giovedì 21 maggio 2015

FORZA MAGGIORE di RUBEN OSTLUND

Il cinema che amo è quello che indaga la sottile linea grigia che separa una vita normale, tranquilla, salda nelle piccole e quotidiane felicità e l'infelicità dovuta al non saper gestire un ruolo, a cercare soluzioni individualiste che spesso portano apparenti felicità. Mia convinzione che essa ( the fuckin happiness) sia ritrovabile nelle persone che noi riteniamo mediocri (perché sposate con la stessa persona da decenni e con famiglia al seguito) e non certo a chi scappa dalle sue responsabilità sociali e individuali. O non le sa ( non vuole) gestire.
Per fortuna mia ci sono i cineasti scandinavi e danesi. Io amo profondamente e in modo viscerale, il loro modo di rovinarti anche le migliori giornate.  Masochismo, eh!

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Forza Maggiore, chiaramente, appartiene alla categoria.  Prima di cominciare un avvertimento: non è un banalissimo e scontatissimo film contro la famiglia e il matrimonio. Vi piacerebbe, ma è la lettura più immediata e fuorviante, tipica della società dei e delle singles anche in coppia, ma vi dico: non è questo.
Sicché, o caro il mio saccente e petulante occhialuto, svelaci il segreto. Di che parla?

Cominciamo dall'inizio. Una apparente allegra famiglia svedese ( ma tu sai che non esistono persone felici in Svezia, quindi sai che capiterà a loro qualcosa) passa un periodo di vacanza in montagna. Sciano, passano un po' di tempo insieme, poiché il padre è sempre impegnato con il lavoro. Già qui partiamo male. Il tempo da passare insieme è fondamentale, sopratutto con i figlioli e infatti l'uomo è abbastanza impacciato e la donna si accorge che non sarà proprio la vacanza dei loro desideri. Sai quelle piccole fratture nel rapporto, taciute, quelle che desideriamo non vedere. Ecco, quelle! Tornano a galla prima o poi e son dolori. La famiglia in ogni caso sta cercando faticosamente un equilibrio interno.  Nell'albergo trovano una connazionale : una di quelle che seguono i rituali borghesi dell'individualismo sentimentale e sessuale, anche se sei sposata. Che io sono io e l'utero me lo gestisco come un'azienda, un supermercato. Nella più totale solitudine, ma convinta di essere felicissima e moderna . La parola chiave: moderna. Donna che cambia partner stancamente, come sono tristi le sue serate di sperma e vino, e l'ottusità di creder che il suo comportamento vada benissimo per le figlie ( loro sono felici, dirà a un certo punto ma è una sua convinzione campata in aria) a questa compagnia allegra si uniranno un amico di famiglia con la sua giovanissima amante.

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Quindi già l'introduzione ti fa notare come ci si ritrovi in pieno film nordico. Aspetti solo la tragedia. E non ti preoccupare che arriva.
Una valanga. Di quelle causate (per non so quale motivo) quelle che dovrebbero esser controllate e invece non ci riescono del tutto. Il padre fino all'ultimo ( anche quando è chiara la situazione di pericolo) sminuisce il problema, fino a quando la neve sovrasta la terrazza dove stanno mangiando la colazione. Lui scappa . Riscrivo: scappa. Lasciando figli e moglie in una situazione di pericolo mortale. Che per fortuna non avviene. Nessuno si fa male.

Da quel momento scatta la progressiva disgregazione della famiglia, quello che era sepolto viene a galla. L'uomo non vuole prendersi le sue responsabilità, che sarebbe ammettere la sua fuga. Si nasconde dietro a tanti non ricordo, cerca di evitare un chiarimento con la moglie. La donna è l'unica che cerca  di mantenere un equilibrio (molto fragile) sia sulla famiglia, che sul fatto appena successo.
Lei è la nostra guida verso il  tema centrale: come ci comporteremmo noi? Scapperemmo o no? Facile essere eroi in sala, ma nella realtà? E chi l'ha detto che la codardia non sia un fatto naturale? La sopravvivenza atto estremo di individualismo o gesto umanissimo, che dovremmo comprendere. Anche se quel gesto significasse l'abbandono della famiglia , dei nostri figli?

