domenica 5 maggio 2019

DAFNE di FEDERICO BONDI.

Nella vita di ognuno di noi c'è una bellezza pronta a brillare, a prenderci per mano nei momenti più duri e difficili, quando magari pensiamo che la morte o abbandonarsi al dolore sia la sola e unica soluzione.
D'altronde questa è la nostra società: un luogo dove la gente si crea libertà fittizie, si giustifica,  si illude di vivere una vita ricca di felicità e fuori dalle regole. Tutto per non sentire i graffi sull'anima,  la mediocrità di una piccola sofferenza quotidiana. Infelici che fanno di tutto per far credere agli altri che vivono esistenze degne di una rockstar.
E poi ci sono quelli per cui tutto fa schifo, pieni di rancore e cinismo di seconda mano. Per cui tutto è deciso a prescindere dal destino e se nasci in una condizione apparentemente sfavorevole  non puoi farci nulla.
Tutte queste persone hanno in comune la paura di vivere e lo scarso interesse per gli altri.  Sono quelli che reputano giusto evitare la nascita di persone disabili o con problemi, nascondendo il loro nazismo dietro discorsi ti po " ma povero che vita farà".
Farà la sua vita, vivrà difendendo quella bellezza che appartiene a noi tutti. Senza distinzione, senza differenza, perché tutti siamo in grado di gioire, ridere, piangere, provare felicità e dolore. Certo, con alcuni bisogna impegnarsi ed è difficilissimo.
La vita è difficile, non quel gioco eterno senza regole e conseguenze che alcuni pensano sia.

Tutto questo per invitarvi ad andare al cinema a vedere questo magnifico film  italiano: Dafne.  Terza opera di uno dei nostri registi migliori, Federico Bondi, il film narra la storia di una figlia e di un padre alle prese con un lutto (la morte della moglie e madre) che li colpisce all'improvviso durante una serena estate.  La perdita di una persona che amiamo ci porta ad agire in modi diversi, a far i conti con quello che siamo.
Bondi è uno straordinario sceneggiatore e regista, uno di quelli che presta massima attenzione ai personaggi e alle relazioni che stanno alla base delle nostre esistenze. Nessun uomo è un'isola, anche se fa di tutto per rinchiudersi e usare il dolore come muro con gli altri.
Dafne vive a pieno il dolore della scomparsa di sua madre, ma sa rialzarsi e trovare la forza di vivere. Grazie alla sua voglia di comunicare, di stare con gli altri. Bondi ci mostra una realtà in cui una giovane donna con la sindrome di down è circondata da amici e persone che le vogliono bene, principalmente perché lei è la prima ad aprirsi al mondo Lei rende la morte della madre qualcosa di vivo, un ricordo presente che non le sottrae nulla ma l'aiuta a vivere. Il padre invece abbandona il lavoro, si lascia travolgere dalla perdita e si chiude in sé stesso e nella sua disperazione.
Bondi descrive queste reazioni attraverso scene che non sfociano mai nel melodramma, ma nemmeno sono trattenute. C'è tutto il dolore, la differenza di una reazione a un fatto così duro da gestire, ma sopratutto quello che importa è il legame padre e figlia.
L'uomo rischia di perdere anche l'affetto della figlia se non riesce ad uscire dalla sua prigione di dolore e depressione. Lei però non si dà per vinta e propone al padre di recarsi al cimitero dove è sepolta la madre, in un piccolo paesino di montagna.
Quella che per molti è una persona destinata all'infelicità, una di quelle che saranno un peso per i genitori, si mostra una giovane donna combattiva, capace di vivere il lutto, elaborarlo, e spingere il padre a trovare le forze per uscire da una situazione che si fa sempre più difficile.
Il cinema di Bondi è un cinema di personaggi, basterebbe ricordare la sua stupenda opera di debutto " Mare Nero", e anche in questo caso la trama è il pretesto per entrare nella vita di due persone comuni, normali, anche mediocri. Perché oggi se non urli a tutto il mondo la tua presunta trasgressione sei considerato come una cosa di serie b. Invece le persone comuni, normali, sono il sale del mondo e delle migliori storie. Eroi silenziosi, persone capaci di prender in mano la propria vita e di brillare di bellezza.
Dafne e il padre fanno parte di questa categoria.  Lei con la sua forza dirompente, la voglia di parlare, di piangere tutte le lacrime senza vergogna. Il padre lasciandosi travolgere dalla depressione, isolandosi, annegando in un mare di noia e sofferenza.
Tuttavia la pellicola non accetta la banalità dei deboli e dei codardi. Quelli per cui le cose vanno sempre male, perché vivere ci impone troppi ostacoli difficili da superare e allora abbandoniamoci in un pessimismo rassicurante.
Bisogna tentare, agire, muoversi, vivere. Anche fallire, sbagliare, farsi male, ma perlomeno si è tentato di migliorarsi, di non arrendersi prima della battaglia.
Questa è la storia di un film  che meriterebbe maggior spazio nelle sale, merita di essere visto da più persone possibili perché ha una forza, un coraggio, una tenerezza, così profonde e toccanti che ti rimangono nel cuore per settimane e settimane. Uno di quei film che di tanto in tanto rammenti, magari  con commozione ripensando alle parole del padre che confessa quanto sia stato difficile per lui avere una figlia down e di come solo la forza della moglie gli ha dato il coraggio di amare quella bambina.
Applaudiamo al cinema Stenesen di Firenze che ha sostenuto e dato tanto spazio a questo ottimo film, nondimeno gradirei che opere simili raggiungessero più gente possibile, Di altre città, regioni, che abbia una visibilità e tutta la pubblicità che serve per far conoscere alle masse il nome di uno dei registi più sensibili e bravi della nuova generazione.
Gli italiani sono gli unici al mondo che si sentono patrioti su molte stupidaggini e poi fanno di tutto per affossare quel di buono che abbiamo.
Il cinema italiano è ottimo, in salute, capace di donarci storie meravigliose e importante. Non ha nulla in meno del resto del cinema mondiale.  Dafne è un esempio lampante di questa rinascita del nostro cinema.
Un film piccolo, fatto di poche cose, ma pieno di vita e capace di donarci personaggi eccezionali, indimenticabili, recitati benissimo dai suoi protagonisti.   Carolina  Raspanti è bravissima nel ruolo di Dafne, ogni emozione è gestita con la bravura di una grande attrice.  Segno anche di un incontro felice col regista e di come egli abbia saputo gestire benissimo sul set l'atmosfera delle riprese. Anzi vi spingo a ricercare in rete le interviste rilasciate dal regista e alla protagonista per capire come è nato e si è sviluppato non solo un rapporto di lavoro ma umano.
Dafne parla di questo: rapporti umani e di come ognuno di noi abbia la forza per elaborare un lutto o superare una difficoltà.
Un film importante presentato con successo a Berlino dove ha vinto il premio della critica, una pellicola che non ci concede nessun tipo di difesa, commuove, diverte, abbatte ogni barriera tra pubblico e attori (straordinario anche Antonio Piovanelli nel ruolo del padre, interpretazione fatta di piccole cose ma efficaci).
Un inno alla vita e alla sua bellezza che resiste a tutto. E alla nostra forza di reagire. Un film che è dovere di ogni spettatore, non solo vedere, ma pubblicizzare per farlo conoscere a più gente possibile.
Bondi è davvero un regista strepitoso che merita la massima attenzione e partecipazione da parte del pubblico.

