mercoledì 21 novembre 2018

Soldado di Stefano Sollima.

Mi capita spesso di leggere post o commenti di persone amanti del cinema che si lamentano perennemente della situazione del cinema di genere. Hanno ragione, ne facciamo poco. Si lamentano che vi siano troppe commedie o film d'autore. Ci sta. Nondimeno la commedia è un genere ed è quello in cui  è possibile affrontare la nostra storia presente o passata. Con qualche alto e molti bassi, anche se non sono affatto così severo come molti che pensano di vivere negli anni 70 senza esserci mai stati e campando su idee prefabbricate da altri. Ci sta anche questo.
Detto questo in questi ultimi tempi non sono mancati film su super eroi proletari,  film di motori e drammi famigliari, horror puri con infetti/ zombi.  Sì, potrei anche dire che ci sono i Manetti, autori di quel bellissimo musical-camorristico che è " Ammmore e malavita." Come non sono mancate operazioni revival gangster con film come Romanzo Criminale o Vallanzasca. C'è ancora molto da fare e tutto quello che volete. Ma è un argomento talmente vasto che merita un post a parte. Su un altro blog che a me le discussioni sul cinema di genere in Italia annoiano come poche.
Ora capisco la discussione, la nostalgia per i bei tempi, il revival revisionista e tutto quello che volete ma come è che un regista eccezionale, straordinario, come Stefano Sollima non venga glorificato e portato come esempio di puro uomo di cinema (di genere) in grado di farsi amare dagli americani solo dopo due pellicole ( e tanta tv) tanto da affidar a loro il seguito di quel capolavoro che risponde al nome di "Sicario"?
Figlio d'arte (il padre Sergio è ricordato per Sandokan ma ha diretto robusti e assai interessanti film come Revolver o Faccia a Faccia, due splendidi film di genere poliziesco e western) Stefano Sollima si fa conoscere ed amare girando episodi di serie come  La Squadra o Gomorra. La cosa che balza all'occhio vedendo le sue opere è il grande senso di ritmo e di creazione dell'epica sfruttando al massimo quello che il genere offre. Il suo è un cinema titanico, epico, profondamente retorico e ridondante, esagerato ed eccessivo, possiamo imputargli un eccessivo compiacimento nel mischiare temi delicati con il puro intrattenimento, a volte ad un passo dalla strumentalizzazione, ma alla fine quello che rimane dopo la visione è la soddisfazione di aver visto un gran bel film.
Succedeva con il suo debutto A.C.A.B. (qui la recensione acab) dove porta sullo schermo quattro poliziotti della celere senza omettere nulla di quanto di poco edificante ci possa essere o fare in quel tipo di lavoro. Certo l'uso della cronaca e dei fatti veri, come anche nelle sue successive pellicole, non sempre riesce bene. Però è un bellissimo film, un esordio davvero da ricordare. Il successivo è quel grande affresco, quella visione potente ed ammaliante che è Suburra ( qui la recensione Suburra)
Ora con Soldado debutta in America.

Sequel di quel bellissimo, magnifico film che è "Sicario", l'opera narra una nuova missione dei personaggi interpretati da Josh Brolin e Benicio Del Toro. Due giustizieri che lavorano in missioni sporche o segrete per conto del governo americano.
Matt Graver e Alejandro Glick questa volta devono far scoppiare una guerra tra le famiglie del Cartello dei narcotrafficanti messicani. L'operazione è un atto di vendetta da parte degli Stati Uniti contro i boss della droga messicana, in quanto ritenuti colpevoli di infiltrare terroristi islamici coi clandestini per farli entrare in America e compiere attentati. Sì, questa parte iniziale mi par un po' campata in aria e di cose un po' campate in aria non mancano nel cinema di Sollima, tuttavia ha la forza e il potere di saperle rendere necessarie per il film e quindi funzionano.  I due da una parte uccidono un avvocato assai potente e amico dei boss dall'altra rapiscono la figlia di un pericoloso trafficante di droga ( mandante del massacro che ha colpito la famiglia di Glick). Le cose ovviamente si complicheranno molto e i due si ritroveranno (quasi) soli contro tutti.
Quello che apprezzo di questo sequel è che ha una identità precisa. Lontanissimo dal film precedente ( Villeneuve è regista assai diverso rispetto al nostro connazionale) eppure rispettoso delle identità dei personaggi, che rimangono quasi identici rispetto al primo capitolo. Forse Taylor Sheridan rimane un po' sacrificato a livello di sceneggiatura ( le sue opere precedenti avevano una diversa e più incisiva forza nella trama) ma non ci possiamo nemmeno lamentare. Le tematiche caee a Sheridan in fin dei conti sono presenti anche se il film punta di più sull'azione che sulla psicologia dei personaggi o l'analisi dell'ambiente.
Tuttavia è un ottimo film di genere, entusiasma, coinvolge, sottotraccia fa pensare anche a come l'idea di bene e male, giustizia e vendetta,  giusto e sbagliato possono essere effimere. Però può anche portarci a riflettere su come il fine giustifichi i mezzi e che il male va combattuto superandolo in cattiveria.
Questa seconda considerazione la preferisco alla prima, perché non ci concede la distanza necessaria e giusta sul tema. Ci racconta un mondo brutale, violento, dove si vincono le battaglie ma si perde del tutto l'umanità.
Un grande spettacolo, un film avvincente, spero sia l'inizio di una lunga carriera anche in America per il mio amatissimo Stefano Sollima.

sabato 17 novembre 2018

Notti magiche di Paolo Virzì.

