lunedì 17 febbraio 2020

ODIO L'ESTATE di MASSIMO VENIER.

La follia delle persone si palesa in modo inequivocabile quando arriva l'estate.  Dal 21 giugno comincia la noiosissima e ridicola lamentela di gente infelice contro il caldo, contro il fatto che si suda, fino a darle la colpa di annebbiare  la mente delle persone.
Come se in inverno, al freddo, i pirla diventassero tutti premi Nobel.  Citando una persona che mia moglie segue su Instagram: "Non funziona così!!!!!".
Certo da ragazzo anche io mi lamentavo per motivi, che rivisti oggi,  mi sembrano del tutto sciocchi. Con i miei amici si andava a Riccione. Il nostro obiettivo era fare i telecronisti da spiaggia, commentando in diretta i bagnini assai ridicoli, il genere femminile,  e via dicendo. Siamo sempre stati molto comici senza risultare volgari. Erano le persone che controllavamo, ad esserlo.
No, vabbè! Fermi tutti. Queste cose le facevo io, perché mi rompevo i coglioni. La sabbia, il mare, io che non solo non so nuotare, ma ho proprio paura dell'acqua. Sono un uomo di montagna, sia  messo agli atti.
Per cui ho rotto le palle anche io, come voi, poi...Miracolo!
2003 Barcellona. La miglior vacanza della mia vita. Posti caldissimi, ma bellissimi.  Ho capito che potevo resistere a tutto, anche al caldo e alla spiaggia.  Sai quando comprendi che puoi vivere una normale vita da persona decente e che non è scritto da nessuna parta che tu debba fare il bimbominkia ad oltranza? Ecco, successe in quel momento.
Ho incominciato ad amare tantissimo questa stagione con mia moglie. Ogni cambiamento in meglio, ogni scoperta della bellezza che mi appartiene, passa sempre da lei. Ci mancherebbe altro.
Questo per dire che "Odio l'estate" è solo il titolo di una canzone bellissima, ma il film ne celebra la meraviglia e potenza salvifica e rigeneratrice, ultima parentesi di vita e felicità, prima del buio.

Io amo la Toscana. Penso sia una regione meravigliosa sospesa nel tempo, non è frenetica, piegata alla logica del profitto, ha zone ancora incontaminate e il mare qui, lontano da certi luoghi in cui si è una specie di Romagna in miniatura, è stupendo. Selvaggio, libero, non saprei come spiegarlo meglio.
Per cui non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di tornare a vivere in Brianza. Vivrò e sarò sepolto, tra una quarantina d'anni secondo i miei calcoli, qui a Firenze. O forse a Napoli.
Ci sono molte cose che non mi sono mai garbate nel modo di fare e vivere dei brianzoli, non mi sono mai sentito legato a Monza,  e da tempo immaginavo di lasciare la città per andare a stare più a Sud.
Firenze, mi par un buon compromesso. Magari eliminiamo da questa città la sua squallida, ipocrita, idiota borghesia e impediamo ai fiorentini di guidare qualsiasi mezzo a ruote, fatto questo la città sarebbe perfetta.
Il punto della questione è un altro, quanto delle nostre radici ci appartiene anche quando ci sentiamo differenti rispetto alla nostra terra di origine?
Credo che in fondo, nonostante tutto, quando nasci e vivi per tanto tempo in un posto apprendi un modo di approccio alla vita e ai sentimenti,  ben difficile da cambiare.
Per cui mi trovo benissimo in Toscana, amo per molti aspetti il Sud Italia, ma rimarrò sempre un lumbard. O meglio,  comprendo i loro modi di porsi e fare, l'imbarazzo che ci prende quando dobbiamo esporre i nostri sentimenti profondi,  il volersi mantener fuori del tutto da eventuali smancerie o auto celebrazioni ( queste ultime sono ammesse se parli di soldi e lavoro). Quel modo di commuoversi e di commuovere con un certo distacco che nasconde un pozzo di emozioni ribollenti e forti.
Sopratutto quel fare per gli amici con pochi gesti e ancor meno parole.
Cosa volete che vi dica? Mi basta un "taaac" di Pozzetto o un bisticcio di Aldo Giovanni Giacomo e mi sento a casa.  Un altro tipo di casa, però ci sto bene.
Anche perché i miei tentativi di passar per fiorentino si mostrano sempre disastrosi ( scusate ma sono normale e la c la pronuncio scusate eh) e mi piace l'iperbole, il paradosso, le esagerazioni verbali, quando siamo arrabbiati o dobbiamo esporre un fatto per noi importante.

Per questo il film di Massimo Venier ed Aldo, Giovanni, Giacomo, non solo mi è piaciuto, ma l'ho proprio amato.
Il film narra la storia di tre famiglie costrette a convivere in una casa presa in affitto per l'estate.  Al principio le cose non vanno benissimo, ma la condivisione, la coabitazione creano spazi di confronto e sostegno a vicenda.  La sceneggiatura sfrutta molto bene questo elemento e lo mette al servizio dei personaggi e degli attori. Pur essendo una commedia per un pubblico ampio, non ci sono macchiette e semplificazioni imbarazzanti in scena, ma persone comuni, normali.
Aldo è un uomo che ha un'ammirazione sconfinata per Massimo Ranieri, non si sa che mestiere faccia, è allegro, positivo, ha un bellissimo e passionale rapporto con la moglie. Giovanni è preoccupato per il suo negozio aperto dal 1921 e che ora è quasi sempre vuoto, ha una figlia adolescente- che ovviamente si innamorerà del figliolo di Aldo- e una moglie con la quale le cose non vanno benissimo. Va peggio ancora a Giacomo, ma d'altra parte ti sei sposato la commissaria del Bar lume dovevi già sapere dove andavi a parare.
Queste tre famiglie impareranno a conoscersi, stimarsi e a creare un bellissimo rapporto di amicizia.
Fino al finale che non ti aspetti, e che a me ha emozionato e commosso molto. Alla Brianzola, cioè trattenendo le lacrime e la voglia di piangere, per quel bellissimo finale sia in spiaggia, sia in casa di Aldo.
Ecco, questa pellicola mette in scena il meglio della commedia popolare. Schietta, vivace, eppure attenta ai personaggi e non solo ai protagonisti ( bravissime Maria De Biase, Carlotta Natoli e Lucia Mascino ) va pure i ragazzini sono descritti in modo assai reale e non stucchevole. Un inno all'amicizia, alla voglia di vivere e all'importanza di aver qualcuno con cui condividere la vita.
Insomma io questi tre li adoro da una vita. Da quando li vidi in quel programma rivoluzionario, unico e meraviglioso che era " Su la testa". Sanno metter in scena la milanesità schietta, buffa, commossa, come pochissimi altri.
Io credo che di questi tempi un film che sia un inno all'amicizia e ai rapporti profondi, sinceri, sia sempre da supportare, poi se è scritto, interpretato e diretto anche bene, meglio no?

