venerdì 16 giugno 2017

Ugly di Anurag Kashyap

Devo esser oltremodo sincero: non ho mai approfondito la cinematografia indiana, colpa di quei pochi film che ho visto, su qualche canale come Rai Movie od Iris, e non mi erano piaciuti. Troppo occidentali per me, mi sembrava fossero prodotti studiati apposta per piacere al pubblico estero.
Una considerazione sciocca, la mia, senza ombra di dubbio. Grazie a Netflix, però sto recuperando opera molto interessanti, come questo cupissimo e doloroso film del 2014

Dimentichiamo balletti, canzoni, storie d'amore travolgente, attori e attrici fascinosi, per addentrarci nella tragica realtà di una città come Mumbai. Qui vive la piccola Khali, colla madre- una donna depressa e sconfitta- il nuovo padre, un duro e integerrimo funzionario di polizia, e il desiderio di rivedere il suo vero papà: un tizio che campa sperando di diventare una stella del cinema.
Un giorno il padre passa a prenderla, devono passare la giornata insieme. La piccola è felice.
Però c'è un piccolo problema, il papà deve passare a ritirare un copione da un suo amico che lavora nel mondo del cinema, direttore di casting per una piccola casa di produzione.
La bambina rimane in auto. Dopo poco tempo scompare.
La sua scomparsa riapre vecchie ferite, trasforma le persona in esseri avidi e affamati di danaro, tutti col desiderio di far il grande botto, di vivere una vita migliore, avere successo. La polizia indaga usando metodi violentissimi e tra il commissario e il mancato attore vengono a galla cose brutte capitate nel loro passato.
Un mondo quello descritto da "Ugly", duro, sporco, infame.  Un mondo sommerso dalla violenza, dal dolore, dal senso frenetico di rivalsa, dall'odio e da una povertà a volte estrema. Un mondo dove i bambini scompaiono a dozzine ogni giorno, venduti a indiani e stranieri, o fatti sparire per altre ragioni.In questo inferno la polizia usa metodi feroci, abominevoli, orribili
Tutti i personaggi hanno lati negativi molto evidenti, sono deboli, annaspano in una vita che nega a loro ogni barlume di luce o speranza, divorati dalla fame di denaro facile, sfruttando pure una povera bambina. L'opera mette in scena la lotta senza quartiere di persone che confondono un'indagine con il regolare i conti tra di loro, di uomini che per arricchirsi fanno di tutto, di disperati senza gloria.
Opera implacabile, radicale, dura, ma mai compiaciuta, non vi è traccia di strumentalizzazione o di morbosità.
E questo è il suo punto di forza

mercoledì 14 giugno 2017

La preda perfetta di Scott Frank

Il noir è il genere più pessimista tra tutti i generi cinematografici o letterari, ancora di più del melodramma- che spesso parla di grandissimi amori, per quanto sfortunati- o del genere horror- dove l'elemento paranormale ci permette di staccarci dalla visione, tanto son cose non vere.
Non che il noir sia verità e niente altro che verità, ma la forza con cui mette in scena un mondo perduto, sporco, crudele, senza pietà e riscatto per vittime e carnefici, tanto prima o poi gli altri siamo noi, è così radicale e radicata, messinscena o scritta con tanta ostinata rassegnazione da far apparire Leopardi uno spielberghiano ante litteram, citazione in latino a cazzo, ma va bene così.

Tratto dal romanzo del 1992, "un'altra notte a Brooklyn" dello scrittore Lawrence Block, il film è ambientato nel 1999, l'anno che portò alla fine il secolo e il millennio, anno in cui si parlava del Millenium Bug, anno che francamente è passato così, senza nulla di esaltante, a parte che tutti i cantanti dovevano per forza dire la loro sulla fine del secolo, in canzoni o dischi trascurabili.
La storia è sempre quella: un ex poliziotto, con problemi di alcol, ora si è in parte ripreso e tenta di vivere una vita normale. In passato, per fermare tre banditi, ha commesso qualcosa di orribile, che l'ha distrutto, ma ora, cerca di ricostruire una parvenza di normalità. Un giorno, un suo conoscente delle riunioni per alcolisti e drogati, lo contatta per un lavoro: scoprire chi ha ucciso la moglie di suo fratello.
Le indagini porteranno l'ex sbirro nei bassifondi della città e a lavorare per i trafficanti di droga, visto che i cattivi di turno, rapiscono, torturano, ammazzano in modo orribile, le mogli di costoro.
Qui si manifesta una regola del genere: cosa è la giustizia? Moralmente come la concepiamo? Certo le donne sono vittime innocenti di due mostri orribili, ma i loro mariti? Accettare i soldi di chi avvelena le vite di numerose persone, per soddisfare la loro vendetta o placare la loro paura, è giusto?
Il film rimane vago su questo punto, come è giusto che sia.
Per funzionare, deve anche aver degli ottimi personaggi, Qui ce ne sono almeno un paio. Il primo è inutile dirlo, è quel colosso irlandese che risponde al nome di Liam Neeson, il suo Matt Scuder entra di diritto nel pantheon degli eroi dannati del genere, perché non è una figurina ostentata come quelle di una celebre coppia di investigatori di una serie tv tanto nota e amata, quanto da me saggiamente detestata, ma è un uomo in lotta coi suoi demoni che alterna umanità a furia. Un personaggio che è pura rappresentazione del genere, ma credibile, toccante per certi versi. L'altro è quello del suo piccolo aiutante afro americano. Un ragazzino che è costretto a vivere da grande, con una bella anima sensibile ed artistica, il quale si affeziona a quel tizio che fa un lavoro così avventuroso come il dectetive privato, senza licenza.
Altra cosa importante: i cattivi. Devono essere l'emblema, il paradigma perfetto del male, e questi due assassini sadici, feroci, automi senza anima e colpa, sono meravigliosi; fanno paura e suscitano odio, voglia di vendetta
Terzo elemento: non c'è giustizia, ci si limita alla vendetta. Una vendetta quasi biblica, come se abbandonata ogni speranza, ogni appiglio istituzionale, sprofondati nella feroce solitudine che avvolge vittime e carnefici, che tanto prima o poi gli altri siamo noi, non rimanga che una giustizia altrettanto spietata. Il fine giustifica i mezzi e se per dare pace alle vittime dobbiamo superare i carnefici, ecco: siamo in pieno noir.
Scott Frank è uno sceneggiatore di tutto rispetto, tra gli altri rammentiamo Minority Report, che mostra anche mano sicura come regista.
Per chi ama il noir e le storie "dure", accomodatevi: niente originalità, ma cinema di genere robusto e ben fatto



lunedì 12 giugno 2017

TREDICI (13 reasons why)

Le piccole cose ci uccidono. Si, hai presente le battute tanto scorrette quanto divertenti su un compagno di scuola, una vicina, una collega di lavoro. Quelle cose cretine che tutti diciamo e facciamo, pronti a giustificarci con un : " ma stavamo giocando!"
Ed è vero. Stavamo giocando, perché in questa epoca nulla è serio. I moralisti li abbiamo allontanati che i profeti del nulla è vietato sono più fichi, no? Per cui che ci sarà di male a dar del frocio? Nulla, mica lo abbiamo picchiato eh! O a far credere che una ragazza sia una poco di buono? Ma si, dai! Si lamentano, però vanno in giro vestite come puttane. Anzi, ci siamo evoluti: non è il vestito, ma la percezione che colei sia un po' mignotta. E giù a ridere cogli amici, o a togliere pezzi di solidarietà femminile.
Perché, non è cosa che riguarda solo gli uomini. Spesso e volentieri le donne amano scannarsi tra di loro, deridere, offendere, emarginare.  Mica è questione di vagine o peni, no! Ma di un collettivo modo stupido di veder e considerare gli altri.
In questo campo ci è di aiuto la società peggiore tra quelle del mondo occidentale: quella americana. Con i loro rituali di balli, accettazione, gloria sportiva, esser popolari, e tutte quelle straordinarie cazzate che poi noi abbiamo riportato, adattandole alla bisogna ai nostri ideali: la virilità esibita, la donna trofeo, le spacconate al bar.
Non cambia la vittima: sempre uno o una troppo intelligente e sensibile, per poter essere apprezzato/a dalle masse di teste di cazzo.
Hannah, era una di quelle persone. Troppo vulnerabile per non farsi male, circondata da gente che sta male, ma che non vuole accettare i propri limiti e dolori, così con leggerezza alcuni e in modo criminale un bisteccone -coglione tipicamente yankee, fanno tutti molto male alla ragazza. Tutti colpevoli della sua fine.


Lei registra questo suo dolore su delle cassette : 13 atti di un doloroso, moderno, straziante, via crucis. Senza resurrezione finale. Noi conosciamo la sua triste storia attraverso le sue parole e seguendo il co-protagonista: Clay.
Ora, ve l'ho scritto più di una volta: per me il cinema, i racconti, ogni cosa, sono esperienze "sentimentali", se fai in modo che io sullo schermo veda delle persone, hai vinto!
Questo è successo con codesto telefilm, pardon: serie tv.
Il dolore di Hannah era il mio, così come la lotta di Clay per riportare le cose a posto, in qualche modo. Confuso, ingenuo, senza filtri, come i giovani sono.
Vi è una credibile rappresentazione di quel periodo della vita, del sentirsi soli e sconfitti, per cui nascondere il dolore facendo branco e difendendolo ad ogni costo. Anche rimuovendo la verità o cercando di colpire l'isolato di turno.
TREDICI ha dei personaggi scritti benissimo e la cattiveria non è mai ostentata, resa un imbarazzante marchio di " serie tv cinica e cattiva, scorretta che turba i benpensanti con sessso e parolacce a caso", come quella disgrazia ignobile cbe è big little lies. No, qui si mostra un aspetto pesantemente negativo di un certo periodo della vita e di una certa società, ma si è partecipi a tutto questo. Risulta credibile.
Durante la visione, a volte, mi incazzavo con Hannah, vedi che si scriverà Anna, ma a me piace mettere h a caso, perché le dicevo: ma è solo una lista! Ne fanno a migliaia e migliaia, non devi lasciarti travolgere da una simile scemenza. Però, poi, la serie mi portava a rifletter su cosa possa essere per una ragazzina quella cosa. Una ragazza forse anche paranoica, debole, incapace di reggere gli urti della vita, ma anche se lo fosse, che dobbiamo fare? Disprezzarla e abbandonarla? No. Dovremmo capirla.
Però noi viviamo con leggerezza, diciamo che il senso di colpa deve essere superato perché dannoso e inutile,  la punizione cosa legata al passato, una cosa barbara, per cui , ma si! Dai, lasciamo che si rovini la vita di una ragazza. Anche stupida ed egoista perché il suicidio è atto stupido ed egoista, dobbiamo gridarlo forre e con convinzione. Lasci persone distrutte dal dolore, dal non aver fatto abbastanza, quando spesso siamo noi incapaci di chiedere aiuto.
Però, Hannah è giovane. Quel gesto era inevitabile, e non è giusto uccider due volte una persona debole, vinta dal dolore di vivere.
Clay ed Hannah sono bellissimi. Così dolci e arrabbiati, ostinati a non voler far parte di quel carrozzone di apparenze, ipocrisie, falsità, conformismo odioso, che è il mondo a volte. Ma anche gli altri personaggi sono scritti benissimo. Justin è vittima del suo ritenere amico un essere abbietto, vittima della famiglia dove non trova un po' di conforto, Alex dei suoi sensi di colpa del voler esser altro, ma non poter star fuori del gruppo e così via tutti gli altri
Sono come eravamo noi a quell'età, no vabbè io ero già troppo pigro per poter meritare robe melodrammatiche,  non è stata un'adolescenza che valga la pena ricordare e trattenere nel cuore, ma nemmeno ricca di grossi traumi. Mediocre e accettiamola cosi, va.
Comunque TREDICI è anche la storia del dolore della famiglia di Hannah, dell'impossibilità delle scuole di esser presenti sempre e tempestivamente per aiutare tutti gli scolari, però è anche la storia della bellissima amicizia tra Clay e Tony, di una rinascita attraverso il dolore , una storia dove le cose devono andar al proprio posto prima o poi.
Una bellissima storia, per una serie tv che ho amato profondamente

ps: reputo, però, la seconda stagione pleonastica. Almeno in teoria.