lunedì 8 aprile 2019

Us di Jordan Peele

La bellezza del cinema di genere è che, pur rimanendo sempre uguale a sé stesso, pur essendo chiuso in regole ben precise,  ha una forza libertaria, un'attenzione ai sotto testi, che spesso manca in altri tipi di film considerati "più seri".
Tra i generi cinematografici, l'horror è quello che maggiormente offre spunti e riflessioni che vanno oltre le regole, i luoghi comuni. In realtà gli Autori non sono solo quelli che fanno del meraviglioso cinema artistico, sperimentale, d'avanguardia, per me si possono considerare autori anche molti registi/sceneggiatori specializzati in horror, noir, western, musical, melodramma. Perché usano questi generi per darci un'idea precisa della società, delle relazioni tra persone. Hanno uno o più temi e cercano di portarli avanti mascherando il tutto con sparatorie, investigatori privati, canzoni e balli, o  mostri e omicidi brutali.
Non che il genere puro sia spazzatura, anzi ad avercene di film di puro intrattenimento, ma il fatto che un regista con buone potenzialità decida di dedicarsi a un genere spesso considerato come qualcosa di grossolano e ridicolo,  lo considero un fatto che ci riempie di gioia e piacere.

Opera secondo di un autore che forse definire promettente non è del tutto giusto (ormai è una conferma) il film ha la struttura di un classico film horror: una bambina a cui capita qualcosa di terribile, lei che crescendo torna nel posto in cui tutto è cominciato in compagnia della sua famiglia, pericoli dovunque e un senso di disagio che diventa realtà quando l'antico orrore torna a rifarsi vivo.
Sono sicuro che vi siano centinaia di film horror con questa trama e struttura. Di nuovo è il chi e il come che pesano e fanno la differenza.
Questa trama di base ci serve come trampolino per lanciarci nelle oscure acque di una riflessione più profonda e inquietante di quanto si possa pensare.
Us, come "noi", ma anche come United States. Non per nulla in una scena alla domanda della protagonista rivolta all'antagonista: " Chi siete voi?", la "cattiva" risponde: "Siamo americani"
Quel "noi" quindi non è tanto legato al microcosmo famigliare, alle colpe dei singoli, ma è parte integrante della storia americana. Un paese dove alcuni vivono alla luce del sole, hanno esistenze apparentemente lisce, fanno soldi, si sposano e mettono al mondo figlioli belli e che faranno strada nel mondo. Mentre altri sono condannati a vivere rinchiusi in posti angusti e scuri, scimmiottando la vita, i desideri, le speranze, di quelli che sono liberi.  In poche parole Peele ci spiega l'essenza stessa della nostra società, di come si è devoluta dal 1989 ad oggi.
Un mondo in cui tutti hanno l'illusione di essere liberi, di conquistarsi un pezzo di felicità, ma in sostanza sono dei poveri doppi, legati all'illusione disperata di vivere come quelli che stanno bene. Ma in realtà schiavi della miseria, della violenza, di una esistenza da bestie( e infatti i "rossi" si muovono come animali selvaggi).
Questa è una delle tante letture che possiamo dare al film, quella che preferisco perché amo i film di genere e di militanza politica/sociale. Possiamo anche ragionare su un tema più legato all'individuo e alla sua natura, quindi in questo caso Us è proprio Noi, cioè la rappresentazione in carne ed ossa dell'Es. Mentre le famiglie e persone che stanno alla superficie sono guidati da Io e Super Io. Cioè la parte razionale, cosciente, che crea regole e le segue, quella che ci permette di convivere più o meno civilmente con gli altri. Per cui la domanda che il film ci pone è : " Se non dovessimo tenere a bada il nostro lato più oscuro e crudele, che capiterebbe?" Si badi bene che non parliamo di mostri che prendono possesso del corpo o della mente di onesti e pacifici cittadini, ma di una parte integrante  di quegli onesti cittadini. Soffocata e ripudiata, ma pronta a prendersi il suo posto al sole.
Non possiamo nemmeno ignorare la radice forte e profonda legata all'appartenenza al mondo afro americano.  Peele è un po' lo Spike Lee del genere horror, il suo essere afro americano è elemento principale per le sue storie. Mai era successo che un film horror ( non legato al mondo della blaxeploitation e affini) fosse interpretato da un cast prevalentemente di colore. Mai agli afro americani si offre la possibilità di interpretare personaggi legati alla loro storia, ma non "macchiette" filtrate per divertire un pubblico di bianchi. Peele consegna alle masse black americane un film fatto (anche) per loro. Quindi la riflessione politica, di cui accennavamo qualche paragrafo sopra, potrebbe essere legata alla vita dei neri in America. Costretti a vivere secondo le regole dei bianchi, divisi loro stessi in classi o surrogati di esse
Quello che Malcolm x chiamava "il nero di casa" e l'afro americano destinato a una vita selvaggia, nei campi, nelle baracche, nella miseria, covando rabbia e desiderio di riscatto.
Us è un film più complesso e riuscito rispetto alla precedente opera di Peele. Non è un capolavoro, non è perfetto, ma ha una sua identità precisa, una scrittura brillante ( giusto per far riflettere sul fatto che una buona sceneggiatura è fondamentale) e una regia che ci dona momenti di grande cinema.
Quel cinema che ci dona nuove riflessioni, nuove scoperte, ogni volta che ripensiamo al film.  Perché dopo tutte queste riflessioni su quale sia il significato di questa pellicola, il finale - davvero ottimo- ci porta da un'altra parte, ci racconta di come noi uomini siamo frutto del nostro ambiente sociale.
Spazzando via le cazzate dei liberali sull'uomo libero e le loro libertà di carta.

