martedì 18 settembre 2018

La Fidèle di Michaël R. Roskam

In tempi emotivamente stitici, nell'impero del cinema trattenuto, resistendo a chi teme di lasciarsi travolgere dalle emozioni e per questo pretende opere distaccate, pulite, rassicuranti (vantandosi di non cedere a una cosa irreale come il ricatto morale),  c'è qualcuno che ha il coraggio di girare ancora dei melodramma.
Certo siamo lontanissimi dai capolavori di un Raffaello Matarazzo o alla grana grossa di un Negulesco. Figuriamoci se raggiungiamo la perfezione di Sirk.
Non sono tempi, cosa possiamo farci? Tuttavia per gli estimatori del genere non mancano una manciata di pellicole che rielaborano il genere, mescolandolo ad altri, donandoci opere a cui si vuol bene proprio perché vanno controcorrente.
La Fidèle è pura manna per chi ama il genere, in virtù del fatto che  Roskam mescola benissimo vari ingredienti e generi senza che si perda il gusto di ognuno di essi.  C'è alla base il meldoramma ( cola sua storia d'amore disperata, sfortunata destinata alla tragedia e a superarla, in un certo senso) ci troviamo il classico polar francese (la banda di rapinatori, i criminali tanto crudeli quanto umanissimi nelle relazioni tra di loro) un pizzico di film sportivo ( la protagonista come seconda professione fa corse automobilistiche).  Come vedete siamo immersi in un universo cinematografico di puro genere.
Tuttavia non è un film citazionista, non si piega su sé stesso attraverso personaggi che vivono in un contesto senza nessun aggancio sociale. Il regista, anche sceneggiatore del film, ci mostra la povertà di Gino, l'adolescenza difficile, la sua voglia di vivere una vita tranquilla che si scontra con la decisione del suo amico fraterno di continuare a far rapine. Non mancano nemmeno zampate contro le grandi famiglie capitaliste, tanto pulite all'esterno quanto marce nei loro rapporti col crimine organizzato.
Gigi e Bibi, i due personaggi principali, sono degli anti eroi che, in nome dell'amore, sfidano il destino, la legge e persino ( in un certo senso) la morte.
In particolare il personaggio di Gino, detto Gigi, è scritto benissimo. Un uomo nato e cresciuto in un mondo di violenza, capace di metter a nudo tutta la sua dolcezza e tenerezza.  Matthias Schoenaerts,  ci dona una grande interpretazione. Molto convincente tanto da essere la forza del film.  Altro punto di forza, a mio avviso, sono le atmosfere che rimandano ai classici degli anni 70 francesi di questi generi, non mi stupirebbe veder spuntare un Lino Ventura, in certi momenti della pellicola.
Purtroppo non ha una buona distribuzione, anche se in certe città potreste vederlo anche al cinema, come abbiamo fatto io e mia moglie a Firenze.
Un peccato perché pellicole del genere sono puro cinema che sa unire in modo equilibrato il genere ad annotazioni sociali. Certo in questi tempi, in cui il romanticismo viene visto come una cosa stupida, un'opera simile ha vita dura.
Insistiamo tanto su piaceri effimeri vissuti in modo meccanico giusto per far veder agli altri quanto siamo trasgressivi, forti, ribelli e poi di fronte alla potenza dei sentimenti crolliamo come giganti d'argilla. No, un film simile ( che ci dice come l'amore superi ogni avversità anche la più implacabile e inevitabile) non lo meritiamo proprio.

