sabato 14 aprile 2018

I SEGRETI DI WIND RIVER DI TAYLOR SHERIDAN.

Ascolta, per me le cose sono abbastanza semplici. Sì, sì, lo so. Le sfumature, ogni essere umano è importante, lo so. L'ho capito. Tuttavia mi basta ascoltare le storie, vedere i volti delle persone, i segni che si portano dietro e insomma.. Le cose non stanno proprio così.
Aggressori e aggrediti, vittime e carnefici. Tutto qui. Anzi, no! C'è un altro elemento: questo dolore, questa sofferenza che non è solo una questione privata, ma investe e avvolge le altre persone, le case,  l'ambiente che ci circonda.
Non esistono prigioni peggiori di quelle senza sbarre. Vedi la vastità della pianura, la bellezza imponente delle montagne o le distese azzurre del mare. Eppure, talora, non c'è nessuna libertà, nessuna redenzione possibile.
C'è la perdita, la mancanza di una persona cara, i sensi di colpa - che sono giusti e naturali inutile evitarli- e una marea di domande, ipotesi, su cosa avremmo potuto fare.
Niente.
Non puoi far niente, se non viverlo tutto quel dolore.

Molti hanno paragonato questa pellicola a quel piccolo classico che è " Il silenzio degli innocenti". Ormai non riusciamo nemmeno più a far i paragoni come si deve.
Certo c'è un delitto, delle indagini e una donna dell' F.b. i.  che "risolve" il caso grazie all'intervento di un uomo "esperto" in un determinato settore. Ma anche con questa spiegazione siamo lontanissimi sulla reale natura della pellicola.
Sheridan  usa il genere per raccontare la sofferenza, solitudine, dei suoi protagonisti all'interno di un ambiente sociale e naturale ostile. Che sia la frontiera messicana/americana di Sicario o la desolazione di uno stato del sud degli Stati Uniti, non cambia il destino dei protagonisti. Colpiti e affondati da forze maggiori, da una giustizia che nulla ha a che fare con la legge, persi in un mondo quasi primitivo, in cui forse si può parlare di clan o tribù le une contro le altre. Microcosmi che tentano di vivere e difendersi contro un nemico troppo forte e potente.
Anche in questa seconda opera come regista, mette in scena le stesse tematiche.
La storia, almeno sulla carta, è davvero di quelle che più classiche non si può, Un uomo che si guadagna da vivere come cacciatore, nelle lande desolate del Wyoming, durante una battuta di caccia. scopre il cadavere di una ragazza. La fanciulla è morta mentre cercava di scappare da qualcuno. Morta soffocata nel suo stesso sangue,  perché correre di notte quando la temperatura scende sotto i 30 gradi, porta delle spiacevoli conseguenze ai polmoni. Che peggiorano respirando l'aria gelida.
La ragazza è stata violentata, per cui si indaga per scoprire chi è l'autore della violenza e dell'omicidio.
Arriva sul posto una giovane agente dell' F.B.I. una ragazza volenterosa, ma inadatta ad ambientarsi in quel posto dimenticato da dio
Il posto è una riserva indiana. Sai quei paradisi in terra dove i civilissimi e democratici statunitensi hanno rinchiuso, dopo anni e anni di massacri, i veri proprietari di quelle terre?Sì, sto parlando dei pellerossa.  Sto scrivendo che gli Stati Uniti sono nati, cresciuti, prosperati, grazie al genocidio di quei popoli e lo schiavismo ai danni degli africani. Questa è la Storia, questa è la Verità. Non ti dico che tu faccia male a trovare alibi e raccontarti balle sui tuoi adorati yankee e il sogno americano,  lo puoi fare. Ognuno di noi difende le cose che ama. Abbi solo la decenza di non ergerti a persona di buon cuore, a campione di umanità quando parli dei tuoi " fari della democrazia occidentale contro il buio di questi tempi". O quando, da libertario a cazzo di cane, parli di " sacri valori occidentali".
Le riserve sono posti dimenticati dagli uomini e da dio, dove è difficile vivere.
" La neve e il silenzio, sono le uniche cose che non siete riusciti a portare via ala mia gente" Queste bellissime parole, dette dal cacciatore a un figlio di puttana colpevole di un reato orribile, descrive bene quella zona. " Qui o sopravvivi o soccombi" Anche queste parole spiegano benissimo che inferno in terra è quella zona.
Neve, silenzio, una magra vita da allevatori, troppo alcol, tanta rabbia. Uno rischia di impazzire e commettere atti ignobili.
Cory Lambert, un ottimo Jeremy Renner, il cacciatore protagonista di questa pellicola, è un uomo piegato dal lutto.Sua figlia è morta come la ragazza trovata cadavere ( a sua volta figlia di un suo carissimo amico) l'abilità di Sheridan consiste nel non darci troppe informazioni sulla morte della ragazza, ma di certo anche lei è stata vittima di violenza. L'uomo cerca una sorta di rielaborazione impossibile non tanto dal lutto, ma penso, dal senso di colpa trasformandolo in aiuto alle indagini, per vendicare l'amico, sé stesso, o solo perché a un certo punto sei talmente avvolto dal dolore e distante dal mondo che dovrai far qualcosa, per trovare o dare un senso.
Tanto lo sai che alla fine la vendetta non sistema le cose, ma d'altronde cosa c'è da sistemare quando tutto è crollato, frantumato, in mille pezzi'
Opera dolorosa, dolente, che colpisce e affonda lo spettatore. Senza scader nel morboso, o strumentalizzare il senso di perdita che avvolge la storia e il film.
Non è nemmeno un film di vendetta. Cory non è rancoroso, come la donna del Missouri, non odia il mondo, ha accettato di viverci per sempre col dolore e - in una breve sequenza di rara bellezza- lo dice anche al suo amico Martin.
Wind River, è un film di personaggi. Ognuno ha una sua umanità feroce e dolente, ognuno di loro rimane impresso. Partendo dai due ottimi personaggi principali ( Elisabeth Olsen è magnifica nel dar copro al personaggio di una giovane donna persa in una terra ostile, che tenta di agire e farsi sentire. Ma rimane estranea a quel ambiente e a quelle persone),  io ho amato molto anche lo sceriffo locale. Un vecchio saggio, il  quale, pur sapendo che lui non ha nessun tipo di mezzi e non conta nulla, è in prima linea a compiere il suo dovere. Come mi ha commosso molto il finale, con il povero Martin truccato per il suo funerale, che desiste dall'uccidersi perché ha pur sempre un figlio.
Un figlio che non sente da troppo tempo, visto che ha deciso di annullarsi nella droga, ma che forse  dopo la morte della sorella, forse ha deciso di cambiare vita
Forse.
E la vendetta? O è giustizia quella che vediamo compiersi alla fine? Io penso che certi dettagli tu possa aver il lusso di notarli proprio perché non hai avuto modo di essere vittima di una violenza o di perdere qualcuno in modo violento. Non faccio nessuna colpa ai garantisti, innocentisti, anzi riconosco a loro una forza morale, etica, civile, che è la doppia della mia
Dico solo che quando non avevo nessuno, potevo anche dire: "Eh, ma che risolvi in questo modo?Non vedi povero che sta piangendo?" Ripeto chi pensa queste cose ha tutto il mio sostegno, lo dico sinceramente. Io non posso farcela. Perché se mi portassero via in quel modo una persona che amo, sarei morto anche io. Ucciso dai ricordi, dal rimorso, dalla colpa.
E far morire in malo modo il colpevole, sarebbe l'unica cosa che mi darebbe un... No, non mi darebbe nulla, ma è rabbia per rabbia, odio per odio, che poi se vedi bene nell'antico testamento c'è anche scritto: occhio per occhio e così via.
Per evitare tutto questo viviamo in città civilizzate, dove ti affidi alla polizia e tu passi i giorni al buio, andando in terapia, scacciando o rielaborando la rabbia e la voglia di vendetta.
In un posto dimenticato dal diavolo, le cose funzionano diversamente.
Come? Non c'è nessuna redenzione, scampo, alla fine tutto quello che puoi fare è piangere tua figlia e chiedere a un amico se per caso ha tempo da darti. Per aspettare insieme, perché l'unica cura è non chiudersi e isolarsi, ma aver il coraggio di chiedere aiuto.
Sopratutto noi uomini allevati da donne che ci insegnano a non piangere e da maschi per cui un corpo femminile è un oggetto e non una persona.
Forse piangessimo di più i nostri dolori, forse...

