domenica 12 giugno 2016

1992

Ci sono date che entrano nella storia, anni che fanno la Storia. 1848, 1917, 1959, 1968, e infine 1992.  Non so da cosa dipenda, probabilmente rappresentano la classica goccia che fa crollare un vaso, ma in quel periodo succedono dei cambiamenti, più o meno radicali, che travolgono tutti .Perchè la Storia è fatta dalle tante piccolissime storie di uomini quasi invisibili, chi la vive, chi sopravvive ad essa, chi viene sfiorato, ma nessuno ne esce incolume. Da quel momento non sarà più possibile. A volte trionfano le rivoluzioni, e pur portando con esse tragedie immani, è giusto e meglio che sia così.  Il fine giustifica i mezzi, questa cosa non piace per nulla a mia moglie e quindi è sicuramente una cosa brutta, ma io reputo che non si possa cambiare radicalmente un sistema senza farlo crollare, e poi ricostruirlo. Qualcuno sotto le macerie ci rimane. Si spera solo che non  sia troppo o del tutto innocente, ancor di più speriamo di non esser noi o i nostri amici.  Piccole miserie umane. Opportunismi e cinismi a cazzo, vero? Si. C'è anche questa parte.
Però chi se lo dimentica quel 1992? Nessuno. Cosa è stato? Un colpo di stato della magistratura brillantemente superato grazie a un popolo di cazzari che si è affidato a un pessimo guitto e alla sua banda? Un momento totale e assoluto di sanissima voglia di pulizia, etica e morale, che si è scontrato con un popolo di cazzari che si è affidato a un pessimo guitto e alla sua banda? Può la legalità e onestà imposta con la legge e senza che diventi un fenomeno culturale radicato, cambiare un popolo di cazzari che si è affidato a un pessimo guitto e alla sua banda?
Come sempre è difficile dare una risposta chiara e limpida, perché questi eventi cosi grossi e importanti si portano appresso molte contraddizioni, ci sono errori, forzature eppure esiste anche qualcosa di assolutamente buono, di eticamente condivisibile.  Noi per semplificare, cosa d'obbligo nel tempo dei social dove con 4 parole si parla di cose che meriterebbero decenni e decenni di studi approfonditi, dividiamo la storia in vincitori e vinti, eroi e criminali. Va benissimo, ma non è giusto come metodo.
Ricordo la sbornia che ci prese in quell'anno, sembrava che ci dovessimo liberare di una repubblica fatiscente, sostenuta con la repressione delle classi subalterne, collusa con le stragi - dette appunto di stato- gli accordi con la mafia, tante cose orribili. Ci affidammo dunque a Di Pietro e in quel momento facemmo benissimo, assolutamente meno bene sostenerlo come politico,ma è un pensiero personale. Solo che un popolo di cazzari il quale si è affidato a un pessimo guitto e alla sua banda, non pensa alla Rivoluzione. Si accontenta dell'indignazione,  della caciara, di una rivolta ruspante che nasce e muore con il lancio delle monetine. Quelli che urlavano vergogna  a Craxi, più avanti avrebbero scelto Lega e Forza Italia. Tramortiti da quella catastrofe culturale, sociale, politica, morale, che è il berlusconismo
Gli italiani furono contenti di diventare dei clienti e di comprare una serie di prodotti e merce, sotto forma di "programma politico", chiamato senza un pur minimo senso del ridicolo e della misura: miracolo italiano
Sono onesto: in quel periodo ero con Di Pietro e la Lega contro la corruzione della Dc e Psi, poi ho avuto un sussulto di intelligenza e ho compreso che razza di partito fosse quello dei Bossi e affini.
Rimane quel sogno irrealizzabile di un paese diverso, del trionfo della questione morale, di un'alternativa democratica.
Rimane anche la bellissima storiella del complotto americano, inglese, che si affidano al pds e agli ex comunisti per affidargli il paese e toh....non si occupano di Berlusconi, quando nel psi c'erano
uomini in contatto con la cia. Fatela una serie su quelli che credono al Britannia.