mercoledì 20 febbraio 2019

Green Book di Peter Farrelly

Green Book, tradotto vuol dire "Libro Verde". No, non è quel magnifico trattato politico che era la costituzione libica,  ma più prosaicamente un itinerario in cui si mostra e si indica agli afro-americani in viaggio, dove sostare, che strade fare, vuoi mai che tu possa dormire nello stesso motel dove sta un bianco!
Sopratutto nei primi anni sessanta, per un nero non era facilissimo muoversi e vivere negli Stati Uniti. C'era la segregazione, bombe nelle chiese. linciaggi.Insomma non era proprio un bel posto. Come ben sappiamo ci sono state lotte sacrosante da parte della popolazione afro americana. Lotte che spesso si contaminavano anche con un discorso di classe e questo contraddistingue il movimento per i diritti degli afro americani, rispetto ad altri più borghesi e di maggior successo tra i bianchi e bianche.
Questo film è ambientato in quel contesto sociale e politico ma non confondiamolo con opere (come ad esempio Detroit) che puntano di più sulla denuncia e sulla rappresentazione del conflitto. Il problema razziale è presente, in ogni fotogramma, ma è lasciato a qualche esplicita scena, peraltro legata a fatti quasi marginali, non violenti e tragici, ma per questo ancora più incisivi.  Per il resto della durata il tema razziale è in sottofondo. Legato ai dialoghi, agli atteggiamenti, e alle dinamiche tra i personaggi. Tutto questo perché Green Book è una commedia, non un dramma.  D'altronde il film è diretto dal tizio responsabile, insieme al fratello Bobby, di pellicole come "Scemo e più scemo", "Kingpin", " Tutti pazzi per Mary".  Il registro che gli appartiene è quello della gag, della leggerezza, non del cupo e radicale dramma politico.  Io credo che questo possa giocare a sfavore della pellicola perché la commedia è considerata dai dotti e sapienti e dagli eterni incazzati, come una sorta di sguattera, una  poco di buono, una creatura inferiore, nel e del magico mondo dei generi. Non è così.  Qui non puoi giocartela con un jump scare,  non ci puoi mettere una scena di sesso  dietro l'altra con il sax in sottofondo, o un po' di inseguimenti e sparatorie che alla fine il prodotto l'abbiamo portato a casa.
Nella commedia devi fare una cosa precisa e fondamentale, altrimenti rovini tutto: devi scrivere degli ottimi personaggi.
Personaggi, quindi esseri di finzione per cui farai anche uso di luoghi comuni. Sarebbe meglio evitarli, certo, ma è difficile se vuoi che il tuo prodotto sia visto da più persone possibili. Non è solo questo il motivo. Ecco, alcuni spettatori che la sanno lunga vivono in un magnifico mondo di cinema trattenuto, senza ricatti morali, senza retorica, senza film. Perché a furia di prosciugare rimani al secco.  In nome di questa lotta ideologica e auto referenziale al luogo comune, alla retorica, dovremmo aspettarci un italo americano che negli anni sessanta lavorava come buttafuori per il più celebre locale di New York (capito il soggetto?) non rozzo, 'cafone, con gesti e linguaggi scurrili, ma pensieroso, avido lettore e poeta, di larghissime vedute. In realtà sullo schermo vediamo una rappresentazione verosimile, che potrebbe anche non garbarci, ma che descrive il contesto sociale di quel tempo, la sua composizione e come vivono le persone frutto di quel tipo di ambiente.
La commedia usa i luoghi comuni, a volte malissimo come nei cinepanettoni, altre volte decisamente bene. Come in questo caso.
Quello che vediamo sullo schermo è un classico gioco di contrasti. Da una parte un proletario italo americano con tanto di famiglia chiassosa a seguito e amicizie non proprio raccomandabili, dall'altra un raffinatissimo musicista afro americano. Come è facile immaginare due uomini davvero all'opposto che finiranno per conoscersi ed apprezzarsi. Queste sono le regole del cinema medio e della commedia, sopratutto americana. Fossimo meno ossessionati dal dover scrivere "disturbante", "devastante", " visionario", capiremmo che non viviamo di capolavori e film spiazzanti, ma di pellicole medie. Non mediocri. Anzi, spesso questo tipo di cinema è girato con cura, attenzione per i personaggi, storie che tutti possono capire. Commuovono, divertono, intrattengono senza troppe sfumature, eppure alla fine sono quelle pellicole che a noi spettatori lasciano qualcosa. Perché la nostra vita è fatta di retorica, luoghi comuni, banalità. Prima lo accettate meno vi perdete in pensieri contorti, o se preferite: in seghe mentali.
