venerdì 22 luglio 2016

A DRAGON ARRIVES di MANI HAGHIGHI

Strano, misterioso, conturbante, inquietante, e magnifico oggetto filmico, questo lavoro di un laureato in filosofia che tornando nel suo paese d'origine, decide di metter in scena una pellicola che è genere, ma lo supera, rielabora, devasta, ricostruisce, per esser ancora qualcosa di altro e oltre. Horror? Film politico sotto metafora e simboli? Documentario? Manipolazione di generi e realtà?
Tutto questo e molto di più !


L'Iran è un paese affascinante, ricco di contraddizioni, di storia, leggende, bellezza, molti pensano che codesto stato sia un regime teocratico repressivo, una simpatica donna - in lista per diventare un presidente di una anzi Della più grande democrazia del mondo- vorrebbe annientarla dalla faccia della terra, sta sempre nei primi posti di quei gruppi contro la pena di morte e così via. L'italiano medio con una medio bassa preparazione politica, la mette sempre in compagnia di quei stati pericolosi per le nostre magnifiche oasi di pace,  tranquillità, stabilità mentale, morale, economica. Inutile dir che spesso parliamo così, alla cazzo.
Però non ha avuto nemmeno una vita semplice questa nazione. Ha conosciuto copi di stato contro un governo socialista, la monarchia tanto amata dagli occidentali meno dagli iraniani, e poi la rivoluzione del 1979. Tragedie, massacri, tutto.
Ed è proprio durante uno di questi periodi, intorno al 1960, precisamente nel 1965, che è ambientata questa pellicola.
In un paese in allarme, dove è stato appena assassinato il primo ministro, un agente della polizia iraniana decide di vederci chiaro sul suicidio di un prigioniero politico esiliato in un villaggio isolato e poco raccomandabile. L'uomo si era rinchiuso in una vecchia nave abbandonata all'interno di un antichissimo cimitero, forse era anche impazzito. Fatto sta che in quella zona, solo in quella zona, succedono strani fenomeni: dei terremoti tanto potenti, quanto localizzati solo all'interno del cimitero. Fenomeno che si ripete dopo ogni sepoltura.Con l'aiuto di due "amici" cercherà di scoprire il mistero. Nel frattempo si scopre che una ragazza è scomparsa dal villaggio e che essa era legata al prigioniero scomparso.
La trama è appunto quella di un classico thriller/horror e a modo suo, ma molto suo, lo è. Poi il regista sceneggiatore inserisce delle parti in stile documentario con tanto di interviste ai protagonisti  per avvallare la tesi che sia una storia vera, raffinatissima presa in giro di una certa moda cinematografica, ma anche riflessione sul mezzo cinematografico che rende vera ogni cosa, basta filmarsi e filmare. Oppure nulla è reale tutto è solo un ennesimo spettacolo e mi pare che questo pensiero, da decenni, sia alla base della società occidentale.
A modo suo è anche un film politico, ambientato prima della Rivoluzione del 1979,  mostra un paese tanto libero nel modo di vestire, apparire, quanto prigioniero dei servizi segreti, non penso sia cambiato in meglio dopo, ma non ho abbastanza dati validi per confermare questa mia idea.


"A dragon arrives" è sopratutto una bellissima esperienza visiva, vuoi per i luoghi suggestivi e inquietanti, vuoi per l'uso del rallenty capace di dar spessore a ogni sequenza,  per le ipnotiche musiche, è un prodotto che nulla ha da invidiare al cinema europeo, tanto per dire.  La sua forza è esser difficilmente catalogabile, sfuggente, eppure assai sostanzioso, potente e possente.
Cercatelo per torrenti e muli, oppure non perdetelo se dovesse passar per qualche arena estiva, come è capitato a me e a mia moglie. Da vedere