1990.
Avevo quattordici anni. Mi apprestavo a cominciare le superiori (povero ragazzino se solo avesti potuto immaginare che decennio del menga sarebbe stato) il mio Paese, come capita ogni quattro anni, riscopriva l'amor patrio grazie al giuoco del calcio. Masse del tutto ignare della nostra storia, senza memoria, i primi gruppi di legaioli, tutti diventarono patrioti fieri della loro terra.
D'altronde i Momdiali li giocavamo proprio a casa nostra. Un grande evento di mazzette, due gocce di corruzione e tanta simpatia. L'anno di Schillaci, di una nazione ignara che tra un paio di anni moltissimi volti noti della politica italiana sarebbero stati spazzati via dalle indagini di Mani Pulite. Berlusconi era ancora quello che con la sua televisione ci rincretiniva con i giochini, la pubblicità, il sogno di una vita da consumatori. Nessuno si immaginava che avrebbe contribuito per venti e passa anni alla devastazione sociale, culturale, morale, politica, del paese.  Gli Italiani sognavano guardando Colpo Grosso. E sperando nella vittoria della Nazionale Italiana.
Il 1990 è l'anno di quiete prima della tempesta. Purtroppo il Muro era crollato e cominciava la narrazione del libero mercato, della libertà sotto il capitalismo. Gli Anni 80 (il decennio più volgare e cretino del 900) ci aveva predisposti a un edonismo leggero e sciocco, al riflusso causa di amnesie tra molti ex contestatori. La marcia dei 40.000  piccoli borghesi aveva messo fine a ogni ribellione e sconfitto la classe operaia.
Quando togli la contestazione, la lotta di classe, la coscienza politica alle masse non ti rimane che una nazione di beoti, cialtroni, arrampicatori sociali, misere macchiette, Non ti rimane altro che sognatori di provincia di seconda mano, tristissime ribellioni infantili contro la famiglia e tanto vuoto, tanta amarezza che non sapendola riconoscere cerchi di nascondere dietro a un'esuberanza triviale, squallida che ti porta a diventare uno stereotipo vivente: quello del toscano malato di sesso (non per niente questo personaggio dell'ultimo film di Virzì diventerà amico di Andrea Roncato). Oppure ti fai forza irrigidendoti dietro a una cultura esibita, un'indipendenza che fai fatica a gestire, una ingenuità non accettabile in quegli anni, in quel periodo storico. Tutto il tuo sapere non è arma di ribellione e contestazione,  come il personaggio di Stefano Satta Flores, in quel capolavoro che è " C'eravamo tanto amati". In quegli anni un intellettuale tutto di un pezzo, autolesionista, anche un po' egoista  poteva lottare contro le istituzioni locali o l'intero mondo per difendere un'Idea alta di arte, cultura e spettacolo.  Quei personaggi di Scola uscivano dalla guerra, avevano ancora moltissimi ideali, tantissima voglia di contribuire al cambiamento del mondo. Non erano ancora diventati figure tristi, piegate su sé stesse, con un'idea artistica e culturale debole, provinciale, tutta concentrata su una possibile gloria personale da svendere al primo cialtrone che ci offre un contratto.
In quegli anni cominciammo a perdere e a non ritrovare mai più (sia nel cinema che nella società) cose che fino a qualche anno prima erano fondamentali.  Mi riferisco alla condivisione, la voglia di narrare la vita delle persone, di una classe, lo sguardo amarissimo eppure umanissimo che i grandi sceneggiatori e registi sapevano dare alle loro opere. E la rivolta, la riscossa contro il bigottismo, contro i padroni, la voglia di cambiare in modo radicale la società; il movimento operaio che diventava simbolo del lavoro e dei lavoratori. Tutto questo contesto non permetteva a cialtroni e affini di poter far più danni del consentito.
Notti Magiche ci mostra la fine di quel periodo. Una fine per nulla tragica, epica, semmai ridicola e mediocre. Proprio come stava succedendo nel mondo. La fine del socialismo reale attraverso azioni di rara mediocrità, squallore, tristezza.  I giornali e le tv ad applaudire chi stava distruggendo per manifesta incapacità L'Unione Sovietica. La falsità dei liberali, che a parole parlavano di una nuova era basata su libertà effimere (le stesse che difendono ora non potendo dar al popolo quelle vere)e di morte della società o fine della storia. In tv si cominciava ad urlare e litigare. E la gente amava tutto questo. Passava l'idea che un mediocre rozzo, volgare, che diceva cose cattive era sincero. Chi difendeva la cortesia, il dialogo, la voglia di comprendere, un ipocrita.
Un mondo volgare e cretino cosa può fare? Dar vita a macchiette tristi.
Questo si nota benissimo in codesta pellicola.



