venerdì 24 ottobre 2014

DIAZ di DANIELE VICARI

Ci sono eventi che , anche se non vissuti in prima persona, hanno segnato una generazione. Perché talmente enormi, devastanti,aberranti, che risulta impossibile star lontani da essi.
La mia generazione, prima che trovasse rifugio nell'elogio agli anni 80 dei  Goonies, è stata battezzata nella violenza e nella morte delle giornate di Genova. Tutti noi rammentiamo benissimo dove eravamo e cosa facevamo quando è morto Carlo Giuliani e quando le forze dell'ordine decisero di trasformarsi in teppisti sadici durante la rappresaglia alla diaz e le torture a Bolzaneto.
Ero in montagna,leggevo il manifesto, con la mia solita lungaggine tra pensiero ed azione ero pronto per fare politica,ma non avevo ancora nessuna tessera di partito. Anzi : Del Partito,che per me , allora, era il Prc.
Lessi la notizia della morte del compagno Carlo e poi della mattanza successiva , contro compagni e compagni inermi, colpevoli solo di esser a portata di mano di un gruppo di fascisti in divisa.  Gente repellente, orribile, gente che siccome lo stato mi dà l'autorizzazione di fare male a gente disarmata , si pavoneggia in assurde punizioni e umiliazioni. Più o meno un grande cantautore cantava così: " quante volte le avete colpite?" Decisamente meno,ma voleva dire: non vi basta? Non vi è bastata la carica in piazza, la violenza feroce e brutale nella scuola? No. Ecco,cosa vi passa nelle vostre teste? Vi siete scordati che voi siete difensori dei cittadini? Vi era forse sfuggita dalla vostra testa che non stavate reprimendo dei pericolosi camorristi o mafiosi, gente che scioglie viva altra gente nell'acido,  o che eravate fuori di testa perché erano morti due dei vostri. No, quella è stata un'aggressione schifosa,ignobile, e da quel giorno di luglio siete automaticamente fuori dall'umanità.
Avete fabbricato prove false, cercato il pretesto,goduto non come sbirri,ma come uomini e donne , nel fare male a gente che stava dormendo o che era ormai nelle vostre galere.



Io leggevo tutto questo sul giornale, altri molto più in gamba e svegli di me,erano là. Sul treno, mentre tornavo a casa, si discuteva con la gente e tutti erano concordi nel fatto che quell'episodio fosse vergognoso. Lo pensavano anche quelli che non erano dei bolscevichi maledetti, come me.Vi ricordate: " Un altro mondo è possibile!"  ? Fa stano, vero? Avevamo grandi ideali. A essere sincero, io ce li ho ancora. Io , seppure con il gravissimo handicap di non avere una tessera di partito, sono rimasto ancora fedele alla mia idea comunista. Non solo come movimentismo,ma come  costruzione di società. Sono un pirla o un romantico rottame, e più vado avanti meno sopporto il fallimentare settarismo dei duri e puri da occupazione di cabine telefoniche, visto il numero di militanti,ma sono e rimarrò un comunista. In brianza, per giunta. Merito una medaglia d'oro alla resistenza ! Scherzo.
Non sono mai stato movimentista, non credo affatto nella società civile, nei liberi cittadini, nei cani sciolti, nell'anarchia e nel comunismo libertario,ma che tempi erano quelli. Ti rendi conto, mia cara lettrice e mio amichevole lettore, che avevamo speranze e ideali? Lo so,potranno dire confusi.Ma talmente confusi e infantili che hanno usato la repressione e la mattanza fascista per fermarci. E non ci sono riusciti. Per un po'.
Ci siamo fermati noi: con divisioni,litigi, io sono più rosso di te, compagni basta con la lotta di classe , e altre orribili cazzate.
Ma sapete una cosa? Vi amo lo stesso,compagni e compagne . Perché  tutti noi ci abbiamo provato.



Così molti si sono avvicinati alla politica,anche io. Ho militato con passione e sincerità nel prc e poi nel pcl. Ho conosciuto compagni e compagne a dir poco favolosi. Gli anni migliori della mia vita. Certo, dal punto di vista della formazione,poca roba. Ma ho passato nel migliore dei modi la mia gioventù. Io e gli altri eravamo presenti, in quel tempo. E non siamo sconfitti, o perdenti.Non ci hanno piegato alla loro logica. Non sarò mai di destra o un liberal capitalista.

Ma Diaz, inteso come film, come è? Stupendo.



