domenica 1 dicembre 2019

Gli uomini d'oro di Vincenzo Alfieri

Forse ho una visione distorta della realtà, ma ultimamente noto che qualcosa si stia muovendo all'interno del cinema italiano. In particolare mi par di percepire una certa voglia di tornare al genere, a pellicole che si allontanano dalla commedia o dal rigoroso cinema d'autore, per scoprire il piacere di far cinema per masse, proponendo horror, melodrammi sportivi, film di super eroi, opere storiche. La cosa che apprezzo è sopratutto la grande professionalità con cui queste opere vengono fatte e presentate. Il problema è sempre quello di trovar persone ossessionate dal cinema di genere italico degli anni 70, fin troppo sopravvalutato e santificato in blocco, per cui non capendo la lezione di Tarantino, si pensa che bastino le citazioni, le frasi ad effetto e personaggi stravaganti per far cinema di genere. Come sempre gli alternativi e ribelli a cazzo di cane fanno danno al cinema, pensando per di più al genere come un tipo di cinema tanto popolare ma chissà perché anche di nicchia. La loro passione è assolutamente borghese, il loro ribellismo stesso è solo scontro generazionale e un vago esser contro il sistema.
Queste nuovi film invece non hanno paura di esser prodotti fatti anche per incassare, ma sopratutto sono fatti bene, senza quella cialtroneria che ha rovinato il cinema di genere italico, Cioè produzioni indecenti,  proposte fatte passar per cose che non erano,  sciatteria generale.
Oggi abbiamo ottimi film come questo "Gli uomini d'oro" che sono veri e propri prodotti di genere senza nessuna sciocca nostalgia per il passato e con una loro precisa anima, dimensione, identità.
Il film sfrutta un cast rinomato e molto amato dal pubblico generalista italiano, il che ci porta a credere che sia una commedia magari con robuste incursioni nell'azione ( e la paura che sia una cosa orrenda come Ma che ti dice il cervello?) legata comunque a tempi comici, uno sguardo affettuoso verso i perdenti,.
Invece questo film di Alfieri ci spiazza proprio per la grande amarezza, durezza del racconto.  Tratto da una storia vera che fece scalpore negli anni 90, tanto da esser alla base di un altra ottima pellicola : Qui non è il paradiso di Gian Maria Tavarelli, ci viene narrata il furto da parte di alcuni  trasportatori delle Poste del denaro che ogni giorno prelevano e depongono in un giro alienante e senza un momento avulso dalla noia di ripetere sempre gli stessi percorsi, gesti, mentre tutto quel denaro potrebbe cambiare per sempre la vita di ognuno di loro.
Luigi è un napoletano che proprio non riesce a vivere nel tetro nord sempre plumbeo e freddo. Torino è una trappola, vorrebbe solo partire per il Costa Rica e vivere alla grande. Avise è il suo collega, nordico, taciturno, scontroso, chiuso, L'uomo soffre di gravi problemi cardiaci, ha una famiglia a cui vorrebbe dar di più, tanto che fa tre lavori pur di mantenere un livello di vita decente. Infine c'è Il Lupo, un pugile di scarsa fortuna, titolare di un pub, in cui lavora Avise, costretto a picchiare la gente per conto di uno strozzino ( uno straordinario Gian Marco Tognazzi attore che di film in film sta davvero crescendo molto).
Il loro desiderio di uscire da una vita mediocre, la paura di non lasciar traccia alcuna, la voglia di far la bella vita piena di beni materiali e di consumo, li spinge a organizzare una rapina. Luigi e Avise ruberanno il denaro che ogni giorno trasportano.
Hanno obiettivi e motivazioni radicalmente diverse, li unisce solo la rabbia e la scontentezza per come campano  e tirano avanti.
 Tutta la parte dela rapina è girata benissimo: ritmo serrato, tensione crescente, ottima prova del cast.  Però la cosa che a me piace assai è la totale mestizia con cui si narra la loro storia, Nessuna redenzione, nessuna vita meravigliosa, niente che possa dar soddisfazione. Come se l'uomo non avesse altro conforto che nell'accettazione di quello che ha e di quello che può fare, non "vuole" fare o peggio ancora essere.
Il sogno non appartiene a questo mondo.
Gli attori sono molto affiatati e convincenti, ma è sopratutto Fabio De Luigi la sorpresa. E che meravigliosa sorpresa.
Siamo abituati a conoscerlo come comico ( io lo adoro fin dai tempi di Mai dire goal) ma al cinema ha interpretato opere perlopiù dimenticabili - anche " Metti la nonna nel frigo" era una commedia notevole- qui dimostra di esser bravissimo in un ruolo serissimo, doloroso, capace di lucida rabbia. Un perdente privo di quel glamour che tante volte troviamo nei nostri film. Avise è un uomo chiuso in una disperazione totale, che ama la sua famiglia ma è ossessionato, in modo distorto come succede con le ossessioni, dalla paura di non esser abbastanza per la famiglia, di non dar una vita ricca e sicura.
De Luigi riesce con poche espressione, parole trattenute a stento, rabbia esplosiva a commuoverci e provare anche avversione per esso.
 Non sono da meno gli altri interpreti, da Giampaolo Morelli, che ci commuove per la bontà e allegria del suo Luigi, un uomo che ama la vita, le donne, non vuole impegnarsi in niente, ma è buono e vuole solo divertirsi esser padrone del suo tempo. Edoardo Leo dipinge il suo Lupo come un uomo che vive di violenza ma è anche debole, incapace di gestire una relazione con una donna troppo libera, vive con pochi sogni ed è costretto a lavorare per uno strozzino. Leo riesce a farci percepire la tristezza e la mancanza di prospettive di questo personaggio.
Alfieri dal canto suo è un ottimo regista. Riempie il film di inquadrature non banali, raffinate e molto estetizzanti, ha un grande senso del ritmo e sa come scrivere dei personaggi che non sono mai macchiette ma persone vere.
 Lodevole l'uso delle musiche legate alle immagini. In poche parole questo è un validissimo, meraviglioso film che non dovreste lasciarvi scappare se amate le opere di puro genere.

