giovedì 12 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049 di Denis Villeneuve

Eccomi, arrivo buon ultimo a scrivere di un film che in questi giorni è protagonista di migliaia e migliaia di post. Non è mia intenzione dire nulla di nuovo o profondo, non sono in grado su questo terreno, con un'opera così importante.
Chissà cosa passa per la testa alle persone quando decidono di rendere omaggio a una Leggenda, un Mito. Ci sono mille e più ragioni. Si parte dal giudicare quella pellicola, libro, come parte integrante della nostra vita, si vuol dimostrare di essere talmente bravi da poter affrontare sfide così difficili. Tutti buoni motivi, ma stressanti! Pensate quanti senza veder il film, a prescindere vi attaccheranno perché avete osato tanto. Tipico dei fanatici religiosi e io, a parte quelli religiosi, adoro i fanatici, detto ciò mi rendo conto di quanto siano detestabili e fin troppo facili da prender per il culo. Ogni opera merita il suo doveroso rispetto e un cinefilo, anche medio e mediocre, dovrebbe esser curioso di confrontarsi con essa. Bè, ogni opera magari no.. Molte si, diciamo!
La pressione è fortissima, sai che stai andando contro a una gogna mediatica e alla possibilità di deludere i tuoi ammiratori: " Ma che cazzo ti viene in mente di confrontarti direttamente col mito?" Bè, diciamo che se te lo lasciano fare vuol dire che qualcosa si guadagna in termini economici, mica la chiamano industria dello spettacolo, in America poi!  Però qui non stiamo parlando di un abile shooter, di un gaglioffo mestierante che taglia e cuce per portar a casa qualcosa di almeno guardabile, no qui c'è un'operazione autoriale degna di codesto nome .
Apriamo quindi una piccola parentesi: cari e care, un regista può anche starvi sulle palle, ci mancherebbe, ma non veder che Villeneuve è tra i migliori autori viventi, è tipico dei miopi.  Autore di razza, che usa in modo altissimo e nobilissimo il genere, fa film che sono perfetti tecnicamente, ma c'è an che sostanza, ( si forma e sostanza non sempre coincidono) per questo il fatto che vi fosse lui dietro codesta operazione mi è garbata da subito.
Il film ci presenta un nuovo eroe, per modo di dire eroe: l'agente K. Un androide di nuova generazione che fa un mestiere ingrato: deve "ritirare" i vecchi androidi, e quelli più ribelli. Per caso, alla fine di un lavoro, scopre una misteriosa cassa. Questa cassa contiene i resti di una donna, la quale è morta partorendo. Si scopre che la donna era un'androide, per cui il fatto che abbia partorito la rende troppo umana. Il figlio deve esser scoperto ed eliminato, tocca a K occupersene

L'indagine porta K a scoprire qualcosa di terribile su di lui, e a congiungersi con il primo  film. L'entrata in scena di Ford è gestita benissimo, non ci sono strizzatine d'occhio al pubblico, non si sta facendo una carnevalata, ma cinema di altissimo livello. Per cui, è una gioia rivedere sullo schermo il personaggio di Decker, riscritto con grande cura della psicologia e delle sue scelte. Un uomo anziano, solo, che vive coll'ansia del braccato a vita, uno che si nega persino il rimpianto del figlio lasciato in un orfanatrofio, non tanto perché non gli freghi nulla, ma per proteggerlo. Un peso fortissimo spiegato in una battuta e mezza espressione.
Il tema del legami, delle relazioni e di come esse ci rendano "vivi" è alla base di questa pellicola.
Non c'è vita vera nella solitudine, nella fuga, ma tutti cercano qualcuno, una compagna di vita, anche se virtuale, come K,  un capo che guidi una nuova rivoluzione per rendere noto al mondo  che gli androidi pensano, sentono, sono come gli esseri umani. Ognuno cerca nell'altro la proprio completezza.
Per cui: certo la fantascienza è in primissimo piano, certo l'impatto potentissimo della fotografia, scenografie, di un mondo cupo e carico di mestizia, ma Blade Runner 2049 è anche un film d'amore, anzi meglio: sull'amore. Sentimento fondamentale per capire se siamo vivi o meno. In questa pellicola viene messa in scena una delle più belle e struggenti. Due "creazioni da laboratorio" che si amano, desiderano, come esseri umani veri e propri.  Come se l'amore facesse parte delle regole dell'universo e noi dobbiamo sottostare ad esse, Villeneuve fa sua la lezione di Interstellar e la porta a profondità di pensiero e azioni estreme.
Di rimando, ci viene da pensare di vivere in una società dove alcuni reputano normale considerare naturale o contronatura un legame affettivo, forse non sbagliano, non so, a me par assai superficiale ed egocentrico.  Non solo, ci spinge più in là a riflettere su cosa provino, che tipo di amore, quelle creature che alcuni di noi umanizzano fin troppo, ma per ironia del destino rendendoli più cose da esporre che compagni di vita, altri invece pensano che siano solo "animali", per cui non provano e non sentono nulla. Solo gli esseri umani, appartenenti a certe categorie possono innamorarsi e provare davvero amore. Che ne sappiamo, realmente? Pochissimo. Per questo, che colpo sarebbe per la società se alla fine gli androidi fossero come noi? Il bello del film che non ci dice "migliori", ma uguali a noi.
Un  film lungo, titanico, epico a modo suo. Seppur il ritmo sia solenne, "lento", un film che mette in scena un calvario, un sacrificio, una tragedia enorme: quella del destino che si fa beffe di quel che pensiamo esser vero,  la nostra vita.
E qui spendo due parole su Ryan Gosling: la piantiamo di scassar il cazzo sul fatto che sia poco espressivo? Guardatelo qui e poi rifatevi l'idea sulla sua espressività
In questa pellicola Gosling è eccezionale, magnifico, tiene saldamente in mano questo Kolossal e offre una struggente, dolente, interpretazione, K è un personaggio tragico nel modo classico  del termine, ha qualcosa di antico- ascolta Sinatra e il Jazz- pur essendo un'invenzione dei suoi tempi moderni  e altamente tecnologici.
Sia io che mia moglie siamo rimasti ammaliati, stregati, conquistati da questo bellissimo film
Lunga vita a Denis!

lunedì 9 ottobre 2017

AMMORE E MALAVITA de MANETTI BROS

Voglio essere sincero: non ho mai amato i Manetti Bros.  Il loro lavoro cinematografico citazionista, non l'ho mai trovato vero, reale, autentico, urgente, necessario, bensì irritante e "macchiettistico", troppo intellettualizzato nel suo esser sfacciatamente popolare e legatissimo agli anni 70, che per molti sono gli anni d'oro del nostro cinema di genere.  Dall'uso delle musichette funky,  alla costruzione dei personaggi, non c'era niente di interessante per me, Vero, che - a loro discolpa- ho visto assai poco , e quel poco mi ha portato a distaccarmi al più presto da questa versione cinematografica "stracultiana", che io francamente detesto.
Tutto cambia dopo la visione di Song 'e Napule.  La quale a parte un paio di scivoloni disastrosi, risulta una pellicola avvincente e appassionante. Il personaggio di Lollo Love è scritto benissimo, così come anche quelli di contorno,  inizia con cinque memorabili minuti in cui Ciro Buccirosso è davvero a livelli altissimi e continua come ibrido fra mafia-movie, poliziesco e fa capolino la passione per la musica, come elemento portante per descriver i personaggi.
Felice di ricredermi, parzialmente, su questo dinamico duo, attendo fiducioso l'uscita della loro ultima opera.
Un film che è una vera e propria gioia per occhi, orecchie, ma io ci metto l'intero corpo umano e l'universo tutto dalla Via Lattea a San Donnino eh!
In questa nuova ed entusiasmante pellicola, la musica diventa vera e propria protagonista, che  è voce dei pensieri e sentimenti dei protagonisti o come elemento esteriore, voce del destino e della città che ci descrive momenti delicati della vicenda. Oppure come momento di assoluto divertimento dissacrante sul crimine come elemento di turismo alternativo, visto che Gomorra: libro, film, serie tv in particolare, ha alimentato e non arginato l'impatto della malavita sulla classe borghese, nazionale e internazionale.
Sicchè Ammore e malavita è un Musical? Si. Ma particolare, in realtà non è tanto il genere migliore in assoluto, tra i generi cinematografici, ad esser riproposto e rielaborato, ma - modernizzata e "migliorata" attraverso contaminazioni con generi altri e oltre- la sceneggiata. Guardando la pellicola ho pensato a certi film con Merola, diretti male e "malamente" da Alfonso Brescia, cazzo non vi venga in mente di rivalutarlo eh! Ancor più profondamente è un omaggio sentito, sincero, forte e profondo a Napoli,  discorso cominciato già con quel gioiellino di Song 'e Napule.

Un discorso quello sulle musiche interessante e decisamente più raffinato di quanto possa sembrare, visto che si usano più generi musicali, cover e altro per celebrare la Musica Napoletana e la musicalità assoluta della sua lingua e di quel meraviglioso Popolo.
Anche a livello estetico il film è entusiasmante e meritevole di attenzione. L'uso del rallenty, questa volta mi appare decisamente "ficcante", come anche quello delle accelerazioni. Ha un preciso senso dentro a scene precise. La contaminazione sparatorie e musica, aumenta l'epica delle scene e mostra un inedito lato umano dei personaggi.  Basti vedere la scena - bellissima- al porto.
I personaggi: ecco, uno dei punti di forza del film. Il quale gioca abilmente con il bozzetto umoristico del boss interpretato da un grandissimo Buccirosso,  bozzetto umoristico che si espande fino al personaggio di Claudia Gerini, davvero bravissima in questo ruolo, ma sa diventare serio e tragico quando in scena entra il personaggio migliore di questa pellicola: Rosario, interpretato dall'ex front man degli Almanegretta: Raiz.
Il confronto finale sulla spiaggia tra isso e Giampaolo Morelli, è davvero tragico e toccante, un duetto musicale-cinematografico davvero commovente per il senso letale che intende  e nasconde tra le note.
Insomma : ammore e malavita ci piace assai. Puro film di genere, di riflessione sulla possibilità di modernizzare il cinema cosi detto di serie B, omaggio profondo e sentito a una delle città più belle del mondo  e anche oltre.
Assolutamente imperdibile

giovedì 28 settembre 2017

EL BAR di ALEX DE LA IGLESIAS

Un burlone, un buffone, uno che se la gode e si diverte tantissimo. Un ragazzino nella stanza degli adulti, che come ogni ragazzino vispo e pimpante, si diverte a smontare i loro caratteri e le loro funzioni sociali, ma non tanto perché ha una critica da fare, ma così: per divertimento.
Sono sicuro che costui si faccia matte risate quando legge le critiche dei suoi fans, che in tutti i modi tentano di intellettualizzare le sue pellicole, che lo reputano "cattivo", anarchico", e bla bla bla. Matte e sonore risate, perché Alex ha una sola grande e potente libertà: la gioia di far farse anche nerissime, ma dove la parte principale è un divertimento infantile e fanciullesco, cattivo come possono esser appunto i bimbi, sicché anche limpido e cristallino, ma fragile e scostante, coinvolgente e dispersivo.
Questa la sua forza e questo il suo limite.

