lunedì 15 febbraio 2021

Red Dot di Alan Darborg

 Mi piacciono molto i survivor come sotto genere horror. L'idea dell'uomo civilizzato che si trova disperso in un ambiente ostile, in cui tutte le cose che riteniamo fondamentali si mostrano pleonastiche, perché la natura è indifferente nei confronti del nostro progresso.

Subito dopo arrivano i folk horror e i revenge movie.  Sempre per il motivo scritto sopra. Cosa rimane della nostra civiltà (che si basa sul benessere del singolo, sull'ostentazione del successo, dei titoli) quando devi affrontare la possanza, la forza bruta di persone messe agli angoli, abbandonate a una vita di durezze, che si trasforma nella difesa ad oltranza della propria identità e della propria terra? Infine il revenge movie.

Abbiamo leggi, codici, regole, per tener in piedi la società, onde evitare che tutto finisca in barbarie e rese dei conti interminabili. Tuttavia, con buona pace dei garantisti, che succede a una persona quando perde la persona amata?  O una violenza ingiustificata entra a gamba tesa nella sua esistenza? Siamo ancora disposti a rimanere umani e aver fiducia nelle giustizia, oppure il dolore ci mette di fronte al fatto di aver perso tutto.

Sangue chiama sangue, odio vuole odio, non per risarcire un danno e nemmeno per riscattarsi, tornare a veder la luce. La vendetta è l'accettazione delle tenebre e l'unico scopo è punire i colpevoli.  

Tutti questi tre elementi ci fanno capire come siano fragili il progresso, la civiltà,  l'empatia, non perché elementi negativi, anzi, ma perché nella nostra società sono delle bandiere maldestramente sventolate per nascondere la ferocia, la rabbia, la violenza. Nascondiamo queste cose sotto un tappeto, oppure come sempre le normalizziamo, cerchiamo di depotenziare la loro carica sovversiva.

Perchè in un mondo debole, che si reputa sempre innocente, assolto, non coinvolto, la differenza fra buoni e cattivi, si fa sempre più sottile. 



David e Nadjia sono due persone normali. Anzi, in questi tempi in cui c'è una divisione tra le brave persone laureate e cattivi analfabeti funzionali, loro sono una coppia perfetta.  Lui si è laureato con successo in ingegneria, lei sogna una brillante carriera come dottoressa. Sono istruiti, carini, non ultimo sono pure una coppia interrazziale. Insomma persone verso cui stabilire da subito un buon legame, una solida empatia.

Come succede a molte persone della mia generazione ( e quelle a seguire) avranno molti mezzi per aver successo nel lavoro e nello studio, ma non sanno assolutamente nulla della vita. Non comprendono ad esempio cosa significhi sposarsi, vivere una lunga relazione con una persona. Come spesso capita sono due single, due individualisti, che per caso vivono insieme.

Nulla di male, d'altronde è uno dei pilastri della società odierna, quella di sostenere ogni desiderio, soddisfazione personale, a discapito di una visione inclusiva,  di condivisione, sostegno, cioè una vita di coppia consapevole.

Per cui dopo solo un anno sono già in crisi. Lui travolto dal lavoro, lei insoddisfatta per come funzionano le cose nella loro unione, la paura di non poter avviare la sua carriera in quanto aspetta un bambino.


Il trasferimento a Stoccolma poi non fa altro che peggiorare le cose. Sono soli, a parte l'amicizia di un vicino di casa, Thomas.  David, un giorno, si presenta con una proposta che solo in Svezia possono accettare: andar a nord, per campeggiare di notte, col fine di veder l'aurora boreale.  Uno sano di mente (cioè del sud del mondo) direbbe: " Ehi, ma sei cretino? Già si muore di freddo qui. Figurati nella neve e nel gelo del nord di questo fottuto paese". Invece la cosa viene presa bene.

Si palesa, per cui, il primo elemento: il survivor. Vedi che questi due, senza tutte le comodità da cittadini medi(ocri),  si perderanno nei boschi.  

Per farla breve, prima di arrivare nel rifugio in cui hanno prenotato, causano un piccolo incidente con un paio di cittadini locali. I quali sono assolutamente diversi, sotto ogni aspetto possibile e immaginabile, rispetto ai nostri protagonisti. Due rozzi cacciatori, poco inclini alla saggezza culturale e alla raffinatezza sociale. 

David, oltretutto. decide di non dir niente ai due gentiluomini e così si allontanano.

Ovvio che grazie a questa pensata entriamo prepotentemente nel filone del folk horror. Due cittadini che causano un piccolo danno a due membri di una comunità chiusa, diffidente, e mo son cazzi.

Tuttavia verso il finale c'è un piccolo colpo di scena che riscrive completamente il film, tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento e sopratutto a me ha fatto cambiare idea su molte cose.

I fuochi d'artificio arrivano con la parte finale.  La vendetta. Di chi? Per quale motivo? Questo dovrete scoprirlo voi guardando il film. 

 Red Dot è un film feroce, crudo, disperato.  Il tutto narrato con un tono gelido, ma non trattenuto. Noi siamo testimoni e spettatori impossibilitati ad agire. Non possiamo nemmeno chiudere gli occhi, far finta di nulla, perché non è una pellicola che vuol intrattenere i suoi spettatori con citazioni, strette d'occhio complici, non c'è nesssun " stai tranquillo, vedi che tutto è finto."
 Racconta di responsabilità, scelte, di persone non cattive, ma disinteressate a tutto e a tutti,  istruiti e a modo loro validi, eppure incapaci di gestire relazioni e sentimenti.  Per questo la coppia è così credibile, oltre che per la bravura assoluta dei due attori. Ci fa ragionare come noi anti razzisti, moderni, civli, siamo intolleranti e razzisti per motivi di classe.  Ribaltando molti luoghi comuni del genere folk.  Ci spinge a considerare la vendetta come una scelta, quando perdi tutto.  In più, cosa non da poco, non scade mai nel cinismo, nel pessimismo a cazzo di cane, che tutto fa schifo e non c'è niente per cui valga la pena vivere. 
Sono persone distrutte, sole, travolte da una naturale mancanza di responsabilità, di scelte errate. In cui ognuno porta sofferenza e morte agli altri e ne riceve il prezzo salatissimo.
Il film è anche un buona opera di genere; contaminata,  con colpi di scena ben distribuiti, e personaggi davvero reali e credibili.
Ovvio se soffrite il freddo, state lontani da codesta pellicola.  Il vuoto, il nulla, sommerso in un bianco accecante, è forse la cosa che mi ha terrorizzato di più.
Ah, no! Il trapano! Maledetto trapano!


martedì 26 gennaio 2021

ANTEBELLUM di Gerard Busk e Christopher Renz.

