giovedì 13 maggio 2021

FINO ALL'ULTIMO INDIZIO di JOH LEE HANCOCK

 John Lee Hancock è uno sceneggiatore e regista  che vanta due straordinarie collaborazioni con Clint Eastwood. Per costui ha scritto quelle due formidabili opere che rispondono al nome di : Un mondo perfetto e Mezzanotte nel giardino del bene e del male. Come regista ha debuttato nel 2002 con la pellicola "Un sogno, una vittoria", già in questo debutto getta le basi per quelle che sono le tematiche affrontate nelle sue opere: biografie di personaggi più o meno importanti nella storia americana. Come se volesse scrivere una narrazione per immagini dedicata alla sua nazione. Film con un impianto classico, robusto, solido, scevro da ogni virtuosismo che sia di ostacolo alla storia. In questo si vede la sua provenienza, più che ai giochi di regia, egli bada sopratutto alla storia, al suo sviluppo e ai personaggi.

Io ho amato molto alcuni suoi film: Saving Mr Banks, The Founder, The Highwaymen. Opere trascinanti, emozionanti, come si facevano una volta, almeno così si dice. Mi piacciono le cose di una volta. Certo ci sono registi formidabili e con una regia estetizzante, barocca, che mi garbano parecchio, ma a un certo punto sento il bisogno di rifugiarmi nel mondo dei poliziotti contro i criminali, dei cowboy, personaggi poco inclini a nevrosi borghesi, diretti e forti.

Trenta lunghi anni ci ha messo codesto ottimo thriller, prima di giungere sui nostri schermi.  La sceneggiatura è passata tra le mani di diversi registi ( Spielberg non l'ha voluto fare perché la storia è troppo cupa) prima che Hancock si decidesse di far da solo.  Meglio così, perché anche in un'opera di pura finzione se la cava benissimo.

 Il film è ambientato durante gli anni 90,  narra la caccia a un pericoloso e sadico serial killer. Un uomo che gode ad uccidere giovani donne. Sul caso torna per caso l'ex detective Joe Deacon. L'uomo ha avuto la carriera e vita distrutta da un oscuro fatto capitatogli proprio mentre indagava sull'assassino, che continua a terrorizzare la cittadinanza. A dargli una mano c'è il giovane e ambizioso Jim Baxter. I due uomini sono assolutamente diversi, ma si ritrovano ben presto a collaborare e a stringere una sorta di amicizia, un legame padre- figlio, allievo- maestro, vabbè una cosa tipicamente maschile E bella,
Joe è un uomo che non riesce a liberarsi dalla colpa, non ha fede in nulla, ma non è cinico; Jimmy è un credente,  ha una bella famiglia e fiducia nella giustizia. Il bene e il male, la più classica delle lotte. Dove ogni cosa è messa nel punto giusto, senza incidenti di percorso, dubbi. Alla fine si prende il cattivo e lo si sbatte in galera. Tutto qui.


Le cose sembrano mettersi davvero molto bene quando i due mettono le mani su Albert Sparma. Un tizio sospetto, che si diverte a deridere i poliziotti, decisamente non impressionato dalle fotografie dei corpi delle povere ragazze, anzi eccitato.  Un tizio che vive da solo, appassionato di crimini. Ci sono molti indizi a suo carico, ma non abbastanza. Sarà davvero lui l'assassino?


The Little Things, le piccole cose, questo il titolo originale del film.  Lo ripete spesso Deacon, sono le piccole cose che ti condannano. Ma non sempre ad esser condannato è il cattivo ragazzo, a volte sono le nostre certezze, le nostre verità.  Ed è questo il punto di forza di un film assolutamente debitore ai thriller di quel periodo (anzi è proprio un thriller degli anni 90 portato sullo schermo oggi) con un elemento di amarezza, incertezza, che non è abituale trovare nelle pellicole americane di questo genere. Anche le più inquietanti come Seven, giungono a una chiarezza totale ne finale. 

Hancock ci arriva attraverso altre vie, perché in realtà non è interessato a un classico scontro tra sbirro tormentato,  giovane idealista e folle maniaco. Questo è il mezzo che usa per portarci verso il suo fine: una amarissima indagine sulla colpa e su come superarla.