venerdì 14 febbraio 2020

Gli anni più belli di Gabriele Muccino

Noi ci teniamo tanto a dire che viviamo in un mondo migliore rispetto a chi non è occidentale. Un mondo pieno di libertà,  benessere,  in cui sei perennemente giovane, dove puoi fare tutto quello che vuoi. Un posto in cui sei sempre il cliente che ha ragione.  Superiori ai barbari che da fuori tentano di entrare in occidente e metter in pericolo i "sacri valori occidentali", come scrisse una volta uno di Fcebook, e rido ancora oggi per questa meravigliosa battuta.
Eppure io una società che giudica l'amore, la felicità, la bontà,  la responsabilità nei confronti dei sentimenti altrui,  cose per sciocchi,  ipocriti, e invece si vanta delle proprie debolezze e meschinità normalizzandole,  giudicandole come unico modo per essere sinceri, mi fa schifo e la detesto. Peggio dei commercianti che monetizzano un giorno dedicato all'amore, come San Valentino.
Il fatto di essere incapaci di amare, di coltivare amicizie serie e di essere fedele alla propria donna,  che tanto nessuno può giudicarci e criticarci, mi pare il vero fallimento della mia generazione. Per carità cominciata con alcune scemenze negli anni 70, ma noi ci siamo impegnati davvero a fondo pur di essere liberi da qualsiasi dovere nei confronti di chi diciamo di amare.
Amare è un atto naturale, normale, vitale per ogni essere vivente,  ma non è facile. Ci piacerebbe davvero essere quegli amici o compagni su cui puoi contare ed aver la massima fiducia, tuttavia non sempre ci riusciamo.  Facciamo male e ne riceviamo.
Alcuni si attaccano a questa verità, una delle tante sul tema dell'amore, per intellettualizzare, fare filosofia spiccia da social, esaltando il fatto che ci bastiamo a noi stessi. In fin dei conti è la via moderna e meno complicata per non sporcarci le mani col probabile dolore per una sconfitta o un tradimento. Siamo dei passatisti D.O.C. sempre a rompere le palle agli altri con le cose che ci sono andate male. Dando la colpa a chiunque tranne che a noi.
L'amore è fatto di vertiginosi alti e paurosi bassi, poi si stabilizza e diventa quella cosa meravigliosa che ci permette di vivere. La nostra vita brilla insieme a quelle degli altri. Che vita sarebbe senza una famiglia, un gruppo di amici, una donna da amare anche( e sopratutto) quando le cose vanno male o diventano riti quotidiani. Ci si fa male, ma è ben poca roba. L'unica resurrezione in cui ho cominciato a credere è proprio quella dei nostri cuori. Ammaccati, ingannati, a volte colpevoli e a volte vittime, ma la voglia di rinascere (pure cervi a primavera) e di riprenderci il nostro posto al caldo sole di una relazione umana profonda e duratura, è la cosa migliore che ci possa capitare.
La cosa che in un certo senso capita ai protagonisti del nuovo film di Muccino.
Io sono un sentimentale. Fossimo in un regime comunista sarei l'agente dell' N.K.V.D. più sdolcinato e romantico della caserma. Per fortuna vostra non siamo in quel regime, ma in uno assolutamente ridicolo, per cui vi tenete il sentimentale. Certo, sono anche un uomo e in particolare ( che non è da poco) un settentrionale. Per cui prima di incontrare mia moglie, raramente dicevo a qualcuno che gli volevo bene, Ero uno di quelli che si imbarazzavano durante le scene romantiche nei film, o che non aveva il coraggio di dire che a volte preferiva ascoltare "Margherita" piuttosto che le canzoni militanti degli anni 70, stonate e con un accordo.  Tuttavia grazie al mio SuperIo mi son sempre tenuto sotto controllo. Quello che provavo e mi capitava veniva svuotato di ogni potenza. Non provavo troppo dolore, ma nemmeno troppa gioia.
Muccino se ne frega e mette in scena un grande atto d'amore per l'amicizia, le relazioni di coppia, in un film che non trattiene nulla, non cerca di apparire intellettuale per gli scapoli e zitelle di quasi cinquanta anni, perché non c'è niente di peggio che voler sottomettere alle seghe mentali, la forza e le contraddizioni dolorose dell'amicizia e dell'amore.
 Il film narra la storia di tre amici, da quando sono adolescenti agli inizi degli anni 80 fino ai giorni nostri. In sottofondo la storia italiana, ma non è tempo di grandi passioni politiche o lotte rivoluzionarie, per cui i fatti storici rimangono a debita distanza. Toccano i protagonisti, ma non hanno un effetto determinante, a parte il personaggio interpretato benissimo da Favino.
Durante questi anni la loro amicizia conoscerà brusche interruzioni, scontri, saranno travolti dalla morte delle loro madri, matrimoni falliti. Qualcuno si troverà ad abbandonare ideali nobili per vivere una vita di rivalsa economica, nella ricchezza e corruzione.  Altri dovranno confrontarsi con lavori mal pagati o quasi inesistenti,  o cercare di dar un po' di sé ai propri alunni.
Sono tutti sopravvissuti ( non solo il personaggio interpretato da un magnifico Claudio Santamaria) come lo siamo noi. In fin dei conti avendo deciso di non combattere lotte troppo dure e complicate, ci ritroviamo a esser precari e spaventati nei sentimenti e nella prospettiva del futuro. Mentre le altre generazioni si attaccavano al ricordo della Resistenza o delle lotte del 68, noi abbiamo i cartoni animati, i film della nostra infanzia ( che per alcuni viene uccisa dai cattivoni con i loro remake) e poco altro. Questa generazione, che va dai trenta ai cinquanta, è quella più nuda di tutte.
Fragile, eppure a modo suo imprevedibile.
Tutto questo viene mostrato benissimo nel film di Muccino. Sono tre uomini che nonostante tutto cercano di essere amici, di non perdersi e nel finale, di farsi forza a vicenda.
Prima ho scritto che sono un sentimentale, giusto? Lo ribadisco, lo sottolineo e lo metto agli atti. Perché di codesto film porterò sempre con me il bellissimo personaggio di Paolo ( immenso Kim Rossi Stuart) perché è proprio l'uomo che tento di essere.  Uno che ama ed ama per sempre, uno che ha degli ideali magari alla buona e nonostante tutto continua a crederci. La sua storia con Giulia, Micaela Rammazzotti brava come sempre, è tra le più commoventi e toccanti che abbia visto nel cinema italiano negli ultimi anni.
Certo lo schema si rifà ad "C'eravamo tanto amati" il capolavoro di Scola, ma per fortuna non vuol essere un remake.  D'altronde quando si parla di cinema corale e generazionale, quella pellicola è l'ispirazione migliore per ogni nuova opera. Scola guardava alla società attraverso tre amici, qui la società conta poco, è un film che parla di sentimenti comuni a tutti noi. La storia piccola di personaggi piccoli che rappresentano le loro vite e basta.
Scola vedeva le ombre del riflusso e quindi il finale amarissimo era la pietra tombale su ogni sogno di cambiamento e rivoluzione. Noi siamo cresciuti apolitici e individualisti. Al massimo ci vanno bene le lotte sui diritti, solo se siamo protagonisti di quelle lotte, ma raramente prendiamo in considerazione i diritti sociali. I personaggi di Scola si confrontavano con il Pci e la sinistra di classe e lotta, noi con le Sardine, per cui è meglio puntare sull'essenza della nostra generazione: la difficoltà ad avere dei rapporti duraturi e profondi.
Lo sguardo di Muccino è pieno di affetto ed empatia per i suoi personaggi. Non nega a loro momenti difficili e tragici, ma non li vuole lasciare  morire nel loro vittimismo, o in un cinismo di seconda mano.
In fin dei conti quando hai un amico non puoi dirti davvero sconfitto. Perché c'è sempre una cena in cui ubriacarsi, ridere di tutto e tutti, come facciamo benissimo noi uomini ( d'altra parte quando per secoli lasci la tua vita in guerra, quando hai sulle spalle il peso della famiglia e di mantener il lavoro, capisci bene che la vita va sdrammatizzata e non riempirla di fuffa e inutili pensieri) c'è sempre il momento di riappacificarsi e ricominciare.
Perché una vita senza amici o senza un unico e grande amore, non è nemmeno vita.