lunedì 17 settembre 2018

Mr Long di Sabu

Io non credo che le storie siano infinite e illimitate.  Credo che per ogni genere vi siano non più di tre o cinque possibilità narrative. Su di esse un buon scrittore o un buon regista ci aggiungono delle variazioni o rispettano al massimo le regole. In entrambi i casi possono esser creati dei prodotti quanto meno validi e decenti.
Mr Long è un classico film in cui un killer, dopo il fallimento di una missione, si ritrova solo in un posto sconosciuto in cui, immancabilmente, fa amicizia con un bimbo e la madre tossica dell'infante. Ancora più ovvio che metterà a disposizione del piccolo tutta la sua abilità professionale, quando i cattivi torneranno per sistemare i conti.
Ci sono tantissimi film che girano intorno a questi personaggi. L'uomo silenzioso e letale che riscopre la sua umanità difendendo un bimbo o una bimba. Alcuni sono dei veri e propri capolavori, come ad esempio : Man from nowhere, altri sono dei pasticci reazionari come Man on fire ( pessimo remake di un pessimo film).
Io vado pazzo per queste storie. Il motivo è perché spesso sono molto malinconiche e portano in scena un tipo di giustizia che reputo per nulla sbagliata da un punto di vista etico. Vuoi saper quale è il punto di vista etico? Spesso queste storie sono ambientate in un mondo feroce, crudele, senza umanità, dove dei mascalzoni a tutto tondo distruggono senza un minimo di riflessione sulle loro azioni, le vite di innocenti. In questo contesto non è possibile parlare di legge o giustizia. Infatti mancano del tutto la polizia o degli avvocati, quando ci sono, state sicuri, sono sempre delle canaglie.  Per questo si ricorre a una figura d'Antico Testamento, quello di un Angelo della Morte e della Vendetta. Questi personaggi sono figure bibliche in un certo senso. Vengono dal nulla e spesso ci ritornano, ma quando passano vendicano i deboli e portano all'inferno i cattivi. Una versione profondamente pessimista del mondo, col rischio sempre presente di sfociare nella narrazione reazionaria.
Qui entra in gioco la figura fondamentale del regista. Il come è l'elemento che divide le cialtronate da opere riuscite. Sabu si mostra un ottimo regista con uno sguardo profondo e tagliente sui personaggi e le loro azioni.
Long è un killer di Taiwan. Una vera macchina da guerra: infallibile, veloce, quasi un fantasma. Un giorno ( mentre si trova in missione in quel di Tokyo) le cose si mettono male. L'uomo, ferito e stanco, si rifugia in un quartiere malfamato, composto da case in lamiera, semi abbandonato. Qui viene assistito e curato da un bimbo, immigrato anche lui da Taiwan. Il piccolo è figlio di una tossica che si prostituisce ( toccante il flashback sulla storia d'amore della donna) e ben presto Long si affeziona a loro. Inoltre stringe amicizia con alcuni chiassosi vicini di casa.
Costoro avendo notato l'abilità in cucina di Long, lo aiutano a prender un carretto e tutti i mezzi che gli servono per cucinare all'aperto, all'uscita di un tempio.
Sabu non si limita a narrare una storia già vista tante altre volte. Il regista nipponico allarga le possibilità di redenzione del personaggio attraverso i vicini di casa, inoltre dissemina lungo tutta la pellicola rapide ma precise considerazioni sociali e politiche.
La tratta delle schiave da altri paesi asiatici, il razzismo dei giapponesi nei confronti dei migranti, la divisione in classe, l'abbandono delle zone più povere. Non mancano anche elementi più classici: l'impossibilità di sfuggire al destino e la presenza ineluttabile del Male, che può essere sconfitto solo attraverso una Punizione ancor più feroce nei confronti dei suoi spietati emissari.
Mr Long alterna veloci momenti di violenza, parentesi leggere e comiche e una diffusa malinconia, tristezza di fondo. Che però nel finale diventa quasi un inno alla vita, questo dono prezioso da condividere con gli altri.
Se dovesse capitare di vederlo in qualche cinema andate a vederlo, altrimenti cercate vie diverse. Per me è uno di quei film tanto semplici quanto imperdibili.

martedì 4 settembre 2018

Tallulah di Sian Heder

In fondo non sarebbe male...Lasciarsi trasportare dalla mancanza di gravità e volare in alto. Superare gli alberi, i tetti, far compagnia a qualche uccello e poi perdersi nello spazio, nell'universo.
Sono sicuro che visti dall'alto appariamo tutti piccoli, fragili, goffi. Sono sicurissimo che verrebbe istintivo provare pietà per quei piccoli insetti e per le loro vite.
Se guardassimo attraverso lo sguardo di Dio non potremmo far a meno di provare tenerezza e malinconia per gli esseri umani. Dio è compassione.
E da noi manca. Troppo.

Non è facile vivere, nessuno ci ha assicurato il contrario. Noi cerchiamo di evitare ogni tipo di giudizio, critica,  cullandoci nelle nostre debolezze. Diamo la colpa al destino,  a Dio, a chi vuoi tu. Convinti di poter ballare la canzone dell'eterna giovinezza e di una libertà dissoluta, ubriacandoci di desideri e sogni di seconda mano. E poi ci sono quelli abbandonati a sé stessi, i miserabili che temiamo e disprezziamo perché sono ladri, bugiardi, ok... Ma non è questo. Quello che detestiamo di Tallulah è la sua povertà esibita, la mancanza di regole, una pecora nera in un mondo di lupi.
Tallulah vive alla giornata. Vuole solo sopravvivere. Per questo ruba e vive di espedienti. La sua è una vita per nulla libera ma una vita da outsider senza gloria.
Ce ne sono tante e tanti come lei. Vivono nelle nostre città. Non li vediamo mai, perché facciamo di tutto per evitare di incrociare il loro sguardo e sentire le loro parole. Non ci raccontano mai storie entusiasmanti ma bugie ridicole, sono pessimi attori.
Una come Tallulah nemmeno merita un euro di gentilezza spicciola. Non ha nulla di speciale ed è anche fastidiosa. Lei è convinta che debba per forza vivere una vita senza scopo, ai confini del vivere decentemente.
Chissà che avrà avuto in testa? Quando si presenta dalla madre del ragazzo che l'ha mollata, perché stanco di quella vita balorda. Non c'è nulla di bello nel magiare cibo preso dalla spazzatura.
La donna è una persona istruita che fa parte del mondo intellettuale, liberale, eppure è così sola. Vive in un appartamento che non le dovrebbe appartenere e non riesce a lasciarsi alle spalle la fine del matrimonio.
Anche lei è una di quelle persone che ci capita di incontrare spesso nelle nostra vita. Uomini e donne che hanno una vita di agi borghesi, una buona cultura, idee anche accettabili, eppure sono persi/perse in esistenze grigie, piene di un sottile rancore e troppi rimpianti.
Gente che potrebbe vivere bene e invece è prigioniera della propria tristezza, infelicità.
Il destino o Dio però ha piani misteriosi per ognuno di noi. Noi che siamo così sicuri di aver capito chi siamo, cosa vogliamo e cosa dobbiamo fare per ottenerlo.  Ora tra le tante cose che ci rendono la vita difficile, la maternità sta nei primi posti. Chiedetelo alla donna che affida la sua figliola a una ragazza che non conosce affatto, confondendola per una cameriera dell'albergo.
Una donna che si sente sconfitta dal tempo, di aver perso tutto quello che la gioventù e la bellezza potevano darle. Una donna debole, senza carattere, vuota.
Il mondo è pieno di uomini e donne che stanno male, che hanno problemi perché cresciuti da madri sgangherate. Quando hai un figlio non ci sono più scuse. Devi prenderti cura di lui o lasciare che vada a vivere in altri posti
Non hai più giustificazioni.

