sabato 26 settembre 2020

SPECIALE FLORENCE KOREA FILM FEST: SECONDO GIORNO. VENERDÌ 25 SETTEMBRE

 Un film di denuncia sulla repressione post-guerra civile costruita come un giallo classico,  un pleonastico film indie e un biopic contaminato con il prison movie. Questi sono i film visti durante la seconda giornata del Florence Korea Film Fest.

-The 12th Suspect

diretto da  Ko Myoung-sung.

Ho un debole per i film ambientati prettamente in un unico luogo.  L'atmosfera claustrofobica,  il lento svelarsi della reale natura dei personaggi, il tempo sospeso. Sono tutti elementi che arricchiscono la visione di un'opera cinematografica.  Mi riferisco in particolare ai film gialli, thriller, dove la tensione e la ricerca della verità, pongono lo spettatore in un'atmosfera ambigua, ricca di sfumature, particolari rilevanti da scovare. 

12th Suspect rientra pienamente in questa categoria di film. Una locanda, ritrovo di artisti, un  cliente misterioso che si rivela un agente dei servizi segreti militari e un doppio delitto ( vittime un poeta e una ragazza amata da gran parte della clientela maschile).  I riferimenti sono i classici gialli logico-deduttivi alla Agatha Christie,  in cui ogni ricordo, parola, punto di vista, subisce un cambiamento radicale.  Opere in cui quello che si è visto e si ricorda, spesso non coincidono.

Per cui assistiamo a questo giallo classico e perfetto, ci domandiamo chi sarà mai l'assassino del poeta e della ragazza. Fino a quando, a metà film,  12th suspect svela la sua reale natura, il suo vero scopo. Un colpo di scena potente, tanto repentino e veloce da scombussolarci. Se prima eravamo spettatori esterni di un'indagine, ora veniamo gettati con forza e violenza all'interno di una feroce, sadica, crudele, caccia alle streghe. E le streghe siamo noi.

 Il film racconta un periodo storico particolarmente difficile per la Corea: la fine della guerra civile. Il paese diviso in due, la paranoia e ossessione di veder spie comuniste in ogni luogo, in ogni persona.  Per cui il simpatico investigatore nasconde una natura ben diversa e per nulla pacifica.  Attraverso il suo personaggio assistiamo a come spesso i patrioti, sono solo degli opportunisti. E che dietro la morte del poeta e della ragazza, si cela un orribile segreto che ci riporta all'occupazione giapponese. 

Un film amarissimo, sconvolgente, radicale nel suo pessimismo. Un'opera che riflette sulla repressione, l'oppressione, nascoste dietro la difesa della patria. 



-Move the grave 

diretto da  Jeong Seung Oh

Prima o poi capita. È una regola ineluttabile, imprescindibile, un volere del destino, chiamatelo come volete, ma prima o poi succede. Cosa? L'arrivo del film indie. Una sciagura cinematografica degna dei migliori assalti da parte delle cavallette.

Il film narra la storia di quattro sorelle e un fratello, che devono tornare nel loro paese d'origine perché si deve rimuovere la tomba del loro padre. Un buon spunto, da cui si potrebbe creare una commedia sul senso della famiglia, dei ricordi, agrodolce. Invece è il nulla totale per un'ora e mezza di proiezione.  Inetto, inconcludente, insulso, pieno di un femminismo d'accatto, visto che le figure femminili sono delle ridicole figurine e non diventano mai reali personaggi. Nemmeno i dialoghi ci vengono in aiuto.  Non graffiano, non divertono, sono assai banali. Il primo film terribile, quello che ti chiedi : " ma non c'era nulla di meglio rispetto a questo?" è per ora codesto Move the grave. Spero sia il primo e anche l'ultimo.


- Man of will.

diretto da Won Tae-Lee.

 I film biografici non raccontano mai la storia di un uomo, ma la loro leggenda. Non sono opere storiche, che - almeno in teoria- dovrebbero narrare i fatti e gli uomini nella realtà degli eventi.  I film biografici sono il ricordo nazionale, le emozioni del fan di un cantante, il simbolo per le lotte o i cambiamenti che una persona è diventata. 

In questa ottica possiamo anche sostenere la retorica, il didascalismo,  la santificazione dei protagonisti.  Elementi nocivi per gli stomachi delicati di una certa critica, ma fondamentali per gli incassi della pellicola. 

Ammetto che dopo il nulla trattenuto, ma allo stesso tempo esibito con fastidiosa presunzione, di quella pellicola terribile che è Move the grave, un film epico, di grana grossa,  anche un po' ruffiano in certi punti, è un vero toccasana.

È cinema. Gaglioffo, ribaldo, e tante altre parole di cui non conosco il significato, ma cazzo se suonano bene. 

Il genere usato per narrare la vita di Kim Goo, eroe nazionale dell'indipendenza coreana, è il prison-movie. Infatti l'uomo finisce in un carcere, un vero inferno a cielo aperto, dopo aver assassinato un giapponese, reo- secondo il coreano- di esser responsabile dell'omicidio dell'imperatrice coreana. Tutta la prima parte ci racconta il calvario del nostro Kim. L'impatto visivo è molto forte e potente. Il cinema coreano è molto fisico,  per cui non ci viene nascosta nessuna violenza fisica subita dai detenuti. L'opera cambia quando Kim decide di scrivere una petizione per un suo compagno di sventura e prigionia  Egli è talmente bravo ed istruito, che riceve richieste d'aiuto sia dai prigionieri che dalle guardie.. Non solo, visto la sua abilità e il potere che ha su alcune guardie, decide di insegnare a scrivere e leggere ai detenuti e ai secondini.

Ho apprezzato molto questo film. La sua natura classica, il rifarsi a un cinema solido, robusto, per le masse. Sopratutto quest'anno il Festival mi sta insegnando parecchie cose e storie meravigliose sulla Storia Coreana.




venerdì 25 settembre 2020

SPECIALE FLORENCE KOREA FILM FEST : PRIMO GIORNO GIOVEDÌ 24 SETTEMBRE.

 

Un'edizione alquanto strana, diversa, insolita, quella del Florence Korea Film Fest del 2020.  Specchio di questi tempi di pandemia, paura,  tensione. In questa ottica anche innocui, inoffensivi, film catastrofici ( come Exit in gara ieri sera) assumono un valore di riflessione sui pericoli imminenti, la sopravvivenza, l'eroismo di persone normali. 

Tuttavia le misure di sicurezza, veder i film indossando la mascherina,  la mancanza fisica di registi, attori, uomini e donne del cinema coreano, da una parte si fa sentire- c'è nell'aria una certa sottile mestizia- dall'altra non inficia più del dovuto la pulcretudine di questo evento culturale tanto amato ed apprezzato non solo dai fiorentini, ma da tutti gli amanti del cinema.

