giovedì 12 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049 di Denis Villeneuve

Eccomi, arrivo buon ultimo a scrivere di un film che in questi giorni è protagonista di migliaia e migliaia di post. Non è mia intenzione dire nulla di nuovo o profondo, non sono in grado su questo terreno, con un'opera così importante.
Chissà cosa passa per la testa alle persone quando decidono di rendere omaggio a una Leggenda, un Mito. Ci sono mille e più ragioni. Si parte dal giudicare quella pellicola, libro, come parte integrante della nostra vita, si vuol dimostrare di essere talmente bravi da poter affrontare sfide così difficili. Tutti buoni motivi, ma stressanti! Pensate quanti senza veder il film, a prescindere vi attaccheranno perché avete osato tanto. Tipico dei fanatici religiosi e io, a parte quelli religiosi, adoro i fanatici, detto ciò mi rendo conto di quanto siano detestabili e fin troppo facili da prender per il culo. Ogni opera merita il suo doveroso rispetto e un cinefilo, anche medio e mediocre, dovrebbe esser curioso di confrontarsi con essa. Bè, ogni opera magari no.. Molte si, diciamo!
La pressione è fortissima, sai che stai andando contro a una gogna mediatica e alla possibilità di deludere i tuoi ammiratori: " Ma che cazzo ti viene in mente di confrontarti direttamente col mito?" Bè, diciamo che se te lo lasciano fare vuol dire che qualcosa si guadagna in termini economici, mica la chiamano industria dello spettacolo, in America poi!  Però qui non stiamo parlando di un abile shooter, di un gaglioffo mestierante che taglia e cuce per portar a casa qualcosa di almeno guardabile, no qui c'è un'operazione autoriale degna di codesto nome .
Apriamo quindi una piccola parentesi: cari e care, un regista può anche starvi sulle palle, ci mancherebbe, ma non veder che Villeneuve è tra i migliori autori viventi, è tipico dei miopi.  Autore di razza, che usa in modo altissimo e nobilissimo il genere, fa film che sono perfetti tecnicamente, ma c'è an che sostanza, ( si forma e sostanza non sempre coincidono) per questo il fatto che vi fosse lui dietro codesta operazione mi è garbata da subito.
Il film ci presenta un nuovo eroe, per modo di dire eroe: l'agente K. Un androide di nuova generazione che fa un mestiere ingrato: deve "ritirare" i vecchi androidi, e quelli più ribelli. Per caso, alla fine di un lavoro, scopre una misteriosa cassa. Questa cassa contiene i resti di una donna, la quale è morta partorendo. Si scopre che la donna era un'androide, per cui il fatto che abbia partorito la rende troppo umana. Il figlio deve esser scoperto ed eliminato, tocca a K occupersene