Per tutti questi motivi "Wind River" è un film eccezionale, ottimo, che va visto e vissuto senza difese, e pensando che fortuna abbiamo noi a non vivere nello stato del Wyoming!


venerdì 6 aprile 2018

A TAXI DRIVER di HUN JANG (Korea film festival)

Ti ricordi cosa diceva quella canzone? Ma sì, la cantavamo spesso e volentieri durante le trasferte dalla nostra Brianza a Roma. Ogni manifestazione era preceduta da questo canto collettivo sul bus, non ricordi? Aspetta ti cito le parole:" Gli eroi sono tutti giovani e belli!" Appena le ripetevi per tre volte consecutive ti pareva quasi di vederlo questo eroe, vero? Alto, biondo, sguardo fiero, nobilissimi ideali e sprezzo del pericolo. Gli eroi non hanno paura, non temono la vita.
Perché non ne hanno una da perdere.Sono un po' dei coglioni gli eroi, sai? L'ho sempre pensato e infatti ho sempre trovato più avvincenti le storie di quelli che, se avessero potuto, col cazzo che avrei perso la vita per la patria, dio, o altre invenzioni umane.
Però la figura dell'eroe e del super eroe, ci serve e non possiamo farne a meno. Deleghiamo a loro le asprezze della lotta, il rumore dell'acciaio e delle pallottole, la presa di posizione. Così possiamo vivere mangiando pop-corn e prendendocela coi "politici".
Eppure la vita a volte ci costringe a non rimanere nascosti,  a vivere premiando la convenienza e non il riscatto, la redenzione, il semplice gesto di umanità che non ci rende complici.

Vincitore del premio della giuria e premiato come miglior film dai voti degli spettatori in sala, del Korea Film Festival, da poco concluso,  A Taxi Driver, è un' opera di grande spessore e potenza. Proprio come il secondo classificato (Ordinary Person) anche qui ci troviamo di fronte a una pellicola che contamina genere e impegno politico. Un giusto equilibrio tra la commedia e la denuncia del massacro di Gwangju, dove una lunga protesta popolare venne soffocata nel sangue ad opera dei soldati.
Casomai vi voleste informare meglio sul massacro, ecco un linkhttps://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Gwangju

Il film ci mostra la vita di Kim. Chi è costui? Un uomo medio, anche mediocre. Non certo una persona informata di quanto accada dopo il colpo di stato del 12 dicembre 1979. Lui pensa a lavorare e mantenere sua figlia. Il tassista è un vedovo e non è facile crescere una bambina da solo.
Kim a inizio film se la prende con un gruppo di studenti che manifestando viene caricato dall'esercito. Per lui, quelli, sono solo dei fannulloni, figli di papà, che non sapendo cosa fare rompono le palle alla brava gente come lui
La brava gente vive bene anche sotto una dittatura militare.
Un giorno attirato dal danaro decide di accompagnare uno straniero, un reporter tedesco- se non ho capito male della D.D.R.-  nella città di Gwangju.