venerdì 9 giugno 2017

Liebster award

Bello quando un piccolo, megalomane, trasandato, splendente, diario personale di uno spettatore egocentrico e fragile, viene citato o nominato per premi o varie ed eventuali.
Si, perché alla fine che qualcuno premi le cose che scrivi e pensi è sempre una bella e grande soddisfazione.
Gli amici di Cinefatti mi hanno segnalato per questo premio, che mi par di aver già vinto in passato, anche se io vado orgoglioso di quelli vinti col mio blog di cinema serio, competente e che avrebbe meritato vita migliore, parlo di : cinema condiviso.
Oh, vabbè ma l'erba gramigna si sa ha vita più lunga, sicché questo blog  che non segue nessun schema, che se ne frega di tutto e tutti, è ancora qui.
Perchè lo spettatore non sia mai passivo, ma indisciplinato all'ordine di un cinema di massa senza nerbo e cervello, sempre attivo sentimentalmente, pronti a piangere e ridere, a vivere il cinema
Vabbuò, dopo questa autocelebrazione, rispondiamo alle domande dei carissimi amici- e testimoni di nozze- di Cinefatti


1) Cinema, tv o entrambi?
Non ho la tv. Sicché cinema

2) Un film che ami e un film che odi
 My sassy girl quello che amo,  Rambo 2 quello che odio
3) Il tuo Personaggio cinematografico, quello con la maiuscola
Michele Apicella, Bianca/ Don Giulio, la messa è finita
4) Incontri Werner Herzog per strada: cosa fai?
Lo guardo e penso a quanto sia fondamentale per l'arte
5) Una citazione cinematografica a cui sei particolarmente affezionato?
La vera libertà sta nell'essere in due

6) Hai mai girato un film?
No, non rientra nemmeno nei miei sogni. Anche perché così posso scrivere di cinema senza diventare il lavoratore che vive il cinema come lavoro e non come ancòra di salvezza
7) Qual è l’ultimo festival di cinema a cui hai partecipato? Quale quello a cui vorresti partecipare?
Mi piacerebbe partecipare a quello di Venezia, mal che vada pure quello inutile di Roma
8) Sei mai uscito dalla sala prima della fine?
No. 
9) Netflix-dipendenza: da 1 a 10, quanto?
6/7
10) Un film o una serie tv che secondo te tutti dovrebbero vedere.
Film : le onde del destino serie: Lost
11) Il finale migliore secondo te (senza svelarlo, ci basta il titolo).
Quello di Goodbye Lenin. La storia come sarebbe dovuta andare. Però anche quello de Les Miserable <3 strong="">

giovedì 8 giugno 2017

Ritratto di famiglia con tempesta di H. Kore-eda

Io credo siano importanti le variazioni sul tema, piuttosto che l'originalità e l'anti retorica a tutti i costi. Perché se questi ultimi elementi non sai gestirli, vengono fuori cose brutte e insensate. Frutto di un odio verso ciò che è verosimile, reale, condivisibile col resto del mondo.
Mi piacciono tantissimo i film che parlano di gente comune, perché costoro sono tutto, tranne che "comuni". Lo diventano nel cattivo cinema o letteratura, nel pensiero annoiato dei reazionari, o dei borghesi chiusi in mondi fatati e isolati.
C'è più epica nella vita del salumiere sotto casa che in mille impavidi guerrieri e compagnia bella. Non dico che i guerrieri e il fantasy siano cose brutte- brutte, anzi vi sono autori meravigliosi e imperdibili, in quel campo. Io, da spettatore o lettore, preferisco altro: appunto lo ripeto di nuovo la possanza e maraviglia di fronte a vite e storie "ordinarie". ma che di banale o pleonastico, se ben vedete non hanno nulla
Kore-eda è un grande maestro nel mettere in scena codeste storie, bisogna dargli atto. Certo se dal cinema volete il fantastico, gli effetti speciali, eroi e cattivi, spettacolo e intrattenimento, ecco queste opere potrebbero annoiarvi; ma qualora foste intellettualmente normodotati e non bambinoni di quaranta anni, bè  datevi una possibilità: lasciatevi trasportare nella limpida poetica di esistenze "apparentemente lisce", va vi cito pure Ruggeri!

Ci sono molti modi per narrare la stessa storia. Per questo gli oligofrenici che se la sono presa colla sola opera degna di nota di Genovese, si son bloccati a : ma è sempre la stessa menata del gruppo di amici in casa e delle loro beghe. Carissimi, questo è il cinema! In particolare quello di genere, al massimo arriviamo a tre canovacci, poi sta all'abilità dello sceneggiatore e del regista a dargli spessore e importanza.
I film su famiglie che si ritrovano, dopo un lutto o per le vacanze, sono migliaia. Perché tutti abbiamo una famiglia, tutti abbiamo passato momenti orribili e voglia di riappacificare rapporti forse un po' tralasciati, fissi sulla nostra idea di chi sia un genitore, un figlio, si chiama "sindrome di Giovanni Mari", ti porta ad odiare un padre per tutta la vita, ma senza conoscerlo, basandosi su un'idea, un momento negativo. Capita a moltissime persone.
Per cui è normale e giusto che si facciano tanti film su questo tema. Kore- eda è un esperto del settore.
Per cui la differenza cosa la fa? Lo sguardo. Dolan, nel suo ultimo capolavoro, vuol farci notare la fragilità e inconsistenza delle relazioni, di come ognuno sia chiuso in un mondo ostile e a parte, Kore- eda si è laureato all'Università Virzì e Spielberg, lui crede negli esseri umani e nelle loro debolezze. Per questo, anche se non ci sono i finali più ottimisti di codesto mondo, c'è sempre una compassione profonda, una dolcezza soffusa. 
Non manca nemmeno in questa sua ultima pellicola. 
Ryota era una possibile promessa della letteratura, che si è voluto perdere in un mondo marginale basato su gioco d'azzardo, solitudine, un lavoro di investigatore privato non proprio onestissimo. Un uomo placidamente alla deriva. Uno di quelli che conosco bene e in un certo senso sento affine, forse anime troppo pigre per impegnarsi davvero a far qualcosa di buono, o troppo limpide per adattarsi a questo mondo. Non lo so, non importa.
La cosa fondamentale è che lui tenta di essere un buon padre, ama ancora la ex moglie, ma non è in grado di gestir al meglio quella cosa complicata che sono le relazioni umane. Una parola non detta o una di troppo, una confessione o richiesta d'aiuto che ci imbarazza o che avremmo dovuto fare. Così meraviglioso e fragile il mondo umano, come fai a non amarlo?
Così dopo una prima parte di descrizione del lavoro di Ryota, non la migliore, arriva la tempesta, che costringe i personaggi a trovarsi chiusi nell'appartamento della madre dell'ex scrittore. Non succede nulla, eppure succede tutto.
I dialoghi colla madre, col figliolo, con l'ex, sono ricchi di amore e delusione. Le basi della nostra esistenza. Lui vorrebbe essere migliore, ma non può. La differenza fra la retorica americana, la follia da pirla dei life coach e un aderire seriamente alla vita è questa: non tutte le vite brillano e sono destinate a una redenzione, un riscatto, al - mi si perdoni l'orribile termine- successo. La maggior parte vede fallire sogni, desideri, speranze, illusioni, allora cosa ci rende più grandi della vita? Il tentativo
Lo so, non farò mai quello che voglio, ma tento di farlo. E poi vado avanti, farò altro.
Capita a volte che si cresca in contesti dove l'infelicità sia una radice forte, dove ti vengono elencate le difficoltà, mancanze, difetti che hai, come se tu fossi un'anomalia. Così cresci convinto che ogni cosa sia una sconfitta meritata e non fai nulla. 
Invece dovremmo educare i nostri cari(figli fratelli genitori consorti) a tentare sempre di costruire/ricostruire dei rapporti umani solidi. Sono le cose che ci rendono vivi.

Questo avviene tra i personaggi di questo bellissimo film. Nelle loro incomprensioni umanissime, nel dolore e nella voglia di esserci, di parlarsi, di scontrarsi. 
Kore-eda non ci spinge a ritenere Ryota un essere deprecabile, non lo condanna, come non punta il dito contro nessuno dei suoi personaggi. Nemmeno li giustifica. Fa una cosa importante: li comprende, e ce li fa comprendere.
Dopodiché liberissimi di ritenere l'ex scrittore un uomo non apprezzabile, il giudizio è fondamentale di questi tempi così lassisti e normalizzatori a ogni costo. Però, prima, abbiamo avuto la possibilità di incontrare un uomo: disonesto e poco raccomandabile, ma anche pieno di amore per il figliolo e di rimpianto trattenuto per la sua vita.
Di questi tempi, film come questi, sono necessari e fondamentali.