giovedì 21 luglio 2016

Laurence Anyways di Xavier Dolan

Non è tanto libero il nostro mondo, né il nostro cuore.  Possiamo pensare che lo siano entrambi, ma in generale è il classico adattamento animale a situazioni diverse. Solo che noi siamo esseri umani e certi cambiamenti possono anche sconvolgerci.  Di più, è lecito seguire una propria inclinazione, che si reputa naturale perché quella attuale è frutto di auto inganno e non ci sentiamo veri, concreti, reali e poi liberi in un corpo che non ci appartiene, sapendo che potremmo sacrificare un grande amore e sopratutto perdere la persona che tanto amiamo? Lecito pensare che ella comprenderà e ci amerà, anche se dovessimo diventare altro rispetto a quello che ha conosciuto? L'identità sessuale è un vetusto orpello, di cui potremmo fare a meno, oppure è quella cosa che fortunatamente ci fa esser diversi e per questo "parte mancante" che va a completare una relazione? L'altro da noi perché ci terrorizza? Perché non si riesce ad accettare, prender atto, che alcuni hanno bisogno di compier certi percorsi, per nulla facili e dolorosi, al fine di essere quello che da sempre sono o sentono di essere?Eppure se si comportano da macchiette in tv ci divertono,  ma se dovessimo aver che fare con loro nella quotidianità ci urtano. Questo capita anche a chi pensa di esser pronto, per amore o amicizia o perchè è "progressista".
Sono tutte cose che ho pensato e che per me ti fa pensare un 'opera formidabile, magnifica, straordinaria di Xavier Dolan.

Una straordinaria pellicola che ti fa comprendere e capire la necessità di rivoluzionare sé stessi e la propria vita, anche combattendo una lotta durissima con il mondo e con le proprie e altrui certezze sentimentali, ma dona al personaggio della donna di Laurence, Fred, una complessità tale da non divenir un film a tesi che per quanto fondamentali e giuste, però risulta stucchevole, manipolatorio o consolatorio.
L'amore è un sentimento grande e potente ed è pieno di umanissime contraddizioni. La felicità è parte fondamentale della nostra vita, come vivere nel modo che desideriamo, ma è un atto di egoismo, necessario a volte, per imporre a una società quello che vogliamo essere, perché nati così, ma è pur sempre un atto di egoismo in quanto reputa che le persone che ci amano, debbano per forza amarci anche dopo. "Perché sono io" ma questo è tutto da valutare singolarmente. Non tutti arrivano a comprendere e a esser pronti nello stesso momento.
Non parlo dei bigotti reazionari, di quella gente squallida che in ogni caso disapproverebbe, ma è un vanto esser odiati da feccia simile, parlo invece della maggioranza delle persone. Non puoi sapere a prescindere come prenderanno un cambiamento radicale come quello del sesso, e credo che solo il tempo possa esser d'aiuto. Il tempo, il dialogo anche feroce nel suo voler saper e nel suo spiegare, la condivisione e l'empatia. Tutte belle cose che possono anche finire. Perché ci si sente ingannate da un uomo che avete amato per anni e che un giorno vi svela il suo "segreto", è naturale, umano, comprensibile. Poi c'è il secondo passo: prender atto e non fermare quella persona. Ma sostenerla o comunque lasciarla andare.  L'amore permette anche questo.