Il viaggio non comincia benissimo.  Il reporter è un po' arrogante e sprezzante nei confronti del tassista e questo ultimo pensa solo ai soldi che guadagna con quel lavoro.
Una volta giunti in città, però, le cose cambieranno. Kim toccherà con mano la ferocia del regime, vedrà molti ragazzi e cittadini trucidati, vivrà sulla sua pelle l'orrore della dittatura fascista. Sopratutto comprenderà che noi non siamo nati per vivere separati dal mondo. Non siamo isole, non possiamo pensare solo ai nostri cari, alla nostra salvezza. L'arrivo di una maturità politica e umana coincide con i momenti più emozionati e drammatici dell'opera. Il ridanciano tassista diventa un uomo che per il bene di gente innocente e per salvare quel cliente abbandonato a far una brutta fine, si mette in gioco.
La cosa bella di questa presa di coscienza è che non si manifesta in modi retorici e da supereroe. No.
Kim rimane un uomo normale, non particolarmente sagace o forte, uno di noi. Perché talora il ruggito di un coniglio può coprire quello del leone.
Kim capisce che in certi momenti non ci si può tirare indietro. Non è una comprensione intellettuale e razionale, ma assolutamente sentimentale. Ha degli amici, ha conosciuto colleghi e cittadini che lo hanno accolto come uno di loro. Per questo decide di aver un minimo di coraggio e di aiutare il giornalista tedesco.
La cosa davvero bella di questo film è che se ne sbatte di apparire retorico, commovente, ricattatorio e tute quelle stronzate tanto care ai fans del cinema trattenuto.
A Taxi Dirver è un film carico di emozioni, scene madri suggestive e sequenze che fanno bene al cuore e agli occhi.  Cinema popolare, per masse, ma che svolge anche il compito preciso di istruire il pubblico attraverso l'uso della memoria.
Difficile trattenere le lacrime nella sequenza in cui Kim, ormai fuori dagli scontri in piazza, a bordo del suo taxi non sa se ritornare indietro o portare in salvo sé stesso e il suo cliente.
Basta inquadrare gli occhi dell'immenso Song Kang-Ho per mettere in scena indignazione, rabbia, impotenza, amarezza.
Il film è tratto da una storia vera. Giusto per ribadire che davvero noi possiamo essere migliori rispetto a quello che siamo costretti ad essere, ogni giorno della nostra vita.
L'opera si chiude con un filmato che riprende il vero reporter tedesco, il quale chiede di aiutarlo a trovare quel tassista, quell'inaspettato amico, che non vede da decenni.
Giusto per dar più amarezza a una pellicola commovente, toccante, che mi ha fatto conoscere una storia quasi dimenticata o mai sentita, sopratutto in  Occidente.

mercoledì 28 marzo 2018

ORDINARY PERSON di KIM BONG-HAN (KOREA FILM FESTIVAL)

La Storia puoi narrarla o filmarla in due modi: ponendo l'attenzione all'ambiente sociale e politico in cui accadono i fatti presi in considerazione, come nel bellissimo The Fortress, mostrando le strategie e le analisi alla base del sorgere e cadere di regni e dittature, oppure raccontando la storia piccola di gente piccola. Uomini che non sentono il peso della gloria, la forza della rivoluzione, ma devono riempire lo stomaco e sopravvivere. Questo capita nei regimi dittatoriali e quelli democratici di stampo capitalista.
Le persone normali, ordinarie, comuni, non possono fare altro che vivere e occuparsi dei propri cari.

Tra queste persone ordinarie, che fanno solo il loro dovere, non mancano nemmeno uomini che hanno sostenuto cause sbagliate. Le ragioni sono tante, non solo la fame. C'è un'idea errata di patriottismo, c'è la paura di ribellarsi, moltissime ragioni.
Tutti dormiamo quando il potere è troppo forte, questo non vuol dire che non possiamo svegliarci.

La dittatura militare nel Sud Corea, è materia poco conosciuta dalle nostre parti. A essere sinceri è sconosciuta anche quella del Nord, visto che i riferimenti nostri sono solo mezzi di propaganda del sud o- quando va bene- cinesi. Noi occidentali arroganti e presuntuosi non sappiamo un cazzo, ci cibiamo di propaganda, ma crediamo sempre di aver capito l'universo mondo.
Quando molti non hanno ancora capito come funziona la nostra democrazia e cosa si va a votare il giorno delle elezioni, spoiler: non il governo.
Come tutte le dittature fasciste serviva a noi per bloccare l'avanzata del comunismo o di spinte anti colonialiste. L'atteggiamento è di solito: "Sono dei figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana".  Lasciando ai mezzi di informazioni, a volte e non sempre, il compito di farci provare pena per quelle persone così disgraziate da vivere in quei paesi.

Ordinary Person, comincia come una robusta commedia quasi d'azione. Ci viene presentato il suo protagonista, Kang Sung- Jin, un poliziotto navigato e dai modi poco ortodossi. Lo vediamo mentre dà la caccia a un malvivente in compagnia del nuovo arrivato. Vengono messe in scena le dinamiche tipiche di un poliziesco in cui è protagonista una coppia di sbirri ed è anche divertente a tratti.
Il tono cambia dal momento che Kang-Sung-Jin viene contattato dai servizi segreti. In quel periodo ci sono manifestazioni e malumori nel popolo e serve una storia per deviare la tensione. Per questo il poliziotto deve occuparsi di un feroce serial-killer. L'agente decide di incolpare un uomo, arrestato insieme al giovane collega, colpevole di un omicidio ma estraneo del tutto agli altri casi 
Il poliziotto, in cambio dei suoi servigi, ottiene denaro, una nuova auto e la possibilità di operare il proprio figliolo.
Il ragazzo ha un problema a una gamba, ma l'operazione per poterlo guarire costa troppo. Grazie ai soldi ottenuti facendo il lavoro sporchissimo per il regime, l'intervento si può fare.

Mentre ripensavo a questo film mi veniva in mente una cosa: come è facile accusare un uomo. Leggendo queste righe uno potrebbe pensare che lo sbirro protagonista sia un uomo spregevole, visto che a un certo punto fa arrestare anche il suo migliore amico, un giornalista dissidente. Questo schematismo capita solo in certe opere, non è sbagliato a prescindere e non mi dispiace nemmeno, tuttavia la vita reale è un continuo spostarsi tra soluzioni sbagliate e altre disastrose, vigliaccheria e coraggio, orrore e splendore. Tutto questo è ben rappresentato dal protagonista di questo meraviglioso, stupendo, straordinario film.