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L'incapacità di conoscersi e di comunicare con gli altri ci porta a fare scelte certamente naturali, ma non per questo giuste. Questo tema è presente nella pellicola. Se  pensassi solo a te ( sia quando scappi dalla valanga sia quando ritenendoti donna libera non tieni conto dei sentimenti altrui e ti affanni alla ricerca di una fragile felicità di pochi minuti) la situazione ti sfuggirebbe di mano facilmente. Gli altri esistono nonostante tutto e ti chiedono una spiegazione dalla quale non puoi né nasconderti né fuggire. Perché questo servirebbe solo a creare ulteriori distanze.
Il protagonista fa proprio questo. D'altronde come biasimarlo. Nella società occidentale conta solo l'Io che deve esser libero e indipendente dai legami sentimentali, dalla condivisione, empatia, da tante cose. Importa solo l'individuo e la sua felicità materiale ed istantanea. I personaggi di codesta pellicola soffrono tutti di questa malattia dell'anima. Tutti.
L'unica che cerca di far qualcosa è la moglie .Sbagliando, non riuscendo a governare la situazione, ma cerca .Lei ha compreso che la nostra vita è una lunga strada fatta di responsabilità e scelte , e queste presumono un impegno e un "sacrificio" verso i quali non possiamo far finta di nulla e scappare. Lo spiega benissimo al marito e alla loro amica ( bellissimo il dialogo tra le due, dove viene fuori il nulla assoluto delle fragili libertà entrate nel vivere e pensare quotidiano, quindi nemmeno ribelli e rivoluzionarie,ma pateticamente borghesi) invano.
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A questi personaggi soli, smarriti, immaturi si associa la coppia formata da un amico della coppia e la sua nuova compagna, una ragazza molto più giovane di lui. Proprio lo sfogo amarissimo della moglie del protagonista , scatenerà una lunga riflessione sul loro rapporto. Lasciando emergere contrasti e insicurezze. Anche i tentativi dell'amico di dar una mano alla famiglia in crisi si mostreranno errati e frenati da quella che potrebbe sembrare timidezza o imbarazzo, in sostanza è solo : non saper dialogare, aprirsi, agli altri,

Un film di grande potenza morale, con personaggi veri più della vita, un'opera amara e profonda. Una di quelle pellicole che spingono a riflettere sulle nostre debolezze, non permettendoci di raccontare frottole prima di tutto a noi e poi agli altri.
Imperdibile

mercoledì 20 maggio 2015

SHORT SKIN di DUCCIO CHIARINI

Scrivere è difficile, spesso non si tiene conto di questo. D'altronde nemmeno mi stupisco più di tanto: non viene nemmeno considerato un lavoro. Più che altro il passatempo di un buontempone, di uno che ha tempo da perdere. Così si scrive per la gloria, gratis. Sapete come va.
Eppure la scrittura è l'arte più importante e fondamentale di tutte. Ripeto: di tutte. Da una buona storia (e per buona non dico per forza originale e alternativa anche classica e tradizionale va bene, purché sia scritta bene) nascono buoni film.  Una bellissima regola che dovreste imparare. Altrimenti vi bestemmio nelle orecchie con un megafono eh! Scherzo.
Tu prendi codesta pellicola: Short Skin. L'hai presa? Bene. Qui noterai alcune cose importanti: quanto alle immagini sia d'aiuto avere anche personaggi, storia, dialoghi e un messaggio, e - udite udite-  il cinema italiano non è così brutto come lo si dipinge. Come i pessimi pittori lo dipingono, diciamo.

