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venerdì 13 agosto 2021

La Ferrovia Sotterranea di Benny Jenkins

 L'estate scorsa mi trovavo a Cesenatico in compagnia di mia moglie, come è ormai mia abitudine vado a comprare dei libri nella libreria Pagina 27.  Tra i tanti ottimi volumi acquistati spicca, senza ombra di dubbio, uno splendido romanzo che narra la fuga verso la libertà di una giovane schiava africana. L'opera letteraria in questione è violentissima, epica, colpisce duro al cuore del lettore. Una specie di storia del vecchio West vista dal punto di vista della popolazione afro-americana. Colson Whitehead diventa immediatamente uno dei miei scrittori preferiti, da aggiungere ad altri nomi importanti tra gli scrittori afro americani. Ho una forte passione per le loro storie, in quanto la schiavitù, la discriminazione, le carcerazioni di massa, svelano il lato nascosto degli Stati Uniti. Un lato appena accennato da chi - giustamente dal suo punto di vista- pretende di celebrare una nazione e il suo ridicolo sogno, ma che in sostanza ci dice molto sulla natura oppressiva, violenta, feroce degli U.S.A. 


Quando un libro ti cattura, emoziona, sconvolge, hai sempre paura che l'adattamento cinematografico o televisivo, possa deluderti. Non tanto per via delle libertà che i nuovi autori si prendono, ma perché magari quel sentimento rabbioso e tenero, quella sottolineatura di un momento storico che si vuol dimenticare, l'urgenza di parlar chiaro circa certe cose, possa andar perso in ammiccamenti, strumentalizzazioni o sciatterie.

Per questo quando ho saputo che da uno dei miei libri preferiti, si stava traendo una serie tv, mi son sentito un po' teso. Perché essendo un'opera molto viscerale si potrebbe trarre un film d'azione, che punta a scioccare e un po' superficiale, oppure cadere nell'errore inverso: trattenere ogni cosa, esser glaciali, cerebrali.  Paure che sono svanite appena ho letto il nome del regista.


Benny Jenkins mi era garbato assai con quel film bellissimo- ma che non è piaciuto a molti, di cui tanti di costoro per me hanno i classici gusti da cinefilo medio che si sente un capoccione de sta cippa-  che è Moonlight. Qui ci ritrovo la stessa grazia nel costruire inquadrature di grande intensità. Certo è aiutato da una troupe di ottimi professionisti, vedi ad esempio il modo con cui si usa la luce, le filtrazioni luminose. Tuttavia Jenkins riesce a gestire benissimo la materia d'origine. Violento e brutale in alcuni momenti, quasi insopportabile per la ferocia con cui gli esseri umani seviziano e uccidono con gusto altri esseri umani, profondamente lirico e struggente in altri momenti.  Questi ingredienti sono ben cucinanti insieme e un sapore non predomina mai su un altro.  D'altronde ci viene mostrato un paese feroce, crudele, ma l'obiettivo è il nord. La libertà, la civiltà.



La storia è quella di Cora, giovane schiava che vive in una piantagione di cotone in Georgia. Sua madre anni prima è riuscita a scappare e non è mai stata ripresa. La sua vita cambia quando conosce Ceasar uno schiavo erudito e spirito libero. Dopo una brutale uccisione (uno schiavo fuggiasco ripreso viene scarnificato a frustate e dato alle fiamme quando è ancora vivo) e alcune violenze da parte del nuovo padrone, costei con Ceasar e una loro amica scappano dalla piantagione. Durante la fuga, l'amoca di Cora viene presa e la ragazza per difesa è costretta a uccidere un ragazzino bianco. Cora e il suo collega di fuga usano una ferrovia sotterranea che si muove attraverso gli stati del sud direzione nord, per scappare. Sulle loro tracce c'è un abile e feroce cacciatore di fuggiaschi, il quale si muove sempre in compagnia di un bambino afro americano, suo fidatissimo aiutante e "figlio".