Uno dei due poliziotti farà un gesto di puro amore per il collega, evitandogli una inesorabile discesa verso gli inferi, dove i fantasmi delle vittime non ti lasciano in pace.  Alla fine ti ritrovi a pensare, riflettere, qualcuno a dubitare- sia mai prendere una posizione decisa- dando spazio a discussioni che porteranno anche a uno scontro/dibattito, dipende con quale punto di vista guarderete codesto buonissimo film.

Io sono della scuola Dirty Harry e Paul Kersey, per cui ho una mia idea a riguardo. Che non è detto sia quella del regista, anzi mi sa che proprio il film voglia dir cose più profonde e sottili.

Sicuramente ci sono dei piccoli spostamenti, degli interrogativi senza risposta, che rendono la pellicola degna di esser vista. Inoltre abbiamo un terzetto di ottimi attori. Denzel Washington dona sottigliezze al suo personaggio solo con la sua iconica presenza.  Rami Malek, è un credibile giovane uomo che smania per far carriera, ma sopratutto uno che crede davvero possibile dividere il mondo in bene e male, infine Jared Leto, perfetto nel ruolo del viscido, sarcastico, odioso, Albert Sparma, una prova davvero eccellente la sua.

Per cui se amate i thriller robusti, solidi, classici, ecco questa opera vi garberà sicuramente.


mercoledì 12 maggio 2021

DETOUR di Edgar G. Ulmer

 Ulmer è uno di quelli che ci piace definire "uomini di cinema", non solo perché ci hanno lavorato a lungo, ma per via della sua capacità di ricoprire moltissimi ruoli. Regista, scenografo, sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia, costumista e altro. Non c'è ruolo, o quasi, che non lo abbia visto all'opera. Denota un amore totale per il cinema e un modo di lavorare tipico degli artigiani, in particolare quelli legati a Hollywood, anche quando di fatto, sono relegati ai margini; nel mondo della serie B.  Infatti il nostro è uno dei tanti che hanno avuto una rivalutazione del proprio lavoro postuma.  Tanto che oggi molti suoi film sono considerati dei classici, in particolare codesto capolavoro che in poco più di un'ora scrive il manifesto del cinema noir. Per carità ci sono state altre pellicole prima di questa che trattavano esistenze ai margini, crimini, destino fatale, ma a mio avviso in questa pellicola la forza espressiva/espressionistica, del film dona una luce oscura e malata. Tra discesa agli inferi e malinconia dolente.

L'opera è tratta dall'omonimo romanzo scritto dallo sceneggiatore del film, Martin Goldsmith. Narra la vicenda (raccontata in un lungo e tormentato flashback) di Al Roberts, un pianista che si esibisce con la propria compagna Sue. I due, in particolare la giovane donna, aspirano a un futuro d'oro nel meraviglioso del mondo di Hollywood, per questo Sue lascia New York, Al dovrebbe raggiungerla più tardi. L'uomo per mettersi in moto decide di far autostop. Da questo momento cominciano una serie di guai che non lo lasceranno mai. Fino all'inevitabile finale.


Angoscia, ecco cosa si prova assistendo alla condanna di un uomo, che non voleva far nulla di male.  In questa opera, più che la trama complessa, conta la inesorabile discesa agli inferi di un gruppo di perdenti. L'uomo che offre il passaggio al povero Al è un piccolo e disgraziato criminale.  La donna di costui, Vera, una persona assetata di denaro, impossessata dal sogno americano nella sua variante criminale. Tuttavia si prova pena e compassione per questi criminali. Proprio perché la loro amoralità non li premia in nessun modo e non li rende personaggi epici o straordinari, ma piccoli, scontenti, in un continuo mentire e mentirsi. In mezzo Al Roberts, inetto, mediocre, che sbaglia mossa dopo mossa cercando di lasciarsi alle spalle incidenti causati senza volerlo. 

In fin dei conti è quello che gli uomini non accettano: il senso di colpa, la punizione, la condanna. Come se non esistesse qualcosa di superiore, implacabile, che spinge per farci crollare.  Meglio continuare a mentire, delinquere, dar la colpa al fato, quando ci stiamo scavando da soli la nostra tomba.