domenica 28 maggio 2017

7 minuti dopo mezzanotte di Juan Antonio Bayona

Lascia che ti dica una cosa: se questo film ti dovesse piacere tanto, talmente tanto da farti dimenticare imbarazzo e altre sciocchezze, per cui ti ritrovi a piangere per la commozione e l'emozione, ecco amico/a mio/a ... Benvenuti nel Club Dei Cuori Teneri.
Voi sapete che di questi tempi va di moda essere cinici, lo sono un po' tutti anche il salumiere sotto casa.  La debolezza delle persone le spinge a trovar nemici fantomatici nel "buonismo", come se sparare cazzate, fare battute su un regista a cui è morta la figliola, deridere , così perché fa tanto personaggio, donne o uomini con problemi, fosse una cosa normale.
Io non so quando abbiamo smesso di restare umani, come ci ricordava il buon Vittorio, ma piano piano, senza accorgerci, dimentichiamo l'empatia per strada
O ci viene richiesta solo se dobbiamo "vendere" qualcosa.
Però questo discorso lo voglio sviluppare meglio, quando parlerò di 13.
Trattenere. Questo è l'imperativo categorico di molto cinema. Ti viene spacciato come cinema essenziale, ma riesce a pochissimi, per lo più è quel sublime atto di codardia che ti spinge a non mostrare, svelare, far toccare con mano, quelle cose che ciascuno di noi teme: la vecchiaia, la malattia, la morte. In particolare queste ultime due cose Per cui i malati fino all'ultimo sono un po' magri, ma non vedi nessun segno di decadimento. Non si entra nella stanza di ospedale mostrando quello che accade, dai te lo suggerisco. Così stai tranquillo. Ci si ferma sempre un attimo prima che la situazione degeneri in pianti, ti concedo una lacrimuccia, che fa tanto " ah, che grande attore! Col minimo riesce a .."Dai che le sapete tutte, codeste cazzate terribili sul trattenere, l'anti retorica, il ricatto morale.
Ok, vi avverto: in questo film si piange e piangono molto. Perché è giusto farlo. Forse vi par un po' strano: d'altra parte a noi maschietti, ci hanno sempre detto di non far le femminucce, che i bambini non devono piangere. Col risultato che quando arriva il momento trattieni per prima cosa il pianto e a ruota molte altre cose, sentimenti.
Con questa pellicola non vi sarà possibile.
La storia è quella di Connor, un ragazzino di dodici anni che vive colla madre: malata terminale di cancro. Il padre è partito per l'America, si è rifatto una famiglia e l'unica altra presenza fissa è la nonna.
Connor è un ragazzino con tanta immaginazione. L'ha preso dalla madre che voleva studiare arte, ma la nascita del figliolo l'ha spinta a fare altro, ma quando hai una passione che ti brucia l'anima e fa esplodere scintille di felicità, non sarà sicuramente una laurea non avuta a cambiare la tua vita.
Così lei insegna al suo bambino la gioia di disegnare e lasciarsi trasportare dalla fantasia.
Ma come ci insegna Guccini, la fantasia è una cosa seria. Lo sappiamo benissimo noi che per non finire come Hanna Becker, o far stragi o morire di noia, ci siamo inventati un nostro bellissimo mondo: di racconti, film, canzoni, eroi personali. Io per tutta l'adolescenza ho avuto come amico Michele Apicella, tanto per dire!
Chissà perché la gente ci detesta tanto: si viene scherniti, sottovalutati, passiamo per fannulloni. Ma chi ci dice queste cose? I pirla. Lasciamoli al loro mondo concreto di affari, profitto a ogni costo, donne e uomini come burattini o giocattoli, da usare e gettare.
Noi amiamo la vita, il mondo, l'umanità e la fantasia ci spinge a sopravvivere a tutto e tutti.
Questo è il rifugio di Connor. Bullizzato a scuola, troppo solo, con domande troppe grandi, e risposte, da parte degli adulti, che non sempre riesci a capire, a quella età
La svolta avviene col palesarsi di un mostro: un gigantesco uomo albero Il quale per tre notti racconterà tre storie al ragazzino.fino a quando sarà la sua di volta a raccontargli la verità.
Le favole del uomo albero, non sono edificanti. Spinge Connor a riflettere su come la vita e le persone siano complicate e complesse, come da azione orribili si possa giungere a qualcosa di buono, che il bene e il male non sono così netti e separati - io a questa cosa non ci credo, ma me la metti giù cosi bene che ti dico  : ok-  sopratutto lo spinge a far  i conti con sé stesso.
E svelare la sua verità: terribile e umanissima. Sommersa dalla colpa e dalla vergogna, ma che appena liberata, si mostra una cosa preziosa e utile.

Questo è un film di sentimenti, e come tale, è ricco di possanza, le emozioni sono forti e vi colpiscono in pieno. Dimenticate quello che vi hanno sempre detto e piangete pure quando ne sentirete il bisogno, quando una mamma abbraccia suo figlio e un mostro gentile li osserva, o una nonna comprende che sta perdendo la figlia e si deve occupare di un ragazzino, lasciando un po' da parte il suo carattere di donna pratica e precisa.
Sopratutto: immaginate, sognate, raccontate e raccontatevi tante belle storie.
Il segreto della vita è tutto lì.

martedì 23 maggio 2017

Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

Ti sei mai fermato a pensare cosa hai tolto a Giuseppe? Ti è mai venuto in mente, passato lieve nel cuore, un momento di sgomento e schifo per quello che tu e uomini di zero onore avete fatto a un ragazzino?
Quando rapisci e uccidi un ragazzino non togli a lui la vita. O meglio non solo quello. Perché se un uomo ha avuto il tempo di fare errori, vivere amori, ridere e arrabbiarsi, lavorare, comprare casa, innamorarsi, tifare e gioire per una squadra che vince uno scudetto, emozionarsi ricordando i viaggi, aver fatto l'amore,  cambiato vita ed esperienze, un ragazzino che avrà mai fatto? Avrà avuto la percezione di tutte queste cose.
A Giuseppe, dei criminali orribili, disumani, hanno distrutto la felicità di immaginare e vivere una vita. Un doppio atroce delitto. Perché il padre era un pentito. Poi lasciamo stare che il suo assassino si è pentito a sua volta, mi auguro un pentimento vero e sincero.
"Sicilian Ghost Story" è un film che parla di prigionia, di vite sequestrate: Giuseppe, nel senso vero e proprio del termine, passerà due anni nelle mani dei rapitori, Luna - la ragazza che si innamora di lui- è prigioniera della società: quella omertosa, piena di segreti, che vuol far passare per matta una ragazzina che pone domande, che non accetta quella mentalità e modo di vivere.
Lei combatte colla forza ingenua e fragile di chi è ancora giovanissima e non teme quel placido vivere all'insegna del " fatti i cazzi tuoi", non vuole accettare che un ragazzino venga abbandonato e deriso, dimenticato e insultato, per quello che ha fatto il padre
Durante tutta la visione mi son sentito completamente vicino a lei,  soffrendo per ogni ostacolo che gli altri le mettevano di fronte, emozionandomi per quel amore così intenso e puro e forte.  Perché quella è l'età bellissima in cui l'amore è qualcosa che non si perde tempo ad analizzare, regolarizzare, dubitare della sua esistenza: l'amore è.  Il cielo è nel viso del nostro o nostra amato/a. Infinito, potente, ci riempie le vene al posto del sangue.
Questo amore è quello che provano Giuseppe e Luna.
Fino a quando uomini cresciuti malissimo nel mito distorto dell'appartenenza mafiosa, interverranno per distruggere quel loro bel sogno.


Per tutto il film speri che qualcosa o qualcuno possa intervenire per dare giustizia e pace ai due ragazzini.Però sappiamo che la storia non è andata affatto così.Per questo il dolore diventa ancora più straziante, vibrante, feroce. Bastano piccole sequenze ( una farfalla che dalla mano di Giuseppe si mette a volare verso il mare, i due ragazzini che si abbracciano in un sogno/allucinazione/visione di un oltre la vita) per far penetrare nei nostri cuori di spettatori una sofferenza radicata e profonda.
E poi c'è il cinema

Cinema che in questa pellicola c'è, presente, debordante, ricco di possanza e maraviglia, proprio perché i registi ed autori di questa opera mescolano il duro realismo della storia vera, con atmosfere inquietanti, sottilmente horror, decisamente fiabesche.
C'è il bosco maledetto e incantato, le bestie feroci, i cattivi/ quasi orchi, c'è una principessa che deve salvare il suo principe. Ci sono i fantasmi/anime che si incontrano. Il tutto però senza forzature o stonature tra parte Reale e quella Magica.
Come se la mafia fosse una specie di proiezione maligna di una terra infestata. Surreale o realismo magico? Forse niente di tutto questo. Solo un film davvero notevole.

lunedì 8 maggio 2017

SOLE, CUORE, AMORE di DANIELE VICARI

Forse avremmo dovuto saperlo, comprenderlo, almeno farcene una ragione. Non dico un motivo di lotta, che poi oggi per o contro cosa combattiamo? La rivoluzione diventata una roba da risiko. Sposto sta banda de assassini de qui, e anvedi so ribelli, no! Aspetta! Va che si è liberato un posto in Siria! Muoviti che se no te parcheggiano quelli di al qaeda, che mo questi dove li mettiamo!
 Te pensa, tutto sto casino ti capita ai piani alti. Che i padroni, sappilo amica cara, mica son come noi che guardiamo per terra, se per caso: che ne so? Uno ha perso  venti euro. Che paiono pochi, ma un regalo al figliolo, due pizze da trasporto per la moglie, due birre con gli amici. Da quanto tempo, eh? Che qui corri corri, ma dove vai? Dove vogliono farti arrivare? In anticipo: sul posto di lavoro. Ora lascia a casa i guai, i problemi veri e reali, no! Per carità: già ti abbiamo preso e dato questo posto, e tu che fai? Invece di pregare me, tuo unico dio, mi chiedi permessi, che deve fare gli esami! Ma lascia perdere! Ingrate son le lavoratrici.Si permettono di metter al mondo figli, di aver mariti che fanno lavoretti,  e noi poveri padroni che facciamo? Gli diamo di che campare. In nero, che va bene così, tutti i giorni, ma visto che sono buono le lascio anche la domenica pomeriggio libera.
Però che bello essere libere, in un mondo libero, che ti permette di vivere eh?

La libertà è una cosa bella: ti permette di alzarti ogni mattina, fare due ore di viaggio all'andata e due al ritorno. Perché i soldi servono, però lo fai per dar un futuro decente ai figli, e perché tuo marito non trova lavoro fisso. Ci pensi, Eli, ogni tanto a lui? Quello che un giovane uomo disoccupato prova quando passa di lavoro in lavoro, sta a casa e vede la moglie che fatica per mantener la famiglia? Noi siamo liberi, no? Civili, democratici. Eppure un uomo a casa, che si occupa della casa e della famiglia, visto che i suoi continui sforzi lo portano a trovare solo lavoretti o niente, viene visto come un parassita. Un peso sociale. E ti senti così, quando a casa si fanno i conti economici: i progetti brillanti diventano sempre più opachi, lontani. Piano , piano, per la necessità primaria di vivere devi a tutti i costi accettare una vita di ripiego, l'accontentarsi di aver qualcosa di cui accontentarsi. Spesso per tua moglie non sei nemmeno un peso, perché ti ama e conosce il tuo valore di uomo, la tua storia. Sono gli altri che parlano tanto per, sai ad un certo punto si sentono l'autorità di dover manifestare pensieri frettolosi, deduzioni illogiche.
La gente parla e il sistema ti incatena. Però siamo liberi.
Si, tutti quei viaggi in bus, metropolitana, ripetuti ogni giorno, sotto la pioggia e col sole. Tutti i giorni: avanti e indietro, con altra varia umanità nelle tue condizioni. Magari la prima volta che salite sul bus, sul treno, quando incominciate un lavoro, cazzo siete pure felici.
Siamo liberi e facciamo i conti: allora, dai! Si ci metto 4 ore di viaggio, lavoro tutti i giorni, escluso il pomeriggio di domenica, 12 ore al giorno, che fa tanto ottocento no? Il capitale, sapete, sta ai passi coi tempi! Comunque, vabbè è in nero, ma va bene così. Forza, Eli. Che a te è andata bene: pensa alla tua carissima amica: la Vale. Fa la performer in discoteche, gallerie d'arte, ha avuto per un certo periodo un tizio pericoloso come impresario, sua madre pensa sia una puttana. Non è la sola, eh! Lei che ripete le sue danze, che forse ama un'altra donna,  che vive l'illusione della notte, quando i gesti sono sempre gli stessi. Corpi che si muovono, meccanici.
Dicevo, Eli, a un certo punto tu hai anche un lavoro onesto, no?  Poi cosa succede? Avverti anche tu il bisogno forte di scendere dal bus? Di andare avanti e niente lavoro oggi. Niente clienti maleducati, viziati, capricciosi, niente titolare che ti tratta come una schiava, una sua serva, che sai la moglie in negozio non va bene: lei deve dormire, fare palestra, e lui mica vuol fatica un po' fare due capuccini, darti una giornata libera. No, è pure buono! Ti fa l'elemosina di uno stipendio da fame.
Ma ora, visto che siamo qui ad aspettare il prossimo treno della metropolitana, voglio farti una domanda: "Noi siamo liberi, ma dove l'abbiamo messa sta libertà?" Quando abbiamo deciso che il padrone,  è un dio in terra e il lavoro deve esser fatto a tutti i costi, anche quello di perdere la nostra vita? La vita che è un dono prezioso e che brilla quando stai colle persone che ami, quando dal balcone, puoi veder quello che capita sotto i tuoi occhi? Il tempo non è denaro, ma è vita.
La vita è : salute, relazioni, empatia, viaggi, anche piccoli, pure un po' di tempo passato a non far nulla, ma assistere al prodigio del nuovo giorno,  un libro da leggere che ti esalta, una canzone da stonare in compagnia, la vita è libertà
Nei tempi del lavoro sotto la democrazia liberal-capitalista gestita a cazzo di cane da individui sordidi tanto tra i politici, quanto tra la tanto celebrata società civile di padroncini, capetti, e coglioni di ogni sorta, la tua vita è merce, sotto posta alla dittatura di orari, pressata dalla paura di perdere un posto di lavoro che ti toglie l'esistenza.
Delle grandi lotte proletarie, della legge 300, della forza che ci univa cosa è rimasta? La libertà individuale di persone che si lasciano sfruttare, perché il mondo libero va così.