L'indagine porta K a scoprire qualcosa di terribile su di lui, e a congiungersi con il primo  film. L'entrata in scena di Ford è gestita benissimo, non ci sono strizzatine d'occhio al pubblico, non si sta facendo una carnevalata, ma cinema di altissimo livello. Per cui, è una gioia rivedere sullo schermo il personaggio di Decker, riscritto con grande cura della psicologia e delle sue scelte. Un uomo anziano, solo, che vive coll'ansia del braccato a vita, uno che si nega persino il rimpianto del figlio lasciato in un orfanatrofio, non tanto perché non gli freghi nulla, ma per proteggerlo. Un peso fortissimo spiegato in una battuta e mezza espressione.
Il tema del legami, delle relazioni e di come esse ci rendano "vivi" è alla base di questa pellicola.
Non c'è vita vera nella solitudine, nella fuga, ma tutti cercano qualcuno, una compagna di vita, anche se virtuale, come K,  un capo che guidi una nuova rivoluzione per rendere noto al mondo  che gli androidi pensano, sentono, sono come gli esseri umani. Ognuno cerca nell'altro la proprio completezza.
Per cui: certo la fantascienza è in primissimo piano, certo l'impatto potentissimo della fotografia, scenografie, di un mondo cupo e carico di mestizia, ma Blade Runner 2049 è anche un film d'amore, anzi meglio: sull'amore. Sentimento fondamentale per capire se siamo vivi o meno. In questa pellicola viene messa in scena una delle più belle e struggenti. Due "creazioni da laboratorio" che si amano, desiderano, come esseri umani veri e propri.  Come se l'amore facesse parte delle regole dell'universo e noi dobbiamo sottostare ad esse, Villeneuve fa sua la lezione di Interstellar e la porta a profondità di pensiero e azioni estreme.
Di rimando, ci viene da pensare di vivere in una società dove alcuni reputano normale considerare naturale o contronatura un legame affettivo, forse non sbagliano, non so, a me par assai superficiale ed egocentrico.  Non solo, ci spinge più in là a riflettere su cosa provino, che tipo di amore, quelle creature che alcuni di noi umanizzano fin troppo, ma per ironia del destino rendendoli più cose da esporre che compagni di vita, altri invece pensano che siano solo "animali", per cui non provano e non sentono nulla. Solo gli esseri umani, appartenenti a certe categorie possono innamorarsi e provare davvero amore. Che ne sappiamo, realmente? Pochissimo. Per questo, che colpo sarebbe per la società se alla fine gli androidi fossero come noi? Il bello del film che non ci dice "migliori", ma uguali a noi.
Un  film lungo, titanico, epico a modo suo. Seppur il ritmo sia solenne, "lento", un film che mette in scena un calvario, un sacrificio, una tragedia enorme: quella del destino che si fa beffe di quel che pensiamo esser vero,  la nostra vita.
E qui spendo due parole su Ryan Gosling: la piantiamo di scassar il cazzo sul fatto che sia poco espressivo? Guardatelo qui e poi rifatevi l'idea sulla sua espressività
In questa pellicola Gosling è eccezionale, magnifico, tiene saldamente in mano questo Kolossal e offre una struggente, dolente, interpretazione, K è un personaggio tragico nel modo classico  del termine, ha qualcosa di antico- ascolta Sinatra e il Jazz- pur essendo un'invenzione dei suoi tempi moderni  e altamente tecnologici.
Sia io che mia moglie siamo rimasti ammaliati, stregati, conquistati da questo bellissimo film
Lunga vita a Denis!

lunedì 9 ottobre 2017

AMMORE E MALAVITA de MANETTI BROS

Voglio essere sincero: non ho mai amato i Manetti Bros.  Il loro lavoro cinematografico citazionista, non l'ho mai trovato vero, reale, autentico, urgente, necessario, bensì irritante e "macchiettistico", troppo intellettualizzato nel suo esser sfacciatamente popolare e legatissimo agli anni 70, che per molti sono gli anni d'oro del nostro cinema di genere.  Dall'uso delle musichette funky,  alla costruzione dei personaggi, non c'era niente di interessante per me, Vero, che - a loro discolpa- ho visto assai poco , e quel poco mi ha portato a distaccarmi al più presto da questa versione cinematografica "stracultiana", che io francamente detesto.
Tutto cambia dopo la visione di Song 'e Napule.  La quale a parte un paio di scivoloni disastrosi, risulta una pellicola avvincente e appassionante. Il personaggio di Lollo Love è scritto benissimo, così come anche quelli di contorno,  inizia con cinque memorabili minuti in cui Ciro Buccirosso è davvero a livelli altissimi e continua come ibrido fra mafia-movie, poliziesco e fa capolino la passione per la musica, come elemento portante per descriver i personaggi.
Felice di ricredermi, parzialmente, su questo dinamico duo, attendo fiducioso l'uscita della loro ultima opera.
Un film che è una vera e propria gioia per occhi, orecchie, ma io ci metto l'intero corpo umano e l'universo tutto dalla Via Lattea a San Donnino eh!
In questa nuova ed entusiasmante pellicola, la musica diventa vera e propria protagonista, che  è voce dei pensieri e sentimenti dei protagonisti o come elemento esteriore, voce del destino e della città che ci descrive momenti delicati della vicenda. Oppure come momento di assoluto divertimento dissacrante sul crimine come elemento di turismo alternativo, visto che Gomorra: libro, film, serie tv in particolare, ha alimentato e non arginato l'impatto della malavita sulla classe borghese, nazionale e internazionale.
Sicchè Ammore e malavita è un Musical? Si. Ma particolare, in realtà non è tanto il genere migliore in assoluto, tra i generi cinematografici, ad esser riproposto e rielaborato, ma - modernizzata e "migliorata" attraverso contaminazioni con generi altri e oltre- la sceneggiata. Guardando la pellicola ho pensato a certi film con Merola, diretti male e "malamente" da Alfonso Brescia, cazzo non vi venga in mente di rivalutarlo eh! Ancor più profondamente è un omaggio sentito, sincero, forte e profondo a Napoli,  discorso cominciato già con quel gioiellino di Song 'e Napule.