Da oggi comincerò a scrivere un post di riflessioni indisciplinate dedicate ai film in concorso.  Una cosa semplice, senza fronzoli di sorta, giusto per poter far conoscere opere  che difficilmente possiamo  veder in altri contesti. Suggerimenti di visione, riflessioni più profonde laddove ve ne sia bisogno.

Tenete anche conto che il sottoscritto ha superato la mezza età da un po', per cui la stanchezza si fa sentire e le migliori intuizioni/intenzioni svaniscono con le prime luci dell'alba.  Per questo cercherò di far piccole recensioni nel quale vi spiego la trama, dando una mia interpretazione.

Perché il cinema parla sempre al singolo, anche se si rivolge alle masse. E ogni spettatore vive l'emozione di assistere a un racconto per immagini alla propria maniera.

Leggendo le altrui parole, però, possiamo trovare affinità e riscontri con i nostri sentimenti e pensieri. Spero possa capitare con voi; che le mie parole vi possano spingere ad amare il cinema coreano. Magari a venire a Firenze per la visione di questo meraviglioso festival.


I FILM

- A Little Princess.

diretto da Heo in-moo

Il primo film della nuova edizione del Florence Korea Film Fest è un'opera che mescola la commedia e il dramma, senza trattenersi mai. Questo per me è un valore aggiunto molto importante, visto che detesto il cinema trattenuto, il quale  ostenta la sua anti retorica come fosse una virtù, quando è solo mancanza di coraggio nel mostrare le cose e le persone, i loro sentimenti, le loro gioie e paure.  In gran parte del cinema coreano, in particolare quello con tendenze smaccatamente popolari, questo non avviene mai.

Scrivo questo per avvisarvi che passata la prima parte del film, decisamente leggere e divertente, con la seconda entriamo nel melodramma/dramma sentimentale decisamente spudorato.

Il film verte e trova totale sostegno nelle magnifiche interpretazioni delle due attrici protagoniste. La giovane star ( è nata il 26 gennaio 2006) Kim Su-an - vista anche in Train to Busan- e la veterana Na Moon-hee.

 Nei ruoli di una ragazzina  che insieme alla sorellina di pochissimi mesi si trasferisce dalla nonna, causa la morte della madre, e l'anziana signora che le accoglie avendone la vita cambiata.

L'opera affronta il tema delle relazioni famigliari, di quanto poco conti il legame di sangue, in un certo senso, perché quello che ci rende genitori o nonni, è l'esempio, l'affetto, il sostegno, la condivisione della vita quotidiana e dei suoi splendori o miserie.

Nella prima parte il tocco è quello della commedia. Il regista ci presenta una Buson non invasa dagli zombi, ma abitata da persone comuni, tutte alle prese con l'amore, la famiglia - da ricostruire o da costruire- i legami solidi. C'è empatia, compassione,  un senso profondo di appartenenza al genere umano, raccontato attraverso l'importanza dell'amore.

Nondimeno è presente, in modo molto forte e marcato, il dramma. La malattia, la vecchiaia, la morte, la paura di perdere una vita che ha ancora tanto tempo davanti a sé. Ogni personaggio è alla ricerca di qualcosa che ha perduto. Di fatto tutti i personaggi sono alle prese con qualcosa che manca o ha perduto nella loro vita. Per qualcuno è la famiglia, per altri l'amore, per altri ancora la memoria. 


In fin dei conti A Little Princess, ci mostra la vita. Con le sue stagioni, l'inizio e la fine, la voglia e il desiderio che tutti noi abbiamo di amare ed essere amati. Non nasconde mai il dolore, la sofferenza. È un film spudorato, che non trattiene nulla. Un'opera estremamente sentimentale. 

Un tipo di cinema di cui io sento sempre il bisogno.



- The Battle : roar to victory.

diretto da Won Sin -yeon

Il regista di questo magnifico, epico, spettacolare ed avvincente film storico, debutta nel cinema come stunt man. Dopodiché passa alla regia. Il suo primo film è un horror " The Wig" poi si specializza in opere thriller-action.  

Il dinamismo, il movimento dei corpi e della mdp, sono infatti elementi essenziali anche in questa opera che celebra e rilegge una vittoria fondamentale per le forze indipendentiste coreane, durante l'occupazione giapponese.


Ci troviamo di fronte a un'opera in cui l'azione è preponderante, serve per delineare e marcare le differenze fra i coraggiosi combattenti coreani- contadini, pastori, soldati, anche banditi redenti- che lottano per la libertà e l'amore per la propria terra e i crudeli, sadici, feroci giapponesi.  I personaggi quindi diventano simboli, sono la quintessenza del loro ideale. Li dobbiamo analizzare e comprendere attraverso non tanto un discorso di empatia e partecipazione umana ( come nel caso di A Little princess) ma  come incarnazioni di ideali,  idee, fede.  La contrapposizione tra la violenza di chi deve liberarsi ed è oppresso e quella degli occupanti.

Un irritante discorso di pacifismo ad oltranza, di non violenza assoluta, non tiene mai conto che la Storia va in altra direzione.  Dire che un combattente per la libertà della Corea è uguale a un giapponese che in quel paese violenta, sevizia, uccide, per il gusto di terrorizzare e sottomettere gli innocenti, è sbagliato.  Profondamente errato.

 Le occupazioni si concludono in un solo e unico modo: con la guerra di liberazione.  Impossibile che dei fascisti crudeli, come erano i giapponesi- non per nulla nostri alleati nella Seconda Guerra Mondiale-  comprendano i loro errori, si pentano delle loro crudeltà, avendo dalla loro parte il potere e la forza militare, politica, economica. 

Questa pellicola carica di pathos ( la straziante scena del massacro nel villaggio di contadini)  momenti divertenti e spettacolari, avvincenti, scene d'azione, ci parla di questo: quanto sia fondamentale lottare per essere liberi.

Quello che mi ha colpito nel profondo è lo stile suggestivo, solenne, che avvolge la Storia, e il dinamismo delle scene d'azione . Mai esagitate, confuse, sempre molto ben chiare, distinte e travolgenti. La cura per l'inquadratura e l'estetica, che però non diventa mai un puro vezzo fine a sé stesso, ma conferisce spessore all'opera.

- Exit

diretto da Lee Sang- geun.

Una parte importante del cinema coreano è formata da pellicole di puro, intonso, limpido, intrattenimento. Opere che hanno solo un unico scopo: intrattenere lo spettatore.  Questo modo di intendere il cinema è da sempre divisivo. Nel senso che ci sono i cinefili raffinati,i quali magari hanno anche studiato cinema o diretto qualche corto, per cui  far film sia  creare opere d'arte. Per cui il cinema deve esser fatto in un certo modo, al contrario vi sono altri che son sostenitori dell'idea che i film siano prodotti di un'industria destinati a esser messi sul mercato per incassare. L'importante è che siano prodotti professionali, fatti bene.