Pellicola godibilissima  e divertente, sostenuta da un sano ritmo travolgente per quanto girata in luoghi chiusi ed angusti, sorretta da dialoghi e personaggi funzionali  a tener accesa l'attenzione dello spettatore. Molti hanno parlato di opera che parla delle nostre paure, di gioco al massacro nei confronti dei personaggi, ma fino a un certo punto. Proprio perché al regista non interessa lanciare messaggi precisi, che non mancano ma son gestiti in fretta e si disperdono subito dopo che alcuni dei protagonisti son costretti a rinchiudersi nel magazzino del bar. Servono per creare atmosfera e spiegare le dinamiche che verranno a crearsi, a "portare avanti la storia", non a far riflettere o criticare o altro.
Comunque, in breve, la storia: un gruppo eterogeneo , variegato, di persone si ritrova rinchiuso in un bar. Fuori qualcuno spara a chi esce, cosa starà capitando?
In questi primi minuti di film, si nota come le persone siano vittime di paure e allarmismi condizionati dai media, da notizie leggiucchiate , dal nostro stile di vita che commenta, offre opinioni, ma su cosa? Cosa sappiamo noi di quello che ci capita? Questa pare la domanda su cui basare tutto il film. Questa è la parte migliore. L'opera ha un incipt davvero ottimo
Poi si trasforma ben presto in un onestissimo, buonissimo, film di puro genere, che dimenticherò tra cinque mesi, certo, ma che in questo momento mi ha divertito
I personaggi sono funzionali, dicevo. Non è che vi sia un approfondimento della loro psiche o delle loro ragioni, sono simboli, frantumati con allegra gioia da parte del regista, ma questo sono.
Vi sono anche momenti brevissimi, in cui, si prova anche pena per costoro,  per esempio la scena in cui Trini parla della sua solitudine, di una vita mal spesa davanti alle macchinette nel bar.
Per essere anarchico dovrebbe scompaginare le nostre certezze si chi sopravviverà alla fine, invece risulta chiaro e preciso fin dalle prime battute. Non sorprende assolutamente, a parte il personaggio di Israel, senzatetto fanatico religioso, gran bel personaggio di villain. Per il resto sappiamo più o meno quello che faranno e diranno, ma va benissimo così. Non è un difetto, anzi!
Perché ci concentriamo su codesta pellicola assai gustosa e divertente, versione personale di un  regista culto con una sua invidiabile carriera alla spalle, se poi vuol proprio continuare e rischiare di rovinarsi, non so.. Che intrattiene per quasi due ore.  Certo la partenza a bomba svanisce nel proseguo, tornando di tanto in tanto in qualche scena o sequenza, ma se volete vedere un purissimo film di genere,  una commedia "nera", però anche gestibile,  un film sui virus, ma in cui esso compare pochissimo, insomma un'opera per passare bene una serata: ecco, guardatela.  Ah, si c'è tutta la parte nelle fogne, immersi in escrementi, ma alla fine si è visto anche di peggio.
Per cui non cercate significati o metafore, questo è autentico, dinamico,  turbolento, cinema senza altre contaminazioni.

mercoledì 20 settembre 2017

A Ciamabra di Jonas Carpignano

Quello che da sempre mi affascina sono le vite delle persone. L'indagine di un microcosmo parallelo alla società borghese, o i tormenti di chi è nato nella borghesia. In fondo non è detto che la felicità segua sempre il danaro, ma nemmeno che senza soldi si viva per forza in un mondo di cuoricini e libertà. L'individuo è frutto della sua classe, per quanto si possa sforzare, anche il sesso o il credo religioso hanno un loro peso. Eppure vi è anche nei posti più squallidi un barlume di bellezza
Almeno in quasi tutti.

Mostrare un mondo che non vogliamo vedere o che non conosciamo affatto, non vuol dire aver nei suoi confronti un rapporto carico di empatia a tutti i costi. Giustificare le loro azioni, declassarne le colpe o evidenziare lo squallore in cui nascono, crescono, finiscono in galera e muoiono generazioni di uomini e donne.
Il cinema mostra, indica un giudizio, una simpatia, ma poi lo spettatore indisciplinato ci aggiunge le sue riflessioni e considerazioni. Questo è il grande merito di un film: emozionare o far riflettere.
Opera seconda di un regista italo americano,  che vede tra i produttori esecutivi un certo Martin Scorsese,  A Ciambra è un film che potremmo definire infelicemente : docufiction, ma non gli renderemmo giustizia.
Spesso ci interroghiamo su come si possa riprendere la realtà in un film. La risposta è sempre molto incerta, dubbiosa oppure didascalica, dogmatica, ma il bersaglio ci sfugge sempre.
Da molto tempo ad esempio vi è uno scontro su oggettività e soggettività, in parte, molti che sostengono il bisogno di esser oggettivi, nascondono dietro questa pretesa la paura di una discussione e messa in gioco di idee radicate, dall'altra spesso la soggettività è solo una mera opinione senza alcun valore.
Per questo quelli che hanno al cuore una certa dose di realtà in un libro o in un film, come possono metterla in scena o in pagina, senza che si finisca per far solo la rappresentazione di un'idea soggettiva e quindi anche fragile e non del tutto veritiera?
La macchina da presa cattura attimi di vero, in un fiume impetuoso di immagini pensate, scritte, fotografate, montate e musicate, da una o più persone. Eppure quel piccolo momento di verità, seppure filtrato passa.
Perchè, come direbbe Paolo Coelho, ma va bene anche Fabio Volo: la vita è una recita.

La famiglia Amato con o senza sceneggiatura e mdp sarebbe diversa da quella vista su pellicola? Non credo. Il cinema fornisce i tempi, stacchi, monta le loro esistenze, ma con o senza una storia "inventata" loro sarebbero sempre loro.
Così l'occhio cinematografico riprende impietoso il vivere in un degrado e squallore assoluto, in un non luogo, forse anche in un non tempo se non fosse per gli i phone, ha un che di magico e irreale seppure sia profondamente e radicalmente reale. Ogni parola, ogni scontro, ogni irruzione della polizia.
Però l'ambientazione crea un cortocircuito tra noi e il loro mondo. Rimaniamo sconvolti, colpiti, interessati e distaccati da quel mondo di furti, machismo, famigliarismo, eppure così unito, forte, solidale.
Non c'è lo sguardo indignato verso la comunità di rom di Gioia Tauro, non c'è traccia di giustificazione, di abbellimento, quel voler dire a tutti i costi: ma quando mai rubano! L'occhio della mdp è presente, sta addosso ai personaggi, ma è anche scientifico, distaccato: " Guarda, questo è il mondo loro"
Mondo collegato anche alla malavita locale, con i quali intrattengono rapporti di affari e subordinazione.
Sono chiassosi, eccessivi, estremi, vedi bimbi che fumano e bevono, il legame di sangue è potente, forse l'unica cosa che abbia davvero importanza. Ma non sono "buoni selvaggi": compiono quelli che noi più o meno cittadini medi, riteniamo atti criminali. Quella è la loro vita.
Il film descrive anche i rapporti non sempre buoni con gli immigrati africani, i rom li schifano un po', e l'aspetto davvero interessante di questa opera è il bellissimo rapporto che Pio ha con un ragazzo del Burkina Faso, questo rapporto scritto, diretto e interpretato dai due "attori", davvero benissimo è alla base di un brusco passaggio di Pio dall'età adolescenziale alla vita da uomo.
Passaggio che non indica affatto una maturazione o che, ma semplicemente l'accoglienza nella banda dei grandi per una vita dedicata a rubare rame o automobili.
Quanto pare l'idea del film è venuta al regista dopo che i rom gli hanno rubato la macchina con dentro gli attrezzi di lavoro, arrivato a riprendersi la sua auto, costui ha conosciuto Pio e la sua famiglia, da qui l'idea di girare un film, tra opera di finzione e documentario, su questa famiglia
Per quanto mi riguarda A Ciambra è un film necessario e utile di questi tempi, una sana riflessione su mondi paralleli, sui limiti e le possibilità di agire in certi contesti. Non solo vedetelo, ma fatelo vedere

lunedì 18 settembre 2017

BABY DRIVER di EDGAR WRIGHT

In questa scena c'è tutta l'anima di un prodotto che rende omaggio al tema del "movimento", non inteso come gruppo di persone che ci hanno il super potere di romper il cazzo alla kasta, ma proprio il movimento fisico di macchine e di quella meravigliosa macchina che è il corpo umano. Vi è sempre una costante tensione, scatti, balli, la macchina da presa è protagonista assoluta, insieme al montaggio e alla colonna sonora.
Come è stato ben scritto in altri luoghi, il cinema del regista inglese è un inno al ritmo, tanto che anche i momenti di maggior rilassatezza, non sono altro che una preparazione per qualcosa di adrenalinico, spettacolare, travolgente, pronto a ed esplodere sullo schermo.
Cinema futurista in un certo senso, visto che la velocità era alla base anche di quel movimento, e rieccoci da capo, del secolo e millennio scorso. Chiaramente questo è un mio tentativo a cazzo di dar maggior spessore artistico alla pellicola, mi diverto così! In ogni caso, rimanendo anche sui terreni più profani di una semplice visione da spettatore indisciplinato, dobbiamo ammettere che Wright ha la statura dei grandi autori del cinema di genere
Apro una piccola parentesi: possiamo definire autore un tizio che gira horror, action, polizieschi ecc..ecc.. Risposta: si. Anzi nel mondo del genere, letterario e cinematografico, certe differenze saltano clamorosamente agli occhi.  Wright ha un carisma, una visione del cinema, un modo di metter in scena le sue idee,  assolutamente riconoscibile , figlio del miglior cinema di genere americano, ma rielaborato con ironia, personaggi, ritmo assolutamente moderno. Non c'è mai quel citame sto cazzo, tipico di molto pessimo cinema post tarantiniano, ma la citazione serve per costruire un passaggio, una trovata, assolutamente originali. Seppure , il suo cinema, sia profondamente legato alle regole  e le segui con rispetto. Non tanto ribaltando o trasgredendo o rimanendo ancorati in un nostalgismo odioso, ma aggiungendo, aggiustando, spostando la regola un po' più avanti, azzardando.
Baby Driver non è, sulla carta, un film innovativo.
La storia l'abbiamo vista diverse volte, ha alle spalle opere imperdibili come : Driver di Walter Hill o Drive   di quel tizio che per aver un po' di notorietà deve prendersela col mansueto e pacifico Lars, per non parlare di tantissimi altri film che bene o male affrontano questo tema: giovane uomo con trauma nel passato o anche senza, fa l'autista per una banda di criminali, fino a quando l'amore lo porterà a ribellarsi al crimine.
Più o meno questo succede anche in questa pellicola: Baby è traumatizzato per via della morte della madre. Un giorno commette uno sgarro nei confronti di un boss della mala, così deve lavorare per lui fino a quando non avrà estinto del tutto il debito. Nel mentre si innamora di una donna e....
Come vedete niente di nuovo o particolare, ma a me non frega un cazzo della novità. Trovo interessante "come" si possa narrare un canovaccio, una storia già sentita e vista. Tutto qui.
Wright compie il miracolo di citare Hill, ma non did voler essere Hill. Per cui rende la colonna sonora parte determinante della storia, il protagonista soffre di un disturbo alle orecchie per cui al fine di non sentire un fastidioso fischio si spara la musica a palla,  spiazza lo spettatore convinto di uno scontro all'ultimo sangue contro il folle Pazzo, un ottimo Jamie Foxx, o contro il suo boss e invece inaspettato è il suo nemico finale, ribalta quindi i rapporti tra i personaggi, portando una piccola novità senza sottolinearlo mille volte. I suoi personaggi, all'apparenza stereotipati e "scontati", sono in sostanza maschere funzionali, ma dotati di caratteristiche precise che li elevano dalla media. C'è cura anche nella scrittura, quindi, certo sottoposta al montaggio, alla musica, ma non manca una storia e personaggi comunque interessanti.
Trovo anche che la love story e la presenza del tenerissimo rapporto tra Baby e il padre adottivo, un vecchio nero sordo e semi paralizzato, sia portato in scena davvero molto bene, tra romanticismo, dolcezza, e tensione sottile.
Insomma: capolavoro o no? Semplicemente grande, grandissimo cinema.

martedì 12 settembre 2017

DUNKIRK di Christopher Nolan

Ascolta, ero partito per cantare 
uomini grandi dietro grandi scudi, 
e ho visto uomini piccoli ammazzarre, 
piccoli, goffi, disperati e nudi...