martedì 4 febbraio 2020

1917 di Sam Mendes

Mi piacciono i film di guerra. Un tempo si diceva anche pellicole belliche. Dipende dal grado di cultura del critico o di chi leggeva i settimanali con i programmi televisivi. Noi acquistavamo Telesette, i miei lo fanno tuttora, e Tv Sorrisi Canzoni.
Quando ero ragazzino, fine anni 80, adoravo il Cineracconto, una rubrica fissa su Tv Sorrisi e Canzoni, dove ti scrivevano il film del momento come fosse un racconto. Mettevano il finale come un fascista qualsiasi, a testa in giù, oppure dovevi andare vicino a uno specchio per leggere il finale. Bè, già da allora questa mania ridicola di non voler saper come finisce un film o un libro esisteva e io me ne sbattevo allegramente.
I film di guerra dicevo, prima che mi mettessi a far il nostalgico del Cineracconto,  mi sono sempre garbati.  Come il western o certi noir/hard boiled/polizieschi, dove tifi in modo anche imbarazzante per l'eroe di turno. Prodotti che ti fan creder in un mondo in cui buoni e cattivi sono ben divisi e a quei nazisti capiterà sicuramente qualcosa di brutto.
Negli anni questo genere, come è successo anche con il western attraverso le pellicole crepuscolari,  ha conquistato anche il podio dei massimi riconoscimenti da parte della critica, visto che un buon numero di pellicole sono decisamente dei film d'autore con messaggi pacifisti e di denuncia profondi e indimenticabili.
Tuttavia il genere nasce come propaganda dei vincenti, ed ha come fine ultimo quello dello spettacolo, la guerra al cinema è spesso azione concitata,  arditi piani di sabotaggio, un po' di retorica patriottica (che se è americana va benissimo per tutti) e avventura.
Perché per ogni Orizzonte di gloria, c'è un magnifico e bellissimo Dove osano le aquile. C'è La sottile linea rossa e Il ponte sul fiume Kwai, la ferocia anarchica de Non è tempo di eroi, e la propaganda del Giorno più lungo.
Insomma un genere abbastanza complesso da decifrare e capace di offrire diversi prodotti anche agli antipodi uno con l'altro.
A mio avviso 1917 è un perfetto incrocio, una summa di queste due correnti presenti nel genere bellico. Questa sua natura ibrida forse potrebbe anche creare problemi di comprensione, potrebbe portarlo a essere un'opera che non decide mai cosa voglia raccontare. Perché non sufficientemente riflessivo per esser un apologo sulla pace, ma nemmeno troppo slegato dal contesto storico e dalle reali sofferenze dei soldati per esser un war movie classico dove l'azione è la cosa importante.
Per quanto mi riguarda, pur comprendendo questi pericoli, ho trovato invece il suo essere un'opera bellica che ha molto a spartire con film quali I Cannoni di Navarone, in un contesto di realismo totale, la sua carta migliore.
Certo c'è tutta la discussione sul piano sequenze, il falso piano sequenza ecc.. ecc.. Ma mi pare una manovra di marketing per far parlare del film. Non possiamo negare la bellezza assoluta delle immagini e di quanta cura nei minimi particolari vi sia dietro alle riprese. Mendes si conferma un grandissimo regista, chi potrebbe negarlo?
L'aspetto tecnico è quindi importante, ma non è da metter in secondo piano il piacere con cui si segue l'avventura amarissima, dolorosa, straziante che questi due soldati devono affrontare. Due pedine usate per una causa giusta o per un sacrificio da parte dei comandanti?  La vita di due persone in missione suicida vale per la salvezza di centinaia di uomini? I due protagonisti non hanno scelte. Dovranno entrare in territorio nemico, attraversare le lande desolate e distrutte di un paese straniero, per portar un messaggio importante, prima che i tedeschi colpiscano duramente le trincee inglesi.
C'è il viaggio, con tutti i rischi da superare, che conferisce un'atmosfera da film avventuroso quasi vecchio stampo. Ma l'ambiente fatto di terreni pieni di cadaveri, armi abbandonate, topi, fango, case vuote, è minaccioso e cupo come l'entità di un film horror. Nella prima parte ho trovato anche questo elemento di terrore "in assenza di" che crea un'atmosfera claustrofobica e di perenne minaccia, senza mostrare nulla, che per qualche minuto ti fa "sentire" il quotidiano terrore che si genera in guerra sopratutto quando non combatti.