Il film mostra e racconta benissimo i punti di vista, i sentimenti contrastanti, gli alti e bassi della coppia. Non cerca colpevoli, ma parla di esseri umani. Forti e fragili nello stesso tempo. Mette in scena la potenza caotica della felicità che par superare ogni cosa e la staticità della crisi, io ho amato tantissimo il personaggio di Fred, ce la mette tutta per stare con il suo uomo, per aiutarlo nel periodo del cambiamento e anche dopo, ma ha un esaurimento, perde il posto- come lui- si rifà una vita anche se Laurence sarà sempre presente. Un sali e scendi sul confine del cuore che fa fatica a resistere alle pressioni sociali e individuali.  Ecco Dolan mette in scena con questo personaggio una figura concreta e reale di etero che si trova ad affrontare dalla mattina alla sera un fatto straordinario e importante da difendere in ogni caso per amore, ma che spiazza, disorienta, fa star male. Senza che uno o una sia una reazionaria da condannare all'altare della " nuova era"
E Laurence? Un personaggio indimenticabile anche lui ben calato in una realtà che potrebbe esser condivisibile con la nostra: una donna, un lavoro, una casa. Ma Laurence si sente soffocare, non sta bene nel suo corpo, vogliamo condannarlo e deriderlo solo per questo? Quello che mette in campo lui è una rivoluzione. Ed essa è sempre un atto di guerra, sicché lascia sulla strada per la propria libertà tanti, troppi cadaveri.
Ma che fare? Soffocar la propria natura per vivere un grande amore ben inseriti, più o meno, nella società  o rischiare?E se decidi di rischiare è normale pretendere che il mondo rimanga, quel mondo che a te interessa, vicino alla tua  scelta o è giusto anche che qualcuno rimanga turbato, scosso, che vi siano critiche e giudizi da parte di persone che amiamo? Il loro amore varrebbe meno?
Dipende: responsabilità e doveri vanno oltre l'effimera chimera della libertà personale, ma per questo dobbiamo condannare a infelicità e menzogna perpetua un uomo? O forse è proprio in quel momento che dobbiamo aiutarlo?
Il fatto è che ragioniamo in termini di tifoseria, altro danno fatto dal calcio, il fatto è che per non far brutta figura con una società ipocritamente progressista a parole, ci sentiamo sbagliati se rifiutiamo o non comprendiamo certi cambiamenti radicali. Che poi alcuni dicano di capirli, ti fanno discorsi meravigliosi sui diritti e intanto sostengono guerre imperialiste è un mistero dell'umanità. Ma d'altronde chi se ne frega di noi, della società quando parliamo di vivere felici, di accettarsi, no?
Laurence non è un fenomeno da baraccone, Laurence non è strano, pittoresco, particolare, è una persona. . Non vuol diventare donna per scioccare, per capriccio, perché nessuno si comporta così Quanta sofferenza ha conosciuto stando in un corpo che non è affatto suo?Sicché va accettato.  O quanto meno prender atto di questo e non tormentarlo, farlo sentire sbagliato, rifiutarlo con dileggio e astio.
Sopratutto l'amore è fatto anche di tormenti, di prendersi e lasciarsi e il dolore a volte è fondamentale. Pensare che esso non cambi, e che basta metter in scena una rappresentazione di un rapporto che allora funzionava, è sbagliato. L'amore vive nel presente. Qui e ora, ed è sempre con questo che dobbiamo fare i conti. Il resto è nostalgia o ambizione di farcela.
Dolan gira benissimo: l'uso della fantastica colonna sonora, i rallenti che danno un senso di sospensione,  visivamente è un'opera che cattura, ma ha anche una grande e dolente anima. E questo è importante.
Alla fine conosci Laurence e non condanni le sue scelte, ma comprendi benissimo anche Fred. Non è poco in un mondo dove devi per forza santificare o demonizzare.