 Immaginate.

Prendetevi tutto il tempo, rilassatevi. Provate a pensare a un giorno normale, uno dei tanti. I rumori nella sala, probabilmente vostra madre sta preparando la colazione, o per la strada: macchine, uomini e donne indaffarati che camminano veloci lungo il marciapiede. Rumori di sottofondo rassicuranti, quotidiani, vi fanno sentire a casa.

Ecco...  la casa. Niente di che, ma vostra. Sulla parete bianca del corridoio avete attaccato le foto di una vita e i diplomi. A volte vi piace fermarvi e ammirarle; vi soffermate in particolare su quelle che vi ritraggono felici e sorridenti con gli amici e con il vostro amore. Non vi guariscono dalle ansie, dalle nevrosi, dalla paura immotivata, ma in  un certo qual modo vi danno la forza per un sorriso, un ricordo dolce che vi commuove per qualche secondo.

Vivete la vostra vita, avete un nome, 'dei genitori, forse anche voi vi siete costruiti una famiglia. I piccoli sono la vostra vera e unica felicità. L'eredità per far sapere, in un tempo che speriamo lontano, che siete vissuti. C'era un uomo o una donna, con dei nomi, degli affetti, delle speranze.

Ancora non sapete che arriveranno degli uomini e vi porteranno via.  Costoro vi legheranno delle catene ai piedi, vi trascineranno con forza all'interno di barche e vi porteranno lontano. Il viaggio è lungo, molti si ammaleranno e moriranno. Ben presto l'odore della morte, della sporcizia vi entrerà nella testa. Alcuni impazziranno. 

Dove sono finiti i vostri famigliari? Gli amici di una vita? Cosa vogliono questi uomini mai visti prima? Ci hanno tolto ogni possibilità di comunicare. Siamo spariti nel nulla.

Ora, in un piazza durante un giorno di mercato, vi hanno messo su una specie di palco. Non dovete declamare poesie, cantare una canzone, no. State in piedi, fermi. Sentite parlare, ma non potete capire nulla. Cercate con gli occhi visi conosciuti, domandate nelle vostra lingua cosa stia capitando e perché, ma nessuno vi risponde. 

Improvvisamente vi afferrano e vi sbattono su un mezzo di trasporto. Ci sono altri uomini e donne con voi. Qualcuno urla, forse un nome, forse è solo disperazione.

Dopo un lungo viaggio ecco che arrivate a destinazione. C'è una casa di lusso,  indubbiamente più bella della vostra, la magione si trova situata nel mezzo di un vastissimo campo. Vi ricorda un po' quello che vedevate sempre distrattamente a casa vostra, quando correvate a chiamar gli amici per un po' di svago.

Altri, invece, assoceranno quel campo alla fatica del lavoro, la sofferenza paterna, dei fratelli, degli zii. 

Siete arrivati a destinazione. Non siete più uomini e donne con un nome, una storia, una nazione, ma oggetti. Da usare, rompere, gettare, abusare. 

Tutto normale e giusto. Certo, forse a un certo punto qualcuno vi dirà che siete liberi, ma è una cosa che riguarda quegli uomini così diversi da voi.Perché l'economia cambia e l'evoluzione monetaria, di commercio, di produzione, si sposta su altre merci.

Per un po' hai l'illusione di essere libero, ma le statue dei tuoi rapitori e dei tuoi aguzzini, che si ergono sui piedistalli nel centro della città,  ti ricorderanno sempre di non vantarti troppo. Possiamo sempre distruggevi. Lo facciamo e non paghiamo.

Almeno che non ci sia una guerra feroce, spietata, sanguinosa, ma non credo tu possa permettertela. Ti schiavizzo senza catena, basta toglierti la tua storia e la dignità.

Il prologo a questa riflessione indisciplinata serve solo per spiegare per quale motivo una storia di afro americani ci deve interessare. Non piacere, non esser presa come riferimento per la mia vita, basterebbe solo riflettere su una parte importante della nostra storia di bianchi.  O meglio di uomini del capitale, che abbiamo usato come catena per sfruttare altri popoli- colonialismo- e altre persone- la situazione di schiavismo dei proletari nei posti di lavoro- una volta che riusciamo a dire che abbiamo schiavizzato e privato di una vera vita una parte degli esseri umani, poi possiamo e dobbiamo difendere i distinguo.
Per esempio, io da uomo e da etero riconosco che per secoli e secoli le donne e gli omosessuali hanno vissuto in modo diretto e indiretto una certa pressione nei loro confronti. La moglie era come un animale da bestiame, una cosa che ci serve, il gay un depravato da eliminare. Una volte che io ci ragiono su per bene, poi giustamente posso dire ci sono molti maschi etero bianchi cis che sono stati vittime del sistema, morti in guerre volute dai padroni,  e posso anche dire che l'amicizia virile è molto più profonda rispetto a quella cosa descritta dalle donne. Lo posso fare perché credo che molte loro rivendicazioni, questioni spinose, siano serie e vadano recepite, discusse, senza barriere e senza " questi sono panda da difendere a prescindere" come esseri umani, anche litigando. 
Per cui una volta che riesci a far questo passo, capirai molte cose di questo film


Non è contro i bianchi o contro i maschi. Non sta dicendo che basta aver la pelle chiara per esser un nostalgico dello schiavismo. Ma, che vi piaccia o no, un numero di persone bianche continua a sostenere un'immagine romantica di quel periodo. Altri non hanno idea di cosa fosse, alcuni provano nostalgia di quei bei giorni in cui violentare una schiava africana era un fatto normale. Una nazione che campa sull'idea di sogno da imporre ai suoi cittadini e da esportare nel mondo,  non farà mai davvero i conti con il genocidio del popolo dei pellerossa e con lo schiavismo. Non può farlo perché abbiamo ripulito anche il lontano ovest, per illuderci di essere i buoni.  La violenza è talmente efferata, che per forza di cose dobbiamo mitigarla, metterle le redini e condurla nel carrol, dove la teniamo a bada.

Questa cosa non capita solo agli americani, noi italiani la viviamo assai bene con l'eredità del fascismo, del nostro imperialismo colonialista, giustificato sempre e comunque, perché siamo brava gente. Siamo Alberto Sordi e non Roatta. Ci fa comodo pensarlo.


La paura del dolore, della sofferenza, questo ci hanno insegnato. Poi, per carità, siamo sempre in prima fila a lamentarci di quanto stiamo soffrendo e della fatica, del poco tempo, alcuni per queste cose anche si ammalano. Concentrati solo sui nostri piccoli guai, quelli degli altri non vogliamo ascoltarli. Non ci appartengono, non sono come noi.