Stupendo perché necessario,fondamentale, perché è il cinema che voglio vedere.  Vicari gira un horror sulla nostra società,sulla nostra storia. Ci ricorda che i marescialli rocca, gli agenti che manca solo ti offrano caffè e briosche mentre ti interrogano, sono una bella invenzione televisiva. O meglio: esistono anche loro, esistono uomini di legge democratici e coscienti del loro ruolo,ma una parte di esaltati fascisti, di gente frustrata che non vede l'ora di menare c'è. Lavoro difficilissimo, certo. Pieno di stress,certo. Ma ditemi chi non lo è da oltre venti anni? Da quando viviamo nel paradiso del capitalismo?
E io non sono un garantista dal cuore d'oro. No, non lo sono per nulla,ma riconosco l'orrore disumano di certe azioni vigliacche,ripeto: non stai attaccando dei sanguinari,sadici, assassini. Ma gente che dormiva, inerme.
Non dimentichiamolo,perché poi arrivano i provocatori a sparare minchiate.

Diaz è un film che non perdona, non dimentica e mostra. Attraverso flashback , attraverso la vita di alcune persone che sono rimaste coinvolte. Giustamente non vuol nemmeno fare di ogni erba un fascio. Ci mostra anche la minoranza delle forze dell'ordine che vivono male quanto fatto. Giusto così.Ma non dimentica che i veri offesi e vittime sono i manifestanti.



Impeccabile dal punto di vista tecnico, carico di inaudita tensione, coinvolgente e sconvolgente. Cinema indisciplinato, che ti obbliga a partecipare, a non nasconderti. Perché le violenze inaudite che vediamo,sono verissime. Il ragazzo costretto a fare il cane,la ragazza umiliata -e cosa atroce,quella che gode di più della sua umiliazione è una donna poliziotto- sono cose reali,accadute.
Prima di perderci nei deliri dei debunker e dei complottisti, prima di chiuderci a fare i grandi rivoluzionari su facebook,prima avevamo voglia di credere in mondi diversi possibili. Ognuno con metodi diversi,ma il fine era quello.
Come sempre ci siamo sconfitti da soli,ma non siamo morti. Ricordiamolo e ricordiamocelo

mercoledì 22 ottobre 2014

CALL GIRL di MIKAEL MARCIMIAN

C'è del marcio in Svezia. Potremmo descrivere in cotal guisa la pellicola che il regista svedese Marcimian ha tratto rielaborando una storia vera.
Una bruttissima storia di ragazzine costrette a prostituirsi, di politici e pezzi grossi dell'esercito invischiati, di servizi segreti che non vogliono far conoscere la verità.
Quindi l'illusione di una socialdemocrazia paradisiaca, nonostante il clima infausto, va a disperdersi in un clima cupo di violenza, sopraffazione, corruzione, sottile e cruda repressione.



Il film segue due piste: una è la classica investigazione poliziesca con tanto di servizi e collaboratori di politici che intralciano le indagini perché non vogliono che lo scandalo scoppi sotto le elezioni, ( visto l'alto numero di ministri e uomini di legge coinvolti), qui è evidente la lezione del thriller politico americano,compresi anche le enfatizzazioni, i dialoghi troppo esposti e semplificativi, anche se ben sorretti dal ritmo e dalla buona interpretazione degli attori. E poi , ( la seconda, quella che preferisco), affronta la vita delle ragazze. Come vengono reclutate,il lato quotidiano del lavoro, i rapporti con la loro "padrona", e tutto il resto. Noi veniamo a conoscenza di questo mondo grazie alla storia di Iris e Sonia, due ragazzine problematiche e per questo ospiti di una casa famiglia , dove in teoria dovrebbero vivere tranquillamente con i coetanei , le quali a poco poco si fanno trascinare nel giro di sesso a pagamento con anziani facoltosi e pubblicamente importanti.



La pellicola è sopratutto il ritratto amaro e duro di una nazione incapace di dare educazione e fiducia ai giovani, nascondendosi dietro idee liberali e di libertà personali fragilissime, un paese di viziosi e indifferenti, dove è impossibile fare luce su un caso tanto squallido. Perché le elezioni, il fatto di poter essere il primo ministro , di poter gestire il potere, passa sopra la serenità e la tranquillità che ogni ragazzina dovrebbe avere. Passa sopra alla giustizia e al lavoro di un giovane ed onesto poliziotto.
Guardando il film , mi veniva da pensare che spesso noi italiani siamo convinti che certe cose capitino solo da noi. Proviamo vergogna per una classe dirigente pubblica e privata priva di etica, morale, senza senso della vergogna . A parte , poi, glorificare un vecchio e squallido porco perché si fa menare il suo flaccido organo dalle ragazzine. La mancanza di morale italica che per la vergogna poi cerca di darsi un contegno diventando giustizialisti un tanto al chilo.
Non stavano meglio in Svezia: il film mostra squallide cene eleganti, ragazzine costrette a fare sesso con anziani laidi,il corpo della donna come merce , usato da altre donne per far soldi e comprato dagli uomini.
E in più la macchina statale e della sicurezza che attacca chi vuole portare la verità a galla.
Non c'è consolazione, non c'è speranza, ed è questa cosa che forse ci lega, come popoli, come persone.



