domenica 16 dicembre 2018

Santiago, Italia di Nanni Moretti.

Tutto è cominciato il 14 ottobre 1980, quando la media borghesia asservita al padronato, come bravi bimbetti disciplinati o cani ammaestrati è scesa in piazza a Torino, mettendo fine non solo allo sciopero degli operai Fiat, ma ad almeno dodici anni di lotte, pratiche concrete di solidarietà e coscienza di classe, infierendo i primi colpi alla sinistra e preparando il terreno per il decennio più cretino del Novecento. Certo non mancano le colpe anche tra i presunti ribelli e rivoluzionari, ma le quinte colonne hanno fatto in fretta a sistemarsi nei tempi bui di questo eterno riflusso.
La modernizazzione questa era la scusa ai tempi per creare un paese cialtrone, individualista, menefreghista, edonista nel senso peggiore del termine. Il paese dei Vanzina e del Psi di Craxi,  della mafia e della Milano da bere.
Certo c'erano ancora elementi di resistenza ma ormai la frattura tra avanguardie politiche e e Paese era quasi del tutto completata. Mancavano due passaggi fondamentali: la scomparsa del P.C.I. (con la formazione di una sinistra liberale che nel tempo sarebbe diventata sempre più liberale e per certi versi padronale) e la mutazione di quel popolo solidale in un popolo di rancorosi, sprezzanti, rifiuti umani.
Salvini non nasce dal nulla, come anche la sua controparte cioè quel Renzi che si dice di sinistra ma tra i suoi eroi mette proprio i borghesucci del 14 ottobre 1980. Questi tempi pessimi che viviamo non sono l'invenzione dell'ultimo momento, una novità spiazzante. Sapevamo benissimo dove stavamo andando a finire. Anche se ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti ( e tutto ad un tratto la citazione di De Andrè che mi assicura l'attenzione di una parte della borghesia italica).
Cosa ho fatto -io Davide  Viganò- negli anni 90 per bloccare la deriva umana che ci spingeva a diventare sempre più feroci, crudeli, cinici e perciò cretini? Nulla. Ci sembrava liberatorio poter dire cose terribili, dar sfogo e gran sfoggio della nostra piccolezza umana e morale nei confronti degli altri.
Scomodi, irriverenti, dissacranti, liberi, veri, sinceri.  Perché avevamo la licenza per uccidere con le parole scritte o dette quel popolo solidale, combattente, generoso che siamo stati per decenni. Negli anni 90 abbiamo cominciato a credere che la bontà, gentilezza, cortesia, educazione, generosità, fossero cose ipocrite e false.
Buonistsi, radical chic queste accuse ridicole tipiche dei deboli che si spacciano pure per rivoluzionari partono da lì. Da quegli anni grigi, ma sicuramente pronti a esser rivalutati perché "ho vissuto la mia infanzia negli anni 90".
CI AVETE ROTTO LE SCATOLE CON LA VOSTRA INFANZIA, popolo di Facebook, fans di filmetti e così via. Grazie a dio mo ve la rubano e uccidono a base di remake.
Per fortuna, ogni tanto, qualcuno ci ricorda "quando eravamo re", quando eravamo leoni a difesa della lotta di classe.
La lotta di classe tanto derisa da alcuni giovani sapienti innamorati del libero mercato, ma ignoranti politicamente peggio delle capre di Sgarbi, non vuol dire solo che i tanto odiati operai pretendano di comandare come voi laureati col complesso del pene piccolo. Vuol dire rinnovare il paese partendo dai posti di lavoro. Perché quando cambiano le condizioni dei lavoratori delle classi meno abbienti, quando non devi preoccuparti per la precarietà o di morire (nel silenzio assordante e complice dell'intera società) sul posto di lavoro stai attuando un piano di reale cambiamento del paese. Si parte dalla fabbrica, dal centro commerciale, dal cantiere, e si arriva a toccare ogni lavoro e lavoratore. Fino a trasformare questa massa di idioti e di clienti in cittadini.