Il film ha uno stile particolarmente crudo, che sporca anche i suoi protagonisti. La dark lady non ha il sex apeal tipico del ruolo, è una donna normale che pretende di far il colpo grosso, si lascia suggestionare dal denaro, dalla ricchezza.. In un mondo in cui gli ambienti circostanti sono polverosi, deserti, lugubri. I personaggi sono già all'inferno senza saperlo. Si danno da fare per scappare alla propria fine, ma inutilmente. Al Roberts in questo senso è un angelo della morte del tutto casuale, vittima lui stesso delle scelte errate che fa per tutto il film.

Tuttavia se in altre pellicole di fronte a questi personaggi, il moralista forcaiolo, degno del Texas, che c'è in me esulta per la condanna mortale che si attirano, in questa opera ho provato una potente e radicata pietà per il povero Al Roberts. Un uomo innamorato profondamente della propria donna, che la perde definitivamente senza smetterla non solo di amarla, ma anche di esserle fedele. Vederlo tremante, sporco, sfinito, al bancone di un'anonima tavola calda, mette davvero un enorme tristezza addosso.

martedì 11 maggio 2021

C.H.U.D. di Douglas Cheek

A New York alcune persone scompaiono. Creature deformi escono dai tombini delle fogne rapendo ignari cittadini, per poi divorarli vivi . Un fotografo, che è attento a immortalare la vita dei senzatetto, la sua fidanzata, uniti a un detective- che per colpa dei misteriosi cannibali ha perso la moglie- e uno strano individuo, chiamato Il Reverendo, che si occupa di sfamare i clochard, indagano per scoprire la causa di questi delitti.


Film che è diventato ben presto un cult per gli amanti del genere, C.H.U.D. è diretto da un tizio che ha lavorato principalmente come montatore di documentari, dirigendo tre film- questo è il secondo- vincendo premi importanti del settore, grazie a una ottima sceneggiatura ad opera dello scrittore Parnell Hall (uno che ha scritto molti libri nessuno tradotto da noi, quanto pare)e a un buon cast, in cui mi piace segnalare Daniel Stern per via del personaggio del Reverendo, un ex delinquente che ora si occupa di sfamare i poveri e i dimenticati. 

L'opera riesce in pieno clima reaganiano, a creare una narrativa sovversiva e critica sul sistema economico e capitalista americano. In fin dei conti fino a quando scompaiono gli ultimi, non interessa a nessuno, le cose cambiano quando vengono aggrediti cittadini rispettabili. Seppure le autorità fanno di tutto per evitare che la notizia trapeli e mettono i bastoni fra le ruote al rude, ma sagace, detective Bosch. Colpevoli di questi omicidi sono dei mutanti cannibali, mostri una volta forse umani, prodotti per via di una grossa quantità di rifiuti radioattivi versati nelle fogne, per risparmiare.

Lo scontro dei nostri eroi è proprio contro questi uomini d'affari, che non ci pensano troppo a inquinare la città e a metter in pericolo la vita delle persone. Basta risparmiare o guadagnare. Tutto qui.


Il film ha anche alcuni brevi momenti abbastanza gore, ma si regge sopratutto sulla tensione dei possibili attacchi da parte dei mostri e grazie a dei personaggi scritti davvero bene, in quanto- anche se ripetono degli stereotipi e non rivoluzionano quasi nulla- sono scritti con partecipazione umana, ci affezioniamo a loro, per via anche del fatto che le relazioni d'amore (il fotografo e la modella) o di amicizia ( Bosch e il Reverendo) sono ben descritte. Sincere, concrete, vere.  Inoltre l'opera mescola bene una certa denuncia allora anche di moda (la paura di una guerra nucleare ha generato diverse pellicole durante gli anni ottanta) con momenti puramente horror (il sangue che spruzza dalla doccia e il lungo assedio in casa da parte dei mostri ai danni della modella) che reggono ancora oggi. 

Ve lo consiglio. Si trova completo- con parti recitate in lingua originale- su youtube.

lunedì 10 maggio 2021

DUE di Filippo Meneghetti.

 7 anni di gestione, tra scrittura e ricerca di finanziamenti,  per portare sullo schermo uno dei migliori esordi cinematografici degli ultimi tempi.