Ecco come sono gli uomini nell'ultima opera del regista inglese. Corpi, quasi senza nome ed identità, travolti, distrutti, da un unico obiettivo: salvarsi. Non mancano certo figure più eroiche: l'aviatore impersonato da Tom Hardy, o il civile che colla sua barca, e con l'aiuto del figliolo e di un ragazzino, cerca di salvare più vite possibili. Uno angelo custode dei disperati, altro come uomo che fa la cosa giusta: aiutare il prossimo. Nondimeno anche loro, sottoposti alla legge naturale della paura, dell'attesa, e in quei casi: o ti lasci morire, o diventi un po' carogna, o fai del bene, ma senza sapere se alla fine verrai premiato. A volte sopravvivi in cielo o mare, ma non in terra.
Dunkirk vive e lotta in ogni uomo che , uno stato o una religione, hanno gettato in quella tragedia orribile che è la guerra. L'hai vista narrata in quel piccolo grande film che è  ARDENNE 44, Un inferno di Sidney Pollack. Coi suoi soldati americani bloccati, le loro vite, le relazioni colla gente locale, l'attesa della battaglia e la tremenda disfatta.
Anche noi abbiamo avuto una nostra Dunkirk, solo che non c'è stata nessuna gloriosa rivalsa dopo.
Parlo della guerra in Russia.
Recuperate quel autentico e meraviglioso capolavoro che è : Italiani brava gente di Giuseppe De Santis. Anche in quel caso un nemico mortale, ma quasi invisibile. In primo piano la vita dei soldati, la loro commovente battaglia per non morire, la morte sempre presente, l'idiozia del fascismo.  In queste due pellicole i personaggi sono centrali, si tenta in ogni modo di creare empatia tra di loro e gli spettatori.
Nolan in questa pellicola, usa dei personaggi per renderli quasi una nassa unica, Non approfondisce più di tanto, suggerisce, offre delle informazioni, sulle quali tu spettatore devi costruire empatia o interesse, ma il suo vero obiettivo è altro: mostra la guerra nel "presente".
Cioè, ti vuol far partecipare alla disfatta totale e assoluta che ha colpito l'esercito britannico e quello francese, tra il 26 maggio e il 3 giugno 1940. Ti prende e ti butta nella mischia. In quel caso, approfondire motivazioni, carattere, aspettative dei personaggi è secondario. Un azzardo, forse. Non sempre riuscito, perché a volte è fondamentale saper di più, visto che la costruzione di quella storia potrebbe offrire spunti molto interessanti.

La storia che vede coinvolti Cillian Murphy e Mark Rylence è troppo approssimativa, gettata lì. Quasi non ti interessa del ragazzino colpito dal gesto del soldato interpretato da Murphy, e quasi non cogli il tormento di quel povero soldato, sopravvissuto fisicamente, ma non mentalmente e moralmente. Certo è molto interessante come spunto, ma rimane appunto uno spunto. Come anche la presenza/assenza dei tedeschi, vuol diventare qualcosa di simbolico e metaforico? Ci si ferma a metà.
Però, è anche vero che in guerra non vedi gli altri, o per pochi decisivi secondi. Non c'è nessuna metafora, ma solo la fisicità della lotta.
Sicché. forse se devo trovare dei difetti in questo film è nella costruzione dei personaggi e nella musica invasiva di Zimmer. Questo a un primo giudizio, ma sono scelte di regia e di un regista che , piaccia o no, è fondamentale e importante per il cinema di massa, ma fatto benissimo, di questi ultimi venti e passa anni.
Quello che Nolan filma è la Storia. Lo fa con un occhio compassionevole, e l'altro distaccato, mettendo in scena l' Umano e la Natura, che si scontrano e incontrano. Certo Malick, con La Sottile Linea Rossa, volava decisamente più in alto, ma ogni regista ha un suo stile e obiettivo.
Tenendo conto di questo Dunkirk è un ottimo film.  La guerra spogliata di retorica, commozione, eroismo, patriottismo, o almeno sfiorata da queste cose, ma che rimane in sostanza una terribile tragedia per gli esseri umani.
Puoi morire mentre stai in attesa sul molo, o mentre ringrazi dio che  stai su una nave e la patria è così vicina,
Dunirk è un film dove regna la claustrofobia nonostante sia tutto all'aperto, ma l'immensità del cielo e del mare, non è abbastanza per le vite che pregano di non essere abbandonate. Comprendi come si muore: ammassati, terrorizzati, senza dignità.
Queste cose non te le diranno mai, non te le mostrano mai, a parte che non siano nemici. Ma chi torna vivo non è un eroe, spesso è sopravvissuto grazie alla sua codardia o ferocia e chi è morto non lo ha fatto con gloria e pensando alla patria o alla famiglia
Questa morte di uomini piccoli, disperati e nudi è presente nel film e si sente moltissimo
Per questo, pur con qualche riserva, ho amato molto questa ultima fatica di Nolan

lunedì 21 agosto 2017

ORECCHIE di Alessandro Aronadio

Come ben sapete, da queste parti siamo fortemente e giustamente appassionati di cinema italiano. Il quale non è quella cosa brutta brutta tanto descritta da wannabes e altre tragedie umane, o almeno non è affatto messo così male.
In particolare, in questi ultimi tempi le cose sembrano andar davvero bene. Abbastanza bene, dai!
Ci sono autori più o meno nuovi e giovani, che cercano di portare in scena pellicole meno provinciali e sciatte, tra queste opere un posto sul podio delle migliori commedie degli ultimi dieci anni, va senza ombra di dubbio a  Orecchie.

Ammetto di aver provato interesse e simpatia per l'opera,  già a partire dal trailer. Ho un debole per il cinema in bianco e nero, trovo che sia il modo giusto per filmare al cinema. Potente, evocativo, mi porta a giudicar positivamente la pellicola a prescindere.No, Renny Harlin è inutile che giri in b/n, tu no!
Il formato è un formato quadrato che va da 1:1 a un moderno, almeno wikipedia dice così,  1,85: 1.  A molti non piacerò, lo troveranno poco cinematografico e molto televisivo, però a mio avviso rende bene il senso di schiacciamento del protagonista, ma questa è una mia cazzata da cinefilo allo sbaraglio.
Il regista ha partecipato alle sceneggiature di film come : I peggiori, Classe Z, Che vuoi che sia, e ha diretto un film nel 2009,  Due vite per caso. ( fonte Coming Soon), è anche autore di un libro : Lo strano caso del dottor David e mr  Cronenberg: saggio sul doppio nel cinema.
 Quindi un nome da segnare e seguire con interesse, perché fa parte di quella generazione di registi che , seppur rimanendo in ambito di solide tradizioni cinematografiche nazionali, sperimentano linguaggi diversi o rendono più robusta e meno provinciale la commedia italiana

La storia ha una sua unità di tempo precisa: una calda giornata romana, in una città quasi deserta. Un eterno giovane della nostra generazione di ragazzi quarantenni, si sveglia con un fischio all'orecchio. La sua ragazza non è in casa, ma in compenso gli ha lasciato un biglietto con scritto: è morto il tuo amico Luigi, oggi c'è il funerale.
L'uomo non ricorda chi sia codesto Luigi.
In più il problema alle orecchie non lo molla un momento.
Si troverà coinvolto in una serie di episodi assurdi, folli, tra dottori in vena di sadiche burle o che non badano a quanto gli dice il paziente, ( meraviglioso Massimo Wertmuller e ottimo Andrea Purgatori), dovrà affrontare alunni svogliatissimi che però sono piccoli tamarri del rap, per altro colla presunzione di far un concept tratto dallo Straniero di Camus, direttori di giornali che usano la filosofia per dar dignità ad articoli di rara inconsistenza e trivialità, madri eterne giovani col nuovo compagno, artista di strada proveniente dall'est,  e paura di amare o non amare abbastanza, incapacità di aver idee chiare sul rapporto sentimentale colla ragazza, vivere una vita in difesa, guardando con distacco gli altri, per timore di viverla sta vita.

Orecchie, è un ottimo film: fa ridere davvero molto, grazie a un umorismo che rammenta un certo Moretti degli inizi, più surreale in certe cose, un pizzico di Allen, e tanto, buon ,caro, vecchio, lavoro di sceneggiatura.
Parla dello smarrimento dei nostri tempi, di indecisioni, timori infondati, incapacità ad ascoltare oltre quel rumore che abbiamo nelle nostre "orecchie", c'è un bellissimo lavoro fatto sui dialoghi, come l'emozionante monologo finale, ci diverte tanto, cosa sempre buona, e ci fa affezionare ai suoi personaggi: sgangherati, ma umanissimi.
Piccolo film, ma con un ottimo cast che recita in modo eccelso per tutta la durata della pellicola; oltre ai citati Wertmuller e Purgatori, ci sono Pamela Villoresi, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Rocco Papaleo, Ivan Franek, Silvia D'Amico. Tutti hanno una scena o battuta memorabile, dimostrando la massima attenzione per ogni personaggio.
Fra tutti, però, credo  vada seguito con attenzione, il suo protagonista: Daniele Parisi, che mi ha rammentato un po' Mastandrea, per l'indole romana di sopportare ogni cosa. Bravissimo, assolutamente, eccezionale
Finisco dicendo che secondo me, ocio che la sparo grossa, il film cita anche 7 piani di Buzzati e il fischio al naso di Tognazzi, ovviamente senza diventar così cupo e drammatico, ma potrebbe essere.
In ogni caso. andate a vederlo, vale la pena!


sabato 19 agosto 2017

La Bara Bianca di Daniel De La Vega

Estate tempo di cazzeggio, dove pure un film non eccelso e dimenticabile, può rivelarsi un buon passatempo.
Vi avverto subito se cercate una regia dignitosa, ricca di virtuosismi, di sottigliezze, originalità e altissima professionalità, forse questo non è il film per voi.
Ma, se vi basta un horror cazzutissimo, va che termine giovane e da cinefilo de internet,  brutale, feroce, di grana grossa: ecco questa pellicola fa per voi.

Una donna, fugge dal marito, portando con sé la figlioletta. Sembra un normale viaggio verso una nuova vita, ma un incidente li costringe a fermarsi. In loro aiuto giunge un misterioso individuo, e un carro attrezzi. Tutto sembra andar per il verso giusto, si può ripartire e che il futuro sia luminoso.
Purtroppo a una stazione di servizio, la bambina scompare. Con lei anche un bambino in gita colla scuola.
La nostra protagonista però riconosce il carro attrezzi e si getta all'inseguimento.
Sarà l'inizio di un incubo senza fine.


Per fortuna dura poco, solo settanta minuti, per cui non si ha il tempo di essere assaliti da noia o risate grasse per la sconfortante messinscena. Anzi, il film è veloce, crudo, a suo modo efficace. Grazie a una buona storia, a scelte per nulla convenzionali, i bambini in questa pellicola muoiono malissimo e la protagonista per salvare la sua figliola dovrà compiere un gesto davvero orribile, ci sono qualche momento splatter vecchia maniera, cioè quando facevamo horror coi pipistrelli di gomma e i manichini ben visibili.  Tutto qua.
La cosa, però, che reputo davvero suggestiva e che vi rimarrà addosso è l'ambientazione: lande desolare, officine abbandonate, una natura selvaggia e poco gradevole.  Poi a volte la regia, lascia un po' a desiderare, almeno così mi dicono, ma ripeto: volete divertirvi un po? Questo horror argentino non è malissimo, dai!

venerdì 18 agosto 2017

Desconocido - resa dei conti di Dani De La Torre

L'accettazione passiva delle dottrine economiche imperanti, ci porta a sopportare crisi e fallimenti che vedono coinvolti cittadini illusi da improvvise ricchezze.
Non ci basta vivere decentemente, pretendiamo il superfluo e il lusso, oppure speriamo di migliorare la  nostra vita ed esaudire i nostri sogni. Sono tante le motivazioni che ci spingono a rischiare. Col risultato che le persone perdono ogni cosa, altri avvertono la botta, ma non affondano.

A meno che...