L'ambiente in questo film è un protagonista importante.
Mendes gira un film potente e trascinante, dosando bene parti più lente per creare l'attacco e il conflitto contro il nemico. La corsa del soldato fuori dalle trincee per poter consegnare il messaggio al capitano è emozionante ed epico, certo questo giovane che avanza nonostante tutto è irreale, ma è il modo che il cinema ha per ricordare e omaggiare tutti quegli uomini che si sono ritrovati in guerra e hanno fatto di tutto per vivere e compiere il loro dovere.
L'eroe non è un combattente esperto o un bellimbusto da palestra con il mascellone che va sprezzante contro il pericolo, ma un ragazzo comune che accetta di malincuore questa missione e fa di tutto per concluderla nel migliore dei modi, cioè uscirne vivo.
Qualcuno in termini dispregiativi parla di questa opera come di un videogame. Non concordo affatto, o meglio: quando parlate di videogame vi siete accorti dei grandissimi passi in avanti fatti nel settore anche a livello di "trama". Se non ve ne siete accorti fa lo stesso.  L'idea del viaggio in cui per ogni tappa devi affrontare un pericolo fa parte delle origini della narrativa popolare e non solo, da lì prende a pieni mani il film.
1917 unisce il rispetto per il genere nella sua forma più popolare con la rappresentazione reale di una zona di guerra,  mostra i suoi orrori ma non è un atto politico contro la guerra,  celebra l'eroismo ma il suo eroe è un uomo qualunque.  In queste contraddizioni sta la sua forza.

lunedì 3 febbraio 2020

iI Due Papi di Fernando Meirelles

Qualche tempo fa avevo preso la decisione di scrivere post su film visti in sala.  Tralasciando le opere guardate sul nostro telo in salotto, legate a Netflix e Amazon Prime.  Pigro come sono ho scritto meno della metà su tutte i film visti al cinema. La pigrizia è uno dei miei peggiori difetti, sicuramente il più duro da gestire.
Anche questo anno ho ripreso fiducioso lo stesso schema:  scrivere di tutti i film visti in sala.  Più o meno i risultati sono gli stessi.
Tuttavia farò uno strappo a questa regola perché il film di cui vi parlerà è tra i miei preferiti della scorsa stagione ed è quello per cui tifo nella competizione per gli Oscar. Perché far un film sul Vaticano, il Papa, senza scadere in papismo estremo o (peggio ancora) in critiche tanto cattive quanto scialbe ed idiote, non è operazione facile. Questo ottimo film riesce a trovare un giusto equilibrio tra finzione e attinenza a una certa realtà che non santifica nessuno.

L'opera è tratta da una pièce teatrale The Pope, del 2017, sceneggiata dallo stesso autore Anthony McCarten,  ed è una riflessione molto acuta sulle divisioni della e nella chiesa. Non vista come un corpo unico sotto un pensiero dominante, ma come tutti i posti in cui viene gestito un potere, piena di correnti e opinioni distanti.
Il che non vuol dire che siano tutti degli atei mascherati ossessionati dalla gloria e dalla potenza che il ruolo e il suo prestigio donano a chi è Papa, neppure martiri della fede con l'espressione assente per via di visioni e lunghe notti in chat con Dio.
La fede è una cosa seria e complessa purtroppo spesso infangata da rancorosi buoni a nulla, che col pretesto del Vangelo ( senza conoscerlo)  si lanciano in linciaggi morali di rara idiozia.  Non sono frasi imparate a memoria e scollegate dal loro contesto, non sono visioni e ambizioni terrene nascoste sotto le vesti pregiate e i gioielli,  tutto questo è il mercato della fede, Sono come quei venditori al tempio scacciati in malo modo da Gesù.
Per colpa loro, del loro bigottismo squallido molti si sono allontanati dalla chiesa o come me non avvicinati.
Per cui se per caso voleste veder un film che attacca duramente il Vaticano, irriverente, scandaloso e provocatorio, non è questa l'opera giusta.
Non è nemmeno un'agiografia pomposa e triste, di quelle in cui i protagonisti dicono solo cose belle con in sottofondo un John Williams dei poveri che ci dà dentro con musiche zuccherose e spacca timpani.  Non si vuol parlare di due santi, sopratutto su Papa Francesco, non si fanno sconti.