giovedì 28 novembre 2019

MARRIAGE STORY di NOAH BAUMBACH

A volte basterebbe aver il coraggio di parlarsi, di dirsi le cose che ci feriscono e quelle che potrebbero esser la nostra salvezza. Però quante coppie hanno questa forza e coraggio? Non è facile, immediato  e purtroppo l'amore in questi casi può davvero poco.
Perché nella nostra società basata sul rifiuto del dolore, sulla paura di risultare vulnerabili è meglio lasciar le cose nel dubbio, nell'incomprensione. Troviamo conforto nel rifugiarci nelle nostre idee, nei torti che pensiamo di aver subito, senza pensare alle nostra mancanze o le giustifichiamo. Questo modo di agire non può che portare al fatto di ritenere normalissimo lo scontro, il dolore per la conclusione di una relazione e non ci si chiede mai come sia possibile che da nessuna parte possa giungere un aiuto per salvare un rapporto, per impedire che le persone si facciano male.
Perché è talmente scontato che le relazioni siano destinate a finire che non ci chiediamo mai: " Ma cosa avrei potuto dire o fare? Cosa avrei dovuto dir al mio amico, fratello, figlio?" e la cosa sconcertante è che il mondo esterno una volta compreso che vi sia una crisi concorre per portare il tutto su un livello burocratico, giudiziario, spersonalizzante e disumano. 
In questo film le cose di cui vi ho appena parlato sono chiare e precise sin dall'inizio. Ed è con pena, sconforto, sofferenza per due persone assolutamente belle, non crudeli, verso cui non è difficile empatizzare, che assistiamo a quello che gli capita. Gli avvocati che confondono il tutto con una guerra di genere, che usano mezzi sleali, che fanno a pezzi, pur di vincere, le persone.
Non una persona a caso o particolarmente cattiva, ma quella donna o quell'uomo che tanto abbiamo amato e che in realtà amiamo ancora.

 Nella crisi di questa coppia vediamo tutte le debolezze e fragilità accettate a prescindere su cui si basa la nostra società. Meglio abbandonarci all'ignavia della propria sofferenza che chiedere aiuto alla persona amata,  meglio usare l'alibi di caratteri diversi e dei litigi che comprendere a pieno che la relazione è composta da persone totalmente diverse tra di loro, per cui è normale litigare, annoiarsi, esser delusi ma proprio esplicitando queste cose e vedendole come parte della nostra vita, forse si potrebbe continuare una relazione non viziata da violenze o pesanti trascuratezze.
Però tutti ci comportiamo più o meno come questi due meravigliosi  e memorabili personaggi.  Decidiamo che la fine possa esser gestita civilmente e senza sofferenza, non tenendo conto che stroncare una relazione è un lutto vero e proprio, viviamo lo stesso dolore. E che la società per quanto ti ribelli si intrometterà e nn certo per darti una mano a rimediare.
La vittima vera di questo film è il figliolo, che vive sentimenti per lui grandissimi e difficili da comprendere, che vuol far di tutto affinché la madre non soffra dando la colpa al padre di ogni cosa,  ed è questa la parte più triste che si dovrebbe tener conto quando ci si separa, sopratutto quando la causa è una nostra mancanza, un ingigantire cose minime, e così via.
Tuttavia il film è bellissimo perché non si crogiola nel disfattismo totale, non è la solita ridicola solfa contro la coppia  e la famiglia, non è un inno alle cretinate tipo meglio soli che mal accompagnati e così via.
L'opera, interpretata benissimo da Scarlet Johansson e Adam Driver, mette in scena con precisione e affettuosa partecipazione gli errori che commettiamo, in buonissima fede, e di come il mondo ne possa approfittare. Quando tutto quello di cui abbiamo bisogno è tempo per noi, per comprenderci e aiutarci, come possiamo senza hollywood ending ma anche senza rovinarci l'esistenza.

