mercoledì 16 gennaio 2019

Benvenuti a Marwen di Robert Zemeckis

La forza del cinema è- e rimarrà- la potenza dell'immaginazione. Meglio: l'immaginazione come atto di insubordinazione (umana e commossa)alle regole della realtà. La vita vera dove spesso gli arroganti e i malvagi hanno la meglio e dove chi ha la colpa di essere diverso, quasi sempre, è destinato a una vita difficile e rischiosa.
Questo uso della fantasia, del sogno, persino della speranza, non è un modo per scappare dal mondo, cercare una distrazione inoffensiva e rassicurante. No.
Semmai è l'opposto. Cioè il tentativo testardo di non cedere al negativismo dominante nella nostra società, mantenere il cinema come una fabbrica di sogni ma non lontani da una profonda riflessione sulla società e il mondo.
Un riscatto morale ed etico, un terreno incontaminato dove costruire la nostra città
La città che potremmo riempire di amici, amori, dove essere eroi e annientate i nemici.
Un posto come Marwen

La storia vera dell'artista Mark Hogancamp, fumettista e fotografo. che ha la vita spezzata dopo un brutale pestaggio da parte di cinque ottusi reazionari infastiditi da un comportamento dell'uomo. L'odio per il diverso, il sentirsi dalla parte sana dell'umanità, fa crollare ogni piccolo elemento di rispetto e conoscenza dell'altro.; così a costoro par normale picchiare a morte una persona perché ama girare indossando scarpe da donna.
C'è un discorso presente, ma tenuto giustamente sotto traccia, quella non tanto dell'identità sessuale ma del piacere personale anche feticista e il modo diverso in cui è vissuto dagli attori in campo. Da una parte per qualcuno è un bisogno- giusto o sbagliato non è mia intenzione dar un giudizio netto in questo caso- che porta un minimo di serenità,  o la parvenza di essa. Dall'altra persone che non vogliono nemmeno capire cosa ci sia alla base di questo comportamento e si sente autorizzata a massacrare il "pervertito".
Tuttavia questa è la base di partenza di una pellicola magnifica, ricca di fantasia e immaginazione che si sposa perfettamente con una tecnica perfetta.
L'odissea che deve affrontare il suo personaggio per raggiungere "casa" è cadenzata dai racconti di guerra inventati da Mark.  In quei racconti, nella città immaginaria di Marwen, lui è libero di essere amato dalle donne che fanno paarte della sua vita, di vincere e sterminare i cattivi, di essere forte ed eroico.
Una liberazione o una gabbia, questa fantasia? Entrambe le cose. Da una parte è il sostegno di un uomo ferito, distrutto, con grossi problemi a relazionarsi con gli altri,  impaurito dalla vita  e dalle persone, ma dall'altra impedisce a costui di capire davvero la vita e le relazioni.
Non è una persona poco amata, Mark, tutt'altro! Ha molte amiche che lo seguono, una donna che si è innamorata di lui e la nuova vicina di casa, elemento di rovesciamento e cambiamento della sua vita, che ci tengono a lui.
Ecco Zemeckis, in questo film, mostra quei piccoli momenti di tenerezza, attenzione, quasi impercettibili che però fanno la differenza e ci fanno capire come le persone, in maggioranza, non siano uguali al branco di violenti. Intorno a Mark c'è affetto. Solo che lui ne vede una parte, incapace di affrontare il mondo .
Le fantasie eroiche (forse anche erotiche) di Mark sono realizzate in modo davvero impressionante usando  pupazzi con le facce degli attori, usando tutta la tecnologia possibile ma lasciando anche uno spazio per qualcosa di infantile e artigianale nelle bambole.  Par di star a giocare con i nostri Big Jim o Barbie, si avverte il senso ludico, la serietà del gioco, della rappresentazione del reale e delle persone che da bambini riempiva le nostre giornate. Poi cresci, devi essere operativo come galoppino di un imprenditore, essere efficace ed efficiente, devi produrre dimenticando la tua vita e la gioia profonda e seria del gioco. e del giocare.
L'intelligenza di questo ottimo film è lasciarci riflettere sui lati positivi e negativi di una vita dove la fantasia sia l'unica via di fuga da una disperazione assoluta, gestita benissimo da un bravissimo Steve Carrel, il film ci spinge ad aver fiducia nel nostro possibile cambiamento e riscatto e tutto ciò avviene grazie all'influenza positiva chce il mondo ha su di noi, in particolare su come l'amore possa spingerci a migliorare. Anche quando magari non finisce come vorremmo.
Poteva venir fuori un film morboso basato sui gusti del protagonista, poteva essere un film dal taglio documentaristico e didascalico su una vittima dell'omofobia e dell'idiozia, invece abbiamo una pellicola che unisce sapientemente fantasia e stupore con la realtà . Proviamo tenerezza vedendo il protagonista aggirarsi per la città trainando una jeep con a bordo le sue bambole (coperta di Linus e scudo contro il male che potrebbe incontrare stando fuori) sentiamo la sua sofferenza quando si sente in colpa, pensa di essere sbagliato e non ha la forza di sostenere lo spazio di un aula di tribunale in compagnia dei suoi assalitori. Per alcuni il personaggio di Carrel potrebbe non sembrare troppo simpatico, questo penso sia giusto. La vittima da sostenere non è solo quella che istintivamente apprezziamo, ma la dobbiamo sostenere per quello che ha subito. Come quando si sottovaluta il problema di una molesta perché a denunciarla magari è una persona con chiari problemi mentali.  Siamo troppo condizionati dalla simpatia e antipatia.
Mark è un uomo con i suoi limiti, potremmo anche ritenerlo respingente per quanto riguarda il nostro schema mentale ma non merita di rischiare la vita per un suo vizio. O piacere.
Il finale sarà criticato visto che viviamo in tempi in cui tutto deve essere cattivo, mai una gioia e così via elencando. Ma è una storia vera. Una storia che non finisce malissimo.
Marwen è un film che va visto perché in questi tempi l'ondata reazionaria si è resa protagonista di alcune cose spiacevoli. Locali pubblici in cui i proprietari si vantano di disprezzare gli omosessuali, di provare schifo per essi. Come se fossero chissà quali pericolosi criminali o portassero chissà quale malattia mortale e contagiosa.
Una parola oggi, una battuta domani e taaac, come per magia ci ritroviamo un ferito grave  se non un morto.
Marwen è prima di tutto una lezione di empatia nei confronti delle vite diverse dalla nostre. Non poco, direi.


domenica 30 dicembre 2018

Classifica 2018

Lo so, lo so. Ogni anno mi tocca ripetere che le classifiche sono inutili. Perché i cinefili, come gli elettori di sinistra, amano far le cose per lamentarsi di farle. Autocritica a cazzo di cane e disfattismo a buon mercato.
Le classifiche sono divertenti. Tutto qui. Anche se questo anno non ho una grandissima voglia di approfondire e dividere in diverse categorie. Per cui film italiani e stranieri saranno messi insieme.
Cominciamo!
- Il ritorno di Mary Poppins.
Ottimo sequel del classico film della Disney. Come nella pellicola precedente Mary Popppins arriva per occuparsi dei piccoli Bnaks, ma anche in questo caso il suo intervento sarà diretto a salvare il padre da una bruttissima situazione economica. Emily Blunt è straordinaria e il film davvero ottimo.