Un discorso quello sulle musiche interessante e decisamente più raffinato di quanto possa sembrare, visto che si usano più generi musicali, cover e altro per celebrare la Musica Napoletana e la musicalità assoluta della sua lingua e di quel meraviglioso Popolo.
Anche a livello estetico il film è entusiasmante e meritevole di attenzione. L'uso del rallenty, questa volta mi appare decisamente "ficcante", come anche quello delle accelerazioni. Ha un preciso senso dentro a scene precise. La contaminazione sparatorie e musica, aumenta l'epica delle scene e mostra un inedito lato umano dei personaggi.  Basti vedere la scena - bellissima- al porto.
I personaggi: ecco, uno dei punti di forza del film. Il quale gioca abilmente con il bozzetto umoristico del boss interpretato da un grandissimo Buccirosso,  bozzetto umoristico che si espande fino al personaggio di Claudia Gerini, davvero bravissima in questo ruolo, ma sa diventare serio e tragico quando in scena entra il personaggio migliore di questa pellicola: Rosario, interpretato dall'ex front man degli Almanegretta: Raiz.
Il confronto finale sulla spiaggia tra isso e Giampaolo Morelli, è davvero tragico e toccante, un duetto musicale-cinematografico davvero commovente per il senso letale che intende  e nasconde tra le note.
Insomma : ammore e malavita ci piace assai. Puro film di genere, di riflessione sulla possibilità di modernizzare il cinema cosi detto di serie B, omaggio profondo e sentito a una delle città più belle del mondo  e anche oltre.
Assolutamente imperdibile

giovedì 28 settembre 2017

EL BAR di ALEX DE LA IGLESIAS

Un burlone, un buffone, uno che se la gode e si diverte tantissimo. Un ragazzino nella stanza degli adulti, che come ogni ragazzino vispo e pimpante, si diverte a smontare i loro caratteri e le loro funzioni sociali, ma non tanto perché ha una critica da fare, ma così: per divertimento.
Sono sicuro che costui si faccia matte risate quando legge le critiche dei suoi fans, che in tutti i modi tentano di intellettualizzare le sue pellicole, che lo reputano "cattivo", anarchico", e bla bla bla. Matte e sonore risate, perché Alex ha una sola grande e potente libertà: la gioia di far farse anche nerissime, ma dove la parte principale è un divertimento infantile e fanciullesco, cattivo come possono esser appunto i bimbi, sicché anche limpido e cristallino, ma fragile e scostante, coinvolgente e dispersivo.
Questa la sua forza e questo il suo limite.