Luis Tosar è un ottimo attore, riesce sempre a render forti e credibili i suoi personaggi, anche questa volta non sbaglia un colpo. Cosa non facile visto che è sempre in scena, seduto al volante della sua jeep o è un suv? Boh, comunque tiene per tutto il tempo. Offrendo, grazie a una buona sceneggiatura, tante sfumature di un personaggio, per cui è difficile provare simpatia
Carlos infatti è uno di quei coglioni sempre in carriera, che a malapena sanno di aver figli e moglie, uno che non si è assolutamente posto il problema di vendere sòle ai clienti. Il miracolo di far soldi rischiando quanto basta, acceca gli stolti. E stolti siamo tutti noi esseri umani.
Solo che scoppia un bel casino, si parla di fallimenti, di persone e vite travolte dalla durissima realtà: hanno perso tutto.
Tutto.
Carlos, se ne frega un po'. Non è un problema suo. Poi un giorno si ritrova a portare i suoi bambini a scuola, mentre è in strada, riceve la telefonata di un tizio  che gli dice di non fermarsi, o la macchina esploderà.
 Sulle prima non ci crede, poi..

Desconocido è un ottimo thriller. Che grazie al montaggio, all'uso preciso della macchina da presa, un ottimo attore protagonista e una buonissima sceneggiatura, avvince e tiene col fiato sospeso dall'inizio alla fine.
Girato quasi tutto per strada, su una macchina, non si perde mai in digressioni pleonastiche, non ha un minuto in più o in meno.
Tra l'altro, oltre allo spettacolo e alla tensione davvero alle stelle, il film pone interrogativi e riflessioni sul modo di far affari al giorno di oggi, sul capitalismo disumano che governa le nostre vite, la dittatura di un libero mercato tossico, lo fa senza proclami e slogan, stando dentro il genere, ma in modo molto chiaro ed efficace
Ecco, questo è il cinema di genere che adoro














giovedì 17 agosto 2017

Last Days di David e Alex Pastor

 A noi umani piace sempre immaginare la fine del mondo. Per tanti motivi: poter reinventare una società, mostrare le nostre teorie sugli esseri umani,  o per semplice divertimento a suon di mazzate, bande di teppisti, morti viventi e altro.
La fine è un tema ricorrente e che ci ossessiona, metafora della paura di morire, e la speranza di rinascere. In qualche modo, da qualche parte.
Io amo il filone post apocalittico/atomico, in tutte le sue varianti. Questa opera che ci giunge da quella bellissima città, che è Barcellona, conferma il mio amore per il genere.


Il film racconta la lotta per la sopravvivenza di Marc ed Emrique, i due dopo aver passato mesi chiusi nella loro azienda, coi loro colleghi e isolati dal mondo, intraprendono una strada verso la ricerca di qualcuno o qualcosa di importante.
La malattia che sta eliminando il genere umano, la chiamano Panico. Si palesa colla paura di abbandonare gli spazi chiusi, e stare per strada, fuori. Questa epidemia viene prima presentata come un fenomeno circoscritto, cose che capitano in Giappone o in Canada, ma piano piano arriva anche nella capitale della Catalogna liberaaaaa, scusate ho ancora i ricordi delle istanze separatiste di quelle zone, in ogni caso: si vive da reclusi e questa situazione non fa bene alla psiche di nessuno.
I registi e sceneggiatori di questa pellicola davvero molto valida, sono bravissimi a dar piccoli indizi al pubblico, creano tensione non spiegando mai cosa sia alla base di questa epidemia. I flasshback ci raccontano come sono andate le cose, ma mai perché. Servono per aver un quadro preciso dei due protagonisti. Marc è un ingegnere informatico, Enrique invece si occupa di tagli del personale.
Questo ci serve per un primo giudizio sui personaggi e per comprendere, apprezzare il cambiamento che vivranno strada facendo.

Perché, in sostanza, quello che interessa veramente agli autori non è tanto mostrare un mondo nel panico, nella paura, pieno di bestie che fanno di tutto per sopravvivere, nemmeno, anzi per nulla, mostrare la tesi che: si, si, siamo buoni perché viviamo bene, ma questa non è la nostra natura: noi siamo crudeli e cinici, dacci un motivo e vedrai
Ecco non smetterò mai di ringraziare i fratelli Pastor, per aver evitato/ non ascoltato minchiate simili. Buone per i deboli e i meschini. Noi invece crediamo negli esseri umani, anche quando il mondo sembra finire
L'amicizia, l'amore, la solidarietà, non spariranno mai. Come anche l'egoismo, la meschinità e la crudeltà, che ci vengono mostrate, ma non sono le protagoniste.

L'opera usa il genere, e lo fa benissimo vedasi la scena al centro commerciale o nella metropolitana, per parlare di relazioni, speranze, di come sia fondamentale sconfiggere la paura del mondo e degli altri, discorsi che piacerebbero a Spielberg, Virzì, Disney, Capra e la persona più ottimista e positiva che abbia mai conosciuto: mia moglie

Devo dire che questo incontro mi ha rivoluzionato e cambiato la vita, la prospettiva di vedere le cose  e le persone. Sono ancora un pigro pessimista, che fatica ad organizzarsi, a relazionarsi fisicamente cogli altri, ma ne ho fatti di passi in avanti e questo merito di mia moglie, senza ombra di dubbio.
Ho divagato parlando di lei, perché se il finale meraviglioso e commovente di questa bellissima pellicola mi ha piacevolmente sconvolto emotivamente, lo devo anche a lei. Non mi vergogno di commuovermi e di dirlo o scriverlo, ecco tutto.

Il finale... Lo troveranno buonista, patetico, ridicolo. La gente è fata così: ha una vita amara e pensa che sia così per tutti, o preferisce starsene comoda nelle retrovie dei sentimenti, che al momento buono si scappa. A loro questo film e il finale, ripeto : bellissimo, non piacerà affatto.
Gli altri invece si godranno un buonissimo film di genere, tra apocalisse e sentimento, che ricorderanno con piacere. La maestria con cui riprendono le strade vuote, i cadaveri, l'abbandono, e la carezza di un uomo morente a un amico, è tanto notevole, quanto toccante.
Lo trovate, sicuramente a noleggio, o su Netflix, per me va visto.

giovedì 20 luglio 2017

SCAPPA- GET OUT di JORDAN PEELE

Spesso quando si discute di cinema di genere, almeno in alcuni gruppi o settori della critica sempre giovane e rebelde, ci si perde in nostalgie, intellettualismi post-popolani. difesa dell'opera di un regista o periodo storico, ma si sottovaluta sempre l'importanza del genere nel veicolare messaggi anche importanti verso le masse
Questa cosa è vista come profondamente negativa. Sa di Accademia, di Cultura, tutte cose brutte per chi parla di cinema come se stesse al bar, tra un panino e un bicchiere di vino, cito più o meno a memoria un articolo orribile, scritto dalla gggente contro quel borghese snob di Lynch ( borghese e snob è il giudizio che costoro danno del Maestro non un mio giudizio in merito)
Invece, a ben vedere, tanto ci sono opere di puro genere che vogliono solo intrattenere, ve ne sono anche moltissime che usano degli stereotipi e regole precise per andar oltre e dire altro.
Recentemente ci ha lasciato George A. Romero, ecco lui è l'esempio migliore per questo tipo di discorso. Non dico che uno si debba metter a tavolino e decidere: parlo di questo. Le opere vivono di vita propria rispetto a quelle dei loro creatori. Tanto che è spesso deludente sentir parlare registi o scrittori dei loro lavori, perché non hanno colto la loro potenza e forza suggestiva, si scherniscono dietro a " ma io volevo solo.." e così via.
Get Out, fa parte di questo modo di usare il genere, per farci riflettere sulle devianze e problematiche della nostra società

Il film  è un horror, molto ancorato alle regole del suo genere e procede diritto su questi binari. C'è la vittima che si ritrova coinvolta in una strana situazione, tanti piccoli indizi che sommandosi mostrano l'orrore, la sospensione della lucidità, la paura di dover affrontare da soli certi pericoli.
Cambia quello che cova sotto la cenere e che potrebbe dar una svolta inaspettata alla pellicola.
Qualche giorno fa stavo vedendo un bellissimo documentario sulla vita,  non facile, di Nina Simone. Gran parte di questo ottimo lavoro si basava sulla sua lotta, radicale e violenta, contro il razzismo in America. Quelli erano i tempi di linciaggi, bombe nelle chiese che causarono morti tra i più piccoli e indifesi, dell'assassinio di Martin Luther King e di Malcolm X, di black panther e così via.
In quel periodo un film come " Indovina chi viene a cena", aveva lo scopo di render più tranquilla l'atmosfera rovente che dominava la nazione. Mostrare la possibilità
Perché anni violenti e disperati generavano anche voglia di serenità e speranza.  Le strade della lotta armata e del dialogo sociale, di razza e di classe. Due modi giusti, intendiamoci. Non sono un non violento ad oltranza modello S. Tommasi, però credo anche nei rapporti di forza e la rivoluzione non la puoi fare da solo. Un film come quello di Kramer era fondamentale e utile allo scopo di una possibile pacificazione, attraverso la cosa che tutti abbiamo in comune: L'amore.
Del resto si chiamava, in originale: The Glory Of Love.
Cosa succede ai giorni nostri?
Bè, siamo convinti di aver superato la lotta di classe e anche le altre problematiche dovute al sistema politico liberal-capitalista. Il quale, non funziona benissimo, ma cazzo: meglio una pessima democrazia che un'ottima dittatura, no?
La paura di polizie segrete, di non poter illuminare il mondo col nostro pensiero, ci porta a sostenere una mediocre dittatura economica, prima di tutto, perché almeno non scompariamo dalla mattina alla sera
Il film immagina in un contesto simile, cosa accadrebbe se scomparissero alcuni elementi della società.
Si è deciso di parlare dei neri, perché sotto la presidenza di Obama, non sono mancati- da parte della polizia in principal modo- delitti contro gente appartenente alla stirpe di Kunta Kinte.
Per cui il problema è evidente, come le contraddizioni tra ricchezza assoluta e povertà disarmante nei paesi democratici e occidentali.
Solo che, oggi, pur bruciando la società non vi è spazio per la "gloria dell'amore", in quanto la precarietà non è solo un fatto di lavoro, economico, ma ci riguarda come cittadini. Incapaci di provare amore per chi è altro da noi. Lo rappresentiamo, giusto per lo spazio necessario ad ottenere qualcosa per la nostra gratificazione. Poi passiamo ad altro, un po' come la convincente fidanzata del protagonista.
Oggi certe rabbie appartengono a masse amorfe che virano a destra, oggi invitare a cena un nero verrebbe visto come elemento per darsi il tono da democratico, ma in fondo siamo più distanti verso il nostro ospite, rispetto a un Spencer Tracy di decenni fa.
Mentiamo, non per ipocrisia, ma per naturale gesto civile. Ora, non voglio nemmeno dire, come va di moda oggi, che gli unici sinceri sono le teste di cazzo legaiole e fasciste. No.
Esiste sempre una parte di bontà, amore, dedizione per il prossimo, e non è nemmeno marginale, tuttavia la forza di combattere, incidere, farsi sentire, la scoperta umana militante e non legata alla buona volontà del singolo, bè quella è pressoché scomparsa.
Dopo il 1989 c'è un solo sistema giusto, un solo modo di vivere, e se non funziona: pazienza. Cazzo vuoi ancora il totalitarismo comunista che è identico a quello nazista, secondo i pirla?
La pellicola parla di Chirs, un giovane "fratello" fidanzato con una ragazza bianca. I due partono per il classico fine settimana, al fine di conoscere i genitori di lei. Il ragazzo è un po' turbato, perché la sua amata non ha detto che lui non è un bianco ai suoi . Tuttavia viene rassicurato: suo padre è un ammiratore di Obama,
Così comincia un week end in cui il giovane uomo si sente un po' a disagio perché i suoi suoceri e i loro amici, fanno di tutto per apparire progressisti. Segno dei nostri tempi dove dobbiamo mostrare agli altri che siamo aperti di mentalità, visto anche l'accozzaglia di coglioni che popola la parte conservatrice, per cui tutti dobbiamo avere: un cane e un amico gay o straniero. Fa punti simpatia e ci definisce come un ottimo cittadino. Il tutto gestito colla delicatezza di un elefante in cristalleria.
Per cui il povero Chris sarà sottoposto a cose davvero molto imbarazzanti
Potrebbe funzionare benissimo anche senza la parte horror  questo film, perché mette in scena l'orrore del vivere comune secondo le leggi distorte di un progressismo di facciata.
Anzi ci dice : non sono progressisti e democratici, costoro. Questa parte serve solo per mascherare l'anima nerissima del paese. Ancora legata al kkk e al pensiero che i neri siano come, anzi peggio, di animali, per questo possiamo usarli per i nostri scopi criminali.
Detto questo il film è una pellicola di puro genere, per cui, questi elementi sono lasciati in superficie, per esser colti da chi vuole, ma poi si procede lungo la strada di un horror buono, come molti altri.
Non ha la potenza di Society, non è minimamente paragonabile. Se non che un gruppo di persone alla fine si scopre esser composto da malvagi con piani brutali. Manca la furia del film di Yuzna, l'elemento politico e sociale evidenziato al massimo, qui c'è ma mi par un po' in sordina.
Nondimeno, pur non essendo un capolavoro, e forse nemmeno una di quelle pellicole che tra dieci anni mi ricorderà di aver visto, Get Out è un buon film medio
Offre spazio per considerazioni anche profonde, intrattiene, ha il coraggio di non accontentare quelli che per forza tutto deve finire male. è un prodotto medio con la sua dignità filmica e di messaggio