mercoledì 20 luglio 2016

KIMI TO BOKU- Tu e io di Takashi Kubota

Così una sera, un venerdì sera come tanti, tua moglie è a cena con un'amica e tu a casa, in compagnia della vostra gatta "Mirtilla", decidi di veder un filmetto. Così passi un po' di tempo. Fra le tante opportunità che offre Youtube, ti cade l'occhio su un corto giapponese- 44 minuti, come i gatti in fila per...eccetera eccetera- e ti lasci comprare dall'immagine del tenero gattino. Sarà una commedia, ti dici. In realtà sarà il motivo di tantissimi e fortissimi pianti per i prossimi giorni e si prospetta per i prossimi mesi.


La storia è quella dell'aspirante autore di manga Yamagara Shigeto e del suo gattino, dal loro primo incontro fino al loro distacco. Niente di più.
Eppure sono giorni che sono in balìa di una grandissima malinconia, profonda, per via di codesto corto e sopratutto per le parole, semplici quasi banali, della canzone finale : "Grazie per avermi amato, tu mi hai salvato dalla mia solitudine" Ecco, qui è il gatto che "parla", ma quante volte avremmo bisogno di qualcuno che ci salvi dalla nostra di solitudine? Che giudichiamo anche positivamente perché l'abitudine ti porta a questo. Ecco, invece è così fondamentale aver qualcuno che si prenda cura di noi,  che ci faccia le feste o le fusa quando torniamo a casa o ci vedono assorti e persi in questo immenso cielo grigio di mediocri pensieri quotidiani, o che ci baci e si sieda ad ascoltarci.
Questo piccolo film mette ben in evidenza codesto tipo di messaggio: abbiamo bisogno di dare e ricevere affetto, attenzione, amore. Che sia un essere umano o un animale non importa. Non succedono cose particolari tra il gatto Gin'ougo che sarebbe un modo per dire : via lattea, e il suo padrone. Non ci sono quelle umanizzazioni nei gesti del gatto, ti affezioni in quanto gatto. Certo il racconto è visto dal suo punto di vista, questa cosa potrebbe sembrare ruffiana,ricattatoria, dalla lacrima facile, può darsi e non mi interessa. Lo ripeto: a me del cinema trattenuto, dell'anti retorica,  del commuoversi con pudore, non importa nulla. Perché tanto tieni dentro quel dolore, quella sofferenza, la tieni a bada. Si, mi emoziono, ma un pochino. Tipo quelli che appena versi due dita di vino dicono basta. E allora non bere vino, c'è l'acqua.
Però l'espediente serve per ribadire un pensiero tanto semplice, quanto poco praticato- preferiamo lasciare commenti rancorosi e destronzi sui social che quello si è giusto, sincero, ci fa sentire scorretti e tutte quelle grandi puttanate lì- "ogni essere vivente è importante". Questo valga per chi non ce la fa a comprendere che un animale domestico diviene parte essenziale della tua vita e vi è una sorta di ricambi di sentimenti ed emozioni, primordiali, basilari, ma non sciocche e pleonastiche e per chi si chiude in un rapporto esclusivo con l'animale domestico che gli esseri umani fanno schifo, due atteggiamenti odiosi e detestabili, entrambi.
Mi commuovo per la storia di questo gattino tanto quanto quella di un essere umano. Sono gli esseri viventi che sono importanti e vanno difesi ed amati. Con grossa fatica e tanto dolore, mica è facile, ma bisogna farlo.



Il rapporto che abbiamo con i nostri animali domestici è qualcosa di particolare e difficile da spiegare e far comprendere agli altri. No, in realtà non sarebbe affatto così, se fossimo in grado di provare empatia verso chi è altro da noi. Però mi rendo conto che per alcuni possa apparire sopravvalutato e simbolo di un porre rimedio a una mancanza di capacità di relazionarsi con gli uomini e le donne, ci sta, per alcuni e alcuni è così. Ma anche se fosse? Noi non è che dobbiamo rispettare e tollerare solo le idee e le persone verso cui proviamo simpatia, ma sopratutto verso chi non conosciamo e comprendiamo. Pratica che richiede tempo e pazienza, meglio un "vaffanculo", " ma perché con tutta la gente che soffre.." A dirlo e pensarlo sono sempre quelli che non fanno un cazzo, o se fanno il loro contributo è misero per loro e per la loro causa. Io rispetto chi ama un altro essere vivente, non concordo con certi metodi, prendo atto. Lu o lei hanno trovato in quel modo una piccola felicità, va bene così.  Mi limito solo a far notare che c'è del giusto anche fuori, ma senza creare sensi di colpa.
Perché il rapporto che viviamo con il nostro gatto, cane, cavallo, topo, coniglio, fate voi, è qualcosa di speciale, come è speciale l'amore verso un altro essere umano, quello è sicuramente più complesso e migliore, però sono due tipi d'amore fortissimi.
Kimi to boku mostra bene questo. Mostra come Achille e Mirtilla non siano solo due esseri non umani e quindi inferiori, ma esseri viventi che con la loro presenza ci hanno dato tanto. Achille mi ha insegnato a mostrare un po' d'amore per gli altri, Mirtilla che ogni busta può diventare un nascondiglio prezioso. No, il loro amore non è come quello che provo e che ho in cambio per e da mia moglie. Però io nel loro esser animali, così diversi da noi uomini, avverto un mistero,  una zona che non posso comprender del tutto, che mi spinge a voler pensare che forse c'è altro e oltre rispetto al loro esser semplici cani e gatti e altro tipo di animali. Non so cosa, ma so che è da giorni che mi commuovo profondamente pensando a codesta piccola opera, e che tutto ciò mi pone di fronte a pensieri sulle relazioni, il donarsi agli altri, la potenza dell'emozione e commozione. Tantissime cose.
Grazie a te piccolo Gin'uogo, e grazie a Mirtilla, che mi dorme in braccio.