La seconda parte di questa opera infatti ci parla del risveglio del suo protagonista. L'uomo comprende che è solo un numero, un oggetto, e che la sua amatissima patria è nelle mani di farabutti e torturatori.
Commuove la sua lotta per incriminare il giovane e feroce funzionario dei servizi segreti. Ci trema il sangue nelle vene assistere alla fine del giornalista dissidente, l'impegno della giovane reporter, la fine di un cane randagio e di una povera famiglia. Tanti piccoli tasselli di un mosaico imponente di orrore, violenza, sopraffazione.
Certo la dittatura è sul punto di finire e poi arriverà la democrazia, ma questo non significa per forza giustizia. Il finale amaro e tenero allo stesso tempo lo dimostra apertamente.

Grazie al Korea Film Festival che da sedici anni si tiene verso fine marzo, in quel di Firenze, ho scoperto opere meravigliose e film importanti. Di generi e registri assolutamente diversi l'un dall'altro, ma che meritano di essere conosciuti dagli spettatori che amano il cinema e non sgranocchiare pop corn a cervello spento, ogni volta che entrano - per caso- in una sala.
La fortuna di vivere a Firenze è che non mancano occasioni per conoscere cinematografie di tutte le parti del mondo, vedere opere destinate all'invisibilità, tutto questo grazie alla professionalità e passione degli addetti ai lavori.
Le cose fanno schifo se lasciamo che facciano schifo. L'amore per l'arte e lo spettacolo, prima poi ci premiano con festival come questo dedicato al cinema coreano e film indimenticabili come Ordinary Person.

mercoledì 7 marzo 2018

ALLENDE di MIGUEL LITTÌN

Il titolo originale di questo ottimo film è : Allende e il suo labirinto. Perché il film non è tanto la biografia di un leader politico, ma la cronaca di una morte annunciata, della sconfitta di un metodo di lotta tanto nobile moralmente quanto disastroso nella pratica.
Non è nemmeno, e come potrebbe vista la storia del Cile, un atto di accusa contro un uomo dotato di grandi principi morali, morto per difenderli fino all'ultimo. Ogni cileno o uomo che ripudia il fascismo, non può che provare partecipazione umana per la sorte di Salvador.
Per chi volesse sapere qualcosa in più consiglio l'ottimo documentario di Patricio Gùzman : Salvador Allende. Una visione più ampia, che parte dalle tante lotte fatte per il popolo cileno, fino alla fine. Un documentario che si interroga su cosa sia rimasto al popolo cileno. Che è rimasto? Qualche giovane della media borghesia che inneggia a Pinochet, qualche compagno che fa notare come la rivoluzione non è democratica e pacifica e tantissimi altri che lo rimpiangono.
Il film di Littìn si concentra su quel 11 settembre 1973, quando l'esercito cileno mise in atto il colpo di stato. Voluto dal premio Nobel per la pace Kissinger, dagli americani che non potevano sopportare di perdere il potere economico sul cortile di casa, il Sudamerica, così da bravi democratici e unici sostenitori del mondo libero, decisero di metter in azione una lunga stagione di dittature a busta paga yankee. Lo chiamavano Piano Condor. Ha provocato migliaia di morti. Uomini, donne, bambini, perché comunisti, sindacalisti, o perché poveracci, indio, neri. Un tempo i liberali-conservatori ti dicevano: "Si, ma l'economia con questi governi è migliorata. Il ceto medio ha visto grossi progressi in campo economico" Si prendevano le responsabilità di essere degli stronzi.
Oggi ti tirerebbero in ballo le fake news, i complotti, anzi i "gomblotti". Pure quel minimo di coraggio hanno perso.
Allende e il suo labirinto, è il posto in cui il presidente a furia di sbagliare per troppo spirito democratico ha spinto sé sresso e il paese. Un paese che aveva dato un bruttissimo segnale con lo sciopero di quegli infami dei camionisti. Salvador non ha capito che il ceto medio e parte dei piccoli padroni, sono un flagello per la rivoluzione. Non si deve trattare con essi. Lo impone la sopravvivenza della rivoluzione stessa. I nemici ti fanno fuori se ti dimostri ragionevole e ti dipingono come un assassino sanguinario se reagisci. Non che costoro abbiano fatto affidamento a dei galantuomini, quando hanno preso il potere
Il film narra la scoperta del tradimento totale di generali che avevano giurato fedeltà al governo e al presidente. La solitudine feroce di un uomo troppo nobile e dignitoso, per un paese che si vende al padrone straniero. Seguiamo le ultime ore e scopriamo l'uomo dietro al simbolo. Un rapporto extraconiugale,  l'attaccamento ai compagni e la dedizione all'amicizia, il profondissimo amore per le figlie.
Essere superiori, moralmente ed eticamente, rispetto ai nostri nemici, può bastare? Allende perde, ma come uomo è un gigante rispetto a quel figlio di puttana di Pinochet. Eppure uno si è suicidato dopo una lunga e solitaria guerra, l'altro è morto nel suo letto, dopo decenni di dittatura e torture contro il popolo cileno.Avrei trovato giusto e migliore una fucilazione di massa di tutti quelli che hanno preso parte, in tutti i campi, alla dittatura cilena. La pacificazione democratica piace alle brave persone alla Saverio Tommasi, ma non ai parenti delle vittime. Non so come la prenderei il fatto di veder camminare tranquillamente, nella mia via. il torturatore di mia moglie o di mio figlio.
Il Cile è una sconfitta pesante per il socialismo, il comunismo, e in un certo senso anche per la democrazia.
Il film riesce a tenerci bloccati e fermi dentro La Moneda, durante l'assalto delle truppe golpiste. Ha un vago senso peckinpiano nel descrivere questa resistenza inutile, questo massacro orrendo, questa facilissima vittoria. Non mette in scena degli eroi, ma solo delle persone che non possono fare altro che combattere fino alla morte. Quelle che, su consiglio di Allende, si arrenderanno finiranno trucidate negli stadi, nelle galere. Perché il fascista non mantiene mai la parola, e non si tratta o ci si arrende quando abbiamo a che fare con questa deviazione dell'essere umano.
Oggi è facile criticare Allende, come sempre siamo tutti bravi a dire come dovevano andare le cose dopo che sono accadute. Infatti non mancano quelli che insegnano a un morto cosa avrebbe dovuto fare dare l'ordine di armare il popolo.
Allende non voleva scatenare una guerra civile, non voleva che il popolo pagasse duramente uno scontro tra fazioni politiche.
Egli si sbagliava di grosso. Il popolo avrebbe sofferto pur non avendo impugnato le armi. I fascisti al potere avevano già deciso chi doveva morire. Potevi anche essere tanto buono e pacifico, ma il tuo destino era segnato.
Il fascismo è un mezzo di governo in difesa di interessi economici a volte nazionali, a volte per conto di altre potenze, che come unico scopo la distruzione dei diversi, per il predominio di chi è forte, di razza ariana, la violenza fascista si scaglia contro i deboli. Tutto qui.
Questo è successo anche in Cile.
A volte il cinema si ricorda che non è solo intrattenimento. A volte decide di raccontare storie vere, decide di sporcarsi le mani colla storia e la memoria. Io amo questo cinema militante, d'altronde pur senza vantarmi di essere un rivoluzionario, sono orgogliosamente comunista
Mi piace il cinema che fa anche politica, che propaganda una sana idea anti fascista, che mette in discussione le brillanti basi del capitalismo. In questi tempi di grossa sfiducia, di "maremme maiale" che volano a velocità supersonica, per via di scellerate scelte politiche, il cinema ci rammenta ancora chi siamo, quale la nostra storia, i nostri ideali. Forse se la piantassimo di dar retta alle cazzate dei rossobruni, se la piantassimo di litigare tra noi quattro spelacchiati gatti, se decidessimo di non dar retta ai democretini in malafede, magari potremmo anche riprenderci dal grande sonno che ci affligge da decenni.
Nel frattempo non dimentichiamo la storia e gli uomini come Allende.
 Lo spettatore bolscevico e indisciplinato, vi consiglia la visione di questo film. Disponibile su Netflix