- Hereditary
Un film horror che fa paura senza usare trucchi o strizzando l'occhio al pubblico.  Un dramma famigliare crudo e doloroso immerso in un contesto di puro genere.  Cupo, pessimista, straordinario.
- A quiet Place
Un mondo post apocalittico, genere che piace assai da codeste parti, teso e avvincente. Personaggi legati alla logica del genere ma profondamente umani. I mostriciattoli migliori di questo 2018 e ancora una volta Emily Blunt bravissima e convincente.
- i segreti di Windriver
Uno dei film più duri e disperati di questo 2018. Opera che usa l'ambiente come metafora della solitudine rabbiosa, della follia e di una vendetta che sfocia quasi nel castigo divino.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/04/
- il filo nascosto
Paul Thomas Anderson ci ha fatto dono di un capolavoro e questa volta lo è davvero
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/03/il-filo-nascosto-di-paul-thomas-anderson.html
- Tre manifesti ad Ebbing, Missouri
Il rancore per una perdita di una persona amata. La voglia di vendetta di una madre sola colla sua rabbia. E vabbè, poi c'è Dixon <3 p="">https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/01/tre-manifesti-ad-ebbing-missouri-di.html
- Elle e John
Una bellissima, commovente, delicata storia d'amore e malattia.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/01/ella-e-john-di-paolo-virzi.html
- Notti magiche.
 Cretini, cialtroni, ingenui, i padri e fratelli maggiori di quelli che oggi fanno i cinefili de internet scrivendo come se fossero Enrico Ghezzi ma risultando comici come un cinepanettone.

https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/11/notti-magiche-di-paolo-virzi.html

- Santiago, Italia
Torna Moretti con un bellissimo documentario. Storie di persone comuni travolte dalla dittatura e del coraggio degli esseri umani di solidarizzare e aiutarsi.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/12/santiago-italia-di-nanni-moretti.html


-Loro pt 1 e pt 2
Sorrentino descrive in questa opera magnifica l'Italia berlusconiana. Amarissimo e potente. In poche parole un film assolutamente riuscito.

- Dogman
Garrone rielabora un noto fatto di cronaca- er canaro- mettendo in scena uno dei film più belli di questo anno. Lucidissima opera sul degrado sociale e umano, sul desiderio di essere accettati e amati, sulla vendetta che non porta nessuna liberazione.
- The Post
Spielberg gira un film "politico" sul potere della libertà di stampa e fa centro con una pellicola coinvolgente e interpretata benissimo da tutto il cast.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/02/the-post-di-steven-spielberg.html
- La forma dell'acqua
Un sublime capolavoro del cinema fantastico e non solo.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/02/la-forma-dellacqua-di-guillermo-del-toro.html
-  A casa tutti bene.
 Non amo affatto il cinema di Muccino, ma questo film l'ho amato davvero tanto.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/02/a-casa-tutti-bene-di-gabriele-muccino.html
- Ordinary Person
L'esperienza del Korea Film Festival è stata davvero emozionante e meravigliosa. Oltre ad aver conosciuto amici e amiche di Facebook, io e mia moglie abbiamo visto dei film bellissimi. Questo è uno dei migliori.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/03/ordinary-person-di-kim-bong-han-korea.html
- A taxi driver
Sempre dal korea film festival.
Opera politica, radicale, profondamente umana.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/04/a-taxi-driver-di-hun-jang-korea-film.html
- L'assassina
Sempre dal Korea Film Festival. Forse il miglior action movie con ampia parte melodrammatica di questi ultimi dieci anni. Volendo potreste vederlo su Netf..ah no! Che poi l'esercito di liberazione da netflix si incazza. Se siete persone normali invece vi suggerisco di affidarvi al male assoluto giusto per una visione di questo bellissimo film d'azione.
- Un affare di famiglia
Kore- eda torna a parlare di legami affettivi, di famiglia, come sempre siamo in presenza di un ottimo film. Indimenticabile.
- Kedi la città dei gatti.
Un'ora e mezza di gatti liberi e selvaggi, opportunisti e fusosi. Come resistergli?
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/09/kedi-la-citta-dei-gatti-di-caayda-torun.html
- Mr Long
Visto come anteprima all'Arena estiva di Campo di Marte. Ecco, questi sono le storie che piacciono tantissimo a me.
https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/09/mr-long-di-sabu.html
-Soldado
Sollima gira il sequel di quel capolavoro che è Sicario, ma lo fa in modo personalissimo e mostrando di essere il miglior regista di genere italiano e non solo italiano.

https://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/2018/11/soldado-di-stefano-sollima.html


Questa è la classifica dei film che mi sono piaciuti durante questo 2018. Forse ne ho dimenticato qualcuno e sopravvalutato altri, ma chi se ne frega!
Buon anno nuovo, amici e amiche!

domenica 16 dicembre 2018

Santiago, Italia di Nanni Moretti.