Col passar degli anni sono sempre meno un ortodosso dell'arte nel cinema, mi interessa sempre di più il processo di produzione. Un film come  prodotto non è necessariamente qualcosa di orribile e squallido, ma può anche essere un'opera fatta molto bene. Un tipo di cinema che appassiona, diverte, commuove, spaventa, gli spettatori senza trattarli da stupidi.

Exit  fa parte di questa seconda categoria.  Un film di puro intrattenimento, che pone tutte le sue forze sul dinamismo, i corpi in movimento, l'adrenalina, tuttavia dopo un inizio promettente si perde un po',.Diventa ripetitivo, i personaggi non hanno dei veri e propri sviluppi, se non automatici, dettati non da una loro reale presa di posizione, quanto dalla naturale piega che la storia deve prendere.


Il film narra le avventure di un giovane senza arte né parte, la cui unica passione è praticare sport. In modo particolare l'arrampicata. Il giovane uomo viene visto come un perdente dalla numerosa e chiassosa famiglia, perché non ha una sistemazione decente. Non ha un lavoro e non sembra nemmeno che la cosa lo interessi più di tanto. Costui vive nel ricordo di un amore a senso unico per una donna conosciuta durante degli allenamenti sportivi. 

L'occasione di diventare un eroe si palesa quando un folle libera un gas letale per le vie di Seul. Il ragazzo mettendo in pratica quello che ha imparato durante le sue giornate dedicate allo sport, sarà di notevole aiuto sia per la famiglia che per la ragazza tanto amata, quanto - all'apparenza- irraggiungibile. 

La prima parte è la migliore. Perché ci viene presentato una classica storia di perdenti in cerca di riscatto, la descrizione della famiglia è divertente e anche le prime sequenze con l'arrivo del gas mortale, creano tensione e pathos.

Peccato che si perda con il procedere della storia.  Il gas da elemento quasi soprannaturale, finisce per essere una "nebbiolina", i personaggi corrono, si arrampicano, saltano, ma tutto questo dinamismo non crea alcuna tensione. 

Tuttavia se aveste il desiderio di una visione leggera, disimpegnata, di puro genere,  credo che questo film possa anche garbarvi.


mercoledì 20 maggio 2020

DEREK di Ricky Gervais

"Io mi devo difendere."
Questa frase detta dal personaggio di Michele Apicella in  Bianca, descrive molto bene la maggioranza di uomini e donne che hanno deciso di vivere nell'insofferenza, diffidenza, in una solitudine tanto esibita, quanto nel profondo subita. Perché, non dimentichiamolo "la vera libertà è stare in due" Questa volta a parlare è Don Giulio. Il film quel capolavoro che è La messa è finita.
Ci sono tanti discorsi che pretendono la nobiltà della filosofia o del grande pensiero intellettuale, votate a dar credito a tutto ciò che è pessimista, rancoroso, debole, egoistico, con la scusa che la vita è dura, il mondo fa schifo,  l'amore è una sciocca illusione. Uomini e donne fieri di non essere consolatori, come se consolare fosse una cosa ignobile e meschina,  ma che nella verità si nascondono, fuggono, dietro alibi, giustificazioni, due soldi di cultura buttati via.  Non credete a chi vi dice che siamo soli, che gli altri sono un ostacolo alla nostra felicità.  Sono parole per salvarsi da un dolore che non sappiamo gestire, per cui comprensibile, ma non sono vere. Col tempo quasi tutti ce ne accorgiamo.
Perché ha ragione Derek, la gentilezza è fondamentale e importante, e a parte certi irrecuperabili - per cui attuiamo con gentilezza la giustizia proletaria- la maggior parte delle persone se trattate con rispetto, attenzione, affetto, si dimostrano meglio di quello che sono.
Il giorno della nostra morte arriverà implacabile. Una seccatura, come quando sei costretto, da piccolo, ad andar a pranzo dai parenti.  A noi piacerebbe un finale in grande stile, perché in fin dei conti la vita è una meravigliosa recita ed è venuto il momento di salutare il pubblico. Purtroppo non per tutti è possibile andarsene con stile, dicendo le ultime famose parole. Si boccheggia, nella semi incoscienza, in un letto che non è il vostro, un anonimo giorno di pioggia feriale. La gente lavora, si perde in mille scemenze, ha paura di tutto, non si fida di nessuno. E voi morite.
Per cui potreste dirmi: vedi che muori solo? Lo diciamo perché diamo per scontato le cattiverie ed assenze altrui. Dando poco peso a tutto il bene, le attenzioni, la mano che ci sfiora prima di morire, donata a noi dagli altri.
Ci siamo abituati che esser sinceri significa essere teste di cazzo. Ci siamo abituati ad ascoltare per far polemiche sterili, che dobbiamo blasterare, mi raccomando!  Negli altri vediamo il nemico, colui che ci impedisce di essere felici. E allora ditemi, quale felicità vi ruba una persona che si mostra gentile con voi? Le piccole esigenze personali, la vigliacca fuga da una analisi lucida e spietata dei nostri problemi, tutte cose che ci servono per resistere ai duri colpi della vita.
Ci vuole troppa disciplina, fermezza, decisione, organizzazione per essere teneri, affettuosi e gentili con noi stessi e gli altri.  Troppa. Meglio consolarci con i nostri disastri, le mancanze, le ossessioni, che pretendiamo di normalizzare.