Nell'arco sia della lettura, che della visione, vi saranno tantissime avventure, spesso dolorose e tristissime per Cora. Fino a un finale di possibile, fragile, speranza.


Questa è una di quelle serie che a mio avviso andrebbero viste. Per la sua pulcretudine tecnica, di abbacinante lirismo, per la durezza di alcune situazione, per un meraviglioso monologo in cui il cattivo spiega cosa sia il Destino Manifesto e le origini degli Stati Uniti.  Io ve la consiglio.

martedì 7 gennaio 2020

Pinocchio di Matteo Garrone

Qualche tempo fa scrissi un post o forse girai un video in difesa del romanzo italiano del 1800.
Parlando dei Promessi Sposi e dei Vicere cercai di far notare come la nostra produzione letteraria di quel periodo non fosse così povera, provinciale, risibile, ma al contrario ricca di opere e scrittori degni di nota. Certo in Russia, giusto per far un esempio, si pubblicano opere leggendarie capaci di porsi come basi per tutta la letteratura del periodo successivo, questo vale anche per la Gran Bretagna, tuttavia le nostre opere non sono da meno e a modo loro son riuscite a trovar un certo spazio anche fuori dagli italici confini. Un esempio è proprio Pinocchio, opera scritta da Carlo Collodi e pubblicata a puntate tra il 1881 e il 1882, col titolo di Storia di un burattino, infine pubblicata a Firenze nel 1883. Fa parte di quei libri per l'infanzia con  fini educativi tipo Cuore, oggi forse potremmo criticarli perché "moralisti e bigotti", ma vista la pochezza morale, etica, sociale dei nostri tempi, direi che pur datati sotto certi aspetti, i libri come Pinocchio sono ancora oggi importanti e fondamentali, perchè la loro bellezza va oltre alle polemiche e alle scemenze che si possano dire sul suo conto.
L'opera letteraria ha talmente tanto successo da conquistare lettori in ogni parte del mondo, diventando oggetto di adattamento cinematografico. Sicuramente il film d'animazione della Disney, lo sceneggiato Rai di Comencini, hanno aiutato molti giovani e giovanissimi lettori ad avvicinarsi al libro di Collodi, quello che importa è che una storia tanto bella e a modo suo commovente, trovi di nuovo spazio tra le produzioni cinematografiche (alle quali suggerirei di trasportare sullo schermo anche il romanzo per ragazzi e bambini del nipote di Collodi "Sussi e Biribissi) non tutte sono riuscite o memorabili, a me per esempio non è piaciuta la trasposizione di Benigni, ma dobbiamo dar atto che Garrone ha centrato in pieno l'obiettivo donandoci un film assolutamente bellissimo, in perfetto equilibrio tra il suo stile e il rispetto per l'originale.
La nuova versione ambienta la storia in un "non luogo" in cui un realismo sporco, misero,povero, convive naturalmente con la bizzarria di creature magiche, esseri surreali, come se facessero tutti parte di un unico universo, quasi sempre dominato dal grigio, in un tempo e uno spazio fisico e spirituale in cui ogni cosa par addormentata, sospesa tra il dormiveglia. La rappresentazione del paesino di Geppetto non lascia spazio a romanticismi di sorta. Le strade sono sporche e le case povere,  un posto abitato da bottegai avidi e