Tutto è cominciato il 14 ottobre 1980, quando la media borghesia asservita al padronato, come bravi bimbetti disciplinati o cani ammaestrati è scesa in piazza a Torino, mettendo fine non solo allo sciopero degli operai Fiat, ma ad almeno dodici anni di lotte, pratiche concrete di solidarietà e coscienza di classe, infierendo i primi colpi alla sinistra e preparando il terreno per il decennio più cretino del Novecento. Certo non mancano le colpe anche tra i presunti ribelli e rivoluzionari, ma le quinte colonne hanno fatto in fretta a sistemarsi nei tempi bui di questo eterno riflusso.
La modernizazzione questa era la scusa ai tempi per creare un paese cialtrone, individualista, menefreghista, edonista nel senso peggiore del termine. Il paese dei Vanzina e del Psi di Craxi,  della mafia e della Milano da bere.
Certo c'erano ancora elementi di resistenza ma ormai la frattura tra avanguardie politiche e e Paese era quasi del tutto completata. Mancavano due passaggi fondamentali: la scomparsa del P.C.I. (con la formazione di una sinistra liberale che nel tempo sarebbe diventata sempre più liberale e per certi versi padronale) e la mutazione di quel popolo solidale in un popolo di rancorosi, sprezzanti, rifiuti umani.
Salvini non nasce dal nulla, come anche la sua controparte cioè quel Renzi che si dice di sinistra ma tra i suoi eroi mette proprio i borghesucci del 14 ottobre 1980. Questi tempi pessimi che viviamo non sono l'invenzione dell'ultimo momento, una novità spiazzante. Sapevamo benissimo dove stavamo andando a finire. Anche se ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti ( e tutto ad un tratto la citazione di De Andrè che mi assicura l'attenzione di una parte della borghesia italica).
Cosa ho fatto -io Davide  Viganò- negli anni 90 per bloccare la deriva umana che ci spingeva a diventare sempre più feroci, crudeli, cinici e perciò cretini? Nulla. Ci sembrava liberatorio poter dire cose terribili, dar sfogo e gran sfoggio della nostra piccolezza umana e morale nei confronti degli altri.
Scomodi, irriverenti, dissacranti, liberi, veri, sinceri.  Perché avevamo la licenza per uccidere con le parole scritte o dette quel popolo solidale, combattente, generoso che siamo stati per decenni. Negli anni 90 abbiamo cominciato a credere che la bontà, gentilezza, cortesia, educazione, generosità, fossero cose ipocrite e false.
Buonistsi, radical chic queste accuse ridicole tipiche dei deboli che si spacciano pure per rivoluzionari partono da lì. Da quegli anni grigi, ma sicuramente pronti a esser rivalutati perché "ho vissuto la mia infanzia negli anni 90".
CI AVETE ROTTO LE SCATOLE CON LA VOSTRA INFANZIA, popolo di Facebook, fans di filmetti e così via. Grazie a dio mo ve la rubano e uccidono a base di remake.
Per fortuna, ogni tanto, qualcuno ci ricorda "quando eravamo re", quando eravamo leoni a difesa della lotta di classe.
La lotta di classe tanto derisa da alcuni giovani sapienti innamorati del libero mercato, ma ignoranti politicamente peggio delle capre di Sgarbi, non vuol dire solo che i tanto odiati operai pretendano di comandare come voi laureati col complesso del pene piccolo. Vuol dire rinnovare il paese partendo dai posti di lavoro. Perché quando cambiano le condizioni dei lavoratori delle classi meno abbienti, quando non devi preoccuparti per la precarietà o di morire (nel silenzio assordante e complice dell'intera società) sul posto di lavoro stai attuando un piano di reale cambiamento del paese. Si parte dalla fabbrica, dal centro commerciale, dal cantiere, e si arriva a toccare ogni lavoro e lavoratore. Fino a trasformare questa massa di idioti e di clienti in cittadini.
Negli anni 70 le lotte degli operai e studenti ci hanno donato la legge 300 del 1970, lo statuto dei lavoratori. Oggi non abbiamo nulla. In quei tempi vi era un'Opposizione forte a partire dal P.C.I. Fino ai vari livelli delle sinistre extraparlamentari e di settori anche cattolici.  Oggi abbiamo un'opposizione che fa schifo e pietà. Mettiamoci anche noi, non solo i renziani. Anche noi abbiamo colpe profonde e che ignoriamo.( vedi l'ultima trovata nata morta e che alcuni si stupiscono sia finita come è finita, parlo di potere al popolo).
Io, però, non credo nella nostalgia. Ancor meno credo nel vittimismo.  Anzi mi fa infuriare proprio il pessimismo cialtrone italico. Ma sì! Quello che qui fa tutto schifo mentre all'estero.. O di quelli nati e cresciuti in Italia ma che parlano come se fossero nati in altri paesi. Io sono comunista e italiano. Comunista perché tutti i lavoratori, i proletari, gli esclusi sociali sono miei compagni. Da ogni parte vengano o vivano. Italiano perché nato, cresciuto in questo Paese.
Il paese che quarantacinque anni fa ha accolto i profughi cileni.