mercoledì 5 aprile 2017

WAR HORSE di STEVEN SPIELBERG

Dipende da quanto tu credi nell'umanità: se ci credi, ti viene naturale mostrare quanto di buono o giusto, gli esseri umani possano fare per sé stessi e gli altri, altrimenti ti fermi "alla realtà", che nel felice mondo occidentale equivale a un "che schifo"
Tutto qui. Non c'è giusto o sbagliato, il desiderio di fare continuamente il punto su un'idea. Ora, un artista potrà mentire al pubblico, a sé stesso, alla critica, il mondo è pieno di film "falsi" e fatti male, ma quando è da più di trenta anni che sei un grosso e importante nome all'interno dell'industria e tra milioni di cinefili, ecco, dovremmo farcene una ragione: non è più, o solo,  l'uomo che mira all'incasso e alla gloria con trucchi facili, ma un Autore che film dopo film mette in scena la sua poetica.
Potrà anche darci fastidio, ma a questo punto è un problema nostro. Non suo.
Sicuramente non è un mio problema: visto che ho amato profondamente questo bellissimo film


War horse è un film che parla di un legame profondo e indistruttibile, quello tra un ragazzo e il cavallo che lui ha addestrato per farlo lavorare nella fattoria, dove lavora col padre e la madre. Il rapporto speciale, difficile da spiegare a chi non ha un minimo di empatia cogli altri, che si instaura tra un umano e un animale "domestico", è qualcosa di forte e totale. Pur rimanendo ognuno quello che è: noi esseri umani e loro animali. Ma ti ritrovi a pensare a loro, gioire e soffrire per e con essi. Dubito che una persona, la quale rimane indifferente alle sofferenze di una bestia, possa provare pietà per una persona. Forse potrebbe accadere, ma dubito.
Però il film non parla di questo, o almeno non solo. La pellicola si e ci pone una semplice domanda: "Possibile trovare, nella guerra, un barlume di umanità? Possibile in un simile contesto, non perdere del tutto gli aspetti positivi di essere umani?"
Questa domanda ci porta a una risposta che molti non ameranno affatto, perché semplificano la vita e le persone, comunque essa è : "Sì" Possiamo trovare della bellezza, gentilezza, grandezza, ad opera di piccoli esseri umani, anche mentre stiamo combattendo. L'uomo che stermina senza pietà i nemici, ha tempo anche per solidarizzare con essi, riflettere nell'altro quello che siamo e saremo dopo la battaglia: persone che lavorano, amano, piccole vite, ma che sono la base di ogni cosa.
Così il cavallo diventa testimone di tutto questo dolore e bellezza mischiati insieme. Perché l'umanità, per Spielberg, è più forte di ogni conflitto. Tema cardine della sua filmografia, qui esposto in modo lucido e totale.

Il giovane ufficiale inglese, i due soldati disertori tedeschi, la ragazzina francese, il soldato tedesco e infine di nuovo col padrone. Questo viaggio per ritrovarsi è denso di personaggi indimenticabili, che anche se appaiono poco, lasciano il segno e traccia. Come indimenticabile è la scena del soldato inglese e quello tedesco che lavorano insieme per salvare il cavallo.
Siamo uomini, simili. Anche se i nostri potenti ci mandano al macello, alla fine abbiamo più cose in comune di quanto si possa pensare.
Forse non siamo più abituati a credere e pensare che il cinema abbia il compito di mostrarci la parte migliore di noi, delle nostre vite. Forse crediamo che solo una sofferenza senza uscita sia la realtà , quella perlomeno degna di essere filmata. Non sappiamo quasi più gioire di fronte a una bellissima storia di pace, amore, amicizia, una storia che parla di gente umile, meraviglioso Peter Mullan come tutto il cast, non so cosa ci sia successo. Però mi dispiace
Io, insieme a Spielberg, Virzì, non so quanti altri, crediamo negli esseri umani, che hanno il coraggio di essere umani. Toh, cito Mengoni e ora posso andar a dormire

venerdì 3 marzo 2017

MOONLIGHT di BENNY JENKINS

A volte capita, ci sono opere che fanno tanto arrabbiare gli "espertissimi di rete 4", ah no! Di Facebook. Improvvisamente un film diventa il Male Assoluto, manco fosse il Fascismo o la Democrazia Liberale-Capitalista. Diventa un modo anche di esporre il proprio peso all'interno della comunità di tantissimi napalm 51,  oppure il mezzo per farsi accettare da nuovi amici, grazie a battute e altre facezie sull'opera.
Tutto questo è giusto e normale, fa parte di un modo ben radicato di vivere questi esaltanti, palpitanti, selvaggi, non ancora del tutto regolati, anni di scoperta della comunicazione vera virtuale. Amplifica quello che coviamo dentro, esaspera i toni di chi parla a bassa voce.
Va bene, va bene, va bene, così - come canterebbe mr eh! ehhhhhhhhhh!

Però non è detto che un modo scomposto di parlare di un'opera sia sbagliato, ci sta che quel film sia brutto. Il motivo? Per quanto il cinema sia un linguaggio tecnico non si esaurisce in sé stesso, ma gioca profondamente con numerosi fattori :io ed es, ne sapete qualcosa? Ecco chi scrive le nostre recensioni. Per cui una pellicola al di là di come sia girata, ha un valore assai diverso rispetto a chi vede.  Uno spettatore passionale, si lascerà travolgere dai personaggi, dalla storia, e dal messaggio, sono quelli fichissimi come me, altri che son trattenuti anche nella vita reale, punteranno su qualcosa di più rigoroso, ferreo, che è "oggettivo", giusto per dar un contributo professionale, ma non dirvi nulla di essi. Metodo che comprendo e rispetto tantissimo, assolutamente lontano da me , io voglio sempre conoscere l'umano - anche contraddittorio e fallibile, piuttosto che la perfezione di chi ha imparato una lezione o un mestiere.
Per cui, ecco una mia riflessione su Moonlight




Chi disse: " Ogni essere umano è importante?" Mi pare Spielberg, in quell'opera di rara bellezza che è "Il ponte delle spie", certo vi è una visione rozza della nostra amata Ddr, ma i personaggi ribadiscono un fatto che spesso scordiamo: siamo tutti esseri umani. Non siamo in un film dozzinale dove o siamo buoni o cattivi, 24 h su 24. Questo non significa giustificare un mascalzone o un marrano di ogni risma, perché è tenerissimo con un cucciolo di cane, oppure è un buon padre. No, semplicemente ci ricorda che gli esseri umani sono troppo complessi e ricchi di contraddizioni: eroi e figli di puttana sputati dall'inferno, inflessibili sostenitori di pene severe e garantisti occasionali, questo ci rende meravigliosi (piccolo consiglio : leggete codesta recensione canticchiando Meraviglioso di Modugno, non la cazzo di cover di Negroamaro. Un saluto al salento! ) e odiosi allo stesso tempo.
Non dico che le storie debbano evitare di portare sullo schermo buoni o cattivi a tutto campo, dipende dall'idea della vita dell'autore. Forse ci vien in aiuto il cosa e come stiamo narrando/ filmando

Voglio essere chiaro: non ha senso criticare la sceneggiatura di un film di formazione, tesi, o radicato in un genere. Io ti posso girare l'ennesima opera su un gruppo di persone che stanno a tavola e piano piano si mettono a litigare,  idea abusata, e portarti sullo schermo un bellissimo film. Posso raccontarti l'ennesima storia di un ragazzino che cresce in un brutto posto, eppure emozionarti perchè sullo schermo c'è qualcosa che partendo da quelle basi, ci parla di altro e oltre.
Sicché, la baggianata sulle storie originali lasciatale a quelli che orgasmano per cose come "Smetto quando voglio",  a noi che apprezziamo il cinema delle relazioni umane, ci basta un Moonlight



Il film è tratto da un'opera teatrale " Moonlight black boys look blue". di Tarrel Alvin McCraney.  Non è facile portare un testo nato per esser realizzato su un palco, con un numero di attori e di scene statiche, un 'opera che sia Cinema in ogni sua inquadratura.  Jenkins cura molto le sue scene e l'aspetto visivo.  Ci dona log take vorticosi e mai messi lì alla cazzo, o abusandone come, per esempio Innarritu in Birdman, Hanno quasi sempre una funzione emotiva, sottolineano la tensione che muove corpi, gesti e parole. Basti vedere quando Chiron/Black, entra in classe per vendicarsi contro un coglione e testina di cazzo che..ah, no ! Scusate mi stavo lasciando prender la mano da Charles Bronson. Comunque in quel caso avverti prepotente la tensione che monta, non solo segui Chiron, ma sei lui.  Altre volte invece ci dona la delicatezza di una giornata normale, in una vita fatta di droga e violenza, come quella che vivono Juan e Chiron al mare. Tutto questo, ripeto, portando su uno schermo un'opera teatrale.