Lo so, perché lo faccio anche io.  Mi sento inadeguato, stanco, sono convinto di essere sempre  e comunque un peso, il peggiore dei peggiori, e allora mi lascio andare. Mi scorre addosso la vita, la gioia, il dolore, tutto.  Lontano dal mondo, da ogni essere vivente. Perché? Anche io devo difendermi. Da chi? Da me, dai miei disastri, dal coro greco di persone che nella mia testa me ne dice di tutti i colori. Mi limito a osservare il disastro che sono, che è il mondo in cui vivo. Detto questo, ho anche cominciato un lungo percorso di miglioramento personale, vado in terapia, faccio piccoli e significativi passi in avanti, che poi nego a me stesso quando "sto male", ma li faccio per quanto trascurabili agli occhi degli altri. Li faccio perché ho capito che intorno a me ci sono molte persone che mi vogliono bene e che ognuna di loro con gesti piccoli o grandi mi rende la vita migliore, degna di essere vissuta.
Che nessuno uomo è un'isola. Certo, ho dovuto incontrare mia moglie, il faro illuminante della mia vita. La persona che ha dato inizio alla mia rinascita.
Perché esistono persone stupende come Derek che non ha alibi, giustificazioni, non campa di masturbazioni mentali. Riconoscono il dolore, la sofferenza, ma cercano di accompagnarci nella nostra vita piena di tribolazioni con la loro gentilezza, generosità, amore.  Lo fanno perché sanno che ognuno di noi merita di uscire dalla scena con qualcuno che applaudi alla sua vita, a quello che ha sognato, desiderato, perduto.
Dietro alle risate ( e in questa serie si ride tantissimo) c'è la malattia, la morte, le vite colpite e spezzate dei perdenti. Uomini sconfitti e non come succede nei film americani, cioè rielaborati affinché il pubblico benestante possa rendersi conto che esistano gli altri, ma che costoro sono solo un po' particolari e fondamentalmente comici.  Qui ridiamo delle battute e per le situazioni, ma i personaggi sono tutti tragici. Sopratutto non addomesticati, ripuliti. Sono squallidi, ripugnanti, osceni, volgarissimi e odiosi. Eppure sono proprio loro che meritano la carezza, l'abbraccio, il sostegno totale e assoluto casino dopo casino.
Tutto questo lo noti nel bellissimo, meraviglioso, straordinario personaggio di Kevin - interpretato benissimo da David Earl-  un alcolizzato senza gloria, un viscido e squallido maniaco sessuale, un uomo volgarissimo. Uno che non fa nulla, beve e dice cose sessualmente imbarazzanti . Eppure in tutto questo orrore di uomo c'è una cosa che io ho colto al volo, ma l'avranno colta tutti quelli che pensano di non meritare nessun tipo di amore, cioè un fortissimo desiderio d'amore, la voglia di esporla alla luce del sole tutto l'affetto, la dolcezza di cui è capace. Per questo il rapporto con Derek è fondamentale, lo aiuta a non sprofondare di più. In una serie in cui, come pubblico, siamo portati a piangere moltissimo, il personaggio di Kevin è quello che mi ha commosso di più in assoluto. Mi ha ricordato quel passo delVangelo, forse di Luca, in cui parlando delle opere di bene, del far del bene per gli altri, ci esorta a farlo per chi odiamo, i nostri nemici. Perché quello è il gesto che dona davvero importanza a far il bene: essere disinteressati e muoversi solo per evitare che gli altri stiano rinchiusi nel loro dolore.
Kevin è il personaggio verso cui il bene che fa Derek diventa azione quasi mistica, quasi divina.
C'è anche un bellissimo discorso sulla vecchiaia e gli anziani. Proprio ora che sono tra i più colpiti dal Covid-19, in un momento in cui nazioni che di solito stanno al primo posto tra gli esterofili di sta cippa, in cui ritenendo che la vita non sia sacra- che enorme cazzata- si reputa che la perdita di persone che comunque hanno già vissuto la loro vita, sia una perdita accettabilissima.
Derek va controcorrente. Ci rammenta che c'è vita fino all'ultimo, che gli anziani hanno il diritto e il dovere di vivere serenamente i loro ultimi anni su questo pianeta, di ridere e scherzare, forse anche innamorarsi,  aver qualcuno che li ascolti e li accolga con trasporto e una esibizione cristallina delle emozioni.
La casa di riposo gestita benissimo da Hanna, bravissima Kerry Godlman,  è la rappresentazione dell'ostinazione, l'amore per la sua professione, della donna e dell'amore purissimo che Derek riesce a dar a ogni ospite, collega, persona ed essere vivente che incontra nella sua via.
Quando riesci a far ridere, piangere, rendere i personaggi non degli stereotipi senza vita, ma persone a cui ti affezioni, vuol dire che stai facendo davvero un ottimo lavoro.
Gervais si conferma, dopo After Life e un buon numero di film riusciti, come uno tra i migliori autori di commedie venate di dramma, attualmente operativi.
Consiglio questa serie tv che non teme di essere sentimentale.
Opera  melodrammatica, volgare e comica, mantiene  sempre un livello alto; la consiglio perché sarebbe un grosso errore perderla. Derek non ha paragoni di sorta, è altro e oltre.
Vita rappresentata con dolore, partecipazione, umanità.
Penso che tutti abbiamo bisogno di queste cose. Di toglierci il peso della sofferenza fine a sé stessa e puntare a una sana  e reale redenzione.