L'idea nasce per caso.  Un giorno il regista e co-sceneggiatore del film, si trova a casa di un amico. Dal pianerottolo del pieno superiore arrivano le voci di due donne anziane. Chiedendo informazioni all'amico che lo stava ospitando venne fuori che erano due vedove, le quali erano solite tenersi compagnia tenendo aperte le porte dei loro appartamenti per parlarsi e tenersi compagnia. Questa è una delle idee alla base del film. L'altra l'ho trovata assai commovente e sposa la mia idea di cinema .

Non compreso bene in che modo, ma Meneghetti durante l'incontro con il pubblico al cinema Stensen di Firenze (dove ci siamo recati ieri pomeriggio io e mia moglie) ha spiegato che l'opera voleva in un qualche modo porre rimedio ad alcune cose successe a persone a cui lui era  particolarmente affezionato

Ecco, il cinema serve a questo :riparare i torti della realtà. Dare agli sconfitti non solo la vittoria, ma la gloria. Distruggere i figli di puttana che ci comandano da decenni, far fare una bruttissima fine ai criminali che vivono indisturbati la loro esistenza. Questo per me dovrebbe fare il cinema e la letteratura. Non metter in scena il vero, la realtà, ma andare oltre. Potremmo definir questa cosa una consolazione, un atto di pietà umana, sia mai! Andrebbe contro a tutti quegli esseri aridi che amano il pessimismo e peggio ancora il cinismo comodo e da poco, perché così si illudono che ogni cosa faccia schifo, non solo loro.


Un amore lungo venti anni. 

Venti anni in cui una persona è divisa tra una vita di moglie, madre, per convenzione, mentre il suo corpo, l'anima, i ricordi, appartengono a un'altra donna.

Quest'ulima  decide di vivere in un appartamento vicino, aspettando il momento in cui potranno ritornare nella città che è stata testimone del loro primo incontro.  La libertà prepotente e arrogante, animata dalla passione, che pretende da una persona incapace di gestire a pieno una confessione che sa potrebbe far male a qualcuno, non può che generare una rottura. Rabbiosa, dura, feroce.  Come sono i litigi a volte tra persone che si amano.

Persone che si amano, sia chiaro. L'amore è un linguaggio universale, quando è sincero, vero, voluto a ogni costo.  Che siano una coppia etero o una di lesbiche. Come in questo caso.

Due donne anziane, legate da un fortissimo sentimento. Profondo, eterno, che  è alimentato anche da sensi di colpa, di lunghissime attese, programmando un futuro che forse non ci sarà mai

Due, racconta non tanto dello sguardo degli altri, ma del nostro. Di come non si possa scappare a quello che siamo, proviamo, pur passando attraverso paure e colpe, o combattendo con forza anche eccessiva, pur di far trionfare il nostro amore.

Perché in un mondo che ci abitua ad essere soli, ad essere degli "uno" scontenti, infelici, arroganti nel volere che gli altri accettino i nostri capricci da bimbi troppo cresciuti; questo film ci ricorda quanto sia importante essere in due. Quanto la coppia, più anche della famiglia, sia fondamentale. Come sia ingiusto, penoso, squallido che una persona dopo aver amato così tanto, per una orribile convenzione sociale, a un certo punto non conti più nulla. Proprio mentre l'altra ha così bisogno della nostra presenza. Mi chiedo quelli che non accettano l'omosessualità, se conoscono essa solo per i film porno che vedono, oppure si siano mai sforzati di cogliere la bellezza, la purezza in ogni relazione sentimentale. Perché il dolore che provi quando hai paura di perdere l'amore della tua vita è uguale per tutti.

