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lunedì 28 gennaio 2019

GLASS di M. NIGHT SHYAMALAN

La bellezza del cinema e della letteratura consiste nel fatto che una storia e i personaggi possano vivere situazioni differenti seppure legati a un immaginario comune.  Prendiamo ad esempio i film sui supereroi. Quanti modi esistono per portare sul grande schermo la storia sempre uguale di un tizio che scopre di aver dei poteri e decide di usarli (quasi sempre) per far del bene? Tantissimi. Possiamo girare un film spettacolare e un po' fracassone,  decidere di approfondire l'aspetto psicologico su come sia vivere da supereroe, buttarla sula parodia. Tutto questo avviene perché conta la sensibilità dell'occhio del regista e dello scrittore. La storia potrebbe rimanere la stessa, ma è la visione che di essa ha il regista fa la differenza.
Shyamalan è da venti e passa anni che porta avanti una sua riflessione critica e " autoriale" sui meccanismi del genere. Cosa significhi girare un film horror o di fantascienza, le dinamiche per creare tensione,  il colpo di scena e le mosse giuste per arrivarci. In un certo senso i suoi film portano avanti un discorso, un ragionamento "metacinematografico". Come se la storia fosse un pretesto, un modo concreto di mostrarti la macchina-cinema al lavoro.  Egli ti indica tutte la parti del processo creativo per svelare quello che si nasconde dietro al cinema.