lunedì 11 novembre 2019

MOTHERLESS BROOKLYN di EDWARD NORTON

Uno dei ricordi più cari che ho della mia infanzia e pre-adolescenza sono senza dubbio i pomeriggi estivi, quando la scuola era finita o stava finendo. Passavo quelle giornate a bere bibite fresche, vabbè latte e menta, a leggere ( lessi per due volte in cinque giorni It) o a veder vecchi film in tv. Tra una replica e l'altra dei programmi invernali, gli inutili best of delle varie sit- com, capitava di imbattersi in visioni che su una persona assai giovane possono risultare sovversive e potenti. Indimenticabili.
Da questi lunghi, caldi, oziosi pomeriggi estivi nasce la mia passione per il cinema americano di fine anni 40 e inizi anni 50, prima che Macharty facesse la sua comparsa sulla scena politica di un paese che si sogna democratico e libero.
Nella mia mente accudisco con cura e affetto le immagini di film come Bacio della morte, per via del personaggio ferocissimo di Richard Widemark, tanto per fare il nome di una pellicola.
Il film di Norton, in un certo senso mi ha fatto ritornare a quelle visioni.
Il film, tratto da un romanzo di Jonathan Lethem autore anche del soggetto, è un progetto a cui Norton pensava da anni e poi rimandato per molto tempo. Mi auguro possa aver un buon riscontro di pubblico perché è un omaggio sincero al genere e a quel periodo del cinema hollywoodiano.  In particolare apprezzo il fatto che non sia un'opera copia e incolla di classici del noir o dell'hard boiled e che faccia capolino anche una certa urgenza politica molto legata al cinema americano degli anni sessanta e settanta, quando la vecchia e pachidermica Hollywood lasciava spazio alle esigenze di narrazione figlie dei mutamenti politici e sociali.
Certo non è un film da seguire pensando ad altro, non c'è nel finale un regolamento di conti a colpi di pistola o altro. Esattamente come nel Grande Sonno, ci troviamo alle prese con un film dalla trama complessa e complicata, la vittoria arriva ma attraverso compromessi, un senso sottile di giustizia, per questo vi invito a prestargli massima attenzione.
Ecco, una cosa che è andata quasi del tutto persa: l'attenzione.  Ci stanchiamo subito, perdiamo la pazienza, vogliamo cose molto semplici e dirette, che al cinema ci siamo venuti per svagarci non per impegnarci e concentrarci su una visione o un racconto.
E non sto parlando di cinema altamente sperimentale, ma di un robustissimo, solido, ottimo film hard boiled/noir a sfondo sociale.
Sopratutto è un film di personaggi, ben legati al genere, ma strutturati in modo davvero notevole. Cioè con quel rispetto per la rappresentazione di persone con le loro paure e voglia di giustizia.  Senza la retorica dell'eroe privo di macchia e paura, o l'eroica portavoce del popolo che sulle barricate inveisce contro il cattivo di turno. I protagonisti sono uomini e donne problematiche, a partire dal protagonista, Lionel. Lui è affetto dalla sindrome diTourette ed è una rielaborazione della classica figura del detective di molte storie noir. Non è forte, un pistolero infallibile, un picchiatore o altro. Semplicemente non vuole che l'omicidio del suo capo e figura paterna di riferimento passi sotto silenzio.
Ecco, ho trovato molto bello il fatto che Lionel e soci fossero tutti orfani, ai quali il personaggio di Bruce Willis fa da padre, offre a loro un lavoro, una sorta di vita più o meno normale.
Le indagini portano a soffermarsi su un potentissimo uomo d'affari che tiene in mano l'intera città.  Ed è qui che entra in gioco l'aspetto politico del film: il problema dei quartieri abbattuti per far spazio a opere pubbliche o per trasformare zone assai popolari e abitate in prevalenza da afro americani, in quartieri per il ceto medio bianco.
Coetes nei suoi libri descrive spesso e volentieri i grossi problemi che la popolazione nera deve affrontare per tenersi case spesso anche malridotte . Il film di Norton affronta questo problema mettendo in luce le disparità sociali, l'indifferenza con cui i milionari gestiscono la vita degli altri, l'ingiustizia di un sistema democratico solo a parole.
Lo fa senza alzare troppo la voce, senza eclatanti scene madri, ma è preciso nella sua denuncia.
L'opera mantiene un giusto equilibrio tra speranza e amarezza, alla fine forse sullo schermo non vediamo trionfare la giustizia in modo spettacolare come ci piacerebbe ma rimane la soddisfazione che persone reiette, escluse, emarginate, possano lottare con fierezza fino a delle vittorie se  non della guerra perlomeno di qualche battaglia importante.
Per cui se doveste amare il cinema americano di fine anni quaranta, il noir/hardboiled, e i bei film classici, solidi, senza sbavature, ecco vi consiglio di andar a veder questo film per me assolutamente riuscito.