Invece  il dolore degli altri appartiene. Perché abbiamo in comune il fatto di esseri umani. Non vuoi accettarlo o capirlo? Va bene. Non sei pronto per discuterne, per metterti in discussione. 

 Questo film ci porta a riflettere sullo schiavismo e sulla rappresentazione che noi ne facciamo.  Non è una specie di Radici, in cui si vuol dare/ restituire la storia a chi ne è stato derubato, questo film parla proprio agli americani medi e bianchi, che non trovavano nulla di osceno nel veder delle persone vive intrappolate dietro a dei vetri, mentre rifacevano scene di vita quotidiana in Africa- cito il libro La Ferrovia Sotterranea, da leggere prima della visione di codesto film o insieme, fate voi-  non trovano niente di sbagliato nella rappresentazione di un periodo, perché finzione.  Tutto è finto e siccome mi mostri un fatto storico, anche quello è falsato, pompato dai soliti fanatici.


Per cui della critica cinematografica me ne fotto.  Che l'abbiano respinto, non mi stupisce. E vi dirò: non hanno tutti i torti, non è un film perfetto. Volete sapere quale è il suo difetto più grosso? La seconda parte. Troppo frettolosa, l'eliminazione dei nemici- a quanto ho goduto, ma quanto- è un po' tirata per i capelli, e il discorso della protagonista alla conferenza stampa un po' troppo banale.  Tuttavia è un film davvero buono. Il lunghissimo piano sequenza iniziale,  le immagini potenti al rallenty dell'incendio purificatore, la cavalcata sul fronte di guerra, sono immagini fortissime, stupende, di grande potenza cinematografica. 

Ed ha un'idea assai interessante, efficace,  di collegamento tra passato e presente, non così fantascientifica.  Lo schiavismo non è stato del tutto debellato. Qualora si trovasse un finanziatore serio,  si potrebbe ripetere nel piccolo, in qualche stato sudista,  in qualche piccola cittadina, un'esperienza simile. Perché quello che per alcuni è dolore e sofferenza, una storia che va oltre la tragedia, per altri è un fatto di tantissimi anni fa, "che cazzo vogliono ancora". Lo puoi comprendere anche se sei bianco. Forse non troppo in profondità, ma puoi sforzarti di farlo.

Antebellum ci parla di come filtriamo attraverso la rappresentazione dello spettacolo pagine durissime e reali della storia di una nazione. Si potrebbe farlo in Germania con i lager o da noi con il fascismo. In questo è universale. 

Oltretutto colpisce un punto dolente, questo in modo involontario o forse è solo una mia idea, degli aguzzini che tormentano la protagonista, prima rapendola e poi condannandola a rivivere le violenze quotidiane dello schiavismo, c'è una donna. 

Certo mi si potrà dire che è vittima del patriarcato in un certo senso, ma non ci credo.  La questione di posizione sociale, di razza, ha un peso molto forte anche se ci fosse il matriarcato.  Perché noi disprezziamo il misero, il debole, questa è la dottrina del capitalismo. Per questo lo scontro finale vede protagoniste due donne. È lo scontro di classi, di etnie, di oppressi e oppressori.

Non ho detto molto della trama perché non voglio rovinarla.  C'è un colpo di scena, verso a metà, che riassume tutto quello che vi ho detto sulla rappresentazione della storia, di come è percepita da chi faceva subire certe cose e come viene vissuta di nuovo sulla loro pelle, da chi invece l'ha subita.

Ora sta a voi, qualora vi sentireste in grado di poter analizzare, riflettere, aver voglia di approfondire il  tema del film, guardatelo. Altrimenti non c'è nessun esercito del politicamente corretto che vi impone di vederlo a tutti i costi.  Per me, pur riconoscendo i limiti, va visto.


venerdì 22 gennaio 2021

Non uccidere

 Spesso ci lamentiamo della qualità delle nostre serie tv. Troppo provinciali, girate male, recitate peggio. Tanto che per stroncare un film scriviamo o diciamo: " Sembra una fiction di canale 5 o Rai Uno".  Quasi sempre abbiamo ragione, non possiamo affatto nascondere la mediocrità di molti prodotti televisivi.  Una mediocrità, a mio avviso, voluta, allevata e proposta con convinzione, determinazione, massima attenzione al fatto che il pubblico possa staccarsi dai suoi problemi quotidiani e godersi la rassicurante immagine di un' Italia fatta di campanili, piccoli comuni, solarità. Tutto qui. A ben vedere parte del nostro paese è davvero un posto fatto di piccole comunità, tempo che passa lentamente e così via. Non necessariamente è un difetto.

Tuttavia a volte capita di scontrarsi/incontrarsi, con un oggetto televisivo che non è uguale a niente delle tante cose viste sul piccolo schermo.. Non è così frequente, sono episodi isolati, singoli, ma che non meritano di passare inosservati.


Queste serie tv che seguono altre vie e rappresentano un altro paese, non arrivano per caso. Non sono bestie impazzite scappate dallo zoo. In realtà ci sono sempre state. Oggi osanniamo tanto Gomorra, ma sono convintissimo che senza una serie tv come La Squadra (un prodotto televisivo che puntava a dar spazio ad episodi anche abbastanza duri, personaggi non del tutto risolti,  pur rimanendo ancorata a una retorica pro forze dell'ordine, che talora inficiava la riuscita degli episodi) non avremmo avuto la popolare serie sulla camorrra e nemmeno Romanzo Criminale

 Le cose sono radicalmente cambiate con La Nuova Squadra-Spaccanapoli. Quella che per i soliti criticoni era un remake di The Shield, ma che per me è stata davvero un'esperienza del tutto inedita ed entusiasmante.  Perché non c'erano eroi dell'ordine e della legge, ma poliziotti in bilico tra lecito ed illecito. Storie più dure, un senso di tragedia incombente e la retorica che si scioglie nell'epica del genere.  Claudio Corbucci si è occupato della sceneggiatura di molti episodi di questa serie. Per questo motivo quando ho saputo che aveva scritto una nuova serie poliziesca, l'ho cercata subito per vedermela e gustarmela dall'inizio fino alla fine.

Ne è valsa davvero la pena.


Non Uccidere sulla carta sembra una delle tante serie tv poliziesche che riempiono le piattaforme di streaming come Netflix e affini, ma che hanno anche uno spazio abbastanza importante nelle reti della tv pubblica e privata italiana. Un' ispettrice di polizia che si trova ad investigare su una serie di delitti, in una grande città del nord Italia.Potrebbe essere solo questo, accontentarsi di offrire al proprio pubblico uno spettacolo ampiamente collaudato, al massimo ci aggiungiamo una storia d'amore o un po' di scene piccanti, giusto per allungare il brodo e attirare un po' di massa distratta. 