Pellicola godibilissima  e divertente, sostenuta da un sano ritmo travolgente per quanto girata in luoghi chiusi ed angusti, sorretta da dialoghi e personaggi funzionali  a tener accesa l'attenzione dello spettatore. Molti hanno parlato di opera che parla delle nostre paure, di gioco al massacro nei confronti dei personaggi, ma fino a un certo punto. Proprio perché al regista non interessa lanciare messaggi precisi, che non mancano ma son gestiti in fretta e si disperdono subito dopo che alcuni dei protagonisti son costretti a rinchiudersi nel magazzino del bar. Servono per creare atmosfera e spiegare le dinamiche che verranno a crearsi, a "portare avanti la storia", non a far riflettere o criticare o altro.
Comunque, in breve, la storia: un gruppo eterogeneo , variegato, di persone si ritrova rinchiuso in un bar. Fuori qualcuno spara a chi esce, cosa starà capitando?
In questi primi minuti di film, si nota come le persone siano vittime di paure e allarmismi condizionati dai media, da notizie leggiucchiate , dal nostro stile di vita che commenta, offre opinioni, ma su cosa? Cosa sappiamo noi di quello che ci capita? Questa pare la domanda su cui basare tutto il film. Questa è la parte migliore. L'opera ha un incipt davvero ottimo
Poi si trasforma ben presto in un onestissimo, buonissimo, film di puro genere, che dimenticherò tra cinque mesi, certo, ma che in questo momento mi ha divertito
I personaggi sono funzionali, dicevo. Non è che vi sia un approfondimento della loro psiche o delle loro ragioni, sono simboli, frantumati con allegra gioia da parte del regista, ma questo sono.
Vi sono anche momenti brevissimi, in cui, si prova anche pena per costoro,  per esempio la scena in cui Trini parla della sua solitudine, di una vita mal spesa davanti alle macchinette nel bar.
Per essere anarchico dovrebbe scompaginare le nostre certezze si chi sopravviverà alla fine, invece risulta chiaro e preciso fin dalle prime battute. Non sorprende assolutamente, a parte il personaggio di Israel, senzatetto fanatico religioso, gran bel personaggio di villain. Per il resto sappiamo più o meno quello che faranno e diranno, ma va benissimo così. Non è un difetto, anzi!
Perché ci concentriamo su codesta pellicola assai gustosa e divertente, versione personale di un  regista culto con una sua invidiabile carriera alla spalle, se poi vuol proprio continuare e rischiare di rovinarsi, non so.. Che intrattiene per quasi due ore.  Certo la partenza a bomba svanisce nel proseguo, tornando di tanto in tanto in qualche scena o sequenza, ma se volete vedere un purissimo film di genere,  una commedia "nera", però anche gestibile,  un film sui virus, ma in cui esso compare pochissimo, insomma un'opera per passare bene una serata: ecco, guardatela.  Ah, si c'è tutta la parte nelle fogne, immersi in escrementi, ma alla fine si è visto anche di peggio.
Per cui non cercate significati o metafore, questo è autentico, dinamico,  turbolento, cinema senza altre contaminazioni.

mercoledì 20 settembre 2017

A Ciamabra di Jonas Carpignano

Quello che da sempre mi affascina sono le vite delle persone. L'indagine di un microcosmo parallelo alla società borghese, o i tormenti di chi è nato nella borghesia. In fondo non è detto che la felicità segua sempre il danaro, ma nemmeno che senza soldi si viva per forza in un mondo di cuoricini e libertà. L'individuo è frutto della sua classe, per quanto si possa sforzare, anche il sesso o il credo religioso hanno un loro peso. Eppure vi è anche nei posti più squallidi un barlume di bellezza
Almeno in quasi tutti.

Mostrare un mondo che non vogliamo vedere o che non conosciamo affatto, non vuol dire aver nei suoi confronti un rapporto carico di empatia a tutti i costi. Giustificare le loro azioni, declassarne le colpe o evidenziare lo squallore in cui nascono, crescono, finiscono in galera e muoiono generazioni di uomini e donne.
Il cinema mostra, indica un giudizio, una simpatia, ma poi lo spettatore indisciplinato ci aggiunge le sue riflessioni e considerazioni. Questo è il grande merito di un film: emozionare o far riflettere.
Opera seconda di un regista italo americano,  che vede tra i produttori esecutivi un certo Martin Scorsese,  A Ciambra è un film che potremmo definire infelicemente : docufiction, ma non gli renderemmo giustizia.
Spesso ci interroghiamo su come si possa riprendere la realtà in un film. La risposta è sempre molto incerta, dubbiosa oppure didascalica, dogmatica, ma il bersaglio ci sfugge sempre.
Da molto tempo ad esempio vi è uno scontro su oggettività e soggettività, in parte, molti che sostengono il bisogno di esser oggettivi, nascondono dietro questa pretesa la paura di una discussione e messa in gioco di idee radicate, dall'altra spesso la soggettività è solo una mera opinione senza alcun valore.
Per questo quelli che hanno al cuore una certa dose di realtà in un libro o in un film, come possono metterla in scena o in pagina, senza che si finisca per far solo la rappresentazione di un'idea soggettiva e quindi anche fragile e non del tutto veritiera?
La macchina da presa cattura attimi di vero, in un fiume impetuoso di immagini pensate, scritte, fotografate, montate e musicate, da una o più persone. Eppure quel piccolo momento di verità, seppure filtrato passa.
Perchè, come direbbe Paolo Coelho, ma va bene anche Fabio Volo: la vita è una recita.