Per cui un film che parla di coppia, di legami fortissimi che a un certo punto si frantumano. Un film sul coraggio di vivere con forza l'amore, che dona a tutti i personaggi sullo schermo una loro piccola verità. In realtà anche certi comportamenti vissuti come negativi, a mio avviso, non lo sono per nulla. Perché un amore clandestino va a toccare anche i punti delicati di persone che hanno ricordi, affetti, momenti di puro amore. Per cui significa che in nome del nostro amore, con egoismo, rechiamo dolore agli altri. Il figlio di una delle due, in questo caso non è affatto negativo.
In ogni caso se il film fosse solo questo, sarebbe poca cosa. Nel senso che ci troveremmo di fronte a un dramma sentimentale portato sullo schermo tantissime volte. Una di quelle opere che permette alla sciura fiorentina di sentirsi tanto buona, progressista, mentre evade tasse, parcheggia a cazzo di cane, o non paga la sua collaboratrice domestica.  Però il film è ben altro e ben oltre, rispetto a un consolidato modo di far cinema civile senza troppe difficoltà.
Meneghetti gira un film che usa il cinema per raccontare una storia che si rivela davvero sorprendente. I suoni distorti, potenti, accennati, per narrare la relazione tra le due donne e il mondo esterno. Le inquadrature delle porte, che diventano barriere atte a nascondere altri mondi, creano una sottile inquietudine.
Perché Due è una storia d'amore girata come se fosse un thriller.  Il suono, le inquadrature, le sospensioni, guarda al genere in cui la suspense e i legami che generano caos sono la regola.  Per cui  invece di vedere una donna che si strugge di dolore perché non può stare insieme alla sua amata, troviamo una persona che agisce come un classico villain del cinema di genere. Negli anni 90, sono sicuro, non sarebbe mancata la componente violenta con tanto di morte violenta del cattivo di turno. 
Il film tocca anche l'home invasion, visto che la donna in pena per amore si introduce nell'appartamento della sua amata, di notte o rubando momenti di distrazione alla badante.
Non gioca tanto con  l'immagine di due povere vittime, ma ci presenta l'aspetto anche respingente, fastidioso, odioso, della sua protagonista. Che manipola, usa la menzogna, per poter vivere con il suo amore.
Un film coraggioso che a mio avviso darà fastidio anche ai paladini del progresso liberale, perché non ci sono dei panda umani da difendere con il loro paternalismo, ma due donne che hanno troppo amato, atteso, sperato, vissuto, per lasciarsi separare senza dichiarare guerra al mondo. Cosa che hanno fatto molte coppie, anche etero, quando- per vari motivi- sono costrette a separarsi.
Questo furore, questa violenza, questo scontro frontale tra due e il resto del mondo, descritto in modo così aspro eppure toccante, rende l'opera assolutamente imperdibile.
Per quanto mi riguarda non vedo l'ora di poter vedere la seconda opera di questo ottimo regista. Magari questa volta un horror/thriller puro, visto che a mio avviso in quel campo ha ottime possibilità di crearsi una solida carriera.

venerdì 7 maggio 2021

PHENOMENA di DARIO ARGENTO.

 Ho appena concluso un ottimo corso sul cinema di Dario Argento. Abbiamo analizzato e ripassato tutte le sue opere, riflettendo sul suo periodo di maggior prestigio, il successo e questi ultimi, turbolenti anni. Per quanto mi riguarda penso che egli abbia dato il massimo quando il suo cinema era un esperimento visivo permanente. 

L'incubo, il delirio, il furore estetizzante, il cinema come macchina di tortura dei sensi e allo stesso tempo di totale appagamento visivo/uditivo. Questo è il lavoro importante fatto da Dario Argento non solo sul genere thriller/horror, ma sul cinema in assoluto.

Fino al 1983, quando uscì Tenebre, che è un omaggio a sé stesso, alle sue tematiche e ai suoi vezzi di regia, tuttavia ancora proiettati verso uno sguardo altro e innovativo. Il ritorno al "giallo", ma con il furore visionario dei due horror precedenti( quei capolavori che rispondono al nome di Suspiria e Inferno).  Negli anni 80 si concretizza la gloria di Dario Argento; Phenomena è il massimo esempio.


Il film è ambientato nelle fredde e tormentate dal vento, lande svizzere.  L'atmosfera è opprimente, inquietante e ambigua, come se potesse influenzare e guidare le gesta del maniaco omicida autore di numerosi delitti e ancora a piede libero. In questo clima e posto,  tutt'altro che sereno, arriva la giovane Jennifer. Costei è figlia di un notissimo attore, Paul Corvino, impegnato nelle riprese di un film. La ragazza si trova completamente sola in un ambiente severissimo e con le compagne che la maltrattano poiché ella soffre di sonnambulismo.  Ls solitudine è la vera protagonista di questo film, in realtà essa è presente anche in altre pellicole del regista romano, ma qui ci troviamo di fronte a una sua visione più umana, quasi tenera. Cosa alquanto insolita per una pellicola argentiana. 