mercoledì 12 luglio 2017

Cuori Puri di Roberto De Paolis

Quattro anni di ricerche, collaborazione stretta colla comunità cristiana del quartiere, gli abitanti, i rom. Anni che fanno parte di una ricerca, metodo, per comprendere la realtà e le dinamiche dei gruppi che compongono la vita sociale in un quartiere dell'estrema periferia romana. Terra di nessuno, di italiani e stranieri disperati, poco lavoro, nessun divertimento, se non l'intervento della chiesa. Attraverso il coinvolgimento sano e formativo di diversi giovani
Su questo punto dovremmo porci una domanda e darci una risposta: come mai noi che vogliamo fare una o più rivoluzioni, dipende se trovi parcheggio, rimaniamo fermi a discorsi di alleanze e turni elettorali oppure ci sfoghiamo alla cazzo di cane su facebook, incapaci assolutamente di produrre movimenti di sostegno duraturo, forte, presente, credibile, nelle città.  Tranne qualche realtà precisa, ma che rimane ferma nella sua località, non diventa prassi. La Chiesa, per vari motivi, riesce a esser presente nel sociale e in zone difficilissime.
Bisogna prenderne atto senza fare i laici da operetta, o contrattaccando con quattro slogan stupidi.  Ogni gruppo di persone che si riuniscono ha la sua complessità, ogni struttura che sia laica o religiosa ha le sue contraddizioni. Vanno studiate, comprese, apprezzate.
Chiudo discorso personale.

Torno a parlare del film: dunque , dietro a questa pellicola c'è un lavoro impressionante di documentazione, contatto diretto colla cittadinanza, indagine politica . Roba che par uscita da una sezione del pci degi anni 70. Tutto questo lavoro viene poi filtrato da una buona tecnica cinematografica, col fine ultimo di far nascere un bellissimo film.

Il film è uno di quei prodotti che mi fanno credere che il cinema, come strumento di indagine e svelamento della realtà, partecipazione politica e umana, narrazione dei vari "quotidiani", non sia del tutto scomparso. Non sia solo un prodotto industriale di intrattenimento borghese, incassi facili, rincoglionimento generale delle masse.
Qui è evidente il lavoro fatto dal regista e dai suoi collaboratori, ma non manca mai il sentimento, lo slancio emotivo, il coinvolgimento diretto dello spettatore, il quale attraverso un uso pressoché perfetto dei primi piani entra dentro la storia, si ritrova fianco a fianco ai suoi giovani protagonisti.
Mentre vedevo il film  mi veniva in mente la canzone di Lucio Dalla : "Anna e Marco". Perché questa è la storia di una stella e un lupo di periferia. Giovani che vivono momenti cruciali e problematici della loro esistenza.
Lei è una "brava ragazza", frequenta la parrocchia, è una credente. Ha una madre oppressiva e bigotta, forse per un passato che l'ha colpita ed affondata, non è dato sapere, possiamo presumere (ottima performance di Barbara Bobulova, anche se - visto pure i precedenti- non vorrei averla come madre)
La ragazza si trova in un momento delicato e difficile, all'inizio viene fermata per furto, fatto così, di botto, perché la madre le ha sequestrato il suo cellulare, per via di certi sms. Poi, insieme ai ragazzi della sua comunità, si ritrova ad affrontare l'impegno della castità fino al matrimonio
In questi tempi usa e getta, una scelta simile può esser vista come oscurantista e tutte quelle cazzate che si tirano fuori a cuor leggero, non conoscendo affatto l'idea alla base e i sentimenti/visione del mondo di gente che crede o ha un'ideale. Sarebbe stato facile per il regista mostrare dei bigotti cupi, fuori dal mondo, invece questa scelta è fatta da ragazzi normalissimi. Lo stesso prete, Stefano Fresi in un piccolo ma bellissimo ruolo, non è un persecutore dei tempi odierni, cerca solo, in un contesto così difficile di dar una solida base ai ragazzi del quartiere e lo fa benissimo.  Peraltro il suo personaggio è ricalcato su quello del parrocco vero, così come i suoi bellissimi dialoghi sono presi dalla realtà, una predica durante la messa e via dicendo.
La nostra protagonista, però, è anche incerta. Come alcuni giovani, vuol scoprire sé stessa. Il mondo intorno, divisa tra la sua vita di volontaria nel campo nomadi, la parrocchia e una madre imperfetta che applica in modo sbagliato le sue idee.

Lui invece è un ragazzo che passa da un lavoro all'altro.  Ha due genitori irresponsabili, incapaci di pensare a sé stessi. Cova una grande rabbia dentro nel suo cuore, si sente solo contro tutti. Frequenta una compagnia di giovani un po' sbandati, in particolare uno, col quale fa anche delle piccole rapine. Come tutti i sottoproletari abbandonati se la prende con gli stranieri, siamo in zona: questi vanno a dormire in albergo e così via,
L'unica cosa positiva è l'incontro con lei, prima quando la ferma per il furto e poi quando la rivede mentre va a far volontariato tra i nomadi.

L'opera affronta dinamiche spinose e complesse con tatto, ma mai trattenendosi. Si avverte un giusto equilibrio tra partecipazione e descrizione politica-sociale, ben fuse insieme. Tu vedi una bellissima storia d'amore e anche uno spaccato rude e forte della realtà
Non è facile riuscire a far comprendere quanto sia ignobile la guerra tra poveri, in posti dove lo stato è assente, tra palazzi brutti, dove la bruttezza regna dovunque. Tra zone anonime e abbandonate,  rifiuti, convivenza forzata, separazione in gruppi identitari, nel senso anche più spiccio e piccolo della cosa: questi sono i miei amici, il resto non conta.
Non ci sono buoni e cattivi, ognuno viene travolto dal suo dolore e dalla sua solitudine. Fanno scelte sbagliate, si lasciano ingannare.
D'altronde il film prende spunto da un fatto di cronaca vera: una ragazza aveva denunciato degli zingari di averla stuprata, invece si era inventata tutto, era solo andata a letto col suo ragazzo, ma anche lei aveva promesso di arrivar pura al matrimonio, il fatto di non esserci riuscita l'ha spinta a creare un atmosfera di caccia allo zingaro con qualche ripercussione assai seria.

Ecco "Cuori puri", c'entra benissimo il suo obiettivo: la difficoltà della convivenza e l'abbandono a sé stessi dei cittadini, giovani in modo particolare.
Il liberale vede solo l'aspetto individualistico delle cose. Tirerà fuori qualche scontata storia sulla forza di volontà. Perchè magari uno o al massimo due , sono usciti dal degrado e ora fanno i coglioni coi soldi in qualche inutile azienda giovane e rampante italiana. Non vuol riconoscere e vedere l'importanza dell'ambiente sociale che influenza pesantemente le vite degli esseri umani. Da qui, dalle scelte classiste contro le classi meno abbienti, nasce quella cosa che tanto turba le anime gentili di democratici, renziani, debunker di sto cazzo: la demagogia di destra.
Abbandonare al degrado e opprimerli con convivenze forzate, doverose e necessarie ma sempre accompagnate da incontri, collaborazione, coi cittadini, non piombate dall'alto e poi lasciate sulle spalle dei volontari e di pochi coraggiosi; dico questa politica dell'abbandono sociale fa nascere mostri. Una cosa voluta, per negligenza o mancanza di soldi, o di voglia di fare. Non so.
Però la deriva destrosa e le balle prese come verità sono alimentate dall'incompetenza del sistema democratico liberal-capitalista, il quale nemmeno si prende la briga di educare le masse. Preferisce chiamarle analfabeti disfunzionali, lasciarli a covare odio verso tutti.


Pellicola che in alcuni scenari  pare essere un film post atomico, tanto è la desolazione di luoghi e animi. Film che fa sentire sulla pelle  e nel cuore le difficoltà reali e concrete di vivere che molti cittadini hanno e non riescono a superare. Opera che , nonostante tutto, cerca di dar una piccola speranza
Perché l'amore non ferma le guerre e le ingiustizie, ma migliora la vita delle persone.
Non è poco di questi tempi.