Ecco questo piccolo, grande film mette in scena la vita di tre donne imperfette e di un mondo indifferente, senza evitare le sgradevolezze di costoro. Non ci sono ammiccamenti e leggerezze nel tono e questo è un bene.
Lo spettatore, come qualsiasi cittadino, non vuole sporcarsi troppo, non gli va di vedere l'aspetto peggiore delle persone. Per cui, va bene parlare di emarginati o di persone incapaci di vivere, a patto che siano facilmente digeribili. Che non mi ritrovi a imbattermi nella negatività
Questi personaggi sono negativi e hanno tante colpe. Eppure... Qualcuno o qualcosa che ci guarda dall'alto ci porta a focalizzare lo sguardo sui particolari. E qualcosa cambia.
La giovane sbandata e ladra sa amare e prendersi cura di una bimba, una donna che vive chiusa in sé stessa evitando ogni tipo di relazione prova ad aprirsi e una madre degenere capisce cosa voglia dire avere una figlia.
Perché non c'è una persona buona o una cattiva senza qualche peccato inconfessabile o qualche sorprendente virtù.
Siamo noi, sempre più pigri e portati a un giudizio frettoloso che diventa verità assoluta, a non vedere quanto possiamo brillare. Quanto amore sappiamo dare.
Tallulah è tutto qui. Un film sincero, duro, opera che non nasconde mai le debolezze delle sue protagoniste ma non le giustifica. Non sono "puttane sante", ma piccole donne anche mediocri in alcuni momenti.
Però a nessuno è negata la capacità di amare, di donarsi per qualcuno.  Le relazioni sono importanti, più ne hai, più hai modo di conoscere gli altri, aiutarli e meno ti viene da dire, che ne so... Ruspa!

domenica 19 agosto 2018

THE END? L'INFERNO È FUORI di DANIELE MISISCHIA

Prima di parlare di questo film, io reputo importante fare alcune precisazioni.  Partiamo da quella fondamentale e importante : io non sono un fan a prescindere del cinema di genere italiano. Anzi, toglierei anche "a prescindere".
Non ho mai fatto parte ( o meglio ne ho fatto parte per un periodo limitato della mia vita) di quel gruppo di persone che hanno orgasmi multipli appena citi il nome di un vecchio film di genere italiano. Intendiamoci! Reputo che vi siano dei film davvero ottimi, un numero sufficiente di capolavori e dei registi che hanno fatto cose davvero notevoli. Però non mancano nemmeno brutture inguardabili, operazioni discutibili e tanta robaccia.
Ok, altro punto importante: non sono uno di quelli che "con due lire ha fatto un film meglio degli americani". No. Questo è il classico caso di patriottismo a cazzo di cane. Quello dove eccelliamo noi italiani. La nazionale di calcio, la pasta. e il cinema di genere degli anni 70. Che non era fatto con due lire e non era marginale e indipendente, visto che il suo scopo era solo quello di incassare e anche tanto. Spesso incassavano moltissimo.
Un film brutto è un film brutto. Certo quando è italiano, giustamente, si cerca di dargli una mano. Vai di passaparola, blitz e sequestri di persona ( o meglio di gatti) per spingere quanta più gente a vedere l'opera di un giovane autore alle prese con un classico film di genere
Ma se quel film dovesse essere brutto non dovremmo inventare complotti o arrampicarci sui vetri. Il film è brutto. Punto e basta.