Guardiamo la storia: banale, scontata? La sceneggiatura non si basa sull'intreccio, ma sui personaggi. Faccio notare che molti films sono costruiti così, alcuni vi piacciono anche molto.  Direte, ma qui è fatta male. 
Perché? In fin dei conti non è detto che Chiron alla fine viva una vita migliore di Juan o di altri spacciatori, non sappiamo nulla sul fatto che la madre riesca a trovar un'esistenza migliore dopo la cura  di disintossicazione, semplicemente, come capita vivendo, ci sono momenti di apparente stabilità e felicità, poi facilissimo che le loro vite vengano spazzate via dalla furia della violenza della strada.
Il punto è che noi diamo per vero, reale, giusto, sincero, solo l'aspetto negativo della vita. 
Se Jenkins avesse girato scene di violenza, tossici e spacciatori che parlano come in un film di Tarantino, dei tamarri tamarrosi, e giovani procaci dedite al sesso facile, si parlerebbe di opera credibile. Scontata, magari, ma cazzo quanta credibilità.
Fare altro è per forza sintomo di buonismo, politicamente corretto e le solite orribili stronzate, che non ci rendono nemmeno speciali, in quanto tutti i peggiori pirla dell'universo, pure quelli dei nuovi pianeti scoperti, dicono automaticamente da decenni.
Non c'è nessuno di più corretto di un sostenitore del pensiero scorretto.

Senza strumentalizzare un plot a rischio, senza puntare su effetti facili di stereotipi machi e bulli, Jenkins ci descrive un pezzo di storia di un bambino qualsiasi. Affronta l'omosessualità con una certa delicatezza, ma senza nascondere nulla, ci dice che anche nei posti peggiori ci sono uomini e donne, e come tutti amano o soffrono.  Juan non è un angelo, lo intuiamo da tanti piccoli particolari, basti vedere la litigata colla madre di Chiron, ma non ci serve vederlo mentre fa a pezzi un tizio e poi porta al mare Little. Sono convinto che l'avrà fatto. Eppure quello avrebbe generato un discorso rassicurante per il pubblico: vabbè, è bravo col bimbo, ma va che animale. 
Qui invece ci viene mostrato nei momenti, forse anche occasionali, di tenerezza. E allora cominci ad avere dubbi: ma io sono davvero più buono di lui? Se mi dovessero dare una pistola e il suo potere che farei? Possibile che un criminale, pianga commosso, per le parole di un bambino? Chi era prima Juan? 
Non vuol dire essere buonisti, che poi è un'accusa ormai superata e inutile, ma porti il dilemma, a te caro cinico e giustiziere da tastiera, sei davvero convinto che niente ci leghi l'un all'altro, anche quando l'altro è un criminale. 
Non giustifica nulla il film. Juan e Chiron sono spacciatori e fanno cose brutte, lo sappiamo senza bisogno di vederlo. 
Black è diventato così perché l'omosessualità , pur con tutti i telefilm e i Cameron di codesto mondo, non è ancora accettata del tutto, e in certe zone, in certi tempi, questa cosa porta a durissime rappresaglie su costoro. Non hanno forse subito bullismo e violenze dagli altri , chi è diverso rispetto alla media di teste di cazzo? Direi di si. 
Jenkins mostra bene queste cose. Cosa offende, che sia etero? Che mostri troppo, poco, non aggiunga nulla? Io, ho penato, per Kevin e Chiron, durante una bellissima scena, non altrettanto bella rispetto all'uso miglior di una sedia mai fatta al cinema, ma quanta carica emotiva, senza enfatizzare o togliere. Il dramma è forte.

Ogni personaggio brilla, ma la luce è quella della luna, che al massimo consola e promette, danza leggera in cuori rovinati, vite sbagliate, ma per un attimo le illumina.  Che sia Juan e la scoperta di una paternità, di lasciare qualcosa di buono a un bimbo che forse rammenta lui e le sue corse di notte a Cuba. che la madre sciagurata e odiosa di Chiron, quando cerca di ricordarsi di esser pur sempre una madre, e negli occhi innamorati di Kevin e Chiron, nella loro tenerezza fisica o relazionale. Non ci sono miracoli, forse Black morirà male, forse sua madre non uscirà mai dalla merda in cui si è cacciata, ma a volte la luna ci dona la forza di illuminarci d'ìmmenso. 

Lasciamo che per loro sia così.

lunedì 27 febbraio 2017

Jackie di P. Larrain

Il cinema biografico è terreno di molte insidie. O si porta sullo schermo un'agiografia forzata, dove aiutati da musiche fin troppo enfatiche e carrelli alla cazzo di cane, si fa del protagonista un semi-dio imbattibile, senza macchia e quasi quasi pur cammina sulle acque, oppure si vuol esser a tutti i costi anti retorici, scivolando in un tono più o meno velato di polemica contro il soggetto del film. Raramente ci si ricorda di una cosa: Cinema biografico. Cioè la cosa principale è la settima arte, la cosa fondamentale è il film.
Proprio perché non stiamo vivendo la vita del protagonista, ma la sceneggiatura di uno scrittore e assistiamo alla regia di un regista, ecco, dovremmo comprendere che l'unica cosa buona da fare in queste situazioni è prendere una persona vera e restituirla alla magia del mezzo cinematografico, anzi dirò una cosa audace: all'Idea di cinema che ha in testa il regista.
Perché se è vero che tutto è industria, prodotto, mezzo per far soldi, è altrettanto vero che- all'interno del sistema produttivo-industriale, impossibile starne fuori- ci sono ancora grandissimi Autori.





Larrain, che è sicuramente un grandissimo autore, decide di inoltrarsi nella terza e unica via possibile: non un'agiografia di una santa laica, non un ritratto scandaloso, ma una straziante e memorabile analisi del lutto, della sua rielaborazione, della solitudine vissuta da chi soffre.
Io non conosco molto bene la storia vera di Jacqueline Kennedy, non ho mai avuto reali interessi nella e per la storia di questa famiglia, a esser sincero trovo più stimolante la conoscenza dei presidenti repubblicani, perché per me rappresentano al meglio il paese reale. Nondimeno è stata una persona molto importante per il suo paese e non solo, una donna entrata nella storia e scolpita nella leggenda.
Una vita piena di eventi tragici e lieti, che si presta a un film ridondante, chiassoso, epico in ogni inquadratura.
Il regista cileno ha il dono di non forzare nulla, ma di non essere assolutamente trattenuto. La potenza delle emozioni, è ben presente. Descritta con un primo piano, una frase, un avvicinarsi o allontanarsi dal personaggio.  Credo che dica moltissime cose sul dolore e quella sensazione di inutilità, di essere persi, di non capire che ci facciamo al mondo,  quella bellissima scena di Jackie che si veste e riveste, trucca, porta del vino a tavolo, come se avesse qualcuno da incontrare, ma è solo sé stessa.
Una donna testarda, non simpaticissima, ma così umana e dolente da commuovere ogni spettatore dotato di un  po' d'anima.
Il punto di vista, merito della meravigliosa sceneggiatura- lo sceneggiatore codesto sconosciuto così poco apprezzato nel mondo del cinema- e della meravigliosa regia, è alquanto inedito. Mostra, doverosamente, alcuni passaggi obbligatori del dramma famigliare che diviene tragedia nazionale e mondiale, dal suo interno. Non cerca le ragioni politiche,  non azzarda analisi o dà colpe, ci mostra una donna travolta dal lutto, ma che da questo ritrova una sorta di amarissima e dolorosa, rivalsa, riscatto, prendendo la scena per sé. Il funerale fastoso e altre cose, quanto è omaggio reale al marito? Quanto un voler mostrare al mondo sé stessa?
Film di straordinario equilibrio, con un montaggio e fotografia perfetti. e una immensa e memorabile aiutante di Leon, che è cresciuta davvero molto bene.

mercoledì 1 febbraio 2017

HOPE di LEE-JOON IK

A volte quando ti chiedono se un film " è bello", "lo posso vedere", ammetto di non saper rispondere. Perché alcune pellicole colpiscono e fanno davvero male.
La domanda semmai è: sono pronto ad affrontare il Dolore e il Male? Non rispondete subito: sì! Magari perché avete visto tanti horror, torture -porn e film splatter. Vero che son pellicole devastanti, che ci fanno stare male, però sappiamo che è sangue finto e spesso storie frutto della fantasia degli autori. Col tempo, a volte anche poco, dimentichiamo
Questo non capita quando affrontiamo film come Hope.



Che ironia aver chiamato vostra figlia Speranza, forse ne avete bisogno. O forse sono quelle cose che si fanno quando siamo innamorati, quando l'amore abita la nostra casa e l'altro è il nostro mondo.
Poi che succede? Si comincia a tener per sé una parola, un gesto, il lavoro ci prende tempo, l'altro in casa ci fa da mangiare o è quella strana creatura che vivacchia sul divano a riveder vecchie partite di baseball.
Fra di voi, c'è lei: vostra figlia. Amata, ma considerata ormai una parte della casa.  Rassicurati che nulla possa distrarvi dalla quotidiana e dolce mediocrità, dalle piccole cose.
Poi un giorno..
Un criminale irrompe nelle vostre vite, tocca l'intimità più profonda e vi costringe a far i confronti col dolore, le cose non dette, l'instabilità del rapporto.
Per cui alla domanda : posso vedere il film? Non lo so. Dipende da quanto tu possa resistere a certe scene, sopratutto a quanto tu sia disposto a pensare, riflettere, scoprire che magari tanto garantista e civile non lo sei. Cosa farei se mi capitasse? Se avessi una figlia?
Il regista mostra il corpo martoriato della bambina, dopo lo stupro. Lo mostra e per me fa benissimo. Si, lo puoi immaginare, lascia allo spettatore. Questa è la nuova difesa di un certo tipo di pubblico, hanno ragione anche loro, ma per me è fondamentale, al cinema, mostrare. Un bambino è malato terminale? Starà in ospedale, attaccato ai macchinari. Non a casa con i due genitori, perché il cinema trattenuto vuol così.
Vedete come riduce un atto violento una bambina, riflettete su quali traumi pesanti essa comporti, a un certo punto vi viene in mente che il primato di turismo sessuale, termine che disprezzo perché abbellisce una pratica disumana e schifosa, chiamatelo stupro internazionale e che si punisca col carcere chi lo pratica,  vuol dire che molti sono i bambini abusati.
Non è il tema del film, che parla di come una famiglia venga travolta dalla violenza.
Qui scatta, però, inatteso e toccante, un miracolo: proprio in virtù del suo titolo, il film non vuole perdere la speranza.
Certo prima siete assaliti frontalmente dal dolore, dall'orrore, vi troverete a piangere di rabbia e a pensare mille e più modi per fare a pezzi quel criminale farabutto.
E poi che succede? Che il direttore della fabbrica e i colleghi facciano colletta per aiutare economicamente il padre, che una madre cerchi di aiutarne un'altra distrutta da quanto le è capitato, che i bambini non offendano o deridano la bambina perché ha una strana macchina per far i bisogni.
Sopratutto che il padre faccia di tutto per riavvicinarsi a quella bambina, forse trascurata, come trascura la moglie.
Le scene che hanno come protagonista questo uomo così comune e normale nei difetti e pregi, che si traveste come il personaggio di un cartone animato, per far sorridere la figlia e farla riavvicinare a lei,  non vuole esser toccata dal padre in quanto uomo, sono di una bellezza e di una commozione davvero assolute
Vi è una delicatezza, purezza, amore e compassione per i personaggi, bilanciata da parti durissime, strazianti, quasi insostenibili.
Un perfetto equilibrio che ci porta a riflettere su temi importanti, su cosa faremmo noi in quelle occasioni, su come gli esseri umani siano fragili eppure portati anche alla solidarietà, che esiste il male, però una nuova vita e un aeroplano di carta forse potranno aprire una finestra su una nuova speranza.
Sì, la risposta alla domanda iniziale è sì. Guardate questo film, fatelo vostro, parlatene con vostro marito o vostra moglie
Perchè questo è il potere del cinema: portare a galla il non detto, o i sentimenti che riteniamo negativi ma sono umani. Farci scoprire la luce in fondo al tunnel.

lunedì 30 gennaio 2017

LA LA LAND di DAMIEN CHAZELLE

Io amo profondamente i Musical. Anzi, definiamo bene la questione: adoro veder la gente ballare e cantare e se non ci fosse nessuno di questi due elementi, mi basta che vi siano dei musicisti. Credo che la musica abbia delle ripercussioni magiche-sentimentali sulla nostra esistenza.. Lasciare a casa ogni inibizione e vergogna e abbandonarsi a danze e canti, nella società occidentale forse è una richiesta di troppo. Perché queste attività sono troppo legate a intimità radicate nel nostro esser più segreto e profondo, quel bambino di "pascoliana memoria" ( calma non c'entra un cazzo ma dà un tono intellettuale al tutto) quella purezza e dolcezza anche infantile, se volete discriminarla e ridicolizzarla a tutti i costi, che ci appartiene; ma che preferiamo soffocare dietro a un nichilismo quotidiano di sterile realismo, annoiato cinismo, precarietà degli e negli affetti
Per piacerti, il Musical ti chiede solo una cosa: devi essere una persona romantica, capace di esser felice senza eccedere nelle illusioni della cultura dello sballo, devi essere sensibile e sognare.