Tony (un eccezionale Viggo Mortensen) accetta di accompagnare il musicista Don Shirley in una lungo tour attraverso tutti gli Stati del profondo Sud, nel ruolo di autista. Lo fa per soldi, per aver un lavoro, non tanto perché sia un convinto anti razzista.  Durante il viaggio i due cercano di trovar un modo decente per non ammazzarsi, non è semplice visto che l'italo americano è un logorroico senza freni e il rinomato musicista una persona spocchiosa e distaccata. Per cui non due personaggi che ti ispirano simpatia immediata. Tuttavia strada facendo verranno a galla, anche appena accennati. elementi che mostreranno quello che entrambi stanno nascondendo a se stessi e al mondo.  Tony  avrà la forza di metter in dubbio alcuni pregiudizi imparati per inerzia, perché li sentiamo tante di quelle volte da farci l'abitudine. Per cui non si è razzisti per un motivo politico, ma per consuetudine, costumanza, assuefazione.  Don avrà modo di ragionare sul suo distacco verso la sua gente, come se fosse una sorta di difesa contro il razzismo e l'odio dei bianchi. L'illusione che suonando per loro, forse un pochino si possa far parte di quel mondo inaccessibile a migliaia di altri afro americani. Nondimeno in più di un'occasione mostra grande forza e dignità, quando l'ipocrisia dei bianchi viene a galla.  Talora non c'è bisogno di un pestaggio o di una violenza fisica, basta esser costretti ad usare un lercio,  squallido bagno nel cortile di un bianco ricco (che poco prima ti riempie di complimenti per la tua musica) o non poter cenare nel ristorante dell'esclusivo Hotel nel quale andrai ad esibirti da lì a poco; per comprendere i danni fatti dal razzismo.
Un uomo quando assiste a queste cose può agire in due modi: 1) me ne frego. Non è un mio problema, 2) stare dalla parte di chi subisce questi atti infami.  Tony decide per la seconda possibilità. La cosa potente è che non si tratta di un intelligente ed istruito uomo di cultura  che comprende i meccanismi brutali del mondo in  cui vive. No, la scelta giusta è fatta da un uomo volgare e violento, da uno che oggi condanneremmo come populista, analfabeta funzionale, un proletario ignorante che pretende di poter votare.  Eppure questo uomo così pieno di difetti starà dalla parte del colto e sofisticato artista afro americano.
Green Book è un buonissimo prodotto medio, recitato davvero bene da Mortensen e Mahersala Alì. Un film che parla di amicizia, comprensione, confronto. La cosa divertente è che qualcuno ha il coraggio di lamentarsi di queste cose vedendoci del buonismo. Questo succede perché non siete più in grado di capire, apprezzare, sostenere la vita. Non quella piena di cose eclatanti o meravigliose, degne di eroi e martiri. No, quella banale, quotidiana, dove siamo chiamati ad agire in prima persona, in cui possiamo correre il rischio di pensare anche per gli altri, riconoscerci in costoro.  Pare una cosa da poco, sciocca anche, ma di questi tempi è un grande insegnamento.
Spesso i film medi sono pieni di ottimi spunti di riflessione, che noi rifiutiamo perché il regista non è quello della "crudeltà", del "pessimismo radicale", cose che ci consolano e ci fanno stare meglio. Perché se il mondo fa schifo e le relazioni non contano, mi basta scrivere "devastante" e poi farmi i cazzi miei. Ma se un'opera per le masse, per gli spettatori comuni, ci mostra una storia di amicizia (per giunta vera) allora dobbiamo piantarla di giocare a fare i fighi de facebook e domandarci come agiremmo noi. Dobbiamo confrontarci con le emozioni, i sentimenti, le scelte.
Alla faccia del "solito e innocuo filmetto hollywoodiano".