Negli anni 70 le lotte degli operai e studenti ci hanno donato la legge 300 del 1970, lo statuto dei lavoratori. Oggi non abbiamo nulla. In quei tempi vi era un'Opposizione forte a partire dal P.C.I. Fino ai vari livelli delle sinistre extraparlamentari e di settori anche cattolici.  Oggi abbiamo un'opposizione che fa schifo e pietà. Mettiamoci anche noi, non solo i renziani. Anche noi abbiamo colpe profonde e che ignoriamo.( vedi l'ultima trovata nata morta e che alcuni si stupiscono sia finita come è finita, parlo di potere al popolo).
Io, però, non credo nella nostalgia. Ancor meno credo nel vittimismo.  Anzi mi fa infuriare proprio il pessimismo cialtrone italico. Ma sì! Quello che qui fa tutto schifo mentre all'estero.. O di quelli nati e cresciuti in Italia ma che parlano come se fossero nati in altri paesi. Io sono comunista e italiano. Comunista perché tutti i lavoratori, i proletari, gli esclusi sociali sono miei compagni. Da ogni parte vengano o vivano. Italiano perché nato, cresciuto in questo Paese.
Il paese che quarantacinque anni fa ha accolto i profughi cileni.

Negli anni 70 in Cile vince la patte progressista del paese. Vince Salvador Allende. La sua formazione politica è sostenuta da socialisti, comunisti, cattolici, semplici democratici. Sopratutto arriva al potere in modo pacifico, attraverso il voto.  Si parla di socialismo umano, che rifugge dal sistema considerato dittatoriale di altre realtà di maggior durata e successo. Tralasciamo per un po' le giuste critiche che si possono fare ad Allende, ma lasciamoci travolgere dalla bellezza, dalla felicità, dalla gioia, di un intero popolo che vedeva messa in pratica la lotta all'analfabetismo, alla povertà, un governo che nazionalizzava (senza indennizzo per i padroni yankee) l'industria del rame. Una presa del potere civile, democratica, pacifica e pacifista ma ferma su alcuni punti. Purtroppo questa esperienza non poteva essere tollerata e venne da subito attaccata per volere degli Stati Uniti D'America.
Kissinger ebbe modo di dire che non si doveva tollerare che un popolo votasse in modo sbagliato, per il marxismo. Con il Cile si avvia il Piano Condor. Cioè un  piano per la destabilizzazione di possibili governi progressisti e indipendenti in quello che gli U.S.A. considerano il loro "cortile di casa", cioè il Sud America.
Pagarono i media per screditare il governo, i fornitori cominciarono a tenere nei loro magazzini i beni di prima necessità, i camionisti fecero quel loro famoso sciopero.  Per sopravvivere il governo fu costretto ad adottare anche misure politiche sbagliate.
Fino alla tragica conclusione di quella esperienza sociale, umana e politica.
Era l'11 settembre 1973.
Moretti con questo emozionante, commovente,  rigoroso documentario  ci racconta il golpe attraverso la testimonianza di chi ha vissuto sulla sua pelle la repressione e la tortura del regime di Pinochet.  Le parole che si spezzano per l'emozione di rivivere tempi durissimi e crudeli, il pianto rammentando il coraggio di un sacerdote cileno quasi del tutto dimenticato ( e deposto dal papa polacco amico del dittatore cileno)  la compassione per chi sotto tortura ha parlato e la dignità e compostezza di chi ricorda le torture e il divertimento che quelle bestie provavano mentre applicavano sevizie particolarmente sadiche su innocenti.
Perché questa è la verità: un esercito che per decenni ha massacrato il suo popolo.  Moretti non aggiunge nulla, non ricorre a nessun artificio posticcio per aumentare la nostra commozione; "le parole sono importanti", ricordate? Con questo meraviglioso film-documentario ce lo ricorda di nuovo.