Stefano Accorsi ha la brillante idea di trasportare questo periodo così turbolento in una serie televisiva. Il risultato è avvincente e ben riuscito. Non mi interessano le polemiche sterili sulla voce della Falco o quelli che a prescindere "Accorsi fa cagare". Questo è il livello sprezzante di chi con la battuta acida e il commento tagliente pensa di aver un'idea delle cose. A noi non riguarda, non ora.
L'idea di base di mischiare realtà e personaggi romanzati è una via di mezzo efficace perché ci rammenta che in tv e al cinema non si fanno cose "reali", ma si porta la rappresentazione del reale. Soggetta alle idee e alle motivazioni di chi mette in scena il prodotto. Sarebbe interessante anche chiedersi se la Realtà è un fatto oggettivo, che esiste nella vita vera oppure ognuno è soggetto a una visione individuale e massificata allo stesso tempo, frutto delle leggi, della cultura, delle contraddizioni e dinamiche di un dato paese o settore del mondo.
In ogni caso la serie conquista per via dei personaggi. Tutti ben rappresentati dall'ottimo cast. Poliziotti, giudici, politici, legaioli, donne di dubbia moralità, figlie di - in tutti i casi che vi piaccia intendere-tutti travolti dai loro desideri, debolezze, da chi non comprende il cambiamento in atto e da chi come Leonardo Notte, lo mette in pratica quel cambiamento. Tutti vivono in un momento post ideologico, di grande confusione e smarrimento, di rabbia senza organizzazione, mostrando la ferocia di un popolo di cazzari che si è affidato a un pessimo guitto e alla sua banda. Dove riesce bene, dunque, è nella rappresentazione feroce e commossa di questa varia umanità. Dove sicuramente possiamo veder una divisione tra buoni e cattivi, ma è sottile. Sofferta.  La ragazza che vuol fare carriera in tv, come simbolo di un paese che non punta sul talento ma sull'esserci - sempre e comunque- che vive nel sogno come unico senso di vita. Un sogno piccolo, di benessere effimero, che non è quello collettivo degli anni 60/70. O il legaiolo Pietro Bosco: uomo di poca cultura, rozzo, eppure in grado di provare sentimenti forti come l'amore e l'amicizia, ma di non saperli gestir bene.
Sono tanti i personaggi principali o secondari da rammentare a futura memoria, ma proprio andando contro il senso individualista, che ha trionfato in modo esasperato dopo quell'anno, non vorrei tanto soffermarmi sui singoli, quanto sulla scrittura collettiva, che degna ogni personaggio, anche secondario, di una grande dignità. E immensa tragedia.  Si evitano gli eroismi, si evita la polemica sterile.
Certo che illusi eravamo! Non successe per caso la vittoria del pessimo guitto e della sua banda: c'erano stati gli anni 80. E se il crollo, purtroppo non sarà mai rimpianto abbastanza. del blocco socialista e degli sgangherati sogni ribelli occidentali, ha avuto un ruolo rilevante nel secolo passato, è proprio questo: aver aperto le porte all'edonismo massificato, superficiale,  dei sogni e desideri della piccola e feroce borghesia e dei capitalisti ebbri del loro potere economico e quindi politico.
1992 ci ricorda l'importanza dei rapporti di forza, e di come abbiamo scelto noi, il destino della nazione
"continuiamo così, facciamoci del male"

giovedì 2 giugno 2016

FIORE di CLAUDIO GIOVANNESI

"L'amore va oltre/ evade una prigione" Ecco, in questa frase di un piccolo classico dell'illustre cantautore Gatto Panceri, si potrebbe trovare il senso di codesto film.
L'amore, l'amicizia,  la voglia di dare e ricevere affetto e attenzione, di aver qualcuno, sono cose belle date in omaggio o premio ai cittadini perbene e onesti, o ci riguarda tutti? Un delinquente, un o una giovane che si ritrova o sceglie una strada fatta di reati e furti, è forse incapace di innamorarsi? Sono domande che questa pellicola pone ai suoi spettatori. Non lo fa cercando di forzare la mano, mostrandoci ragazzi e ragazze sottoposti alla repressione dello Stato, non cerca una netta divisione tra poveri cristi e guardie infami, non ci sono scene di violenza all'interno di quelle mure, tipiche di moltissimi film che tendono a romanzare una realtà dominata dal tedio, dal tempo interminabile, dalle sbarre, dal cortile, dai lavori che dovrebbero servire per reinserire nella società, chi comunque ha sbagliato e ha commesso gesti non giustificabili.
In  Fiore, c'è la quotidianità dietro le sbarre, la normalità fragile e le dinamiche dei rapporti fra detenute che rispecchia, nel bene e nel male quello che avviene fuori.
La galera non è un mondo a sé stante, non è altro rispetto a quello che le persone sentono, provano, subiscono, fuori. Certo esistono regole e restrizioni ben precise, ma se andiamo oltre si formano gruppi, si litiga, si gioisce per una partita giocata in cortile. Nelle galere è anche possibile innamorarsi.