In questa pellicola mi par che vi sia uno sforzo per donare un certo spessore ai personaggi e alle loro relazioni/dinamiche.  Jennifer è una ragazza sola, abbandonata da genitori assenti, lontani, impossibile da raggiungere sia fisicamente che affettivamente.  Lei è un personaggio sfaccettato, come lo sono gli adolescenti, ora fragile, altre volte arrogante, una sorta di eroina in una delle tante favole scritte da Dario Argento, ma in sospeso tra candore virginale e comportamenti spesso fastidiosi di una persona che sta cercando il suo posto nella vita e lo vuole difendere. Inoltre c'è anche il meraviglioso rapporto tra il personaggio del professore bloccato su una sedia a rotelle, interpretato da un ottimo Donald Pleasence- il professor McGregor- e una scimmia che lui ha addestrato per dargli una mano, per le cose più pratiche, ma che in  sostanza è un rapporto di grande amicizia, quasi padre e figlia. 


Ora, non prendetelo per un film sentimentale eh! No, niente di più errato. Phenomena è un thriller/horror di grande impatto visivo e di ferocissima violenza.  I corpi vengono squartati,  c'è un insistenza verso la visione della putrefazione dei cadaveri, i delitti messi in scena sono come sempre assai sadici.  L'opera spinge lo spettatore in un non posto, dove c'è sempre un forte vento, le vittime sono sole e alla mercé delle violenze dell'assassino, un mondo dove la protagonista ha il potere di dialogare, in un certo senso, con gli insetti, che in un certo senso sono i veri- ed amatissimi- protagonisti di questa splendida pellicola. 

A mio avviso tutto funziona qui: la storia, i personaggi, la colonna sonora dei Goblin, il montaggio di Franco Fraticelli, una bravissima e giovanissima Jennifer Connely, al servizio di un film che ancora oggi regala brividi, raccapriccio, disgusto e tifo assoluto per la scimmia vendicatrice!

mercoledì 5 maggio 2021

La dama rossa uccide 7 volte di Emilio P. Miraglia

 Cosa c'è di meglio delle leggende su fantasmi che infestano vecchi castelli, causando la morte dei discendenti di donne-spesso- o uomini votati alla follia e uccisi in modi brutali? Un thriller in cui si sfrutta la suddetta leggenda per scopi più pratici ed economici.


Il film narra di una leggendaria dama rossa che ogni cento anni torna in vita per tormentare e uccidere sette persone legate a una potente famiglia tedesca.  La leggenda viene narrata da un amorevole nonno alle sue due litigiose nipotine.  Anni dopo sarà lui a schiattare per la paura, davanti all'apparizione della dama rossa. 

La sua morte apre, ovviamente, un discorso sul testamento che però viene rimandato per motivazioni che non sto a spiegare per non togliere la suspense. Tuttavia la terribile dama rossa compie altri feroci delitti. Non è servito a nulla, quanto pare, la mossa del vecchio di cercar di porre in salvo se stesso e la sua famiglia.  A sentire il peso di queste morti è la giovane Ketty, che lavora nell'azienda pubblicitaria di Martin. Oltretutto la ragazza è convinta di aver provocato la morte della sorella, ma forse si sbaglia.

Il film è un decente tentativo di sfruttare il filone del momento grazie alla presenza di omicidi truculenti, una certa ambiguità sulla natura di codesta dama rossa, un po' di erotismo, tutte cose che sicuramente sembravano estreme e sconvolgenti all'epoca. Pur avendo dei cedimenti narrativi, credo che si mantenga abbastanza bene grazie alle scene di omicidi e un pre finale con la povera Ketty intrappolata in una stanza che si sta allagando e piena di topi (forse però è solo una mia idea visto che mi fanno senso i topi).

L'ambientazione straniera, nella tetra Germania, è forse dovuta al fatto che il film sia una co-produzione italiana e tedesca. Oppure un modo per contaminare tematiche del gotico con il più moderno e spiazzante giallo di matrice argentiana. Questo esser sospeso tra generi ( un horror con al centro un fantasma vendicativo o un puro giallo?) rende affascinate il film . Forse la regia non è in grado di mantenere sempre accesa l'attenzione e la tensione, ma a mio avviso è un film che intrattiene abbastanza bene lo spettatore.