mercoledì 13 maggio 2020

Aftermath di Elliot Lester

In questi mesi di pandemia ho avuto la conferma di vivere in una società di persone che non hanno senso del bene comune, persone che badano alla soddisfazione delle loro esigenze. In realtà non credo nemmeno che siano tantissimi, tuttavia sono rumorosi  e fastidiosi. Per costoro la vita non è una lunga serie di conseguenze che dobbiamo gestire o pagare per le nostre scelte e responsabilità, è solo una questione di libertà personale.
Tuttavia le cose non stanno così.  E il conto da pagare c'è sempre.
Cosa rende davvero piena la vita di un uomo? Quali sono quelle cose per cui vale la pena vivere? Cosa succederebbe se un giorno dovessimo perderle, all'improvviso, per colpa di qualcuno che non conosciamo, ma che un po' alla volta diventa il responsabile della nostra fine? Queste sono alcune domande che mi sono posto guardando questo notevole film che ci dona un Arnold Schwarzenegger davvero straordinario in un ruolo decisamente drammatico.
Il popolare eroe di tantissimi film di successo degli anni 80, in questa pellicola interpreta un capo cantiere edile, di origine ucraine, che vive per la famiglia e il lavoro. Un uomo semplice, gentile, una persona normale, come moltissimi di noi,  Uno destinato alla vita del lavoratore, del padre di famiglia, un tizio senza grilli per la testa.
La sua vita crolla quando moglie e figlia muoiono in un incidente aereo.  Colpa di un addetto alla torre di controllo.
 Improvvisamente Roman perde tutto, si trincera dietro al silenzio e al dolore, ha solo uno scopo: che qualcuno si scusi con lui. Invece il linguaggio dei responsabili è burocratico, basato su un assistenzialismo del tutto ipocrita, in cui il suo dolore ( e quello delle altre vittime) è solo questione di evitare un processo e di pagare pochi spicci per una cosa che non ha valore: la vita umana,
Tuttavia non è solo Roman a soffrire, a sentirsi perduto e senza una vita. Le stesse sensazioni le vive sulla sua pelle il responsabile del disastro aereo, un uomo come tanti anche lui di nome Jack. Costui è un uomo felicemente sposato con una donna che ama ed insieme hanno un figlio.  Anche Jack vive per la famiglia e il lavoro, solo che durante un turno notturno di lavoro, per colpa di tante piccoli problemi e disattenzioni, non nota che due aereoplani sono in rotta di collisione. Quel suo errore costa la via ad oltre duecento persone.  Da quel momento è il nemico pubblico numero uno. La gente gli imbratta la facciata della sua casa con scritte cariche di odio, la tv lo bracca e lui passa le giornate a letto. Perdendo lavoro, famiglia,tutto.
Fino a quando riesce con molta fatica a ricostruirsi una vita. Ma le conseguenze del male che facciamo, anche senza premeditazione o desiderio di farlo, non si cancellano da sole.  Non c'è salvezza e redenzione per il dolore e la sofferenza che provochiamo. 
La conseguenza che è la rabbia e l'odio sfociano in violenza. La quale non può che portare altro rancore e bisogno di vendicarsi. 
Sì, perché se vi aspettate un film ridondante, strumentale,  morboso, sul senso e il bisogno di vendetta, avete sbagliato opera. 
Aftermath è un film disperato, cupo, in cui il dolore è diffuso in ogni sequenza, dialogo, non ci sono personaggi del tutto buoni o cattivi. Sono uomini travolti dalla tragedia che hanno causato o subito.  Sono persone condannate alla solitudine, al pensare e rivivere la perdita dei propri cari e la certezza di esser un uomo bravo e innocente.
Durante la visione ci sente particolarmente partecipi per il dolore che provano sia Roman che Jsck. In particolare l'interpretazione essenziale, sobria, ma carica di dolore imploso, senza fine,  del buon Arnold, scava nel nostro cuore, portandoci a riflettere a lungo su come ci saremmo comportati al suo posto. Cioè quando la razionalità, l'idea di perdono, la voglia di ricominciare, riprendersi la vita, svaniscono e rimane solo il desiderio di vendicarsi, anche se non lo ammettiamo nemmeno a noi stessi. Ci diciamo che le scuse possano bastare. Ma non è così.
Lo sappiamo benissimo noi che abbiamo trovato una donna che ci ha cambiato la vita, ci ha donato una serenità quotidiana prima quasi sconosciuta, con la quale giorno dopo giorno costruiamo il nostro futuro. Una donna che ci fa commuovere, ridere il sangue nelle vene, e poi un giorno qualcuno ce la porta via. Ha senso vivere? Ha senso superare la sofferenza? Per approdare dove? Quale salvezza o redenzione potremmo mai ottenere dopo una simile tragedia?
Forse dal momento che siamo sopravvissuti a una perdita tanto importante, moriamo anche noi. Continuiamo a mangiare, dormire, guardare la tv, ma dentro di noi siamo finiti e spacciati. L'unico sussulto di vita che possiamo provare è eliminare la causa del nostro dolore. Solo che dalla vendetta non nasce nulla di buono, non c'è una soluzione ai nostri guai o dispiaceri.
 Mi sono sentito molto vicino a Roman, ho provato il suo dolore. Ed ho avuto pietà e compassione per Jack, ma non gli posso perdonare il suo errore di non volersi sentire colpevole, di non accettare la punizione inevitabile che è conseguenza del suo gesto. 
Per quanto il gesto di vendicarsi ala fine crei solo altra rabbia, altri risentimenti. Quindi la soluzione è il perdono. Forse, ma nemmeno quel gesto  potrebbe non cancellare gli anni di violenza soffocata.
Ogni gesto che facciamo, ogni colpa, ogni mancanza, ha una sua amarissima e feroce conseguenza. Ed è impossibile uscirne.
Un film intenso con un grandissimo e credibile Arnold, opera che ci spinge a riflettere e soffrire con i personaggi. Da vedere.
Lo trovate su Netflix.

venerdì 8 maggio 2020

CHI LE HA VISTE MORIRE? di ALDO LADO.

La stagione selvaggia, breve, folgorante del giallo italiano ci ha donato una manciata di pellicole davvero degne di nota.  Film in cui oltre al classico meccanismo noto come "whodunit", cioè la scoperta dell'assassino solo alla fine e dopo una lunga indagine, si sposa magistralmente con elementi più horror, in quanto la violenza è messa al centro dell'azione. Nessuno in questo tipo di film muore in modo che non sia quantomeno doloroso e spettacolare.
C'è una certa urgenza estetica nella ricerca di metodi sempre più efferati di mostrare la crudeltà di cui noi umani siamo capaci.
I padri fondatori di questo genere sono Mario Bava e Dario Argento, anche se come spesso succede vi sono anche altri registi che si adoperavano a costruire le fondamenta del giallo italiano.  Infatti c'è quasi l' imbarazzo della scelta., visto l'alto numero di film che in quel periodo sperimentavano nuovi confini, spostavano sempre oltre l'asticella del dimostrabile e sostenibile.
Tra i tanti ottimi film, c'è anche questo piccolo gioiello di un ottimo artigiano del miglior cinema di genere italico: Chi le ha viste morire?
Il film narra la storia di Franco, uno scultore che vive a Venezia. Un giorno riceve la visita di sua figlia Roberta, che non vede da un po' di tempo. Dopo alcuni giorni passati in totale gioia e allegria la bambina scompare.  L'uomo comincia a cercarla nella speranza che non sia successo nulla di grave, purtroppo non è così. Roberta è stata assassinata.
Sconvolto dalla morte della figlia, lo scultore comincia un'indagine solitaria con lo scopo di trovare l'assassino. Troverà delle analogie con la morte di una bambina in Francia, scoprendo che una sua conoscente lavorava per la famiglia della piccola vittima.  Tuttavia ogni volta che avvicina qualcuno che possa dargli una nano, costoro finiscono uccisi in modi brutali per mano di una donna  vestita di nero, con il viso nascosto da un velo.
La soluzione sarà  a dir poco sconvolgente
Il film si basa su un meccanismo oliato alla perfezione. Ogni elemento è necessario e utile per far un passo in avanti nella trama, infatti non manca mai la tensione, la voglia di scoprire chi sarà mai il colpevole e quali le sue motivazioni.  Lado è straordinario nel metter in scena i vari delitti, tutti abbastanza macabri, ma senza esagerare.  Un perfetto equilibrio tra suspense e violenza.  Oltretutto, prima di far sparire la bambina, la sceneggiatura ( alla quale ha collaborato anche Francesco Barrili  regista di Pensione Paura  tra le altre sue opere) e la regia creano un'atmosfera di grande tenerezza tra il padre e la bimba. Ci affezioniamo a loro, tanto da sperare che Roberta continui a salvarsi dalle mire omicide della misteriosa signora.
I personaggi sono funzionali alla trama, che ben presto punta  a una denuncia esplicita della buona borghesia veneziana, regno di depravazioni sessuali e altro. 
Lado è un  ottimo regista, come abbiamo scritto in precedenza, qui è aiutato anche da una bellissima colonna sonora di Ennio Morricone, e da un cast valido. Protagonista troviamo quel Geroge Lazenby, chce ha interpretato 007 tra un Connery e un Moore,  qui se la cava decentemente nel ruolo di Franco, speriamo sempre che riesca a metter le mani addosso all'assassino. C'è anche un giovane e già molto bravo Alessandro Haber,  nel ruolo di un prete.
Ho trovato vaghi echi di "Non si sevizia un paperino" e altre pellicole analoghe del periodo, ma questo non è un difetto. Anzi.
L'opera la potete trovare su Youtube. Attenzione che c'è una copia in cui manca il prologo, bellissimo, controllate nei commenti che un buon samaritano ha messo una copia intera del film.
Buona visione.


lunedì 6 aprile 2020

La Visita di Antonio Pietrangeli.