Dei ragazzi sui venti anni negli anni 90 con cosa sono cresciuti? Col nulla.
Assimilando e facendosi scudo con  un edonismo cialtrone, l'individualismo narcisista, l'ossessione del sesso, l'idea che se il mondo non mi piace allora posso sballare, perché cosa altro potremmo mai fare?
Quello che balza agli occhi seguendo questi personaggi-simbolo è la totale mancanza di allegria, di desiderio, di vita.  Semmai vi è la presenza fissa di un ego chiassoso, il parlarsi addosso, l'ostentare qualcosa ( il toscano una virilità e potenza sessuale pacchiana , il siciliano il suo sapere fine a sé stesso la giovane romana una ribellione patetica nel salotto di casa) e la voglia matta di trovare un oasi felice, magica, dove le nostre capacità vere o presunte possano essere apprezzate.
Per questi tre la retorica che da sempre accompagna il mondo dello spettacolo (popolato da gente leggendaria, mitica, che passa la vita a scrivere e pensare cose meravigliose, lontano dalla mediocre quotidianità della provincia) è una via di fuga dalle loro vite inutili.
Non è il ritratto di tre sceneggiatori, non si parla di gente di cinema, ma di gente che pensa di sapere cosa sia il cinema.  Tre individui che come tutti noi non brillano per  grandi doti ma cercano qualcosa che possa farli sentire importanti, grandi. Scappano dal loro destino come facciamo anche noi.
Certo forse questa cosa non viene colta dai critici e cinefili de internet, da quelli che sparano giudizi sentendosi Bergman perché hanno fatto due corti applauditi dagli amici di Facebook,  dai nipotini di Ghezzi con i loro post ridondanti e inutili. Ecco, tutta questa ciurma che stronca l'ultima pellicola di Virzì non si è nemmeno accorta di quanto siano uguali ai tre protagonisti.
Non gente di cinema, ma gente che parla, scrive a volte fa cinema. Ma con la prospettiva sbagliata di essere artisti, intellettuali, diversi dagli altri.
In realtà sono solo i nipoti o i figlioli di queste tre, a tratti imbarazzanti, macchiette.
Imbarazzanti come siamo noi nella nostra vita quando sogniamo e ci illudiamo di poter far chissà cosa in ambienti mitizzati, ma da tempo decaduti.
Perché in fin dei conti dietro all'illusione e alla bellezza di un lavoro che ti promette gloria, celebrità e danaro che rimane? Un produttore fallito e cialtrone, dei vecchi che passano il loro tempo al ristorante tentando di fermare la fine in lunghe cene e prendendo in giro i giovani,  la solitudine di un maestro del cinema che vede in una giovane provinciale un momento di purissima gioia ( come Pessoa la trova nella gente che frequenta una tabaccheria della sua città). C'è una soffusa noia, tristezza, l'arrendersi con cinismo alla decadenza. Tanto dei grandi nomi quanto di quelli che fanno cinema indipendente, contro, di sani principi morali ma alla fine sono dei disgraziati che cercano di rimediare una cena da un gruppo di sprovveduti. Una delle scene più belle di questo film è quando il giovane toscano crede alle parole del regista impegnato e per questo caduto in miseria (per colpa dei cattivissimi produttori e dei venduti mai per la loro pochezza) e si reca a casa di un divetto televisivo il quale cerca il riscatto facendo un film di uno certo spessore. La storia di un operaio che si uccide diventa una sorta di terribile cazzata che però in due frasi del personaggio riescono a identificare tutto un periodo ( che peraltro stiamo vivendo ancora) cioè quello della negazione della sconfitta, o la rappresentazione di personaggi votati alla disperazione. In poche parole attraverso le parole del divetto televisivo ci viene detto che il cinema non può e non vuole rappresentare il vero, il reale, non tanto perché operazione impossibile ma perché rompe le scatole alle masse vedere la loro triste sorte anche sullo schermo. In quel momento, breve e unico, il triviale toscano si perde nel ricordo doloroso e vero del padre. Troppo dolore da sopportare quindi da allontanare a tutti i costi con la recita della macchietta che si è costruito.
Anche i suoi compagni di sventura fanno la stessa cosa. Il messinese è pronto a farsi prendere in giro, sfruttare, pur di non tornare a casa. Pur di non dover vivere una vita con una donna che non ama ma frequenta per abitudine. Sopratutto perché quel produttore cialtrone e quella vita sguaiata a lui piace. Anche se è costretto a difendere il suo stereotipo di intellettuale.
Questi tre non sanno cosa vogliono, ostentano la loro mediocrità urlata al mondo, e si fanno trascinare, sconvolgere da un ambiente incapace di creare miti e leggende, ormai ridotto a parcheggio per vecchie glorie, attricette, marpioni, specchio di un'Italia che balla in discoteca come un suo ministro mentre fuori si sta preparando la loro fine.