mercoledì 30 gennaio 2019

La Favorita di Y. Lanthimos

Io amo i film in costume. Quelle pellicole ambientate secoli fa, che narrano vicende di potere e amore ,possibilmente girate in un qualche lussuoso castello o palazzo signorile. Mi incantano i costumi, l'abbondanza di cibo,  il modo di esprimersi raffinato delle persone. No, vabbè in sostanza mi piacciono gli intrighi di corte, l'abilità di ottenere uno scopo usando astuzia e argomenti più o meno validi. Tra gli argomenti validi, io e il mio amico Niccolò Machiavelli, ci mettiamo anche l'omicidio con carcerazione di un nemico a scelta. Ah, quei secoli! Rammento con estremo piacere la gioia che provo vedendo capolavori come " Il leone d'inverno", " Un Uomo per tutte le stagioni", " Becket e il suo Re". Ah, dimenticavo... Questi film in costume da me tanto amati devono aver a che fare con l'Inghilterra.
Per cui l'opera a cui è dedicata questa riflessione indisciplinata rientra totalmente nel cinema che amo e amerò sempre.
Non fosse per un piccolo particolare... Non amo il cinema di Lanthimos.  Oddio, che bestemmia! Oddio che mancanza di cultura cinematografica!  State bbboni! Possiamo anche non amare il cinema di validi e ottimi autori. Perché lo stile del regista è respingente, o tedioso, o ci lascia del tutto indifferente. Indifferenza e il pensiero rivolto alle lancette dell'orologio, ecco cosa rappresenta per me il cinema del regista greco.
Proprio per questo motivo non avevo tutta questa voglia di andar a vedere questo film. Poi la passione per il genere e per gli intrighi ha vinto su tutto. Tranne che sul mio giudizio di questo primo della classe che ha imparato a memoria la tecnica dei maestri, di cui penso non guarderò le successive pellicole. Mi pare giusto. Ci sono troppe cose da vedere e non sono più giovane. Per cui mi concentro solo sulle cose che mi piacciono (anche di livello infimo rispetto al Maestro Lanthimos) lasciandolo a chi lo ama e prova gioia ogni volta che esce un suo film.
La vita in questo mondo è già durissima, lasciate almeno che andare al cinema  e veder i film sia una cosa meno cerebrale, intellettuale, cinefila e più legata alla gioia, alla passione, alla felicità (anche se magari il film è tragico).
In ogni caso, alla fine della visione posso dire che il film non mi è dispiaciuto.
Come possiamo rimanere indifferenti davanti a una tale prova di bravura delle protagoniste? Olivia Colman è straordinaria nel ruolo della Regina Anna. Non c'è nulla di regale, nobile, irraggiungibile in questa donna malata, sola, a tratti infantile che si ritrova a gestire una difficile situazione politica, manovrata da tutti e tutte.
Una donna che ama i suoi diciassette conigli, ognuno chiamato col nome dei suoi figli perduti. Una persona schiacciata da un destino crudele ma capace anche di usar questo potere per vendicarsi o sentire di aver un minimo di forza sull'altra persona. Difficilmente sullo schermo si è vista una regina così  debole e umana.  Come di fatto par fosse durante il suo regno. Costretta ad occuparsi della sua salute diede ampio potere ai suoi ministri, (il più abile di tutti fu il "tory" Robert Harley) e alle sue "favorite"  Sarah Churcill e Abigail Masham.
Il film narra lo scontro tra queste due donne per ottenere le grazie della regina e un potere non da poco.
Sarah Churcill è legata alla Regina da un forte sentimento e passione. Le due donne si conoscono fin da bambine o poco più,  il loro rapporto non si basa solo sulla gerarchia dei ruoli, sull'ipocrisia per rimanere intima di una persona potente.  Seppure problematico,  contorto, a tratti crudele tra le due donne c'è amore. Certo Sarah si sente intoccabile, invade spesso e volentieri il campo di Anna, prende decisioni politiche che non la competono, ma è forse l'unica che in fondo prova un po' di amore e affetto per la Regina.
Sarah è una scaltra stratega, una di quelle persone che conoscono benissimo le loro qualità e peccano di sicurezza nei confronti dei propri mezzi. Talmente sicura del suo potere anche- e sopratutto su Anna- da non accorgersi del gioco di Abigail, una sua lontana cugina.
Quest'ultima era una donna della buona società fino a quando suo padre ha perso tutto il suo patrimonio a causa del gioco d'azzardo. Comprata da un laido tedesco, ella subisce umiliazioni e violenze fino a quando prende a balzo la possibilità di far carriera nel castello dove risiede la regina.
Approfittando di una lontana parentela con Sarah, calcolando ogni parola, gesto, per scalzare la cugine e diventare la nuova favorita di Anna.
Ossessionata e tormentata dalla fame di potere celata dietro a un comportamento gentile, educato, modesto e una mancanza di morale che sarà fonte di vittorie e amarissime sconfitte.
La guerra tra queste due signore non è meno cruenta rispetto a quella che vede coinvolti i tory contro lo schieramento dei whig, o quello degli inglesi contro i francesi.
Nulla conta come mantenere il proprio potere a corte o in parlamento. Tutti si affannano a vincere e distruggere i nemici, ma sopra ogni cosa domina la misera condizione del genere umano.
Il film avvince proprio mettendo in scena questo scontro, appesantito per me da un fin troppo esibito auto compiacimento del regista,  i personaggi, i dialoghi, sono a tratti davvero eccellenti.  L'astuzia e scaltrezza femminile usate per intortare la regina o sbarazzarsi della rivale, sono il motore di questa opera. Si avverte il peso tragico del destino, di un potere assoluto che manovra i suoi rappresentati terreni, la profonda e inevitabile amarezza quando si scopre che la corsa al potere ci darà qualche vantaggio rispetto ad altri, ma alla fine siamo destinati a esser come i conigli della regina: liberi di correre nella stanza ma destinati a rimanere chiusi nelle gabbie.
Talora una gabbia è grande come l'ambizione di persone abiette o come un castello.

lunedì 28 gennaio 2019

GLASS di M. NIGHT SHYAMALAN

La bellezza del cinema e della letteratura consiste nel fatto che una storia e i personaggi possano vivere situazioni differenti seppure legati a un immaginario comune.  Prendiamo ad esempio i film sui supereroi. Quanti modi esistono per portare sul grande schermo la storia sempre uguale di un tizio che scopre di aver dei poteri e decide di usarli (quasi sempre) per far del bene? Tantissimi. Possiamo girare un film spettacolare e un po' fracassone,  decidere di approfondire l'aspetto psicologico su come sia vivere da supereroe, buttarla sula parodia. Tutto questo avviene perché conta la sensibilità dell'occhio del regista e dello scrittore. La storia potrebbe rimanere la stessa, ma è la visione che di essa ha il regista fa la differenza.
Shyamalan è da venti e passa anni che porta avanti una sua riflessione critica e " autoriale" sui meccanismi del genere. Cosa significhi girare un film horror o di fantascienza, le dinamiche per creare tensione,  il colpo di scena e le mosse giuste per arrivarci. In un certo senso i suoi film portano avanti un discorso, un ragionamento "metacinematografico". Come se la storia fosse un pretesto, un modo concreto di mostrarti la macchina-cinema al lavoro.  Egli ti indica tutte la parti del processo creativo per svelare quello che si nasconde dietro al cinema.