lunedì 5 marzo 2018

IL FILO NASCOSTO di PAUL THOMAS ANDERSON

Sì, quando al cinema arriva una pellicola di Anderrson possiamo anche parlare di capolavoro. Oppure di opere talmente perfette da avvicinarsi al termine più inflazionato, ed odiato, nel mondo dei cinefili da tastiera.
A me è dispiaciuto che non abbia ricevuto il premio per la miglior regia, va detto che Del Toro però è un ottimo vincitore, perchè sarebbe stato il giusto riconoscimento a una carriera invidiabile e sempre in ascesa.
Lo stile di Anderson, col tempo, si è modificato e ha trovato nuove strade. Basti pensare al ritmo vorticoso, il virtuosismo tecnico, di opere come Magnolia o Boogie Nights, fino a questa seconda parte della sua carriera dominata da uno stile più rigoroso, austero, solenne, quasi statico.

Questa nuova opera potrebbe esser vista come un'azione di sovversione dell'immaginario fiabesco. Proprio mentre trionfa la bellissima favola sociale di Del Toro, Anderson prende alcuni elementi del racconto fiabesco e li frantuma in un mondo aspro e privo di amore.
Reynolds Woodcock come una sorta di orco, intrappolato nel suo castello e legato in modo sospetto alla sorella, trova in Alma una sua vittima predestinata e la porta nel suo rifugio. La donna appare isolata e debole nel suo nuovo ambiente, ma alla fine si dimostrerà meno vittima di quanto possa apparire.
Questa è solo un'ipotesi, un'idea nata durante la visione.
Il film, ambientato negli anni 50 in Inghilterra, si avvicina molto come tematiche a una delle opere più riuscite di Anderson: The Master.
Mentre in quella pellicola si metteva in scena il rapporto schiavo-padrone, e la fortissima dipendenza che si lega tra i soggetti, in un ambito collettivo e sociale, in questo caso tutto è rinchiuso nelle pareti domestiche.
Come se l'amore non fosse altro che un gioco di rapporti di forza. Due persone per stare insieme hanno bisogno che qualcuno sia dominato e l'altro domini. Ma in questo film, chi è il vero dominatore?

Reynolds pensa di essere un uomo forte, uno che ha la situazione in pugno, capace di gestire lavoro ed eventuali sentimenti. Un uomo in assoluta simbiosi colla sua professione, un perfezionista, ad un passo dalla malattia mentale. In Alma che vede? Un modello su cui provare gli abiti? Una compagna? Un suo tentativo maldestro di avere una relazione? In parte si, ma credo che l'ossessione assoluta per lo stilista sia proprio il suo lavoro. Come un padroncino brianzolo qualsiasi,  Woodcock vive nel palazzo che usa come posto di lavoro. Un uomo che si sente invincibile, ma che tradisce tutta la sua fragilità quando sta male, ridiventa il bambino ossessionato dalla madre scomparsa e cerca affetto tra le braccia della sua compagna.
Alma ci appare come una ragazzina di provincia, una persona delicata, forse timida. Nonostante l'impegno nel cercare un suo spazio, anche all'interno dell'attiività del suo "amato",  appare quasi sempre inadeguata, fuori posto
Un classico ritratto femminile di una donna fragile. Eppure dimostra, nella parte conclusiva del film, di aver la situazione in pugno, di non essere così debole,  e di essere matta tanto quanto il buo Reynolds.
 L'amore come sappiamo ha mille volti, sicuramente qualcuno, vedendo codesto film, potrebbe definirla una storia d'amore. Forse, Sopratutto da parte di Alma, non penso che il sarto sappia che significhi amare qualcuno. Il punto è: quando un sentimento diventa malato, possiamo ancora parlare di amore?
Penso che questa sia una delle tante domande che il cinema, quando è fatto ad altissimi livelli,  possa donare agli spettatori.
Un duello tra due persone legate da una visione di dominio e sottomissione della vita di coppia e non solo. Anderson ci accompagna nelle loro vite, tenendo una giusta distanza sia etica che cinematografica. Non si trattiene dal mostrare le derive umane dei suoi personaggi, ma non ha nemmeno bisogno di sottolineare, esemplificare, semplificare. In scena ci sono due personaggi assai complessi, sfaccettati. C'è un mondo che, dietro a una severa idea di eleganza, cade a pezzi (la bellissima scena del matrimonio) un universo di persone completamente sole, incapaci di relazionarsi agli altri.