poveracci. Tra questi si muove il buon Geppetto, interpretato benissimo da Benigni. Costui dona al personaggio una grande e toccante umanità, fa trapelare tutta la solitudine, tristezza, di questo uomo che troverà sollievo nella creazione di Pinocchio. Benigni sfrutta al meglio anche la sua presenza fisica. Nella bellissima scena iniziale, infatti, lo vediamo mentre cerca di ottenere un lavoretto presso un oste. In pochi minuti veniamo a sapere della sua condizione sociale ed economica e impariamo a volergli bene per la sua dignità che non sfocia mai in un insensato martirio o nella perdita di orgoglio. Garrone e Ceccherini, riscrivono il personaggio donandogli lo spessore di essere umano e non solo del padre del popolare burattino.
Il film ha una sua anima leggermente e vagamente dark, anche quando le scene sono ambientate sotto il sole, rendendo ancor più importante il messaggio dell'opera. Quasi una esortazione a esser curiosi, avventurarsi nel mondo, comprendere che la ricerca del nostro posto e della felicità ci porta a scontrarci con sofferenze e personaggi negativi, ma che la salvezza è sempre vicina, a portata di mano forse no, però abbiamo sempre l'occasione di ripartire e correggere i nostri errori. Ecco, errori.
In un certo senso mi garba pensare che la storia di Pinocchio sia quella di un personaggio che sbaglia tantissime volte, si mette nei guai per via di questi sbagli, ma non lascia mai l'amore, nel suo senso più alto e nobile, fuori dalla sua vita. Il fantasma della bambina, la Fata Tuchina, è simbolo di questo: amore, ma sopratutto perdono. Nonostante veda che Pinocchio si infili nei guai, non riesca a star lontano dalle tentazioni, sia troppo ingenuo per il mondo che lo circonda, ella continua a perdonarlo e ad aiutarlo, senza giustificarlo, ma amandolo.  Garrone e Ceccherini scrivono un'ottima sceneggiatura in cui ogni personaggio ha un lato di dolente umanità, anche il Gatto e la Volpe, per quanto farabutti, sono vittime della miseria e a modo loro formano una sorta di famiglia. Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini sono straordinari in questi ruoli.
Sono felicissimo del ritorno di un attore che ho sempre stimato come Massimo Ceccherini, a mio avviso quando trova un ottimo regista è capace di donarci delle performance assolutamente degne di nota. In questo caso, come ho già fatto notare, è anche co-sceneggiatore del film, ribadisco a costui i miei complimenti in entrambi i ruoli (che poi sai che se ne fanno dei complimenti di un semplice spettatore tuttavia credo possano sempre far piacere a chi ha dedicato tempo e vita per un progetto in cui ha creduto, per questo i complimenti valgano per tutti dal cast degli attori fino a quello tecnico) .
Pinocchio potrebbe sembrare un film diverso rispetto a quanto fatto da Garrone fino ad oggi, ma in sostanza riprende il discorso de Il Racconto dei Racconti, ponendo sul fantastico una visione personale e convincente.
Non resta che andarlo a vedere al cinema e lasciarsi conquistare e guidar per mano da Garrone e la sua ottima compagine di attori e attrici, ognuno/a capaci di donar qualche cosa al personaggio.