venerdì 8 novembre 2019

PARASSITE di BONG JOON-HO

La miseria puzza.
È l'odore dei fallimenti, delle sconfitte, dell'emarginazione, dell'esclusione, e quello non va più via, altro che l'odore del sesso! Mi si perdoni la citazione di una delle canzoni più brutte di Ligabue per parlare di questo autentico capolavoro del cinema. E non solo.
Domani sono trenta lunghissimi anni che festeggeremo la vittoria assoluta del sistema capitalistico, vuoi a volte tendente alla liberal-democrazia, altre a una sua versione più conservatrice. Tanti anni in cui ci hanno spiegato che siamo liberi, viviamo nella società in cui ogni tuo desiderio di cliente viene esaudito, puoi manifestare e scriver il tuo dissenso contro il governo,  non devi temere la polizia.  In poche parole anni che possiamo riassumere in questo patetico e ridicolo hastag : #staisereno.
Solo che questa libertà, serenità, tutta questa armonia è velleitaria, nascosta bene da un uso sapiente della propaganda. Talmente ottimo e ben strutturato che pensiamo di saper tutto del mondo perché ce lo dicono alcuni giornali, vedono in campo nazioni occidentali, e insomma siamo sopravvissuti al nazismo e al comunismo ( che rammentiamo abbiamo deciso esser la stessa cosa) quindi perché dovremmo metter in discussione il nostro stile di vita e sistema.
Tanto casomai le cose dovessero andar male e non ci fosse un partito comunista, socialista, pure socialdemocratico, in grado di poter gestire il malcontento delle masse, potremmo sempre usare lo spauracchio del sovranismo, del populismo, delle destre xenofobe che avanzano.  Problemi reali, concreti, che vanno combattuti, ma che non nascono per caso. Non si presentano come ospiti indesiderati in una festa famigliare, rovinando l'atmosfera perfetta di amore e rispetto tra genitori e figli.
Sono le devianze di politiche ben precise che non vogliamo abbandonare o rivedere. I tentativi di protesta, le richieste di sistemi alternativi, pur nel contesto di potere capitalista,  vengono snobbate, derise,  da un esercito di mediocri mestieranti della politica e della cultura.
Avete mai trovato un articolo di Domenico Losurdo su qualche giornale della borghesia liberale? Quanta discussione è stata fatta intorno a un libro come 23 cose che non ti hanno detto sul capitalismo di Ha- Joon -Chang, un economista con una carriera di tutto rispetto, guarda caso anche lui di origine coreana come il regista di Parsite.
Il film racconta la storia di due famiglie coreane. Una vive in povertà sotterrata in un seminterrato e vive di espedienti, lavoretti,  non sono dei buoni selvaggi come piace alla retorica e narrazione delle democrazie occidentali. Cioè non sono quei sottoproletari però intonsi da ogni tentazione quanto meno eticamente criticabile, o dal gran talento nascosto per cui con perseveranza alla fine possono far la scalata sociale. Non sono nemmeno quei poveri che ci piacciono ancor di più rispetto ai " buoni selvaggi",  mi riferisco a quelli pieni di timor di dio e del padrone, per cui  vengono ad elemosinare un po' di  beneficenza, un po' di comprensione, scodinzolando come bravi cagnolini.
No, questi sono il prodotto di fallimenti e sconfitte dovute a condizioni sociali ben chiare e precise, perché per quanto un delle classi inferiori possa farcela ad aver successo economico e prestigio sociale, le grandi masse non si avvicineranno mai. Non solo per demerito loro, ma un peso fortissimo ce l'ha la società sempre più classista e divisa in cui viviamo. Solo che, e questo è bene esserne consci, la lotta di classe l'hanno vinta i ricchi.
La classe media, i piccoli borghesi e i proletari senza coscienza di classe si sono fatti incantare dal discorso dell'invidia di classe, del fatto che più lavori e più ottieni, spesso in buonissima fede.
Dimenticano che l'odore pungente, soffocante, nauseabondo, della provenienza proletaria e sottoproletaria non va via. I ricchi la sentono, ne sono spaventati e disgustati.
Nonostante possano esser come la famiglia benestante di questo film.  Di fatto, a livello di relazioni personali, non fanno o dicono nulla di male contro i proletari che si sono infiltrati ( attraverso la menzogna e il furore accecante di poter vivere una vita decente di lusso e tranquillità)  nella loro magione, ma il regista attraverso alcuni dialoghi  ed espressioni di costoro ci mette in evidenza come non sia mai possibile la convivenza tra chi ha moltissimo e chi è dimenticato e invisibile.
Peraltro il tema dell'invisibilità dei poveri è espresso bene in un altro film molto bello e che consiglio, "Motherless Brooklyn" lo cito per farvi venir la curiosità su questa opera di Edward Norton.
Ritorniamo al nostro film coreano  I poveri certamente mentono sulla loro provenienza, sul fatto che non si conoscano, la cosa gli viene permessa dal fatto che l'altra famiglia è talmente distaccata dalla realtà,  che nemmeno si pongono domande e non osservano nulla.  Sono gentili perché possono permetterselo, la cosa viene spiegata benissimo dalla madre della famiglia "parassitaria".  Aggiungo anche la dignità, la morale, sono cose che i ricchi possono permettersi e che vivono come oggetti da indossare con le loro cravatte e i loro abiti da sera. Gli altri non hanno modo e tempo per recitar la parte di quello che non si è.
D'altra parte chi sono questi milionari? Chi sono queste persone perse nel loro lusso, nel gelo di una casa tanto bella e grande quanto vuota di vita ogni volta che mancano dalla scena i nostri cari "parassiti".
L'acume e l'arguzia di Bong Joon-Ho si vede da questa messinscena. Non abbiamo bisogno affatto di veder dei ricchi stronzi o esplicitamente ipocriti. Non lo sono, in questa pellicola. In buonissima fede dicono cose tremende ( come la padrona di casa che parlando col suo autista si mostra felice di un temporale che per lei ha abbassato le torride temperatura ma che di fatto ha distrutto la casa e la vita di centinaia di poveracci.) oppure ostentano fastidio per l'odore dei loro domestici.
Tuttavia questi anni che tanto piacciono a quelli della Repubblica e affini, oltre alle guerre per la libertà e democrazia, oltre alle missioni di pace fatte usando l'esercito, che ci hanno dato di evidente e terribile, anche se noi facciamo finta di niente? Ve lo scrivo? Ma sì!  La guerra tra poveri.
Il film infatti non si limita a mostrare l'invasione di una famiglia di esclusi sociali nella casa di pleonastici benestanti. Scava più a fondo e ci mostra come la società indifferente e auto referenziale dei "sciuri" proletarizzi anche fasce di media/ media-bassa borghesia. Gente che magari potrebbe vivere decentemente e invece è travolta dalla corsa all'oro o dai cambiamenti di rotta del capitalismo liberista e selvaggio.
Questa svolta all'interno della narrazione cinematografica porterà a soluzioni vicino alla tragedia, sempre in perfetto equilibrio tra dramma e farsa, e al magnifico, potente pre- finale e a un finale amarissimo e toccante.
Parasite è un film che ha il coraggio di metter in evidenza i rapporti sociali e i rapporti di forza, spesso dimenticati per un umanesimo alla Saverio Tommasi, di comodo spesso e volentieri. Come se l'individuo sia slegato dalle ingiustizie sociali, che di questi tempi non hanno nemmeno bisogno di essere palesi, avendo il totale controllo della politica, cultura, società, per cui delle vite dei singoli cittadini.
La divisione è visibile, ma noi preferiamo dar maggior importanza a problemi secondari o creare dei nemici tanto truci quanto idioti. Vediamo il fascismo nei paesi che meno ci garbano e non in quelli che tutto sommato collaborano con il nostro espansionismo economico e di stile di vita.
Questo film ci ricorda che sono fondamentali e importantissimi i legami e le relazioni sentimentali e umane ( infatti la famiglia di poveri è molto legata e unita non come quella ridicola dei ricchi del tutto incapaci di relazionarsi con i figlioli e tra di loro se non in modo meccanico o per eliminar un problema che non sanno gestire) ma che prima di tutto c'è il rapporto di forza tra classi. Dal 1989 siamo convinti che non esistano più le classi, che siano cose superate, ma in realtà è come la polvere sotto il tappeto. Come la famiglia benestante, noi non vogliamo veder davvero cosa si nasconde sotto la nostra casa, le nostre vite, provare empatia e compassione per gli altri.
La nostra non è gentilezza, non è educazione, non è niente. Solo un modo diverso di esercitar il potere e ci va bene che la retorica pacifista e non violenta di qualche intellettuale, qualche compagno che non ha compreso nulla di ciò che il comunismo è,  ci mantenga lontana la rabbia del popolo.
Rabbia che con pacatezza, serenità, civiltà, noi dirigiamo verso gli ultimi. Che i poveri si scannino tra di loro, mentre noi ci concediamo discorsi belli sulla fame nel mondo e l'ambiente, oppure proprio ce ne freghiamo che nemmeno sappiamo quali sono i problemi del mondo e degli altri.
Bong Joon .Ho estremizza il discorso che aveva portato avanti con Okjia,  in quella pellicola meravigliosa condannava l'ipocrisia della green economy e del capitalismo dal volto umano, qui ci fa vedere  come vivono le persone che comandano, con quanto distacco e noncuranza, con quanta ipocrisia insita nella loro natura umana.
In un tempo in cui il cinema occidentale ed europeo non è più in grado di colpire i nervi scoperti della società, (anche l'ultimo dei Dardenne per quanto buono mi è sembrato un passo indietro nell'analisi politica) la Corea ci fa dono di questo manifesto, di questo film-tesi senza la pesantezza retorica di cui spesso questo tipo di film  è farcito, per una lucida e spietata rappresentazione della vita vera e reale che gli esclusi e i benestanti vivono.
Opera imperdibile.