L'opera mischia abilmente realtà e finzione senza che questi elementi pregiudichino il valore del film, non è un documentario storico ma nemmeno l'opera di fantasia in cui si inventa di sana pianta un fatto piuttosto che un evento.  I ricordi argentini di Papa Francesco, compreso anche il suo ruolo durante la dittatura e di come il suo tentativo di voler dialogare con alcuni membri della giunta militare abbiano portato solo danni ai suoi colleghi ed amici, tanto che qualcuno non l'ha mai perdonato.  Il film mostra e lascia spazio al nostro intervento su questi fatti, ti offre l'occasione di una riflessione partendo da un'accusa oppure (dipende da come la vedete voi) un tentativo di analisi su come sia difficile far le scelte giuste sotto dittatura. Non tutti siamo eroi, in particolare quelli che diranno subito: " ah, ma che codardo il Papa." Vorrei davvero vedervi in caserma sotto tortura o in una situazione in cui potreste far una brutta fine, andar a rompere le palle a un pezzo grosso della giunta non è cosa da poco. Certo, i suoi colleghi hanno avuto più coraggio a far certe scelte, infatti l'opera non dà medaglie al valore, mostra la crisi, gli errori fatti anche in buona fede.
Potremmo allora dire che sullo schermo vediamo i due uomini dietro al loro esser Papi? In parte.  Bergoglio  e Ratzinger sono persone agli opposti su tutto e per tutto. Tanto Papa Francesco è umanissimo, ancorato nel mondo reale e con passioni terrene molto da uomo comune, quanto Papa Benedetto XVI è uomo di rigore, regole, teoria, gusti classici, poco propenso alla battuta, serio, forse un po' rigido.
Il film ci mostra un grande studioso che aveva anche colto il problema dei nostri tempi, il relativismo. Tanti sono convinti che si tratti di progresso e invece è solo la debolezza di non accettare responsabilità, di non aver coraggio di scelte definitive.  Questo argomento sarebbe assai interessante anche per noi agnostici e i laici.  L'idea che non esista bene o male, nero e bianco ma che sia tutto basato sul grigio, su un individualismo massificato che giustifica a prescindere i capricci di un momento, non sono certo segnali di progresso. Il progresso che invece io trovo nel diritto delle donne a non dover aver stipendi minori rispetto agli uomini e di vivere come persone pari al resto del mondo, o nelle leggi sui matrimoni per i gay e anche le adozioni, questi sono esempi di progresso laico in una società giusta.
No, vabbè per me il massimo del progresso sarebbe la dittatura del proletariato e il ritorno del socialismo reale, ma credo che sia decisivo per tutti ( liberali e comunisti laici e credenti) sconfiggere e superare il relativismo e le sue storture.
Tutto questo discorso per dire che se anche non ho mai amato più di tanto la figura di Papa Benedetto XVI perché in un certo senso forse un po' troppo teorico, distante, slegato dal contesto e conservatore, credo sia una mente brillante e un acuto osservatore. Dovrò leggere qualche suo libro.
In poche parole questo film riesce a parlare di fatti importanti e poco allegri per il vaticano e il papato, senza mancar di rispetto a nessuno. Ma non nel modo ipocrita e borghese del cercar di proteggere la facciata delle istituzioni e dei suoi uomini, ripeto non si negano le responsabilità che hanno avuto nel loro passato o sotto il loro papato, ma il tutto è fatto con rigore, forza, capacità di conquistare il pubblico con momenti leggeri e altri più sferzanti, e anche alti, nel senso che non ci viene presentata una fede precotta e facile da digerire, ma una sagace e arguta riflessione su di essa.
Oltre a un'ottima regia e una solida ed efficace sceneggiatura, il film si tiene in piedi anche grazie alla bravura straordinaria dei suoi magnifici e memorabili interpreti.
Anthony Hopkins fa di Benedetto XVI un uomo certo severo e vissuto sempre dentro alla teoria, allo studio, lontano dalle masse, ma non troppo chiuso mentalmente, anzi grazie alla sua cultura riesce ad imbastire discorsi complicati e complessi, mentre Jonathan Pryce ci offre una splendida interpretazione di Papa Francesco. Tormentato da certi rimpianti, uomo che ama la vita,  e ha una visione della chiesa non chiusa nelle regole dei libri sacri, ma ancorata nella realtà.
Questo è il film per cui faccio il tifo per gli Oscar. Per il resto non li seguo da tempo, mi limito a leggere i vincitori il giorno dopo. Anzi no, leggo quelli che devono subir lo smacco della vittoria di un film che non hanno amato.
Matte risate, ve lo assicuro <3 nbsp="" p="">

lunedì 27 gennaio 2020

FIGLI di Giuseppe Bonito.

