che con coscienza e serietà portano avanti un discorso di riflessione sul genere horror- genere che peraltro mi piace assai- piuttosto che trovare riflessioni interessanti e profonde sulla commedia sentimentale. Non tanto la commedia come genere,  ci sono tanti studi sui vari autori, ma proprio quella sentimentale.  Di solito codesti films vengono considerati robette sdolcinate, smielate, zuccherose e buoniste. In poche parole: imbarazzanti.

Imbarazzo, ecco per me questa è la parola chiave.Nonostante possano fare anche ottimi incassi, e se ne producano un bel po' per questo motivo, non si trova- o mi è sfuggito perché poco pubblicizzato- uno studio attento sul cinema dell'amore.  Contraddizione di un tempo dove alcuni arrivano a dire che siamo troppo emotivi, ma evidentemente si riferisce a tempi passati, in quanto questa nostra società si basa prettamente sull'uso e getta di sentimenti sempre più precari, di un fastidioso ego cinico che tenta di sfruttare anti retorica e irriverenza su ogni discorso e fatto per aver due minuti di riconoscibilità dagli altri. Certamente, al cinema trionfano le commedie forse più banali, ma è il modo che si pensa e vive l'amore oggi, poi come bambini ci si stupisce che babbo natale non esiste, solo che esso, l'amore, non è un eterno regalo,ma la costruzione quotidiana di conoscere l'altro che è diverso da noi.Ok, ma questo è un altro discorso.
Rimane il fatto che, al di là degli incassi, il cinema dell'amore è poco approfondito e vissuto come una parentesi un po' sciocca e leggera, aspettando pellicole di altro genere e spessore.





Prendiamo questa deliziosa pellicola : L'effetto acquatico. Un piccolo e delizioso film che narra dell'amore tra un'istruttrice di nuoto e un gruista- di origine nordafricana, si pensa- che inizia in Francia e continua per tutta la durata in Islanda.
C'è il classico schema , quasi sempre presente nelle pellicole americane, nelle screwball comedy in particolare, di un rapporto che nasce da uno scontro, lui finge di non saper nuotare per poter conoscere lei, fino al trionfo dell'amore.
In mezzo un discorso sempre necessario e fondamentale su come nonostante tutte le difese che si possano prendere, l'amore o il destino potranno anche scompigliare i nostri piani. Agathe, fa di tutto per isolarsi, rimanere distaccata dai turbamenti che l'incontro con l'altro ci pone. Molti vivono cossì, no? Mascherando la sofferenza della solitudine, nell'abitudine, in regole precise, mettendo tanta forza nel negare la Bellezza della vita, dell'amore che ci cambia, ci rinnova, ci fa tremare il sangue nelle vene. Samir al contrario, in modo goffo, impacciato, continuamente stralunato, pur usando una menzogna iniziale per conoscere lei, cosa che molti fanno in amore, costruire un personaggio per andar incontro al desiderio dell'amata o amato e della sua figura di partner ideale,  cerca di uscire dalla sua solitudine,  il suo esser fuori da una vita ricca di emozioni e avvenimenti. La parte buffa del film è interamente gestita da lui. E si ride molto.  A un certo punto l'amnesia dell'uomo, porterà i due ad avvicinarsi. Non vi dico molto, perché è un film davvero molto carino e mi piacerebbe che andaste a vederlo.
Buffo, tenero, romantico, lieve e a suo modo profondo, con un ottimo cast di attori. Per non parlare degli scenari magnifici dell'Islanda.

Il film è , purtroppo, l'ultima opera della regista di origine islandese , morta il 7 agosto 2015 per una malattia. Film postumo, in un certo senso, testamento cinematografico  che mi ha lasciato anche la voglia di approfondire meglio il suo cinema.  Le sue tematiche. Io sono convinto che la tenerezza al cinema abbia lo stesso peso e debba aver la stessa seria considerazione del cinema della morte, sofferenza, dolore, spesso spettacolarizzati per renderci sempre più spettatori delle tragedie e vite altrui, rispetto che spettatori soccorrevoli, partecipi, in grado di vivere l'emozione e il dolore senza alibi di sorta.