mercoledì 6 novembre 2019

Doctor Sleep di Mike Flanegan

Ho sempre pensato che il genere horror abbia una sua profondità e capacità di analizzare le dinamiche e contraddizioni nei rapporti/relazioni tra esseri umani. Narrare i cambiamenti della società e quindi delle famiglie.
Flanegan da sempre mette le relazioni famigliari al centro delle sue opere, uomini e donne che vivono un lutto potente e profondo, disfunzionali, eppure così umani e toccanti. Persone che vorrebbero vivere una vita tranquilla, normale, ma che per colpe loro o di altri, si trovano a combattere per la sopravvivenza.
Accadeva in " Absentia" o in "Somnia", era chiaro e limpido in "Hill House", questi temi tornano anche nella sua ultima opera per il cinema:  Doctor Sleep.
Non deve esser stato facile prendersi la responsabilità di portare sullo schermo l'adattamento al romanzo di King, sequel della sua opera letteraria "Shining".  Il problema non è tanto la storia scritta dal maestro del brivido americano, quanto confrontarsi con la sua leggendaria trasposizione cinematografica precedente, cioè "Shining" di Stanley Kubrick.
Non possiamo fingere che quando si parla dell'Overlook Hotel o di Jack Torrance, alla maggior parte delle persone venga in mente il film e non il romanzo. Sicché quando decidi di far un film tratto dal sequel del Shining  kinghiano non puoi sottrarti da confrontarti con un film che fa parte della storia e leggenda del cinema.
Inoltre di questi tempi la figura dello spettatore (indisciplinato o meno) che da un film chiede di esser conquistato, emozionarsi, spaventarsi, divertirsi, è stata pressoché sostituita da una massa di rompicoglioni che pretendono ogni volta di dar lezioni di cinema, spesso sprezzanti e superficiali, a chi il cinema lo fa. Per cui penso che per il regista non debba esser stato facile confrontarsi con il problema della reazione dei fans.
Tutto questo potere dato a masse di nerds non giovanissimi, è sintomo di un mondo dove non si è più cittadini, per cui persone mature che si confrontano con la vita, ma clienti, quindi eterni bambini che fanno le bizze e vanno coccolati e presi in considerazione.
A dir il vero, non ho letto in giro castronerie contro il buon Flanegan, sono contento per la mancanza di polemiche sterili.
Il film narra le vicende di Danny Torrance, ormai cresciuto ma ancora tormentato dai fatti che l'hanno coinvolto da bambino.  L'uomo è un alcolizzato che si trascina di bar in bar, di rissa in rissa,  fino a quando giunge in un paese e fa conoscenza con Billy. Qui farà i primi passi per  la riabilitazione, trovando un lavoro come inserviente in una casa di riposo per anziani.
Il libro punta molto su questo suo lavoro, perchè Danny userà i suoi poteri per condurre verso la morte dolcemente i pazienti. In queste pagine King crea dei momenti di tenerezza e commozione davvero efficaci. Flanegan li inserisce nel film ma la sua attenzione è rivolta ad altro. Non tanto al legame con la morte, quanto alla relazione con i vivi.
Il nostro protagonista infatti diventerà una figura di importanza fondamentale per una giovane ragazzina, Abra, la quale condivide con Danny gli stessi poteri. La ragazza trova in lui un padre, una guida, qualcuno che la possa aiutare. Sono una specie di famiglia, come in un certo senso lo sono i membri del Nodo, una banda di uomini e donne che si muovono di città in città per seviziare e uccidere le persone dotate del potere dello shining, al fine di guadagnare una sorta di eternità.
Costoro sono capitanati da Rose Cilindro,  un personaggio di villain davvero indimenticabile e di grande carisma ottimamente interpretata da Rebecca Ferguson,  a me questi del Nodo rammentano più i pionieri del selvaggio west che una comune hippy, ma il concetto di unione forte e solida tra di loro è messo in bella evidenza.
Il film parla di solitari sadici e feroci che per vivere devono ammazzare nei modi peggiori dei solitari e diversi dotati di poteri che potrebbero rovinar a loro la vita se comunicati agli altri.
Ecco, gli altri, cioè noi, manchiamo quasi del tutto nel film. Come se per le vittime del Nodo fosse impossibile richiedere l'aiuto a qualcuno che non sia identico ad essi.