Potrebbe farlo.

Invece sceglie un altro tipo di racconto, affondando le radici in un terreno del tutto nuovo per lo spettatore medio italico.


Per prima cosa ci offre un personaggio tormentato e ricco di sfumature, cosa rara da vedere in un prodotto di intrattenimento. Valeria Ferro è una giovane ispettrice, professionale, seria, motivata, ma è sopratutto una donna che ha problemi di relazioni con gli altri, una persona che soffre per alcuni demoni interiori risalenti all'omicidio del padre (pare) per mano della madre. Questo fatto ha gettato in una sofferenza senza fine l'esistenza della poliziotta e del fratello. Ma mentre lui si fa una famiglia e trova il modo per liberarsi, almeno parzialmente, da questo peso, lei nutre un odio implacabile nei confronti della madre. Le cose precipitano quando la donna esce di galera.

Tutta la prima stagione, assolutamente meravigliosa e imperdibile,  è un continuo flusso di dolore.Da una parte le vittime dei delitti sui quali  Valeria è chiamata a investigare, dall'altra la sua situazione famigliare, tra l'ispettrice Ferro che non  vuole e può perdonare e la madre in cerca di un riscatto, della possibilità di  rifarsi una vita dopo tanti anni di galera. 

Quello che colpisce, di questa prima entusiasmante stagione, è la perfezione delle sceneggiature di Claudio Corbucci. L'atmosfera cupa, tragica, senza la benché minima traccia di umorismo ( presente anche in quel capolavoro che è Rocco Schiavone con l'intento di smorzare la tensione) . Qui non c'è spazio per l'umorismo. Perché si affronta la morte, la disperazione, in particolare gli effetti del togliere la vita a una persona, che sconvolgeranno l'esistenza dei parenti sopravvissuti e anche degli assassini.

In poche parole non c'è il classico taglio netto, consolatorio e confortevole, che troviamo in quasi tutte le produzioni di questo tipo. D'altronde la scelta del titolo rappresenta in pieno la tematica che attraversa tutte e due le stagioni: uccidere è un atto orribile che non solo cancella la vita della vittima, ma di tutti quelli che in un modo e nell'altro entrano in contatto con essa o con gli assassini. 

C'è un forte senso di condivisione del dolore, che si allarga a macchia d'olio, infettando vite e luoghi. Un senso di malessere perpetuo.

Ecco, secondo voi, gli italiani come l'hanno presa? Male. Tanto che codesta stupenda serie tv è stato un insuccesso. Però a noi dello Spettatore Indisciplinato, queste cose interessano fino a un certo punto. Quel che ci interessa sono le storie e i personaggi, la loro umanità fragile e il forte senso di giustizia, di combattere il male che appartiene alla sua protagonista.


A dir il vero la serie usa tutti i classici elementi del genere. Il trauma che viene dal passato, le dinamiche famigliari, c'è anche una storia d'amore tra il capo di Valeria e la giovane ispettrice, un rapporto passionale, ma sopratutto maestro-allieva/padre e figlia, che si evolve in una vera e propria ossessione per l'uomo. Per cui la forza di questa serie  è la volontà di smontare le regole del genere e avvolgere tutto in un nero perenne; quello della violenza, del lutto, della morte.

Certo non mancano i difetti. Possiamo dire che dopo una bellissima, indimenticabile, imperdibile prima parte, l'ultima stagione a volte stenta un po' a coinvolgere lo spettatore. Tuttavia, a mio parere, rimane sempre un prodotto più che dignitoso. Sopratutto non fa nulla per snaturarsi. Quando pensi che a un certo punto tutto codesto dolore finirà e che le cose si aggiusteranno, questo non capita. Personaggi positivi come Giorgio, il capo di Valeria, con  il procedere delle puntate metterà a fuoco un'anima nera, anche se farà di tutto per portare giustizia nella vita della donna.


La serie si avvale anche di un ottimo cast. Menzione speciale, ovvio, per una bravissima Miriam Leone, capace di dar peso, sostanza, personalità, a un personaggio per nulla semplice da gestire. Indovina sempre i toni,  dosa bene la sua espressività, mostra - di nuovo- di essere una delle nostre attrici migliori. Molto bravi anche Thomas Trabacchi, impegnato in un ruolo per nulla piacevole e facile da trasformare in una macchietta, per fortuna costui invece dona al suo personaggio un'umanità disperata e autodistruttiva, che rende Giorgio Lombardi un personaggio assai complesso. Mentre Matteo Martari ha il ruolo dell'uomo che in teoria, col suo amore, dovrebbe salvare Valeria. Dovrebbe.

Non meno importanti sono le musiche, composte da Corrado Carosio e Pierangelo Fornaro, responsabili anche del sound di Rocco Schiavone. Con poche note, contaminando l'orchestra della Rai e suoni elettronici-acustici minimalisti rendono la visione ancora più commovente e profonda.

Concludendo, Non Uccidere è una bellissima serie, innovativa nel suo genere. Non c'è spazio per la consolazione,  per l'amore che salva, ma un lungo viaggio nella morte, nella sofferenza che uccidere genera a chi rimane. Ha il dono di avere dei personaggi scritti benissimo e un ottimo cast in tutti i ruoli, anche quelli secondari che sono fondamentali per dar peso e sostanza a un prodotto di genere. Qualora ve la foste persa vi consiglio di recuperarla, la trovate su Rai Play.

Ps: piccola curiosità: Trabacchi e Martari sono di nuovo insieme sul piccolo schermo per la serie tv L'Alligatore, tratta dal ciclo di romanzi noir scritti dal Maestro Massimo Carlotto. Ci occuperemo anche di quella!

venerdì 8 gennaio 2021

Rocketman di Dexter Fletcher

 Ogni volta che mi viene da ricordare la mia  infanzia o l'anonima, grigia, noiosa, adolescenza, non sono tanto dei fatti reali o rimembranze particolarmente significative per la mia persona, a venirmi in mente. No. Quello che ricordo sono i suoni, le canzoni, le radio che ascoltavo in casa dei miei o- crescendo- da solo. Mi bastava una cuffia, la frequenza giusta e mi perdevo totalmente in un mondo migliore.

Il mondo che vorrei dove non c'è l'ideologia nefasta del lavorare a ogni costo, santificando il mercato e il padrone. Dove non ti devi per forza imbattere in persone nocive, anzi proprio non esistono. Ci sei solo tu, i tuoi eroi del momento e le canzoni.