Ecco su questo punto dovremmo dilungarci un po', ma sono stanco e poi vi offro troppe cose nuove e interessanti insieme, che - grandissima tragedia- non sono oggettive o scritte da uno laureato in cinema, no sono solo dei miei pensieri. Potrei esser accusato di grillismo eh!
Però si! Vi faccio la sinossi: credo vi sia un problema di fondo su cosa significhi per noi: sognare
Io personalmente mi chiederei anche il significato di : successo. Cosa evocano in noi queste due parole così importanti per la nostra cultura? Comprendiamo il loro vero significato, o seguiamo regole economiche-capitaliste? Che deformano il senso più puro delle parole. Basti vedere, nel concreto, cosa sono diventate e a cosa servano, parole bellissime come: rivoluzione, democrazia, libertà, civiltà. Parole che esprimono un concetto determinante per ogni uomo e donna.
Il sogno oggi non lo vedo così intonso dalle regole televisive, spicce, legate a un momento, al tutto e subito, ma un buon sogno può durare tutta la vita. Esso è la forza che ci spinge a non mollare un obiettivo nel tempo, certo veniamo a patti con la dura realtà, ma non cediamo. Semmai doniamo a lui più impegno e costanza affinché una sua parte si possa realizzare. Non è un'illusione campata su un progetto troppo grande. Il sogno è l'atto pratico e reale di prenderci cura di noi stessi. Quando abbiamo un sogno, ci vogliamo bene.
Il successo vuol dire realizzarlo quel sogno. Non è solo una questione monetaria, ma vederlo nascere, crescere e farsi strada all'interno di quel pubblico che abbiamo scelto come referente delle nostre emozioni e felicità.
Questo è il tema portante del film: sognare non significa campare di illusioni, ma costruire con fatica la tua strada verso il successo. Anche a costo di perdere qualcosa lungo questa strada, come certi affetti, amicizie, sopratutto la cosa bella è che esprime codesto concetto: il successo è un fatto assolutamente personale. Per alcuni è riempire gli stadi, per altri suonar la musica che ama nel suo locale. Questo concetto di felicità-sogno- successo è spiegato benissimo anche in quel piccolo tesoro prezioso che è il brano : "Il violinista sul tetto" di Roberto Vecchioni. Sarebbe piaciuto a Seb? Spero!


Ok, ora ci tengo a precisare tre cose per me importanti: 1) Non è un capolavoro codesto film(e) . Capisco e apprezzo l'entusiasmo di critica e pubblico, ma i capolavori si palesano con il tempo, attraverso una lunga riflessione e a ben vedere forse son ben altre pellicole che possono concorrere al titolo di capolavoro
Questa ossessione assolutista, questa voglia di essere quelli che hanno visto la luce manco fossimo dei cazzo di Jake Blues, al cospetto del reverendo James Brown, un po' è figlia dell'esagerazione dei nostri tempi. Ci dobbiamo salvare dalla crisi evidente delle democrazie liberali, dal nostro esser incapaci di amar una persona che non sia la rappresentazione di idee astratte sull'amore. Per questo dobbiamo credere in qualcosa di assoluto e totale. I cinefili hanno il Dio del Capolavoro.
Ripeto ci sono tantissimi film che meritano rispetto per il semplice fatto di esser buoni, persino ottimi ma non capolavori. Poi c'è una parte soggettiva che rispetto sempre, ad esempio per me "Silence" è un capolavoro, altri ci ritrovano da ridire. Va benissimo così: il cinema è l'arte che parla a noi stessi e ci fa conoscere agli estranei. Ha moltissimi punti di unione con la filosofia e la psicologia, più di quanti molti fissati con l'oggettività tecnica possano credere.
"La la land", non è un capolavoro perché la parte legata al musical o il suo aspetto romantico, la rievocazione di un periodo d'oro hollywoodiano, non è così ricco di possanza o maraviglia come meriterebbe. Ha una profonda incertezza su cosa voglia essere, ma questo è anche il suo fascino per me.
2) le parti musical, possono piacere a chi ne ha visti ben pochi, o non ama il genere. Normale amministrazione. Le basi, i rudimenti, per costruirci uno spettacolo che richiede sforzi e fantasie enormi, in particolare quelli dell'epoca dei Fred Astaire e co. 3 ) Non è una storia d'amore, visto che qui l'amore è rappresentato debolmente, non avverto nessun trasporto per la loro relazione. Stanno insieme o no? Non ho elementi che mi aiutino a comprendere quanto sia forte e profondo il loro amore. Però anche qui vale come prima: ognuno ha il suo metro di romanticismo, ognuno ha il suo bagaglio di film romantici visti.
E allora cosa è La la land? Che tipo di riflessione indisciplinata ha stimolato nello Spettatore?
Credo che sia un complesso e affascinante esperimento estetico-concettuale-intellettuale, fatto da uno studioso. Un saggio sul potere del sogno, inteso come impegno assoluto, costanza, gavetta.  Non tanto sull'illusione romantica, rappresentata dai pochi momenti più musicali e "romantici". La Vecchia Hollywood ci donava illusioni, che sono utili se servono per c ostruire un sogno che diventi obiettivo, oppure rimangono momenti sospesi di grande felicità. Però essa è evanescente.
Non puoi avere amore e gloria insieme. Qualcosa devi sacrificare
Ecco questo film che rielabora la musica al cinema in tutte le sue forme, il discorso del Sogno Americano, la sane illusioni danzerecce hollywoodiane, non celebra ma smaschera. Il finale lo dimostra apertamente, quando mai un musical sarebbe finito in quel modo?
Questo film è l'opera di un "secchione" il quale ha studiato bene la materia e ci tiene a farlo vedere, ma non si limita a questo. Vuole reinterpretarla usando i codici in vigore in quel periodo da lui studiato, per dire altro.
Proprio per questo le scene musicali non possono essere che ricalcare le regoli base, proprio per questo l'amore è enunciato na non presente e vivo, mentre il film vola altissimo quando parlano gli strumenti e i musicisti eseguono quel rito antico e meraviglioso che è suonare.
Come sempre quando entra in scena l'attenzione sulla musica jazz, il suo significato, le contraddizioni di chi suona questa musica con le masse ( a fanculo la gente dice il purista Seb ma il suo amico pur di allargare il consenso ha contaminato la musica in 7/8 con il pop. Chi ha ragione?) questo film diventa assai interessante.
Perlomeno lo è per chi ama il jazz. A me piace assai, anche se molte cose sono ostiche e complesse e non è che mi alzi la mattina sentendo questo tipo di musica. Ho diversi cd e lp, mi affascina.
Per cui a mio avviso La la land è un buonissimo film, senza ombra di dubbio la parte più musical, nostalgica, romantica, è del tutto superficiale, o comunque funzionale a un discorso che non si ferma per nulla a una cosa in stile Bogdanovic, per fortuna direi, per altre ragioni e purtroppo per altre ancora.
La la land è molto più intellettuale di quanto possa sembrare e sopratutto ha il dono di un'amarezza sentita, toccante, un finale davvero meraviglioso

ps: due cose : 1) si pur non essendo nulla di che, a me le canzoni sono piaciute. Una in modo particolare, ma non faccio testo. Appena uno canta o balla io mi emoziono, fosse pure Nino D'angelo ne La Discoteca. 2) Spero vinca tantissimi premi oscar. Così i prossimi anni usciranno molti film di musica o musical veri e propri
Infine: non parlate male di quel grandissimo attore che Ryan Gosling, e nemmeno della brava Emma Stone e i suoi occhi a cinemscope <3 nbsp="" p="">

domenica 29 gennaio 2017

Patterson di Jim jarmusch

Mi piacciono quelli che a volte vengono definiti "piccoli film".  Perché, spesso, dietro a questa categoria si nascondo opere che non cedono a una visione tecnologica, di sfoggio muscolare e con divisioni netti tra super eroi buoni e nemici dell'umanità.
Queste pellicole ci ricordano che ogni essere umano è un film emozionante, una storia che val la pena esser raccontata e filmata, non ci servono gli eroi; abbiamo bisogno di uomini
Il pericolo è quello di incappare nel soporifero cinema "trattenuto", la cosa davvero non mi garba affatto. Infatti il film sarà piccolo, principalmente per una questione anche economica, ma non deve esser per forza sciatto, trascurato non dire nulla o non donarci personaggi epici o interessanti.