giovedì 6 luglio 2017

CAPTAIN FANTASTIC di Matt Ross

A volte capita, nella vita di uno spettatore indisciplinato, che si rimanga scossi, folgorati, emozionati, da una scena o una sequenza.  Il monologo "Io devo difendermi" in Bianca, o " la vera libertà sta nell'essere in due" della Messa è finita, ad esempio, o la scena della festa in Luarence Anyways, o il rotolare e fermarsi immobile, seduto su una assolata highway americana in Electra Glide. Per non parlare della rabbia di Didier durante il concerto in Alabama Monroe.
Ecco la stessa cosa mi è capitata vedendo questo bellissimo film, il quale come molti bellissimi film se ne sbatte di raccontare cose nuove, di essere alternativo, o particolare. Si parla di famiglia, relazioni umane, scontri tra possibili stili di vita.
La storia, infatti, è quella di una famiglia cresciuta nelle foreste, lontana da ogni forma di contatto colla società capitalista e dei consumi, come per dimostrare che noi nella sostanza siamo ancora quei primitivi cacciatori, più vicini alle bestie e alla natura contaminata, che la giungla di teste di cazzo imprenditori per caso e lobotomizzati da oggetti costosi, fast food, influencer che sono l'influenza pestifera per ogni mente sana.
Il problema si pone quando arriva la notizia della morte, per suicidio, della madre. Costei da mesi era lontana dalla famiglia, ricoverata in un ospedale, sicché si decide di partire per assistere al funerale che si terrà nello stato e nella città dei nonni materni (si ho scordato dove codesta storia è ambientata, non è colpa mia se l'America è tutta campi, campi, città anonime, campi, campi, città anonime: per caso New York).
Questo viaggio scatena scontri con i parenti che non hanno mai compreso e apprezzato le scelte radicali, estreme, di isolamento, della famiglia, e porterà alla luce anche divergenze interne. 
La bravura del regista e sceneggiatore sta proprio nel saper gestire bene i conflitti esterni/interni della/nella famiglia. Per cui denuncia quella cosa orribile che capita a molti di noi: nemmeno siamo padroni di decidere della nostra morte
Il funerale per me è la parte più importante e fondamentale della nostra esistenza. L'addio al mondo, ai nostri cari, e dovrebbe essere una specie di riassunto di quello che per noi è stata la nostra vita. Non succede quasi mai così, perché genitori, fratelli e insomma gli sconosciuti che di tanto in tanto vediamo intorno a noi, decidono come dobbiamo andarcene
Improvvisamente tutti vorremmo esser portati in chiesa, o sepolti nel paese d'origine. Ci tengo a precisare che io non ci tengo affatto a esser sepolto in Brianza, e che non chiedo tanto il prete e la chiesa, ma parole affettuose, aneddoti divertenti, tante cazzate in allegria e musica: Rosso Colore di Bertoli, per il mio credo politico, ad esempio e Vorrei di Guccini per mia moglie. Tutto qui.
Insomma, il suocero decide che la figlia debba esser sepolta da brava cattolica, cosa che non è mai stata. 
Tutta questa parte finale serve per mostrare lo spirito repressivo non tanto dello stato, ma della classe borghese dominante. Loro hanno studiato per fare tanti soldi, loro lavorano tantissimo per fare tantissimi soldi, loro hanno case che costano tantissimi soldi. E basta. Non un piccolo brivido nel cuore quando qualcuno pensa a costoro, o un sorriso anche in mezzo alle avversità perché loro hanno lasciato qualcosa nella vita degli altri.
In fin dei conti è quello che capita in questi anni, dove colla scusa del grillismo si vuol impedire alle persone delle classi meno abbienti di partecipare alle decisioni politiche. Per carità, sarebbe anche comprensibile per certi versi, solo non rompete i coglioni colla mancanza di libertà individuali e di espressione subite da popoli di paesi lontani. Ipocriti, anzi: liberali del cazzo! 
Ross però non nasconde nemmeno un certo fondamentalismo, fanatismo, da parte di questa famiglia sovversiva e ribelle. Prima di tutto: nascondersi in mezzo alle foreste, non aver nessun contatto col mondo è sbagliatissimo. Vuol dire cercare un Avventino personale, e visto come è finito quello - l'avvento del fascismo senza nessun ostacolo in parlamento, a parte i comunisti per un certo periodo- non è mai una bella scelta perché non si contrasta nessun potere cattivo, anzi si decide la fuga, si decide di non combattere.
Come non si tiene conto anche delle opportunità che offre il mondo, di quanto sia contraddittorio, folle, e meraviglioso, seppure oscuro e brutale.
Tutto questo rende il film decisamente piacevole, ma poi alla fine arriva la scena che mi ha conquistato, commosso, emozionato
Questa
C'è nella voce che si rompe, nella espressione di gioia autentica, placida, risolta, tutto l'affetto, il bene, i ricordi meravigliosi, le piccole cose quotidiane, c'è La Vita stessa. C'è un nucleo famigliare che affronta il lutto e lo supera, non dimenticando con sforzo , ma in modo naturale, perché la vita ci viene data e poi tolta, ma la persona che abbiamo amato, se l'amore è davvero amore, vive nei nostri  pensieri e gesti. Sempre.
Ecco, questo è il modo che mi piacerebbe lasciare la terra. Non cremato e gettato dove vedrete, - SI SPOILER, OK? Non è un fottuto giallo, non vi rivelo niente di cosi forte da cambiare il senso della pellicola- ma colla gioia della musica, della musica che mi piaceva da vivo e piaceva a mia moglie. Non in nome di Dio né come se fossi una pratica statale da archiviare, ma con amore, gioia, allegria.
Peraltro questo pre finale meraviglioso  e indimenticabile, rende giustizia alla musica rock degli anni 80. Ritenuta orribile, che dopo sarebbero arrivati i depressi a salvarci eh, in realtà erano canzoni meravigliose, splendide, basta sentirla e risentirla in questo video.
Che dire? Ben Cash, un bravissimo Vigo Mortensen, vi saluterebbe così: "Potere al popolo!"
Un bellissimo commiato, visto questi tempi di classismo borghese.

venerdì 30 giugno 2017

OKJA di Bon -Joon- Ho

Io e mia moglie abbiamo risolto il problema Netflix/cinema nel modo più semplice possibile: abbiamo un magnifico telo in salotto, e un proiettore. Così ci vediamo film e telefilm su grande schermo. Cambia tutto. Come cambia veder un film al cinema, in sala. Un bellissimo rito pagano di condivisione di una emozione, paura, rabbia, di risate e lacrime. Detto questo, non possiamo che ringraziare Netflix per le ottime cose che ci offre, facendo - a modo suo- anche un ottimo servizio per il cinema e i cinefili: io ho conosciuto film e registi grazie a loro.
Però se uno ama il cinema,  appena possibile va in sala, se ami i film puoi vederli anche sul cellulare eh! Fine polemica, mi auguro di non leggere cazzate atroci come quelle su libri di carta ed ebook. Mi auguro.
Però non sono qui per parlare di questa ennesima sterile polemica, ma per dedicare il giusto tempo a questo bellissimo film.
Non è facile girare una manciata di film e tutti a livelli alti, con almeno un paio di capolavori, nel vero e reale senso del termine. Non è nemmeno facile passare da un genere all'altro, toccare anche il cinema quello più serio o la commedia nera più corrosiva, mantenendo sempre uno stile e una identità riconoscibile.Non è facile per molti, ma non per Bong -Joon- Ho
OKJA è un film che deve essere visto con calma e capito. Perché molto probabilmente una prima visione potrebbe farvi perdere la complessità della trama e dei messaggi, ben presenti nella pellicola del maestro coreano.
Fa parte di quei film che sembrano leggeri, ma in reealtà nascondono una profonda anima e tesi politiche-sociali di grande impatto.
Come vedere un classico film di Spielberg, ma girato da un regista che ha anche una visione politica ben definita e sa benissimo contro chi usare il cinema per denunciare al mondo brutalità, disumanità,  e come il potere le nasconda in vari modi: la polizia, in "memories of a murder", la scienza in the host, la famiglia in "Mother" e ora l'idea di un capitalismo ecologico, rispettoso ,biologico. Questa è un'idea davvero ottima e straordinaria per fare cinema che non intrattenga soltanto.  Bong Joon-Ho punta il dito sul capitalismo riformato e riformista che piace tanto anche a certuni/e in quella che per pietà umana chiamiamo sinistra, ma che in sostanza è un'accozzaglia di liberali allo sbaraglio
Il capitalismo riformista non esiste. Trattasi di inganno per le masse, perché dietro alle belle parole e idee di Lucy Mirando e della sua azienda, c'è un trattamento orribile delle povere bestie col fine di farne carne da vendere e incassare tanto. Dietro al tizio strambo della tv che fa un programma dove par che ami e si diverta a stare a contatto cogli animali, c'è un alcolizzato che fa male ad essi
Per denaro, profitto, produzione. In nome di questa Sacra Triade possiamo anche sfruttare una ragazzina coreana e la sua Okja.  D'altronde cosa potrebbe convincere meglio milioni di spettatori, consumatori, clienti, che la visione di una bella storia d'amore tra una bimba e un animale? Le emozioni, di questi tempi, servono per fare profitti, denaro, produrre.
Per cui anche un sentimento nobile serve al mercato libero, e per questo- solo per questo- che si sopporta una ragazzina straniera e quella bestia buona solo per farci generi alimentari.
Questa cosa viene descritta per ben due volte, prima dal nonno e poi dal veterinario/ stella della tv, come a svelare agli spettatori stessi l'anima del film: non lasciatevi ingannare dalle immagini di amicizia tra Okja e la sua padrona. Non è un film Disney,  qui bambini e animali si fanno male.
Gli fanno male.
Perché tutti gli adulti ingannano la piccola e di conseguenza anche la povera scrofa gigante.
Lo fa il nonno, non dicendo che verranno a portare via Okja, lo fanno quelli della Mirando, Lucy in testa, lo fanno anche gli animalisti, in nome della loro sacra missione
Il messaggio è chiaro: solo i bambini nella loro sacra ingenuità, che poi è giustezza e forza di spirito all'ennesima potenza e le bestie, non possono mentire. Solo loro sono capaci di un amore forte e incondizionato, non rovinato dalla rinuncia, dalla rassegnazione,, dalle leggi di mercato che ci schiavizzano tutti. Colla gravissima e imperdonabile colpa di renderci disumani, convinti di provare amore e affetto, ma essi stessi sono prodotti e soluzioni pensate in qualche riunione di una qualche multinazionale.

Un poeta, tanto tempo fa scrisse una bellissima canzone. Una delle strofe si chiudeva con questa frase: " guardami dentro gli occhi / gli occhi che erano bambini" Ecco dovremmo riprendere questa abitudine di dar spazio e giustizia al nostro sguardo. Dovremmo riprendere quella forza naturale dei bambini di guardare le cose in modo netto, limpido, tagliente, sia nel bene che nel male. E guardare gli occhi di chi riteniamo non sia un essere umano, per vedere quanto dolore, paura, "commozione" nascondino . Non parlo solo di animali, ma anche di altri esseri umani che per colpa di non essere nati nelle nostre città, non appartenere alle nostre classi, o esser diversi da noi, consideriamo come spazzatura umana: che crepino, chi se ne fotte.
OKJA è un film a misura di occhi bambini.  Ci insegna la meraviglia dell'amore, di un rapporto profondo, forte, sincero.  Ci costringe a piangere, perché di fronte al macello, di fronte all'urlo di migliaia di maiali, di fronte a dei genitori che si sanno condannati e ti chiedono: per pietà, salva almeno il nostro cucciolo, non possiamo non piangere. Ognuno a modo suo, ma cazzo se siamo esseri umani normali, lì si piange per forza.
Il mattatoio come il campo di concentramento.  Il destino di esser macellati, con quello, certo, di passare per il camino. Si, è un azzardo, forse anche troppo, ma a me il pre finale ha fatto pensare a questo: la meccanizzazione della morte, l'omicidio per finalità che si pensano importanti e inevitabili, l'uso di sottoproletari o persone che obbediscono agli ordini e basta.
Eppure, sono sicuro, che la foto di Okja colla sua padrona, ha toccato il cuore dell'uomo preposto alla eliminazione dei suini, così come anche gli altri lavoratori che dicono alla piccola di non stare lì, o il personaggio di Dano, che si preoccupa di non far vedere una scena forte alla piccola.
Come se per pochissimo tempo, grazie a lei si riscopra il senso della compassione per ogni essere vivente.
Bong Joon-Ho riesce a non farne un film didascalico, almeno non del tutto, a mescolare denuncia e opera sentimentale, perché è un film scandalosamente  sentimentale.
Opera che tocca i cuori, e le menti degli spettatori, pellicola che ci fa commuovere, indignare, e che ci dona due personaggi indimenticabili, i quali vivranno per sempre nel nostro cuore di spettatori indisciplinati e occhialuti romantici.

martedì 27 giugno 2017

RAMAN RAGHAV 2.0 di Anurag Kashyap

Raman Raghav è un feroce serial killer che ha svolto la sua attività di ammazza persone in India nei lontani anni sessanta. Questa opera nerissima, crudele e di rara ferocia, riporta sullo schermo le gesta di questo pazzo furioso attraverso gli omicidi di un folle assassino, nella Mumbai odierna.  Una reincarnazione? Un emulo? Non proprio direi, piuttosto il risvegliarsi ed esplodere di tanta rabbia, violenza, disumanizzazione, cinismo, crudeltà, ben rappresentate nella società e nel mondo dove si muovono i protagonisti.
Una specie di cattivo incubo e coscienza sporca collettiva che torna di nuovo a chiedere il suo tributo di sangue, terrore, morte. A combattere contro questo demonio sotto sembianze umane, come sempre, ci dovrebbe essere un eroe.
Tormentato, con grossi problemi, ma alla fine , cazzo : dateci un eroe. La sua figura ci rassicura, ci dona sollievo e voglia di credere nel genere umano.
Ecco; e se l'eroe fosse uno sbirro corrotto, drogato,  potenziale omicida pure lui? Come possiamo respirare se tutta codesta cupezza e tragicità ci trascinano nelle tenebre più profonde del cuore umano?