Flanegan spinge anche molto sul tema vittima e carnefice.  Di solito nei film horror il cattivo di turno lo è fino alla fine. Non che Rose Cilindro diventi buona, no. Ma prova cosa significa perdere persone a cui vuoi bene e a provare lei stessa dolore fisico, quando si scontrerà con Abra. I ruoli si scambiano, tornano come prima, in un continuo modificar i rapporti di forza.
Questo serve per far comprendere che i cattivi lo sono per necessità, trascinati da una leader carismatica, che forse non ha mai potuto aver altra scelta.
Ora immagino che dovremmo parlare anche della parte finale, quella in cui Flanegan fa i conti con l'opera di Kubrick.
Io credo che abbia fatto le scelte giuste,  con un equilibrio tra omaggio rispettoso e idee nuove.  Non voglio scrivere altro, così lo vedrete da voi al cinema, o potete leggerlo sulle tante recensioni che si sono occupate di questo bellissimo film.
Io ho amato moltissimo il libro di King e ho trovato meraviglioso questa opera che conferma la bravura di un ottimo autore popolare, cosa che è il nostro amatissimo Mike Flanegan.
Aggiungo due link, uno è la recensione del libro, che vi consiglio di leggere, e l'altra è un articolo sul cinema che ripensa la famiglia, dove ho citato l'opera di Flanegan .https://bookkakelibriinfaccia.blogspot.com/2014/02/dr-sleep-di-stephen-king.html

https://www.ilbecco.it/il-cinema-che-racconta-e-ripensa-la-famiglia/
Buona lettura <3 p="">