Forse questi tre ci danno fastidio perché in parte parlano di noi. Di quanto siamo deboli, stereotipati, mediocri, incapaci di sostenere la pesantezza e brutalità della vita,
Quindi questo film anche imperfetto, non del tutto riuscito ma che a me è piaciuto assai proprio per quella sua amarezza senza riscatto che nel finale diventa un piccolo tributo alla quotidianità, a una possibile serenità nata dalla consapevolezza di essere stati dei cretini con sogni cretini..cosa vuol comunicarci? Cosa vorrebbe essere?  Quali i suoi punti di riferimento? Di sicuro non è la Grande Bellezza di Virzì. Tra tutte le critiche questa è proprio la più imbarazzante e fuori contesto. Non hanno nulla in comune. Non parlano delle stesse persone, dello stesso periodo, non basta esser ambientato a roma , mostrare una certa classe "culturale" per diventare un'opera affine a quella di Sorrentino. Per cui questa cosa leviamola proprio dalla testa e dai nostri articoli. Come altro paragone che non vuol dire nulla, quello che tira in ballo "8 e mezzo", Virzì non è regista da fellinismi. Non lo è mai stato. Qui Fellini viene citato ma fuori dal mito, dalla leggenda, anche lui quasi in decadenza. Ultimo a cercar di far poesia in un tempo che non la voleva per nulla.
Semmai i riferimenti vanno cercati sicuramente nella commedia italiana classica ma sopratutto in due opere di Virzì: Ferie d'Agosto e Caterina va in città. Cioè quei film in cui il regista e sceneggiatore livornese vuol descrivere non tanto dei personaggi ma il contesto che li genera e per questo sullo schermo non avremo due persone come Beatrice e Donatella, non ci imbatteremo in personaggi scritti con attenzione e umanità,  ricchi di sfumature, ma dei personaggi-simbolo prodotti del loro tempo e della loro società. Personaggi disumanizzati, svuotati,  pacchiani, e che ragionano e agiscono per stereotipi, perché non possono fare altro. Che siano italiani in vacanza, rappresentazione della nuova destra e della sinistra borghese e pacifista o descrizione degli illusi e della decadenza nel mondo del cinema, in queste pellicole i personaggi sono schiacciati, ridotti a figurine senza spessore, volutamente
 Operazione che potrebbe anche non essere gradita( io dopo Caterina va in città avevo rotto col cinema di Virzì ma all'epoca ero un invasato pseudo rivoluzionario non capivo quanto fossi una macchietta stereotipata come non lo capiscono i personaggi di Notti magiche e alcuni dei suoi detrattori)  e apprezzata per tante buone ragioni. 
Io reputo codesta pellicola un amarissimo, malinconico, omaggio al cinema e alla vita. Un omaggio non agiografico, senza mitizzare niente e nessuno ma carico di quella umanissima pietà e compassione per quelle creature imperfette. cialtrone, deboli eppure importanti che sono gli esseri umani. 
Virzì e Archibugi potevano far un film sulla bellezza di far cinema. Su come quel tipo di ambiente abbia una sua magia, ritrarre le persone importanti con cui hanno collaborato con abbondanti dosi di retorica su quanto siano stati grandi e illuminati, invece hanno rappresentato una cruda e banale realtà. Avendo anche la forza di non fare dei tre protagonisti le loro rappresentazioni filmiche, Avendo anche il buon gusto di non dipingerli come tre moschettieri pieni di grazia, intelligenza, sensibilità e spessore contro i soliti cattivi dell'industria, ma come spesso siamo nella realtà: rincretiniti dentro sogni vaghi, persi nel recitare pessimi ruoli, mediocri. Questo può anche dar fastidio se siamo ossessionati dall'anti retorica cerebrale, dal pretendere che nella vita non siamo mai delle macchiette stereotipate in cerca d'autore, ma persone dolcemente complicate e piene di genialità.
Un mondo mediocre non può che generare arte e spettacolo mediocre, fatto e gestito da mediocri.
Non si tratta di sputare nel piatto in cui mangio ( che poi faccio notare... a te che frega se sputo nel mio piatto. Ci mangio io) ma di una rappresentazione verosimile ad opera di persone che quel mondo ( al contrario dei critici e cinefili de internet e di chi ha fatto un video con gli amici) lo conoscono benissimo e possono rappresentarlo come meglio garba a loro.
Inoltre questo film  omaggia con tenerezza e senza svenevolezza alcuna, il grande Furio Scarpelli. In quei momenti l'omaggio si inchina a un commosso ricordo e nelle parole, negli insegnamenti sempre molto crudi e per nulla campati in aria di questo straordinario sceneggiatore, forse, per pochi secondi, ci viene svelato cosa è il cinema: " Guarda fuori dalla finestra."