Togliamoci subito il dubbio d'intorno: The end? L'inferno è fuori,  non è un film brutto. Anzi! Semmai è un film imperfetto, diseguale, con alcune cose molto belle e altre niente affatto riuscite, però il giudizio finale non può che essere positivo.
La storia narrata dal film è un classico vero e proprio. Un uomo assediato in un luogo "sicuro" durante una presunta apocalisse zombi. Che poi questi sono infetti più che zombi, o forse sono infetti-zombi? Eh, ma Spettatore! Ma l'hai visto il film? Corrono? Infetti. Camminano con lo stesso entusiasmo con cui tu affronti la vita? Zombi.  Si, ma questi diciamo "corricchiano" (perdonatemi questo orribile neologismo. Vi piace petaloso? Fatevi piacere anche corricchiano).
Che poi ci sono anche gli zombi- zombi che corrono! Prendi ad esempio quelli di Sn.. Nooo! Snyder no!
Ora saltiamo queste fisse nerd e arriviamo al punto! Claudio Verona è uno stronzo. Un uomo d'affari egocentrico, arrogante, cinico. Un uomo che è niente ma ha il denaro per potersi costruire un certo potere e quindi identità di capo da leccare e rispettare.
Un giorno, mentre si reca a una riunione importantissima, rimane bloccato in ascensore. Non passerà molto tempo per comprendere che il problema non è tanto la riunione che potrebbe saltare (con i relativi danni economici) ma il comportamento folle e assurdo di molte persone. Le quali incominciano ad aggredire e uccidere altre persone.
Come farà Verona ad uscire e salvarsi?
Ecco, fermiamoci qui. Il resto della storia andatelo a veder al cinema. Perché è un film che merita di esser visto.
Il motivo? Non tanto perché di genere, italiano o peggio ancora in quanto probabile capolavoro. No, non sono questi i motivi. Per quanto mi riguarda è la sua natura di film medio, di opera non del tutto riuscita eppure con trovate e momenti davvero encomiabili, una certa originalità dell'ambiente che rendono questo film degno di attenzione.
Non mancano i difetti. A mio avviso i mostri e le loro apparizioni non sono per nulla spaventosi, anzi assai ridicoli in certi momenti. Come- scusate non conosco il termine esatto e tecnico- quegli zoom velocissimi su oggetti o persone con l'effetto sonoro a rimarcare questa azione, (tipo sulla valigetta in ascensore) sono delle pacchianate tipiche dei Manetti.  E non mi son piaciute nemmeno le scene in cui il protagonista al telefono con altre persone sente queste ultime attaccate dagli zombi/infetti. Troppo meccaniche, ripetitive, recitate come se Claudio parlasse con quello "della cana in abruzzo" di Guzziniana memoria.
Piccoli difetti che si trovano in molte opere. Davvero piccole cose.
Perché poi ci sono i lati positivi, quelli che dovete tener in considerazione, in quanto punti di forza della pellicola.
Leggenda vuole che per far un film di genere non ci si debba impegnare più di tanto in sede di sceneggiatura. Questo perché si fanno due errori madornali. Il primo, tanto di moda oggi, è che la sceneggiatura sia sopravvalutata. Basta un buon montaggio, fotografia, long take a cazzo e taaac: hai un grande film. Il secondo errore è considerare buona sceneggiatura solo quelle originali, particolari, o con uno spessore di contenuti e personaggi complessi.
No, una buona sceneggiatura è la base di un film quantomeno decente e non deve per forza esser originalissima.
Questo film ha una buonissima sceneggiatura. Scritta dal regista con Cristiano Ciccotti. La storia è di molto interessante. Questo uomo bloccato in ascensore, incapace di poter agire sugli eventi, costretto a difendersi e a rivedere tutta la sua vita. Una storia classica che sfrutta un ambiente in parte inedito. Sopratutto tiene dall'inizio fino alla fine. C'è un buon equilibrio tra la resa realistica degli ambienti e la parte horror, irrazionale. Misischia ci fa sentire fisicamente quell'ascensore. Ci sentiamo bloccati col povero Claudio.
Ecco, se la presenza di sti zombi(infetti è una parte debole del film, devo dire che è ottima la tensione che il regista crea filmando gli ambienti, riesce a farci sentire la tensione per ciò che non vediamo e che capiterà chissà quando, chissà come.
Altra cosa davvero ottima è la fotografia e l''uso delle luci. Un lavoro davvero ottimo tanto che la luce, la sua presenza e i toni usati sono quasi dei protagonisti insieme a un eccellente Alessandro Roja.
Egli tiene il film sulle sue spalle ed è bravissimo nel metter in scena i cambiamenti del suo personaggio. Odioso nella prima parte e poi sempre più fragile e umano. Bellissime le telefonate colla moglie, i dialoghi con Marcello, il poliziotto che darà a Verona una mano a resistere contro quei fottuti e maledetti impiegati zombi. O infetti.
Ecco: Marcello. La seconda parte del film è nettamente superiore alla prima grazie anche a questo ottimo personaggio. Bravo Claudio Camilli. Non solo per l'azione, ma anche perché permette l'evoluzione del personaggio di Roja. Quando i due sono in ascensore insieme, i loro dialoghi sono davvero efficaci e pure commoventi.
Questo perché il regista è in grado di dar spessore ai momenti di calma prima della tempesta. Non tutti sono in grado, nota di merito per il regista!
Sicché il film mi è garbato, proprio per la sua natura di opera media con alti e bassi, imperfetta e suggestiva allo stesso tempo.
Auguro a Daniele di continuare su questa strada e di valorizzare i momenti di tensione nel quale non viene mostrato l'orrore in tutto il suo splendore. Perché, a mio modestissimo avviso, in quelle cose è davvero molto bravo. Gli auguro sopratutto di girare le prossime opere con budget di un certo spessore, il genere costa.A noi italiani sta cosa non entra nella capoccia, ma costa.
 The End? L'inferno è fuori usa regole classiche e solide in un ambiente originale, ( l'ascensore) non eccede troppo in citazioni ( e per fortuna evita le odiose bambinate dei Manetti. Anche se nei loro ultimi due ottimi film mi sembrano migliorati pure loro, miracolo!) ed offre uno spettacolo dignitoso senza poracciate o cadute di tono e stile pesanti. Andatelo a vedere che merita assai.

martedì 31 luglio 2018

COLOSSAL di NACHO VIGALONDO.