martedì 29 ottobre 2019

TUTTO IL MIO FOLLE AMORE di GABRIELE SALVATORES

Sono un uomo (e uno spettatore) sentimentale. Mi piacciono le storie che parlano d'amore,  di amicizia, di famiglie. Mi commuove vedere sullo schermo delle persone che non sono risolte ed hanno difficoltà a vivere normalmente, che cercano di cambiare, prendersi cura di sé e degli altri, perché le cose non possono andare sempre male.
Ho perso ore e ore delle mie giornata estive, quando durante le vacanze stavo a casa da solo, a guardare le coppie al ristorante, o in giro per il centro, in particolare quelle anziane, aspirando a poter vivere anche io un giorno un rapporto così semplice e profondo, come quelli che vivono migliaia di persone.
Certo è vero che l'amore non ferma le guerre, non risolve il problema della fame nel mondo, ma ci rende più coraggiosi, ci costringe a non giustificare i nostri errori e debolezze, al contrario ci sprona a rivedere le nostre scelte, anzi ci spinge proprio a scegliere.
Grazie ad esso comprendiamo di poter farcela, almeno abbiamo tentato. Ovviamente non è solo questo,  credo che aver la presunzione di spiegarlo, catalogarlo, riempirlo di regole, sia una delle classiche devianze mentali tipiche dei nostri tempi.
Dobbiamo controllare ogni cosa, darci da fare con ogni mezzo per trovare la felicità, far sapere a tutti che siamo persone soddisfatte perché abbiamo una vita piena di sballi,  sesso occasionale,  contro ogni regola, come se vivessimo in un'adolescenza eterna e senza scampo. Desideri e modi di esprimerli sono pressoché gli stessi.  L'amore ha a che fare con la crescita,  la responsabilità, la condivisione, è un passo nel buio verso un'altra persona che ci sta aspettando, ma di cui forse conosciamo solo l'idea che ci siamo fatti su di lui o lei.
Capisci quanto impegno ci si debba mettere per amare qualcuno? Non parlo solo di una relazione amorosa tra un uomo e una donna, ma anche quella- forse la più difficile e complicata- tra genitori e figli.
Cosa ci rende un buon padre? Cosa ci prende quando scopriamo che abbiamo dato vita a un altro essere umano, nato da noi, ma così diverso?  Mi piace citare spesso Alice Miller perché sono convinto che spesso l'idea che la società impone di buon genitore sia del tutto mendace e fallace.
Nei suoi libri,  la psicanalista svizzera,  mette sempre in allarme circa la pedagogia nera, cioè quel modo di educare il bambino attraverso punizioni, educazione, regole imposte, che è alla base di molti disastri invisibili. Sì, quelli in cui a un certo punto uno si chiede dove avrà mai sbagliato? Quelli che il ceffone è per il tuo bene ( mi rattrista notare quanti siano di questa idea così cretina) o che il figlio e la figlia debbano crescere come i genitori hanno pianificato, spesso vuol dire ottimi voti, buon lavoro, una famiglia solida con poco amore ma tanta roba da metter in evidenza.
Ci vuole poco per combinare disastri, ma altrettanto ce ne vuole per far del bene. La risposta è banale, a noi non piace perché siamo talmente liberi e moderni da non aver nulla da ridire sui tempi carichi di odio e malessere che viviamo, ma per favore... non si dia mai importanza o peso all'amore! Sono smancerie per buonisti.
Invece alla base di qualsiasi buon rapporto c'è l'affetto e l'amore. Vuoi da parte dei testimoni soccorrevoli o consapevoli, come li chiamava Alice Miller,  tuttavia basta davvero poco per capire come le cose vadano meglio quando non ti vergogni di amare e di dare/ricevere affetto. Il resto segue a ruota.
Io per anni ho vissuto difendendomi dall'amore, respingendo ogni tipo di contatto fisico o spirituale.  una profonda disistima? Probabile. Fatto sta che ho sempre vissuto una dinamica contraddittoria tra la mia vita in un mondo tutto mio ( fatto da canzoni d'amore e tanto musical dove vivevo intensamente ogni sentimento o relazione) e quello con cui mi scontravo/vivevo nella realtà.
Sono una persona che di fronte alle cose che ama si blocca. Fisicamente e moralmente.  Amo cantare, ma uso la scusa che sono stonato per non cantare, mi piace ballare, ma mi dico sembro uno scemo e sto fermo, mi piace scrivere, ma mi dico faccio troppi errori di grammatica e mollo tutto.  Vorrei esprimere con abbracci e baci il mio affetto e vicinanza agli altri, ma mi blocco perché non so mai come e cosa devo fare, e non amo essere toccato, a volte ho come l'impressione che mi vogliano fare del male.
Tutto questo lo sto superando grazie all'amore che mia moglie mi dona ogni giorno. Ci sono stati dei passaggi chiari e forti in cui ho capito che le cose sono tutte molto più semplici.
Pensa, questo anno mi sono esibito al Karaoke, cantando la mia canzone preferita " Don't Stop believin'" dei Journey. Certo, ho stonato e sono stato decisamente ridicolo, ma ero vivo e felicissimo.
Per una volta l'uomo pieno di folle amore per gli altri, la vita,  che vede la bellezza e bontà intorno a lui, era libero. Senza vergogna.
Se avessi un figlio, vorrei solo insegnarli questo: ama ogni cosa che ti dà gioia e donala agli altri.
Come ci insegna questo meraviglioso film, tutti siamo in grado di dar amore, riceverlo, come per ciascuno di noi è possibile dar il meglio di sé a qualcun altro, migliorarsi.
Salvatores con questo film torna a certi suoi lavori dove il viaggio, la fuga, sono elementi fondamentali, non tanto per la meta quanto per il percorso di crescita che ogni personaggio alla fine ha fatto.  C' era uno sguardo divertito e partecipe in quelle opere, che mi commuoveva e divertiva.  Da ragazzo mi vedevo Marracheck Express o Turnè,  una volta ogni mese. Erano film che mi mettevano in pace col mondo.  In fin dei conti, nel mio Es, ho sempre amato i registi che hanno cura, rispetto, empatia per i loro personaggi. Quelli che non giocano a fare Dio in preda alla rivalsa e al rancore per una vita piena di sofferenze, ma che al contrario stanno nei loro film come uomini tra uomini.  Per questo amo follemente il cinema di Virzì,Archibugi, e tutti quelli che vengono condannati per eccesso di umanità.
In questa nuova pellicola torna il tema del viaggio come riscoperta di sé e dell'altro, come modo per prendersi le proprie responsabilità di padre e ritrovare la serenità, uno scopo, la voglia di amare un figlio troppo complicato come una madre può fare.C'è la voglia di dar a ciascuno dei personaggi la propria importanza, la propria musica e canzone che segna il loro destino ( la scelta che sembra casuale di accompagnare il viaggio di Mario ed Elena usando le note della magnifica  Diamonds on the inside di Ben Harper si rivela come un modo per farci capire quella che è la natura del personaggio della Golino e cosa le succederà nel finale. Cosa significhi vivere con i diamanti dentro e non rendersene conto) si riflette su cosa significhi essere padre e lo fa mettendo in scena due personaggi maschili straordinari e recitati benissimo da Claudio Santamaria e un memorabile, commovente, immenso Diego Abantantuono.  Il personaggio dell'attore milanese mi ha toccato e commosso perché è un uomo che sceglie di vivere una vita con una donna non risolta, ferita per l'abbandono di un uomo che ha amato troppo intensamente e brevemente per poter capire quel sentimento, e prendersi cura di lei e del figlio che ha problemi psichici, un ragazzo dolcissimo ma molto faticoso da gestire. Abantantuono trasmette benissimo allo spettatore il senso di amore pratico, quotidiano, normale, fatto di cose eccezionali, come le favole che inventa per il ragazzo, i travestimenti che fa per divertirlo e farlo sentire bene.
Mi piace che Mario non sia il rivale, il borghese ricco senza cuore, ma che sia un uomo affettuoso, forse troppo preso dal lavoro ma che non dimentica di aver una compagna e un figlio che hanno bisogno di lui.
 Allo stesso modo il padre cantante e girovago, non ci viene mostrato come un uomo spregevole che non ha una sua etica e vive a cazzo di cane giorno dopo giorno, una vita misera e bassa.  Certo è una persona con problemi,  forse non ti affidi a lui per superare i problemi grossi, ma a modo suo è un uomo che cerca di aiutare il figlio, che intavola con lui un lungo discorso di amore paterno, uno dei  più belli mai visti sullo schermo. Sicuramente quello che rammenterò più a lungo.
Infine un plauso al giovane debuttante Giulio Pranno, il suo Vincent è tenerissimo  e puro, nonostante la malattia lo renda anche pesante e difficile da sostenere. C'è un rispetto nel metter in scena questo personaggio così complesso da gestire, perché facile scadere nella macchietta e nel ridicolo.
Certo stiamo vedendo un film e come tale cerca la commozione e partecipazione del pubblico ma si concede il giusto equilibrio, la giusta distanza tra la scena che cattura l'attenzione dello spettatore e una riflessione più sottile, fatta passare con l'aiuto della musica spesso.
Ecco, per me i film riusciti sono quelli in cui la musica è protagonista, accompagna le scelte dei personaggi, li descrive, perché nulla mi commuove e colpisce come una bella canzone d'amore e non solo. In questa pellicola un ruolo fondamentale c'è l'ha la stupenda Vincent ( starry starry night) di Don Mclean, dedicata a Van Gogh. Eccola
La canzone è presente nel film perché il ragazzo si chiama Vincent, in quanto questo brano era la canzone preferita del suo babbo biologico e di sua madre, ma è anche la rappresentazione in musica di quello che è il giovane, una persona con grossi problemi e che non riesce a comunicare i sentimenti e le cose che prova agli altri.
Questo uso delle canzoni, delle musiche è una marcia in più per questo meraviglioso film.
Salvatores è un regista coraggioso e che azzarda, spesso prendendo spunto dai colleghi o da generi che hanno un certo seguito. Ha diretto opere come Nirvana così uniche e folli, che me lo rendono sempre molto simpatico e da seguire, anche quando fa film più brutti e non riusciti c'è sempre una scena, un personaggio, qualcosa che val la pena rammentare.
In conclusione, vi chiedo di vedere questo film ed amare i personaggi,  per chi volesse conoscere la fonte da cui è tratto questa ottima opera cinematografica vi  lascio un link .http://www.marcosymarcos.com/libri/se-ti-abbraccio-non-aver-paura/