Giovannesi , alla sua seconda opera,  ragiona e mostra questo semplice fatto: una persona non è il suo reato, se dovessimo colpire e fermare qualcosa è il reato stesso, capendone le origini, spesso sociali e culturali, non tanto l'uomo o la donna, che posti in altri ambienti e condizioni potrebbero migliorare.
Ora non è una legge universale, non vale per tutti, io sono convintissimo che esistano anche casi irrecuperabili, credo che vi siano profonde differenze anche fra i tipi di reati, una ragazzina che ruba cellulari non ha le stesse colpe di un potentissimo boss della mafia. Però è vero che entrambi appartengono al genere umano e che in entrambi vi sia qualcosa di gentile. Poi noi decidiamo dove posizionarci. Tra quelli che, per dirla alla Spielberg: "ogni essere umano è importante" o come altri che riconoscono l'umanità dietro al criminale, ma sentono forte anche un senso di responsabilità sociale, quello che dici o fai non si può cancellare solo perché sei gentile con i cani, o gli occhi diventano lucidi quando senti parlare il tuo figliolo.  Per quanto mi possa sforzare, io sono ancora nella seconda categoria di persone. Nondimeno essendo molto contraddittorio mi ritrovo anche ad appassionarmi all'essere umano e a soffermarmi su quanto di buono possano dare e fare.

Fiore è la storia di Daphne e Josh, o un nome da tamarri come il veccho Kevin molto amati nel mondo colorato e vivace del sottoproletariato.  Lei romana, lui milanese, si ritrovano in un carcere minorile. Piano piano nasce tra loro due un sentimento che dall'amicizia diventa amore. La forza del film è proprio nel mostrare la nascita di questo amore. Tenero, dolce, anche acerbo e ingenuo, come sono gli amori dei giovani. Poi per fortuna invecchiamo, eh! Ma questo non è il film che abbiamo visto.
 Tutta questa normalità, quotidianità stride con il carcere ma nemmeno tanto. Si pone l'accento sul suo voler esser un posto dove sia possibile rimanere umani, avere, per quanto il posto possa offrire, anche un centro per festeggiare l'ultimo dell'anno, fare lavoretti, non esser del tutto abbandonati. Ripeto non ci sono scene madri, non abbiamo guardie sadiche, ma ci sono delle ragazze in conflitto tra loro o buone amiche, c'è una che in cella ci sta con il bimbo di pochi mesi, e questo mostra anche un aspetto del tutto negativo della legge/burocrazia. Molto bello anche il rapporto tra Daphne e il padre, ex galeotto che vive facendosi mantenere da una donna romena, due perdenti ma di grande dignità.
In fin dei conti  Fiore, è un film sull'adolescenza, la scoperta dell'amore, il difficile rapporto con i genitori, la voglia di esser individui e allo stesso tempo di appartenere a un gruppo.

La pellicola è prodotta, tra gli altri, da Valerio Mastandrea e Gianni Zanasi,  l'eccellente regista di quella gemma che è : La felicità è un sistema complesso. Mostra ancora una volta il grande interesse per il sociale , e quindi per il politico, di Mastandrea. Il quale si ritaglia la parte del padre, personaggio umanissimo e ricco di sfumature. L'opera si lascia apprezzare sopratutto per la bellissima fotografia di Daniele Ciprì, e per il suo bellissimo messaggio: non esistono differenze di sorta tra un sedicente gruppo di cittadini onesti e civili e persone difettose, meritevoli di "pena di morte" o altro, o almeno esiste in termini di debolezza che ci spinge sulla strada del crimine, ma non nel modo di vivere l'amore, i sentimenti. Fuori e dentro le galere le persone cercano solo qualcuno da amare, di essere amati.
Lo comprendo anche io che non sono proprio un garantista, ma sono attento alla comprensione di ogni essere umano



mercoledì 18 maggio 2016

La pazza gioia di Paolo Virzì

Compassione.
Non è una parolaccia, non è una bestemmia, non ti assicuro che ti faccia aumentare i like o le condivisioni, molto probabilmente ti beccherai del buonista, per cui ipocrita. Tutto questo per la compassione, certo, e per la sensibilità, l'empatia, il fatto che pensi di non esser solo o sola con la tua libertà, le tue soddisfazioni, perchè gli altri non ti fanno paura, non sono nemici da battere o da metter al rogo.
Tu pensi che bene o male siamo tutti esseri viventi, soggetti alla legge del dovere e responsabilità verso noi stessi e gli altri, e che essendo umani siamo anche fragili e pronti prender la strada sbagliata, così, per un momento di miseria, di solitudine, di amarezza.
Possiamo aver ben chiara la nostra vita ma non è detto che essa prenda davvero la direzione che vogliamo ed è facile trovarsi con gli altri