 Jarmusch viene considerato uno che rappresenta la realtà come è, senza nemmeno cercare l'epica del/nel quotidiano come un Linklater, ad esempio. Per cui molti dicono che nel film in questione non capiti nulla dall'inizio fino alla fine. Vediamo solo la vita di un uomo, uno qualunque.
Non so, in realtà Jarmusch mostra dietro la normale esistenza dei suoi personaggi, una certa eccentricità. C'è moltissimo cinema, riferimenti letterari, rielaborazione del quotidiano, in questa pellicola e nella sua filmografia.
 I dialoghi curati, prendono dal viver comune e si trasformano in arte cinematografica. Certo non ci sono eroi, nulla compie qualcosa di significativo per la sua vita.. C'è una stanchezza soffusa, un malessere sottile e difficile da decifrare, una recita da portare avanti , mi riferisco alla coppia litigiosa al bar.
Patterson è pura rappresentazione artistica dell'esistenza quotidiana spiccia, comune, ritenuta noiosa da moltissimi spettatori o scrittori più o meno sconosciuti di genere, in Italia.
Ci spaventa così tanto la normale quotidianità, siamo così messi male che dobbiamo per forza sognare in grande, quando il mondo è pieno di gente come Paterson, del paese di Paterson, New Jersey
Detto questo non credo che il tema sia la felicità o almeno vi è un'idea di essa che non mi garba. Cioè  è possibile esser felici solo chiudendosi in noi stessi, nei nostri progetti.
Il barista che si sfida da solo a scacchi è il cuore del film, il suo messaggio. D'altronde risulta chiarissimo che Paterson sia fondamentalmente felice di scrivere poesie, ma non riesce a condivider i sentimenti e la loro bellezza con nessuno. In particolare con la sua compagna.
Il loro è un affetto di facciata, che quasi mai è rivolto all'altro. Si scambiano le loro passioni artistiche ma non le condividono mai. Ognuno cerca nel suo modo di fare arte la felicità. Separati.
Questo è molto reale, ben descritto, perché sicuramente Jarmusch crea personaggi che rimangono a lungo nella memoria. Simboli del vivere reale, ma che non hanno nulla di reale, tranne alcune loro relazioni con gli altri.
Opera ben più sofisticata e raffinata di quanto possa apparire, mostra l'importanza della poesia o dell'arte per sopravvivere al nulla, al grigiore, all'abitudine. Sopratutto ci insegna come l'arte alberghi nei cuori  e nelle menti delle persone più impensabili anche degli uomini comuni
Vorrebbe esser un film che si occupa di felicità, ma è la tristezza a farla da padrona, seppur senza drammi, senza eventi particolarmente duri. Basta vivere una vita con una persona alla quale non sai che dire, star in un bar quando forse potresti partecipare a gare internazionali di scacchi.
Sono però le nostre passioni a salvarci, e forse in questo c'è davvero tanta felicità.
Piccolo film che però dice cose importanti, le dice anche bene se vuoi. Straordinario Adam Driver, il film in fin dei conti è lui

venerdì 27 gennaio 2017

Hell or high water di David Mackenzie

Ci sono storie che non hanno bisogno di grandi effetti speciali, situazioni originali, colpi di scena su cui basare tutta la struttura
Raccontano un vecchia, dannata, sporca storia e i suoi personaggi non hanno nulla di eroico,  non sono nemmeno tipi che vorremmo frequentare. Fanno cose sbagliate, vivono esistenze randagie. Vittime e carnefici di un sistema economico e sociale che ha messo in ginocchio le fasce meno abbienti, quelli che non sanno stare al passo coi tempi.
Non importa che sia una persona malata, non importa che si metta a repentaglio vite umane. Bisogna far cassa.
Questo non significa che i due fratelli rapinatori di codesta buona pellicola non abbiano colpe pesanti, non siano responsabili delle loro scelte, che rimangono assolutamente criminali e ingiustificabili, Ci viene solo fatto notare che l'ambiente e condizioni sociali, le dinamiche di classe o politiche sono fondamentali. Perché almeno uno dei due fratelli se non fosse costretto dalla "crisi" e dai rapporti di forza sfavorevoli, sarebbe sicuramente una persona onesta
E in fondo, come mostrano alcune scene del film, lo è rimasto.



Perché esser tra i buoni e cattivi non è cosa scontata. Basta poco per trovarsi dalla parte del pericolo pubblico. Ci vuole ancora meno a passar dal difendere la legge alla legge della vendetta.
I personaggi riescono sempre a farci un po' pena,  proviamo compassione per costoro. Sono deboli e fanno scelte sbagliate, ma hanno anche una missione lodevole: i fratelli riprendere il loro ranch e donarlo ai figli di uno di loro due, l il Texas Ranger servire la legge, proteggere i cittadini.
Fra di loro: paesi di rara bruttezza, desolazione, città di cow boy pronti a sparare in ogni occasione, di cameriere che forse meriterebbe altra vita, rapporti famigliari in crisi.
A brillare in questo paesaggio di rabbia e violenza è la figura dell'anziano Texas Ranger, ormai giunto a un passo dalla pensione, e il suo rapporto di lavoro e personale con il suo collega di origine indiane: Alberto.
Per tutto il film l'anziano prenderà in giro,anche pesantemente, il suo collega. il loro rapporto è speculare a quello dei fratelli, in un certo senso è come se essi fossero testimoni della forza dei legami, l'unica cosa che ci salverebbe da un mondo altrimenti spietato.
In fin dei conti non succede nulla di nuovo, in questo film: dei tizi fanno delle rapine e una coppia di tutori della legge li insegue. Conta il come vengono messi in scena e scritti questi personaggi. In ultimo dagli attori.
Jeff Bridges è formidabile: il suo personaggio spicca sul resto del film e devo dire che sposta di gran lunga il giudizio sul terreno del "positivo".
Indolente, sornione, eppure efficiente al massimo. Un uomo che rudemente nasconde la sua profondissima umanità dietro gli sberleffi all'unico amico che ha: un collega. Un uomo solo, ormai sul viale del tramonto, senza gloria, senza passare per la via della leggenda. Un onesto lavoratore.
Certo la storia dei due fratelli ci commuove,  ci interessiamo di loro, ma l'attenzione è tutta sul personaggio dell'uomo di legge.
Perché è quello che ha un brusco cambiamento a un certo punto.
Non c'è pace sulle strade soffocanti del Texas, i peccatori non sono perdonati e non subiscono nessuna redenzione. Rimane l'amarezza, la rabbia, il senso di perdita e sconfitta perché per riprendersi la vita, la casa, e donarla ai figli, si è perso troppo.
"Hell or high water" è una dolente ballata southern,  una triste canzone country di cui conosciamo da generazioni il testo e la melodia
Cinema medio, non eccezionale o imperdibile, ma di grande qualità

mercoledì 25 gennaio 2017

DOPO L'AMORE di JOACHIM LAFOSSE

L'amore è perfetto, meraviglioso, eterno. La vita di coppia no. Durante una relazione non mancano incomprensioni, rabbia, distacco, paura di perdere questa cosa sopravvalutata chiamata indipendenza, si fa i conti con una persona la quale, improvvisamente, non è più quel corpo che tanto ci eccitava o quel essere superiore, creato da noi e dalle nostre aspettative.. Tutto questo spaventa, spiazza, e nella tradizione occidentale, meglio buttar via un prodotto difettoso, tanto al centro commerciale ne trovo di nuovi e migliori. Questo ragionamento consumistico, ormai, contamina anche le nostre relazioni.
Anzi a volte penso che prima ancora di esultare per la felicità di trovare qualcuno che ci ami  e d'amare, nasca in noi il pensiero di "come e quando lasciarlo/a". Si prova, tanto poi al massimo ci separiamo, cosa vuoi che sia! Capita a tutti. Prima o poi l'amore finisce, inutile perder tempo a far funzionare una cosa che non va. Ah, dimenticavo: gli uomini son tutti uguali, le donne sono tutte uguali. Precari nel lavoro, lo siamo anche nei sentimenti. Egoisti mettiamo al mondo dei figli che tanto capiranno, se ne faranno una ragione, poi tanto il padre lo vedi nei fine settimana, ci sono pur sempre i nonni.
Il pensiero debole di gente fragile



Il film , davvero buono, di Lafosse mostra questo: la fine di un rapporto. Non sappiamo le ragioni, non ci verrà mai spiegato, assistiamo al normale gioco al massacro di due persone che forse si sono amate, o forse si sono lasciate trascinare dalle circostanze e illusioni. Tra di loro le figlie. Vediamo le giornate sottoposte al rancore, i colpi bassi, le ripicche, i silenzi e le scenate. Tanta rabbia, incapacità di comunicare con l'altro. Tutto però risulta scontato, normale, quotidiano. Questo succede a molte coppie che si lasciano o entrano in crisi. Eppure sono sicuro che ci sia sempre spazio per dire o fare qualcosa che possa salvare una relazione. Anche quando non si trovano gli strumenti all'interno della coppia.
Dovrebbero però chiedere aiuto, e nell'epoca del "il mio dolore è unico e tu che ne sai?" figurati se noi abbiamo la forza per andar in terapia di coppia o altro.
Preferiamo distruggerci, farci male, ricordare all'altro quanto sia inutile, rinfacciare all'altra le sue mancanze, ogni nostra forza è al servizio del cercare nuovi punti deboli per far soffrire il compagno o la compagna.
Tutto questo è ben rappresentato ed evidente nel film. Il quale ha il coraggio di mostrare, ma non si abbandona a facili momenti tragici. Par quasi un esperimento scientifico, il regista osserva questi due insetti e i loro comportamenti se posti in situazioni di disagio.
Non è, però, un film trattenuto o distaccato, noi avvertiamo la pena per questi due personaggi, detestabili, alla deriva. Perché sappiamo che sullo schermo stiamo vedendo qualcosa di concreto, tangibile, reale, qualcosa che conosciamo bene, perché testimoni di questi fatti, o perché qualcuno che conosciamo li ha vissuti.
Nella separazione io vedo solo la sconfitta. Totale e assoluta di due persone, le quali poi, in buona parte dei casi, prenderà queste ferite non come errori da evitare in futuro, ma come basi per approcciarsi all'altro.
E noi ce li becchiamo su Facebook che si lamentano come adolescenti

martedì 24 gennaio 2017

ARRIVAL di DENIS VILLENEUVE

Alcune spiegazioni prima della lettura: 1) quello che leggerete non è una recensione dell'ultimo film di Villeneuve, o meglio è anche una recensione però non basata su aspetti tecnici o teorici legati alla pellicola, bensì - ed è quello che da sempre mi interessa maggiormente- il rapporto fra uno spettatore di media intelligenza e un'opera assolutamente ben fatta di un autore a dir poco fondamentale e importante, 2) pur non avendomi conquistato come le pellicole precedenti rimaniamo su livelli davvero molto alti, che ribadiscono la bravura del regista canadese, 3) la fantascienza è un genere che si presta benissimo a visioni più complesse non solo della società, ma anche dell'umanità nel suo vivere più intimo. Questo tipo di approccio, messo in scena in codesta pellicola, mi piace molto. Perché, come nel caso del bellissimo "Silence" di Scorsese, la storia e il messaggio sono altro e oltre rispetto a ciò che vediamo sullo schermo.  Sicuramente !Arrival" ha pretese di profondità maggiori rispetto a tante altre pellicole.



Le storie sull'arrivo dei marziani, assomigliano molto alle espressioni di Eastwood: con il sigaro o senza. In questo caso: o sono cattivi e ci vogliono far il culo a strisce sin dalle prime inquadrature, o sono messaggeri di fratellanza, ma non vengono capiti.
Questo secondo filone deve qualcosa a quel piccolo gioiello che è "Ultimatum alla terra", per la regia di un ottimo artigiano di lusso: Robert Wise.
In quel film entità aliene avevano un messaggio più o meno pacifista, solo che gli yankee per gran parte della pellicola li teme e li vorrebbe combattere.. Poi sono arrivati i vari "Incontri del terzo tipo" e così via.
Trovo interessante da un punto di vista morale ed etico, rammentate che per me è importante il messaggio che un film lancia al pubblico, il confronto fra un umano, spesso nemmeno troppo eroico, e una civiltà lontana, diversa. Attraverso essi noi impariamo qualcosa che riguarda il nostro mondo, riguarda noi.
Quante volte siamo portati ad aver atteggiamenti aggressivi verso gli stranieri? Quante volte li consideriamo solo degli invasori o dei nemici? In realtà in queste pellicole -anche in Arrival- mostrano che il pericolo vero e reale siamo noi.
Noi che ci abbandoniamo all'isteria, al discorso fasullo della sicurezza nazionale, quando si tratta solo di voler mostrare agli altri la nostra potenza e forza.
Sono pellicole che ci spingono a una riflessione seria sulla difficoltà a comunicare con il resto del mondo, su quanto sia importante trovare un'unione,  facendo pressione sulle cose che ci uniscono e non su quelle che creano più conflitti.
Io credo che codesti pensieri, queste tesi, siano riscontrabili in Arrival,eppure..