Un mondo perfetto per un melodramma raggelante, essenziale, eppure profondo e toccante, in alcuni brevissimi attimi di sconfortante umanità, che ha dalla sua un cast formidabile.
Cosa dire ancora sulla bravura di Daniel Day Lewis? Questo suo addio alle scene avviene con un personaggio bigger than life, come si dice a Cesano Buscone, una recitazione perfetta. Non uno sterile gioco di sottrazione, ma nemmeno la ricerca continua di far troppo. Equilibrio, sobrietà, eleganza. Un vero idolo.
La vera sorpresa, per me, è Vicky Krips. Prima di tutto, perché è lussumburghese di nascita, suo nonno era presidente del partito operaio socialista lussemburghse ( ci sono gli operai in quel di Lussemburgo !)  ha all'attivo diverse partecipazioni in numerosi film internazionali, ma ha lavorato molto in Germania.
Ho trovato che la sua interpretazione sia davvero sublime. Capace di passare a momenti di abbandono, fragilità, a una sorta di rivalsa e rivelazione della sua follia, davvero assai potenti.

Io ho amato molto questo film, come tutto il cinema di Anderson, sono sempre più convito che il regista americano sia uno degli ultimi grandissimi autori in circolazione.
Uno dei pochissimi per cui si possa anche parlare di "capolavoro", ad ogni uscita di una sua opera.

lunedì 19 febbraio 2018

LA FORMA DELL'ACQUA di GUILLERMO DEL TORO

Sai come comincia? No? Vabbè, te lo spiego.  Da bambini ti dicono di non piangere, che è roba da femminucce. Non una volta, te lo ripetono spesso, così, a cuor leggero. Sei un bimbo e i bimbi non si lasciano travolgere dalle lacrime. Cazzo! Il dolore a noi non ci sfiora.
Non siamo femminucce.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno.  alla fine non piangi. Tua nonna, tua mamma, tua zia, la vicina che si prende cura di te, te l'hanno ripetuto talmente tante volte, che da bravo bambino hai imparato la lezione. Solo che il "non piangere" non è legato solo al dolore fisico. A volte ci commoviamo e lacrimiamo anche per gioia. Perché ci par impossibile che una vita tanto mediocre, fatta solo di duro lavoro, bollette da pagare, soldi da mostrare a tutti, come simbolo di benessere, abbia anche un piccolo spazio per la meraviglia.
Sissignore, io mi meraviglio! E mi commuovo, anzi peggio: mi esalto per la gioia e la felicità degli altri. Uomini o personaggi di un film, non importa. Si chiama empatia, o anche - in certi casi- capacità di immaginare, lasciarsi travolgere dalla storia, dai personaggi, ma si, dai! La vogliamo tirare in ballo? Dalla magia del cinema.