La famiglia Amato con o senza sceneggiatura e mdp sarebbe diversa da quella vista su pellicola? Non credo. Il cinema fornisce i tempi, stacchi, monta le loro esistenze, ma con o senza una storia "inventata" loro sarebbero sempre loro.
Così l'occhio cinematografico riprende impietoso il vivere in un degrado e squallore assoluto, in un non luogo, forse anche in un non tempo se non fosse per gli i phone, ha un che di magico e irreale seppure sia profondamente e radicalmente reale. Ogni parola, ogni scontro, ogni irruzione della polizia.
Però l'ambientazione crea un cortocircuito tra noi e il loro mondo. Rimaniamo sconvolti, colpiti, interessati e distaccati da quel mondo di furti, machismo, famigliarismo, eppure così unito, forte, solidale.
Non c'è lo sguardo indignato verso la comunità di rom di Gioia Tauro, non c'è traccia di giustificazione, di abbellimento, quel voler dire a tutti i costi: ma quando mai rubano! L'occhio della mdp è presente, sta addosso ai personaggi, ma è anche scientifico, distaccato: " Guarda, questo è il mondo loro"
Mondo collegato anche alla malavita locale, con i quali intrattengono rapporti di affari e subordinazione.
Sono chiassosi, eccessivi, estremi, vedi bimbi che fumano e bevono, il legame di sangue è potente, forse l'unica cosa che abbia davvero importanza. Ma non sono "buoni selvaggi": compiono quelli che noi più o meno cittadini medi, riteniamo atti criminali. Quella è la loro vita.
Il film descrive anche i rapporti non sempre buoni con gli immigrati africani, i rom li schifano un po', e l'aspetto davvero interessante di questa opera è il bellissimo rapporto che Pio ha con un ragazzo del Burkina Faso, questo rapporto scritto, diretto e interpretato dai due "attori", davvero benissimo è alla base di un brusco passaggio di Pio dall'età adolescenziale alla vita da uomo.
Passaggio che non indica affatto una maturazione o che, ma semplicemente l'accoglienza nella banda dei grandi per una vita dedicata a rubare rame o automobili.
Quanto pare l'idea del film è venuta al regista dopo che i rom gli hanno rubato la macchina con dentro gli attrezzi di lavoro, arrivato a riprendersi la sua auto, costui ha conosciuto Pio e la sua famiglia, da qui l'idea di girare un film, tra opera di finzione e documentario, su questa famiglia
Per quanto mi riguarda A Ciambra è un film necessario e utile di questi tempi, una sana riflessione su mondi paralleli, sui limiti e le possibilità di agire in certi contesti. Non solo vedetelo, ma fatelo vedere