venerdì 28 settembre 2018

LABOR DAY- UN GIORNO COME TANTI di J. REITMAN

1987. Henry è un ragazzino di tredici anni che si prende cura della propria madre. Adele, questo il nome della donna, è depressa per colpa della fine del suo matrimonio e soffre di agorafobia, per questo vive pressoché reclusa in casa. Il ragazzino ama tantissimo la sua mamma e cerca in ogni modo di rendersi utile, ma la situazione non è per nulla idilliaca.
Un giorno, il giovedì che precede il week end del Labor Day,  Henry costringe la madre ad andar a far la spesa nel supermercato del loro paese. Qui incontrano un uomo, ferito, che chiede a loro ospitalità per qualche tempo. Egli è un evaso .
La donna per paura che costui possa far del loro del male, sopratutto al suo figliolo, accetta malvolentieri di dar rifugio al delinquente.
Sarà un lungo week end dove capiteranno cose inaspettate.
Prima di tutto, una mia piccola digressione: date un Oscar al giorno a Kate Winslet! Fareste solo del bene al cinema. La totale dedizione che mette ogni volta nella rappresentazione dei personaggi è qualcosa di straordinario. Anche perché risulta sempre vera, credibile, non ci si ferma quasi mai a dire" Ecco Kate che fa.." ma riesce a farti amare il personaggio di quel film.
Ok, ora parliamo del film. Per me un'opera riuscitissima.
Il merito è da dividere tra regia, sceneggiatura e cast.  Infatti in questo film tutti recitano bene, a partire dai protagonisti.
Menzione speciale a Josh Brolin, il suo Frank è un personaggio pieno di chiaroscuri, un uomo che all'inizio quasi si teme non sapendo nulla di lui, ma che piano piano porta alla luce una certa bontà spiccia e proletaria, ma che ci lascia capire quanto non sia affatto cattivo.
Infatti se a scatola chiusa si pensasse di veder un classico film con degli innocenti tenuti in ostaggio di un criminale, questa certezza crollerebbe quasi subito.
E qui entrano in gioco i pregi della sceneggiatura e della regia.
Reitman punta sui dettagli, i piccoli particolari e ci guida- prendendo tutto il tempo necessario per farci amare questi personaggi- alla nascita di un nucleo famigliare.
Un possibile nucleo famigliare, la dolce certezza che la felicità sia a portata di mano.
Per cui si parte pensando di assistere a un dramma famigliare, a un film di genere già visto diverse volte e si finisce con l'assistere alla rinascita dei personaggi.
Frank costringendo Henry ed Adele a comportarsi come una vera famiglia, per non destare sospetti ma sopratutto per passare il tempo e rendersi utile, costruisce un solido legame con entrambi. Il ragazzino è nell'età delle insicurezze, un'età in cui è fondamentale una figura paterna che gli dia sicurezza, lo faccia sentire in  grado di gestire la vita. In  poche parole: un padre. Il loro rapporto è descritto benissimo. Attraverso piccole cose pratiche, poche parole dell'adulto che non critica mai il ragazzino ma lo incoraggia a superare le paure. Ah, quanto ho amato il personaggio di Frank!
Per la donna è invece la riscoperta della vita. Tutto qui. Capire che il dolore non è eterno, non dura per sempre. Comprendere che dopo la caduta vi è per forza la risalita.
C'è solo un piccolo particolare (non da poco) l'uomo è un evaso.
Attraverso dei flashback vediamo la sua storia, cosa l'ha spinto all'omicidio, e parallelamente veniamo alla conoscenza del dolore profondo che ha portato alla fine del matrimonio di Adele. Questi fatti ci spingono a voler per loro un lieto fine.
Anche in questo caso, come in "Un affare di famiglia" di Kore-eda, troviamo il tema della famiglia e della legalità. Perché per quanto Henry ed Adele arrivino ad amare Frank, ricambiati dall'uomo, egli è un evaso e la società vorrebbe nelle migliori delle ipotesi rispedirlo in galera, nelle peggiori ammazzarlo. Non rimane a loro che fuggire lontano, pretendere dalla vita la felicità che meritano.
Per molti il fatto che un film suggerisca la possibilità di una felicità ritrovata, non va proprio giù. Non tanto perché, come me, sono amanti del melodramma. No, perché costoro vedono la gioia, la felicità, come cose estranee alla loro vita e quindi anche a quella degli altri.
Per questo parlano di film consolatori, ricatti morali, buonismo. Costa fatica e durissimo lavoro ammettere che le cose possano anche andar abbastanza bene. Vedi le polemiche per il finale di "Carol", in cui era per molti impensabili che l'amore di due lesbiche non finisse in tragedia.
A volte ci scordiamo che essere consolati non sia una cosa brutta, ma un atto di gentilezza e generosità nei nostri confronti. A volte dimentichiamo che, pur non come ce lo siamo immaginato, non tutto è destinato ad andare male per sempre.
Per questo ringrazio questi film. Consolatori, buonisti? No, a loro modo veri e sinceri.