Ora, voglio essere chiaro: Arrival è girato benissimo. Villeneuve con poche sequenze, qualche primo piano, spiega in modo efficace, ciò che molti non riuscirebbero nemmeno con tre ore di film a disposizione. Lui è un fuoriclasse, un eccellenza della settima arte.. In questa pellicola vi sono tracce ben evidenti di una visione del mezzo cinematografico assolutamente alto. Inquadrature solenni, ottimo servizio di tutto il reparto tecnico, e una eccezionale Amy Adams.
Nondimeno mi par di aver notato alcune debolezze in sede di sceneggiatura e nei personaggi. Mi spiego: pur rielaborando una buona tradizione di lungo corso, la storia non aggiunge o toglie nulla, quando parla di alieni, perché poi vi è l'altra parte, quella che apre la polemica,  c'è qualcosa di risaputo, di già vissuto che non viene abbastanza rielaborato. Sappiano che tanto loro sono buoni, come gli americani che non sono carogne come i russi- belli loro che non sapendo come passare il tempo fucilano il loro esperto di lingue, così che poi magari gli yankee ascoltano la telefonata e rimangono scioccati- sappiamo che i due protagonisti uniranno le loro solitudini, e quasi subito arriviamo anche a sapere che il retrolampo a cui assistiamo di continuo, in realtà riguarda il futuro.
Nulla di male,  è un modo di rispettare le regole. Però io mi sono un po' perso, cercavo quel momento di spostamento in avanti, quel ripensare uno stereotipo che purtroppo qui non ho trovato.
I personaggi per me sono un altro problema, anche quello principale. Che brilla perché la Adams è una attrice davvero formidabile, darebbe spessore anche al personaggio di una burina in qualche cinepanettone con De Sica.. Però manca l'epica dolente, straziante, solenne, degli altri personaggi portati sullo schermo dal regista canadese. Ancora ho i brividi se ripenso al killer di Sicario, al padre de Prisoners e così via. Con questi non è successo per nulla.. Mi sono piaciuti, ma li ho lasciati sullo schermo, quando la pellicola si è conclusa.
Son portato a credere che in realtà Villeneuve riesce benissimo a rappresentare, mostrare, rendere unico la presenza del Male nelle vite delle persone. Questo male assoluto, che piano piano si intrufola nel quotidiano, corrode le sicurezze, devasta gli equilibri. Qui doveva metter in scena invece il Bene, e secondo me ci è riuscito ma non del tutto.
Infine, la scelta della protagonista. Mostra a che livello siamo arrivati in occidente. Ci viene spontaneo dire che bellissima scelta, che donna meravigliosa, perché ogni cosa nasce e muore con e in noi. L'altro è come l'alieno del film, uno sconosciuto o nei migliori dei casi un mezzo per arrivare alla soddisfazione di un nostro egoismo.
Si, io nella scelta di questa donna ci ho visto un egoismo spaventoso, non tanto nel far nascere una vita a quelle condizioni, ma tenersi per sé la decisione, la scelta e usare l'altro senza sapere cosa pensa, se è d'accordo o no.
Lo so, per la maggior parte è normale. Lei deve essere libera di.. Io trovo aberrante codesto pensiero, veramente detestabile. Mi spaventa che per la maggior parte delle persone sia normale.

Detto questo: Arrival è un film che vale la pena  vedere. Ribadisce la bravura di un grandissimo regista, ha un'ottima attrice protagonista. Però vi sono anche forti problemi alla sceneggiatura e nel messaggio.

lunedì 16 gennaio 2017

SILENCE di MARTIN SCORSESE

La risposta di Dio è il suo silenzio.
Potrebbe esser questa una buona riflessione da parte di uno spettatore all'uscita della visione di questo ottimo, meraviglioso, straordinario film.
Qualcuno dice il migliore di Scorsese, non lo so. Sai, è un po' come con i nuovi dischi: ogni volta l'ultimo è il migliore.  Quelle sono cazzate dette per vendere un mero prodotto, come da sempre sono i dischi di rock o pop, ma questo fatto di reputare l'ultimo film di un immenso maestro del cinema, come quanto di meglio abbia mai realizzato fin ad oggi, ecco mi par esagerato.
Parliamo di uno che ha fatto la storia del cinema e che si conferma di nuovo, non rammento film davvero orribili o sbagliati ad opera di costui,  come uno che è in grado di girare benissimo dando al pubblico emozioni ed occasioni profonde di riflettere.
Il tema della fede è importante per me. Non credo nel paradiso, pur sforzandomi dio mi pare una buona idea, una saggia  e giusta idea per mille ragioni (la morte e il dolore ci distaccano a volte dal resto della comunità, la prima in modo particolare, e per non sentirci del tutto inutili, mucchio di carne ed ossa destinati all'oblio ci siamo inventati le divinità) ma molto lontana. Nondimeno gran parte degli atei, dei laici, mi sembrano che siano fin troppo dozzinali nel criticare la fede, la chiesa, la comunità religiosa. Sopratutto non indicano una via di vita decisamente migliore, si limitano ad attacchi, giusti ma scritti con troppo adolescenziale rancore e nessuna conoscenza vera del nemico, al clero, a ribadire che non esiste nessun dio e poi si limitano a una sorta di celebrazione dell'individuo non come essere pensante, ma come mezzo di sporadici godimenti ed effimere soddisfazioni. Non  mancano moltissimi che rendono l'argomento più profondo, sono gli atei che piacciono a me, dai quali comunque imparo sempre qualcosa.
Il punto è che non siamo in grado di parlare del tema religione. Scoppia la consueta tifoseria, le solite critiche e prese di posizioni troppo urlate per essere davvero sentite.
Peccato, perché dovremmo porci la domanda, l'interrogativo, sulla sua esistenza. Io rispetto profondamente le persone che credono, come ammiro chi ha un'adesione profonda con la sua ideologia. Anche quando i fatti magari non gli siano del tutto a sostegno della loro tesi. Non amo il disfattismo cinico e pigro, di chi pensa solo a sé, criticando gli altri, ma vivendo nella più totale infelicità non avendo nulla in cui credere o per cui combattere.  Persone che si nascondono dietro a proclami, slogan, parole di rivoluzione e di fede tuonanti quando sono al sicuro, ma che scompaiono appena i tempi diventano cattivi.
In fin dei conti è quello che capita in questo film: sotto la pressione della repressione, in Giappone, alcuni preti cattolici, dei gesuiti, cominciano a veder crollare la loro fede. La certezza che vi sia un dio, e che pensi a loro, alla loro salvezza.
L'ossessione umana per una risposta, l'idea errata che io debba ricevere un premio, un segno per il mio impegno. Alla fine i supplizi, i sacrifici dei poveri contadini, fanno sorgere dubbi, la contraddizione si fa strada attraverso il dogma della fede. Si vacilla, si cerca una conferma
Avere conferme, da dio o da un nostro simile, ci rovina la vita. Perché mette in tavolo e bene certe carte: quanto siamo superficiali e deboli noi uomini quando il male, l'orrore, la paura, arrivano ad assediare la nostra presunta forza etica, morale, spirituale.
"Silence" potrebbe far cadere in errore molti di noi. Potremmo pensare che Scorsese, utilizzando un libro di S. Endo del 1966, voglia fare un discorso di dura accusa sulla natura pleonastica della fede, colpevole di spingere alla morte e al martirio dei poveracci o degli invasati. Una presa di posizione contro la bugia dell'esistenza di Dio.
Questa idea, a mio parere , però è del tutto errata. Non è in discussione affatto dio, lui si manifesta attraverso il suo silenzio, che non è distacco, ma partecipa a stretto contatto con la fine dei suoi adepti, è la voce della coscienza profonda che ci parla, a volte pare ingannarci, ma a volte ci inganniamo da soli. In realtà Dio è presentissimo nel film. Anzi, mo azzardo -scusate non ho studiato con nessun blasonato professore e sicché codesta l'è una pensata mia, maremma ora e pronobis-  a mio avviso noi assistiamo e vediamo la storia proprio attraverso lo sguardo di Dio, come alcune inquadrature rigorose e con un certo distacco compassionevole, fanno intuire.
Forse il silenzio di Dio è la voce di una compassione e pietà  troppo grandi e possenti per esser compresi dai contadini, dai gesuiti e dai loro assassini.
Rimane il fatto che la lunghissima lotta che sostiene Padre Rodriguez, giunto in Giappone con un fratello per ricercare un gesuita che par abbia rinnegato dio e si sia rifatto una vita in quelle terre, è straziante, non ha che fare con essere credenti o no, o solo in  parte ; visto che io e mia moglie abbiamo discusso a lungo circa il significato di certe scene o scelte fatte dai protagonisti. Lei da cattolica osservante seria, non una di quelle fanatiche che molti pensino siano le persone religiose, e io come agnostico che propende più per l'ateismo, ma che comunque non sono certo di nulla e mi pongo diverse domande.
Ecco questo film è magnifico perché ti spinge a farti domande, a evitare assolutismi e ragionare sulla umanissima debolezza che ci rende umani, basti vedere il magnifico personaggio del giapponese che guida i due gesuiti diventandone "amico". Un uomo vile, ributtante, un personaggio respingente, eppur quanta pietà sentiamo per lui. Non possiamo condannarlo, perché lui porta al massimo quello che siamo anche noi: deboli, miseri, in cerca di una salvezza, di un perdono che non meritiamo perché non c'è mai una vera voglia di cambiare.  Lui dice: "sono un uomo debole, quale è il posto di un uomo debole?" Frase che mi ha commosso tantissimo
Il posto di un uomo debole è in prima fila, a combattere contro le sue debolezze. Perderà, ma cadrà una volta. Non morirà troppe volte, tante volte, perché la fuga verso la libertà è ingannevole e immeritata.
"Silence" ci spiega come siano fondamentali i rapporti di forza. In quel periodo storico, in Europa, la Chiesa mandava al rogo gente che sapeva troppo.  Il potere marcio e squallido dell'Inquisizione, che non ha nulla di santo, torturava, seviziava e uccideva in modi sempre più cruenti migliaia di innocenti. O di persone che mettevano un po' di dubbio in un mondo dove il dogma regnava e comandava. In Giappone, questi preti hanno avuto modo di vivere sulla loro pelle il dolore inflitto ai miscredenti, visto che l'accusa rivolta a loro è simile.
Non giustifica nulla e non ci rallegra di nulla, ancora una volta Scorsese indaga sul tema della violenza, di come essa diventi istituzione e metodo "civile e quotidiano", ci dimostra che la Fede non è una passeggiata e non deve essere giudicata attraverso le speranze dell'individuo, ma su un piano più generale e vasto, ci assorda il cuore e gli occhi con la maraviglia delle immagini e i volti dolenti dei suoi protagonisti.
Insomma fa cinema ai massimi livelli. Ci viene quasi voglia di pregarlo e venerarlo come un  dio!