 GLASS è la terza parte di una trilogia sulla figura del super eroe, del cattivo nel fumetto e come si possa evidenziare questo modo schematico di creare personaggi anche nella realtà. Anzi, in questa opera andiamo oltre, si ragiona su chi sia in realtà un personaggio con poteri eccezionali e se per caso queste persone non siano del tutto lontane e diverse dal resto del mondo. Se i super poteri fossero innati in noi? Ma solo alcuni, per colpa di eventi traumatici devastanti, possono entrare in contatto con questa parte segreta dell'essere umano?
O forse, più prosaicamente, sono solo dei pazzi.
La pazzia, come possiamo anche leggere in numerosi documenti sul tema, porta le persone a sviluppare una certa forza, ad avere visioni, tutta una serie di cose tragiche e dolorose, ma che potrebbero essere lo sviluppo di qualcosa di diverso, decisamente altro e oltre rispetto a quello che la scienza potrebbe spiegare.
La parte migliore del film è quella ambientata in ospedale, e siccome codesta parte è molto lunga... Possiamo dire che Glass  sia un film riuscito! A me è piaciuto molto, pur condividendo le critiche mosse da alcune parti. Sì, è molto parlato e ci sono anche diversi spiegoni.  Sì l'azione latita e tutto quello che volete, ma io tutti questi elementi li ho ritrovati sempre nella filmografia del regista di origini indiane.
Oggi molti parlano di "Unbreakable" come di un capolavoro, un classico, un bellissimo film. Rammento che alla sua uscita piacque davvero a pochi. La maggior parte riteneva quell'opera tediosa, soporifera e troppo parlata.
La parola nei film di Shyamalan è fondamentale, importante, in quanto mezzo che ci condurrà alla rivelazione  di un elemento decisivo per il colpo di scena finale. Un linguaggio sempre diviso tra un quotidiano per nulla epico e il voler svelare i meccanismi del film che stiamo vedendo e del genere a cui appartiene. Sono molto particolari i dialoghi nei film del regista del " Sesto Senso". A me non sono dispiaciute affatto tutte quelle parti parlate nel film in questione.
Anche gli spiegoni, sai perché? Semplice: non leggo i fumetti. In particolare non c'è nulla che mi lasci più indifferente di un fumetto con un supereroe. Il fatto che nei dialoghi si facesse spesso riferimento al fumetto, al suo valore sociale e metaforico, di come essi non siano altro che spiegazioni di storie vere - per quanto ricche di possanza e meraviglia difficili da trovare nella nostra quotidianità- a me sono servite- pur dopo il terzo o quarto spiegone- a comprendere meglio il fascino di un mezzo di comunicazione da me ignorato. E poi non brillavo a venti anni, figurati ora a quarantadue anni. Avrei bisogno anche di un disegnino!
Il costo di aver dei poteri è forse la solitudine? Cosa significa essere figli, madri oppure semplicemente empatici nei confronti di persone con simili forze sovrannaturali? E quanto di queste forze sono davvero il dono di qualcosa che sta sopra degli esseri umani? O forse questa potenza è innata in noi, ma non la conosciamo, non sappiamo come usarla?  Questo film pone le seguenti domande e cerca di analizzare non solo la figura del supereroe ma di come esso è visto in società e di come siano fondamentali i rapporti con gli altri. Le relazioni.
Che sia quello di un padre stanco di fare l'eroe e di un figlio protettivo nei suoi confronti ( pochi lo hanno messo in risalto ma in questo film vi è un discorso su cosa significhi esser figli e padri per nulla banale) o di una madre e un figlio tanto fragile quanto dotato di una mente e intelligenza superiore, fino al malato di mente che potrebbe trovare un po' di pace se fosse trattato con dolcezza da un'alta persona in grado di capire il suo dolore.
Kevin vuole solo questo.  Il discorso passava sotto pelle nel film precedente ( l'ottimo Split) e torna in questo. L'arma in  grado di fermare l'Orda e la Bestia è proprio l'amore. Essere capito, compreso, accettato, amato.  Riconoscersi ed essere riconosciuto come essere umano da una persona estranea. Il personaggio di Kevin, proprio in questo ottimo atto finale, è tra i "cattivi" più strazianti e dolenti che siano mai stati inventati per il cinema. Le sue innumerevoli personalità, la protezione che l'Orda attua nei confronti di Kevin, è commovente. Come la sua fine.
James MacAvoy è straordinario anche qui. Sopra le righe, dice. Vorrei vedere con tutte quelle personalità in contrasto, diversissime, ovvio che si rischi molto. Tuttavia vi trovo una forza comunicativa a livello di tensione emotiva in questo personaggio e nell'attore che lo porta sullo schermo che a me convince e conquista.
Glass è un titolo in onore a un altro grande personaggio. L'uomo di vetro, interpretato benissimo da Samuel L. jackson, prima in "Unbreakable" poi in questa terza e conclusiva parte sulla nascita di un eroe (positivo o negativo).
Anche in questo caso abbiamo un uomo che soffre per via della solitudine, vittima della  malattia che segna la sua vita. Egli ha le ossa fragilissime e per questo ogni banale movimento potrebbe essergli fatale o doloroso. L'unico sostegno è la madre. La quale indirizza il nostro villain verso l'amore per i fumetti, l'immaginazione, dandogli uno scopo nella vita: cercare l'esistenza concreta e reale di un supereroe. E se costui davvero esistesse è chiaro che avrebbe bisogno di un grande antagonista per portare avanti la sua missione. Mr Glass sacrifica sé stesso al male per veder realizzata l'idea, la fede,  su cui basa tutta la sua esistenza. Non è cattivo perché vuol conquistare il mondo, non lo è perché nutre odio verso il genere umano, egli è razionale e lucido nei suoi piani criminali.  Lui non potrà mai essere un super eroe per via dei suoi problemi fisici, allora è destinato/costretto a interpretare la parte del cattivo.
La figura più "spenta" e malinconica del film, però, è l'eroe. David Dunn torna dopo venti e passa anni e il cameo in conclusione di Split.  Ma se gli altri due hanno ancora forza, verve, e un obiettivo forte, costui pare amareggiato, deluso, un uomo anziano che per dovere continua a difendere la città dal male, ma non viene accettato o premiato per questa sua opera fondamentale. Anzi, è ritenuto un criminale come Kevin e Mr Glass.
Willis in questo film è un uomo segnato, debole, e a cui è negata anche una uscita finale da star. Non c'è nulla di epico, trionfante,  nessun perdersi nella leggenda e nell'ammirazione delle masse, per David. Rimane l'amore del figlio, perché forse l'affetto e la tenerezza sono i nostri reali super poteri, in questi tempi di odio, rancore, disumanità.
Il film è anche una riflessione sentita, commossa, amara sul potere dell'immaginazione, del spingersi oltre, di essere differenti che si scontra con una repressione omicida, crudele, spietata eppure basata semplicemente sul mantenere l'ordine, la sicurezza e la tranquillità. Non tanto per omaggio al fascismo di ritorno ma come rassicurazione per i mediocri. Non bisogna eccellere in nulla. Questo vale per un eroe come David o come i cattivi alla Mr Glass o Kevin.
Questo film a me è piaciuto perché ricco di sotto testi, riflessioni non banali, considerazioni teoriche affascinanti. Non mancano anche i difetti, sopratutto nella parte pre-finale nel parcheggio dell'ospedale psichiatrico, ma sono dettagli.
Per me una degna conclusione di un lungo lavoro sulla figura del supereroe e dei fumetti da parte di questo ottimo regista.

