venerdì 17 novembre 2017

DOWNTON ABBEY

Risulta pressoché impossibile scrivere un "articolo" per un blog di cinema,  dedicato a una serie tv così piena di personaggi e fatti.
Tanto che già una volta riposi nel cassetto delle cose che dovevo fare o dire, ed invece ho abbandonato all'oblio,  l'idea di scrivere su di essa
Rivedere dal principio tutta la serie, mi ha dato la forza per riprendere in mano il progetto. Dopotutto questo è il blog di un appassionato spettatore di cinema, non di un raffinatissimo studioso, per cui possiamo procedere senza l'ansia accademica di dover scrivere cose profonde, intelligenti, documentate al 100%.
Sì, come sempre ha trionfato il mio motto: Caa me ne fotte (in realtà ripreso da Ciro dei The Jackel)

Downton Abbey basa gran parte del suo interesse nella costruzione della storia. Il lavoro di scrittura è molto forte e preciso sia sper quanto riguarda le  ambientazioni storiche e sociali del periodo in cui è ambientato, sia nell'evoluzione dei personaggi lungo tutte le stagioni. Non mancano nemmeno sapienti colpi di scena, in particolare nella terza stagione, dove scompaiono due personaggi fondamentali.  Proprio come nella vita vera c'è un continuo via e vai di uomini e donne, ma ognuna, anche se appare per pochi episodi e solo in una stagione, pensiamo ad esempio al signor Lang , valletto che sostituisce per poco lo storico aiutante del conte, parlo di quel bellissimo personaggio che è Bates, rimane impresso per bene nella nostra memoria.
Lang, ad esempio è il simbolo degli orrori della guerra, dei traumi, non possiamo che provar pena per lui, proprio mentre si celebra il glorioso sacrificio di una generazione di giovani e proletari.
Perché l'astuzia e furbizia in sede di sceneggiatura sta proprio  nel miscelare bene la Storia, colla fiaba malinconica e romantica di una famiglia di nobili dello Yorkshire, che si ritrovano a vivere un passaggio storico, il quale prevede grandi cambiamenti per la classe aristocratica, mentre - purtroppo- si fa largo quella dei borghesi. Che sciagura! Vero Cugina Violet ?
Artefice del successo di questa serie, per me sono due elementi essenziali per ogni film, serie, rappresentazione teatrale: "sceneggiatura" e cast.
Concentrandoci sul primo elemento, quello dello script, dobbiamo rendere onore al creatore della serie:  Julian Fellowes.
Attore, scrittore, sceneggiatore, premio Oscar nel 2002 per la sceneggiatura di quel capolavoro che è  Gosford Park,  si è occupato anche di scrivere per il cinema opere come  Il falò delle vanità, Young Victoria, la serie di Downton Abbey e del Titanic, facciamo finta che The Tourist l'abbia firmato il suo maldestro cugino, attualmente al cinema vi è un'altra sua opera: Mistero a Croocked House.
Nato a Il Cairo,  il 17 agosto 1949, ha natali nobili, essendo Barone Fellowes di West Stafford.
Questo titolo gli è servito per trovare la dimora adatta dove ambientare la serie, visto che è amico di lunga data della famiglia proprietaria.
Inizialmente costui era stato contattato per portare sul piccolo schermo il suo celebre romanzo: Snob,  opera in cui si diverte a svelare e prender in giro i rituali della nobiltà, o di quello che rimane, durante il periodo che va dalla Thatcher a Blair, almeno questo mi è parso di comprendere, cercando notizie in giro.
Poi si è deciso di far altro: una nuova storia che prenda in considerazione il periodo che va dal naufragio del Titanic fino a metà anni 20.
Diciamo che ha avuto una buona idea!
La serie infatti si apre colla notizia del tragico naufragio del Titanic, a bordo del quale vi era il promesso marito della prima figlia del conte Robert e di sua moglie, la ricca americana Cora, l'accomodante e sempre serena : Mary ( scherzo ovviamente).
Tutta la serie si basa su questo cercare marito, poi lo trovi, poi lo perdi, poi arrivano degli spasimanti per allungare il brodo, poi toh va sposati questo e abbiamo finito. A mio avviso, per quanto basilare e fondamentale per la serie stessa, tutta questa parte non è molto interessante.
Le parti interessanti sono i dialoghi, i personaggi, mischiare elementi di romanzo popolare, le disavventure dei miei amatissimi Anna e Mr Bates colla prigionia di lui, la violenza che a un certo punto subisce lei, e il trionfo dell'amore, echi di nostalgica narrazione vittoriana,  e una visione politica ben precisa: mantenere equilibrio tra tradizione e progresso, accettazione di certi diritti individuali, le figlie sono portate a confrontarsi colla società, ma la più piccola, la nostra amatissima Sybil, unica ad avere un'idea forte di adesione allo sviluppo sociale del popolo, tanto da aiutare una cameriera a diventare segretaria e sposare l'autista socialista e irlandese, Tom, andando contro alla famiglia, pagherà colla vita. Mentre le altre due vivranno grandi drammi, rimanendo a metà strada tra mondo moderno, occuparsi dell'amministrazione della terra o dirigere una rivista femminile, e appartenenza all'aristocrazia. Forse dalla quarta stagione in avanti vi è un tentativo rafforzato di mostrare i benefici della borghesia coi suoi diritti civili un tanto al chilo, e persino una piccola incursione nel mondo jazz, che mi par davvero messa lì un po' a caso
Non dimentichiamoci che parliamo di una serie assolutamente Liberal-Conservatrice, lo si nota nell'evoluzione del personaggio di Tom, autista di idee socialiste, ma queste idee rimangono espresse più a parole che manifestate realmente, o della lunga presenza dei "poveri rifugiati russi" cioè quelle mer..quelle persone, nobili parassitari che avevano sostenuto le truppe zariste e le potenze nemiche durante la guerra civile dopo la Rivoluzione.
Da questo punto di vista è un frullato dove ci capita dentro di tutto e di più.
Sbagliamo, però, se la giudichiamo da un punto di vista storico e politico.
E qui dobbiamo ripetere quanto detto all'inizio

Dwonton Abbey è una fiaba che narra la fine di un'epoca, avendo cura di evidenziare le storie, ora tragiche ora buffe, ora commoventi, dei suoi personahggi


Che siano simbolici come i nostri amati, da me e mia moglie, Anna e Bates, i quali per tutta la serie dovranno vedersela colla cattiveria del fetente Thomas, e con svariate disavventure, molto pesanti. Però la loro forza, unione, serve, per un messaggio preciso e forte: l'amore può e deve superare le difficoltà della vita, Anna non è "troppo buona", ma è una donna forte anche senza manifestarlo attraverso le classiche cretinate borghesi, perché si fa forza grazie all'amore che prova per il suo uomo e viceversa, perché la stessa cosa vale anche per lui. Ci ricordano che pur essendo dei "servi", sono persone in carne ed ossa, ma anche personaggi che riprendono le regole dei romanzi più popolari e di consumo.
Il filo conduttore della bontà che viene premiata, è evidente sopratutto nella descrizione della classe lavoratrice al servizio dei nobili. Basti pensare a un altro personaggio cristallino, limpido, vittima anche lui di circostanze non proprio favorevoli, ma che alla fine riuscirà a conquistare un posto degno di nota: parlo di Mosley


Da valletto/ maggiordomo del futuro erede di casa  Crawley , a disoccupato dopo la morte del suo padrone, fino a una lenta risalita, che lo vedrà alla fine realizzare il suo sogno.
Costui è un po' l'anima buffa della serie, si ubriaca durante un ricevimento dandosi a sfrenate danze, si tinge malamente i capelli di nero, un uomo buono nel senso più alto e nobile del termine.