Film spiazzante che segue le regole del genere, guarda a quello che succede nel cinema americano, i titoli di testa e certe soluzioni più "commerciali",  ma usa il genere per far una critica radicale a una società di assassini, corrotti, devastata dal crimine e dall'impossibilità di provare empatia, amore, verso i prossimi. Il killer uccide convinto di ripulire il mondo, in una visione distorta e che nulla c'entra colla religione, come - al giorno di oggi- fanno molti criminali che si nascondono dietro a dio. Qui, semmai, si avverte la mancanza di una divinità, di una forza collante collettiva, di un vago senso di giustizia. Viviamo e crepiamo, male, in un brutale e sadico inferno, ecco la verità.
Verità che ci stordisce attraverso le immagini, perché Kashyap è un regista che sa come metter per immagini deliri, incubi, violenza. Non eccede nello splatter, nel gusto pacchiano per il morboso e sensazionalistico.  La violenza è implacabile, cruda, possiamo anche tenere fuori campo il martello che rompe una testa, basta il gesto, lo sguardo, la postura del killer, per provare dolore, sofferenza e paura.
Dicevo film spiazzante perché l'assassino lo prendono nei primi minuti. Lui si consegna e spiega per filo e segno quello che ha fatto. Non viene creduto e dopo un po' di sevizie, viene rilasciato.
La polizia: ecco, l'opera ci tiene a specificare che forse è meglio farsi ammazzare dal killer che avere a che fare colle forze dell'ordine. Violenti, inetti, per nulla rassicuranti ci appaiono gli sbirri in questa pellicola, tenendo presente che il poliziotto protagonista è la summa di tutti i peggiori difetti umani, e non solo
Infatti la pellicola punta tantissimo, a volte risultando parecchio forzata come scelta, sul dire che assassino e poliziotto sono uguali. Come se fossero entrambi parte di una stessa orribile persona. Vi è un rapporto non tanto, o solo, di cacciatore e preda, ma quasi di collaboratori, di amici fraterni, anche se non messo in scena in modo così didascalico e - oggi mi piace scriverlo- pacchiano.
Raman Rghav 2.0 è un bellissimo thriller, che usa benissimo anche le canzoni presenti nella colonna sonora per creare immagini di rara ferocia e disturbo
Perfetto come puro intrattenimento, ai livelli dei migliori horror/thriller sui psicopatici dalla nazione che ha il brevetto e copyright in fatto di serial killers: l'America, e opera inquietante che svela l'orrore della società indiana, tanto uguale alla nostra e rispolvera il tema del doppio, della parte mancante, del sottile confine tra bene e male, con gran senso del ritmo, dello spettacolo.
Film che andrebbe visto e rivisto, per lasciarsi travolgere da tanta gioia e amore!

lunedì 26 giugno 2017

CANNES A FIRENZE: LE CINQUE GIORNATE FIORENTINE E LA MARATONA DI DUE CINEFILI

La cosa bella, buona, giusta, di vivere in una città ricca di eventi e cultura come Firenze, è l'imbarazzo della scelta, le varie opportunità, la scoperta di opere e artisti, che par illimitata, eterna, insomma, in poche parole: tenetevi la calma immobilista e pleonastica della campagna, che noi ci teniamo il disordine sociale, le orde di turisti, ma anche la Grande Bellezza di esser circondati da eventi culturali e artistici di grande spessore.

Ora, Firenze ha numerosi e bellissimi cinema. Noi, inteso sia come me, che come me e mia moglie, amiamo andare al cinema. Si, perché vi è una profondissima differenza tra vedere un film su schermo gigante oppure su un tablet o computer, tanto crediamo in questa cosa che pure a casa abbiamo, invece di una tv, un proiettore e un telo. Per veder Netflix come se fossimo al cinema.
Per cui con grande gioia aspettiamo l'estate: si va all'arena estiva di Campo di Marte, ma questo anno di avvenimenti ce ne sono davvero molti
Uno è proprio questa settimana dedicata a Cannes, alla Quinzaine - e non solo: un fuori concorso, un anniversario, tre in cocnorso- perché a detta degli stessi organizzatori, in questa edizione le cose interessanti si trovavano lì. Un totale di 11 film, uno proiettato due volte, ma va bene così.

Ci dovrei mettere mesi e mesi per scrivere le emozioni, la gioia, la rabbia sociale e civile, che ho provato vedendo codeste pellicole. Ognuna di esse meriterebbe un post a parte, ma in realtà vorrei solo incuriosirvi, sempre tenendo fede alla radice di questo blog: il punto di vista personale, soggettivo, attivo, di uno spettatore con coscienza di classe e visione, l'unico modo per parlare e scrivere di cinema, che conosco. Ma nella maggior parte siamo tutti spettatori, questo vale anche per critici- quelle persone a cui devo la mia formazione cinematografica- e cinematografari. Fallibili, schiavi di una visione parziale, e così via. Non è un difetto se usata bene, questa cosa, per cui godetevi le mie riflessioni indisciplinate, nella speranza che vi venga voglia di una visione.

LUNEDI

HOW TO TALK TO THE GIRLS AT THE PARTIES

Cominciamo male, nonostante sulla carta la pellicola facesse intendere di aver molte cose buone da proporre e mostrare: il punk, la fantascienza, un romanzo di formazione dissacrante, irriverente, l'amore che supera le barriere dello spazio.
Mitchell mi aveva in parte conquistato colla sua prima opera, se non sbaglio, "Hedwig" un buon musical, con almeno un paio di brani memorabili.
Inoltre il film è tratto da un lavoro di Neil Gaiman, autore di fumetti e libri, tra i migliori in assoluto, visto che piace anche a me, che di fumetti e roba simile interessa assai poco.
Il risultato? Un filmetto innocuo, inoffensivo, esile, insulso. L'epopea del punk, la sua rabbia scomposta e oltraggiosa, anche verso sé stesso e i suoi potenziali idoli, lascia spazio a degli idioti totali: volgarotti e scemi come non mai. I tentativi di emozionare, rimangono in superficie, come anche la natura dissacrante e irriverente.  Come se tu stessi vedendo dei ragazzini che vogliono scioccare o addentrarsi in territori che non sanno gestire.
Il film, a mio avviso, risulta tanti chiassoso quanto superfluo, non scaldando il cuore e l'immaginario di sano sovversivismo e non donando emozioni legate alla scoperta dell'amore, del passaggio all'età adulta e non stupisce col suo mischiare generi

Pellicola : fuori concorso

GLI SPIETATI

Non basterebbero nemmeno dieci volumi per poter spiegare e descrivere la fondamentale importanza di questa opera immensa ed epocale.  Un film che fa da spartiacque, che ridisegna e riforma l'epopea western. Merito di Eastwood, senza ombra di dubbio, ma mi piace rammentare che spesso dietro a un grande regista, vi è un grande sceneggiatore- categoria un po' sottovalutata, in particolare di questi tempi- e in questo caso dobbiamo davvero applaudire David Webb Peoples, per aver scritto un copione assolutamente perfetto: nella costruzione di personaggi, storia, e messaggio. Tutti e tre ben definiti e trasportati sullo schermo, e cosa ancor più importante, nel cuore degli spettatori.
"Unforgiven" è di fatto la celebrazione della Storia del Far West, e per farlo celebra e distrugge la sua Leggenda. Opera quindi che dissacra il genere che più di altri narra la gloria della nazione americana, ma con un profondissimo e intenso rispetto per quella storia e per quelle leggende
Demistifica sia la figura del bandito, che quella del cacciatore di taglie, e l'idea di giustizia che si aveva in quei tempi, ma lo fa attraverso personaggi "più grandi del cinema e della vita", parla sopratutto, per me questo è il vero tema, della disillusione e di come possa esser positiva o nociva a seconda dei casi, ma necessaria e fondamentale per resistere e stare al mondo. Ci dice che le cose vengono sempre manipolate e distorte. che il raccontare- per immagini o per iscritto non conta- è azione di menzogna, necessaria per creare quei miti che tanto piacciono alle masse di ogni classe sociale.
Un western con tutti i crismi del genere, dove  si uccide un uomo mentre è al cesso, o dove la vanteria di un giovane innamorato delle storie e delle leggende sui grandi banditi, si sgretola appena si spara a un uomo
Dissacra, perché, svela la faccia sporca e debole delle grandi narrazioni fatte dal cinema e dai romanzi su questi uomini, ma colpisce a fondo perché questo è un lavoro fatto da uomini e non da ragazzini che pensano di sconvolgere o aver qualcosa da urlare a cazzo di cane, qui si scopre il fascino di un cinema complesso, duro, amarissimo eppure anche umanissimo e straziante



MARTEDI

ALIVE IN FRANCE

Bastano dieci secondi di visione di questo documentario per comprendere la differenza fra ragazzini che giocano a far gli autori e un vero, grande, immenso, Autore.
Abel Ferrara è la versione oscura, bluesy, punk di Martin Scorsese, questa è una mia idea perché vedo una sorta di legame tra questi autori: la religione, la violenza, la musica, tanto per citare tre elementi
Alive in France è un diario di viaggio, un film concerto, una riflessione sguaiata e malinconica sul cinema e la musica.
Sono canzoni piene di esclusi, emarginati, tipi violenti, in cerca di pistole o redenzione, è omaggio alla colonna sonora dei film, come parte fondamentale per una buona riuscita del film.
Sopratutto è un distillato di Abel Ferrara: regista, musicista, amico e padre. Sembra un tizio uscito da un film anni 70 su Little Italy, eppure tra le righe vedi anche il grande uomo di cinema, l'anima tormentata e chiacchierona, entusiasta e tagliente, accomodante e iraconda, vedi anche un Uomo.
Per quelli che come amano profondamente il blues, le sue storie nerissime e rammentano i film per le colonne sonore, questa opera è da non perdere;tutta la magia del cinema meno convenzionale, più profanamente autoriale, e la passione per la musica, esibirsi davanti a persone non sempre ben disposte, lo spettacolo di anime che si ritrovano a suonare due accordi su un palco. ecco qui sta tutta la grande potenza di questa pellicola


HAPPY END
Da cosa riconosci che stai vedendo un FILM D'AUTORE  e non un film d'autore?Dal numero di colpi di tosse in sala. Che per i cinefili è tipo un punto esclamativo, un dimostrare con quanta attenzione si segue l'adorato profeta del vero e grande cinema. A giudicare dal numero di improvvise riscoperte di tosse in sala, eh devo dir la verità: QUESTO è UN FILM D'AUTORE
Ed Haneke il profeta salvatore del vero e grande cinema. Voglio subito mettere in chiaro che questa pellicola non è all'altezza di altre sue opere, ma dobbiamo anche esser seri e sinceri: qui ci troviamo di fronte all'ennesima opera importante di un autore che con implacabile coerenza porta avanti un discorso filosofico, morale, etico e anche politico, che non si abbandona mai a facili soluzioni e banalità pseudo intellettuali
Lucidissimo, chirurgico, distaccato, ma non distante, Haneke mette in scena il declino di una ricca famiglia francese attraverso il crollo fisico del loro cantiere e quello morale, fatto di separazioni, tradimenti, incapacità di amare. Una condizione che unisce i giovani - la nipotina che va a vivere nella casa del nonno, causa il ricovero in ospedale della madre- e i vecchi- il patriarca ormai deluso dalla vita, cinico per noia.
Sullo sfondo, in sottofondo, il mondo: coi suoi immigrati, che si palesano solo due volte, creando un cortocircuito interessante sia nell'opera che nei personaggi,  mentre in primo piano va in scena una nuova caduta degli dei, non causata stavolta da eventi storici spiazzanti, ma dal malessere sottile, le incapacità umane, la solitudine deviante. Non è un film che cattura subito, gli dobbiamo dare tempo e spazio, dobbiamo cercare un punto di vista nella confusione di personaggi allo sbaraglio, ma è come sempre un grande intervento sul mondo, sulle nostre esistenze. Un mondo dove si ammazzano, forse, i propri famigliari, dove ci è impossibile decidere anche della nostra morte. Dove siamo prigionieri di falsi miti e libertà. Mentre fuori bussano i dannati della terra
Pellicola in concorso

MERCOLEDI

MOBILE HOMES

Film nomade di esistenze travolte dai loro sbagli, dal stare dalla parte sbagliata della strada, senza giustificazioni o pietismi, ma semplicemente mettendo in scena  le loro vite.
Il punto di vista è quello di una madre e del suo figliolo, vagano a bordo di un furgone in compagnia di un poco di buono, malvivente di mezza tacca, legato alla donna. La quale, come tante altre donne, non riesce a troncare una relazione così dolorosa e controproducente.
Vendono roba rubata, allevano galli da combattimento e guadagnano cogli incontri di lotta clandestina, spacciano un po' di droga; nel frattempo il bambino, di soli otto anni, cresce troppo in fretta e amaramente. Fino a quando, par di potersi ricostruire una vita, seguendo un gruppo di persone che vivono nelle case mobili, come si intitola questo bel film, il quale alterna momenti di pedinamento zavattiniano e dardenniano, a immagini di rara bellezza lirica, lasciando allo spettatore la responsabilità di una risposta a questa domanda: il rapporto tra madre e figlio può persistere e durare anche quando lei è del tutto inadatta a dar un futuro economico degno al bambino? L'amore può quanto meno arginare i danni?
Il film di Vladimir de Fontenay, nome  che ho segnato perché ammaliato sia dal tema che dallo stile di questo autore, mostra e mette in scena dei fatti concreti, quotidiani. Dolorosi e duri, ma con uno sguardo che giudica senza cattiveria aggiunta.