Narrare questi esseri umani, narrare le debolezze e mancanze, ma senza condannarli con cinismo, senza disprezzarli e godere delle loro sofferenze, perché il genere umano fa schifo, non è cosa così facile e semplice. Lo mostrano tutti quelli che davanti a un film di Virzì si fermano al dito, il solito e ridicolo "buonismo", e non vedono che è tra i pochi a descrivere con partecipazione affettiva la varia e disgraziata umanità. Un personaggio non va caricato perché così il popolo capisce: quello è il cattivo, quello è il laido, quello è il buono. Veder la luce dentro il buio, così dice il regista. Operazione intellettuale nobilissima che non tutti siamo in grado di sostenere , ma non per questo è sbagliata.
La differenza tra mestierante e autore è proprio questa: il primo è il galloppino dei produttori, gli affidano lavoro , spesso fatto benissimo, per un sicuro tornaconto quanto meno delle spese, il secondo ha un suo tema. Come Virzì, Moretti, Von Trier. Poi possono anche non piacere,ma non vanno nemmeno liquidati con accuse ridicole.


Di cosa parla "La pazza gioia" ? Di un incontro,  un'amicizia,  tra due donne, le quali per motivi diversi si ritrovano in una specie di clinica psichiatrica, ma non di quelle ignobili dove si pratica la violenza su soggetti bisognosi di attenzioni, una, al contrario, dove si cerca un certo recupero e reinserimento, laddove possibile, di queste donne nella società. Secondo le loro possibilità.
Un giorno Beatrice e Donatella, scappano. Inseguendo un sogno di libertà, una piccola e fragile promessa di felicità.  Perché essa esiste, è a portata di mano, ma sfugge sempre e per alcuni "sempre"
Una è logorroica, impicciona, si crede una contessa, non ama l'ineleganza e i sottoposti, l'altra è chiusa dentro un dolore fortissimo e un marchio di condanna che non le dà pace. Non c'è bisogno di grandi tragedie, o di caricare nulla. La vita è un saliscendi di disastri e piacere, questo mostra il film. Due disadattate, che rimarranno così per tutto il film, che forse alla fine un loro piccolo equilibrio lo trovano. Quelle mezze vittorie, ma nemmeno, che però hanno il potere di renderti sopportabile e degna di esser vissuta, la tua esistenza. Matta o no.
Intorno a loro infermieri, psicologi e pure il direttore che cercano di aiutarle, padri e madri sciagurate, ( che bello rivedere Marco Messeri e Anna Galiena, hanno piccoli ruoli, ma incisivi), taxisti che al momento si rendono protagonisti di un grande atto di solidarietà, e uomini odiosi, squallidi, che rovinano la vita degli altri. Ma su tutto Paolo Virzì e Francesca Archibugi pongono un'amarissima e dolorosa tenerezza. Che non è falsa perché non dice che queste persone grazie all'amore o amicizia si salveranno,  non è "il lato positivo", ma ci mostra solo che condannarle e isolarle dal basso del nostro pregiudizio è esecrabile. Amano e vogliono amore come tutti, perché fanno parte di questa difettosa, e a tratti odiosa umanità, ma che la compassione, come scrivevo all'inizio, e l'empatia possono portarci  a capire, non giustificare o chiudere un occhio, le vite così segnate e dure.



Ci si commuove vedendo codesta opera. Tanto. C'è un monologo della Ramazzotti , splendida e toccante, conferma le sue enormi doti recitative,  che è duro da sostenere. Duro e impossibile, anche se il gesto che compierà, sarà filmato come un atto di infinita dolcezza, cosa che non è. Si piange di rabbia, per colpa di quelle bestie che sono i maschi.  Anzi: una ben precisa categoria di teste di cazzo che sono maschi, poi ci siamo anche noi che non siamo affatto male.
Ed è bello e giusto fare questo: piangere di commozione e divertirsi nello stesso tempo e film. Perchè la commedia, tanto detestata e insultata, è tra i generi non solo il migliore, per me, ma anche quello più complesso e ricco di sfumature. A volte hai zalone, altre volte opere come queste.
La pazza gioia è sapersi emozionare e saper emozionare il proprio pubblico.