Abituati come siamo a dividere le opere in capolavori o cazzate, non ci rendiamo conto di come un film riuscito non debba per forza contenere idee che apprezziamo, o senza errori. Un buon film, a mio avviso, è quello che ci rimane in mente anche dopo averlo visto, perché ci porta a riflettere su cose che riguardano la nostra vita, la società in cui viviamo.  Non è nemmeno detto che debbano essere film politici o d'autore, una commedia o un film di genere possono veicolare messaggi più o meno importanti.
In un certo senso, "Figli" è un'opera di questo tipo. Una commedia che rappresenta bene la nostra società e che ci pone anche riflessioni sul rapporto di coppia,  come sia possibile costruirsi una famiglia e mantenere un certo equilibrio interno senza sbroccare del tutto.  A volte la pellicola centra il bersaglio, spesso abbiamo i pipponi della Cortellesi.

La storia di una coppia di mezza età ( ma che come tutti noi quarantenni ancora si vede giovane) si trova a dover affrontare la nascita del secondogenito  Questo evento mina i fragili rapporti tra marito e moglie, che si vedono abbandonati a dover far fronte a tanti piccoli e grandi problemi legati ai figli, in particolare l'ultimo nato.
Questo film è tratto da un monologo teatrale di Mattia Torre, intitolato I Figli Invecchiano, portato a teatro da Valerio Mastandrea. Torre firma soggetto e sceneggiatura, non ha potuto curare anche la regia perché purtroppo è venuto a mancare.
C'è quindi una certa tenerezza e amarezza che va oltre alla trama o alle scelte di regia, come in tutte le opere- testamento.
Ma al di là di questo cosa possiamo dire di Figli? Che offre spunti per riflettere su cosa significhi esser genitore oggi, in particolare sfata il mito per cui il primo figlio sia quello più difficile da gestire. In quanto, almeno così sottolinea Torre, il primogenito trova i neo genitori pieni di forze, entusiasmo, energie, ogni cosa è nuova e le fatiche sono uguali ai problemi.
Col secondo invece tutto cambia, forse si sottovaluta la situazione e nascono problemi col lavoro, le famiglie di origine, la società sembra proprio non saper come aiutare i genitori.

Per cui l'opera punta a una analisi sociale, politica, sentimentale ma non sentimentalista della famiglia e della coppia, e in parte ci riesce grazie sopratutto alle ottime interpretazioni di Paola Cortellesi, sempre molto brava e "dentro" ai suoi personaggi, e Valerio Mastandrea, che conferma di essere uno dei nostri attori migliori, anche la regia punta a una messinscena non troppo tradizionale, puntando a elementi anche surreali. Il che rende Figli un prodotto leggermente diverso e migliore rispetto alla classica commedia italiana e più intelligente rispetto alla sopravalutata commedia francese.
L'amarezza è vera, anche se fin troppo sottolineata a volte, e i problemi, il senso di solitudine, di incapacità di poter confrontarsi con la vita e la sua complessità, tipica di noi quarantenni.
Queste sono le cose che ho apprezzato e che sono alla base del mio giudizio positivo, ma non mancano nemmeno difetti.
Tanto alcuni spunti sono interessanti quanto molti altri sono frutto del pensiero debole liberal democratico, tipico di una certa parte d' Italia. Una classe borghese anche piccola/media autoreferenziale,  che si informa male ma è convinta di sapere tutto quanto,  una classe di uomini e donne  che pensano di aver trovato i propri nemici, ma sbagliando sempre il bersaglio.
Lo vediamo come si punti a santificare le persone che hanno problemi con le agenzie delle entrate, come se al suo interno vi lavorassero solo dei sadici che non hanno niente da fare che massacrare i poveri imprenditori, in realtà moltissimi si sentono uomini d'affari ma non sono capaci e in grado di portare avanti una loro azienda. 
Non manca nemmeno quel tono che già stonava in Boris, cioè quel voler denunciare i mali del paese, con il classico qualunquismo disfattista di sinistra, come già denunciava Morando Morandini negli anni 90, cioè quel lamentarsi di vivere in un paese diviso, furbo, in cui tutto e tutti fanno schifo. Questa cosa è scritta e diretta in modo assai banale e sciatto, vedi la filippica del personaggio della Cortellesi  contro la madre, in cui tutta la colpa dei problemi italici è perché ci sono i vecchi. Che hanno vissuto a sbafo, si sono mangiati tutto quello che potevano, si alzavano la mattina e taaaac: lavoro, casa, soldi, stabilità.
Questa battaglia giovani contro vecchi è una stronzata epocale che piace a chi proprio deve dire la sua.  Come se i nostri padri non abbiano combattuto per aver i loro diritti sociali e civili,  I problemi dipendono da scelte politiche sempre più a vantaggio della produzione, profitto, contro l'essere umano, il suo bisogno di avere una relazione umana seria con gli altri, potersi costruire un futuro che non dipenda da un lavoro spesso poco pagato. Ma lo scontro giovani contro vecchi è più facile, che fa fico e non impegna.
Peraltro, ma quali giovani? Quelli che hanno già superato i quarant'anni? Forse dovremmo comprendere che siamo noi a essere troppo deboli, egoisti, capricciosi, incapaci di prender responsabilità e quando lo facciamo ci lamentiamo come se avessimo fatto cose straordinarie.
Ecco, i protagonisti di questo film non sono simpatici, non viene voglia di empatizzare con loro, a livello sociale e politico, perché poi comprendiamo che siamo tutti deboli e umani e quindi le difficoltà che vivono sono comprensibili, ci piacerebbe dargli una mano.
Tuttavia non possiamo evitare di ragionare su alcune debolezze tipiche della nostra generazione. L'idea è che molti di noi pensino di esser la prima generazione a crescere in condizioni di grosse difficoltà. E le grosse difficoltà spesso sono legate ai rapporti con gli altri. La coppia, la famiglia, visti come obblighi, doveri, che noi "giovani" vorremmo evitare oppure non sappiamo come affrontare.
Ci sono moltissimi film che parlano di quarantenni in crisi: con gli uomini o le donne, con la famiglia di origine o propria, tutti più o meno uguali, pronti a giustificare la generazione di cui facciamo parte.
Siamo quelli che sanno tutte le sigle dei cartoni animati, che ci lamentiamo se ci uccidono l'infanzia con i remake dei nostri film degli anni 80, quelli che pur capendo di vivere in un mondo di merda non se la sentono di metter in crisi il capitalismo, perché laici a cazzo di cane come siamo siamo fondamentalisti dell'economia e del libero mercato.
Tutto questo però nei film non viene mai portata al centro della narrazione, preferiamo evitare un mea culpa urgente e pressante per rifugiarci in riflessioni politiche banali, scontate, noiose. 
Per questo Figli non è un film riuscito del tutto,  troppo supino a una critica sociale dozzinale, non tanto perché fatta da gente sciocca e ignorante, ma perché frutto della pigrizia intellettuale di una classe semi borghese, leopoldiana.
Tuttavia la bravura dei protagonisti, alcune riflessioni di sceneggiatura e una regia comunque incisiva costruiscono un prodotto decente e piacevole.
Ribadisco un film non deve per forza essere un capolavoro o scevro da difetti. L'importante è che ci stimoli  a pensare, riflettere, questo avviene vedendo questo film.