mercoledì 26 settembre 2018

UN AFFARE DI FAMGILIA di H. KORE-EDA

Cosa è una famiglia? Da chi è composta? Cosa ci rende padri e madri o fratelli e sorelle? Il fatto di aver messo al mondo un figlio, ci rende automaticamente genitore? Queste domande compaiono spesso nei film di Kore-eda. Il regista nipponico, infatti, ha da sempre sviluppato un profondo interesse per la famiglia, la sua composizione e le difficoltà che essa vive all'interno della nostra società. I suoi protagonisti non sono eroi, le sue famiglie non sono quasi mai perfette, eppure (pur non nascondendo i limiti e i difetti dei suoi personaggi) c'è sempre tanta empatia nella descrizione di vite spesso difficili o quasi mai risolte.
L'ultima sua opera (vincitrice della Palma d''oro nell'ultima edizione di Cannes) rispecchia in pieno lo stile e le tematiche classiche dell'autore giapponese. Protagonista una coppia sotto proletaria che campa di lavoretti e furti. Costoro nel tempo hanno creato un nucleo famigliare non legato dal sangue, ma dal destino che li ha fatti incontrare, creando con le altre persone una vera e propria comunità, una famiglia particolare che copia le dinamiche e la costruzione di una tradizionale. Un giorno nella loro vita entra una bambina piccola. La bimba è figlia di una coppia di scellerati. Persone che continuano a litigare tra di loro e maltrattano fisicamente la loro figliola. Per questo motivo la coppia di ladri decide di "adottarla" e farla crescere nel loro sgangherato ma affettuoso ambiente famigliare..
Vagamente questa è la trama del film. Il resto vi consiglio di scoprirlo andando al cinema perché le opere di Kore'eda meritano di essere viste al cinema. Non tanto perché vi siano azioni spettacolari, o per via di un uso della macchina da presa virtuosistico, ma per il semplice fatto che un tipo di cinema così sinceramente "umano", così rigorosamente empatico, va difeso ad oltranza.
Sopratutto è molto interessante il modo in cui il regista descrive questo nucleo famigliare"alternativo". Uno facendoci capire che non esiste nessuna alternativa, nessuna famiglia diversa o particolare, alla fine qualsiasi tipo di composizione abbia si ricalca fedelmente le dinamiche ed istanze di quella tradizionale. Perché le gioie e i dolori, le esigenze di confronto e distacco, l'affettuosità e la stanchezza, sono identiche per tutte le famiglie.  Per cui questi uomini e donne imperfetti/e che campano di lavori moralmente poco piacevoli ( vedi la ragazza che si masturba vestita da scolaretta per dei pervertiti che stanno dietro a uno specchio) di furti o ricatti, sono capace di amare e comprendere la sofferenza altrui. Mentre la coppia "borghese", inserita nella società, i veri genitori della bambina, non hanno remore a dar sfogo alla violenza per liberarsi delle loro frustrazioni quotidiane. Giudicare da un punto di vista legale,  in qualche caso, è assolutamente sbagliato. Perché le persone non agiscono secondo leggi scientifiche, matematiche, ma con l'istinto del momento, attraverso i loro valori e ideali, lasciandosi trasportare dal caos dei sentimenti. Per questo il film ti sbatte in faccia un dubbio, che poi è un finto dubbio: a chi affideresti la bambina? A persone che le giudichi da un punto di vista borghese le condanneresti a cinque mila anni più le spese? O a una famiglia naturale, classica, tradizionale, in regola per la legge, ma assolutamente disfunzionale per quanto riguarda tutto il resto?
Sono opere come queste che io giudico importanti e fondamentali. Quei film che ci spingono a farci domande, a riflettere su temi seri,  che danno spazio alla riflessione civile, sociale, etica, da parte dello spettatore.
Non perché sia lasciato spazio al pubblico di "arrivarci da solo". Per fortuna questa enorme cazzata viene snobbata, ma mostrandoti una storia, gli effetti che le scelte dei protagonisti hanno sulla loro vita, le responsabilità enormi che si sono presi, la messinscena dei loro difetti e vigliaccherie, alla fine sei costretto a domandarti che faresti in quel contesto. Ti vedi rappresentato da loro o dai poliziotti? Sei sempre convinto che per essere padri e madri si debba esserlo dal lato biologico soltanto o che padri e madri siano quelle persone che si occupano di un figliolo? Attraverso l'educazione, certo, ma sopratutto amandolo, insegnando a lui l'importanza dell'affettuosità fisica e "spirituale", facendolo sentire amato e benvoluto?
Io sostengo questa linea. Il mondo è pieno di pessimi padri e pessime madri che vedono i figli come loro oggetti. Peggio come una sorta di continuazione dei loro progetti. Il figlio non è una persona, ma l'immagine di me stesso che ora può soddisfare le proprie esigenze e sogni. Così costringono i figli a studiare materie che per loro sono importanti, che decidono le amicizie, sempre con la scusa squallida di "averti dato la vita". Ecco costoro non sono genitori, ma piccoli e frustrati dittatori. Impediscono la crescita e l'autonomia della loro figliola o figlio che sia. Questo è un caso, ce ne sono tantissimi altri. Io credo che un figlio appartenga a chi li sappia educare, li ami, li sostenga per quello che sono: persone.
Il film è essenziale e ben bilanciato. Non trattiene nulla, ma non eccede nemmeno nel voler insistere su certe cose. Mostra in modo chiaro e limpido quello che succede all'interno/esterno dei personaggi. Attraverso di loro si critica la società giapponese, si suggerisce una possibile utopia ben presto spezzata dalle regole e dalla vita. Sopratutto non si enfatizzano i protagonisti. Essi compiono anche cose riprovevoli, vivono crisi dilanianti, eppure c'è della bontà in loro.
Che aggiungere? Di nuovo un bellissimo film da parte di questo immenso e straordinario autore.