Oggi quando vai al cinema si va con l'intento di santificare o demolire, a prescindere, un'opera e il suo autore. La figura dello spettatore che partecipa al rito della visione, con i limiti e le gioie che esso offre, è sostituito da scafati esperti, maestri della tecnica, figure che ti spiegano cosa ti piace o no. Così si perde quel rapporto basato sulla fantasia, il sentimento, lo stupore; cose che per me stanno alla base della visione di un'opera. Sopratutto quando comprendi che non stai vedendo Antonioni, per cui : non rompere i coglioni. Detto con affetto, stima e umana pietà per la scomparsa di un'attitudine anche infantile, anche da poracci che non capiscono nulla, da proletari in libera uscita. di andare al cinema.
Tu però sei abituato a non piangere, a non fare la femminuccia. Per cui, come fai a capire una piccola emozione, a empatizzare per il dolore che vedi sullo schermo? Fai fatica e per questo ti attacchi ad accuse ridicole di "buonismo". Perché sei cresciuto negli anni 90, periodo in cui pessimi intellettuali- chiedo scusa agli intellettuali- scorretti ( ma correttamente inseriti nel sistema) ti hanno insegnato- in tv, al cinema, sui giornali- che la bontà è ipocrisia, il romanticismo roba da pirla, l'empatia tipo l'ebola ma più pericolosa. Migliaia di vite mediocri, che un po' di lavoro per lo sviluppo di fantasia e sentimenti avrebbero rese eccelse, che si credono fichissimi per i loro triti r ritriti post "irriverenti-cinici" sul Natale, San Valentino, fino ai migranti e alle minoranze. Cuccioli in cerca d'affetto, porelli loro, che devono far sentire a tutti il loro ruggito del coniglio.
Poi quando si trovano di fronte a film che mettono in evidenza i sentimenti, la meraviglia, il romanticismo, sbarellano di brutto! E allora vai di: buonismo, ruffiano, furbo! Molti si danno da fare per evidenziare che le accuse sono sciocche. No, ma perché? Semmai andrebbe fatto notare a questi che non tollerano il buonismo, che la furbizia e l'astuzia- vista da loro- è alla base dell'industria cinematografica. Sfruttare, in modo ruffiano e furbo, dei sentimenti è un atto di raro cinismo, per cui questa è proprio la loro pellicola. I detrattori non ci arrivano.
Ma allora, che razza di film è " La Forma dell'acqua" ? Oh, bene: parliamo del film. Un'opera che come tutte le pellicole cinematografiche divide tra entusiasti e detrattori. Ognuno colle sue ragioni, e le sue cazzate.
Io non so se è un capolavoro, non ho questa ossessione di far sapere a tutti che vedo "capolavori". Sono uno spettatore che col mezzo cinematografico ha un rapporto anche immaturo, se la cosa vi dovesse far sentir bene potrei anche ribadire la mia mancanza di preparazione tecnica e universitaria,  basato sul sentimento, l'emozione, la meraviglia di perdermi in una storia e sentire i personaggi come amici o fratelli.
Io ho amato questo film, non ai livelli de "Il labirinto del fauno, ma mi è piaciuto tantissimo.
Perché il fantastico non viene usato come metodo per far caciara, degli effetti che stordiscono, roba che guardi mentre mangi i pop-corn. Qui il fantastico è dentro a un contesto verosimile che riconosciamo.
Eh, badate bene: non è la Guerra Fredda. Non è nemmeno una pellicola sui diritti civili di gente con difficoltà a farsi accettare da una società " sana, normale, per famiglie", come dice il ragazzo che lavora al negozio di torte al vecchio omosessuale.
No, in questo film si parla di una cosa che tutti conosciamo nell'epoca della grande comunicazione e dei mille amici su Facebook: la solitudine.
Anzi, dirò di più: l'abitudine a esser soli. Ti capita di sentirti così quando da bimbo non è che ci sia la fila per farti giocare a pallone, eh! E allora prendi i tuoi giocattoli e inventi una cosa per non farti rimanere male. La vivi quando da adolescente e da giovane, per vari motivi non hai un vero gruppo di amici, una ragazza o ragazzo speciale, e va bene, io troverò un modo per andare avanti
Così ti ritrovi anziano, solo, con tanta voglia di dir un " ti amo" o mandare a fanculo il cretino di turno. Non lo fai, hai degli impegni da rispettare
Per la protagonista è: svegliarsi, masturbarsi, far colazione, andar al lavoro e una volta a casa, far compagnia al vicino di casa. Un uomo anziano, omosessuale, che vive coi suoi gatti.
La solita vita che alla fine diventa un alibi, un modo per tirare avanti. Lontani dal mondo.
Fino a quando l'amore entra nella tua vita. E vi posso giurare, per esperienza personale, che hai voglia tu di aggrapparti alle tue abitudini, alla bellezza di esser soli, non puoi controllarla. Almeno non ci riusciamo noi poveri buonisti, e infatti finiamo tutti male: con qualcuno al nostro fianco, che ci accoglie la sera quando siamo stanchi, che ascolta i nostri sogni di gloria e l'amarezza delle nostre sconfitte. Che fine orribile, cari cinici da social, niente in confronto alla bellezza dei vostri post,eh!
La svolta nella vita di questa giovane donna e delle persone che le vogliono bene, giunge inaspettata e in modo singolare.
Ella, come professione, si occupa delle pulizie in un laboratorio governativo/dei servizi segreti o una cosa simile. Qui un giorno viene portato uno strano essere. Una sorta di dio acquatico, trovato in un fiume del Sudamerica. Questa creatura fa gola all'esercito americano e ai meravigliosi agenti del kgb ( d'altronde siamo in piena guerra fredda).
La giovane donna si innamora di questo essere, ridotto a una penosa vita in catene, piena di sofferenza, totalmente solo. Comprende che come lei, costui ha bisogno di vivere. Ha bisogno di un po' d'amore. Anzi: lei ha bisogno di innamorarsi e vivere una relazione, va bene anche un mostro della laguna nera.
Un amore sessuale, passionale, fisico, oltre che sentimentale.
Questo sentimento sarà alla base di una decisione tanto coraggiosa quanto pericolosa che vedrà un gruppo di buoni per caso lottare contro un nemico feroce, crudele, immagine assoluta del male: Micheal Shannon. Garanzia di personaggi folli, non proprio amichevoli, qui supera sé stesso in una interpretazione magistrale.
Strickland, a ben vedere, in altri film sarebbe il "buono". Anzi, lui è il classico eroe americano, o meglio ancora la visione che il cinema e il popolo statunitense ha di sé:  fedele alla moglie e alla patria, con una bella casa, una cadillac, due bambini sani. Il ritratto del buon americano. Viceversa lo scienziato sovietico, infiltrato nel laboratorio, sarebbe il classico cattivo. Il nemico del mondo libero, civile, lo spione subdoilo.  Del Toro sovverte l'immaginario collettivo mentre lo mette in scena, rispettando le regole.
La Forma dell'Acqua,  ci ricorda che il cinema di  genere, quando è fatto bene, ha la stessa dignità di opere giustamente ritenute di alta qualità. Non si svilisce il cinema d'autore o più ricercato, quando si ammette la bellezza di pellicole popolari, ma non rozze e cretine. Del Toro è un Autore, con una sua poetica precisa e una visione politica del genere, senza che diventi mai un comizio o si perda il gusto per lo stupore.
Opera ricca di citazioni, senza però scadere nel "citazionismo a cazzo" o per supplire mancanze di idee, atto d'amore per il cinema classico, quello delle grandi storie e delle emozioni in Cinemascope.
Non solo, va che il buon Del Toro è un appassionato di Musical, come me,  e non di quelli cerebrali, con canzoncine e balletti degni di una compagnia telefonica, ma quelli di assoluta e totale pulcretudine. Perché la musica, nella sequenza migliore di tutto il film, fa cantare i nostri cuori.. Figurati se non dona la voce a Elisa Esposito, la protagonista di questo film, per dichiarare il suo amore a un essere tanto carino, ma non troppo; visto che mangia i gatti.
Una sequenza che ci riporta sia ai grandi film degli anni 30, che al finale di quel capolavoro che è The Artist, ma sopratutto mi riempie di gioia perché Del Toro vede Netflix e questa bellissima serie