La colonna sonora a base di successi rock e dance,sottolinea un'atmosfera in superficie allegra,libera,spensierata,ma pone ancora di più l'accento sulla natura putrida, decadente, viziosa, che in sostanza sta alla radice del sistema svedese in quegli anni.  Un classico problema che si manifesta nelle democrazie liberal-capitaliste.
Call girl , quindi è un buon film. Indagine amarissima sul declino di un paese , delle sue classi dirigenti, del suo sistema fin troppo debole e incapace di difendere le fasce più deboli, opera lucida che talora strizza l'occhio a un certo modo americano di fare cinema,ma che mantiene sempre la sua stupenda anima di cinema nordico. Un certo rigore e pessimismo che io amo tantissimo.

martedì 21 ottobre 2014

L'INTREPIDO di GIANNI AMELIO

Sai come si dice? Buono come il pane. Per dire di una persona genuina,semplice,che sappia dare un minimo di serenità.
Ecco, questo è Antonio Pane. Cosa sappiamo di lui? Poco,solo che lo notiamo alle prese con le mansioni più svariati, ogni tipo di lavoro. Uno stakanovista che non si accontenta di un singolo posto? No,un povero cristo che ha perso il lavoro come altri e che ha trovato un modo di sopravvivere: fare il rimpiazzo dei lavoratori che per mille ragioni non possono andar al lavoro in un determinato periodo



Antonio è buono come il pane. Lo dice anche il suo cognome, per questo cerca anche di esser d'aiuto alle persone. Si affeziona a Lucia, ragazza problematica. L'uomo riesce a darle , ogni tanto un po' di serenità, cosa che gli riesce meno con il figlio Ivo, musicista che teme il pubblico e ogni volta rinvia la sua presenza sul palco.

Non è facile vivere di questi tempi, par ci dica il film. Equilibri precari, spezzati,cosa rimane dell'uomo? Poco o nulla. Le sue fobie, le sue debolezze. Leggero e sospeso, passa Antonio , uno convinto di poter fare qualcosa, di essere d'aiuto per gli altri. Un fantasma , più che una persona, lo spettro di quello che eravamo, di quello che siamo stati. E che per mille assurde ragioni non vuole sparire del tutto, non vuole estinguersi.



Amelio gira un film imperfetto,smarrito,lieve , sospeso. Come se fuggisse di mano al suo autore,o come se - il regista- dopo un avvio leggero e da "commedia", percepisse che non c'è nulla da essere allegri, ottimisti, spensierati e il film implode su sé stesso. L'esplosione dinamica verso l'esterno,la società,il lavoro,con le sue immagini reali e concrete, la divisione in categorie lavorative,il ruolo preciso che ognuno deve avere nella nostra società e quindi l'aprirsi agli altri,andare verso di loro,dividere la precarietà e i progetti, venga spazzata via da un dolore personale che chiude ogni apertura.
Molto probabilmente Amelio non è portato per le commedie,e quindi il cortocircuito tra intenzioni e realizzazione esplode e diventa palese in tutta la sua difficoltà. Non è un film riuscito,proprio per questo cambio di registro e perché, a parte Albanese, i giovani debuttanti fanno fatica a dar spessore ai loro personaggi, enfatizzano troppo, spariscono dietro i dialoghi.



Nondimeno le tematiche e lo stile di Amelio si ritrova in questa pellicola sgangherata e che avanza su gambe malferme , storte. Vi sono squarci di sofferenza, di nuda e cruda realtà, di malinconie fortissime,e sopratutto il film è salvato dall'immenso personaggio , interpretato benissimo,  di Albanese. Emblema dell'uomo smarrito,che cerca di mantenere le vecchie e sane abitudini del lavoro, dell'unità famigliare, dell'amore e dell'amicizia. Antonio Pane fantasma di epoche passate, in bilico sul suo filo d'erba dondola e dice : che bello.( citazione : Davide Van De Sfroos), il tutto inserito in un contesto profondamente settentrionale,nordico, sia di atmosfera che di realizzazione Un luogo di nessuno,eppure pieno di cantieri,che si muove e dimentica, Immemore dei suoi figli che lavorano,ma non costruiscono più nulla.
C'è amarezza e dolcezza in questo film. Manca però l'equilibrio tra commedia e dramma e l'ultima parte ,appunto, si piega su sé stessa, implode.
L'errore principale di Amelio è stato quello di aver pensato a una commedia,quando in realtà non possiede i ritmi e i tempi di essa,e sopratutto quando la storia , prepotentemente, vuole arrivare ad altro.
Sicuramente non il miglior film del regista de Il Ladro Di Bambini,ma nemmeno quella pellicola orribile che , con troppa severità, molti hanno giudicato
Un'operazione sospesa, imperfetta,ma sincera,profonda, piena di mestizia e di abbacinante dolcezza.