PATTY CAKE$
Non credete mai a chi vi dice, col fare da impiegato annoiato, che il cinema non compie miracoli,, ma è solo un prodotto industriale da vendere come si vendono i contratti eni allo stand dei Gigli, ad esempio. No, signori e signore: il cinema compie grandissimi miracoli.
Io ne sono testimone e protagonista: mi sono esaltato, emozionato, arrabbiato e rattristato, vedendo e amando una pellicola che parla di hip hop, la seconda cosa che odio più al mondo, insieme al punk.
Per cui, se non stiamo parlando di miracolo compiuto dalla settima arte, di che parliamo?
L'opera narra la storia di una ragazza che fa la barista in quel del New Jersey, posto assai popolare e depresso, come parte della provincia americana, ma reso anche celebre da quel disco capolavoro, uscito mi sa trenta e passa anni fa, dei Bon Jovi.
Terra che ha visto e dato i natali anche ad altre celebri star del rock, comunque non così affascinante come New York, o Los Angeles e la California.
Qui, Patty, sogna di sfondare nel mondo hip hop, adorando come un dio il rapper Oz, e condividendo la sua passione con un ragazzo di origine indiana.  I suoi sogni di gloria devono far i conti con una realtà fatta di stenti, debiti, una nonna tanto adorata che si avvicina alla morte, e una mamma che ha lasciato alle spalle il sogno di diventare una rockstar e vive di espedienti, e di alcol. A darle una mano, oltre la nonna, anche un ragazzo afro americano che ha una spiccata attitudine artistica, ma anche forti problemi di comunicazione col prossimo.
Il film alterna momenti più crudi e realistici dove i sogni muoiono ancora prima di raggiungere l'alba a momenti più divertenti, sentimentali, che tanto piacciono al sottoscritto. Non si può e non si deve rimanere indifferenti davanti a un'opera così diretta, sentita, urgente, certo: ruffiana e tanto americana nel voler dar altre possibilità ai suoi protagonisti, ma quando è tutto fatto così bene e i personaggi sono irresistibili, che ce ne fotte? Non possiamo altro che dire: Yo! Bro!

il film è stato proiettato di nuovo venerdi 23

GIOVEDI

LA DEFENSA DEL DRAGON

Opera dai tempi assai dilatati, ad un passo dal cinema trattenuto che tanto detesto, ma che ha una sua piccola e fragile anima al suo interno, una certa partecipazione per i suoi tre protagonisti, che la rende in qualche modo interessante
Ambientato in Colombia, tratta la storia di tre amici,  uomini di strati sociali più o meno diversi, ma uniti dalla passione comune per gli scacchi e da una difficoltà di vivere la vita. Problemi di lavoro, ma sopratutto di relazione, di saper gestire i sentimenti, dar senso alle loro esistenze.  L'opera li segue nei loro giorni passati davanti a una scacchiera, al casinò, o in un negozio che si porta avanti con noia e rimpianti, pensando alla moglie defunta o non pensando assolutamente nulla.
Il quotidiano, la parte noiosa della vita, qui è protagonista assoluta. Perchè anche essa vale la pena raccontare e mostrare.
Tutto è cinema, ogni cosa è filmabile e proiettabile, senza nessun problema di sorta. Qui vediamo la vita di tantissimi esseri umani, anche la nostra volendo. Persone ormai anestetizzate a ogni sentimento, incapaci di gestirli e sopratutto: viverli.
Nondimeno la regista, verso il finale vuol donarci qualche speranza

L'INTRUSA

Continuate pure a parlar male del cinema italiano, così perché dovete per forza aprire bocca. Continuate a dire : eh, ma all'estero, continuate pure.
Intanto vi perdete la meraviglia assoluta di imbattervi in opere straordinarie come questo magnifico film.
Opera che pone domande importanti, dure da gestire e quasi impossibile da rispondere perché hanno a che fare col tema del : giusto e ingiusto, di colpe e redenzione, di aiuto e allontanamento.
A Napoli, una donna gestisce, con alcuni volontari, un centro di accoglienza per bambini. Un dopo scuola finalizzato ad allontanare i più piccoli dalla vita del camorrista,  da una vita dura e ingiusta che spesso colpisce uomini giusti e lavoratori. Qui, attraverso l'inganno, trova rifugio una donna colla sua bambina. Costei in realtà è sposata con un killer della camorra, il quale viene arrestato proprio all'interno del centro d'accoglienza. In una specie di casa affittata alla consorte.
Il ritorno alla sua " casa" da parte della donna e della figlia, fa nascere divisioni e scontri, sia tra i volontari che colle mamme degli altri figlioli e figliole.
Da una parte una donna e la sua bambina, sole, ma non del tutto in grado di inserirsi, sopratutto la madre, dall'altra la parte "onesta" che per mano di quelle persone ha perso cari o non vuole che i propri figli crescano come loro o si ritrovino al centro di incidenti fatti per vendetta contro l'occupante e la sua infante.
La pellicola ci mostra anche la voglia della bambina di inserirsi, i tentativi di far amicizia e le problematiche che trova.
Questo è il cinema che piace a me: profondamente politico e militante, civile, sociale,  asciutto, ma non privo di emozioni.
Opera che ci spinge a riflettere, a domandarci cosa faremmo noi? Quali sono i i diritti delle vittime? E chi è la vittima? L'intrusa è un titolo che possiamo legare al personaggio della madre, una vera intrusa in quella piccola oasi di vita sana e alla sua direttrice che si ritrova a non comprendere i suoi concittadini, i suoi assistenti, per una visione idealista e forse troppo radicata, ma giusta.
Per me film da vedere e far vedere, troppo importante e bello, per scegliere altre e più rassicuranti visioni.
WEST OF JORDAN RIVER

Avvertivo la mancanza di un film di Amos Gitai. La sua lucidità nel descrivere gli errori, sbagli, mancanze, tragedie dello stato israeliano nei confronti non solo dei palestinesi, ma verso anche i suoi cittadini, la sua funzione in una zona così delicata.
Lo so, questo documentario non piacerà ai liberali di ogni schieramento, a chi è convinto che l'occidente e i suoi alleati siano immuni da sbagli e tragedie, a chi non vuol vedere, approfondire, conoscere, e a quella razza di esseri umani assai curiosi che vengono denominati: lettori ben informati attraverso le ultime prove di Oriana Fallaci.
Gitai intervista politici, giornalisti, uomini e donne comuni sia israeliani che palestinesi, mettendo al centro la possibilità di legami, condivisioni, per quanto pressoché improbabili. Lo fa mostrando un gruppo di donne ebree e arabe legate dal lutto che hanno formato un'associazione dove si incontrano e cercano di uscire dal loro dolore, ad esempio.
L'autore rimpiange il fallimento della svolta voluta da Rabin, mostra l'ottusità contro producente di alcuni politici israeliani, e il lavoro di alcuni giornalisti ebrei nel favorire la conoscenza del nemico e la separazione da questi colle frange estremiste, terroriste.
 Sopratutto protagonisti sono i popoli e le persone israeliani e palestinesi, separate da odio e rancore, dall'occupazione e colonizzazione, da un sistema che censura ogni antagonismo, e da un altro che mette in testa idee assurde di martirio a un bimbo di dieci anni.
Film- documentario che andrebbe visto, rivisto, per non lasciare che la disattenzione verso gli altri rispetto a noi, vengano del tutto dimenticati e dipinti come feroci assassini , facendo di ogni erba un fascio.
VENERDI

THE RIDER
 In fin dei conti lo devo ammettere, prima di tutto a me stesso e poi agli altri: ho un profondissimo rapporto di amore e odio verso gli stati rurali e del sud degli Stati Uniti. Posti davvero orribili, con bar e attrazioni di dubbio gusto, gente ottusa e reazionaria, eppure tutto questo mi affascina anche.
Sì, quello che i borghesi americani de noantri, non capiranno mai: l'america è il paese degli elettori di Bush e Trump.  Non c'entrano hackers e robe simili, basterebbe conoscere un po' la natura rurale, bucolica, alcolica e chiusa in sé di molti stati americani.
Questo film è un piccolo gioiello, narra la storia assai triste di un giovane addestratore di cavalli e piccolo eroe dei rodei, il quale a seguito di un incidente grave forse dovrà rinunciare a cavalcare.
Intorno a lui una famiglia composta da un padre vedovo e che cerca con difficoltà ed enormi sbagli di occuparsi dei figlioli, una sorella oligofrenica, che ha bisogno di esser seguita ed amata (bellissima la descrizione del rapporto molto profonda tra costei e il suo fratello) un amico segnato a vita dopo un incidente in seguito a un rodeo dove costui cavalcava un toro, e tantissima noia di provincia, lavori all'aperto, piccole e insignificanti case, serata passate in mezzo al nulla, bevendo e cantando tristi canzoni country.
Opera malinconica, amara, ma mai troppo implacabile nel voler insistere sul dolore. Commovente quando riprende le fantasie di nuove cavalcate, o l'ultima col cavallo tanto amato.  Film  che dichiara amore verso l'epopea della figura malinconica, triste del cow boy.
Tocca il cuore attraverso primi piani di occhi equini, o espressioni dei suoi attori, trasmette un senso di perdita, e lotta per la sopravvivenza, portata avanti giorno dopo giorno, mentre ci abbandoniamo alla vita che dobbiamo vivere e non quella che amiamo veramente. Ma nessuno ci impedisce di sognare il vento in faccia, la prateria che scorre veloce, cavalcando il nostro amatissimo e fedele amico di tante imprese e vittorie, un cavallo simbolo di assoluta libertà
LOVELESS

Se avete amato e visto Il ritorno o Leviathan, già sapete cosa aspettarvi dal suo autore. Devo dir che le vostre aspettative non saranno affatto deluse.
Loveless è uno sguardo duro, crudele, amarissimo, sia sulla Russia che sui rapporti personali, mostrando un mondo vuoto di amore, cinico, spietato, incapace di prendersi cura dei più deboli che sono sempre minori
La storia narra la vicenda di una coppia in procinto di divorziare, come molti arrivano a questo punto trascinando rancori, rabbie, risentimenti. Annebbiati dall'odio, sicuramente, ma anche dalla incapacità di provare amore per sé e per gli altri: che siano consorti, genitori, figli.
Un giorno, il figlio di dodici anni della coppia scompare improvvisamente.  Questo fatto farà esplodere ancora di più i conflitti della coppia, trascinando in parte anche i nuovi compagni, mentre una squadra di volontari si dà da fare per trovare il piccolo.
Film glaciale, penetrante, doloroso, mi porta a meravigliarmi di come le persone siano in grado di farsi tanto male, nonostante forse un tempo si amassero, di come sia naturale distaccarsi dagli altri, o veder il figlio come un  peso che ha frenato le nostre libertà.
Senza amore sono tutti i protagonisti di questa meravigliosa pellicola, vittime e carnefici delle loro scelte o non scelte, di rapporti sbagliati, incapaci di costruire qualcosa di buono, profondamente distaccati verso il mondo, che si affaccia con preoccupanti notizie in tv, e gli affetti più cari.
Un film  che parla di solitudine privata e sociale, ben radicata nel nostro modo di vivere
Pessimista, duro, agghiacciante, visione doverosa per ogni cinefilo.

Il film era in concorso