La morte, quando arriva a sorpresa e bastarda, ci porta via non solo la vita di una persona, ma anche tutto quello che di buono poteva ancora fare nel suo campo di espressione artistica.  Quanti altri film bellissimi avrebbe potuto girare Antonio Pietrangeli? Quanto la sua poetica cinematografica così carica di suggestioni malinconiche, legate a personaggi destinati a esser schiacciati dalla società, ma a modo loro profondi e pieni di qualità,  è mancata all'industria del cinema italiano? Per me moltissimo.
Vuoi per la sua attenzione ai personaggi femminili, sempre protagoniste assolute delle sue opere, trattate con dolcezza, partecipazione emotiva,  sopratutto uno sconfinato amore .
Perché per quanto sconfitte le sue eroine hanno una forza e dignità che manca ai personaggi maschili, sempre in bilico tra fallimenti personali, violenza, menefreghismo.
E no, non sono film scritti da ferocissime femministe, ma da uomini che sanno descrivere il prossimo, l'altro da sé.
Ho fatto conoscenza col cinema di Pietrangeli, attraverso quella straordinaria pellicola che è La Parmigiana, mi colpì molto l'amarezza che non diventa mai cinismo o peggio ancora cattiveria.  Perché lo sguardo è quello di compassione e pietà per la sua protagonista e anche per le altre, al di là di finali tragici o pessimisti.
 Venne in seguito la visione di Io la conoscevo bene, ma il film che mi toccò il cuore fu questo piccolo prodotto,  girato quasi in economia, quasi un'opera teatrale con immagini esterne rubate alla realtà spoglie e triste del viver in provincia.
Il film  è un piccolo miracolo di quasi perfezione cinematografica.  Sopratutto di come alla base della riuscita di una pellicola vi sia la sceneggiatura, i personaggi e "lo sguardo del regista".
Perché il soggetto scritto da tre giganti del nostro cinema (Giuseppe De Santis Ettore Scola Ruggero Maccari) e la sceneggiatura che vede la partecipazione del regista, sono talmente solidi e robusti nella precisione di caratterizzare i personaggi, donar a loro bassezze e riscatti,  da far sembrare quasi facile, roba da poco, girare il film. In quanto personaggi e situazioni sono credibili e da soli potrebbero sostenere tutto l'impianto filmico, ma è proprio la regia sensibile, partecipe, i primi piani sul viso della Milo, o le inquadrature di gruppo, in cui si nota la partecipazione umana nei confronti della piccola, mediocre, debole e misera umanità.

Il film narra la storia di due solitudini che si incontrano. Lei si chiama Pina e vive da sola nel bel mezzo della campagna in un paese della bassa ferrarese,  lui (Adolfo) è impiegato in una libreria di Roma. Si conoscono tramite annuncio su una pagina di giornale dedicata ai cuori solitari.  L'incontro avviene nella casa della donna.  Mentre lei è sinceramente interessata alla persona che ospita e fa di tutto per metterlo a suo agio, costui da autentico piccolo borghese non perde tempo per deridere e detestare le abitudini e la vita di Pina. Sfoggiando una piccola cultura, imparata vendendo libri,  Adolfo in realtà sente il bisogno di un posto dove poter vivacchiare sfruttando la persona che ha incontrato. Mirabile come lo scontro di classe viene messo in scena parlando di cittadino/ campagnola,  lavoratrice/ impiegato.  Tuttavia l'opera affronta benissimo un argomento che a mio avviso è molto forte anche oggi, come vivere la propria solitudine.
Pina non ha un uomo, ma è ben voluta nel paese. Seppure questa convivenza di paese possa dar luce a comportamenti poco piacevoli contro costei, la donna vede il buono nelle persone e nella vita, ma non è sciocca o ingenua, anzi. Tuttavia sente la mancanza di un uomo, di una relazione seria e quotidiana,  mentre tutto quello che ha è un rapporto con un camionista sposato. Lui invece si è incarognito, incattivito, la solitudine e la sua naturale mediocrità lo hanno reso rancoroso, subdolo, con tutto e tutti. Sfrutta gli altre, in particolare le altre, con un calcolo cinico. Però non è lei la perdente, non è la sua visione delle cose, bensì quella dell'uomo. Perché al dolore che prova reagisce creando dolore negli altri.

Tuttavia il finale dell'opera servirà ad entrambi, in particolare ad Adolfo, per una seria disamina sulla sua condotta e vita. Capiscono come la solitudine per entrambi sia errata, ma forse non sono ancora pronti per uscirne insieme.
Ecco, questo finale così toccante, umano, è la ciliegina sulla torta.
La Visita rimane uno dei vertici del nostro cinema, opera forse poco considerata e citata, ma che vale la pena veder e far vedere.
Potete trovarla sia su youtube che su Amazon Prime.