Si, vedo Crazy Ex Girlfriend in ogni ove! Vabbè, questo per dire che La Forma dell'Acqua è un omaggio profondo, sincero, travolgente, alla magia del cinema. Di un tempo dove si entrava in sala, non per whatsappare a cazzo o veder quanti barbatrucchi riesco a sgamare, ma per lasciarsi travolgere dalla bellezza della fantasia e delle immagini. Quando eravamo spettatori capaci di innamorarci di un personaggio, di una vita rappresentata sullo schermo.
Eh, bei tempi quelli!






giovedì 15 febbraio 2018

A CASA TUTTI BENE di GABRIELE MUCCINO

Premessa: non amo il cinema di Muccino. A parte il dittico del " Bacio", però per anni ho criticato il suo cinema: urlato, eccessivo, argomenti un po' così.
In più il regista romano non è proprio simpaticissimo e si sa, noi in Italia votiamo o lodiamo a seconda della simpatia. Te puoi esser il peggio figlio di mignotta, ma se sei simpatico o entri in simpatia, stai certo che troveremo un modo per valutarti bene.
Mai mi sarei aspettato di andar a veder un'opera di questo regista al cinema. Mai. Fatale è stato il mio entusiasmo per "Bella senza anima" e la presenza di molti attori o attrici che stimo assai. Mia moglie ha colto la palla al balzo e a nulla son serviti i miei barbatrucchi, per evitarne la visione.

Ipotetico terzo capitolo sulla famiglia, il matrimonio, l'impossibilità di essere felici e il dannarsi a cercarla codesta felicità; la pellicola è un concentrato di malinconia rabbiosa e gioia dolorosa. In poche parole la nostra vita quotidiana, forse mai così totalmente drammatica, però nemmeno troppo lontana dai fatti narrati.
Questo blog si chiama " Spettatore Indisciplinato", perché vuol essere il diario di un appassionato di cinema, con gusti anche terribili e repentini cambiamenti d'idea . Io sono convinto che vi siano molti modi di avvicinarsi al cinema. Ci sono quelli che lo studiano e fanno i critici, quelli che ci lavorano e noi.
Quelli che si esaltano, emozionano, ridono, piangono, perché in un film riconoscono sé stessi. O forse solo i loro sogni.
Io mi sono emozionato vedendo questo film. Non un'emozione a buon mercato, alla buona. No, ho vissuto una vera empatia nei confronti dei personaggi.
Così infelici, sciocchi, crudeli eppure umanissimi. Ti senti in imbarazzo quando Riccardo, un bravo Gian Marco Tognazzi, cerca di farsi riassumere nel ristorante dei cugini, avverti totalmente il dolore della bambina che trova la madre tra le braccia di un altro uomo, ti commuovi quando Paolo ( straordinario Massimo Ghini) dice alla moglie che può anche mandarlo in ospizio, e si scusa per la sua malattia.
Certo, lo so e lo comprendo: ci piacerebbe che la nostra vita famigliare avesse la nobiltà e dignità dei drammi di Bergman e invece, con stupore, scopriamo che al massimo siamo un film di Muccino. Le grida isteriche da tanti condannate, non sono forse le stesse che usiamo anche noi, quando litighiamo? Gli affanni, il parlar concitato, non appartiene a un modo di rapportarsi agli altri, quando siamo ansiosi, angosciati, temiamo di crollare? Forse sono solo io che comprendo tutto questo, perché le urla, la rabbia incontrollata fanno, o facevano, parte della mia vita. E non mi disturbano viste in un film.
Durante la visione ho pensato al dolore dei personaggi e spesso lo sentito mio. Non tanto quando scoppia la tragedia vera e propria, ma in quei momenti in cui - dannata illusione- magari pensi che se ti fossi comportato in altro modo, ecco avresti potuto aver un minimo di felicità. Ho pensato che anche a me piacerebbe una vita normale. Essere contento di me, saper gestire la quotidianità, e non perdermi in sogni di gloria anche un po' ridicoli. Ho pensato, guardando il film, come spesso anche noi ci comportiamo come i personaggi di Stefania Sandrelli o di Sabrina Inpacciatore: ci ostiniamo e ci condanniamo ad essere felici. Un dovere morale,  più che una reale condizione umana.
Ho visto in questi personaggi la mia fragilità, la mia debolezza, e la rabbia nei confronti del dolore che gli altri mi provocano. O che mi procuro da solo.

Gli haters vi diranno le solite cose ( ho letto critiche ad Accorsi che sclera quando non succede mai) avranno anche ragione, ma penso che alcuni autori stiano sulle palle a prescindere. Ammetto anche di non essere immune a questa tendenza, riconosco di sbagliare quando mi capita di giudicare senza vedere o ascoltare, leggere, l'opera di un autore. Quello di Muccino è un cinema senza ombra di dubbio non trattenuto, ma assai eccessivo e viscerale. anche sentimentalista,  Ripeto molti suoi film non mi piacciono, ma qui vi ho trovato l'amarezza urgente, necessaria, sincera di una bellissima opera come " Baciami Ancora"
In questo film l'aspetto malinconico è più marcato ed a mio avviso non si eccede mai in scene madri indigeste. Ogni scatto di rabbia, ogni scontro è ben calibrato ed è funzionale al film e al suo messaggio finale. Non è un'opera consolatoria, c'è tanto rimpianto per aver perduto la possibilità di vivere un'altra vita ( ben rappresentata nella bellissima scena in cui lo smemorato Paolo chiede all'ex moglie di Favino da quanto tempo vivono insieme e lei immagina una bellissima vita non vissuta realmente), ci sono le ipocrisie e i tradimenti.
Ed è tutto diretto, crudo, perso nella incomunicabilità e dell'incomprensione.
Come se la felicità fosse una cosa evanescente, eco lontano di una canzone cantata insieme e persa nella rabbia e nel dolore di vivere.
Sì, a me codesto film è garbato assai. A volte dar fiducia anche ad autori che, di solito, non apprezziamo o seguiamo, è un atto che non danneggia noi stessi e le nostre idee, ma può donarci qualcosa di interessante, bello, utile, commovente. Mettiamoci in gioco più spesso