C'è tanto mestiere, tanta voglia di far un sano cinema di intrattenimento popolare, un tempo in cui si andava al cinema per assistere a uno spettacolo, una rappresentazione, e poi si era in grado di tornare a vivere le proprie vite. In cui uno spettatore cercava un buon modo per passare il tempo e non spacciarsi per un grande intellettuale che sa molte cose. Altri tempi, né belli  né brutti. Diversi.  Non tutto quello che veniva prodotto in quel periodo è degno di nota e forse codesto film a parte come documento storico di un periodo del nostro cinema di genere, non è nemmeno quel gran che. Tuttavia non possiamo negare che avevamo una buona scuola di artigianato, talvolta spiccio e da cialtroni, ma a volte anche di lusso. E che quel cinema è morto e sepolto, come è giusto che sia. Oggi ci sono meno nomi legati al genere, ma andrebbero sostenuti e apprezzati, perché non vogliono ripetere le cose fatte cinquanta anni fa, ma tentano strade diverse.


IN GUERRA di Stèphane Brizé

 Per anni sono stato convinto che la cosa importante in un film fosse il messaggio. Per cui non tanto l'aspetto prettamente filmico o il come si porta sullo schermo una storia, ma il cosa. Ora ho cambiato gran parte delle mie idee sul cinema, la sua importanza politica e sociale. Credo si possano fare pessimi film pur trattando argomenti impegnati, seri e che, da essere umano, reputo fondamentali sostenere. Il messaggio se non sostenuto dalla tensione narrativa, o usato perché ci consente di sfruttare le polemiche del momento, o per mille altri motivi, non basta a far un buon film,

Per fortuna ci sono anche film come In guerra, che sono opere importanti, fondamentali, perfette a livello teorico,  e vibranti come opere cinematografiche.

Il lavoro è da oltre trenta anni che è stato smantellato, si è praticata la disorganizzazione tra i lavoratori, la disunità e la perdita totale di coscienza di classe. La precarietà e le leggi del mercato, attuate dai loro camerieri e servi, cioè i governi delle democrazie padronali, hanno distrutto l'identità operaia e proletaria. Di fatto, colui che in questi tempi, soffre più di ogni altro essere umano le oppressioni e repressioni del sistema è l'operaio licenziabile o che ha perso il lavoro. I numeri di morti sul posto di lavoro, spesso ignorati o sfruttati per della retorica spiccia, mostrano una realtà dei fatti che non possiamo ignorare: la produttività, il profitto, causa vittime. Tuttavia proporre riflessioni ai campioni delle libertà, democrazie e progressi, su questi temi, ottiene spesso come risultato la loro noia, disprezzo malcelato, verso quelli che da anni sono considerati populisti ignoranti che votano a destra. La sinistra anti proletaria è destra, ma non vorrei rovinare la vita a questi ribelli di carta.  Per cui le problematiche pesantissime della chiusura di una fabbrica, è affare solo di chi ci lavora. 