Funzionale al discorso tanto caro al creatore di Downton Abbey: puoi essere un servitore, ma se ti impegni potrai dar una svolta alla tua vita. Un discorso morale e paternalista, tanto caro ai liberali e estremizzato dagli americani, ben presente durante tutte le stagioni. Ma non dimentichiamo, mette nero su bianco le righe scritte in piccolissimo nel contratto, che tutto quello ottenuto, è si frutto del vostro impegno, ma è voluto e accettato dal buon Conte Robert e famiglia. Per cui bravi proletari, ma ringraziate sopratutto i padroni che ve lo consentono
Questo elemento è chiaramente indulgente e frutto di fantasia, la vita dei domestici non è esattamente quella vista in questa, peraltro, bellissima serie.

Perché essendo romanzo, fiaba, quasi - cito l'amico  Fausto di Cinefatti- una soap opera, visto gli intrighi di cuore di Mary e di Edith, colle disavventure segnate dalla morte degli amati, figli da nascondere per evitare lo scandalo, e  tutte quelle cose che servono per un racconto di massa; questa magnifica serie punta a commuovere, far partecipare emotivamente, lo spettatore.
La morte di alcuni personaggi che abbiamo tanto amato, riesplode ogni volta che ci capita di rivederle, anche se sappiamo benissimo cosa accadrà. Eppure è un durissimo colpo.
L'emozione per personaggi come Anna, Mosley, o Daisy, che sfidano la sorte per costruirsi una vita, così ben definiti da ritenerli quasi dei parenti o amici.

Sopratutto Downton Abbey, è un fiume in piena che trascina con sé la storia, la letteratura alta e bassa, la bellezza dei vestiti e quindi l'omaggio all'eleganza, la nostalgia di un tempo forse mai davvero esistito.
Downton sono le maniere e manie dell'indimenticabile maggiordomo  Carson, uomo dal passato di guitto teatrale, che dopo una delusione sentimentale decide di irrigidirsi nel ruolo impeccabile del maggiordomo.
Fino a una svolta sentimentale e un'uscita di scena che celebra, nell'ultima puntata, la fine totale di un mondo e l'inizio di un altro, peraltro nelle mani di un personaggio che detesto ma che evidentemente andava premiato!
Sono tantissimi i personaggi, le cose da scrivere e dire su questa magnifica serie. Davvero troppe. Potreste aggiungere voi qualcosa nei commenti, ne sarei felice, davvero!
Rimane il fatto che una serie di questo tipo segna il netto miglioramento avvenuto in questi ultimi tempi, per quanto riguarda il mondo delle serie televisive. Le quali, mi par banale scriverlo ma io sono banale per cui lo scrivo, non saranno mai il Cinema, o la nuova strada di esso, però hanno fatto un enorme balzo in avanti sotto tutti i punti di vista e questo va premiato!

Detto questo salutiamo i padroni di casa il fantastico conte Robert e consorte, Cora.
E torniamo alle nostre vite precarie, piccolo borghesi, ma ricche d'amore e travagli, come quelle dei personaggi di questa serie

Un saluto in particolare alla bellissima Iside <3 p="">

mercoledì 15 novembre 2017

Il cinema che lavora: film e fabbrica

Di seguito condivido l'articolo che scrissi per la rivista online Il Becco. L'argomento affrontato è come il cinema abbia/ sia riuscito a rappresentare la classe operaia nel tempo. Quale e quanto interesse per i cambiamenti, spesso in negativo, che hanno subito i lavoratori.

Vi auguro buona lettura e vi consiglio di seguire la rivista www.ilbecco.it


Il cinema nasce come intrattenimento popolare. Uno spettacolo buono per bambini, plebaglia varia e buon ultime le donne. Oramai tutti sono a conoscenza della storia, secondo la quale, persino il padre dei fratelli Lumière non credesse affatto nella longevità della creazione ad opera dei suoi due figlioli. Questa storia però si è subito scontrata colla voglia di “narrare” storie per il pubblico, diventando di fatto la grande industria di sogni, illusioni, fantasia al potere, che ogni cinefilo o spettatore indisciplinato ama tanto.