lunedì 30 novembre 2015

THE VISIT di M NIGHT SHYAMALAN

Dipende, tutto dipende. Non era questo il ritornello di una banda di maltrainsema spagnoli? Mi par di sì. Ma che ci vuoi dire, o Spettatore Indisciplinato, con sta storia del "dipende"? Ma nulla: dipende se stai sul cazzo alle illuminate e illuminati dei social, e se per caso non ti venisse in mente di bestemmiare contro le effimere libertà liberali: la libertà di parola ed espressione per prime. Sarebbe meglio, non credete, che simpatie ed antipatie non condizionassero il nostro giudizio sulla qualità del cinema, tolto chiaramente Zalone, ma li siamo nel campo del tso per milioni di italiani
Quindi il nostro Shyamalan paga il fatto di star antipatico. O di aver nelle sue pellicole una certa morale, non si sa. Mica sono chiari i detrattori e detrattrici, non sono ai livelli di disorganizzazione del pensiero come quelli contro Sorrentino o Von Trier,ma se si impegnano.. Potrebbero farcela!

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Va che bella coppia di anziani, di meravigliosi nonni! Come fai a non fidarti di loro? Sopratutto se non li hai mai visti, e forse, la separazione dei tuoi, con relativo malessere della madre, ti spinga a cercare affetto, una parvenza di famiglia.Non siamo autosufficienti. Non possiamo andar avanti da soli, non ci bastiamo. Possiamo sforzarci di creder in questa cosa, ma il bisogno di una famiglia, una casa, una relazione con qualche essere umano, sono alla base della nostra esistenza. Nonostante ogni nostro sforzo per creder nel contrario. Così ecco i due figlioli che vanno a trovar i nonni.
Ora: non solo non li hanno mai visti, ma par che nemmeno si siano lasciati benissimo con la loro sfortunata madre. Qualcosa di orribile è capitato, la notte che la donna scappò dalla casa dei genitori.
Così i ragazzi partono con gioia e spensieratezza. In particolare la figlia maggiore, userà quel periodo di vacanza per fare un documentario sui suoi nonni.
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Ecco: cominciano i guai. Ma allora è un fottuto mockumentary? Yeah, bro!  Genere e modo di far cinema assai detestato, da moltissimi cinefili. Non a torto eh! Si possono fare cose orribili usando questo mezzo delicatissimo. D'altronde è anche vero che più il mezzo si mostri assai delicato e sul limite della catastrofe, più il regista ci mostra quanto sia bravo. E il nostro M. Night lo è.
Usando a pieno quanto il genere ti possa offrire, con cambi repentini di prospettiva, ripresa, mostrando come anche la realtà sia cinema, solo senza lo schermo che ci separa da quel che viviamo. Ribalta quindi l'idea di mockumentary. Non la realtà che irrompe nel cinema, ma viceversa. Il finale con una struggente e mielosa colonna sonora dopo il massacro, è profondamente ironica e mostra come le percezioni cambino attraverso i mezzi cinematografici. E che virtuale e reale non siano più termini di paragone necessari. Almeno che non ci si voglia domandare: cosa non lo è ancora? Di virtuale realmente tangibile?
Per questo penso che il film abbia cose da dire ben più importanti rispetto ad altre opere che usano lo stesso stratagemma registico. Non si tratta di mascherare l'inconsistenza tecnica o di sceneggiatura, ma di sposare totalmente il punto di vista della ragazzina, bravissima e meravigliosa Olivia De Jonge, che poi è il punto di vista sia nostro, che del regista. Punto di vista spesso falsato, per via dell'intervento di un altro elemento, cioè quello dello spettatore: il fratello, pimpante e ottimo Ed Oxenbould.  Così vediamo sullo schermo il duello eterno tra un artista, tanto che lei ha delle regole ferree su come girare, e le voglie, le aspettative dello spettatore, il fratello che mette a nudo le contraddizioni delle scelte registiche. Basti pensare a quel momento di scontro/incontro, dove i due si chiedono, inchiodando l'altro davanti alla telecamera, quanto la mancanza del padre li porti a soffrire e quanto alcune problematiche irrisolte siano dovuto a questo.