lunedì 25 aprile 2016

WELCOME di Philippe Lioret

Lo vuoi vedere un super eroe? Ti piacerebbe vederne uno vero? Dai vieni con me. Non dobbiamo viaggiare molto. Si, è vero che questi super eroi mica vanno in giro a fermare i tram in pieno giorno, non penso proprio. Sai i cattivi danno la caccia a loro. I cattivi credono in una cosa chiamata "decoro cittadino". Ora fai attenzione: il decoro cittadino è strano. Se la prende con quella gente che è colpita in pieno dalle politiche scelte dai bravi cittadini.  E a esser colpiti sono sempre i super eroi, figlia mia è così.
Da dove vengono? Da paesi lontani. Colpiti da una terribile magia. Vuoi sapere come si chiama questa terribile magia: Democrazia. In nome suo, come per incanto compaiono ribelli pacifici che tagliano la gola a destra e manca, ad esempio o aerei senza piloti, mi pare che si chiamino droni, e bombardano.
Devono cacciare i cattivi regnanti di quei paesi lontani. i bravi cittadini non sanno un cazzo di quei regni, e si illudono di spiegare agli altri cosa è la libertà. Alcuni basta veder della gente in piazza e vengono tra orgasmi di libertà e civiltà. Dai, l'hai capito anche te: siamo delle teste di cazzo presuntuose, che si permettono di rovinare la vita agli altri. Ed è colpa loro se le cose sono andate come vanno. I progressisti insisteranno sulle rivolte che si accendono e spengono di colpo, che le cose cominciano bene e poi...i reazionari ti diranno che mo vengono le armate degli straccioni. ti spiegheranno che rubano, violentano, portano via il lavoro, che poi parlano di quei lavoretti con contratti ignobili e a scadenza che farai per tutta la vita eh,  c'è il loro capo che parla di ruspe: le teste di cazzo applaudono.
Si, ma ti parlavo di super eroi. Giusto? E tu come lo spieghi un essere umano che attraversa deserti, mari, città, violato, picchiato, derubato, umiliato, che arriva da noi? Dopo tutto questo? Per te c'è qualcosa di umano in quello che subisce? Per te è normale resistere così tanto? E poi quando pensa di esser salvo: la polizia, i centri di prima accoglienza, l'espulsione. Si nascondono sotto i camion, non solo. Molti muoiono, così, come se ti parlassi di mosche schiacciate. Altri resistono e continuano. Non sono forse super eroi? Non hanno forse dei poteri o cosa simile?

Ma se è vero, ed è verissimo, che non abbiamo bisogno di eroi, figurati di super eroi. Li lascio a chi non è in grado di sistemare la sua vita, e si nasconde nell'infanzia sognata e non vissuta. Li lascio ai cittadini che delegano, ci pensa bat man non io. Ma  se tu un giorno dovessi nascere, carissima Anna Jane Eponine, ecco il tuo papà ti dirà solo una cosa: è compito tuo. Stare con gli umani o con le teste di cazzo. Guardale bene le teste di cazzo, talora si travestono anche da gente progressista, ma se vedi o senti che puntano a un loro e noi, non avere dubbi. Allontanali o tienili per il tuo divertimento. Però, carissima, tieniti questa semplice regola: siamo umani. i paesi non contano un cazzo.



Questo è un film: solo un film. Eppure ci dice cose che accadono ogni giorno, parla delle distanze, della cecità della legge, del piccolo cittadino che si reputa nel giusto se denuncia un suo simile. Ci parla di uomini che scappano, fuggono, soffrono e muoiono. Per vivere meglio , perché si illudono che l'occidente sia un posto migliore.Lo stesso occidente che li bombarda e li spinge a scappare. Ci parla di un uomo che fa la scelta giusta e di come nella democrazia liberal-capitalista, le scelte libere si pagano sempre. Ah, come siamo bravi a vender la favola della libertà di pensiero, parola, espressione. Favolette per coglioni. E infatti tutti a dire: figo qui. Posso dire quello che voglio. E non conti nulla, ma è un dettaglio.

Welcome è cinema fondamentale e necessario. Non potete né dovete perderlo. Ci sono super eroi che vengono da lontano, e i cattivi così idioti che solo un comic movie...Forse è vero: viva i super eroi.

venerdì 8 aprile 2016

VELOCE COME IL VENTO di MATTEO ROVERE

Come si intitolava quel film di 007 degli anni 80? Mai dire mai?Sì, giusto proprio quello! Ecco, sarebbe un motto, una legge che dovrei tener in considerazione. Perchè, faccio un esempio, io non amo affatto i film sui motori. Quelle pellicole dedicate a gare automobilistiche e menate simili. Non guido, non mi intendo di macchine, non me ne frega proprio niente. Mi rendo conto di perdere anche dei bellissimi film, ma velocità e motori è materia che mai mi ha destato interesse, un po' come i film dedicati ai super eroi. Così, per curiosità, ieri con mia moglie sono andato a veder questa pellicola italiana: Veloce come il vento.
Opera davvero molto interessante.