lunedì 18 settembre 2017

BABY DRIVER di EDGAR WRIGHT

In questa scena c'è tutta l'anima di un prodotto che rende omaggio al tema del "movimento", non inteso come gruppo di persone che ci hanno il super potere di romper il cazzo alla kasta, ma proprio il movimento fisico di macchine e di quella meravigliosa macchina che è il corpo umano. Vi è sempre una costante tensione, scatti, balli, la macchina da presa è protagonista assoluta, insieme al montaggio e alla colonna sonora.
Come è stato ben scritto in altri luoghi, il cinema del regista inglese è un inno al ritmo, tanto che anche i momenti di maggior rilassatezza, non sono altro che una preparazione per qualcosa di adrenalinico, spettacolare, travolgente, pronto a ed esplodere sullo schermo.
Cinema futurista in un certo senso, visto che la velocità era alla base anche di quel movimento, e rieccoci da capo, del secolo e millennio scorso. Chiaramente questo è un mio tentativo a cazzo di dar maggior spessore artistico alla pellicola, mi diverto così! In ogni caso, rimanendo anche sui terreni più profani di una semplice visione da spettatore indisciplinato, dobbiamo ammettere che Wright ha la statura dei grandi autori del cinema di genere
Apro una piccola parentesi: possiamo definire autore un tizio che gira horror, action, polizieschi ecc..ecc.. Risposta: si. Anzi nel mondo del genere, letterario e cinematografico, certe differenze saltano clamorosamente agli occhi.  Wright ha un carisma, una visione del cinema, un modo di metter in scena le sue idee,  assolutamente riconoscibile , figlio del miglior cinema di genere americano, ma rielaborato con ironia, personaggi, ritmo assolutamente moderno. Non c'è mai quel citame sto cazzo, tipico di molto pessimo cinema post tarantiniano, ma la citazione serve per costruire un passaggio, una trovata, assolutamente originali. Seppure , il suo cinema, sia profondamente legato alle regole  e le segui con rispetto. Non tanto ribaltando o trasgredendo o rimanendo ancorati in un nostalgismo odioso, ma aggiungendo, aggiustando, spostando la regola un po' più avanti, azzardando.
Baby Driver non è, sulla carta, un film innovativo.
La storia l'abbiamo vista diverse volte, ha alle spalle opere imperdibili come : Driver di Walter Hill o Drive   di quel tizio che per aver un po' di notorietà deve prendersela col mansueto e pacifico Lars, per non parlare di tantissimi altri film che bene o male affrontano questo tema: giovane uomo con trauma nel passato o anche senza, fa l'autista per una banda di criminali, fino a quando l'amore lo porterà a ribellarsi al crimine.
Più o meno questo succede anche in questa pellicola: Baby è traumatizzato per via della morte della madre. Un giorno commette uno sgarro nei confronti di un boss della mala, così deve lavorare per lui fino a quando non avrà estinto del tutto il debito. Nel mentre si innamora di una donna e....
Come vedete niente di nuovo o particolare, ma a me non frega un cazzo della novità. Trovo interessante "come" si possa narrare un canovaccio, una storia già sentita e vista. Tutto qui.
Wright compie il miracolo di citare Hill, ma non did voler essere Hill. Per cui rende la colonna sonora parte determinante della storia, il protagonista soffre di un disturbo alle orecchie per cui al fine di non sentire un fastidioso fischio si spara la musica a palla,  spiazza lo spettatore convinto di uno scontro all'ultimo sangue contro il folle Pazzo, un ottimo Jamie Foxx, o contro il suo boss e invece inaspettato è il suo nemico finale, ribalta quindi i rapporti tra i personaggi, portando una piccola novità senza sottolinearlo mille volte. I suoi personaggi, all'apparenza stereotipati e "scontati", sono in sostanza maschere funzionali, ma dotati di caratteristiche precise che li elevano dalla media. C'è cura anche nella scrittura, quindi, certo sottoposta al montaggio, alla musica, ma non manca una storia e personaggi comunque interessanti.
Trovo anche che la love story e la presenza del tenerissimo rapporto tra Baby e il padre adottivo, un vecchio nero sordo e semi paralizzato, sia portato in scena davvero molto bene, tra romanticismo, dolcezza, e tensione sottile.
Insomma: capolavoro o no? Semplicemente grande, grandissimo cinema.

martedì 12 settembre 2017

DUNKIRK di Christopher Nolan

Ascolta, ero partito per cantare 
uomini grandi dietro grandi scudi, 
e ho visto uomini piccoli ammazzarre, 
piccoli, goffi, disperati e nudi...