Negli anni 70 in Cile vince la patte progressista del paese. Vince Salvador Allende. La sua formazione politica è sostenuta da socialisti, comunisti, cattolici, semplici democratici. Sopratutto arriva al potere in modo pacifico, attraverso il voto.  Si parla di socialismo umano, che rifugge dal sistema considerato dittatoriale di altre realtà di maggior durata e successo. Tralasciamo per un po' le giuste critiche che si possono fare ad Allende, ma lasciamoci travolgere dalla bellezza, dalla felicità, dalla gioia, di un intero popolo che vedeva messa in pratica la lotta all'analfabetismo, alla povertà, un governo che nazionalizzava (senza indennizzo per i padroni yankee) l'industria del rame. Una presa del potere civile, democratica, pacifica e pacifista ma ferma su alcuni punti. Purtroppo questa esperienza non poteva essere tollerata e venne da subito attaccata per volere degli Stati Uniti D'America.
Kissinger ebbe modo di dire che non si doveva tollerare che un popolo votasse in modo sbagliato, per il marxismo. Con il Cile si avvia il Piano Condor. Cioè un  piano per la destabilizzazione di possibili governi progressisti e indipendenti in quello che gli U.S.A. considerano il loro "cortile di casa", cioè il Sud America.
Pagarono i media per screditare il governo, i fornitori cominciarono a tenere nei loro magazzini i beni di prima necessità, i camionisti fecero quel loro famoso sciopero.  Per sopravvivere il governo fu costretto ad adottare anche misure politiche sbagliate.
Fino alla tragica conclusione di quella esperienza sociale, umana e politica.
Era l'11 settembre 1973.
Moretti con questo emozionante, commovente,  rigoroso documentario  ci racconta il golpe attraverso la testimonianza di chi ha vissuto sulla sua pelle la repressione e la tortura del regime di Pinochet.  Le parole che si spezzano per l'emozione di rivivere tempi durissimi e crudeli, il pianto rammentando il coraggio di un sacerdote cileno quasi del tutto dimenticato ( e deposto dal papa polacco amico del dittatore cileno)  la compassione per chi sotto tortura ha parlato e la dignità e compostezza di chi ricorda le torture e il divertimento che quelle bestie provavano mentre applicavano sevizie particolarmente sadiche su innocenti.
Perché questa è la verità: un esercito che per decenni ha massacrato il suo popolo.  Moretti non aggiunge nulla, non ricorre a nessun artificio posticcio per aumentare la nostra commozione; "le parole sono importanti", ricordate? Con questo meraviglioso film-documentario ce lo ricorda di nuovo.
Io non credo nelle rivoluzioni pacifiche e democratiche. Non ho mai avuto nemmeno pensieri acritici nei confronti del compagno Allende e di tutta la gestione ( morte compresa) del suo mandato e del suo governo. Anzi reputo proprio che il Cile sia l'esempio calzante per farti comprendere che senza una difesa forte contro quinte colonne e nemici esterni si apra la strada alla peggiore tra le repressioni.
Per me il Cile è simbolo di assoluto fallimento. Ma proprio per questo, tra tutte le storie di dittature e repressioni, è quella che dal punto di vista umano mi scuote e sconvolge di più.
Perché è stata la presa del potere delle brave persone. È stato il tentativo di cambiar la società non puntando sulle armi ma sulle persone, le loro qualità,  l'umanità migliore.
Per questo ho un grande e forte rispetto nei confronti di Allende e dei compagni cileni.
Sopratutto la storia cilena mi commuove perché c'è un pezzo di Italia in quegli anni di massacri, un pezzo di quello che questo paese e il suo popolo è stato, ma io son convinto è ancora.
L'ambasciata italiana diventa un posto sicuro per moltissimi rifugiati politici. Si crea un microcosmo di uomini, donne, bambini, anziani, in fuga dalla dittatura. Nelle parole dei rifugiati dell'epoca vibra forte la commozione per questo nostro aiuto. Nelle parole degli impiegati che decisero di metter a disposizione la nostra ambasciata tutta la dignità di chi fa una scelta.
Noi possiamo sempre scegliere. Anzi è un dovere.  Come oggi di fronte ai fratelli che scappano da situazioni terribili è da sconsiderati nascondersi dietro a un patriottismo demente e crudele. Chiudere i porti quando noi aprivamo le ambasciate. Dare una mano a un uomo per salvargli la vita e non abbandonarlo a un destino di sofferenza. L'eroismo di chi mette sé stesso al servizio del bene comune, dell'altro perché apparteniamo tutti a una sola razza, quella umana, e la vigliaccheria squallida di chi si perde dietro a sciocchi neologismi pur di non vedere, non  fare, non aiutare.
La pochezza disarmante dell'opposizione odierna, lo smarrimento eterno delle sinistre radicali e l'imbarazzante vocabolario rossobruno ,contro gesti semplici, limpidi, di solidarietà di classe e umana nei confronti di moltissimi uomini. Volontè che si commuove in piazza parlando ai compagni e ai cileni e ..Chi? Direi nessuno. Non c'è traccia di intellettuale capace di dar forza e sostegno alle lotte della sinistra.
Ecco, la Sinistra. Che non parlava di poveri mercati terrorizzati, di spread, che non si vergognava minimamente di mischiarsi anche con i peggiori tra i sottoproletari.
La Sinistra che pur essendo opposizione era in grado di contaminare i cattolici ed altri settori della nostra società.
I Cattolici che si comportavano come tali sostenendo e aiutando i profughi.
Ieri, allo Spazio Alfieri qui a Firenze, tra il pubblico c'era tanta commozione e purtroppo molta amarezza. Si guardava a quell'Italia come a qualcosa di perduto.
No, cittadini e cittadine, questo è un gravissimo errore!  Uno stupido e gravissimo errore. Non nego che siamo abbattuti e stanchi, confusi da chi nella sua torre d'avorio pensa di far opposizione a questo governo e all'italia dei razzisti, dei fascisti, delle quinte colonne che vogliono dividere tra italiani e stranieri respingendo l'unità proletaria dei lavoratori.
Ho capito siamo deboli e senza idee. Però non possiamo sempre perdere, non possiamo sempre cedere, sbagliare, lasciarci travolgere da un pessimismo anche lucido e ragionevole,
L'assalto al cielo è ancora possibile. Dobbiamo solo unirci e darci una spinta . Come quella che tanti anni fa permetteva a uomini e donne in pericolo di vita, di salvarsi e venir accolti da un paese di gente generosa, solidale, umana,
Un paese che si chiama(va) Italia.

mercoledì 21 novembre 2018

Soldado di Stefano Sollima.

Mi capita spesso di leggere post o commenti di persone amanti del cinema che si lamentano perennemente della situazione del cinema di genere. Hanno ragione, ne facciamo poco. Si lamentano che vi siano troppe commedie o film d'autore. Ci sta. Nondimeno la commedia è un genere ed è quello in cui  è possibile affrontare la nostra storia presente o passata. Con qualche alto e molti bassi, anche se non sono affatto così severo come molti che pensano di vivere negli anni 70 senza esserci mai stati e campando su idee prefabbricate da altri. Ci sta anche questo.
Detto questo in questi ultimi tempi non sono mancati film su super eroi proletari,  film di motori e drammi famigliari, horror puri con infetti/ zombi.  Sì, potrei anche dire che ci sono i Manetti, autori di quel bellissimo musical-camorristico che è " Ammmore e malavita." Come non sono mancate operazioni revival gangster con film come Romanzo Criminale o Vallanzasca. C'è ancora molto da fare e tutto quello che volete. Ma è un argomento talmente vasto che merita un post a parte. Su un altro blog che a me le discussioni sul cinema di genere in Italia annoiano come poche.
Ora capisco la discussione, la nostalgia per i bei tempi, il revival revisionista e tutto quello che volete ma come è che un regista eccezionale, straordinario, come Stefano Sollima non venga glorificato e portato come esempio di puro uomo di cinema (di genere) in grado di farsi amare dagli americani solo dopo due pellicole ( e tanta tv) tanto da affidar a loro il seguito di quel capolavoro che risponde al nome di "Sicario"?
Figlio d'arte (il padre Sergio è ricordato per Sandokan ma ha diretto robusti e assai interessanti film come Revolver o Faccia a Faccia, due splendidi film di genere poliziesco e western) Stefano Sollima si fa conoscere ed amare girando episodi di serie come  La Squadra o Gomorra. La cosa che balza all'occhio vedendo le sue opere è il grande senso di ritmo e di creazione dell'epica sfruttando al massimo quello che il genere offre. Il suo è un cinema titanico, epico, profondamente retorico e ridondante, esagerato ed eccessivo, possiamo imputargli un eccessivo compiacimento nel mischiare temi delicati con il puro intrattenimento, a volte ad un passo dalla strumentalizzazione, ma alla fine quello che rimane dopo la visione è la soddisfazione di aver visto un gran bel film.
Succedeva con il suo debutto A.C.A.B. (qui la recensione acab) dove porta sullo schermo quattro poliziotti della celere senza omettere nulla di quanto di poco edificante ci possa essere o fare in quel tipo di lavoro. Certo l'uso della cronaca e dei fatti veri, come anche nelle sue successive pellicole, non sempre riesce bene. Però è un bellissimo film, un esordio davvero da ricordare. Il successivo è quel grande affresco, quella visione potente ed ammaliante che è Suburra ( qui la recensione Suburra)
Ora con Soldado debutta in America.