martedì 21 gennaio 2020

SORRY WE MISSED YOU di KEN LOACH.

La stagione cinematografica 2020 si è aperta con la visione di film diretti da autori che per un motivo o l'altro non sono tra i miei preferiti o, come nel caso di Loach, ho rivisto alcuni punti di contatto con la sua visione del metter in scena la realtà sociale di questi tempi.
Il regista inglese è un pilastro della mia educazione al cinema, come spettatore indisciplinato e politicizzato, opere come Kes, Family Life, Piovono Pietre sono visioni fondamentali che ancora oggi mi scaldano il cuore di sano fuoco rivoluzionario. Tuttavia col tempo le sceneggiature di Paul Laverty,  mi son sembrate sempre più fiacche, legate a una facile indignazione, a una rappresentazione superficiale delle dinamiche di classe e dei rapporti di forza. Questi problemi sono ben presenti anche in questa opera, ma in questo caso ci sono anche elementi riusciti che rammentano quasi i tempi migliori di Loach. Quasi, eh.
Certo la sceneggiatura vuol mettere troppa carne sul fuoco e per questo sembra che si disperda senza approfondire nulla. Lo stile Laverrty e trockjista, che ci dobbiamo fare. Nondimeno analizzandolo con molta calma e riflettendoci con rigore politico, potremmo anche trovar giusto questo senso di dispersione, di non compiuto che è una cifra della pellicola.
In fin dei conti Loach rappresenta la classe lavoratrice e le sue dinamiche/contraddizioni interne. Sopratutto tiene a mente e riprende il contesto sociale e politico in cui i personaggi si muovono.
E oggi i lavoratori non sono affatto gli operai di Piovono Pietre o di altre opere, in cui pur essendo sconfitti mantenevano una visione di classe profonda e acuta.  Perché ancora memori delle lezioni delle avanguardie in fabbrica del sindacato e del comunismo.
 Per cui quei protagonisti mi sembravano - e lo sono- migliori rispetto ai personaggi dei film successivi. Proletari indignati e lamentosi ma senza nessuna idea di coscienza o lotta di classe. Nessuna. Forse sono capaci anche di votare a destra o non votare del tutto. Non c'è traccia di istinto alla ribellione, al lottare per i loro diritti.
Questo ci delude un po' perché chi fa politica ha l'idea chiara sulla situazione e magari anche una predisposizione alla lotta di classe, ma è chiaramente isolato in ogni contesto. Sì, qualche compagno si illude che nella sua fabbrica le cose siano diverse, ma non abbiamo riscontri tale per non credere che siano frutti di sogni, illusioni, vane speranze. Quel mondo è forse morto e sepolto, e per ritornare a contare deve capire il contesto odierno, non porsi in un settarismo del tutto inutile. Chi sono i nuovi lavoratori? Quali problematiche devono sostenere? Come toglierli dal loro isolamento?
Queste sono le domande che i militanti devono farsi e chiedere ai loro segretari- tutti novelli lenin- di dar una risposta, una strategia, che ci siamo rotto le palle delle polemiche tra chi ha lo 0, 2 contro quelli del 0, 1.
Domande che non vengono prese in considerazione né da Laverty  né da Loach.
Il lavoro è un elemento di rottura e separazione tra le persone. Non  un mezzo di riscatto sociale, di unione proletaria,  ma una sanguisuga che succhia energia vitale alle persone, le usa e getta come oggetti,  li spreme senza pietà.
La gloriosa libertà offerta dal mondo libero e democratico alle masse.
Complice anche un razzismo di classe che non viene quasi mai considerato, ma risulta evidente nelle critiche a chi protesta visto come un deficiente analfabeta funzionale che si oppone alle meravigliose azioni del libero mercato e del liberalismo in genere.
Per arrivare a tutto ciò chiaramente abbiamo dovuto trasformare le masse in tanti individui legati da bisogni effimeri, ma distanti o contrari ai diritti sociali, i grandi assenti nelle agende politiche dell'occidente. Semmai concediamo e riconosciamo qualche lotta per i diritti civili, giusto per dividere ancora di più  il popolo da settori avanzati della borghesia.
 Tutto questo genera lavoratori stressati, impauriti, arrabbiati ma codardi per cui è giusto prendermela col ragazzo senegalese ma mai far nulla contro il padroncino.
Non mi stupisco, la codardia e la debolezza sono le radici di questi tempi. Che si presentino come forze conservatrici e capitaliste o come effimeri progressi la debolezza e la codardia stanno sempre alla base delle scelte.
Loach e Laverty sembrano aver capito la fondamentale importanza della famiglia, aprendo una riflessione e discussione interessante visto che ultimamente sposarsi o crearsi una famiglia par un reato da sciocchi.
Come possiamo far combaciare i fatti della vita, la voglia di stare insieme, goderci i figli e i ritmi disumani del lavoro? In un modo solo, perdendo la famiglia.
O aprendo una crisi difficile da gestire. 
Le scene famigliari sono la parte migliore del film, anche se a volte paiono forzate. Tuttavia è così che si vive. Questo è il risultato del mondo capitalista.
Avere due lavori che ti rubano ogni attimo della tua esistenza ma non riuscire a vivere decentemente.
Ripeto pur lavorando entrambi.
Un tempo, molte famiglie facevano vite dignitose anche con un solo stipendio, oggi con tutte le regole e leggi in favore al padronato è difficilissimo per dei lavoratori vivere senza paura di debiti o altro.
 Abbiamo distrutto la legge 300 del 1970, lo statuto dei lavoratori, per il Job Act.  E prima ancora per tante altre leggi che hanno dato potere alla classe  imprenditrice, spesso popolata da cialtroni, per togliere tutto alle masse lavoratrici.
Lo notiamo seguendo il protagonista che di mestiere fa il corriere e sua moglie, infermiera a domicilio.
Lui, come tanti proletari moderni, si lascia convincere di esser autonomo e di poter lavorare come imprenditore di sé stesso. Un illuso che si lascia convincere con promesse di terza mano.
Forse il film ci dice ben poco sul lavoro che fa il protagonista e non approfondisce i rapporti tra colleghi, tuttavia credo sia dovuto al fatto che agli autori non interessi più un discorso politico legato alla rappresentazione politica e sociale del lavoratore, ma mostrare i danni umani fatti dal capitalismo sulle persone e in particolare sulle famiglie.
Ecco, proprio per questo penso che , pur non essendo più il Loach che amavo da ragazzo, questo film vada visto. Per una riflessione seria e ponderata su temi che colpiscono tutti noi.