Ecco come sono gli uomini nell'ultima opera del regista inglese. Corpi, quasi senza nome ed identità, travolti, distrutti, da un unico obiettivo: salvarsi. Non mancano certo figure più eroiche: l'aviatore impersonato da Tom Hardy, o il civile che colla sua barca, e con l'aiuto del figliolo e di un ragazzino, cerca di salvare più vite possibili. Uno angelo custode dei disperati, altro come uomo che fa la cosa giusta: aiutare il prossimo. Nondimeno anche loro, sottoposti alla legge naturale della paura, dell'attesa, e in quei casi: o ti lasci morire, o diventi un po' carogna, o fai del bene, ma senza sapere se alla fine verrai premiato. A volte sopravvivi in cielo o mare, ma non in terra.
Dunkirk vive e lotta in ogni uomo che , uno stato o una religione, hanno gettato in quella tragedia orribile che è la guerra. L'hai vista narrata in quel piccolo grande film che è  ARDENNE 44, Un inferno di Sidney Pollack. Coi suoi soldati americani bloccati, le loro vite, le relazioni colla gente locale, l'attesa della battaglia e la tremenda disfatta.
Anche noi abbiamo avuto una nostra Dunkirk, solo che non c'è stata nessuna gloriosa rivalsa dopo.
Parlo della guerra in Russia.
Recuperate quel autentico e meraviglioso capolavoro che è : Italiani brava gente di Giuseppe De Santis. Anche in quel caso un nemico mortale, ma quasi invisibile. In primo piano la vita dei soldati, la loro commovente battaglia per non morire, la morte sempre presente, l'idiozia del fascismo.  In queste due pellicole i personaggi sono centrali, si tenta in ogni modo di creare empatia tra di loro e gli spettatori.
Nolan in questa pellicola, usa dei personaggi per renderli quasi una nassa unica, Non approfondisce più di tanto, suggerisce, offre delle informazioni, sulle quali tu spettatore devi costruire empatia o interesse, ma il suo vero obiettivo è altro: mostra la guerra nel "presente".
Cioè, ti vuol far partecipare alla disfatta totale e assoluta che ha colpito l'esercito britannico e quello francese, tra il 26 maggio e il 3 giugno 1940. Ti prende e ti butta nella mischia. In quel caso, approfondire motivazioni, carattere, aspettative dei personaggi è secondario. Un azzardo, forse. Non sempre riuscito, perché a volte è fondamentale saper di più, visto che la costruzione di quella storia potrebbe offrire spunti molto interessanti.

La storia che vede coinvolti Cillian Murphy e Mark Rylence è troppo approssimativa, gettata lì. Quasi non ti interessa del ragazzino colpito dal gesto del soldato interpretato da Murphy, e quasi non cogli il tormento di quel povero soldato, sopravvissuto fisicamente, ma non mentalmente e moralmente. Certo è molto interessante come spunto, ma rimane appunto uno spunto. Come anche la presenza/assenza dei tedeschi, vuol diventare qualcosa di simbolico e metaforico? Ci si ferma a metà.
Però, è anche vero che in guerra non vedi gli altri, o per pochi decisivi secondi. Non c'è nessuna metafora, ma solo la fisicità della lotta.
Sicché. forse se devo trovare dei difetti in questo film è nella costruzione dei personaggi e nella musica invasiva di Zimmer. Questo a un primo giudizio, ma sono scelte di regia e di un regista che , piaccia o no, è fondamentale e importante per il cinema di massa, ma fatto benissimo, di questi ultimi venti e passa anni.
Quello che Nolan filma è la Storia. Lo fa con un occhio compassionevole, e l'altro distaccato, mettendo in scena l' Umano e la Natura, che si scontrano e incontrano. Certo Malick, con La Sottile Linea Rossa, volava decisamente più in alto, ma ogni regista ha un suo stile e obiettivo.
Tenendo conto di questo Dunkirk è un ottimo film.  La guerra spogliata di retorica, commozione, eroismo, patriottismo, o almeno sfiorata da queste cose, ma che rimane in sostanza una terribile tragedia per gli esseri umani.
Puoi morire mentre stai in attesa sul molo, o mentre ringrazi dio che  stai su una nave e la patria è così vicina,
Dunirk è un film dove regna la claustrofobia nonostante sia tutto all'aperto, ma l'immensità del cielo e del mare, non è abbastanza per le vite che pregano di non essere abbandonate. Comprendi come si muore: ammassati, terrorizzati, senza dignità.
Queste cose non te le diranno mai, non te le mostrano mai, a parte che non siano nemici. Ma chi torna vivo non è un eroe, spesso è sopravvissuto grazie alla sua codardia o ferocia e chi è morto non lo ha fatto con gloria e pensando alla patria o alla famiglia
Questa morte di uomini piccoli, disperati e nudi è presente nel film e si sente moltissimo
Per questo, pur con qualche riserva, ho amato molto questa ultima fatica di Nolan

lunedì 21 agosto 2017

ORECCHIE di Alessandro Aronadio

Come ben sapete, da queste parti siamo fortemente e giustamente appassionati di cinema italiano. Il quale non è quella cosa brutta brutta tanto descritta da wannabes e altre tragedie umane, o almeno non è affatto messo così male.
In particolare, in questi ultimi tempi le cose sembrano andar davvero bene. Abbastanza bene, dai!
Ci sono autori più o meno nuovi e giovani, che cercano di portare in scena pellicole meno provinciali e sciatte, tra queste opere un posto sul podio delle migliori commedie degli ultimi dieci anni, va senza ombra di dubbio a  Orecchie.