 GLASS è la terza parte di una trilogia sulla figura del super eroe, del cattivo nel fumetto e come si possa evidenziare questo modo schematico di creare personaggi anche nella realtà. Anzi, in questa opera andiamo oltre, si ragiona su chi sia in realtà un personaggio con poteri eccezionali e se per caso queste persone non siano del tutto lontane e diverse dal resto del mondo. Se i super poteri fossero innati in noi? Ma solo alcuni, per colpa di eventi traumatici devastanti, possono entrare in contatto con questa parte segreta dell'essere umano?
O forse, più prosaicamente, sono solo dei pazzi.
La pazzia, come possiamo anche leggere in numerosi documenti sul tema, porta le persone a sviluppare una certa forza, ad avere visioni, tutta una serie di cose tragiche e dolorose, ma che potrebbero essere lo sviluppo di qualcosa di diverso, decisamente altro e oltre rispetto a quello che la scienza potrebbe spiegare.
La parte migliore del film è quella ambientata in ospedale, e siccome codesta parte è molto lunga... Possiamo dire che Glass  sia un film riuscito! A me è piaciuto molto, pur condividendo le critiche mosse da alcune parti. Sì, è molto parlato e ci sono anche diversi spiegoni.  Sì l'azione latita e tutto quello che volete, ma io tutti questi elementi li ho ritrovati sempre nella filmografia del regista di origini indiane.
Oggi molti parlano di "Unbreakable" come di un capolavoro, un classico, un bellissimo film. Rammento che alla sua uscita piacque davvero a pochi. La maggior parte riteneva quell'opera tediosa, soporifera e troppo parlata.
La parola nei film di Shyamalan è fondamentale, importante, in quanto mezzo che ci condurrà alla rivelazione  di un elemento decisivo per il colpo di scena finale. Un linguaggio sempre diviso tra un quotidiano per nulla epico e il voler svelare i meccanismi del film che stiamo vedendo e del genere a cui appartiene. Sono molto particolari i dialoghi nei film del regista del " Sesto Senso". A me non sono dispiaciute affatto tutte quelle parti parlate nel film in questione.
Anche gli spiegoni, sai perché? Semplice: non leggo i fumetti. In particolare non c'è nulla che mi lasci più indifferente di un fumetto con un supereroe. Il fatto che nei dialoghi si facesse spesso riferimento al fumetto, al suo valore sociale e metaforico, di come essi non siano altro che spiegazioni di storie vere - per quanto ricche di possanza e meraviglia difficili da trovare nella nostra quotidianità- a me sono servite- pur dopo il terzo o quarto spiegone- a comprendere meglio il fascino di un mezzo di comunicazione da me ignorato. E poi non brillavo a venti anni, figurati ora a quarantadue anni. Avrei bisogno anche di un disegnino!
Il costo di aver dei poteri è forse la solitudine? Cosa significa essere figli, madri oppure semplicemente empatici nei confronti di persone con simili forze sovrannaturali? E quanto di queste forze sono davvero il dono di qualcosa che sta sopra degli esseri umani? O forse questa potenza è innata in noi, ma non la conosciamo, non sappiamo come usarla?  Questo film pone le seguenti domande e cerca di analizzare non solo la figura del supereroe ma di come esso è visto in società e di come siano fondamentali i rapporti con gli altri. Le relazioni.
Che sia quello di un padre stanco di fare l'eroe e di un figlio protettivo nei suoi confronti ( pochi lo hanno messo in risalto ma in questo film vi è un discorso su cosa significhi esser figli e padri per nulla banale) o di una madre e un figlio tanto fragile quanto dotato di una mente e intelligenza superiore, fino al malato di mente che potrebbe trovare un po' di pace se fosse trattato con dolcezza da un'alta persona in grado di capire il suo dolore.
Kevin vuole solo questo.  Il discorso passava sotto pelle nel film precedente ( l'ottimo Split) e torna in questo. L'arma in  grado di fermare l'Orda e la Bestia è proprio l'amore. Essere capito, compreso, accettato, amato.  Riconoscersi ed essere riconosciuto come essere umano da una persona estranea. Il personaggio di Kevin, proprio in questo ottimo atto finale, è tra i "cattivi" più strazianti e dolenti che siano mai stati inventati per il cinema. Le sue innumerevoli personalità, la protezione che l'Orda attua nei confronti di Kevin, è commovente. Come la sua fine.
James MacAvoy è straordinario anche qui. Sopra le righe, dice. Vorrei vedere con tutte quelle personalità in contrasto, diversissime, ovvio che si rischi molto. Tuttavia vi trovo una forza comunicativa a livello di tensione emotiva in questo personaggio e nell'attore che lo porta sullo schermo che a me convince e conquista.
Glass è un titolo in onore a un altro grande personaggio. L'uomo di vetro, interpretato benissimo da Samuel L. jackson, prima in "Unbreakable" poi in questa terza e conclusiva parte sulla nascita di un eroe (positivo o negativo).
Anche in questo caso abbiamo un uomo che soffre per via della solitudine, vittima della  malattia che segna la sua vita. Egli ha le ossa fragilissime e per questo ogni banale movimento potrebbe essergli fatale o doloroso. L'unico sostegno è la madre. La quale indirizza il nostro villain verso l'amore per i fumetti, l'immaginazione, dandogli uno scopo nella vita: cercare l'esistenza concreta e reale di un supereroe. E se costui davvero esistesse è chiaro che avrebbe bisogno di un grande antagonista per portare avanti la sua missione. Mr Glass sacrifica sé stesso al male per veder realizzata l'idea, la fede,  su cui basa tutta la sua esistenza. Non è cattivo perché vuol conquistare il mondo, non lo è perché nutre odio verso il genere umano, egli è razionale e lucido nei suoi piani criminali.  Lui non potrà mai essere un super eroe per via dei suoi problemi fisici, allora è destinato/costretto a interpretare la parte del cattivo.
La figura più "spenta" e malinconica del film, però, è l'eroe. David Dunn torna dopo venti e passa anni e il cameo in conclusione di Split.  Ma se gli altri due hanno ancora forza, verve, e un obiettivo forte, costui pare amareggiato, deluso, un uomo anziano che per dovere continua a difendere la città dal male, ma non viene accettato o premiato per questa sua opera fondamentale. Anzi, è ritenuto un criminale come Kevin e Mr Glass.
Willis in questo film è un uomo segnato, debole, e a cui è negata anche una uscita finale da star. Non c'è nulla di epico, trionfante,  nessun perdersi nella leggenda e nell'ammirazione delle masse, per David. Rimane l'amore del figlio, perché forse l'affetto e la tenerezza sono i nostri reali super poteri, in questi tempi di odio, rancore, disumanità.
Il film è anche una riflessione sentita, commossa, amara sul potere dell'immaginazione, del spingersi oltre, di essere differenti che si scontra con una repressione omicida, crudele, spietata eppure basata semplicemente sul mantenere l'ordine, la sicurezza e la tranquillità. Non tanto per omaggio al fascismo di ritorno ma come rassicurazione per i mediocri. Non bisogna eccellere in nulla. Questo vale per un eroe come David o come i cattivi alla Mr Glass o Kevin.
Questo film a me è piaciuto perché ricco di sotto testi, riflessioni non banali, considerazioni teoriche affascinanti. Non mancano anche i difetti, sopratutto nella parte pre-finale nel parcheggio dell'ospedale psichiatrico, ma sono dettagli.
Per me una degna conclusione di un lungo lavoro sulla figura del supereroe e dei fumetti da parte di questo ottimo regista.