La canzoni, non chiedo altro alla vita. Mi tengono per mano, fanno brillare la mia anima e battere il mio cuore.  Per tre o quattro minuti posso vivere in un mondo fatto totalmente di emozioni, senza difese, senza paure. Che sia tristezza o gioia, quello che provo quando sento la musica è ricco di possanza e meraviglia. Lascio andare le lacrime, lascio che il mio corpo reagisca muovendosi , non mi interessa di poter apparire ridicolo, tanto ci sono solo io. E le gatte. 

Normalmente sono una persona rigida e goffa, da un punto di vista fisico. Anzi faccio fatica a comprendere o ad accettare che ho un corpo, non amo essere toccato, non amo abbracci e baci. Osservo, a distanza. Tuttavia vuoi l'amore di mia moglie, la terapia, qualcosa si sta sgretolando. E sorge la verità, voler esser abbracciato, amato, sopratutto vorrei abbracciare il bambino asmatico, l'adolescente convinto di non aver nessuna dote e di meritarsi ogni disastro. Sarebbe bello farli danzare, sarebbe bello cantare con loro.

E  zittire la professoressa che da ragazzino, con tono stizzito, ti ha urlato: " ma sei stonato." Da quel momento ti sei vergognato di cantar in pubblico. Rinunciando  all'unica cosa che ti avrebbe fatto sentir sempre bene: cantare. 

Sai quando decidi che chi ti critica ha sempre ragione, hai presente? Quindi ti metti in testa che cantare è una cosa inutile, sei stonato. Vero anche che ho cercato di imparare a suonare qualche strumento, ma è sempre stata fortissima la sensazione di non esser capace, di sprecare tempo.

Tuttavia ho sognato cose bellissime, mi son costruito un meraviglioso mondo fatto di canzoni, musica, balli. Nella mia testa, nella mia anima. Ancora oggi riempio la mia mattina di musica. E continuo a sognare un mondo in cui tutti ballano e cantano. 


Tra le minoranze,  che hanno subito il predominio di un certo immaginario, ci siamo anche noi occhialuti. Non siamo mai i protagonisti di opere d'azione, eroiche. Non salviamo nessuna bellezza in pericolo e non sconfiggiamo nessun impiegato della Spectre. A ben vedere non cavalchiamo nemmeno epici e ottusi, verso ovest. Al massimo fai Bozinsky in Riptide e anche lì si capisce che sei lo sfigato del trio.  Poi, che succede? Ti capita di veder un occhialuto che è ammirato da folle, considerato una rockstar a tutti gli effetti. Certo, hai già scoperto Woody Allen. Ma egli conferma quello che sai già: sei un nevrotico logorroico e sarcastico. Niente che un occhialuto non sappia dal primo giorno di vita.

Ma Elton John..Bè, è diverso. È meglio. È rock'n'roll.

I film biografici, quasi tutti, nascono con l'intento di celebrare un idolo delle masse. Non sono documentari investigativi che hanno come scopo quello di mascherare le magagne dei presunti salvatori e santoni. No. Vogliono esser un regalo ai fans di un dato artista e seguono schemi fissi, regole che non vanno toccate. Da subito il nostro eroe ci appare migliore degli altri. Un tipo speciale, indomabile,  uno destinato a cose meravigliose. Sappiamo che non è così. Ci sono i giorni divorati dalla noia, ci sono le cadute di stile e tutte quelle debolezze  che fanno parte della vita degli esseri umani.
Tuttavia al fan basta veder un buon spettacolo, un prodotto rassicurante che metta in scena le nostre canzoni preferite.
Rocketman non è diverso dagli altri film dedicati ai personaggi famosi. Eppure ha anche dei meriti, che lo rendono migliore di altri prodotti simili.


C'è il Musical, per esempio. Le canzoni di Elton John vengono usate per raccontare gli stati d'animo del protagonista. Un  modo bellissimo, se non innovativo, di girare una biografia. La potenza del cinema dona a questi brani immortali della musica pop una veste nuova. La bellezza della musica si sposa con la forza evocativa delle immagini, con risultati davvero ottimi. Basti vedere la scena dedicata alla canzone Rocketman- che è anche il titolo del film- in cui le parole della canzone fanno da contraltare a delle immagini assai drammatiche.

Mi sono esaltato e commosso. Perché avverti tutto quel dolore che il piccolo Reginald ha provato all'interno della sua famiglia. L'indifferenza paterna, l'acredine della madre, come figura positiva solo la nonna.  Quello che vediamo sullo schermo è un ragazzino spaventato dalla vita,  costretto a nascondere la sua identità sessuale, che nella musica cerca una vita migliore, un riscatto. Ma la fama ha sempre un prezzo altissimo da pagare. 

Per cui gli anni della gloria, del primo vero grande amore, vengono sconvolti dall'abuso di alcol, droghe, dissolutezze e costumi improbabili.  C'è sempre questa malinconia presente in tutto il film. Una presenza grigia che avvolge ogni sogno, ogni istante di gloria e ci consegna un essere umano, certamente molto dotato dal punto di vista musicale,  ma profondamente solo. Tanto da non capire l'aiuto prezioso dell'amico Bernie. 

Rocketman è un film che esalta la forza della musica, ma nello stesso momento ti mostra la solitudine e il dolore che se ne fregano dei tuoi soldi, del tuo successo. Per cui anche una rockstar, una persona che consideriamo fortunata rispetto alla nostra vita ordinaria,  è vittima delle sofferenze dell'anima, della mente, come ciascuno di noi.  Un'opera che ispira molta empatia, tenerezza per il suo protagonista.  Non parliamo di un capolavoro, ma di un film molto interessante. Perché usa elementi del musical in un film dedicato a un musicista- peraltro una delle cose migliori da fare quando si tratta l'argomento- ci dona un personaggio a tutto tondo, non per forza piacevole o perfetto, riporta un po' l'atmosfera degli anni 70. 
Un'opera che vuole solo emozionare, coinvolgere, lasciarsi amare. Da me ha ottenuto tutto questo e anche qualcosa in più.



giovedì 31 dicembre 2020

Classifica 2020

 Ero indeciso se scrivere o meno una classifica sui film visti questo anno.  Le sale chiuse, la distanza, le mascherine, una certa mestizia soffusa e diffusa da ultimi resistenti. Un gruppo di disperati eroi, ancora convinti che la visione in sala abbia una magia difficile da ripetere in altri luoghi e con altri mezzi. La pandemia ha colpito duramente vari settori economici, messo in crisi il lavoro di milioni . Penso sopratutto agli invisibili, i non qualificati, quelli che lavoravano a provvigione. Tutte quelle persone usate e dimenticate in nome di un classismo  supportato e sopportato anche da quelli che si stracciano le camice per i diritti e il progresso. Quindi non solo un problema culturale, ma sociale. Troppo radicale e radicato per non provare rabbia o compassione, pensando a tutti quelli che ne usciranno con le ossa rotte.