martedì 19 luglio 2016

TONY MANERO di PABLO LARRAIN

Non è che se la passasse bene, l'umanità, durante gli anni 70: colpi di stato, spesso con lo zampino degli Stati Uniti, scontri, terrorismo, gli ultimi colpi d'ala di un movimento tanto rivoluzionario quanto piccolo borghese nel suo immaginario, tanto che molti loro cavalli da battaglia sono stati presi dalle destre o dai liberal-democratici e conservatori per costruire gli anni 80, i merdosi e inutili anni 80 alla faccia di certe campagne talebane contro la nuova versione di Ghostbusters, colpevole di aver "rovinato l'infanzia" di molti pirla, miei coetanei.
Dulcis in fundo, "la febbre del sabato sera", dove un sotto proletario invece che prendersela con il sistema capitalista, si accontenta di fara il ballo di san vito nelle discoteche.
Eppure il fascino assoluto dell'effimero, del nulla, del vuoto cosmico, ha un suo peso relativo in chi non ha nemmeno uno straccio, piccolo, di vita. Tanto che persino un Tony Manero, per un uomo cileno ormai con la giovinezza alle spalle e una vasta mediocrità davanti ad esso, potrebbe rappresentare un sogno distorto di riscatto sociale, allucinazione sociale e psicologica, nel nome del quale- parlo del riscatto- tutto è ammissibile e dovuto.
La violenza non come sopraffazione dell'altro, ma come linguaggio quotidiano, gesto naturale, assimilato e che genera solo indifferenza
Forse è di questo che hanno bisogno le dittature palesi e quelle celate.





In un Cile degradato e mortificato dalla dittatura di Pinochet, quella che secondo Kissinger valeva qualche morto perché non si poteva lasciar un paese nelle mani di un popolo incosciente che ha fatto una scelta sbagliata, lo dice un premio Nobel per la pace eh, quindi Non sarà vero, un uomo ha una passione smodata per Tony Manero, il protagonista di quel cult che è " la febbre del sabato sera", tanto da iscriversi in un programma della tv cilena dedicata ai sosia  di personaggi famosi. La nazione ride, ascolta canzonette, vive, l'indifferenza, in casi di dittatura, potrebbe salvarvi la vita. Nella realtà, Raul vivacchia, e si sa quanto utile alla violenza nazionalizzata o individuale, vivacchiare faccia solo del bene. Sogni effimeri in una vita disastrosa, che portano ad eliminare fisicamente chi si mette sulla propria strada e ci ostacola. Così i militari fascisti, così un loro concittadino. Piena e deviata identificazione.
La tv, come sempre, alleata di tutto questo. Con la sua allegria fasulla, le folle che delirano per dei mentecatti, i sogni spiccioli e materiali dei partecipanti, che la gente è in prima fila contro i maupache come contro gli zingari, ma mai contro quelli che ti prendono e ti torturano, che quelli bisogna tenerceli amici. Tanto passano solo gli anni e aumentano i morti. Ma quei morti un po' se lo meritano, si facciano i cazzi loro, prendano un bel vestito bianco e si muovano come un Tony Manero qualsiasi.
Il degrado degli ambienti, vedi il locale dove Raul con altri si esibisce in patetici spettacolini, è lo stesso, infetta, le persone. La violenza dello stato fascista è ben assimilata dai suoi abitanti, i pochissimi che tentano di ribellarsi, non possono che fallire. Quasi dimenticati, quasi odiati, sicuramente venduti, dall'indifferenza dei normali e bravi cittadini.
Raul vorrebbe vivere meglio, come nel film che tanto ama, magari nell'America sognata e inventata che sta alla base del filo americanismo anche di casa nostra, egli è un assassino, ma è sopratutto un escluso, un disadattato, un lucido folle partorito dalla crudeltà del suo tempo. Vivo in un posto violento, essa diverrà linguaggio autorizzato e normalizzato anche nel quotidiano. Il fascismo si alimenta di queste cose e nei piccoli frustrati, mediocri, ometti trova i suoi sostenitori più zelanti.
Tony Manero è quasi un horror, mostra l'orrore vero, quello che alla fine non puoi dire: vabbè è un film e torni a casa tranquillo.
No, semmai ti domandi come si fa a dirsi e far credere agli altri, di esser la più grande democrazia del mondo e poi creare e sostenere l'11 settembre 1973, ricordatevi anche di questo 11 settembre, e poi l'argentina e poi i contras contro i sandinisti, che son cattivi nei film biechi e di propaganda reaganaiana degli anni 80- i merdosi e inutili anni 80. Come si fa a starsene buoni mentre portano via i vicini, gli amici, i famigliari.
La menzogna e la paura, forse è solo questo. Forse anche noi, in quel contesto, gireremmo la faccia dall'altra parte. Oppure no... e io che ne so?