Matteo Rovere  è un giovane regista e produttore italiano. Come produttore si è occupato della pellicola, considerata da molti "cult", "Smetto quando voglio",  ha diretto altre pellicole in cui l'adolescenza difficile e il rapporto con adulti, vuoi un professore o un fratellastro, sono al centro dei drammi.  Dovrò recuperarli, perché questa sua pellicola mi ha entusiasmato assai.
Non tanto, ripeto, per le corse -anche se le scene di gara son ben girate ed avvincenti- quanto per il dramma, l'analisi dei rapporti fra una ragazzina e il suo fratellino alle prese con un fratello maggiore mai visto per dieci anni che si ripresenta per il funerale del padre.  Fratello con problemi di droga,  un irresponsabile, a tratti assai sgradevole. Costui, però, un tempo era un asso del volante, e saranno proprio le gare, la macchina, a riaprire una possibile nuova via. Forse.


Quello che ho amato è proprio la descrizione dei personaggi. Non sono mai stereotipati, o meglio c'è un uso di certi stereotipi che non teme il melodramma, perché a mio avviso per me questo è il film,  di mostrare, ma sempre salvandosi un attimo prima del ridicolo. Ci sono delle persone: i fratelli Di Martino. Loris, personaggio memorabile in bilico tra il lasciarsi andare, vivere da tossico reietto, contro tutto e tutti e la sua voglia di riscatto di far vedere a tutti che non è finito, non è un pirla. Incapace di gestirsi, ma che a modo suo ama profondamente la sorella, il fratello e la sua donna "Annarella", tossica come lui. Il film vola alto quando ci presenta e segue questi personaggi. Tra chi non riesce a liberarsi dalle catene della sua tossica schiavitù e chi disperatamente oscilla tra inferno e riscatto. Molta attenzione viene anche data al rapporto tra fratelli, orfani, alle prese con la conoscenza di un nuovo fratello, che con l'inganno per sistemarsi in casa diventa loro tutore, in quanto la ragazza è minorenne. Lei è una brava pilota, cerca di vincere il campionato perché dovesse perderlo, la casa dove vive con il fratellino finirà nelle mani di un ricco e cinico uomo di affari non sempre chiari. Che poi è anche il loro sponsor!
Nella difficoltà di stare insieme, odiandosi, scontrandosi, cercheranno di conoscersi e amarsi. Loris, un tossico a cui uno sano di mente non affiderebbe nemmeno il cane, mostra a modo suo un attaccamento per i ragazzi, cade moltissime volte, sbaglia quasi sempre, fa cose imperdonabili, non è un personaggio simpatico, anche se fa molte battute ed ha un atteggiamento emiliano che suscita una minima simpatia, ma non è sicuramente descritto come un personaggio positivo.
Ora,  Stefano Accorsi sta antipatico a molti. Forse non a torto, ma qui offre una buonissima interpretazione. Fa vivere il personaggio sullo schermo, segui Loris e non Accorsi. Capite cosa intendo?
Certo vi sono forzature e alcune debolezze, ma è un possente melodramma per cui certe scelte e certe cadute son dovute alla storia, al genere, e al come si raccontano, ma sono cose piccole e minime.
Si respira passione, sofferenza, riscatto e gioia, perché i personaggi sono davvero ben scritti e non puoi far a meno di amarli e tifare per loro. Lo fai nella bellissima scena del bagno tra Loris e Annarella, quando vedi come le persone saranno anche devastate da droghe e vite orribili, ma l'amore e la disperazione per la paura di perder una persona che ami è la stessa di chi si ritiene normale. Ti affezioni a  Giulia, brava e in parte Matilda De Angelis, credo al suo debutto, ma una presenza sicuramente forte , la sua Giulia è determinata,ma anche fragile come una ragazzina. Deve crescer in fretta per proteggere il fratellino, ma è ancora piccola ed ha bisogno di esser rassicurata. infine il piccolo Nico, testimone silente e malinconico della morte del padre, dell'arrivo del fratello e della sua donna, bambino che si chiude in sé stesso, ma che conoscerà la gioia di sorridere grazie a Loris.