Sequel di quel bellissimo, magnifico film che è "Sicario", l'opera narra una nuova missione dei personaggi interpretati da Josh Brolin e Benicio Del Toro. Due giustizieri che lavorano in missioni sporche o segrete per conto del governo americano.
Matt Graver e Alejandro Glick questa volta devono far scoppiare una guerra tra le famiglie del Cartello dei narcotrafficanti messicani. L'operazione è un atto di vendetta da parte degli Stati Uniti contro i boss della droga messicana, in quanto ritenuti colpevoli di infiltrare terroristi islamici coi clandestini per farli entrare in America e compiere attentati. Sì, questa parte iniziale mi par un po' campata in aria e di cose un po' campate in aria non mancano nel cinema di Sollima, tuttavia ha la forza e il potere di saperle rendere necessarie per il film e quindi funzionano.  I due da una parte uccidono un avvocato assai potente e amico dei boss dall'altra rapiscono la figlia di un pericoloso trafficante di droga ( mandante del massacro che ha colpito la famiglia di Glick). Le cose ovviamente si complicheranno molto e i due si ritroveranno (quasi) soli contro tutti.
Quello che apprezzo di questo sequel è che ha una identità precisa. Lontanissimo dal film precedente ( Villeneuve è regista assai diverso rispetto al nostro connazionale) eppure rispettoso delle identità dei personaggi, che rimangono quasi identici rispetto al primo capitolo. Forse Taylor Sheridan rimane un po' sacrificato a livello di sceneggiatura ( le sue opere precedenti avevano una diversa e più incisiva forza nella trama) ma non ci possiamo nemmeno lamentare. Le tematiche caee a Sheridan in fin dei conti sono presenti anche se il film punta di più sull'azione che sulla psicologia dei personaggi o l'analisi dell'ambiente.
Tuttavia è un ottimo film di genere, entusiasma, coinvolge, sottotraccia fa pensare anche a come l'idea di bene e male, giustizia e vendetta,  giusto e sbagliato possono essere effimere. Però può anche portarci a riflettere su come il fine giustifichi i mezzi e che il male va combattuto superandolo in cattiveria.
Questa seconda considerazione la preferisco alla prima, perché non ci concede la distanza necessaria e giusta sul tema. Ci racconta un mondo brutale, violento, dove si vincono le battaglie ma si perde del tutto l'umanità.
Un grande spettacolo, un film avvincente, spero sia l'inizio di una lunga carriera anche in America per il mio amatissimo Stefano Sollima.

sabato 17 novembre 2018

Notti magiche di Paolo Virzì.

1990.
Avevo quattordici anni. Mi apprestavo a cominciare le superiori (povero ragazzino se solo avesti potuto immaginare che decennio del menga sarebbe stato) il mio Paese, come capita ogni quattro anni, riscopriva l'amor patrio grazie al giuoco del calcio. Masse del tutto ignare della nostra storia, senza memoria, i primi gruppi di legaioli, tutti diventarono patrioti fieri della loro terra.
D'altronde i Momdiali li giocavamo proprio a casa nostra. Un grande evento di mazzette, due gocce di corruzione e tanta simpatia. L'anno di Schillaci, di una nazione ignara che tra un paio di anni moltissimi volti noti della politica italiana sarebbero stati spazzati via dalle indagini di Mani Pulite. Berlusconi era ancora quello che con la sua televisione ci rincretiniva con i giochini, la pubblicità, il sogno di una vita da consumatori. Nessuno si immaginava che avrebbe contribuito per venti e passa anni alla devastazione sociale, culturale, morale, politica, del paese.  Gli Italiani sognavano guardando Colpo Grosso. E sperando nella vittoria della Nazionale Italiana.
Il 1990 è l'anno di quiete prima della tempesta. Purtroppo il Muro era crollato e cominciava la narrazione del libero mercato, della libertà sotto il capitalismo. Gli Anni 80 (il decennio più volgare e cretino del 900) ci aveva predisposti a un edonismo leggero e sciocco, al riflusso causa di amnesie tra molti ex contestatori. La marcia dei 40.000  piccoli borghesi aveva messo fine a ogni ribellione e sconfitto la classe operaia.
Quando togli la contestazione, la lotta di classe, la coscienza politica alle masse non ti rimane che una nazione di beoti, cialtroni, arrampicatori sociali, misere macchiette, Non ti rimane altro che sognatori di provincia di seconda mano, tristissime ribellioni infantili contro la famiglia e tanto vuoto, tanta amarezza che non sapendola riconoscere cerchi di nascondere dietro a un'esuberanza triviale, squallida che ti porta a diventare uno stereotipo vivente: quello del toscano malato di sesso (non per niente questo personaggio dell'ultimo film di Virzì diventerà amico di Andrea Roncato). Oppure ti fai forza irrigidendoti dietro a una cultura esibita, un'indipendenza che fai fatica a gestire, una ingenuità non accettabile in quegli anni, in quel periodo storico. Tutto il tuo sapere non è arma di ribellione e contestazione,  come il personaggio di Stefano Satta Flores, in quel capolavoro che è " C'eravamo tanto amati". In quegli anni un intellettuale tutto di un pezzo, autolesionista, anche un po' egoista  poteva lottare contro le istituzioni locali o l'intero mondo per difendere un'Idea alta di arte, cultura e spettacolo.  Quei personaggi di Scola uscivano dalla guerra, avevano ancora moltissimi ideali, tantissima voglia di contribuire al cambiamento del mondo. Non erano ancora diventati figure tristi, piegate su sé stesse, con un'idea artistica e culturale debole, provinciale, tutta concentrata su una possibile gloria personale da svendere al primo cialtrone che ci offre un contratto.
In quegli anni cominciammo a perdere e a non ritrovare mai più (sia nel cinema che nella società) cose che fino a qualche anno prima erano fondamentali.  Mi riferisco alla condivisione, la voglia di narrare la vita delle persone, di una classe, lo sguardo amarissimo eppure umanissimo che i grandi sceneggiatori e registi sapevano dare alle loro opere. E la rivolta, la riscossa contro il bigottismo, contro i padroni, la voglia di cambiare in modo radicale la società; il movimento operaio che diventava simbolo del lavoro e dei lavoratori. Tutto questo contesto non permetteva a cialtroni e affini di poter far più danni del consentito.
Notti Magiche ci mostra la fine di quel periodo. Una fine per nulla tragica, epica, semmai ridicola e mediocre. Proprio come stava succedendo nel mondo. La fine del socialismo reale attraverso azioni di rara mediocrità, squallore, tristezza.  I giornali e le tv ad applaudire chi stava distruggendo per manifesta incapacità L'Unione Sovietica. La falsità dei liberali, che a parole parlavano di una nuova era basata su libertà effimere (le stesse che difendono ora non potendo dar al popolo quelle vere)e di morte della società o fine della storia. In tv si cominciava ad urlare e litigare. E la gente amava tutto questo. Passava l'idea che un mediocre rozzo, volgare, che diceva cose cattive era sincero. Chi difendeva la cortesia, il dialogo, la voglia di comprendere, un ipocrita.
Un mondo volgare e cretino cosa può fare? Dar vita a macchiette tristi.
Questo si nota benissimo in codesta pellicola.