La debolezza condiziona le nostre vite. Essa è alla base di tutte le nostre dipendenze, relazioni sbagliate, non scelte  e giustificazioni più o meno patetiche. Trova terreno fertile nella nostra società, dove da una parte si nega sempre di aver dei problemi (normalizzando le nostre incapacità di relazione o affettive) dall'altra , sopratutto certo cinema indipendente o legato alla commedia, mette continuamente in scena personaggi con grosse debolezze che però sono anche molto simpatici e divertenti.
Questo modo di mettere in scena i personaggi ci spinge a provar simpatia ed empatia per loro, tanto che si scimmiottano le battute e le azioni auto definendosi da soli " strani", " depressi", quando basterebbe definirci in questo modo: vigliacchi irresponsabili.  E nei peggiori dei casi rancorosi idioti.
In fin dei conti quante volte, di fronte alle critiche di un amico o di una persona che ci ama, abbiamo risposto con cazzate atroci come: " Eh, ma gli esseri umani sono deboli, piene di miserie, è normale.." o l'altro classico " Io sono fatto così.Non posso farci nulla questo sono e se mi ami devi accettare anche i miei difetti". Frasi degne del peggior sceneggiatore delle peggiori fiction di  Canale 5. Ogni volta che le sento sostituisco automaticamente la faccia del debole di turno con quella di un Garko! L'effetto è garantito. C'è anche spazio per gli spot televisivi.
In fin dei conti questo accettare le nostre debolezze è pratico, comodo, sicuro.  Possiamo passare dalla casa in cui viviamo a New York al nostro paesino di origine oppure andare direttamente sulla Luna, non cambierebbe nulla. Altra scelta, che va per la maggiore, è la seguente: odi la tua città, le persone che la popolano, ti fa schifo la tua vita ma non fai nulla per cambiarla o migliorarla, Magari finisci per lavorare nel bar di famiglia, tenti anche di dargli un tono ma alla fine ti rintani nel retro, in quella parte del bar che è rimasta tale e quale a quando eri piccolo e.. Cazzo se la detestavi quella città e quel tuo fottutissimo bar "western".
A furia di non voler accettare critiche e giudizi, a furia di lasciar perdere e insistendo che vada tutto bene tanto la vita è così e non possiamo farci nulla, ci ritroviamo con la debolezza che diventa qualcosa di enorme, potente, colossale.
Mentre guardavo il film pensavo che quasi sicuramente, anche io, sto manovrando un fottuto mostro o un robot da qualche parte nel mondo. Sicuramente i miei anni e anni passati a non far nulla per sistemare la mia vita o rivedere i miei difetti hanno costruito un enorme mostro distruttivo dentro di me. Un mostro che ha calpestato le occasioni, le persone, fatto crollare città e ammazzato diverse vittime innocenti. Solo che nella vita reali questi mostri rimangono dentro di noi e fanno malissimo a quelli che incontriamo nella nostra vita.
È difficilissimo avere la forza di volontà di uscire da una dipendenza come quella dell'alcol o contrastare e distruggere quella rabbia cattiva, rancorosa, che ti porta a voler distruggere tutti e godere delle macerie che provochi. Ancora oggi mi viene spontaneo buttarmi sul divano e lasciare che le cose vadano avanti a cazzo di cane, che tanto non mi importa. Oppure vedere in ogni ordine, ogni richiesta di fare le cose in un certo modo, come un atto di violenza nei miei confronti e quindi far cazzate totali, così vedi che sono un pirla e mi lasci in pace.
Ci ho vissuto per trenta e passa anni in questo modo.  Il mio mostro gigante ha abbattuto tanti di quegli edifici della stima, dell'affetto e così via.
In quei tempi ero pieno di rabbia e ce l'avevo con metà mondo, senza accorgermi che potevo essere felice anche io.
Però la felicità e la forza costano troppa fatica. Poi ti danno del moralista, di quello duro che non ha pietà per l'essere umano ( che è debole e fa tanti errori ma è giusto e naturale che sia così) per cui quando tenti di migliorare ti senti intrappolato da chi non vuole che tu possa cercare una via più consapevole e matura di vivere. Tu devi rimanere quella persona con tanti guai che conosco, così vivo bene.
Gloria  e Oscar  sono due personaggi meravigliosi. Mentre vedevo il film, non potevo far a meno di affezionarmi a loro. Lei è una giovane donna con problemi alcolici e di dar un senso alla sua vita, lui è un classico ragazzo di provincia, di quelli che non lasceranno mai la loro città e invecchieranno con le solite persone, i soliti clienti ascoltando sempre le solite storie.