Il legame che lo unisce alla letteratura è molto semplice e diretto: avendo bisogno di tante storie, si preferiva prenderle dai libri e adattarli al nuovo linguaggio, legato in modo particolare all’immagine e alla visione. Per cui esso nasce come mezzo di intrattenimento, una forma nuova di spettacolo da fiera. Nondimeno, il mezzo è talmente affascinante e ricco di possibilità che non mancherà molto per far in modo che alcuni pionieri decidano di sfruttare il cinema per parlare anche di altro e andare un po’ oltre. In particolare gli anni dal 10 al 20 sono per me molto fecondi, in questo periodo ci sono alcune opere sovietiche di grande impatto visivo e istruttive dal punto di vista politico Questo nuovo cinema di propaganda politica e analisi dei conflitti economici e sociali, mostra a tutti come far film sia anche un discorso di divulgazione del pensiero critico, di analisi della società, di fiera appartenenza a un’idea. Per cui nei film di Boris Barnet o altri grandi autori sovietici è il Popolo ad entrare in scena, a prender drammaticamente la “parola”, prima attraverso le didascalie poi col sonoro a piena voce. Per cui il cinema ha da sempre avuto questa doppia faccia: un grande spettacolo che nasce come prodotto all’interno di una forte industria e come mezzo di propaganda politica, analisi delle contraddizioni, difficoltà, conflitti nella società. Io penso che non sia una divisione vera e propria: leggi del mercato, linguaggio e grammatica cinematografica, possono anche esser le stesse, in alcuni casi; cambia la risposta alla domanda: “Cosa è il cinema?”. Domanda, che più passano gli anni, più mi viene difficile dar una risposta netta e precisa.
Ora: se un certo cinema comincia già, seppur in modo approssimativo e legato a una visione sottoposta al furore, giusto e nobile, dell’ideologia, a metter in scena il popolo, ci dovremmo chiedere: “Cosa contraddistingue una donna del proletariato, rispetto alle romantiche eroine dei romanzi rosa? Cosa un uomo del popolo da un cavaliere senza macchia e paura?” La risposta è semplice: il lavoro. Mentre nel cinema d’intrattenimento popolare esso è solo un elemento in più che arricchisce la personalità del personaggio, nel cinema popolar-politico esso è il personaggio in modo diretto e prepotente. Perché il lavoro, la fatica, l’alienazione in un tempio della produzione, profitto, a discapito della vita che marcisce in quelle mura, unisce gli spettatori dei ceti meno abbienti. Si vedono sullo schermo, comprendono le dinamiche alla base del loro esser sfruttati, cosa che magari non potrebbe accadere se dovessimo inseguirli brandendo una copia de Il Capitale, di Marx. Non è questa la sede per parlare in modo più approfondito della presenza operaia nel mondo della celluloide, cosa che mi riprometto di approfondire meglio in altri articoli. Qui mi preme, e sicuramente questo spunto verrà ampliato e aggiustato col passar del tempo, della sua presenza- quella del lavoratore salariato rinchiuso in una fabbrica- nel cinema italiano. Cioè cosa abbiamo capito del lavoro a cottimo o alla catena montaggio, grazie a quello che abbiamo potuto veder al cinema? Si può descrivere la vita vera di un operaio, al di là di un documentario ma usando proprio il mezzo cinematografico? Per cui anche la finzione scenica?
La risposta è : “Sì”. Il cinema può far e rappresentare tutto. Anche quando è documentario, in realtà segue una sua “finzione” che è l’idea alla base del progetto. Inoltre, pregio di non poco conto, i film formulano interessanti analisi sociali, che spesso sfuggono nell’eterno presente, nel “localismo” del qui e ora di molte sacrosante rivendicazioni. Per questo sfioreremo, lasciando spazio alla vostra curiosità di spettatori indisciplinati, alcuni film e l’impatto che si può ipotizzare sulla società e viceversa.
Certo l’operaio comparve come protagonista assoluto in quel capolavoro che è Ladri di Biciclette. Il paese distrutto e da ricostruire, la solitudine del lavoratore, il lavoro precario nel senso che le fabbriche sono da ricostruire, deve ricominciare tutto. Anni dopo sarebbe scoppiata la più grande e discussa Contestazione contro il potere economico-politico in mano alla Dc e ai capitalisti italiani. Da noi il padrone, spesso è una sorta di padre-padrone: durissimo, arrogante, prepotente, e in taluni casi ruffiano dei suoi sottoposti, che almeno in quel modo non si iscrivono al sindacato. Nondimeno dopo un decennio e passa di sconfitte e immobilismo, cogli anni Sessanta e un certo relativo benessere, anche la classe operaia, ormai urbanizzata e cittadina quasi del tutto, alza la voce e la testa. Trascinata dai giovani studenti, spesso figli ribelli di una borghesia incapace di comprendere i cambiamenti, come accade spesso. Sono gli anni dell’Autunno Caldo. Chi meglio di Leonardo “ Lulù” Massa, potrebbe rappresentarli?
“La Classe Operaia Va In Paradiso” di Elio Petri è un canto funebre grottesco, allucinato, amarissimo del conflitto portato avanti dalla nostra classe operaia. Non per niente scontentò parte della sinistra e dei militanti extraparlamentari, perché descrive in modo preciso e affilato il rapporto uomo- macchina sia all’interno della produzione che il suo prolungarsi nei rapporti al di fuori della fabbrica. Come se il lavoratore salariato appartenesse sempre al suo posto di lavoro, al suo padrone. Il cognome Massa punta a questo: alla spersonalizzazione, alla disumanizzazione del personaggio, sicuramente “umano, troppo umano”, ma vittima dei meccanismi di produzione, ai quali in un primo momento egli sente anche di appartenere, poiché grazie ad essi, per merito del lavoro a cottimo, ha l’illusione di far parte integrante del Miracolo Italiano. In realtà quel miracolo è costruito da uomini come lui, che prenderanno solo delle briciole concesse dal potere capitalista per tener a freno i sottoposti. Sono il frigo, la tv, la macchina. Il cinema coglie a pieno una parte esistente nel esser un lavoratore appartenente alla classe proletaria: il “machismo” stakanovista che porta lo sfruttato a lodare la sua fatica ripagata con poco, rappresentata da poche battute superbe di un indimenticabile Volontà. Mette in scena anche il conflitto eterno e masochista tra forze di sinistra organizzate e “inserite in una precisa realtà” e le divagazioni massimaliste di chi da fuori intellettualizza, crea tesi e teorie su un mondo che pretende di conoscere bene.
Visto in questa ottica, il film è attuale e moderno ancora oggi. Cambia il peso sociale del lavoratore nelle fabbriche, il suo spazio concreto nella prassi politica delle sinistre e dei tanti partiti e gruppi che in un modo e nell’altro si richiamano al comunismo. Cambia anche la figura del lavoratore, oggi non solo un operaio vive quelle esperienze di assoluta alienazione, di perdita della propria identità, ma tutto questo capita anche in alcuni lavori e mansioni prettamente impiegatizie o di rappresentanza, col peso della provvigione e di contratti farlocchi. Petri in un certo senso domina bene il conflitto reale tra l’indimenticabile Ugo Pirro, vicino ai movimenti, e Volontà più ortodosso e legato al Pci. In questo caso il cinema descrive a livelli altissimi e profondi il mondo del lavoro, la figura di un operaio-simbolo, ma mai astratto o idealizzato, e lo scontro autoreferenziale delle sinistre. Visto che siamo tutti cinefili, queste cose vengono spesso recitate nelle riunioni di partito dalle compagnie amatoriali delle minoranze o delle maggioranze. Per cui questa opera ha un forte impatto non solo per la sua visione del lavoro per nulla romantica e mitizzata, non solo per cogliere debolezze e splendori all’interno di una classe in quel tempo vista come rivoluzionaria a prescindere e fautrice di prossime rivolte, cosa vera perché a quei tempi i padroni temevano davvero una rivoluzione . Per quello con l’aiuto dei fascisti si colpì pesantemente il paese attraverso attentati e omicidi in piazza ad opera della sbirraglia. Il cinema-cinema, come diceva Leone, in questo caso diventa racconto immortale e apocalittico della nostra condizione di proletari, ai quali non rimane che impazzire per cercare una via di fuga, fino a quando fuggire diventerà impossibile.
Forse potremmo veder questo meraviglioso film, come opera troppo sofisticata per un pubblico delle classi meno abbienti, e infatti penso che sia opera di discussione per compagni politicizzati, con coscienza di classe. Per questo motivo credo che l’uscita nelle sale di “Romanzo Popolare”, abbia rappresentato un momento di reale narrazione operaia di assoluta veridicità e realismo ficcante. L’operaio interpretato da Tognazzi, Giulio Blasetti, è meno tormentato, teatrale, allucinato e allucinante del Leonardo Massa di Volontà, anche perché qui non si tratta di una riflessione politica- teorica, ma di rappresentare un pezzo di mondo reale. I luoghi dove vivono, la malinconia e l’orgoglio dell’operaio che vede la ciminiera della “sua fabbrica”, il carattere popolare del personaggio principale e di tutti gli altri protagonisti, il perfetto equilibrio tra commedia e dramma, sono i punti di forza di un film imperdibile e che anche oggi riesce a farci riflettere, non tanto su quel periodo, ma sui rapporti di forza che dalla fabbrica, dal posto di lavoro si spostano in casa. Può un operaio comandato e sfruttato sul posto di lavoro, comportarsi come un padrone con la sua donna? Quanto la classe proletaria è in grado di comprendere dei progressi borghesi in campo di vita sentimentale e sessuale? I conflitti sono solo economici e sociali o anche privati e sentimentali? In un certo senso il film è la storia della celebre poesia di Pasolini, tanto amata dai sinistri liberali di ogni età e varia cretineria, sui poveri poliziotti che pur stando dalla parte sbagliata sono figli del proletariato. Monicelli, col preziosissimo aiuto dei suoi sceneggiatori Age e Scarpelli, aiutati per i dialoghi da Beppe Viola ed Enzo Jannacci, mette in mostra il peso della modernizzazione dei costumi, la precarietà sentimentale, la presa di coscienza della donna, nelle vite di uomini semplici, solidi, che però hanno come campo visivo una vita fatta di cose precise e concrete: lavoro, una donna, il sesso, il gruppo, la partita di calcio. Uomini che possono sembrare moderni, perché imparano a memoria le lezioni di quel tempo, ma che nel concreto in famiglia non sono per nulla libertari. Non è una critica feroce, non c’è voglia di smascherare una moda, un’ipocrisia, è pura rappresentazione cinematografica che ci spinge alla compassione per l’essere umano. Anche in questo caso il cinema mostra le contraddizioni all’interno della classe proletaria, tanto che alcuni di loro prenderanno a manganellate possibili fratelli e amici per difendere la proprietà dei capitalisti, lo smarrimento di uomini semplici di fronte al progresso effimero nei rapporti sessuali e sentimentali. In questo caso si usa temi e toni più malinconici, accentuati dalla splendida fotografia di Luigi Kulvier, e dalle musiche bellissime di Jannacci.; rispetto al capolavoro di Petri, ma anche in questa pellicola vi è una coesione tra società e industria dello spettacolo, che tenta di trasportare su schermo la vita dei suoi spettatori. In quel periodo la figura dell’operaio è centrale e viene analizzata con particolare acume. Poi tutto svanisce colla patetica, ridicola, squallida, marcia di quarantamila borghesi piccoli piccoli, e la sconfitta della classe operaia, fuori i cancelli della Fiat, la paghiamo carissima anche ai giorni nostri. Da quella sconfitta epocale, non capita solo da qualche vecchio e ottuso libertario contento che in quel periodo prese piede l’idea cretina della coppia aperta, poi nascono i tantissimi guai della classe lavoratrice. Diciamolo anche ai compagni che capendo poco o male, son convinti che il problema sia l’esercito di riserva dei migranti.
Il cinema cogli anni 80 vuol lasciarsi alle spalle gli anni di rivolta, terrorismo, rivoluzione armata e scontri furiosi. Vige il comico rassicurante, un po’ sbruffone, un po’ reazionario, con qualche esclusione, qualche comico che si dedica a elementi più intimisti. Prima che la figura dell’operaio rientri con forza e onore nel mondo della celluloide passa molto tempo. Fino al 2003, quando esce nelle sale: Il Posto dell’Anima di Riccardo Milani. Opera figlia dei nostri tempi, certo, con un occhio verso le vicissitudini private, le indecisioni e debolezze dei rapporti sentimentali o famigliari, ma che ha il pregio di portare in scena il conflitto che deve affrontare una classe che ha tentato una rivoluzione e ne è uscita con le ossa rotte. Se il buon Giulio sentiva di appartenere alla fabbrica, e si emozionava davanti alla ciminiera che vedeva dal balcone di casa sua, come se fosse parte effettiva della sua esistenza anche privata, qui si cambia registro. La vecchia guardia e quella nuova. Spesso precaria o che coltiva sogni di gloria personale, già meno Massa, ma pur sempre spersonalizzato. Per cui se i personaggi interpretati da Silvio Orlando e Michele Placido, sono in un certo senso parenti di Leonardo Massa e Giulio Basletti, per via della consapevolezza delle lotte, tanto da andar fino in America e ruggire la loro rabbia contro una multinazionale che chiude posti di lavoro sacrificando vite umane, ci sono elementi invece importanti e di adesione alla realtà nelle figure di Mario e in un certo senso Nina. Il primo è un lavoratore moderno, certo per difender il posto non tralascia di far picchetti e occupazioni, ma - tradito dal mito del “ tutto è possibile se ci credi”, cazzata tipicamente yankee trasportata nel mondo del lavoro moderno, dove tutti siamo potenziali imprenditori di noi stessi, basta buttarsi e aver fede nel mercato- non affezionato a un ruolo sociale e politico preciso, mancando di formazione e storia, per cui si butterà in un’avventura solitaria fino a quando la realtà distruggerà i suoi sogni di gloria. Mario è operaio, ma anche fornaio, ma anche cuoco, ma anche uno che ha idee, che non è legato a nessuno luogo e per questo non ha luogo di memoria e di educazione alla lotta. Mario è tutti noi lavoratori che abbiamo debuttato dopo il Pacchetto Tre, abituati e abbandonati alla flessibilità, mentre i capi si tengono stretti il loro posto. Lavoratori senza lavoro, che non sono capiti dai vecchi, in conflitto ridicolo tra loro, smarriti e costretti a reinventarsi. Vecchi per il mercato, dopo i trentenni, giovanissimi per la pensione, che non avranno mai, visto che par bello crepare sui posti di lavoro a 70 anni. Questo senso di estraneità al mondo classico del lavoro e della classe lavoratrice è ancor più marcato in Nina, la quale non ha direttamente un ruolo in quella fabbrica, ma è appunto una lavoratrice precaria, personaggio che vive di amarezze e tentativi di felicità. In questa opera si porta in scena i risultati dei cambiamenti radicali, voluti dai padroni e dalla caduta del comunismo, che viviamo ancora oggi: tra lavori volontaristici da parte degli studenti - “che almeno fai esperienza”- alla bolgia infernale del settore vendita coi suoi rappresentati di ditte elettriche assolutamente farlocchi e così via. Un timidissimo caso, questo, sommerso da tantissime opere che parlano di architetti, avvocati, creativi di ogni risma, ma opera da conservare per la capacità di cogliere i tempi e metterli in scena.
Nel 2006 un collettivo romano, sotto il nome di Amanda Floor, scuote l’aria un po’ paludata del cinema social paternalista con un film a bassissimo budget, girato tra amici, che ostenta indipendenza e marginalità radicale e militante, avvolto in un bianco e nero "claustrofobico” che denuncia il lavoro nei cantieri e tutte le irregolarità, la prepotenza padronale, il ricatto e la sottomissione dei lavoratori per aver un posto di lavoro. Il film si chiama ironicamente : La Rieducazione. Non tanto di Denis il capo cantiere che non paga i salari, uno dei tanti piccoli caporali della produzione e del profitto, uno di quelli che appunto, non paga, o se lo fa è in nero. Lo sfruttamento viene messo in scena in modo efficace, concreto, senza sbavature. Lo schiavismo moderno è quello mostrato in questa pellicola. Qui i lavoratori sono assolutamente abbandonati a sé stessi, al loro mondo di sottoproletari e di stranieri in terra straniera, sono nelle mani del loro capo e a scoprire questa verità e mondo crudele è Marco. Un giovane disoccupato, uno dei tanti laureati che girano a vuoto, perché non trovano il lavoro adatto a premiarli per anni e anni di studio. Lui è quello che subisce una vera rieducazione , una lezione sul mondo. Cacciato di casa dal padre, costretto a un lavoro massacrante. Eppure il finale non ci svela completamente una sua avvenuta consapevolezza. Ormai i tempi di Lulù e Giulio sono finiti per sempre.
Tanto che nel 2009 esce quel piccolo capolavoro di equilibrio tra commedia e descrizione sociale che è “Tutta la vita davanti” del sempre ottimo Paolo Virzì. La classe operaia esce di scena, ma non l’alienazione del lavoro, l’essere un piccolo ingranaggio in un sistema di sfruttamento e di annientamento della vita sociale del lavoratore. L’operatore di call center, tanto odiato perché ci rompe le scatole colle sue chiamate, è in parte la figura di operaio moderno. Visto la vastità di persone coinvolte, lo stipendio, la spersonalizzazione, il tutto in ambienti moderni, dinamici, famigliari, sorridenti e ottimisti. Marta ha la forza del personaggio-simbolo, come Leonardo Massa, il contesto è diverso, ma il conflitto persona/lavoro è ben presente, pur essendo una commedia. Che amaramente ci spiega come la coscienza di classe sia perduta nelle nuove leve di lavoratrici/ lavoratori, esplicita l’ipocrisia assoluta di un mondo del lavoro gioioso e amichevole, anzi tutto quel essere una famiglia e dar del tu al capo, mostra l’assoluto predominio del padronato sulla vita dei sottoposti. Ancora una volta è la commedia, come ai tempi di Romanzo Popolare, che centra in pieno la crisi del lavoro e della classe lavoratrice.
Per ritornare come si deve all’nterno del mondo operaio classico si deve aspettare un piccolo gioiello di storia, impegno, precisione nella descrizione dei personaggi e delle dinamiche di classe, che risponde al nome de : “7 minuti”. Film tratto da un’opera teatrale e trasportato su grande schermo da Michele Placido, si rifà alla lotta vera e vittoriosa di un gruppo di operaie francesi. In questo caso la pellicola è girata in Italia. Una fabbrica storica viene ceduta dai proprietari a una multinazionale francese, che si prende la responsabilità di non licenziare nessuno, ma in cambio chiede una piccola cosa: 7 minuti in meno di pausa. Dei 15 che fanno. Questa proposta viene discussa dal consiglio di fabbrica e mette in scena la divisione che lacera da anni il mondo operaio. Per molte non è affatto un problema: tanto abbiamo il posto! Altre mettono in evidenza che se lasciano passare questa richiesta, sarà sempre più facile farne altre e più sostanziose. Il padrone vuol valutare la loro forza e cosa si può permettere. Il conflitto è teso e per tutto il tempo si parla di lavoro, poche indicazioni sulla vita privata di queste donne, perché vi è un ritorno alle origini: non sono tanto i personaggi, ma la loro attività lavorativa, il ruolo che ricoprono, che parla per e di loro. I soliti liberali lo hanno criticato parlando di cinema ideologico e quindi fuori dai tempi. Sono gente che per fortuna loro non sanno cosa sia il lavoro salariato e di fabbrica. In realtà “7 minuti” è opera preziosissima. Parla di lavoro e, argomento caldo in questi giorni, di quello che una lavoratrice deve subire quando il padrone decide che anche il suo corpo appartiene a lui. Mette in scena lo scontro tra lavoratori italiani che hanno vissuto le grandi lotte e sanno esser disciplinati nella lotta e stranieri che si sentono sotto ricatto, indeboliti e impauriti. Di nuovo il cinema sceglie di narrare l’esistente, la vita fatta di lavoro, scontri e conflitti col capitale e le contraddizioni della classe operaia.
Non è sicuramente la parte principale su cui si basa da sempre l’industria cinematografica, ma seppur debole e malmesso, l’idea di un cinema popolare, politico, di analisi del reale, non è del tutto scomparsa e ancora oggi- rarissime volte- può aiutarci a comprendere la devoluzione del mondo lavorativo. Non è poco.