lunedì 30 marzo 2020

SPECIALE VERDONE: MALEDETTO IL GIORNO CHE TI HO INCONTRATO/SONO PAZZO DI IRIS BLOND

La vita di/in coppia è quanto di più complesso possa esserci in una società individualista. La presenza di una persona che è altro e oltre a noi si scontra con dozzine di canzoni, film, consolidati pensieri comuni, per cui l'amore è un fatto naturale che non ha bisogno di altro a parte la sua stessa esistenza, per donare felicità alle persone coinvolte.
Non è così, esso è molto più simile al vivere quotidiano fatto di gesti e abitudini, che al romanticismo carico di possanza emotiva e frasi ad effetto, che vediamo nelle pellicole sentimentali americane.
Ci tengo a precisare che da sostenitore delle commedie romantiche, non ho nulla contro alle loro derive fantascientifiche a base di vissero per sempre felici e contenti. Questo bisogno di favole è legato all'ossessione per un sogno che prima o poi ci salverà dalla triste realtà che rifiutiamo. Milioni di americani con il loro american dream sono la prova vivente di questa teoria.
Non voglio far passare il pensiero che allora il cinema o la letteratura debbano solo raccontare il reale e il vero, perché spesso ci viene difficile comprendere cosa sia la verità e la realtà. Questioni filosofiche profondissime che non possiamo e vogliamo affrontare qui.
Per cui la pellicola d'evasione se fosse gestita bene potrebbe aver anche una forza sovversiva e potente contro la bieca realtà di uomini e donne come isole, sempre destinati a una solitudine che per vigliaccheria ci facciamo andar bene. D'altronde la stessa società che ci fornisce di canzoni d'amore e film romantici, nel concreto ci lascia credere che i nostri problemi relazionali, di impegno e responsabilità verso i legami, l'amore e l'altro, siano assolutamente normali. Infatti non mancano film o libri che sono inni ai quarantenni nevrotici e in crisi relazionale, spesso ci fanno ridere  ( Rebecca Bunch il personaggio principale di Crazy Ex Girlfriend è un classico esempio di questo tipo di caratterizzazioni)  ci rincuorano sui nostri fallimenti e debolezze. In questo caso il cinema tratta una verità e una realtà assolute del mondo in cui viviamo, ma l'effetto evasione è più o meno lo stesso.
In realtà il cinema dei rapporti precari, delle illusioni sentimentali, e delle nevrosi del singolo e della coppia ha un illustre padre: Woody Allen. I suoi film sono preziose testimonianze dell'amore (im)possibile legata a problematiche personali/esistenziali psicanalitiche.. L'arrivo di Allen sulle scene cinematografiche è stata una vera rivoluzione, tanto che per me c'è un prima e un dopo nel mondo assai complesso delle commedie, in seguito all'arrivo del maestro di New York.  Certo, sul finire degli anni cinquanta un film come "Marty" aveva in un qualche modo anticipato le tematiche alleniane, ma è proprio il lavoro costante di questo genio dell'arte cinematografica e non solo, che ha dato una scossa importante al genere e ai riferimenti.
Non vuol dire la fine della classica commedia romantica (che ripeto adoro)  ma l'affiancarsi di un approccio che ha un suo forte pubblico di riferimento.  Entrambi gli spettatori ricevono una certa consolazione durante la visione che sia l'idea di un sogno che ci strapperà dalla triste realtà o che la triste realtà è l'unica possibile, per cui cosa ti impegni a costruire rapporti solidi o credere di migliorare?
Ci tengo a sottolineare quanto l'importanza di Allen non si fermi solo al modo di scrivere sceneggiature o curare la regia, ma che si evidenzi in modo forse non ancora del tutto analizzato e compreso, nella recitazione.
Quel modo di frasi spezzate, balbettii, sarcasmo, è diventato un cliché per certi interpreti di film brillanti o leggeri. Certo nei film che si ispirano anche vagamente al metodo alleniano, manca la profondità di sguardo sull'essere umano, per cui la recitazione serve solo a farci provare simpatia per un tipo o una tipa goffo/a.
In Italia invece che succede/ succedeva? Bè, il nostro modo di intendere la commedia è assai diverso rispetto a quella americana e anche francese. Ha radici che vanno in profondità nella rappresentazione sociale, spesso usando un disarmante cinismo che non è mai facile scorciatoia per i fgihetti che amano "i film cattivi", ma l'amarissima constatazione che il mondo è un posto crudele e feroce. Quindi parliamo della grande scuola degli anni Sessanta e dei suoi maestri, mentre è forte anche la presenza di un modo di far commedia legata ai frizzi e lazzi trasportati dal palco dell'avanspettacolo alla celluloide. Macario, i primi film con la coppia Vianello- Tognazzi, e sopratutto Totò, rappresentano questo modo di far ridere le persone.
Nel tempo l'avanspettacolo che per decenni ha lanciato comici e artisti popolari ha lasciato spazio agli show in tv.  Una nuova generazione di comici ha preso d'assalto il cinema comico e leggero degli anni 80.
Sì, il Vanzinema e cinepanettoni vari.
Tuttavia proprio alcuni comici nati in tv presero una strada diversa rispetto al nazional-popolare più di grana grossa. Costoro da subito unirono la sana risata a uso e consumo di un pubblico vasto, alla introspezione malinconica, più o meno riuscita.
I loro nomi sono Francesco Nuti e Carlo Verdone.
I film dell'autore romano hanno sempre avuto un'attenzione particolare per le atmosfere malinconiche, la tragedia dietro la risata ( basti pensare all'episodio di Bianco Rosso Verdone con l'indimenticabile Sora Lella), una certa attenzione a nevrosi e malesseri esistenziali, certo si tratta di film che fanno parte dell'industria cinematografica senza preteste artistiche o di nicchia, ma non possiamo negare ad egli una grande capacità nel metter in scena personaggi e situazioni quasi sempre più interessanti rispetto alla commedia tipica degli anni che partono dal 1980 fino ai giorni nostri.
Verdone, a mio immodesto parere, ha dato il meglio di sé con due film che parlano di relazioni di coppia riuscendo a mescolare nel primo caso una storia alleniana in un contesto di commedia romantica tradizionale, o viceversa, e un ulteriore passo in avanti nel pessimismo molto simile - ma anche no- all'autore americano con quel bellissimo film che è "Sono pazzo di Iris Blond".

"Maledetto il giorno che ti ho incontrato" narra della possibilità d'amore di due persone che vanno in terapia.  Trovo bellissimo questo narrare e declinare l'affettività amorosa e la relazione di coppia, attraverso due persone problematiche.  Lo dico da uomo che da un po' di anni va in terapia.  Cosa pensate quando sentite dire da una persona che va da un psicologo? Una persona malata, ci può stare, ma come valutate la sua malattia? Cosa pensate davvero delle sue problematiche? Non è passato troppo tempo da quando si rimproverava i depressi e si trovava come cura l'idea che "muovere il culo dal divano o dal letto", potesse servire a qualcosa.
Perché se la malattia fisica, che si voglia o meno non ha importanza, muove a compassione, pietà, quella legata all'anima, ala mente, genera paura, distacco, sottovalutazione. A nessuno viene in mente di dire che un malato di cancro faccia finta, ma a molti viene da dire questa scemenza per i pazienti dei psicologi.
Per cui un film dove i protagonisti sono due persone problematiche che attraverso il loro rapporto di sostegno e amore trovano un modo di vivere, di essere nel mondo, l'ho sempre trovata una cosa bellissima. A livello di sceneggiatura penso sia il film più riuscito di Verdone, anche se - dobbiamo sottolinearlo- è forse il migliore in assoluto quando si tratta di scrivere personaggi complessi e umanissimi nel genere commedia. In più, anche nel caso di "Maledetto il giorno che ti ho incontrato", ha una grandissima dote, pure questa unica se ci pensate bene, quella di dar spazio e spessore ai personaggi che sulla carta dovrebbero essere di spalla. Non sono mai degli assoli totali i suoi film, a parte i primi due forse che seguivano però un discorso legato alle sue presenze in tv, c'è sempre massima attenzione per l'attrice che divide la scena con lui.
Ecco, va sottolineata la presenza femminile nei film di Verdone, che non è mai messa lì per facili doppi sensi o per la storiella d'amore alla Pieraccioni, ma sono persone a volte anche poco piacevoli - come Iris Blond-  mai macchiette.
Tutto questo in Maledetto il giorno che ti ho incontrato è fatto benissimo.  Inoltre trovo assolutamente entusiasmante come l'ambiente urbano rispecchi a pieno gli stati d'animo dei personaggi. Il cielo grigio della Gran Bretagna o della mia amatissima Milano,  è una continuazione atmosferica delle problematiche di Bernardo e di Camilla. Le loro indecisioni, le gioie, l'ansia, che li costringono a una vita "nuvolosa" trovano nelle location dei validi aiutanti.