domenica 17 luglio 2016

TRUMAN di CESC GAY

Quanti modi ha di manifestarsi, l'amore? C'è quello per una donna, per un amico, per i famigliari, per un cane.  Non fossimo così infelici e persi, così scioccamente attaccati a una vita di effimere felicità e libertà, di sentimenti precari, non ci sarebbe bisogno di ricordarcelo. Ameremmo in modo spontaneo, semplice, naturale. Ma è anche vero che -forse- la nostra vita è un po' "plagiata" dalle cattive notizie quotidiane, non parlo mica di attentati e cose simili. Parlo di quella marea di gente debole che si nasconde dietro cinismi d'accatto, dei tanti piccoli egoisti  che giustificano ogni loro vigliaccheria  con un distacco sulle sofferenze umane.



Questo film ci mostra come i sentimenti e le relazioni siano fondamentali.  Lo fa attraverso la storia dell'amicizia di due uomini, argentini, in quel di Madrid.  Tòmas torna in Spagna per assistere l'amico Julian, condannato da un brutto male. La morte è la protagonista assoluta di questo film, insieme con l'amore per un amico che è destinato a morire, e per un cane, compagno fedele e base solida per Julian.
Quando hai poco tempo, cosa fai? Come ti comporti? Si può o peggio si deve affrontare l'ultimo viaggio da soli, o è fondamentale la compagnia di qualcuno? Dobbiamo pensare in quel periodo a vivere ogni secondo, in un presente che vorremmo diventasse eterno, o è giusto pianificare il dopo? Occuparci di quelli che rimarranno? Sciocco o giusto abbandonare la chemioterapia? Giusto o sbagliato decidere di ammazzarci quando le cose andranno male?
Questi temi vengono affrontati o quantomeno accennati in questa commedia tenera e malinconica, che a mio avviso ha il grande torto di appartenere alla categoria del "cinema trattenuto", cioè quel cinema del pudore, dell'anti retorica, che finisce poi per esser poco coinvolgente. Adatto a chi usa l'alibi del ricatto morale per tener lontano da sé, anche in un film, il dolore, la sofferenza, ma sopratutto la commozione. Dobbiamo veder fino a un certo punto, e il dopo no. Così andiamo a casa tranquilli e sereni. Non amo affatto questo modo di metter in scena storie che peraltro sono drammatiche, tragiche, commoventi. Io amo il melodramma, quello popolare ed estremo, per cui certe cose di questa pellicola le ho trovate troppo trattenute. Però è una scelta del regista e del resto il film è decisamente buono, merito di certi dialoghi, certe parti di sceneggiatura, ma sopratutto per i due btavissimi attori: Ricardo Darin e Javier Càmara. E non dimentichiamo il cagnone protagonista: Truman.
Buono perché comunque, come ogni film dovrebbe fare, durante la proiezione non dovremmo perder tempo su dettagli tecnici che lasciano sempre il tempo che trovano, ma trovarci a riflettere, a pensare.
Io seguendo codesti due straordinari, bravissimi, attori ho pensato a cosa farei..
Cosa farei se fossi malato gravemente e terminale. Si, uno potrebbe dire, ma perché ti vedi nel malato e non nell'altro? Perché tu hai questa fottuta immedesimazione con personaggi che in un modo o nell'altro, stanno sempre male? Bess, Michele, Donatella, e tanti altri.
Perché agli altri, a chi amo, all'umanità, voglio lasciare la gioia, se la meritano. Tutto qui. O perché per vari motivi penso di star male o esser inadeguato, varie cose. Ma questo argomento, se non vi offendete, lo approfondirò i terapia eh!