martedì 22 gennaio 2019

Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno.

Uno dei miei  pregi è senza ombra di dubbio quello di non rompere le scatole con la storia della " meravigliosa commedia italiana di un tempo" contro la "bruttissima commedia italiana di oggi". Un discorso campato in aria che non tiene conto delle differenze sociali e politiche in corso. Ormai è da anni che anche la nostra commedia guarda più all'estero che alla sua storia passata. Questa cosa potrebbe essere un bene come un male, ma è innegabile che dovremmo affrontare il discorso un po' meglio di quelli che a quaranta e passa anni commentano con frasi o parole tipo: "lammmmerda".
Come ogni genere (zucconi che non siete altro e vi lamentate che in Italia non si facciano generi, la commedia è un genere e anche difficilissimo. Quello più consono a un popolo di commedianti) ci imbattiamo in prodotti orribili e altri decisamente riusciti.
Non ci resta che il crimine, fa parte della seconda categoria.

Massimiliano Bruno, a mio avviso, è tra i migliori registi di commedie che abbiamo in Italia. Una conferma di alta professionalità messa in scena ormai da anni.  I suoi film sono prodotti di largo consumo spesso legati a tematiche "sociali" impreziosite da una buona costruzione dei personaggi Film commerciali girati con gusto e quel pizzico di intelligenza che non guastano mai. Opere che ci garantiscono un pomeriggio o una serata divertente senza farci abbassare il nostro già basso quoziente intellettivo, con un uso parco dei luoghi comuni e doppi sensi. Insomma ottimo cinema artigianale. Capace anche di donarci uno dei migliori film sul tema del lavoro ( anzi la sua perdita)  e dello smarrimento delle classi lavoratrici, che è " Gli ultimi saranno ultimi".
Questo nuovo lavoro ( fra i tanti alla sceneggiatura collabora anche Nicola Guaglianone, uno degli sceneggiatori più apprezzati da parte del pubblico e della critica) si lascia apprezzare perché su una base di pura commedia italica aggiunge elementi di genere, che rendono la pellicola un caso unico e interessante nella nostra recente filmografia.
Anzi, la cosa davvero interessante a tal punto da farci gridare al miracolo è che Edoardo Leo non interpreta un laureato, il quale porello è tanto bravo ma in Italia ecc.ecc.. Qui ricopre decentemente il ruolo di uno dei capi della Banda della Magliana. Sai che gliene frega a costui della laurea, di giocare a quella roba con le scope e il blocco di pietra, o di gestire un agriturismo in campagna! Renatino era un gangster serio.
Il film narra la vicenda di tre amici che vivacchiano vite piene di mestizia, a cui cercano di rimediare inventandosi un tour nei luoghi in cui imperversava la famigerata Banda della Magliana. Un giorno, per caso, scoprono all'interno di un ristorante cinese una porta che li catapulta nell'Italia del 1982. Anno in cui noi vincemmo i mondiali e la banda accusò un durissimo colpo.
I nostri ritroveranno essi stessi da bambini, e cercheranno di usare le loro conoscenze del passato per far tanti soldi. Ovviamente si scontreranno con la Banda della Magliana.
Io non credo che l'originalità sia un pregio, non mi interessano affatto i prodotti alternativi che vogliono sconvolgere le regole di un genere. La solita vecchia canzone, se suonata bene, è apprezzabilissima. Tuttavia in questo caso i generi si mescolano bene tra di loro senza risultare forzati.  Ci sta che magari uno pretenderebbe una radicale sferzata verso il genere gangster o fantascientifico, mentre il tutto rimane ben saldo sul terreno della commedia italiana, ma il prodotto è davvero buono. Il cast è quello delle grandi occasioni, con un Marco Giallini che- come sempre- giganteggia e incanta e un bravissimo Gian Marco Tognazzi.  Non da meno sono Alessandro Gassman, Ilenia Pastorelli e il già citato Edoardo Leo.
L'effetto nostalgia per il tempo passato è lieve, come la sottile malinconia che caratterizza i personaggi.Non un capolavoro ma un film interessante e decisamente riuscito. Con alcune intuizioni e scene- la rapina travestiti da Kiss- che ( a mio avviso) entreranno nella storia della nostra commedia.

mercoledì 16 gennaio 2019

Benvenuti a Marwen di Robert Zemeckis

La forza del cinema è- e rimarrà- la potenza dell'immaginazione. Meglio: l'immaginazione come atto di insubordinazione (umana e commossa)alle regole della realtà. La vita vera dove spesso gli arroganti e i malvagi hanno la meglio e dove chi ha la colpa di essere diverso, quasi sempre, è destinato a una vita difficile e rischiosa.
Questo uso della fantasia, del sogno, persino della speranza, non è un modo per scappare dal mondo, cercare una distrazione inoffensiva e rassicurante. No.
Semmai è l'opposto. Cioè il tentativo testardo di non cedere al negativismo dominante nella nostra società, mantenere il cinema come una fabbrica di sogni ma non lontani da una profonda riflessione sulla società e il mondo.
Un riscatto morale ed etico, un terreno incontaminato dove costruire la nostra città
La città che potremmo riempire di amici, amori, dove essere eroi e annientate i nemici.
Un posto come Marwen