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Edo è un ragazzino alle prese con i primi turbamenti sessuali ( che condivide con l'amico Arturo) e una crisi famigliare che si conclude con la separazione dei genitori. Il film ci presenta un personaggio molto comune e normale, un adolescente timido e un po' imbranato ( si facevo parte anche io di questa avengers league, ma siamo gli unici supereroi ai quali hollywood non ha ancora dedicato uno dei suoi pleonastici film . Anzi: comic-movie) come tutti i maschi ha l'ossessione di trombare. Non è tanto perdere la verginità che sta nei cuori dei maschietti di quella età (cosa anche romantica magari con una che è la ragazza di cui sei follemente innamorato per condividere questo momento importante) ma imitare le gesta degli unici insegnanti e paladini per noi maschi: i pornodivi. Tanto che il motto da seguire è : basta scopare. Poi non importa come e con chi: trenta secondi di baraonda sono sufficienti. Cosa importante : pensare che tanto le donne sono delle porche,ma cazzo che sfiga! Solo io conosco le frigide e santarelline. Che nell'altra classe ci sono due ninfomani.
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No, dico: ma quante cazzate abbiamo in testa noi maschi? E quante poi le diamo in eredità ai figlioli? Troppe. Credo che dipenda da una cultura machista idiota (lontanamente imparentata con il fascismo ma molto più vecchia e trasversale) e da una profonda mancanza di educazione al sentimento da parte dei padri nei confronti dei loro cuccioli d'uomo. Gli effetti li vedi : quarantenni che ancora hanno il mito del porno, incapaci di crescere sentimentalmente e umanamente, amorazzi da poco, totale incapacità di comprendere il partner.

Torniamo ad Edo. Ha un problema. L'avevo anche io.Si chiama Fimosi. Dai andate su wiki e cercate che vuol dire. Per i semplici vi dirò: nun se scappella!  Understand? Ok.
Come spesso capita quando sei giovane, hai paura di parlare del tuo problema. Esso diventa un fardello, un peso, e come spesso capita quando stai male: ti escludi, ti isoli, convinto scioccamente che nessuno possa aiutarti. Anche quando una ragazza c'è. O un amico. O un parente. Vi piace pensare di essere gli unici e provate vergogna e robe simili. La lingua e la bocca servono anche per chiedere aiuto. L'aiuto arriva e se non è del tipo che volevate sentire, magari...Sbagliamo noi. Dovremmo ascoltare di più i consigli di chi ci vuole bene.
Edo invece pensa di tener per sé il problema. Ne parla molto vagamente a un dottore, il quale lo comprende benissimo e gli suggerisce di parlarne con i genitori. Lui preferisce (in ordine di apparizione) una crema lubrificante, una prostituta, un polipo.  La professionista lo rassicura che ne ha visti tanti con il suo problema, il polipo non dice nulla.


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E poi ci sono le ragazze . Che come spesso capita sono più mature dei nostri due eroi. Una è la famigerata "ninfomane", ma in sostanza una ragazza normale anche se ha un look punk e suona in una band, l'altra è l'amica di infanzia che sta a Milano e torna per trovare la nonna. Entrambe queste ragazze sono in un modo e nell'altro legate ad Edo,ma coglioni come non mai, ste cose noi non le comprendiamo mai. MAI
Io ci ho messo tipo 37 anni di straordinarie cazzate: dagli immancabili puttan tour, a giustificare il fatto che l'amore sia solo illusione. Non ho visto che pur un occhialuto come il sottoscritto potesse piacere e ne ho perse di occasioni. Poi, la svolta, la decisione presa e da un po' l'ottovolante della felicità.
Bè, torniamo al film. Come è bravo il regista a filmare le relazioni tra i personaggi, a dar spazio al primo piano giusto, a seguire affettuosamente i suoi personaggi. Mai troppo edulcorati,  mai volgari. Semplici giovani e persone alle prese con la vita. Che sia il sesso ( anche la sorella menarcata del protagonista ha la fissa del sesso che sfoga cercando cagne da far accoppiare al loro cane) o una relazione matrimoniale in crisi ( lasciando aperta la possibilità di un perdono) tutto girato con un linguaggio spigliato, mostrando corpi nudi imperfetti ( la cellulite esiste e lotta con voi, donne) ma in modo naturale, senza morbosità .
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Perché a regnare è una dolce e affettuosa malinconia, tanta empatia per i personaggi. Per un passaggio importante della nostra vita. Chiarini porta sullo schermo degli adolescenti e non la loro versione secondo degli adulti cretini. Sono sciocchi e vocianti,ma tenerissimi. Non puoi che non amarli.