Comunque: si, prima pensavo. Mi ucciderò, se dovessi star male senza speranza alcuna. Non voglio soffrire. Mi pare giusto e umano. Ora non so. Mi par che sia il discorso di una società fast food, dove arrivi, ti prendi il menù migliore e se per caso tu non potessi più mangiarne, allora è meglio uscire. Lasciando i commensali alla nostra tavola, felicissimi di esserci e disposti magari a pagarti una parte di quel menù che tanto ti piace, o semplicemente a star a tavola con te, perché ti vogliono bene, perché la tua scomparsa non è tragedia solo per te, ma anche per loro. C'è questo che non sopporto: io con certe scelte uccido non solo me stesso, ma anche tutto l'amore, attenzione che gli altri danno a me. Però già da sani non capiamo quanto gli altri ci stiano aiutando. Preferiamo tenerci il nostro dolore come alibi, e giudicare i "sani" per le mancanze nei nostri confronti. Poi appena uno ti palesa il fatto che fino a quando terrai gli occhi aperti starà con te, lo allontaniamo in malo modo.
Nessun senso di colpa, no dobbiamo averne in questi casi. E Tòmas lo manifesta apertamente. Questo però non vuol dire diventare complice di idee sbagliate, solo non abbandonare il nostro amico, esserci. Come possiamo esserci.
Però la morte ci spaventa. oggi a me più di prima. Oggi c'è una persona che mi ama, e quindi mi viene difficile pensare che tra 40 anni dovremmo dividerci, dai qualche anno in più, ma più o meno. Mi fa paura l'idea del nulla, temo l'oblio, penso che i credenti con quella storia del paradiso siano fortunati, hanno una bellissima illusione. Mi piace l'idea, esposta nel film, che dopo, quando saremo defunti, qualcuno che tanto ci ha amati in vita venga a prenderci.E insieme cominceremo un meraviglioso viaggio nell'infinito. Vorrei trovarci Achille, Mirtilla, i miei, gli amici che mi hanno preceduto e ppi accompagnare  mia  moglie. Stare insieme, in una gioia senza fine.  Si, lo so: invece non ci sarà nulla e di noi non rimarrà traccia, ma se il nostro cazzo di universo è Bergman, ecco la mia vita vorrei viverla con la retorica di un film di Spielberg o come se fosse il rapporto tra Carrie e Saul,  si vorrei viverla come se Saul fosse mio amico e sentirmi al sicuro da ogni pericolo. Che poi questa persona l'ho trovata ed è  mia moglie. A lei devo i miei miglioramenti come persona, e l'aver cambiato certe idee di "libertà" che tanto libertà non erano.
Questo è quello che il film mi ha lasciato, al di là del suo reale valore tecnico e cinematografico, e mi ha anche lasciato l'idea che l'amicizia, è fondamentale.Aprirsi agli altri, condividere ogni secondo della nostra vita, che sia un cane o un uomo. Non c'è danaro, non c'è merce, non ci sono scopate occasionali, che possano darci tanta soddisfazione come un giorno passato con chi amiamo.  Amare è l'unica cosa che può darci la forza di resistere a tutto e a tutti.
Julian e Tomàs con Truman, sono l'esempio perfetto. O quasi.

giovedì 14 luglio 2016

LA CORRISPONDENZA di Giuseppe Tornatore

Strano questo 2016. Anno in cui escono film di registi che non ammiro per niente e che invece mi hanno profondamente colpito. Genovese con il suo bellissimo Perfetti Sconosciuti, Tarantino con il suo splendido western e sopratutto, Tornatore, con questo film. Forse non del tutto riuscito, forse con tanti diffetti, ma qui non ci vantiamo di esser critici cinematografici e il cinema ci serve anche come scusa per pensare/riflettere su altro. Questo film mi ha fatto riflettere molto.