lunedì 20 ottobre 2014

IL GRANDE COCOMERO di FRANCESCA ARCHIBUGI

Cosa è un essere umano? Chi reputiamo tale? Solo le persone che , per motivi sociali ben radicati, giudichiamo normali? E cosa è la normalità?
Un malato di mente, o con problemi psichici,non ha forse anche lui la capacità di provare emozioni, sentimenti? Non è compito di chi si occupa della sua salute anche di dargli un minimo di collettivismo,condivisione, vivere come può con gli altri?
Oggi viviamo in un paese il quale di facciata si presenta come civile e moderno, ma in sostanza è reazionario. Alcuni parlano di rivedere la legge 180, una delle migliori mai fatte in un paese come il nostro.
Un paese come il nostro appunto. Dove fra le mille disgrazie , ci sono anche persone degne di nota e rispetto come Basaglia e Marco Lombardo Radice.
Proprio a questo ultimo si collega il film in questione.



Opera piena di umanità, di attenzione per le relazioni fra personaggi, che non teme di esser considerata buonista , da quelli che siccome vivono male pretendono che anche gli altri soffrano. Solo la malvagità, il cinismo, il disfattismo,come elementi di sincerità,il resto è ipocrisia.
Un grande film come questo ci rammenta la reale natura dell'essere umano: la forza della compassione, del prendersi cura di chi è in difficoltà, di comprendere e prestare attenzione agli altri,sopratutto se manifestano un certo malessere.
Nel reparto di neuropsichiatria infantile di un grande ospedale romano,arriva Pippi, una ragazzina problematica, vittima di crisi epilettiche e dotata di una smodata fantasia che la porta a mentire su tutto e tutti.
Il suo caso viene seguito da Arturo, un giovane direttore che vuole imporre sistemi di cura più umani e meno " burocratici" nei confronti dei giovane degenti .  Fra i due , dottore e paziente, nasce un bellissimo rapporto quasi genitoriale, ( lui ha costretto la sua ex ad abortire ed è stato abbandonato ,lei ha due genitori assenti preoccupati a litigare tra di loro),che la regista ci racconta con tocco e tono delicato.



La descrizione accurata dei pazienti, dove non si tace della loro situazione complessa e critica,ma nemmeno si nega che abbiano umanità e sentimenti, per cui il bisogno assoluto di socializzare,di non essere esclusi, il dolore e un certo coraggio da parte dei genitori, ( come la piccola paziente che diventerà amica di Pippi, nonostante abbia una malattia al cervello che non risparmia), il ruolo di medico che non è esente dall'essere principalmente un essere umano che deve provare empatia per i suoi pazienti,sono i temi centrali di questa bellissima pellicola.
Altro punto di forza è la rappresentazione di quel piccolo mondo fatto di malattie,casi clinici, problemi di struttura e di mancanza di danaro,di pochi lavoratori disponibili. Ecco,il film poteva puntare su una denuncia vibrante contro la sanità pubblica, cosa che ultimamente è diventata di moda, ma non lo fa. Non nega i problemi,ma mostra quello che si è potuto fare.
Questo in un paese dove ci si nasconde , con la scusa della denuncia, dietro alla lamentela a lingua armata , non è da poco. Verrà confusa con buonismo, film consolatorio e altre cretinate. In realtà si vuol dire che c'è sempre spazio per fare qualcosa di buono, cominciando dal fatto principale: restiamo umani. E comprendiamo che dietro a un ragazzino malato,c'è appunto un ragazzino. Non è la sua malattia, è una persona , in grossa difficoltà  e quindi merita massima attenzione.


L'Archibugi ci guida per mano alla conoscenza dei pazienti,dei famigliari, degli operatori sanitari. Ci descrive delle persone imperfette,ma con la speranza e la gioia fragilissima di chi sa che ogni secondo lontano dal dolore sia da santificare
Non ci eroi, non ci sono musiche epiche e" faccine " da sfruttare per una commozione facile . Niente di tutto questo.
Si piange tanto vedendo il film, non puoi rimanere indifferente alla morte di una bimba, alla malattia, agli sforzi che spesso finiscono in un buco nell'acqua del protagonista e dei colleghi che lo aiutano.
Ma c'è la vita , quella vera, in questa pellicola. C'è tenerezza,compassione, comprensione
Tre cose per me fondamentali.
E poi un grande cast: memorabile Sergio Castellitto, indimenticabile Laura Betti e la sua Aida , infermiere sull'orlo di una crisi di nervi, donna sola che la solitudine ha reso vittima del suo stesso rancore, e poi Anna Galliena , madre che si trova impreparata ad affrontare la malattia della figlia, Victor Cavallo,un prete che tutti vorrebbero incontrare. Un film davvero riuscito , sotto tutti i punti di vista.