lunedì 13 novembre 2017

THE PLACE di PAOLO GENOVESE

Per quanto mi riguarda è bello ricredersi sulle qualità di un regista e del suo cinema.  Perché conferma il fatto che  si possa migliorare, trovare il coraggio per "stupire" il proprio pubblico di riferimento e tentare di avventurarsi in territori diversi.
Rischioso? Assolutamente, per via della pigrizia intellettuale di certo pubblico e anche di molti addetti ai lavori, che siano critici o colleghi con alle spalle un corto girato cogli amici del bar. Per costoro un regista, allargando la questione, un uomo, non può vivere una crescita personale, rimarrà sempre quello che faceva commediole stupide.
Il "classico regista di commedie italiane", un'onta indelebile. Un marchio d'infamia che rimarrà per tutta la vita,  impresso a fuoco sulla carne del regista.
Il problema, però, non è tanto il direttore delle commediole, ma la cecità intellettuale di pubblico, critica e stimati colleghi.
Per questo motivo voglio confessare un cambio di giudizio da parte del sottoscritto, su un regista assai noto per film non proprio riusciti, ma che da un paio di pellicole, ha dimostrato un netto miglioramento, riuscendo a portarmi al cinema e a farmi amare profondamente le sue ultime pellicole, mi riferisco a : Paolo Genovese.

I più attenti avevano notato, già nella precedente opera - quel piccolo e meraviglioso gioiello che risponde al nome de " Perfetti Sconosciuti"- un passo in avanti rispetto alle pellicole precedenti. Niente di troppo definitivo, piuttosto sfumature ben precise sui personaggi e le situazioni. Un film decisamente mainstream, ma che prova a far riflettere il suo pubblico di riferimento, un pubblico-massa non proprio indisciplinato, su alcune contraddizioni, deviazioni, nei legami di coppia e amicizia. L'intento serio veniva mitigato da momenti di pura comicità, i quali non erano - come in precedenza- il fine per identificare l'oggetto filmico e le sue intenzioni, ma un mezzo per far passare concetti molto più profondi o seri. Il bellissimo finale, non compreso da molti che lo considerarono " buonista", faceva intendere la voglia di distaccarsi dal passato e tentare nuove strade.
Oggi questo tentativo ha un nome : The Place.

Il film è la trasposizione su grande schermo di una serie tv americana ,  The booth at the end, opera che non ho ancora visto, per cui - e per fortuna- il mio sguardo è scevro da ogni tipo di confronto inopportuno tra originale e versione italiana.  Dovremmo esser abbastanza adulti per capire che ogni regista ha una sua sensibilità, per questo uno stesso soggetto , in linea di massima, potrebbe esser altro rispetto a quello che è l'originale.
Tornando al film,  mentre lo guardavo pensavo che Genovese con questa pellicola ha fatto davvero un'opera spartiacque, di divisione e rottura col suo passato. Senza proclami altisonanti, senza volersi snaturare troppo, ma è chiaro che questo film sia un tentativo di "far altro", di prendersi anche dei bei rischi.
Perché chi seguiva la sua carriera, si aspetta commedie disimpegnate, un po' conformiste, da seguire mentre fai o pensi ad altro, e questo non è il caso di The Place, visto che richiede massima attenzione e partecipazione nei confronti dei personaggi, sicchè a molti codesto cambiamento potrebbe non garbare.  Ad altri invece risulterebbe stonata la pretesa di un regista di film commerciali, d'incasso, di voler fare "cose serie". Un'imperdonabile invasione di campo.
Poi ci siamo noi spettatori indisciplinati, che concediamo sempre fiducia e solidarietà agli artisti che mettono impegno nelle loro opere: per farci ridere, emozionare, pensare.
In molti casi veniamo premiati colla visione di film assolutamente riusciti: come in questo caso
Un uomo misterioso, perennemente seduto ad un tavolino di un bar- ristorante, incontra diversi tipi umani: tutti hanno un desiderio, un obiettivo da realizzare o raggiungere. Spesso questi desideri od obiettivi sono molto seri, tanto che costoro accettano i compiti ingrati proposti dal misterioso uomo in cambio della propria soddisfazione.
Chi vuole che il marito malato di Alzheimer torni in sé, chi vuol salvare il proprio figlio da una malattia terribile, chi vuol ritrovare Dio, tantissime sono le richieste.
Il mio primo pensiero è stato sul fatto di come noi esseri umani siamo vittime delle nostre speranze, fantasie, dolori, e che questi ultimi non possano essere classificati tra importanti e meno.
Il personaggio di Silvia D'Amico, una ragazza decisamente carina che si vede brutta e accetta di far una rapina per diventare bella, ha la stessa drammaticità del personaggio di Vinicio Marchioni, un padre disperato per la malattia gravissima del figlio e per questo disposto a uccidere una bambina al fine di salvar il suo pargolo.
Perché la sofferenza, come la bramosia, non si pongono il dilemma della fame nel mondo, di chi dorme per strada,  attraversa i mari su barconi, o tutte le Grandi Cose, che stanno a cuore a quelli che sanno solo giudicare a cuor leggero il dolore altrui.  I giorni persi dietro a desideri bassi e volgari, o a dolori da poco, ridicole speranze e illusioni patetiche, sono gli stessi che passerebbero e ci farebbero soffrire se fossimo costantemente impegnati in grandi cause collettive.
Sono egoisti i protagonisti di questo film? Non so. In realtà i loro desideri, quasi tutti, sono legati a un momento di incontro/scontro col mondo, che non sanno affatto manovrare e per questo scelgono la strada semplice e facile: affidarsi a chi, non importa come, riesce a realizzare la nostra richiesta
Domanda e offerta, come se la nostra vita fosse un prodotto messo sul mercato, che ha bisogno di bilanci, tagli, nuova gestione, saldi. Alla fine una delle letture di questa opera, potrebbe esser anche questa, o perlomeno è quello che ho pensato vedendo il film
Cosa però ci accomuna tutti in questi tempi indecisi e confusi? La mancanza di responsabilità unità a un'idea distorta e individualista di libertà individuale. I personaggi compiono certe scelte per concretizzare un loro bisogno di libertà individuale, "io voglio, io ho bisogno" che però si scontra col discorso di scelta e responsabilità personale. Il personaggio misterioso del sempre ottimo Valerio Mastandrea, li avverte di continuo: puoi dire no. Costoro invece se la prendono con lui, proiettando quello che sono nel profondo, sul tizio che hanno davanti. In questo modo possono dire a sé stessi cose terribili, ma le sotterrano sotto il classico scarica barile nei confronti dello sconosciuto.