Il film si ispira, romanzando parecchio, alla vita vera di Carlo Capone, un validissimo pilota che per problemi con la sua scuderia e nonostante prestigiose vittorie, è stato emarginato e allontanato dal giro delle gare. Guai con la droga, pesanti drammi famigliari, quanto pare oggi vive in una struttura per persone con problemi psichiatrici. Una storia che ignoravo e ho conosciuto grazie al film, peccato che nella vita  vera non si possano, sempre, sistemare le cose.

domenica 3 aprile 2016

FUOCOAMMARE di GIANFRANCO ROSI


In fin dei conti, a parte le distanze geografiche, cosa divide gli esseri umani? Non abbiamo tutti qualcuno (un amico, una famiglia, un cane) a cui siamo affezionati tantissimo? Non piangiamo per dolore e non ci trema il sangue nelle vene per amore? Oltre le religioni, le lingue, i regimi politici? Non siamo questo? Penso di sì. Io mi sono innamorato e arrabbiato, come si innamora un uomo nigeriano o una donna siriana. Per cui le fredde ragioni politiche a un certo momento lasciano il passo a un semplice fatto di umanità: in questo mondo siamo tutti legati. Dal fatto di essere vivi, di essere umani.
 Su questo preuspposto Gianfranco Rosi,  il regista del film avrebbe potuto girare un film- verità utile e didascalico, educativo.Perché il popolo occidentale, addormentato e anestetizzato verso il mondo "altro e oltre" per riscoprirlo solo per i suoi elementi più nocivi,  ha bisogno di educarsi all'apertura e amore verso il "diverso" che tanto diverso in fondo non è. Avrebbe potuto far incontrare al giovane Samuele, un ragazzino arabo o africano, costruire un rapporto di amicizia. Non avrebbe assolutamente sbagliato, intendiamoci, ma il cinema non lo decide lo spettatore o le nostre aspettative. Il cinema, certo meraviglioso cinema, lo decide il suo autore.

Così mi piace pensare a questa pellicola come a un'opera geometrica, di linee parallele, di storie che seppure hanno un luogo in comune non si incontrano mai. Due film, due esperienze, due mondi.  Davvero la vita degli altri ci tocca in automatico? Davvero sappiamo dell'esistenza e tocchiamo con mano le esperienze altrui? Cosa ci divide? Ci tiene lontano?.
Eppure nel paese si vive di fatica, si vive di mare. Vedi che è proprio l'acqua, il mare "che fa bestemmiare", come cantava Pierangelo Bertoli, l'elemento in comune. Mare che devasta vite colpite da guerre, miserie, scontri espansionistici imperialisti o di bande di criminali che si nascondono dietro la religione. Che raccontano di viaggi nel deserto, di prigionia in Libia, quella che è stata liberata dal "feroce dittatore" per esser devastata da bande di fanatici e assassini, vittime dell'incapacità occidentale. delle sue guerre democratiche, bombe civili, rivoluzioni colorate . Uomini e donne, che non hanno altro che la loro vita da difendere.
Il film ci mostra codeste vite: sono uomini che non riescono a stare in piedi, sono donne che piangono, sono uomini radunati in gruppo che in un canto collettivo sfogano la paura e la rabbia di esser vivi.  Le immagini sono lì. Nude e crude. Nessun primo piano è sciupato. Perché il cinema è rappresentazione del reale, ogni storia e di qualsiasi genere, dal momento che la riprendo, è vera/verosimile. Figurati il documentario.
Ogni uomo è cinema. Ogni storia è letteratura, ogni parola musica. L'ESSERE UMANO è opera d'arte. Lo si rammenti fino alla morte eh!

E poi esiste il mare come fonte di lavoro, di mesi in mezzo al mare, sottocoperta, come ci stanno gli altri, per soldi, per campare. Un mare venerato perché fonte di sostegno economico, ma anche detestato perché ti lega totalmente ad esso.
Questo forse il punto in comune, che ci spiazza e unisce le storie, oppure è l'illusione del cinema e della nostra comprensione ed è vera la teoria delle linee parallele.