mercoledì 14 giugno 2017

La preda perfetta di Scott Frank

Il noir è il genere più pessimista tra tutti i generi cinematografici o letterari, ancora di più del melodramma- che spesso parla di grandissimi amori, per quanto sfortunati- o del genere horror- dove l'elemento paranormale ci permette di staccarci dalla visione, tanto son cose non vere.
Non che il noir sia verità e niente altro che verità, ma la forza con cui mette in scena un mondo perduto, sporco, crudele, senza pietà e riscatto per vittime e carnefici, tanto prima o poi gli altri siamo noi, è così radicale e radicata, messinscena o scritta con tanta ostinata rassegnazione da far apparire Leopardi uno spielberghiano ante litteram, citazione in latino a cazzo, ma va bene così.

Tratto dal romanzo del 1992, "un'altra notte a Brooklyn" dello scrittore Lawrence Block, il film è ambientato nel 1999, l'anno che portò alla fine il secolo e il millennio, anno in cui si parlava del Millenium Bug, anno che francamente è passato così, senza nulla di esaltante, a parte che tutti i cantanti dovevano per forza dire la loro sulla fine del secolo, in canzoni o dischi trascurabili.
La storia è sempre quella: un ex poliziotto, con problemi di alcol, ora si è in parte ripreso e tenta di vivere una vita normale. In passato, per fermare tre banditi, ha commesso qualcosa di orribile, che l'ha distrutto, ma ora, cerca di ricostruire una parvenza di normalità. Un giorno, un suo conoscente delle riunioni per alcolisti e drogati, lo contatta per un lavoro: scoprire chi ha ucciso la moglie di suo fratello.
Le indagini porteranno l'ex sbirro nei bassifondi della città e a lavorare per i trafficanti di droga, visto che i cattivi di turno, rapiscono, torturano, ammazzano in modo orribile, le mogli di costoro.
Qui si manifesta una regola del genere: cosa è la giustizia? Moralmente come la concepiamo? Certo le donne sono vittime innocenti di due mostri orribili, ma i loro mariti? Accettare i soldi di chi avvelena le vite di numerose persone, per soddisfare la loro vendetta o placare la loro paura, è giusto?
Il film rimane vago su questo punto, come è giusto che sia.
Per funzionare, deve anche aver degli ottimi personaggi, Qui ce ne sono almeno un paio. Il primo è inutile dirlo, è quel colosso irlandese che risponde al nome di Liam Neeson, il suo Matt Scuder entra di diritto nel pantheon degli eroi dannati del genere, perché non è una figurina ostentata come quelle di una celebre coppia di investigatori di una serie tv tanto nota e amata, quanto da me saggiamente detestata, ma è un uomo in lotta coi suoi demoni che alterna umanità a furia. Un personaggio che è pura rappresentazione del genere, ma credibile, toccante per certi versi. L'altro è quello del suo piccolo aiutante afro americano. Un ragazzino che è costretto a vivere da grande, con una bella anima sensibile ed artistica, il quale si affeziona a quel tizio che fa un lavoro così avventuroso come il dectetive privato, senza licenza.
Altra cosa importante: i cattivi. Devono essere l'emblema, il paradigma perfetto del male, e questi due assassini sadici, feroci, automi senza anima e colpa, sono meravigliosi; fanno paura e suscitano odio, voglia di vendetta
Terzo elemento: non c'è giustizia, ci si limita alla vendetta. Una vendetta quasi biblica, come se abbandonata ogni speranza, ogni appiglio istituzionale, sprofondati nella feroce solitudine che avvolge vittime e carnefici, che tanto prima o poi gli altri siamo noi, non rimanga che una giustizia altrettanto spietata. Il fine giustifica i mezzi e se per dare pace alle vittime dobbiamo superare i carnefici, ecco: siamo in pieno noir.
Scott Frank è uno sceneggiatore di tutto rispetto, tra gli altri rammentiamo Minority Report, che mostra anche mano sicura come regista.
Per chi ama il noir e le storie "dure", accomodatevi: niente originalità, ma cinema di genere robusto e ben fatto