martedì 14 gennaio 2020

IL TERZO OMICIDIO di H. KOERE-EDA.

Esiste la Verità? La risposta naturale e diretta sarebbe un sì o un no. Per mille ragioni filosofiche, sociali, politiche, morali. Risposte che a me garbano assai perché non sono un tipo da sfumature, il grigio è la scappatoia comodissima per chi non vuol partecipare, prender coscienza. Tuttavia alcuni autori o in certe culture questo senso di non poter scegliere nettamente o di aver la certezza di una risposta non vuol essere una giustificazione ma la rappresentazione di un mondo disperso, senza certezza alcuna, fino ad approdare a una riflessione tutt'altro che banale su quello che vorremmo fosse la verità, tanto da piegare i fatti a questo nostro desiderio e l'imperscrutabilità dell'animo umano e degli eventi esterni.
Queste riflessioni sorgono spontanee assistendo alla visione di questo ennesimo ottimo film del maestro giapponese. Presentato a Venezia nel 2017, rimasto colpevolmente nel cassetto per tre anni, e distribuito solo dopo la Palma d'Oro a Cannes per Affari di famiglia e il suo film in Francia con un cast di stelle occidentali, mi riferisco a Le Verità.
Anche in questo caso il tema portante e fondamentale è quello della verità. Cambia il genere e il registro perché qui Kore- Eda si dedica al legal thriller, dando spazio alle indagini di un avvocato circa la colpevolezza del suo assistito.
L'uomo è un escluso sociale, ha avuto una vita difficile, è stato in galera per l'omicidio di due strozzini, ma è stato graziato dalla condanna a morte perché il giudice si è commosso ascoltando la sua storia. Questo giudice è il padre del suo attuale avvocato.
Questa volta l'uomo non ha ucciso degli strozzini ma il padrone di una fabbrica dove egli prestava servizio di manovalanza. Il padrone l'ha licenziato e lui dopo aver bevuto lo uccide.
Omicidio e rapina, visto che dopo l'assassinio l'uomo ruba il portafoglio della vittima.
L'avvocato si trova tra le mani un cliente colpevole e che per di più continua a cambiar versione dell'accaduto.  In una perenne mancanza di verità.
Il legale indagando scopre che il padrone della fabbrica era uno dei tantissimi imprenditori disonesti, che i suoi operai erano quasi tutti uomini disperati o ex  incarcerati per cui ricattabili, sopratutto scopre che molestava la figlia. Lei stessa vuol testimoniare al processo portando questo fatto.

Fossimo in un film occidentale tutto si sarebbe sistemato in questo modo, confessione del dramma della ragazzina, il prigioniero colpevole ma in fondo ha ucciso uno stupratore incestuoso, e via dicendo.
Invece Kore-eda mischia le carte, crea sottili incertezze, cambia punto di vista e direzione seppur tenendo ben saldo in mano tutta la struttura.
Sovvertendo in questo modo le regole del genere, deludendo anche le aspettative degli spettatori che si devono accontentare di un non finale, o meglio di una conclusione stupenda ma non sottolineata e banalizzata, pur usando l'immagine già vista di un uomo fermo in mezzo a un incrocio.
Esiste La Verità o solo la nostra necessità di risposte limpide, concrete, precise? Perché l'uomo ha ucciso per difendere la ragazza, per i soldi oppure non è stato lui e paga per colpe di altri?
Il Terzo Omicidio è un film che impone allo spettatore la massima attenzione e lo spinge a riflettere, porsi domande, scandagliare le proprie emozioni profonde e l'idea stessa di giustizia contrapposta alla legge.  Non manca una sottile ma tagliente denuncia sociale contro i capitalisti giapponesi, ma ha la forza di andare oltre e di diventare un amarissimo trattato filosofico.