L'astuzia del regista e sceneggiatore è quello di farci credere che tra questi due possa esserci del tenero o comunque che alla base del loro rapporto vi sia l'amicizia.
In realtà un debole non ha amici. Non può permetterselo. Lui considera amici solo persone in cui rivede le sue difficoltà o che stanno peggio rispetto alla sua situazione quotidiana di fallimenti e rancori.
Gloria è una donna irresponsabile, non è capace di cattiverie ma non si rende conto dei danni che combina agli altri. Ha un fidanzato che l'ama davvero e infatti non è tenero con le sue debolezze ma non sa liberarsi da una vita apatica, da continue notti alcoliche. Lei dimentica tutto, non ha memoria per non far i conti col problema dell'alcol e non prendersi nessuna responsabilità. La capisco e comprendo, molte volte agisco così anche io. Lascio che una serie di eventi si succedano l'un l'altro senza porvi rimedio. Alla fine il piccolo problema diventa un enorme problema composto da tanti problemi minuscoli.
Le cose per lei cambiano quando prende coscienza. Gloria nota che il terribile mostro che sta distruggendo Seul segue meccanicamente ogni suo movimento. Comprende che è lei a comandarlo. Capisce che le persone schiacciate da quel bestione sono morte per colpa sua, magari perché è inciampata e caduta per terra. Ella si rende conto di aver un problema e che per questo motivo ci stanno rimettendo persone innocenti.
Perché funziona proprio così! Non abbiamo il diritto di prender alla leggere il nostro comportamento, le nostre azioni e parole, Non possiamo travolgere la vita degli altri. Ogni nostra azione ha un effetto sull'esistenza altrui e ci vuole davvero poco per creare danni irreparabili.
Un giorno anche Oscar comprende di aver lo stesso potere di Gloria. Tanto che a Seul si materializza dal nulla un Robot che crea panico e morte.
Da questo momento il film cambia registro e atmosfera. Da commedia surreale, quasi romantica, l'opera diventa sempre più cupa, violenta, oscura. Sia ben chiaro sottopelle rimane anche l'elemento di commedia ma ora è il rancore e la posizione di potere nelle relazioni che prende il comando portando alla luce la natura reale di Oscar.
Lui è la classica persona che dietro un'apparente calma cova dolore e rabbia. Uno dei tantissimi che odia la sua vita, la sua città, il suo lavoro e l'unica cosa che lo mantiene in vita è la certezza di aver un minimo di potere su qualcuno che sta peggio di lui.
Oscar ha Gloria e due avventori del suo bar. Su di loro mantiene un grande potere. Sa che costoro non cambieranno mai. Sono troppo deboli per farlo.
Ecco questo è un altro elemento bellissimo del film: non è tanta la gelosia a muovere Oscar ma il fatto che una persona stia facendo qualcosa per migliorare sé stessa. Il che vuol dire portare dei cambiamenti anche minimi nella persona e nelle relazioni che potrà affrontare.
Questa cosa ci terrorizza e infatti non manchiamo mai di evidenziare come negativi i cambiamenti delle persone che- mentendo a noi stessi o non sapendo cosa significhi davvero amare- diciamo di amare. Non manca mai quello che ti ricorda come eri da giovane, quello che ti fa notare quanto ti sei imborghesito perché non passi intere notti alcoliche o a far cazzate. La normalità paralizza e spaventa. Essere come tanti altri e condividere le loro gioie è un peccato.
Per questo (come Oscar) cerchiamo qualcuno da controllare e quando questo qualcuno giustamente decide di prendersi delle responsabilità (anche minime) scatta l'odio e la rabbia.
Colossal  è un film davvero notevole. Sulla carta pensi di assistere a una sgangherata commedia, una pellicola assurda e folle, invece è un 'opera piena di significati e riflessioni per nulla banali e scontate. Ogni recensione che ho letto esplora un lato di questa pellicola perchè - come dovrebbe far il cinema- essa ci porta a riflettere su quelli che sono le nostre debolezze o paure o traumi.  Lo fa divertendoci e regalandoci un bellissimo finale tanto epico quanto beffardo ( strepitosa la smorfia finale di Gloria) che non regala assoluzioni o soluzioni ma nemmeno scade nel facile cinismo.
Il film funziona anche grazie anche a una straordinaria Anne Hataway e un bravissimo Jason Sudeikis, nei ruoli di Gloria e Oscar.
Menzione speciale ai bellissimi e simpaticissimi Mostro gigante e Robot.  Ogni film diventa automaticamente bello quando ci sono costoro tra i protagonisti!