Opera che ho trovato molto simbolica, metaforica, per via di un bar che mi par fuori da ogni spazio e tempo, un posto che richiama a sé i personaggi, sconosciuti che però per mille motivi si incontrano/scontrano, determinano la vita e le azioni degli altri, il personaggio di Mastandrea, che non vediamo mai entrare o uscire, come se si manifestasse e scomparisse coll'apertura e chiusura del posto.
Per questo motivo trovo importante il personaggio della Ferilli: il suo compito è quello di esser speculare al personaggio di Mastandrea. Simbolo della compassione, della pietà, del bene, che vede e avverte il buono anche nel Male.
In questi giorni, ripensandoci, però penso che vi sia un simbolismo meno biblico-cristiano, quelli ormai sono affari di Aronofsky, e più "umanista". Per cui sono giunto alla conclusione che la cameriera e il misterioso cliente, siano complementari: entrambi parti di quel sistema complesso e contraddittorio, che è : l'essere umano.
Lei è la nostra parte migliore: quella meno rigida, portata a comprendere e consolare gli altri e sé stessi. Quella parte che una volta trovata e non allontanata, ci rende persone migliori.
The Place è un bellissimo film sul fatto che siamo noi artefici del nostro destino, sulle scelte e responsabilità  che dobbiamo affrontare in ogni caso, senza delegare o dar colpa ad altri. Un'opera "popolare", non esente magari da alcune superficialità, o momento meno felice, come capita a tutti i film,  capace di regalare comunque pensieri e suggestioni niente affatto banali.
Bravissimo Genovese, un regista in grado di  gestire discorsi "seri", per un pubblico vasto e popolare. 

giovedì 12 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049 di Denis Villeneuve

Eccomi, arrivo buon ultimo a scrivere di un film che in questi giorni è protagonista di migliaia e migliaia di post. Non è mia intenzione dire nulla di nuovo o profondo, non sono in grado su questo terreno, con un'opera così importante.
Chissà cosa passa per la testa alle persone quando decidono di rendere omaggio a una Leggenda, un Mito. Ci sono mille e più ragioni. Si parte dal giudicare quella pellicola, libro, come parte integrante della nostra vita, si vuol dimostrare di essere talmente bravi da poter affrontare sfide così difficili. Tutti buoni motivi, ma stressanti! Pensate quanti senza veder il film, a prescindere vi attaccheranno perché avete osato tanto. Tipico dei fanatici religiosi e io, a parte quelli religiosi, adoro i fanatici, detto ciò mi rendo conto di quanto siano detestabili e fin troppo facili da prender per il culo. Ogni opera merita il suo doveroso rispetto e un cinefilo, anche medio e mediocre, dovrebbe esser curioso di confrontarsi con essa. Bè, ogni opera magari no.. Molte si, diciamo!
La pressione è fortissima, sai che stai andando contro a una gogna mediatica e alla possibilità di deludere i tuoi ammiratori: " Ma che cazzo ti viene in mente di confrontarti direttamente col mito?" Bè, diciamo che se te lo lasciano fare vuol dire che qualcosa si guadagna in termini economici, mica la chiamano industria dello spettacolo, in America poi!  Però qui non stiamo parlando di un abile shooter, di un gaglioffo mestierante che taglia e cuce per portar a casa qualcosa di almeno guardabile, no qui c'è un'operazione autoriale degna di codesto nome .
Apriamo quindi una piccola parentesi: cari e care, un regista può anche starvi sulle palle, ci mancherebbe, ma non veder che Villeneuve è tra i migliori autori viventi, è tipico dei miopi.  Autore di razza, che usa in modo altissimo e nobilissimo il genere, fa film che sono perfetti tecnicamente, ma c'è an che sostanza, ( si forma e sostanza non sempre coincidono) per questo il fatto che vi fosse lui dietro codesta operazione mi è garbata da subito.
Il film ci presenta un nuovo eroe, per modo di dire eroe: l'agente K. Un androide di nuova generazione che fa un mestiere ingrato: deve "ritirare" i vecchi androidi, e quelli più ribelli. Per caso, alla fine di un lavoro, scopre una misteriosa cassa. Questa cassa contiene i resti di una donna, la quale è morta partorendo. Si scopre che la donna era un'androide, per cui il fatto che abbia partorito la rende troppo umana. Il figlio deve esser scoperto ed eliminato, tocca a K occupersene