Io non credo nelle rivoluzioni pacifiche e democratiche. Non ho mai avuto nemmeno pensieri acritici nei confronti del compagno Allende e di tutta la gestione ( morte compresa) del suo mandato e del suo governo. Anzi reputo proprio che il Cile sia l'esempio calzante per farti comprendere che senza una difesa forte contro quinte colonne e nemici esterni si apra la strada alla peggiore tra le repressioni.
Per me il Cile è simbolo di assoluto fallimento. Ma proprio per questo, tra tutte le storie di dittature e repressioni, è quella che dal punto di vista umano mi scuote e sconvolge di più.
Perché è stata la presa del potere delle brave persone. È stato il tentativo di cambiar la società non puntando sulle armi ma sulle persone, le loro qualità,  l'umanità migliore.
Per questo ho un grande e forte rispetto nei confronti di Allende e dei compagni cileni.
Sopratutto la storia cilena mi commuove perché c'è un pezzo di Italia in quegli anni di massacri, un pezzo di quello che questo paese e il suo popolo è stato, ma io son convinto è ancora.
L'ambasciata italiana diventa un posto sicuro per moltissimi rifugiati politici. Si crea un microcosmo di uomini, donne, bambini, anziani, in fuga dalla dittatura. Nelle parole dei rifugiati dell'epoca vibra forte la commozione per questo nostro aiuto. Nelle parole degli impiegati che decisero di metter a disposizione la nostra ambasciata tutta la dignità di chi fa una scelta.
Noi possiamo sempre scegliere. Anzi è un dovere.  Come oggi di fronte ai fratelli che scappano da situazioni terribili è da sconsiderati nascondersi dietro a un patriottismo demente e crudele. Chiudere i porti quando noi aprivamo le ambasciate. Dare una mano a un uomo per salvargli la vita e non abbandonarlo a un destino di sofferenza. L'eroismo di chi mette sé stesso al servizio del bene comune, dell'altro perché apparteniamo tutti a una sola razza, quella umana, e la vigliaccheria squallida di chi si perde dietro a sciocchi neologismi pur di non vedere, non  fare, non aiutare.
La pochezza disarmante dell'opposizione odierna, lo smarrimento eterno delle sinistre radicali e l'imbarazzante vocabolario rossobruno ,contro gesti semplici, limpidi, di solidarietà di classe e umana nei confronti di moltissimi uomini. Volontè che si commuove in piazza parlando ai compagni e ai cileni e ..Chi? Direi nessuno. Non c'è traccia di intellettuale capace di dar forza e sostegno alle lotte della sinistra.
Ecco, la Sinistra. Che non parlava di poveri mercati terrorizzati, di spread, che non si vergognava minimamente di mischiarsi anche con i peggiori tra i sottoproletari.
La Sinistra che pur essendo opposizione era in grado di contaminare i cattolici ed altri settori della nostra società.
I Cattolici che si comportavano come tali sostenendo e aiutando i profughi.
Ieri, allo Spazio Alfieri qui a Firenze, tra il pubblico c'era tanta commozione e purtroppo molta amarezza. Si guardava a quell'Italia come a qualcosa di perduto.
No, cittadini e cittadine, questo è un gravissimo errore!  Uno stupido e gravissimo errore. Non nego che siamo abbattuti e stanchi, confusi da chi nella sua torre d'avorio pensa di far opposizione a questo governo e all'italia dei razzisti, dei fascisti, delle quinte colonne che vogliono dividere tra italiani e stranieri respingendo l'unità proletaria dei lavoratori.
Ho capito siamo deboli e senza idee. Però non possiamo sempre perdere, non possiamo sempre cedere, sbagliare, lasciarci travolgere da un pessimismo anche lucido e ragionevole,
L'assalto al cielo è ancora possibile. Dobbiamo solo unirci e darci una spinta . Come quella che tanti anni fa permetteva a uomini e donne in pericolo di vita, di salvarsi e venir accolti da un paese di gente generosa, solidale, umana,
Un paese che si chiama(va) Italia.

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