lunedì 28 ottobre 2019

DOWNTON ABBEY- IL FILM di Micheal Engler

La passione che provo per Downton Abbey è la stessa alla radice di un'altra serie inglese: The Crown.  Credo che i britannici abbiano un ottimo gusto per la rappresentazione del mito e delle vicende della nobiltà e della upper class. Certo il romanzo vittoriano è un ottimo aiuto per raccontare storie di aristocratici e dell'alta borghesia, spesso alle presi con problemi sentimentali (d'altronde mica hanno il problema del lavoro o dello stipendio).
La regia del film è affidato a  Micheal Engler, regista teatrale e televisiso, alla seconda prova cinematografica sempre in collaborazione con Julien Fellowes, vincitore del premio Oscar per la sceneggiatura di Gosford Park e autore della serie tv da cui è tratto il film di cui vi sto scrivendo.

Il film è un vero e proprio sequel che riprende laddove la serie si concludeva.  Ci troviamo sul finire degli anni 20, specificatamente il 1927, la crisi economica e la seconda guerra mondiale son ancor da venire. 
Il motore della vicenda alla base di questa nuova storia è la visita del Re con la Regina, in casa di Robert Crawley conte di Grantham. Questo fatto porterà scompiglio tra la servitù e i nobili, non mancheranno un tentativo di attentato alla vita del Re e le manovre macchinose di Cugina Violet per far ottenere al figlio delle terre da una sua cugina vedova, con la quale - stranamente visto il carattere piacevolissimo della madre di Robert-  è in cattivissimi rapporti.
Una storia semplice, scritta molto bene e con una regia attenta a riprendere la grandiosità degli eventi e la bellezza dei costumi. D'altronde in quel contesto la forma e sopratutto l'apparenza, sono la sostanza.
Fellowes oltre che attore, scrittore, regista e sceneggiatore, dal 2011 fa anche parte del parlamento inglese,  è un conservatore.  Questo dato è importante perché sia la serie che il film, in modo più pronunciato e profondo, sposano tutte le tesi dell'ideologia liberal-conservatrice, portate avanti dal personaggio di Tom Branson, l'ex autista diventato genero del Conte avendone sposato la figlia ribelle. Egli è un irlandese che però condanna la lotta del suo popolo con la scusa della violenza e si fa portavoce di un compromesso storico che al confronto quello paventato da Pci e Dc è roba rivoluzionaria.
D'altronde ammettere lo scempio, l'orrore, portato dal Regno Britannico in Irlanda o nel mondo, attraverso il suo imperialismo, è roba che esula dal pensiero conservatore.
Tuttavia su certi temi sia la serie che il film sono molto progressisti e sopratutto ben radicati nei tempi che viviamo. Infatti, sfruttando un tempo lontano, si parla di argomenti molto sentiti di questi tempi come i diritti dei gay e la libertà delle donne.
Temi trasversali e importanti, gestiti molto bene in fase di sceneggiatura e regia.
 
In ogni caso, al di là delle mie fisse da bolscevico convinto, questo film è davvero molto valido per via dei personaggi sempre ben descritti, anche se appaiono per pochi minuti, rispetto a quanto tempo era dato a loro  disposizione  durante la serie,  Felloews è sopratutto ottimo nel scrivere i dialoghi, quelli che dona a Cugina Violet sono davvero memorabili tanto quanto il personaggio recitato splendidamente da Maggie Smith.
Dopo tutto uno che ha scritto film e serie legate principalmente alla vita delle famiglie aristocratiche, conosce molto bene l'argomento che tratta, e come ogni ottimo scrittore non soltanto lo fa rappresentare benissimo sullo schermo attraverso costumi e scenografie d'epoca, ma riesce a far vivere lo spettatore in quel contesto sociale e politico, così lontano nel tempo.
Ci si affezione a queste persone,  ci commuovono i loro drammi, ci divertono le schermaglie amorose.  Riflettiamo sul tipo di vita che conducevano i nobili di campagna e la loro servitù, rimaniamo affascinati dallo scorrere del tempo ben descritto attraverso un senso di perdita, di estinzione e scomparsa molto malinconico e soffuso.  Il senso profondo, sia della serie che del film, è il desiderio di continuare con certe tradizioni e ruoli ben definiti ma che non possiamo opporci allo scorrere impetuoso della storia e del tempo.
Per concludere, Downton Abbey non è un film fatto come regalo ai fans, un po' in fretta e di furia, ma un'opera pensata e realizzata con cura e attenzione, in cui l'amore per i fans è tangibile, però c'è un progetto di ampia portata e solidità.  Un grande racconto britannico che prende molto dai classici della letteratura o delle cinematografia inglese e li rende più attuali grazie ad alcune tematiche legate ai diritti civili.
Qui potete trovare un mio articolo più lungo e complesso dedicato alla serie tv