lunedì 30 luglio 2018

CARGO di YOLANDA RAMKE e BEN HOWLING

Un film semplice, lineare, non originale nella trama ma per me non è un problema. Per quanto mi riguarda al genere non chiedo originalità a tutti i costi, mi accontento di una buona storia e questo film, a mio modesto avviso, ha un racconto universale capace di conquistare anche gli spettatori poco avvezzi e attenti al genere horror.
La pellicola è la rielaborazione di un corto del 2013 e come tema mi ha ricordato un po'  Train to Busan. In realtà colla bellissima opera sudcoreana ha da spartire solo l'impegno di un padre nel salvare la figlia. No, a ben vedere ci sono pure degli infetti/zombi affamati di carne umana, dai quali i due dovranno difendersi.
Mentre nel film asiatico la bambina è già grande e il padre è un uomo d'affari assente nella sua vita, qui si punta di più sulla figura paterna.
L'Australia è vittima di un misterioso contagio che sta trasformando i suoi abitanti in esseri affamati di carne umana. Una volta che si viene morsi si ha al massimo un paio di giorni prima di trasformarsi in cannibali, dopodiché è impossibile trovare una guarigione. Il governo ha messo a disposizione una siringa con un siero che porta alla morte invitando di fatto la popolazione al suicidio.  Andy colla sua famigliola (composta da sua moglie Kay e la loro figliola di nemmeno un anno) viaggia al sicuro sul fiume. Un giorno per una disgrazia la moglie finisce contaminata, così si decide di attraccare la loro "imbarcazione" ed inoltrarsi nell'entroterra.
Qui avviene la svolta che rende il film qualcosa di meglio e più che un semplice film post-apocalittico: Andy viene morso dalla moglie.
Ormai è anche lui un contagiato e in poco tempo si trasformerà in un mostro. Prima deve trovare un rifugio sicuro per sua figlia.
Questa missione cambia l'approccio alla materia, almeno in parte. Ripeto è un film medio e non raggiunge mai vette di lirismo o terrore incontrollabili o ingestibili, però segue una linea ben precisa nel mettere in scena questa storia: quella della speranza.
Io amo il genere post apocalittico, davvero non mi stanca mai. Anche le opere meno brillanti o meno riuscite hanno sempre degli elementi che catturano la mia attenzione. In particolare amo che nel genere non manchi mai la speranza.
Infatti l'unico difetto che potrei fare a questa categoria di film è che puntino spesso a un nichilismo e cinismo  di bassa lega. I peggiori insistono su quanto siano squallidi gli esseri umani e per cui è un bene che si estinguano.
Io invece credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani. Costoro ci saranno sempre, non scompariranno, al di là di quanti esseri umani rimangano in giro dopo l'apocalisse.
Cargo fa parte di questa categoria. Martin Freeman è perfetto nel ruolo di un padre che decide di salvare la sua unica figlia, pur sapendo che egli non ha più speranza. La cosa migliore è che per tutta la durata del film, lui rimane un uomo normale, Non fa o dice cose eccezionali, anzi non è proprio un uomo che eccelle in qualcosa. Andy è solo un uomo e un padre.
Un uomo e un padre che ama la sua bambina. 
Un rapporto padre e figlia che viene messo in scena senza retorica alcuna,  lasciando spazio solo alla normalità e quotidianità dei gesti affettivi in un mondo che va alla deriva.
Mi è piaciuto il punto di vista del film, quello dell'uomo comune. Ho gradito perché non credo negli eroi, non ne ho bisogno. Trovo che l'eroismo non abbia nulla di spettacolare o particolare ma sia un atto di responsabilità individuale o collettiva, a disposizione di tutti noi.
Andy non ha una mira infallibile, non è un guerriero,  però ha una missione da compiere e si impegna a portarla a buon fine. Un po' come capita a tutti noi durante la nostra vita. Certo non abbiamo a che fare con degli infetti ma ci sono tanti, troppi dolori da sostenere, troppe cose che non vanno come dovrebbero andare e c'è sempre un momento in cui un figlio, un coniuge, un genitore hanno bisogno di noi. L'eroe non si tira indietro ma non ha nessun potere, se non quello dell'amore verso la persona in difficoltà.
Qui entra in gioco un altro elemento di grande interesse (lasciato un po' sullo sfondo ma di grande efficacia) una riflessione sulle origini dell'Australia. Terra di aborigeni conquistata dai bianchi. Infatti una delle poche comunità resistenti è proprio quella degli aborigeni.  Andy farà amicizia con una ragazzina di nome Thoomi che sarà decisiva per lo svolgersi degli eventi nella pellicola.
Ella fino all'ultimo non ha voluto abbandonare il padre infetto. L'amore di una figlia è tanto forte come quello di un padre per la sua bambina, per questo Andy e Thoomi sono personaggi che hanno molto in comune anche se di etnie ed età diverse.
I registi ci vogliono dire che la salvezza nasce intorno a un popolo antico, che nei secoli ha subito atti di violenza ed isolamento per mano di altre persone. Ora costoro possono ritornare ad essere padroni della loro terra. Questo discorso, più politico e sociale, rimane nello sfondo perché il tema principale è quello del padre che fa di tutto per salvare la figlia. Però è ben presente e in questi tempi di xenofobia incontrollata e di presunzione sulla bontà degli occidentali è un bene metterla in scena.
 Cargo  è solo un piccolo film, anche dimenticabile col tempo, ma dalla sua ha la visione di un mondo che resiste fino a quando c'è comunità, collettivismo, attenzione e difesa degli altri. Un mondo che, per quanto brutto, non potrà mai distruggere la bellezza dell'amore che un padre prova per la figlia.  Un film che si chiude con un bellissimo finale, almeno per quelli che come me credono che gli esseri umani siano migliori di quanto si dica e immagini.

venerdì 27 luglio 2018

Riflessione indisciplinata : la malattia e la morte.