Ps: Sì, pirlettta caro, ho visto anche tutti i film di Ozu.

SHIMMER LAKE di Oren Uziel

Oggi la maestra ci ha dato un compito: fate un film non alla "fratelli coen" ma come se foste voi i fratelli Coen. Senza H.
Ha vinto Oren Uziel con questo Shimmer Lake. Una coproduzione canadese- americana che narra la storia di una rapina finita particolarmente male e dei suoi effetti sui rapinatori.
 L'opera è strutturata in una serie di flashback che a ritroso ci spiegano cosa abbia portato alla morte dei rapinatori, e il motivo di fondo. Alcuni elementi giudicati non importanti in un capitolo, diventano fondamentali in quello successivo . di modo che non abbiamo mai la certezza di come siano avvenute le cose. Il protagonista è Zeke, lo sceriffo della piccola cittadina protagonista della rapina e relativi omicidi, l'uomo conducendo le indagini scopre che tra i rapinatori c'è anche suo fratello Andy, un piccolo e mediocre avvocato di provincia. L'uomo è stato coinvolto in un brutto affare con uno spacciatore locale rimettendoci la carriera. La rapina potrebbe cambiare la sua vita e quella dei suoi complici, tutti legati a una bruttissima storia che vide un bambino di soli cinque anni morire tragicamente.
L'unica persona che non ha superato il lutto è Steph, la giovane madre del bimbo. Ad aggravare la situazione vi è anche il fatto che ella sia sposata con Eddie, lo spacciatore locale e padre del bambino, colpevole della fine prematura dell'infante.
Il film ci mostra un gruppo di uomini stupidi, irrisolti,  mediocri, che cercano di rifarsi una nuova vita grazie ai soldi rubati in banca. Uomini decisamente squallidi che hanno dimenticato di aver negato giustizia a un bambino. Finiranno per ritrovarsi persi e imprigionati in un intrigo che li dividerà e porterà a galla rancori, rabbie,  una desolante rappresentazione del genere umano. Meglio di loro appare sopratutto Zeke, un onesto sceriffo che cerca di portare giustzia. Ma non è detto che sia davvero così.
Il film punta molto su un'ironia caustica, corrosiva ma che non sempre offre spunti interessanti. Come dicevo all'inizio di questa riflessione, Uziel copia lo stile e le tematiche dei Coen, però senza raggiungere quei livelli. Rimane, in ogni caso, un film assolutamente interessante. Perché anche in questa pellicola ritroviamo i temi della colpa, della punizione, di un possibile rimedio per rimettere le cose a posto, che però non passa per immacolate strade di purezza etica. Si vuol mostrare come siano piccoli e meschini, decisamente sciocchi gli uomini che fanno del male, si suggerisce la strada della vendetta come qualcosa di non giusto, ma unica punizione efficace contro la corruzione dei tempi e della società. Il tutto però con un tono ironico che a volte rende la pellicola depotenziata rispetto alla durezza di alcune situazioni. Il lutto per la morte del bambino, ad esempio, mi appare suggerito, ma non così deflagrante e potente come a mio avviso dovrebbe essere.
In ogni caso, una pellicola non brutta o mal riuscita. Pe chi ama il genere.

martedì 25 settembre 2018

SMALL TOWN CRIME di The Nelms Brothers

Mike Kendall è un uomo giunto al capolinea. Un alcolizzato incapace di dar un senso alla sua vita. Un tempo era un poliziotto.  Un tempo lontano che non riesce a dimenticare. "Saresti un buon poliziotto se non avessi problemi con l'alcol" gli disse il suo amico e collega prima di morire per colpa di Mike. Come già non pesasse la morte di un collega, Mike nel rispondere al fuoco contro il criminale di turno, uccide una donna innocente.
É la fine, lui pare accettarla. Non fa nulla per rimediare. Gli unici che lo sostengono sono sua sorella adottiva ( lui è stato adottato da piccolo da una famiglia di afro americani. Forse l'unico bianco in America dai tempi de Lo straccione) e il cognato.
Mike un giorno scopre per caso scopre una giovane donna ferita gravemente. La porta in ospedale, fa di tutto per salvarla ma non ci riesce. Per questo decide di occuparsi del caso. Vuoi per giustizia, vuoi per dimostrare agli altri e a sé stesso di essere un valido poliziotto, l'uomo si getta a capofitto nelle indagini. Come alleato trova il nonno della ragazzina uccisa. Costui paga Mike per avere l'unica vera giustizia che uno possa volere dopo una perdita così dolorosa: vendetta.
Infinite sono le vie per la redenzione e infiniti i casini che provochi quando cerchi di redimerti.  Non c'è un manuale che ti dica come far le cose per bene. Non ci sono preghiere giuste per un dio che abbia imparato l'empatia. Nemmeno un destino che ci dia la garanzia di un finale alla Frank Capra.
Nondimeno Mike decide di far la cosa giusta. Costi quel che costi. Anche perché nel frattempo vi sono altri morti.
Vittime che la società non vuole piangere e che le famiglie vorrebbero dimenticare in fretta. Tossiche, prostitute, vite che non meritano di esser protette e salvate.
Per questo Mike è costretto a collaborare con persone non proprio piacevoli. Ma chi se ne frega! Come diceva quel tale? " Il fine giustifica i mezzi" O i mezzi giustificano i mezzi? Boh, comunque: vale tutto per portare giustizia nelle vite delle persone colpite da un grave lutto. Per loro, per le vittime.
Il film fa questa variazione - i compagni di avventura del protagonista- che spostano il tema su un territorio più ambiguo.Non c'è un eroe senza macchia che con l'aiuto di qualche uomo di rispecchiata moralità salda i conti contro i cattivi di turno.
L'opera oscilla tra momenti d'azione, altri buffi e altri malinconici. Alla fine è "noir" visto da gente che fa cinema indipendente. Non sempre è garanzia di opere riuscite ma questa lo è.
Per tanti motivi, ma principalmente per il cast. John Hawkes ha il fisico giusto per l'eroe di questa storia. Un viso sofferto, un corpo teso.  Robert Foster pare che si sia affezionato ai film che abbiano nel titolo "small" o "crime", in questo film interpreta un uomo ricco che vuol vendicare la morte della nipote.
Niente di nuovo, ancora. Ci sono i cattivi che fanno i cattivi e un lurido mucchio selvaggio di eroi senza gloria che cercano di combatterli. Il ritmo non manca, come i riferimenti al cinema poliziesco degli anni 70.
Tuttavia non è troppo derivativo, seppure non brilli per originalità.
Il risultato è un buonissimo film di genere, con un buon ritmo e un protagonista a cui ci affezionerete subito.