Senza ombra di dubbio i lavoratori, già precari in tempi non sospetti, dello spettacolo sono stati colpiti e bistrattati come pochi. C'è l'idea che cinema, teatro, letteratura, musica e i luoghi preposti ad avvicinare opere e persone, siano cose secondarie, capricci di gente ricca e inabile al vero lavoro.Quel "vero lavoro" che ogni anno sacrifica la vita di centinaia di proletari, nell'indifferenza dei liberisti. Il mondo dello spettacolo non è composto da gente milionaria, da tipi che si possono permettere il lusso di far arte, che tanto che ce frega, abbiamo il culo al sicuro.Sono persone che hanno, a parte un gruppo di fortunati, il problema comune di metter insieme il pranzo con la cena.Per cui se è dura per attori e regist. figuriamoci  gestire un'attività come il cinema, Le sale sono in crisi ancora prima dell'arrivo di Netflix o del Covid-19, questo anno c'è stata anche tanta ipocrita retorica su di esse, ma rimane il fatto che in tempi di nocivo individualismo, la sala è l'unico luogo dove si incontrano e si uniscono le emozioni di persone diverse tra di loro. Unite dall'amore per il cinema e non solo i film,

Proprio per ribadire l'importanza fondamentale della sala, qui di seguito troverete i film che hanno segnato positivamente questo 2020. Opere viste rigorosamente nei vari Principe, Flora,Portico. O in festival come il Florence Korea Film Festvival


-Cosa Sarà


Francesco Bruni scrive e dirige un film toccante e in perfetto equilibrio tra ironia e amarezza. Raccontando una storia di malattia, legami famigliari,  relazioni tra esseri umani,  riscatto e condivisione del dolore, con il tatto e l'umanità, che troviamo in tutti i suoi film. Eccellente Kim Rossi Stuart, bravissima Barbara Ronchi.


-Volevo Nascondermi


Un immenso Elio Germano nei panni di uno degli artisti più tormentati nella storia dell'arte. Film del reale, documentaristico, che annulla la sua forza per dar spazio a una splendida interpretazione.


-Padrenostro



Chi ha deciso che si debbano solo premiare i film riusciti?Chi ha deciso che nell'imperfezione, nel non del tutto riuscito ci debba per forza vedere solo il fallimento? Noce porta sullo schermo una storia molto interessante sul tema della paternità, della figura paterna. In particolare l'importanza del rapporto padre e figlio, mostrando il trauma che provoca un'interruzione feroce e inaspettata.  Non tanto quindi un film sugli anni del terrorismo, che tanto non siamo in grado di farli, ma sul distacco forzato, la perdita, il lutto, la paura della morte che si manifesta prepotentemente nella vita di un ragazzino. Il punto di vista è quello del bambino e l'ambiguità su cosa sia reale o no, è la meravigliosa rappresentazione della mente di un essere umano troppo piccolo per sostenere così tanto dolore e violenza.


- Hammamet


Il film meno compreso da quella massa di diversamente intellettuali che sono i cinefili. L'opera di Amelio racconta la deriva di un uomo troppo innamorato di sé stesso e del potere, per accettare la fine e la colpa.  Un leone ferito e vicino alla morte che cerca di sbranare tutto e tutti, in primis: la verità. Su sé stesso, sul mondo che ha creato, sui danni fatti.  Opera sulla perdita del potere, lo smarrimento di una mente egocentrica quando deve confrontarsi con la realtà.

- Gli anni più belli



Muccino torna a metter in scena l'amicizia, l'amore, la famiglia, narrando la storia di tre amici inseparabili. La storia rimane sullo sfondo, mentre i suoi personaggi scoprono la durezza di diventare adulti tra sogni infranti, tradimenti, famiglie disfunzionali. Fino a un dolce ritrovarsi.  Apprezzo lo stile eccessivo, anche ridicolo, di Muccino, Questa opera rimane tra le cose migliori fatte dal regista romano.


- They shall not grow old





La quotidianità della guerra, la sua mancanza di senso, l'orrore indicibile di milioni di morti. Il dolore e la sofferenza prima che la morte ci cancelli dal mondo. Attraverso materiale dell'epoca e la testimonianza di alcuni reduci. Un Peter Jackson da vedere e rivedere. Imperdibile, commovente, umanissimo.

-1917




Ancora la Grande Guerra, ma questa volta è il cinema a trionfare. A piegare i fatti drammatici di quel conflitto mondiale, in un tripudio di bellezza per gli occhi. La corsa finale del protagonista tra i soldati e le bombe,  rimane una delle cose più belle, travolgenti, toccanti, viste al cinema.


- 387

Certo, il documentario è del 2019, ma da noi è stato possibile vederlo una manciata di giorni, in alcune sale italiane solo codesto anno. Straziante, dolente, opera dedicata alle vittime di un naufragio. 387 morti quasi tutti eritrei. Il film parla di quelle persone che attraverso i miseri resti dei morti cercano di dar ad essi nome e cognome.  Una riflessione necessaria sull'immigrazione, la sacralità della vita, l'importanza di rimanere umani.


- Il diritto di opporsi

Un bellissimo film che tratta il tema dell'ingiustizia nei confronti degli afro-americani. Opera solida, robusta, classico film di denuncia, ma che non scade in retorica e stupori. Il movimento Black live Matters, penso sia la cosa più importante, a livello politico, successo in questi anni. Questo film ci ricorda che sono ancora troppe quelle che vengono distrutte per classismo e razzismo.

- I miserabili.

I francesi. gli va riconosciuto, sono bravissimi a far film che indagano sul malessere sociale e politico. Questa opera è uno sguardo rabbioso e clinico sul disagio nelle periferie, nelle piccole città dormitorio, in luoghi in cui la povertà e l'esclusione denudano l'ipocrisia liberista/liberale.  Imperdibile.

- A little princess.

Uno splendido melodramma coreano, sul rapporto tra generazioni e l'accettazione della malattia, della morte. Commovente, toccante, dolcissimo.

- The Battle: a roar to victory


Travolgente, epico, potentissimo film bellico, che narra un episodio fondamentale per la storia della Corea sotto la dominazione giapponese. Ottimo film di genere, maestoso e straordinario nelle sue scene d'azione.


Questi i film che hanno segnato un anno così terribile.  Sperando che il 2021 sia meglio. 

Buon anno a tutti e a tutte.

giovedì 1 ottobre 2020

SPECIALE FLORENCE FILM FEST: PREMI E FILM DI CHIUSURA: BRING ME HOME.

 Siamo giunti, anche questo anno così insolito e complicato, alla conclusione del Festival.  Come sempre io e mia moglie abbiamo assistito a tutte le proiezioni in sala, facendo una vera e propria grande abbuffata di cinema.