Anzi, mi correggo. Facciamo un appunto storico ben preciso. La fine della sinistra in Italia ha una data e un luogo: 14 ottobre 1980, Torino. Quando impiegati, quadri, dirigenti della Fiat, marciarono per la fine di un lungo e giustissimo sciopero degli operai della nota fabbrica di macchine italiane. La sfiducia per la sconfitta e le durissime conseguenze che hanno falciato di netto la parte più evoluta, l'avanguardia operaia nelle fabbriche, ha segnato il primo passo verso la rassegnazione della classe operaia/proletaria.
Il secondo ostacolo è stato il risultato del referendum sulla scala mobile, nel 1984, un duro colpo per il Pci e i lavoratori. Tutte queste cose sono precipitate con la precarietà. I lavoratori sono isole, che si scontrano, che vivono la paura della perdita del lavoro e per questo accettano ogni cosa.
Ho famiglia. Questa è la scusa di ogni crumiro, di ogni collaborazionista, di ogni individuo che ha venduto la sua classe per una manciata di soldi, che poi finiscono quando il padrone chiude la fabbrica.  Come se i lavoratori che scioperano non abbiano legami e preoccupazioni. Questa è la menzogna del padrone che è diventata legge anche per il lavoratore.
La divisione, lo scontro interno, è da sempre la migliore arma per distruggere un movimento o una guerra. La lotta di classe fatta dai padroni contro la classe operaia, risulta vincente sotto ogni punto di vista, e in tutto questo ha avuto peso una sinistra che nel tempo è diventata sempre più liberale, legata a temi individuali e ha abbandonato del tutto il conflitto nel nome della classe.  Persone di sinistra che ci tengono a definirsi anti razzisti, a favore dei diritti civili, ma che disprezzano le classi meno abbienti, perché tanto i diritti sociali sono roba del Novecento. In realtà perché difendere quei diritti vuol dire attaccare le democrazie occidentali che si basano in tutto e per tutto sulle leggi e interessi padronali.
Per cui l'operaio è un fascista che va allontanato o un violento che reagisce contro il volere del Dio Mercato Libero, contro i suoi sacerdoti, gli economisti, e la sua dottrina di rapina. 
Parlare di lavoratori, di classe, di diritti sociali, in un film è alquanto bizzarro e anacronistico, forse raccatti ancora un po' di parole di circostanza da parte di quelli che per motivi di decoro, ci tengono ancora a star due secondi con gli operai. Ecco, è un atto di resistenza ostinata, far un film come In Guerra.


Resistere alle leggende, alle menzogne, alla vigliaccheria, allo squallore, alla violenza verbale e non solo, di un sistema politico-sociale che fa schifo ed è sostenuto, voluto, da zavorre umane, da pezzi di merda ambulanti. Pensa che fatica immane, e senza quelle cazzate alla Paul Laverty, senza concessioni simpatiche, leggere, senza concentrarsi sul singolo, perché oggi si ragiona solo così ed è una cosa terribile, ma mettendo in scena La Classe Proletaria. Lo so, molti rideranno. Oddio ancora la classe proletaria, ma che palle! Sì, ancora. Perché senza di essa e il suo sfruttamento- che sia in occidente o in altre parti- voi non campereste nemmeno due secondi. E perché il capitale esercita su di loro il potere delle loro leggi, poi le fa pesare anche a quella parte della borghesia aziendale o dei padroncini che ormai non servono più. 
Animali che vanno al macello felici, ecco chi sono i cittadini delle democrazie padronali. 

Dopo aver spiegato benissimo le vicissitudini che un lavoratore deve subire per ritrovare un lavoro, le logiche del mercato nelle nuove fabbriche che sono i centri commerciali,  il lavoro ingrato che uno deve fare per sopravvivere, non vivere, in quella opera meravigliosa che è La Legge del Mercato, Brizé porta in scena la lotta operaia, la classe proletaria destinata al paradiso e invece sacrificata all'inferno degli interessi finanziari e del capitalismo.

Lo fa descrivendo una fabbrica acquistata da una multinazionale tedesca, che ha stabilito un accordo con i suoi lavoratori. Rimaniamo aperti per cinque anni e poi ci ritroviamo per negoziare un nuovo accordo. Nel frattempo ai lavoratori sono stati tolti diritti. Tuttavia nonostante il grande sacrificio dei lavoratori, ecco che la fabbrica chiude. E non perché faccia perdere denaro, ma per una questione di competitività.
La legge del mercato, i soldi degli azionisti, tutte quelle cose che tirano in ballo per nasconder il fatto che siano degli esseri squallidi da prender a bastonate in testa.
Il film racconta la disperata lotta dei lavoratori e in particolare di un sindacalista, interpretato magistralmente da un immenso Vincent Lindon, degli scontri durissimi con la zavorra padronale, le quinte colonne interne che creano divisione e collaborano con i padroni, lo fa mettendo in scena una vera e propria guerra.
Perché di questo si tratta. Una guerra di classe, fatta dai padroni contro le classi meno abbienti e poi contro gli alleati che non servono più.
Però, per carità, pensate che sia benaltrismo, robe del novecento, e che gli operai siano solo dei reazionari ignoranti. Sentitevi bene mentre mette il mi piace ai deboli pensatori,  o mettete i vostri iosono a cazzo di cane. Ma lasciate stare la sinistra, non accanitevi sul cadavere.