Storia dell'amore tra un professore universitario e una studentessa che si interrompe per la morte di lui. Lei è disperata, ma continua a ricevere messaggi, mail, sms, dal defunto. Come mai?
Messa così pare un film che affronta temi paranormali, ma non è affatto così. A meno che non si pensi che l'amore sia un fenomeno paranormale, e in questi tempi di mediocre cinismo dominante mi sa che potrebbe esser il pensiero comune.  Invece il tema è altro ed alto. Quando ami tanto una persona sei felice e vorresti che la cosa durasse sempre. Solo che il nostro sempre ha le ore contate, non essendo immortali. Per cui: come possiamo accettare di morire, lasciando sola la persona che amiamo e sopratutto senza poterla aiutare a superare quei traumi, quelle debolezze, quelle zone buie, che la tormentano ingiustamente. Per questo il protagonista decide di usare un piano  intricato di messaggi, video, e altro, con l'aiuto di amici, conoscenti, per non lasciare sola la sua amata, aiutarla a superare un suo trauma che è diventato senso di colpa soffocante, e poi prepararla - forse- a esser libera. Ormai pronta per vivere.
La morte che si sconfigge da sola attraverso la comunicazione, l'amore che pur in modo illusorio tenta una strada cocciuta di sopravvivenza. Sono cose che mi hanno colpito molto. Perché, tutti noi che siamo innamorati sappiamo benissimo quanto sia dura separarsi dalla persona che tanto amiamo. Durissima. Forse i mezzi tecnologici e l'empatia degli altri potrebbero aiutarci. Forse.
Per il resto La Corrispondenza è un film che conquista più che per l'esser oggetto cinematografico in sé, per i pensieri sul tema della vita, dell'amore, delle relazioni umane- anche quelle che nascono da un certo astio come quella tra la figlia del professore e la studentessa- che vanno recuperate, sull'attenzione per l'altro.  Una piacevole sorpresa

mercoledì 13 luglio 2016

La Sposa Bambina di khadijia Al- Salami

Quanti danni può creare l'ignoranza e le cattive tradizioni, nella vita delle persone? Quanto dolore possono portare nella vita di esseri umani troppo piccoli per poter sopravvivere a certe terribili cose? E quanta colpevolezza c'è, in chi le mette in pratica o segue senza pensare ai danni che procura?
Questa pellicola ci fa riflettere su questi punti, ma non solo.  Mostra anche la mancanza di solidarietà che le donne in certe parti hanno per altre donne.  Arrivando a comportarsi peggio dei maschi.  Lasciando che una bimba di dieci anni venga venduta come sposa e ppoi maltrattata, violentata,  umiliata, da suo marito.
Ci mostra il mondo chiuso, autoreferenziale, assurdo, delle montagne, dei piccoli paesi, in contrasto con una città che li chiama come forza lavoro, ma non li vuole e li respinge.





Non c'è bisogno di scioccare lo spettatore, di fare prediche indigeste, di condannare totalmente un popolo, o una nazione. La realtà è molto complessa e se dovessimo trattare tutto con rabbia e pregiudizi non finiremo mai di far danni.  Questo non vuol dire aver la sindrome del "buon selvaggio" per cui ogni cosa che viene lontano da un occidente corrotto e decadente, come lo vedo e penso io, peraltro, sia da non criticare o accettare perché " anche noi..."
I film hanno, tra le tante cose, il diritto e dovere di farci riflettere. Poi spetta a noi approfondire e confutare le tesi della pellicola. Questo film ci mostra la tragica esistenza di tante bimbe dello Yemen, vendute dalla famiglia, spesso per reali problemi economici, e costrette a un matrimonio con uomini adulti. Ci parla delle violenze, del dolore, ci ricorda che tante di esse muoiono per gli stupri subiti.
E ci pone una domanda: ma le donne? Perché non sono minimamente solidali tra di esse? Visto che tutte non fanno altro che criticare la piccola protagonista o ad ostacolare la sua scelta di libertà.  Per fortuna incontra un giudice comprensivo e la sua famiglia che l'aiutano.

L'opera descrive benissimo la difficile vita di chi viene dalle montagne, le difficoltà,  l'odio che i cittadini hanno per  loro, e di come vengano trattati- il fratellino della protagonista- da pezzenti e schiavi in Arabia Saudita.  Mostra i danni che l'ignoranza procura alle persone, a come le rende disumane, o li spinga a compiere scelte errate e sbagliate.  Mostra sopratutto il grande coraggio di una ragazzina di dieci anni. Che contro tutto e tutti, aiutata da un giudice, riesce a tornare a vivere. Come dovrebbe vivere una bambina della sua età