Dei ragazzi sui venti anni negli anni 90 con cosa sono cresciuti? Col nulla.
Assimilando e facendosi scudo con  un edonismo cialtrone, l'individualismo narcisista, l'ossessione del sesso, l'idea che se il mondo non mi piace allora posso sballare, perché cosa altro potremmo mai fare?
Quello che balza agli occhi seguendo questi personaggi-simbolo è la totale mancanza di allegria, di desiderio, di vita.  Semmai vi è la presenza fissa di un ego chiassoso, il parlarsi addosso, l'ostentare qualcosa ( il toscano una virilità e potenza sessuale pacchiana , il siciliano il suo sapere fine a sé stesso la giovane romana una ribellione patetica nel salotto di casa) e la voglia matta di trovare un oasi felice, magica, dove le nostre capacità vere o presunte possano essere apprezzate.
Per questi tre la retorica che da sempre accompagna il mondo dello spettacolo (popolato da gente leggendaria, mitica, che passa la vita a scrivere e pensare cose meravigliose, lontano dalla mediocre quotidianità della provincia) è una via di fuga dalle loro vite inutili.
Non è il ritratto di tre sceneggiatori, non si parla di gente di cinema, ma di gente che pensa di sapere cosa sia il cinema.  Tre individui che come tutti noi non brillano per  grandi doti ma cercano qualcosa che possa farli sentire importanti, grandi. Scappano dal loro destino come facciamo anche noi.
Certo forse questa cosa non viene colta dai critici e cinefili de internet, da quelli che sparano giudizi sentendosi Bergman perché hanno fatto due corti applauditi dagli amici di Facebook,  dai nipotini di Ghezzi con i loro post ridondanti e inutili. Ecco, tutta questa ciurma che stronca l'ultima pellicola di Virzì non si è nemmeno accorta di quanto siano uguali ai tre protagonisti.
Non gente di cinema, ma gente che parla, scrive a volte fa cinema. Ma con la prospettiva sbagliata di essere artisti, intellettuali, diversi dagli altri.
In realtà sono solo i nipoti o i figlioli di queste tre, a tratti imbarazzanti, macchiette.
Imbarazzanti come siamo noi nella nostra vita quando sogniamo e ci illudiamo di poter far chissà cosa in ambienti mitizzati, ma da tempo decaduti.
Perché in fin dei conti dietro all'illusione e alla bellezza di un lavoro che ti promette gloria, celebrità e danaro che rimane? Un produttore fallito e cialtrone, dei vecchi che passano il loro tempo al ristorante tentando di fermare la fine in lunghe cene e prendendo in giro i giovani,  la solitudine di un maestro del cinema che vede in una giovane provinciale un momento di purissima gioia ( come Pessoa la trova nella gente che frequenta una tabaccheria della sua città). C'è una soffusa noia, tristezza, l'arrendersi con cinismo alla decadenza. Tanto dei grandi nomi quanto di quelli che fanno cinema indipendente, contro, di sani principi morali ma alla fine sono dei disgraziati che cercano di rimediare una cena da un gruppo di sprovveduti. Una delle scene più belle di questo film è quando il giovane toscano crede alle parole del regista impegnato e per questo caduto in miseria (per colpa dei cattivissimi produttori e dei venduti mai per la loro pochezza) e si reca a casa di un divetto televisivo il quale cerca il riscatto facendo un film di uno certo spessore. La storia di un operaio che si uccide diventa una sorta di terribile cazzata che però in due frasi del personaggio riescono a identificare tutto un periodo ( che peraltro stiamo vivendo ancora) cioè quello della negazione della sconfitta, o la rappresentazione di personaggi votati alla disperazione. In poche parole attraverso le parole del divetto televisivo ci viene detto che il cinema non può e non vuole rappresentare il vero, il reale, non tanto perché operazione impossibile ma perché rompe le scatole alle masse vedere la loro triste sorte anche sullo schermo. In quel momento, breve e unico, il triviale toscano si perde nel ricordo doloroso e vero del padre. Troppo dolore da sopportare quindi da allontanare a tutti i costi con la recita della macchietta che si è costruito.
Anche i suoi compagni di sventura fanno la stessa cosa. Il messinese è pronto a farsi prendere in giro, sfruttare, pur di non tornare a casa. Pur di non dover vivere una vita con una donna che non ama ma frequenta per abitudine. Sopratutto perché quel produttore cialtrone e quella vita sguaiata a lui piace. Anche se è costretto a difendere il suo stereotipo di intellettuale.
Questi tre non sanno cosa vogliono, ostentano la loro mediocrità urlata al mondo, e si fanno trascinare, sconvolgere da un ambiente incapace di creare miti e leggende, ormai ridotto a parcheggio per vecchie glorie, attricette, marpioni, specchio di un'Italia che balla in discoteca come un suo ministro mentre fuori si sta preparando la loro fine.
Forse questi tre ci danno fastidio perché in parte parlano di noi. Di quanto siamo deboli, stereotipati, mediocri, incapaci di sostenere la pesantezza e brutalità della vita,
Quindi questo film anche imperfetto, non del tutto riuscito ma che a me è piaciuto assai proprio per quella sua amarezza senza riscatto che nel finale diventa un piccolo tributo alla quotidianità, a una possibile serenità nata dalla consapevolezza di essere stati dei cretini con sogni cretini..cosa vuol comunicarci? Cosa vorrebbe essere?  Quali i suoi punti di riferimento? Di sicuro non è la Grande Bellezza di Virzì. Tra tutte le critiche questa è proprio la più imbarazzante e fuori contesto. Non hanno nulla in comune. Non parlano delle stesse persone, dello stesso periodo, non basta esser ambientato a roma , mostrare una certa classe "culturale" per diventare un'opera affine a quella di Sorrentino. Per cui questa cosa leviamola proprio dalla testa e dai nostri articoli. Come altro paragone che non vuol dire nulla, quello che tira in ballo "8 e mezzo", Virzì non è regista da fellinismi. Non lo è mai stato. Qui Fellini viene citato ma fuori dal mito, dalla leggenda, anche lui quasi in decadenza. Ultimo a cercar di far poesia in un tempo che non la voleva per nulla.
Semmai i riferimenti vanno cercati sicuramente nella commedia italiana classica ma sopratutto in due opere di Virzì: Ferie d'Agosto e Caterina va in città. Cioè quei film in cui il regista e sceneggiatore livornese vuol descrivere non tanto dei personaggi ma il contesto che li genera e per questo sullo schermo non avremo due persone come Beatrice e Donatella, non ci imbatteremo in personaggi scritti con attenzione e umanità,  ricchi di sfumature, ma dei personaggi-simbolo prodotti del loro tempo e della loro società. Personaggi disumanizzati, svuotati,  pacchiani, e che ragionano e agiscono per stereotipi, perché non possono fare altro. Che siano italiani in vacanza, rappresentazione della nuova destra e della sinistra borghese e pacifista o descrizione degli illusi e della decadenza nel mondo del cinema, in queste pellicole i personaggi sono schiacciati, ridotti a figurine senza spessore, volutamente
 Operazione che potrebbe anche non essere gradita( io dopo Caterina va in città avevo rotto col cinema di Virzì ma all'epoca ero un invasato pseudo rivoluzionario non capivo quanto fossi una macchietta stereotipata come non lo capiscono i personaggi di Notti magiche e alcuni dei suoi detrattori)  e apprezzata per tante buone ragioni. 
Io reputo codesta pellicola un amarissimo, malinconico, omaggio al cinema e alla vita. Un omaggio non agiografico, senza mitizzare niente e nessuno ma carico di quella umanissima pietà e compassione per quelle creature imperfette. cialtrone, deboli eppure importanti che sono gli esseri umani. 
Virzì e Archibugi potevano far un film sulla bellezza di far cinema. Su come quel tipo di ambiente abbia una sua magia, ritrarre le persone importanti con cui hanno collaborato con abbondanti dosi di retorica su quanto siano stati grandi e illuminati, invece hanno rappresentato una cruda e banale realtà. Avendo anche la forza di non fare dei tre protagonisti le loro rappresentazioni filmiche, Avendo anche il buon gusto di non dipingerli come tre moschettieri pieni di grazia, intelligenza, sensibilità e spessore contro i soliti cattivi dell'industria, ma come spesso siamo nella realtà: rincretiniti dentro sogni vaghi, persi nel recitare pessimi ruoli, mediocri. Questo può anche dar fastidio se siamo ossessionati dall'anti retorica cerebrale, dal pretendere che nella vita non siamo mai delle macchiette stereotipate in cerca d'autore, ma persone dolcemente complicate e piene di genialità.
Un mondo mediocre non può che generare arte e spettacolo mediocre, fatto e gestito da mediocri.
Non si tratta di sputare nel piatto in cui mangio ( che poi faccio notare... a te che frega se sputo nel mio piatto. Ci mangio io) ma di una rappresentazione verosimile ad opera di persone che quel mondo ( al contrario dei critici e cinefili de internet e di chi ha fatto un video con gli amici) lo conoscono benissimo e possono rappresentarlo come meglio garba a loro.
Inoltre questo film  omaggia con tenerezza e senza svenevolezza alcuna, il grande Furio Scarpelli. In quei momenti l'omaggio si inchina a un commosso ricordo e nelle parole, negli insegnamenti sempre molto crudi e per nulla campati in aria di questo straordinario sceneggiatore, forse, per pochi secondi, ci viene svelato cosa è il cinema: " Guarda fuori dalla finestra."