sabato 22 settembre 2018

SMALL CRIMES di E.L. KATZ

Colpa.
Punizione.
Redenzione.
Questo è il passaggio obbligatorio per riparare ai tuoi errori, o per purificarti dai tuoi peccati. Lo so, non sono cose belle da sentire. Non ora. Non di questi tempi. Tu vorresti passare alla parte più indolore, subito.Ti capisco amico, davvero. Voglio dire, lo vedi anche da te, qui è pieno di bimbetti e bimbette che sono liberi/e di fare e dire tutto quello che vogliono. La loro soddisfazione e la loro voglia di trasgressioni sempliciotte va alimentata. Non parliamo più di responsabilità, di scelta. Figurati tutta quella storia sulla colpa. Colpa che puoi superare attraverso una punizione e poi sei pronto per essere perdonato. Questo vale per ogni nostro errore. Dal più lieve al più orribile.
Joe crede in questo. Si è preso la colpa, è stato punito con sei anni di galera e la perdita della sua famiglia, ora cerca la sua redenzione. Solo che c'è un piccolo problema: non esiste nessuna redenzione, amico.  Lo so dovremmo dirlo fin dall'inizio ma sai... Così ci divertiamo di meno. Joe tenterà di ritrovare l'amore delle figlie, di farsi accettare dalla madre, stare fuori dai guai. Ed ogni volta che pare farcela, stai pur certo che noi faremo in modo che le cose vadano male. Malissimo.
Penso che l'invenzione del libero arbitrio sia una cosa molto divertente. Ti scarichiamo le colpe dei nostri casini, quando- evidentemente ubriachi- vi abbiamo creato. Così per ridere, una idea brillante dopo una sbronza.
Bè, Joe ce la mette tutta. Non è semplice per un ex poliziotto - drogato e corrotto- riuscire a mettersi sulla strada giusta. Sopratutto se i tuoi ex complici ti trascinano con loro nel fango e gli altri ti vogliono morto.
L'uomo non ha più scelte ma solo illusioni. Trova una donna che l'ama ma quello che potrebbe sembrare una nuova occasione non ha gli effetti desiderati.
Il mondo è un piccolo paese dove tutti si conoscono. Un posto in cui la violenza e la morte non ti danno respiro. Sopratutto se sei un tipo debole , qualunque, se non hai un piano di riserva. 
Il film, tratto dal romanzo di David Zeltserman, narra la via crucis di un povero diavolo. In un mondo pressoché indifferente, dominato dalla violenza. Un mondo incapace di amare, che si abbandona alla vendetta e all'omicidio come rimedio per i danni fatti o subiti.
Come se noi umani fossimo delle pedine in mano al destino e a dio, i quali sghignazzano mentre noi ci illudiamo di trovare una salvezza.
Non c'è nulla di originale in una storia simile, ma c'è una lezione sulla sofferenza, sul dolore, sull'impossibilità di essere padroni delle nostre vite, eppure di come sia importante scegliere e battersi per dar concretezza alla nostra illusione di felicità.
Nel cast troviamo voti noti della tv e del cinema di qualche decennio fa, come ad esempio Gary Cole o Robert Foster ( davvero bravo in questo film). Joe invece è interpretato da Nikolaj Coster-Waldau, noto per la sua partecipazione alla serie Il Trono di Spade, ma che io ho amato moltissimo in quel piccolo e meraviglioso film che è Second Chance di Susan Bier.
In ogni caso, se le storie nere, gli anti eroi, dovessero piacervi... Guardate questo film, merita!