Senza entrare nei particolari che ci hanno spinto ad accantonare Netflix per un po' di tempo, devo dire che il nostro ritorno è stato all'insegna di alcuni documentari tanto belli e importanti quanto durissimi da sostenere.
Avrei preferito visionare la terza stagione di "Crazy Ex Girlfriend" o qualcosa di più leggero e sbarazzino ma mi sono lasciato coinvolgere dai temi di questi tre imperdibili documentari:  End Game, Extremis, Cristina.
La malattia e la morte sono argomenti tabù che ci terrorizzano e spiazzano. Facciamo di tutto per allontanarli da noi. Oppure ne parliamo con un certo distacco, come se non ci interessasse essere vivi o morti. Entrambi questi metodi li vedo come una difesa. Una comprensibile e umanissima difesa.
Questi tre corti (il più lungo dura 45 minuti mi pare e il più corto 24 minuti)  possono dar molto fastidio e già li vedo quelli che parleranno di pornografia del dolore, strumentalizzazione di incapaci e altre idiozie in libertà.
Noi non vogliamo vedere. Noi non abbiamo orecchie per sentire. Perché la malattia significa un oltraggio ignobile e squallido contro il nostro corpo e la nostra autonomia.  La malattia deforma la presenza fisica dei nostri amati. Il padre che da piccoli ci sosteneva e vedevamo come un gigante, la donna che col suo amore ci ha cambiato la vita, il figlio tanto amato e voluto, di colpo cessano di esistere.
End Game ed  Extremis ci portano in ospedale, nel reparto dei malati terminali. Seguono la storia di qualche paziente, spesso donne, che lottano una battaglia persa contro la morte. Tuttavia non è la malattia o la morte che mi colpiscono profondamente e mi commuovono. Non sono queste due stazioni terribili e terrificanti, che compongono il nostro viaggio in questo mondo.
È l'amore che mi colpisce e mi commuove. Il marito che osserva la moglie in fin di vita tenendola per mano, la madre che racconta alla figlia quanto le piacesse una certa pietanza, i dottori e infermieri che mantengono quel briciolo di umanità che impedisce a loro di veder solo dei corpi destinati a spegnersi.
Siamo esseri umani e viventi fino all'ultimo respiro. Per questo trovo che una delle cose più belle di Extremis siano i dialoghi tra dottori e infermieri.  Non è facile dire quale possa essere la cura migliore per affrontare un momento delicato e senza speranza, anzi è proprio sul discorso se continuare o meno le cure, cercare soluzioni diverse, che punta molto anche l'altro documentario: "End Game".
In questo documentario si vede un giovane dottore (rimasto privo di gambe e il braccio destro mi pare) che gestisce un ospizio per malati terminali. Si parla di cura palliativa, si mostra un altro modo di affrontare una situazione che non possiamo cambiare.
C'è tanto dolore e tristezza in questi documentari, forse per alcuni la visione potrà essere particolarmente difficile. Tuttavia, ripeto, è la presenza fino all'ultimo di un famigliare, di qualcuno che ti ha amato a rendere meno amaro l'addio.
Io ho paura di morire da solo, di ritrovarmi in un letto senza nemmeno lo straccio di un amico. Perché vorrebbe dire che ho fallito tutto nella vita.  Mi correggo e preciso: sarebbe un fallimento per me perché le relazioni sono fondamentali dal mio punto di vista. Uno magari potrebbe anche fregarsene delle persone e puntare al danaro.
Solo che i soldi non ti terranno mai la mano come una persona che ti ha amato.  Lasciare il mondo pensando che molti mi ricorderanno, che strapperò brandelli di vita nei loro ricordi e pensieri, mi fa sentire meglio.
Non voglio nemmeno ingannarvi e perciò vi dico subito che questi due documentari sono abbastanza tosti. Decidete voi se vederli o no.

CRISTINA  è la storia di una donna (una persona di successo che lavora nell'ambiente cinematografico) e della sua battaglia contro la malattia. La vediamo scherzare, vivere i suoi giorni, crollare, aver paura. Il corto alterna immagini della donna verso la fine dei suoi giorni con riprese della sua  vita prima  della malattia. Conosciamo il marito, i figli, le colleghe di lavoro che non smettono mai di andarla a trovare.
Nessuno muore da eroe. Nessuno. Anzi io credo proprio che il coraggio e l'eroismo siano la causa di tante stronzate.  Perché temiamo di spaventare gli altri, di essere di peso o che dobbiamo aiutarli a prepararsi al peggio negando il peggio.
La paura è una cosa normale, il pianto è naturale. Come possiamo vivere con eroismo la nostra fine? Sappiamo che stiamo perdendo le persone che amiamo di più. Come cresceranno i nostri figli? Che sarà di mia moglie o mio marito una volta che non ci sarò più?
Dobbiamo abbandonarci al dolore e al terrore. Mostrarci fragili in un mondo che da noi pretende di vederci sempre operativi e fiduciosi.
Cristina  è sopratutto una bellissima storia d'amore. Una storia normale, come tante. Questo è il filo invisibile che hanno in comune tutti e tre i corti. Nessuno muore solo. C'è sempre qualcuno ad accompagnarci fino alla fine.
Ecco è questo trionfo della vita sopra la morte, anche nel momento stesso del decesso, che mi fa tanto amare questi tre bellissimi corti.
Sono tre lavori che puntano a renderci empatici colle loro protagoniste. Mi stupisco di come (in questi tempi) sia facile chiudersi a riccio e lasciare fuori dal nostro cuore gli altri. Non riconoscere il dolore altrui o abbandonarsi a vigliaccherie finto rispettose della serie " se non hai provato sulla tua pelle questa cosa allora sei ipocrita  e parli a cazzo". Tutto passa e parte dal linguaggio. Quando accettiamo che l'altro non sia nulla e non ci vergogniamo della nostra distanza con esso, tutto diventa possibile. Questi tre cortometraggi puntano invece a farci partecipare emotivamente. Ci mostrano persone che non abbiamo conosciuto, ci mostra un mondo lontano, potremmo ignorarli... Perché no?
Perché non siamo isole, perché possiamo comprendere e capire il dolore degli altri o le loro gioie anche se non ci appartengono, non ci vedono protagonisti.
Perché, molto banalmente, abbiamo la capacità di provare sentimenti cristallini, limpidi, di empatia e vicinanza. I deboli puntano su altro: cinismo, rancore, egoismo. Vivono una vita inutile e vuota.
Noi invece che proviamo vicinanza e amore per il prossimo non ci vergogniamo di piangere o dire anche una preghiera per gente sconosciuta, vista in tre documentari.
Sappiamo che alcuni passaggi sono durissimi e inaccettabili sotto molti punti di vista, In quelle persone non vediamo sconosciuti ma esseri umani che sono stati amati da qualcuno. Vediamo persone che sono costrette a dir addio a una moglie, una figlia, una persona amica.
In quel momento ci sentiamo tutti uniti.
Ed è questa per me la magia del cinema e la meraviglia della vita: sentirci uniti anche se non ci conosciamo.
Ps: certo Netflix è il principale problema del mondo e dell'industria dello spettacolo. Detto questo capita di trovar delle cose anche molto belle. Come in questo caso.