La vita semplice del giovanissimo Samuele, i suoi giochi così antichi, fuori dal mondo tecnologico che conoscono benissimo bimbi anche più piccoli di lui, una certa chiusura e incapacità intellettuale che rende puri o quanto meno simpatici al pubblico borghese che tanto ama i piccoli e buoni selvaggi,ma Rosi rende un piccolo miracolo anche la vita di questo ragazzino e dei suoi parenti, Ci fa sentire l'essenza del vivere di immigrati, pescatori, abitanti dell'isola.
Ed è cinema: grande, possente, travolgente cinema. Riconosciuto all'estero, non dai soliti pirla di casa nostra, ma voglio bene anche a loro eh!
Film fondamentale, importante, necessario. 

mercoledì 30 marzo 2016

I PIU' GRANDI DI TUTTI di Carlo Virzì

Basta chiedere, non ci vuole molto, andate dal vostro collega più taciturno, meticoloso. quello che par felice di lavorare in azienda, alla catena, in cantiere, e chiedetegli se non ha mai avuto il desiderio furioso e idiota di essere la cosa più ridicola del mondo: una rockstar.  Era il tempo di quando eravamo stupidi, ma con un brio degno del celebre trio di Daitan 3. Ci bastava una canzone con un riff che ti facesse venire voglia di saltare e darci sotto con l'air guitar. Ci bastava un testo volgare e dozzinale, di orribile sessismo, ma che ci dava l'illusione di essere dei rocco siffredi di provincia. C'è della sacralità ubriaca e malinconica nell'idiozia del rock e di voler fare la rockstar.  Certo. Però vi è anche una tale furiosa, scintillante, possente, meravigliosa voglia di vivere. Da andar oltre ad essa, con una bella fiammata di eterna gloria.
Tu sei un ragazzino nato in un posto noioso, senza riferimenti politici forti, con un'idea repressiva di religione, la prospettiva di una vita a vantarti della tua fatica, in una fabbrica o azienda, non conta, ma conta che hai solo quella vita a disposizione. Il rock è un meraviglioso "vaffanculo" a tutto questo. E pensa manco devi spender soldi per comprare il dvd di quel " Vaffanculo". Il rock è meglio del m5s !


Eravamo così o no? E in fondo lo siamo ancora oggi. Perché, per quanto si possa rispettare e amare profondamente l'onesto padre di famiglia felicissimo della sua vita regolare - e io amo costoro, veri eroi dei nostri tempi- cazzo, non proviamo una simpatia istintiva per un Bobo Rondelli? Non ci piacerebbe stare con lui al bar,  a ubriacarci e dire cazzate? Poi torni alla tua bella vita, seria e piena di gioie, ma una sera con Bobo...
Sarà forse anche la tenerezza per il Davide con il chiodo, i capelli lunghi, le canzoni dei Dogs D'Amour, Whitesnake, Faster Pussycat, e così via. Come è giusto, il tempo mi ha cambiato e sono fiero di codesto cambiamento, ma allo stesso tempo vado fiero di quel ragazzino. Se lo merita, è giusto che lo sappia.

I più grandi di tutti, è una bellissima commedia umana, troppo umana, sul tema abusato e visto molte volte, di una band che si riforma dopo tanti anni.  Ancora una volta non è  l'originalità, il vero fattore di successo di un film, ma la sua storia e i suoi personaggi, anzi il come questi vengono messi in scena.
 Pluto, così si chiama la band protagonista di questa pellicola, si riformano dopo dieci anni del loro scioglimento per volere di un loro accanito fan. Il quale organizza un'intervista ai 4 membri della band, o dell'orchestrina - come dice il padre di uno di loro- e anche un concerto per farli tornare sulla grande scena, dove peraltro non ci sono mai stati.
Il risultato è una commedia dolce amara, un film costellato da perdenti, persone che con la vita hanno perso più volte, ma vi è una ruvida compassione, una pietà tipica di quel grandissimo popolo che sono i LIVORNESI, che si evita ogni sorta di "poverino", ma si vedono persone reali, vere, che fanno cose orribile e dopo poco ti commuovono per un gesto o una parola. In più il film, ironicamente, smitizza l'idea che i fans hanno della vita di chi fa rock. Spesso piena di figuracce, di insuccessi catastrofici, di paure.  Questo a mio avviso è la carta vincente del film. Quello che crede il loro ammiratore, e la realtà dei fatti - taciuti- della band.
Io amo i film che parlano di musica rock, perché amo il rock - nonostante ora io lo valuti per quello che è: il figlio ribelle, ma che torna a casa la sera, del capitale e quindi nulla di rivoluzionario o puro- mi sento di consigliare questa opera perchè Virzi ci ha messo una tenerezza, una malinconia, precisione nel descrivere i personaggi, la loro storia, che difficilmente vi stancherete durante la visione. Anzi, alla fine vi verrà voglia di cantare. " In estate mi rompo i coglioni, mi faccio i cazzi miei"
Bravissimi tutti gli attori presenti, in particolare io sottolineo il personaggio di Alessandro Roja, diviso tra il passato e la sua vita attuale. Ricco di sfumature e malinconie, davvero un grande personaggio.