Per ragioni ovvie e comuni, avevamo un vero e proprio bisogno fisico di stare in una sala cinematografica, veder i film su grande schermo,  avvertire negli altri spettatori le sensazioni durante la visione. Per questo è stato importante esser presente, dar sostegno all'organizzazione del Festival, esserci.

Che dire? Per alcuni un anno forse in tono minore, con pochissimi film da voti davvero alti.  In parte è vero, tuttavia ho visto dei film buoni, con qualche impennata verso l'ottimo.  D'altronde l'industria cinematografica per funzionare al meglio punta a sfornare film medi, e la nostra società -seppure in parte ossessionata dal capolavoro- punta a una visione da fast -food, usa e getta. Non importa passare alla storia, ma che tu sia sazio durante il periodo che passi a veder quel film o serie tv. Lamentarsi ora, dopo che abbiamo sostenuto... anzi avete, il liberismo in tutte le salse e la sua produzione per il profitto immediato, non ha senso.

Nondimeno il cinema, con buona pace di molti cinefili,  crea prodotti capaci di smuovere in noi emozioni, sensazioni, riflessioni, che vanno al di là del suo reale valore.  Lo stesso discorso vale per tutta l'industria dello spettacolo e della cultura. Per questo motivo, anche in questa edizione, ho trovato pellicole davvero interessanti che mi hanno conquistato. Molto bella e valida la sezione K-story, quest'anno legata in modo particolare alla questione dell'occupazione giapponese. I nipponici ci fanno sempre una bruttissima figura.

Devo dire anche che- a parte Move the grave che non mi è garbato- non c'era nemmeno un film davvero immondo come l'anno scorso con The Uncle o il film di un Kim Ki Duk in discesa libera. Ripeto si è dato spazio e sostanza al buon cinema medio.

Questa edizione è stata vinta da Moonlit Winter. Un bellissimo e profondo film che parla di relazioni e amore, con un tocco leggero ma non trattenuto. 

Menzione speciale e premio del pubblico è andato a un altro film decisamente indipendente e con una forte appartenenza al cinema d'autore: Lights for the youth. Un film amarissimo, che sa analizzare molto bene le contraddizioni e derive in un mondo dominato dal capitale,  da lavori disumani e spersonalizzanti. 



 Il premio del pubblico, da parte degli spettatori online invece ha premiato un bellissimo film, che fa cinema davvero. Cioè un'opera pensata per un vasto pubblico, senza fronzoli fin troppo artistici, con un tema impegnato e fondamentale, parlo di Mal-mo-e. Opera che parlando della difesa della lingua coreana diventa un inno universale alla lotta per la difesa della identità sotto l'occupazione. Bellissimo, davvero.


Questi i premi principali, per il cortometraggi ha vinto un'opera molto divertente su un condizionatore rotto che è situato in un ufficio delle nazioni unite, in un paese che di fatto è il confine tra nord e sud. Una commedia divertente e ben girata, davvero spassosa.

Tuttavia a me preme parlare del bellissimo, magnifico, straordinario, film di chiusura: Bring me home.



Kim Seung-woo è un regista da tenere in assoluta considerazione, perché è riuscito a trasportare su grande schermo , una delle storie più sconcertanti e inquietanti di tutto il Festival, Sono rimasto conquistato e scosso da un'opera così potente, cruda, travolgente dal punto di vista emotivo per lo spettatore. 

L'opera segna il ritorno sullo schermo, dopo 14 anni di assenza, dell'attrice Lee Young-ae, indimenticabile e indimenticata protagonista di Lady Vendetta. Anche in codesta occasione, costei riesce a creare un personaggio memorabile, di assoluto spessore e ricco di sfumature quasi impercettibili.  Certo aiutata da una sceneggiatura di ferro  e una regia impeccabile, ma quanto talento e bravura da parte sua!

Questo è il mio film dell'edizione 2020 ed ha vinto pure la nostra- mia e di mia moglie- personalissima classifica delle opere migliori in concorso.

Quale è il tema affrontato in questa pellicola? La storia di una donna caparbia e testarda che da anni ricerca il figlio scomparso. Un giorno grazie a una soffiate viene a sapere che si trova in un villaggio di pescatori, dove è tenuto prigioniero e costretto non solo a lavori faticosi, ma è soggetto a sevizie di ogni tipo.

La donna parte per riportarlo a casa ed, ineluttabilmente, si scontrerà contro questi squallidi, ignobili, esecrabili, esseri.


Opera che rammenta ai presunti geni cinematografici greci, e ai loro sostenitori, che si pavoneggiano come maestri nel costruire opere deflagranti di dolore e situazioni estreme, di scansarsi quando che passa il cinema coreano. Umiltà cari greci, continuate a impegnarvi sulle olive, ma per carità quando si parla di cinema crudele e del dolore, lassa perde!.

Non c'è attimo di tregua alle sventure che capitano alla protagonista.  Vittima di lutti inaspettati e spiazzanti per lo spettatore, di violenza da parte di un'umanità che davvero tocca il fondo e va oltre, ma di tanto.  Un posto dove non hai altra scelta che la violenza per porre fine a certi incubi.

Però non manca nemmeno una piccola speranza, nel finale,  e non dimentica l'importanza dei legami e dell'aver amato. I ricordi delle persone che significano tanto per noi, ci rammenta che non dobbiamo mai arrenderci e combattere sempre. Senza retorica, ma -miracolo-senza nemmeno il disastroso cinema anti retorico, trattenuto,  asettico e inconsistente. 

 L'opera funziona assai bene anche come thriller e in un certo senso, anche come folk-horror. Visto che c'è una comunità- per quanto piccola- di deviati e una donna che entra in contatto con le loro usanze criminali.

Un finale migliore per questa edizione, non si poteva trovare.

Per questo anno è tutto. Ci risentiamo a marzo 2021, per la nuova edizione.  Pianificherò un modo migliore per scrivere dei film e nel frattempo, guardate tanti film e se potete andate al cinema.


mercoledì 30 settembre 2020

SPECIALE FLORENCE KOREA FILM FEST: SESTO GIORNO . MARTEDI 30 SETTEMBRE 2020

 Il remake di un film di To, un'avvincente thriller/black commedy e un horror sulle possessioni demoniache con alcune soluzioni interessanti.


- The Believer

diretto da Lee Hae-young.