venerdì 28 settembre 2018

LABOR DAY- UN GIORNO COME TANTI di J. REITMAN

1987. Henry è un ragazzino di tredici anni che si prende cura della propria madre. Adele, questo il nome della donna, è depressa per colpa della fine del suo matrimonio e soffre di agorafobia, per questo vive pressoché reclusa in casa. Il ragazzino ama tantissimo la sua mamma e cerca in ogni modo di rendersi utile, ma la situazione non è per nulla idilliaca.
Un giorno, il giovedì che precede il week end del Labor Day,  Henry costringe la madre ad andar a far la spesa nel supermercato del loro paese. Qui incontrano un uomo, ferito, che chiede a loro ospitalità per qualche tempo. Egli è un evaso .
La donna per paura che costui possa far del loro del male, sopratutto al suo figliolo, accetta malvolentieri di dar rifugio al delinquente.
Sarà un lungo week end dove capiteranno cose inaspettate.
Prima di tutto, una mia piccola digressione: date un Oscar al giorno a Kate Winslet! Fareste solo del bene al cinema. La totale dedizione che mette ogni volta nella rappresentazione dei personaggi è qualcosa di straordinario. Anche perché risulta sempre vera, credibile, non ci si ferma quasi mai a dire" Ecco Kate che fa.." ma riesce a farti amare il personaggio di quel film.
Ok, ora parliamo del film. Per me un'opera riuscitissima.
Il merito è da dividere tra regia, sceneggiatura e cast.  Infatti in questo film tutti recitano bene, a partire dai protagonisti.
Menzione speciale a Josh Brolin, il suo Frank è un personaggio pieno di chiaroscuri, un uomo che all'inizio quasi si teme non sapendo nulla di lui, ma che piano piano porta alla luce una certa bontà spiccia e proletaria, ma che ci lascia capire quanto non sia affatto cattivo.
Infatti se a scatola chiusa si pensasse di veder un classico film con degli innocenti tenuti in ostaggio di un criminale, questa certezza crollerebbe quasi subito.
E qui entrano in gioco i pregi della sceneggiatura e della regia.
Reitman punta sui dettagli, i piccoli particolari e ci guida- prendendo tutto il tempo necessario per farci amare questi personaggi- alla nascita di un nucleo famigliare.
Un possibile nucleo famigliare, la dolce certezza che la felicità sia a portata di mano.
Per cui si parte pensando di assistere a un dramma famigliare, a un film di genere già visto diverse volte e si finisce con l'assistere alla rinascita dei personaggi.
Frank costringendo Henry ed Adele a comportarsi come una vera famiglia, per non destare sospetti ma sopratutto per passare il tempo e rendersi utile, costruisce un solido legame con entrambi. Il ragazzino è nell'età delle insicurezze, un'età in cui è fondamentale una figura paterna che gli dia sicurezza, lo faccia sentire in  grado di gestire la vita. In  poche parole: un padre. Il loro rapporto è descritto benissimo. Attraverso piccole cose pratiche, poche parole dell'adulto che non critica mai il ragazzino ma lo incoraggia a superare le paure. Ah, quanto ho amato il personaggio di Frank!
Per la donna è invece la riscoperta della vita. Tutto qui. Capire che il dolore non è eterno, non dura per sempre. Comprendere che dopo la caduta vi è per forza la risalita.
C'è solo un piccolo particolare (non da poco) l'uomo è un evaso.
Attraverso dei flashback vediamo la sua storia, cosa l'ha spinto all'omicidio, e parallelamente veniamo alla conoscenza del dolore profondo che ha portato alla fine del matrimonio di Adele. Questi fatti ci spingono a voler per loro un lieto fine.
Anche in questo caso, come in "Un affare di famiglia" di Kore-eda, troviamo il tema della famiglia e della legalità. Perché per quanto Henry ed Adele arrivino ad amare Frank, ricambiati dall'uomo, egli è un evaso e la società vorrebbe nelle migliori delle ipotesi rispedirlo in galera, nelle peggiori ammazzarlo. Non rimane a loro che fuggire lontano, pretendere dalla vita la felicità che meritano.
Per molti il fatto che un film suggerisca la possibilità di una felicità ritrovata, non va proprio giù. Non tanto perché, come me, sono amanti del melodramma. No, perché costoro vedono la gioia, la felicità, come cose estranee alla loro vita e quindi anche a quella degli altri.
Per questo parlano di film consolatori, ricatti morali, buonismo. Costa fatica e durissimo lavoro ammettere che le cose possano anche andar abbastanza bene. Vedi le polemiche per il finale di "Carol", in cui era per molti impensabili che l'amore di due lesbiche non finisse in tragedia.
A volte ci scordiamo che essere consolati non sia una cosa brutta, ma un atto di gentilezza e generosità nei nostri confronti. A volte dimentichiamo che, pur non come ce lo siamo immaginato, non tutto è destinato ad andare male per sempre.
Per questo ringrazio questi film. Consolatori, buonisti? No, a loro modo veri e sinceri.