Colgo l'occasione, prima di scrivere di questo straordinario film, che ovviamente le mie sono opinioni di uno spettatore, non certo le reali intenzioni degli autori o un trattato di critica cinematografica.  Dico questo perché ho letto spiegazioni del finale di questa pellicola che non mi vedono concorde,, anzi, per cui forse pecco in pessimismo e non ho dato il reale peso di quello che per me rimane una conclusione di assoluta tristezza.
Tuttavia avanziamo in questa analisi delle pellicole verdoniane,  sperando di non annoiarvi troppo.
Dopo il grande successo di critica e pubblico di "Viaggio di nozze", opera che riportava sul grande schermo il trasformismo dei primi due film del regista romano, Verdone torna con una commedia a parer mio abbastanza spiazzante. In questo caso c'è un radicalismo che prende lo spirito malinconico e alleniano di "Maledetto il giorno che ti ho incontrato" togliendo ogni parvenza di commedia romantica e lasciando che siano le delusioni, la reciproca tendenza a primeggiare sull'altro, a dettar regole e leggi.
Se Bernardo e Camilla cercano nelle reciproche mancanze e problematiche, una sorta di sostegno e unione per affrontare il cattivo tempo che li circonda, sia esteriormente che interiormente, tra Romeo e Iris non vi è mai la voglia di farcela insieme, di aiutarsi, ma semmai è potente il desiderio di realizzare il proprio, individuale, sogno di gloria. Crollato e negato a Romeo, dopo un rapido successo negli anni 70,  da edificare e costruire per dar un senso alla nullità totale che si sa di essere, da parte di Iris.
Questa volta il cielo grigio del Belgio, le sue cittadine industriali e le luci di Bruxelles, non sono simbolo di stati d'animo che potranno esser ribaltati una volta che i nostri protagonisti si abbandoneranno alle responsabilità di vivere ed amare.
Iris e Romeo sono travolti dal clima cupo, che crea distanza e diffidenza, solitudine e amarezza.  L'amore è sempre negato, o un rifugio per non essere/stare troppo solo o sola.  Parassitismo sentimentale, ecco come potremmo definire i rapporti che i protagonisti vivono tra loro o con le relazioni precedenti.
Pure il genere musicale scelto ha atmosfere gelide e rarefatte, specchio dell'aridità dei sentimenti che contraddistingue i due musicisti. Altro elemento sempre descritto e trattato con estremo rispetto nei film di Carlo Verdone, è senza ombra di dubbio la musica. Se in Maledetto il giorno che ti ho incontrato, Bernardo è un giornalista/critico musicale alle prese con una biografia di Hendrix ( ma la vera chiccha è far dire a Richard Benson "come dimenticare la biografia su Felix Pappalardi" credo che in pochi sappiano chi sia) in questo caso Romeo è un omaggio sentito e toccante nei confronti di tutti quei gruppi e cantanti romantici tipici degli anni 70. Anche la presenza di Mino Reitano è inserita in un contesto nostalgico ma non scevro da un'acuta e dolente nota di amarezza. Da parte sua Verdone mette in evidenza che è un fruitore di musica attento a quello che lo circonda. Per Romeo invece questo voler essere moderno dal punto di vista delle composizioni musicali, è un modo per rompere con le delusioni del passato, dovute a una relazione interrotta causa tradimento della compagna di vita e lavoro, e un presente in cui accompagna una cantante esistenzialista che dal passato non vuol proprio distaccarsi per non distruggere un mondo di abitudini e ricordi.
Dove però la sceneggiatura stupisce e convince ( questo film è stato co- scritto con Francesca Marciano autrice dello script di Maledetto il giorno che ti ho incontrato a cui si aggiunge Pasquale Plastino) è nella rappresentazione del personaggio femminile principale.
Iris, una bravissima Claudia Gerini, è la personalizzazione radicale ed estrema del tipico personaggio da commedia romantica di quel periodo ( e anche del nostro), in cui una donna libera e indipendente vive la sua affettuosità fisica senza dover tener conto di oscurantismi e reazione. Simbolo del benessere liberista nella vita delle giovani donne e anche degli uomini, seppure ad essi viene relegato un ruolo di seduttore/bambinone che è più tradizionale.
Qui l'oscurità non è nemica della fanciulla libera, che si rigenera giorno dopo giorno, usando il sesso per ribadire il fatto di essere vive e con un potere sull'altro, In questa pellicola è Iris l'oscurità, mescolato col nulla .
Non vale nemmeno la pena di pensare una redenzione attraverso l'amore ( come capita a Camilla, una straordinaria Margherita Buy in Maledetto il giorno che ti ho incontrato) perché Iris non è una persona in difficoltà che sta tentando di uscire dai suoi problemi. Lei come moltissime persone figlie del libero mercato, crede che aver problemi e tenerseli stretti sia l'unico modo per vivere. Per uscirne non cerca l'impegno di amare, ma la scorciatoia anche piacevole della scopata. Una illusione di gioia che dura poco, poi si  torna nel vuoto.
Iris usa Romeo perché far la cantante, esibirsi, le sembra in quel momento l'unico modo per far saper al mondo che esiste e vale, ma dura poco. 
Il finale è amarissimo perché segna la sconfitta di ogni sentimento, sacrificato alla chimera del successo ( Iris riconosce che senza Romeo è nulla) e per l'uomo è la fine del suo voler essere pigmalione e musicista riconosciuto  e apprezzato e dell'illusione di poter insegnare l'amore a una persona che non amando sé stessa non può amare nessuno altro.
L'ultima sequenza mostra Romeo in un locale con molta gente intorno a lui che canta un successo del duo di cui faceva parte quando c'era Iris.   Il pubblico c'è ma non è detto che segua la sua esibizione,  sopratutto il fatto che suoni una canzone legato a un particolare momento della sua vita e non sia passato ad altro, non ci mostra un uomo che finalmente ha trovato il successo, ma uno schiavo senza catene del tuo amore, come cantava Marco Ferradini
E Ferradini ha sempre ragione.