Short Skin è una delle tante pellicole italiane che ci rammentano come da un po' di tempo il nostro cinema sia migliorato e tanto. Certo, sarebbe anche giusto che invece di lamentarsi, i cinefili italiani vadano a vederli codesti piccoli gioielli.


domenica 17 maggio 2015

Il RACCONTO DEI RACCONTI di MATTEO GARRONE

Una fiaba. Ecco come potremmo definire l'ultima meravigliosa creazione del regista di "Primo Amore". Come tutte le fiabe ha vaghi echi horror, morali ben precise e personaggi-simbolo o simbolici. Quando si parla di elementi fantasy reali o presunti si dovrebbe capire che codesto genere è figlio proprio delle vecchie storie, che siano dei Grimm  o di Gianbattista Basile, l'autore a cui dobbiamo codesta perla di assoluta pulcretudine, fortemente voluta da Garrone, con un cast internazionale e ben calato nei ruoli e nella caratterizzazione.


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Scrivo: una fiaba. E subito si penserà a qualcosa di infantile, di magia a buon mercato, di eroi senza macchia e paura, di fate. Ma in realtà ( o perlomeno nella mia realtà e pensiero) codesto genere ha sempre parlato agli adulti, affidandosi ai bambini. Certo sono loro che ce lo chiedono, ma nella lettura sono gli adulti che si rivedono nei re, negli orchi e così via. Quindi non è svilente, non è un insulto definire in questo termine il film ( e forse anche il libro ma non l'ho letto e non mi sbilancio)

E di cosa parla? Tre racconti , sapientemente intrecciati tra di loro dando un senso di continuità e affinità che a me è piaciuto molto e che reputo sia la chiave migliore per il messaggio del film, basati sui desideri più comuni e anche più furiosi, implacabili, violenti, che esseri umani possano avere.
Ecco: esseri umani. Pur in un contesto sospeso tra meraviglia e realtà, quelli che vediamo sullo schermo sono uomini e donne che potremmo incontrare anche nella nostra vita. Donne ossessionate dalla maternità e poi madre ossessionanti nei confronti dei figlioli, donne che aspirano all'eterna giovinezza e che per esse sono disposte a farsi scorticare (simbolicamente oggi nell'epoca degli interventi chirurgici) e uomini: infantili, ombrosi come orchi, donnaioli ridicoli terrorizzati dalla vecchiaia
Come se la precarietà della vita entrasse nelle immagini (splendide e folgoranti nella loro assoluta bellezza) e nel contesto assolutamente di genere.

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Si riflette dunque durante la visione di codesto film. Lo sguardo del regista c'è, è presente, come i suoi temi, le sue ossessioni. E noi non possiamo che arrenderci al suo volere. Ci lasciamo commuovere ( la morte della pulce, l'amicizia profonda fra il principe e un suo servo due gocce d'acqua figli di un cuor di drago, la morte di un orco) terrorizzare ( sono stato malissimo per tutta la vicenda dello scorticamento malissimo davvero) affascinare ( i titoli di coda meravigliosi e le potenti immagini delle bellezze paesaggistiche locali) sicché parliamo di opera-cinema completa  e assoluta. Il ritmo lento ( ma non noioso come i vocianti e scrivani potrebbero dire) aumenta l'atmosfera rarefatta e la sospensione tra il confine dei sogni e del fiabesco e la cruda verità. Gli affetti speciali, qui, contano di più degli effetti speciali. Perché queste storie parlano della nostra sofferenza, del nostro mal di vivere, per ragioni anche e sopratutto buonissime, ma che diventando ossessioni perdono quel senso di affetto e apertura verso l'altro e il mondo e si trasformano in prigioni.

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Nessuno dei personaggi infatti è libero: tutti soffrono di solitudini, di dolori privati che li imprigionano e tengono lontani l'un dall'altro. Nel mostruoso vi è traccia di umanità, l'orco, ma non viene compreso perché non corrisponde all'idea meccanica dell'amore e non a quella che è il suo elemento più inaspettato. Non ho mai visto tre re e uomini così dispersi: uno perisce per il desiderio della moglie e non vi rimane ricordo alcuno, l'altro senza regina è un donnaiolo idiota e vittima dei suoi impulsi, il terzo è un re bambino forse il più "puro" ma anche lui incapace di comprendere la figlia.
Ecco: un film doloroso, pessimista, che restituisce alla fiaba e al genere il suo elemento morale, di condanna delle derive umane
Ma sopratutto una pellicola imperdibile .

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E io non posso che gioire per il tanto maltrattato cinema italiano.