L'indagine porta K a scoprire qualcosa di terribile su di lui, e a congiungersi con il primo  film. L'entrata in scena di Ford è gestita benissimo, non ci sono strizzatine d'occhio al pubblico, non si sta facendo una carnevalata, ma cinema di altissimo livello. Per cui, è una gioia rivedere sullo schermo il personaggio di Decker, riscritto con grande cura della psicologia e delle sue scelte. Un uomo anziano, solo, che vive coll'ansia del braccato a vita, uno che si nega persino il rimpianto del figlio lasciato in un orfanatrofio, non tanto perché non gli freghi nulla, ma per proteggerlo. Un peso fortissimo spiegato in una battuta e mezza espressione.
Il tema del legami, delle relazioni e di come esse ci rendano "vivi" è alla base di questa pellicola.
Non c'è vita vera nella solitudine, nella fuga, ma tutti cercano qualcuno, una compagna di vita, anche se virtuale, come K,  un capo che guidi una nuova rivoluzione per rendere noto al mondo  che gli androidi pensano, sentono, sono come gli esseri umani. Ognuno cerca nell'altro la proprio completezza.
Per cui: certo la fantascienza è in primissimo piano, certo l'impatto potentissimo della fotografia, scenografie, di un mondo cupo e carico di mestizia, ma Blade Runner 2049 è anche un film d'amore, anzi meglio: sull'amore. Sentimento fondamentale per capire se siamo vivi o meno. In questa pellicola viene messa in scena una delle più belle e struggenti. Due "creazioni da laboratorio" che si amano, desiderano, come esseri umani veri e propri.  Come se l'amore facesse parte delle regole dell'universo e noi dobbiamo sottostare ad esse, Villeneuve fa sua la lezione di Interstellar e la porta a profondità di pensiero e azioni estreme.
Di rimando, ci viene da pensare di vivere in una società dove alcuni reputano normale considerare naturale o contronatura un legame affettivo, forse non sbagliano, non so, a me par assai superficiale ed egocentrico.  Non solo, ci spinge più in là a riflettere su cosa provino, che tipo di amore, quelle creature che alcuni di noi umanizzano fin troppo, ma per ironia del destino rendendoli più cose da esporre che compagni di vita, altri invece pensano che siano solo "animali", per cui non provano e non sentono nulla. Solo gli esseri umani, appartenenti a certe categorie possono innamorarsi e provare davvero amore. Che ne sappiamo, realmente? Pochissimo. Per questo, che colpo sarebbe per la società se alla fine gli androidi fossero come noi? Il bello del film che non ci dice "migliori", ma uguali a noi.
Un  film lungo, titanico, epico a modo suo. Seppur il ritmo sia solenne, "lento", un film che mette in scena un calvario, un sacrificio, una tragedia enorme: quella del destino che si fa beffe di quel che pensiamo esser vero,  la nostra vita.
E qui spendo due parole su Ryan Gosling: la piantiamo di scassar il cazzo sul fatto che sia poco espressivo? Guardatelo qui e poi rifatevi l'idea sulla sua espressività
In questa pellicola Gosling è eccezionale, magnifico, tiene saldamente in mano questo Kolossal e offre una struggente, dolente, interpretazione, K è un personaggio tragico nel modo classico  del termine, ha qualcosa di antico- ascolta Sinatra e il Jazz- pur essendo un'invenzione dei suoi tempi moderni  e altamente tecnologici.
Sia io che mia moglie siamo rimasti ammaliati, stregati, conquistati da questo bellissimo film
Lunga vita a Denis!

lunedì 9 ottobre 2017

AMMORE E MALAVITA de MANETTI BROS

Voglio essere sincero: non ho mai amato i Manetti Bros.  Il loro lavoro cinematografico citazionista, non l'ho mai trovato vero, reale, autentico, urgente, necessario, bensì irritante e "macchiettistico", troppo intellettualizzato nel suo esser sfacciatamente popolare e legatissimo agli anni 70, che per molti sono gli anni d'oro del nostro cinema di genere.  Dall'uso delle musichette funky,  alla costruzione dei personaggi, non c'era niente di interessante per me, Vero, che - a loro discolpa- ho visto assai poco , e quel poco mi ha portato a distaccarmi al più presto da questa versione cinematografica "stracultiana", che io francamente detesto.
Tutto cambia dopo la visione di Song 'e Napule.  La quale a parte un paio di scivoloni disastrosi, risulta una pellicola avvincente e appassionante. Il personaggio di Lollo Love è scritto benissimo, così come anche quelli di contorno,  inizia con cinque memorabili minuti in cui Ciro Buccirosso è davvero a livelli altissimi e continua come ibrido fra mafia-movie, poliziesco e fa capolino la passione per la musica, come elemento portante per descriver i personaggi.
Felice di ricredermi, parzialmente, su questo dinamico duo, attendo fiducioso l'uscita della loro ultima opera.
Un film che è una vera e propria gioia per occhi, orecchie, ma io ci metto l'intero corpo umano e l'universo tutto dalla Via Lattea a San Donnino eh!
In questa nuova ed entusiasmante pellicola, la musica diventa vera e propria protagonista, che  è voce dei pensieri e sentimenti dei protagonisti o come elemento esteriore, voce del destino e della città che ci descrive momenti delicati della vicenda. Oppure come momento di assoluto divertimento dissacrante sul crimine come elemento di turismo alternativo, visto che Gomorra: libro, film, serie tv in particolare, ha alimentato e non arginato l'impatto della malavita sulla classe borghese, nazionale e internazionale.
Sicchè Ammore e malavita è un Musical? Si. Ma particolare, in realtà non è tanto il genere migliore in assoluto, tra i generi cinematografici, ad esser riproposto e rielaborato, ma - modernizzata e "migliorata" attraverso contaminazioni con generi altri e oltre- la sceneggiata. Guardando la pellicola ho pensato a certi film con Merola, diretti male e "malamente" da Alfonso Brescia, cazzo non vi venga in mente di rivalutarlo eh! Ancor più profondamente è un omaggio sentito, sincero, forte e profondo a Napoli,  discorso cominciato già con quel gioiellino di Song 'e Napule.

Un discorso quello sulle musiche interessante e decisamente più raffinato di quanto possa sembrare, visto che si usano più generi musicali, cover e altro per celebrare la Musica Napoletana e la musicalità assoluta della sua lingua e di quel meraviglioso Popolo.
Anche a livello estetico il film è entusiasmante e meritevole di attenzione. L'uso del rallenty, questa volta mi appare decisamente "ficcante", come anche quello delle accelerazioni. Ha un preciso senso dentro a scene precise. La contaminazione sparatorie e musica, aumenta l'epica delle scene e mostra un inedito lato umano dei personaggi.  Basti vedere la scena - bellissima- al porto.
I personaggi: ecco, uno dei punti di forza del film. Il quale gioca abilmente con il bozzetto umoristico del boss interpretato da un grandissimo Buccirosso,  bozzetto umoristico che si espande fino al personaggio di Claudia Gerini, davvero bravissima in questo ruolo, ma sa diventare serio e tragico quando in scena entra il personaggio migliore di questa pellicola: Rosario, interpretato dall'ex front man degli Almanegretta: Raiz.
Il confronto finale sulla spiaggia tra isso e Giampaolo Morelli, è davvero tragico e toccante, un duetto musicale-cinematografico davvero commovente per il senso letale che intende  e nasconde tra le note.
Insomma : ammore e malavita ci piace assai. Puro film di genere, di riflessione sulla possibilità di modernizzare il cinema cosi detto di serie B, omaggio profondo e sentito a una delle città più belle del mondo  e anche oltre.
Assolutamente imperdibile

giovedì 28 settembre 2017

EL BAR di ALEX DE LA IGLESIAS

Un burlone, un buffone, uno che se la gode e si diverte tantissimo. Un ragazzino nella stanza degli adulti, che come ogni ragazzino vispo e pimpante, si diverte a smontare i loro caratteri e le loro funzioni sociali, ma non tanto perché ha una critica da fare, ma così: per divertimento.
Sono sicuro che costui si faccia matte risate quando legge le critiche dei suoi fans, che in tutti i modi tentano di intellettualizzare le sue pellicole, che lo reputano "cattivo", anarchico", e bla bla bla. Matte e sonore risate, perché Alex ha una sola grande e potente libertà: la gioia di far farse anche nerissime, ma dove la parte principale è un divertimento infantile e fanciullesco, cattivo come possono esser appunto i bimbi, sicché anche limpido e cristallino, ma fragile e scostante, coinvolgente e dispersivo.
Questa la sua forza e questo il suo limite.