lunedì 19 ottobre 2015

SUBURRA di STEFANO SOLLIMA

Anno davvero memorabile, codesto 2015. Tantissimi i film degni di nota, da rammentare, portare con sé, visioni che ci hanno commosso, divertito, terrorizzato, ammaliato, davvero molte. Tra queste anche un buon numero di pellicole italiane. Assai diverse tra di loro, che però ci fanno capire quanto di buono siamo ancora in grado di fare. Nonostante rosiconi, parolai a perdere e gente così. Non ascoltiamoli né leggiamoli. Parla la qualità delle pellicole che abbiamo visto. Conta solo quello. 
Credo che i segnali buoni siano quelli che ci mostrano un'industria che diversifica i prodotti in uscita, tenendo sempre conto che ogni nazione, per indole e tradizione, è naturalmente portata a un genere, che poi non è altro che una visione della vita e del modo di viverla. Noi italiani siamo commedianti. Tragici e cialtroni, ma sempre commedianti. Questo non vuol dire che non sia possibile fare altro. Abbiamo avuto e abbiamo ancora oggi grandissimi autori. E artigiani di lusso. Altro che rozzi mestieranti e i loro momenti di gloria postuma, assolutamente ridicoli.
Il cinema di genere richiede una grandissima professionalità messa al servizio di un prodotto di alto spessore tecnico e di grande impatto emotivo. Non è terra per far soldi in fretta e furia, con approssimazione, pressapochismo, truffando e sporcando la visione, quindi l'emozione di uno spettatore. Troppi i furbi che hanno girato pellicole orribili, giusto per incassare i quattrini e scappare. Questo modo di fare uccide il cinema e il cinema di genere è una componente importante per la nostra arte preferita. Per questo non possiamo che esser felici quando in regia non c'è un pirla, ma un grandissimo autore come Sollima.
D'altronde il padre era un ottimo uomo di cinema. Quante pellicole davvero immortali e notevoli, come "Faccia a Faccia", "Revolver" e tante altre ancora, abbiamo visto ed amato.
Non è detto, però, che esser figli di un grande regista aiuti. Non è solo quello. Stefano Sollima è bravissimo di suo. Un ottimo professionista, uno che sa come girare, cosa mettere, quando staccare e quando colpire. Non c'è mai nulla di gratuito o immotivato nelle sue opere. Violente, certo, ma mai ciniche, mai cattiviste da happy hour, c'è dolore e sofferenza. Una visione amarissima della vita. Ma a modo suo anche etica e morale. 

Suburra  è così.

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Tratto da un libro scritto da Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, la pellicola è un canto funebre, un fiume in piena che travolge le persone, le loro vite e la nostra fragile Nazione. Opera nerissima, non soltanto per il bellissimo campionario di fascisti e post fascisti che vediamo agire tra criminalità e politica, ma sopratutto per la visione profondamente amara che offre del paese e dei suoi abitanti. Certo, il rischio di un discorso qualunquista, del " tutto un magna magna", dell'insistere su un solo aspetto e cercare di renderlo universale, c'è. La bravura di Sollima è proprio questa: arrivare al limite e ritirarsi prima di precipitare.
Perché possiamo anche avere un'idea diversa sulla nazione e sugli italiani, possiamo dire che non tutto è Suburra e i suoi personaggi, che esiste anche una nazione più sana, pulita, persone decenti. E nello stesso tempo amare profondamente codesto film. Sia da un punto squisitamente cinematografico, azzardo " tecnico", che per altre ragioni. Tipo farci partecipare emotivamente a certe scene. In particolare, per me, l'ultima che vede in azione un ottimo e superbo Elio Germano.

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L'opera continua il discorso iniziato con quel film eccellente, importante, a suo modo particolarissimo e innovativo che è stato Acab, che forse preferisco un pelino di più o forse no, forse sono talmente belli codesti films che non ha senso dire: meglio uno, meglio l'altro. Meglio sto cazzo, direbbero i protagonisti di Suburra.
Indagine sul Male nella nostra Nazione, che dilaga, si infiltra in ogni posto. Sguardo sghembo, obliquo, tra morale e "tipi" da cinema. Però senza mostrare nessun trucco, senza dirti: va che cito un vecchio film con Merli, no ora ti sto citando la frase di quel poliziesco dei 70, nessuna di codeste cazzate post citazioniste che tanto ci hanno rotto le palle. O, meglio, se ci dovessero essere, ben inserite, senza che distolgano l'interesse sulla trama e i personaggi.
Sollima ama contaminare, mischiare,genere purissimo e potente con argomenti di cronaca. Contaminando e sporcando la realtà con il cinema. Non è come spesso accade: cioè il cinema che deve correre a presso alla realtò, ma è essa a esser manipolata, devastata, scomposta, resa presenza di fondo, per esaltare la violenta discesa negli inferi dei personaggi. Non è cinema di denuncia o politico in senso classico, non ha nulla a che fare con esso. Ma lo usa come pretesto per fare un discorso alto sul modo di fare cinema di genere. Questo modo di concepire il cinema lo rende regista unico a livello nazionale e forse non solo