La storia vera dell'artista Mark Hogancamp, fumettista e fotografo. che ha la vita spezzata dopo un brutale pestaggio da parte di cinque ottusi reazionari infastiditi da un comportamento dell'uomo. L'odio per il diverso, il sentirsi dalla parte sana dell'umanità, fa crollare ogni piccolo elemento di rispetto e conoscenza dell'altro.; così a costoro par normale picchiare a morte una persona perché ama girare indossando scarpe da donna.
C'è un discorso presente, ma tenuto giustamente sotto traccia, quella non tanto dell'identità sessuale ma del piacere personale anche feticista e il modo diverso in cui è vissuto dagli attori in campo. Da una parte per qualcuno è un bisogno- giusto o sbagliato non è mia intenzione dar un giudizio netto in questo caso- che porta un minimo di serenità,  o la parvenza di essa. Dall'altra persone che non vogliono nemmeno capire cosa ci sia alla base di questo comportamento e si sente autorizzata a massacrare il "pervertito".
Tuttavia questa è la base di partenza di una pellicola magnifica, ricca di fantasia e immaginazione che si sposa perfettamente con una tecnica perfetta.
L'odissea che deve affrontare il suo personaggio per raggiungere "casa" è cadenzata dai racconti di guerra inventati da Mark.  In quei racconti, nella città immaginaria di Marwen, lui è libero di essere amato dalle donne che fanno paarte della sua vita, di vincere e sterminare i cattivi, di essere forte ed eroico.
Una liberazione o una gabbia, questa fantasia? Entrambe le cose. Da una parte è il sostegno di un uomo ferito, distrutto, con grossi problemi a relazionarsi con gli altri,  impaurito dalla vita  e dalle persone, ma dall'altra impedisce a costui di capire davvero la vita e le relazioni.
Non è una persona poco amata, Mark, tutt'altro! Ha molte amiche che lo seguono, una donna che si è innamorata di lui e la nuova vicina di casa, elemento di rovesciamento e cambiamento della sua vita, che ci tengono a lui.
Ecco Zemeckis, in questo film, mostra quei piccoli momenti di tenerezza, attenzione, quasi impercettibili che però fanno la differenza e ci fanno capire come le persone, in maggioranza, non siano uguali al branco di violenti. Intorno a Mark c'è affetto. Solo che lui ne vede una parte, incapace di affrontare il mondo .
Le fantasie eroiche (forse anche erotiche) di Mark sono realizzate in modo davvero impressionante usando  pupazzi con le facce degli attori, usando tutta la tecnologia possibile ma lasciando anche uno spazio per qualcosa di infantile e artigianale nelle bambole.  Par di star a giocare con i nostri Big Jim o Barbie, si avverte il senso ludico, la serietà del gioco, della rappresentazione del reale e delle persone che da bambini riempiva le nostre giornate. Poi cresci, devi essere operativo come galoppino di un imprenditore, essere efficace ed efficiente, devi produrre dimenticando la tua vita e la gioia profonda e seria del gioco. e del giocare.
L'intelligenza di questo ottimo film è lasciarci riflettere sui lati positivi e negativi di una vita dove la fantasia sia l'unica via di fuga da una disperazione assoluta, gestita benissimo da un bravissimo Steve Carrel, il film ci spinge ad aver fiducia nel nostro possibile cambiamento e riscatto e tutto ciò avviene grazie all'influenza positiva chce il mondo ha su di noi, in particolare su come l'amore possa spingerci a migliorare. Anche quando magari non finisce come vorremmo.
Poteva venir fuori un film morboso basato sui gusti del protagonista, poteva essere un film dal taglio documentaristico e didascalico su una vittima dell'omofobia e dell'idiozia, invece abbiamo una pellicola che unisce sapientemente fantasia e stupore con la realtà . Proviamo tenerezza vedendo il protagonista aggirarsi per la città trainando una jeep con a bordo le sue bambole (coperta di Linus e scudo contro il male che potrebbe incontrare stando fuori) sentiamo la sua sofferenza quando si sente in colpa, pensa di essere sbagliato e non ha la forza di sostenere lo spazio di un aula di tribunale in compagnia dei suoi assalitori. Per alcuni il personaggio di Carrel potrebbe non sembrare troppo simpatico, questo penso sia giusto. La vittima da sostenere non è solo quella che istintivamente apprezziamo, ma la dobbiamo sostenere per quello che ha subito. Come quando si sottovaluta il problema di una molesta perché a denunciarla magari è una persona con chiari problemi mentali.  Siamo troppo condizionati dalla simpatia e antipatia.
Mark è un uomo con i suoi limiti, potremmo anche ritenerlo respingente per quanto riguarda il nostro schema mentale ma non merita di rischiare la vita per un suo vizio. O piacere.
Il finale sarà criticato visto che viviamo in tempi in cui tutto deve essere cattivo, mai una gioia e così via elencando. Ma è una storia vera. Una storia che non finisce malissimo.
Marwen è un film che va visto perché in questi tempi l'ondata reazionaria si è resa protagonista di alcune cose spiacevoli. Locali pubblici in cui i proprietari si vantano di disprezzare gli omosessuali, di provare schifo per essi. Come se fossero chissà quali pericolosi criminali o portassero chissà quale malattia mortale e contagiosa.
Una parola oggi, una battuta domani e taaac, come per magia ci ritroviamo un ferito grave  se non un morto.
Marwen è prima di tutto una lezione di empatia nei confronti delle vite diverse dalla nostre. Non poco, direi.