Un festival che offre spazio, giustamente, a remake e affini considerandoli operazioni cinematografiche degne di attenzione. Cosa che non verrà mai compresa da una certa parte dei cinefili, ma che per me non è da considerare affatto come il male assoluto.  The Thing era un remake, per esempio. Come sempre è il chi e il come che contano. Che il prodotto sia originale o meno.  Questo preambolo per dire che anche questa pellicola è un remake. Di un film diretto da uno dei miei registi preferiti: Johnny To. Purtroppo non ho visto Drug War, per cui non posso far confronti. Per questo motivo- gatta  che ha deciso di dormire sulle mie gambe permettendo- scriverò alcune cise sulla pellicola coreana, come se fosse un film a parte.Anche se certe atmosfere alla To si avvertono.

Il film è la storia di un onesto poliziotto della narcotici che è ossessionato dalla caccia al misterioso Mr Lee. Un imprendibile e ferocissimo boss del narcotraffico, colpevole anche della morte di una giovane tossica, a cui il nostro eroe era particolarmente legato. Per prenderlo si affida a un giovane, unico sopravvissuto in un attentato in una fabbrica per la produzione di droghe.

Il film è un buon thriller. Nulla di particolarmente imperdibile, ma ha il senso e il gusto dello spettacolo, sa creare personaggi in grado di sfiorare  un certo senso dell'epica. Le sfumature del personaggio principale creano una sottile atmosfera ambigua, sul confine tra bene e male, ma non c'è quella pigrizia attuale in cui non c'è differenza alcuna tra bene e male. Qui piuttosto si indaga sul mezzo adatto per raggiungere un buon fine.. Certo, diciamo la verità: a metà film già si capisce chi è il vero Mr Lee, ma questo non toglie il fatto che l'opera sia assai interessante. Buon cinema d'intrattenimento.




-Hard Day

diretto da Kim Seong-Hun

Opera che ha partecipato, nel 2014, al Festival di Cannes. Narra le vicende  Go Geon -Soo, non proprio uno stinco di santo, il quale investe un uomo uccidendolo sul colpo. L'uomo cercherà di far sparire il cadavere ed evitare grane, ma subito qualcuno comincia a ricattarlo.

Ho apprezzato molto questo film. Credo abbia tutti gli ingredienti per poter piacere a buona parte del pubblico, ed è un altro esempio di come il cinema, inteso come industria, sia in grado di compiere al meglio la sua missione di donare agli spettatori  storie e personaggi capaci di farci dimenticare le grane quotidiane, le brutture del mondo, per un paio di ore.  Kim Seong -hun crea un meccanismo perfetto tra ironia, tensione,  thriller puro. Basti pensare alla lunga scena in cui  Go Geon decide il posto migliore in cui nascondere il cadavere dell'uomo che ha investito, ma l'ha davvero ucciso lui? O c'è un'altra verità?

Ci si affeziona al nostro eroe, si spera che ce la faccia anche perché ha come antagonista, un personaggio che è l'incarnazione del male. Certo i toni da commedia nera stemperano in parte anche la carica violenta e crudele del villain, come sempre interpretato benissimo da  Jo Jin.hung , attore a cui è dedicata la retrospettiva di questa edizione, davvero un grandissimo artista; tuttavia non manca la violenza e le consuete spettacolari scene d'azione.

Per me uno dei migliori film di questa edizione.




- Metamorphosis

diretto da Kim Hong-sun

Ecco il momento horror, cioè quel bellissimo momento in cui so che non dormirà per tutta la notte, causa lo stremizi, cioè lo spavento, dovuto alle atmosfere inquietanti del cinema dell'orrore coreano.

La pellicola in questione fa parte di una categoria del genere che non mi ha mai entusiasmato più di tanto: le possessioni demoniache. A parte qualche pellicola, lo trovo un sotto genere abbastanza tedioso,

Invece con questo film non ci si annoia,  perché il regista pone dei piccoli, ma assai avvincenti, cambiamenti al filone di riferimento. Prima di tutto specifica bene che il diavolo si fa strada in persone abbandonate alla rabbia, al senso di colpa, all'odio.  Questa spiegazione offre una maggior chiave di interpretazione verso il personaggio del prete protagonista. Uomo segnato dal fallimento di un esorcismo, distrutto da senso di colpa. Inoltre la famiglia protagonista si intuisce esser abbastanza disfunzionale, senza dover per forza entrare nel merito e lasciando allo spettatore la voglia di comprender i loro problemi. Principalmente, come capita in molti nuclei famigliari, dovuta a cattivi rapporti con i parenti, in questo caso lo zio prete che ha gettato la vergogna sulla famiglia del fratello.   Il nostro esorcista, quindi, è il tramite/simbolo del male che si insinua nella famiglia protagonista della pellicola, perché la sua presenza è un non rimosso, un argomento scivoloso e doloroso che scatena colpa e rabbia. Una buonissima intuizione.

 Come si manifesta il demonio? Che volto umano avrà?  Ecco l'altra bellissima idea.  Il male prende le sembianze delle persone che conosciamo,  o dei vicini di casa.  Non rimane sempre bloccato in un corpo legato al letto, ma ci confonde e colpisce trasformando le persone da noi amate, in esseri orribili e crudeli. Spiazzandoci, facendoci sentire insicuri all'interno della nostra casa, famiglia, i luoghi più sicuri per molti di noi.

Anche a livello estetico, di pura immagine cinematografica l'ho trovato davvero riuscito.  Suggestiva tutta la scena in cui il padre di famiglia si trova a vagare per la casa del vicino. I cadaveri degli animali, la sporcizia immonda, sia fisica che morale,  l'orrore che si palesa. 

Inoltre non lesina su un certo effetto gore, in particolare nel make -up delle e degli indemoniate/i. 

 Oltretutto è un film di genere che punta a creare uno spettacolo rutilante, anche rozzo in certi momenti, senza voler per forza voler essere il capolavoro del genere o cambiare del tutto le regole del genere.

Un ottimo film medio. Che non è garbato agli spettatori che si sentono critici cinematografici, e nel peggiore dei casi lo sono, incapaci di godersi un film per quello che è,  ossessionati dal mostrare al mondo la loro intelligenza e il loro buon gusto, per gli altri, gli spettatori normali, invece sarà una pellicola di buon intrattenimento.

ps:  non possiamo nascondere i difetti di questo film. Chiari e limpidi, ad esempio spesso si dimenticano di qualche figliolo/a , anzi un fatto assai tragico praticamente passa quasi del tutto inosservato, Tuttavia, forse non lo sapete, ma i vostri genitori non è vero che vi considerano tutti uguali. Per cui la mancanza di un figlio o una figlia si fa sentire, di altri/e no. Una tragica verità svelata, buttata lì, così de botto.

Io vi suggerisco di vederlo come un film di puro intrattenimento, senza rifletterci sopra, godendo dello spettacolo e ridacchiando per le cose sbagliate. 

A me è piaciuto.