mercoledì 26 settembre 2018

UN AFFARE DI FAMGILIA di H. KORE-EDA

Cosa è una famiglia? Da chi è composta? Cosa ci rende padri e madri o fratelli e sorelle? Il fatto di aver messo al mondo un figlio, ci rende automaticamente genitore? Queste domande compaiono spesso nei film di Kore-eda. Il regista nipponico, infatti, ha da sempre sviluppato un profondo interesse per la famiglia, la sua composizione e le difficoltà che essa vive all'interno della nostra società. I suoi protagonisti non sono eroi, le sue famiglie non sono quasi mai perfette, eppure (pur non nascondendo i limiti e i difetti dei suoi personaggi) c'è sempre tanta empatia nella descrizione di vite spesso difficili o quasi mai risolte.
L'ultima sua opera (vincitrice della Palma d''oro nell'ultima edizione di Cannes) rispecchia in pieno lo stile e le tematiche classiche dell'autore giapponese. Protagonista una coppia sotto proletaria che campa di lavoretti e furti. Costoro nel tempo hanno creato un nucleo famigliare non legato dal sangue, ma dal destino che li ha fatti incontrare, creando con le altre persone una vera e propria comunità, una famiglia particolare che copia le dinamiche e la costruzione di una tradizionale. Un giorno nella loro vita entra una bambina piccola. La bimba è figlia di una coppia di scellerati. Persone che continuano a litigare tra di loro e maltrattano fisicamente la loro figliola. Per questo motivo la coppia di ladri decide di "adottarla" e farla crescere nel loro sgangherato ma affettuoso ambiente famigliare..
Vagamente questa è la trama del film. Il resto vi consiglio di scoprirlo andando al cinema perché le opere di Kore'eda meritano di essere viste al cinema. Non tanto perché vi siano azioni spettacolari, o per via di un uso della macchina da presa virtuosistico, ma per il semplice fatto che un tipo di cinema così sinceramente "umano", così rigorosamente empatico, va difeso ad oltranza.
Sopratutto è molto interessante il modo in cui il regista descrive questo nucleo famigliare"alternativo". Uno facendoci capire che non esiste nessuna alternativa, nessuna famiglia diversa o particolare, alla fine qualsiasi tipo di composizione abbia si ricalca fedelmente le dinamiche ed istanze di quella tradizionale. Perché le gioie e i dolori, le esigenze di confronto e distacco, l'affettuosità e la stanchezza, sono identiche per tutte le famiglie.  Per cui questi uomini e donne imperfetti/e che campano di lavori moralmente poco piacevoli ( vedi la ragazza che si masturba vestita da scolaretta per dei pervertiti che stanno dietro a uno specchio) di furti o ricatti, sono capace di amare e comprendere la sofferenza altrui. Mentre la coppia "borghese", inserita nella società, i veri genitori della bambina, non hanno remore a dar sfogo alla violenza per liberarsi delle loro frustrazioni quotidiane. Giudicare da un punto di vista legale,  in qualche caso, è assolutamente sbagliato. Perché le persone non agiscono secondo leggi scientifiche, matematiche, ma con l'istinto del momento, attraverso i loro valori e ideali, lasciandosi trasportare dal caos dei sentimenti. Per questo il film ti sbatte in faccia un dubbio, che poi è un finto dubbio: a chi affideresti la bambina? A persone che le giudichi da un punto di vista borghese le condanneresti a cinque mila anni più le spese? O a una famiglia naturale, classica, tradizionale, in regola per la legge, ma assolutamente disfunzionale per quanto riguarda tutto il resto?
Sono opere come queste che io giudico importanti e fondamentali. Quei film che ci spingono a farci domande, a riflettere su temi seri,  che danno spazio alla riflessione civile, sociale, etica, da parte dello spettatore.
Non perché sia lasciato spazio al pubblico di "arrivarci da solo". Per fortuna questa enorme cazzata viene snobbata, ma mostrandoti una storia, gli effetti che le scelte dei protagonisti hanno sulla loro vita, le responsabilità enormi che si sono presi, la messinscena dei loro difetti e vigliaccherie, alla fine sei costretto a domandarti che faresti in quel contesto. Ti vedi rappresentato da loro o dai poliziotti? Sei sempre convinto che per essere padri e madri si debba esserlo dal lato biologico soltanto o che padri e madri siano quelle persone che si occupano di un figliolo? Attraverso l'educazione, certo, ma sopratutto amandolo, insegnando a lui l'importanza dell'affettuosità fisica e "spirituale", facendolo sentire amato e benvoluto?
Io sostengo questa linea. Il mondo è pieno di pessimi padri e pessime madri che vedono i figli come loro oggetti. Peggio come una sorta di continuazione dei loro progetti. Il figlio non è una persona, ma l'immagine di me stesso che ora può soddisfare le proprie esigenze e sogni. Così costringono i figli a studiare materie che per loro sono importanti, che decidono le amicizie, sempre con la scusa squallida di "averti dato la vita". Ecco costoro non sono genitori, ma piccoli e frustrati dittatori. Impediscono la crescita e l'autonomia della loro figliola o figlio che sia. Questo è un caso, ce ne sono tantissimi altri. Io credo che un figlio appartenga a chi li sappia educare, li ami, li sostenga per quello che sono: persone.
Il film è essenziale e ben bilanciato. Non trattiene nulla, ma non eccede nemmeno nel voler insistere su certe cose. Mostra in modo chiaro e limpido quello che succede all'interno/esterno dei personaggi. Attraverso di loro si critica la società giapponese, si suggerisce una possibile utopia ben presto spezzata dalle regole e dalla vita. Sopratutto non si enfatizzano i protagonisti. Essi compiono anche cose riprovevoli, vivono crisi dilanianti, eppure c'è della bontà in loro.
Che aggiungere? Di nuovo un bellissimo film da parte di questo immenso e straordinario autore.

Ps: Sì, pirlettta caro, ho visto anche tutti i film di Ozu.