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Ma il film risulta assolutamente vincente su un punto per me fondamentale, per ogni film, tanto che vi rammento la mia regola circa il buon cinema: personaggi, storia, messaggio. E codesta pellicola almeno in due di questi campi  stravince a mani basse.
Personaggi: ma voi, o detrattori e detrattrici, pensate sia facile portare sullo schermo due adolescenti, scritti e pensati da un adulto, senza scivolare in una visione distorta da adulto che pensa di conoscer i meccanismi comportamentali dei giovani? In un momento assai delicato, pieno di furori, contraddizioni, complesso e difficile? No, non lo è. Eppure questa coppia di fratello e sorella, sono magnifici. Due ragazzini che cercano di sopravvivere come possono al mondo in frantumi degli adulti. Adulti occidentali in questa parte del mondo dove le relazioni e l'altro non contano nulla, dove una trombata è meglio che un solido rapporto di coppia, tanto poi divorzi e ti rifai una vita. Un mondo scellerato che offre opportunità fasulle. I ragazzi si trovano frastornati, senza punti solidi di riferimento anche da criticare e abbattere, hanno degli amici irresponsabili che dovrebbero chiamar mamma e papà.. Forse i nonni potrebbero esser migliori.
Dici: ma vedi che sono pazzi, scappa! Eh, certo. Però io credo che la reazione della ragazzina, in particolare, sia comprensibile. Ha solo loro, in un certo senso prova affetto per questi due parenti, e non sa come reagire, forse sono solo le stramberie degli anziani, o peggio sono ammalati. Sai, non credo che la malattia, in particolare quando si ha a che fare con la demenza senile, sia facilmente gestibile a quell'età. Si tende a minimizzare, la sofferenza ti impedisce di accettare la morte e la malattia. Ripeto sono due ragazzini e si comportano come tali.
Funziona come horror? Si. Ci sono scene disturbanti, e ha un bellissimo pre finale, di grande impatto. La resa dei conti è ferocissima e serve per crescere. Superare le proprie paure.
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E chi sono questi orchi? Due disperati pazzoidi che cercano anche loro una famiglia, un affetto, ma sono vittime della loro follia. Per qualcosa di terribile, fatto anni prima. Eppure nel loro delirio, cercano di mantener una certa facciata di normalità, piccoli gesti quotidiani che tutti più o meno fanno. Sono cattivi e non puoi tifare per loro, ma anche tanto umani che ti fanno pena.

Ti dicevo: personaggi, storia, messaggio. Appunto: messaggio. Non portare rancore. Eccolo. Il miglior messaggio degli ultimi tempi. Qui si campa sul rancore: per un legame finito, per un lavoro non avuto, per rabbia contro la società o la famiglia, per la sconfitta della squadra di calcio. Per noi uomini e donne liberi/e è naturale crescere nel rancore. Perché dar il peggior spettacolo di sé, è sincero, vero, siamo fatti così, non possiamo migliorare e tutte quelle tristissime cazzate che ci diciamo . Cinici da bar, cattivisti da happy hour. Invece, codesto regista, ci rammenta proprio il contrario: comprendere, capire, perdonare, saper che il padre che ti ha lasciato è lo stesso che ti ha dato tanto amore, che i genitori con i quali ti sei lasciata così male, sono gli stessi che ti ameranno sempre. E nel finale mi sono commosso.
Poi parte il rap e insomma ....^_^