Pellicola godibilissima  e divertente, sostenuta da un sano ritmo travolgente per quanto girata in luoghi chiusi ed angusti, sorretta da dialoghi e personaggi funzionali  a tener accesa l'attenzione dello spettatore. Molti hanno parlato di opera che parla delle nostre paure, di gioco al massacro nei confronti dei personaggi, ma fino a un certo punto. Proprio perché al regista non interessa lanciare messaggi precisi, che non mancano ma son gestiti in fretta e si disperdono subito dopo che alcuni dei protagonisti son costretti a rinchiudersi nel magazzino del bar. Servono per creare atmosfera e spiegare le dinamiche che verranno a crearsi, a "portare avanti la storia", non a far riflettere o criticare o altro.
Comunque, in breve, la storia: un gruppo eterogeneo , variegato, di persone si ritrova rinchiuso in un bar. Fuori qualcuno spara a chi esce, cosa starà capitando?
In questi primi minuti di film, si nota come le persone siano vittime di paure e allarmismi condizionati dai media, da notizie leggiucchiate , dal nostro stile di vita che commenta, offre opinioni, ma su cosa? Cosa sappiamo noi di quello che ci capita? Questa pare la domanda su cui basare tutto il film. Questa è la parte migliore. L'opera ha un incipt davvero ottimo
Poi si trasforma ben presto in un onestissimo, buonissimo, film di puro genere, che dimenticherò tra cinque mesi, certo, ma che in questo momento mi ha divertito
I personaggi sono funzionali, dicevo. Non è che vi sia un approfondimento della loro psiche o delle loro ragioni, sono simboli, frantumati con allegra gioia da parte del regista, ma questo sono.
Vi sono anche momenti brevissimi, in cui, si prova anche pena per costoro,  per esempio la scena in cui Trini parla della sua solitudine, di una vita mal spesa davanti alle macchinette nel bar.
Per essere anarchico dovrebbe scompaginare le nostre certezze si chi sopravviverà alla fine, invece risulta chiaro e preciso fin dalle prime battute. Non sorprende assolutamente, a parte il personaggio di Israel, senzatetto fanatico religioso, gran bel personaggio di villain. Per il resto sappiamo più o meno quello che faranno e diranno, ma va benissimo così. Non è un difetto, anzi!
Perché ci concentriamo su codesta pellicola assai gustosa e divertente, versione personale di un  regista culto con una sua invidiabile carriera alla spalle, se poi vuol proprio continuare e rischiare di rovinarsi, non so.. Che intrattiene per quasi due ore.  Certo la partenza a bomba svanisce nel proseguo, tornando di tanto in tanto in qualche scena o sequenza, ma se volete vedere un purissimo film di genere,  una commedia "nera", però anche gestibile,  un film sui virus, ma in cui esso compare pochissimo, insomma un'opera per passare bene una serata: ecco, guardatela.  Ah, si c'è tutta la parte nelle fogne, immersi in escrementi, ma alla fine si è visto anche di peggio.
Per cui non cercate significati o metafore, questo è autentico, dinamico,  turbolento, cinema senza altre contaminazioni.

mercoledì 20 settembre 2017

A Ciamabra di Jonas Carpignano

Quello che da sempre mi affascina sono le vite delle persone. L'indagine di un microcosmo parallelo alla società borghese, o i tormenti di chi è nato nella borghesia. In fondo non è detto che la felicità segua sempre il danaro, ma nemmeno che senza soldi si viva per forza in un mondo di cuoricini e libertà. L'individuo è frutto della sua classe, per quanto si possa sforzare, anche il sesso o il credo religioso hanno un loro peso. Eppure vi è anche nei posti più squallidi un barlume di bellezza
Almeno in quasi tutti.

Mostrare un mondo che non vogliamo vedere o che non conosciamo affatto, non vuol dire aver nei suoi confronti un rapporto carico di empatia a tutti i costi. Giustificare le loro azioni, declassarne le colpe o evidenziare lo squallore in cui nascono, crescono, finiscono in galera e muoiono generazioni di uomini e donne.
Il cinema mostra, indica un giudizio, una simpatia, ma poi lo spettatore indisciplinato ci aggiunge le sue riflessioni e considerazioni. Questo è il grande merito di un film: emozionare o far riflettere.
Opera seconda di un regista italo americano,  che vede tra i produttori esecutivi un certo Martin Scorsese,  A Ciambra è un film che potremmo definire infelicemente : docufiction, ma non gli renderemmo giustizia.
Spesso ci interroghiamo su come si possa riprendere la realtà in un film. La risposta è sempre molto incerta, dubbiosa oppure didascalica, dogmatica, ma il bersaglio ci sfugge sempre.
Da molto tempo ad esempio vi è uno scontro su oggettività e soggettività, in parte, molti che sostengono il bisogno di esser oggettivi, nascondono dietro questa pretesa la paura di una discussione e messa in gioco di idee radicate, dall'altra spesso la soggettività è solo una mera opinione senza alcun valore.
Per questo quelli che hanno al cuore una certa dose di realtà in un libro o in un film, come possono metterla in scena o in pagina, senza che si finisca per far solo la rappresentazione di un'idea soggettiva e quindi anche fragile e non del tutto veritiera?
La macchina da presa cattura attimi di vero, in un fiume impetuoso di immagini pensate, scritte, fotografate, montate e musicate, da una o più persone. Eppure quel piccolo momento di verità, seppure filtrato passa.
Perchè, come direbbe Paolo Coelho, ma va bene anche Fabio Volo: la vita è una recita.

La famiglia Amato con o senza sceneggiatura e mdp sarebbe diversa da quella vista su pellicola? Non credo. Il cinema fornisce i tempi, stacchi, monta le loro esistenze, ma con o senza una storia "inventata" loro sarebbero sempre loro.
Così l'occhio cinematografico riprende impietoso il vivere in un degrado e squallore assoluto, in un non luogo, forse anche in un non tempo se non fosse per gli i phone, ha un che di magico e irreale seppure sia profondamente e radicalmente reale. Ogni parola, ogni scontro, ogni irruzione della polizia.
Però l'ambientazione crea un cortocircuito tra noi e il loro mondo. Rimaniamo sconvolti, colpiti, interessati e distaccati da quel mondo di furti, machismo, famigliarismo, eppure così unito, forte, solidale.
Non c'è lo sguardo indignato verso la comunità di rom di Gioia Tauro, non c'è traccia di giustificazione, di abbellimento, quel voler dire a tutti i costi: ma quando mai rubano! L'occhio della mdp è presente, sta addosso ai personaggi, ma è anche scientifico, distaccato: " Guarda, questo è il mondo loro"
Mondo collegato anche alla malavita locale, con i quali intrattengono rapporti di affari e subordinazione.
Sono chiassosi, eccessivi, estremi, vedi bimbi che fumano e bevono, il legame di sangue è potente, forse l'unica cosa che abbia davvero importanza. Ma non sono "buoni selvaggi": compiono quelli che noi più o meno cittadini medi, riteniamo atti criminali. Quella è la loro vita.
Il film descrive anche i rapporti non sempre buoni con gli immigrati africani, i rom li schifano un po', e l'aspetto davvero interessante di questa opera è il bellissimo rapporto che Pio ha con un ragazzo del Burkina Faso, questo rapporto scritto, diretto e interpretato dai due "attori", davvero benissimo è alla base di un brusco passaggio di Pio dall'età adolescenziale alla vita da uomo.
Passaggio che non indica affatto una maturazione o che, ma semplicemente l'accoglienza nella banda dei grandi per una vita dedicata a rubare rame o automobili.
Quanto pare l'idea del film è venuta al regista dopo che i rom gli hanno rubato la macchina con dentro gli attrezzi di lavoro, arrivato a riprendersi la sua auto, costui ha conosciuto Pio e la sua famiglia, da qui l'idea di girare un film, tra opera di finzione e documentario, su questa famiglia
Per quanto mi riguarda A Ciambra è un film necessario e utile di questi tempi, una sana riflessione su mondi paralleli, sui limiti e le possibilità di agire in certi contesti. Non solo vedetelo, ma fatelo vedere