Ammetto di aver provato interesse e simpatia per l'opera,  già a partire dal trailer. Ho un debole per il cinema in bianco e nero, trovo che sia il modo giusto per filmare al cinema. Potente, evocativo, mi porta a giudicar positivamente la pellicola a prescindere.No, Renny Harlin è inutile che giri in b/n, tu no!
Il formato è un formato quadrato che va da 1:1 a un moderno, almeno wikipedia dice così,  1,85: 1.  A molti non piacerò, lo troveranno poco cinematografico e molto televisivo, però a mio avviso rende bene il senso di schiacciamento del protagonista, ma questa è una mia cazzata da cinefilo allo sbaraglio.
Il regista ha partecipato alle sceneggiature di film come : I peggiori, Classe Z, Che vuoi che sia, e ha diretto un film nel 2009,  Due vite per caso. ( fonte Coming Soon), è anche autore di un libro : Lo strano caso del dottor David e mr  Cronenberg: saggio sul doppio nel cinema.
 Quindi un nome da segnare e seguire con interesse, perché fa parte di quella generazione di registi che , seppur rimanendo in ambito di solide tradizioni cinematografiche nazionali, sperimentano linguaggi diversi o rendono più robusta e meno provinciale la commedia italiana

La storia ha una sua unità di tempo precisa: una calda giornata romana, in una città quasi deserta. Un eterno giovane della nostra generazione di ragazzi quarantenni, si sveglia con un fischio all'orecchio. La sua ragazza non è in casa, ma in compenso gli ha lasciato un biglietto con scritto: è morto il tuo amico Luigi, oggi c'è il funerale.
L'uomo non ricorda chi sia codesto Luigi.
In più il problema alle orecchie non lo molla un momento.
Si troverà coinvolto in una serie di episodi assurdi, folli, tra dottori in vena di sadiche burle o che non badano a quanto gli dice il paziente, ( meraviglioso Massimo Wertmuller e ottimo Andrea Purgatori), dovrà affrontare alunni svogliatissimi che però sono piccoli tamarri del rap, per altro colla presunzione di far un concept tratto dallo Straniero di Camus, direttori di giornali che usano la filosofia per dar dignità ad articoli di rara inconsistenza e trivialità, madri eterne giovani col nuovo compagno, artista di strada proveniente dall'est,  e paura di amare o non amare abbastanza, incapacità di aver idee chiare sul rapporto sentimentale colla ragazza, vivere una vita in difesa, guardando con distacco gli altri, per timore di viverla sta vita.

Orecchie, è un ottimo film: fa ridere davvero molto, grazie a un umorismo che rammenta un certo Moretti degli inizi, più surreale in certe cose, un pizzico di Allen, e tanto, buon ,caro, vecchio, lavoro di sceneggiatura.
Parla dello smarrimento dei nostri tempi, di indecisioni, timori infondati, incapacità ad ascoltare oltre quel rumore che abbiamo nelle nostre "orecchie", c'è un bellissimo lavoro fatto sui dialoghi, come l'emozionante monologo finale, ci diverte tanto, cosa sempre buona, e ci fa affezionare ai suoi personaggi: sgangherati, ma umanissimi.
Piccolo film, ma con un ottimo cast che recita in modo eccelso per tutta la durata della pellicola; oltre ai citati Wertmuller e Purgatori, ci sono Pamela Villoresi, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Rocco Papaleo, Ivan Franek, Silvia D'Amico. Tutti hanno una scena o battuta memorabile, dimostrando la massima attenzione per ogni personaggio.
Fra tutti, però, credo  vada seguito con attenzione, il suo protagonista: Daniele Parisi, che mi ha rammentato un po' Mastandrea, per l'indole romana di sopportare ogni cosa. Bravissimo, assolutamente, eccezionale
Finisco dicendo che secondo me, ocio che la sparo grossa, il film cita anche 7 piani di Buzzati e il fischio al naso di Tognazzi, ovviamente senza diventar così cupo e drammatico, ma potrebbe essere.
In ogni caso. andate a vederlo, vale la pena!