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Film che funzione come storia, come regia, e come interpretazioni. Ha un cast davvero notevole. Alessandro Borghi, l'abbiamo visto nel bellissimo film testamento di Caligari : Non esser cattivo. Pellicola che qualcuno potrebbe aver la tentazione di paragonare con questa di Sollima, ma farebbe un grosso e grossolano errore di giudizio e comprensione dei due films. Profondamente diversi, entrambi a dir poco meravigliosi. Qui Borghi riveste il ruolo di un boss giovane, rampante, violento, una sorta di Tony Montana di Ostia, con una sua banda di fedelissimi tra i quali spicca la sua donna: una magnifica, memorabile Greta Scarano. Meravigliosa angelo tossico della morte e della vendetta.
Certo, appena vediamo il personaggio di Borghi sappiamo che fine farà. Come la storia dell'onorevole che rimane invischiato in uno scandalo sessuale, è già vista e rivista. Ma sbagliamo se ci dovessimo fermare a questo.Perché sono le regole del genere "noir-poliziesco". Si parte sempre da quei due o tre temi, ma bisogno vedere non tanto il cosa, ma il come si mostra, si narra, si mette in scena. Qui siamo ai livelli di Sicario, non tanto di "un cinico, violento, infame ". Per fortuna, direi.

Film apocalittico? Certo. Dall'onorevole con un passato nell'estrema destra, a Samurai, bravissimo Amendola, fino alla banda di zingari che terrorizzano la città, ai nuovi boss rampanti, all'escort, tutti sono animali braccati dal loro destino. Colpiti e affondati dalle loro responsabilità. Dal loro senso di onnipotenza, dalla loro idiozia e vigliaccheria, in certi casi. Eppure non sento nemmeno un discorso moralistico, pesante, di condanna a priori. Momenti di umanità attraversano quasi tutti. 

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Film che fa male, perché impone anche una riflessione su come siamo finiti. Ma non da ora. Da quando si è permesso che si usassero le maniere forti contro operai e studenti in piazza, ma non contro i signori della droga, della morte. Quando per paura, convenienza, abbiamo taciuto e guardato oltre, quando si è votato a cazzo di cane, che tanto la democrazia è solo una crocetta, non un progetto politico. Anzi, la politica fa schifo,ma se abbiamo bisogno vai a far la fila dal politico, per un favore. Come vai da un boss, o un prete.. Popolo che vede eroici i criminali e coglioni gli onesti. O che rigurgita giustizialismo grossolano, o garantismo opportunista e cretino. Sotto un temporale, che dovrebbe anche evocare un castigo divino. Ma pure dio si è rotto le palle di noi. Dimenticati in eterno.

lunedì 26 gennaio 2015

LA DONNA DI SABBIA di HIROSHI TESHIGAHARA

Davanti ad alcuni film non puoi fare altro che alzare la bandiera bianca.  Riconoscere la tua pochezza da "recensore" ,e lasciarti trasportare dalla potenza delle immagini ,della storia, delle possibili chiavi di lettura.
Esattamente come succede con questa magnifica pellicola nipponica, film d'avanguardia, sperimentale,disturbante e inquietante in più parti. Quegli oggetti filmici dalla doppia natura, strani, difficili da etichettare e catalogabili, spiazzanti.

La donna di sabbia.png

Alla base del film vi è un romanzo di inizi anni 60,  che cercherò di recuperare al più presto, che racconta la storia di uno scienziato, studioso del meraviglioso mondo degli insetti, il quale si trova in vacanza in una zona isolata del Giappone. All'inizio lo sentiamo mentre pensa alla vita quotidiana delle grandi città,a come vorrebbe evadere da tutto e tutti, perso in questo pensiero non si accorge di aver perso anche l'ultimo bus verso la città. 
In suo soccorso arrivano due uomini di un villaggio vicino,i quali gli consigliano di passare la notte in una sorta di depressione con all'interno una casa abitata da una donna.  L'uomo all'inizio non si rende conto di esser vittima di una trappola, ascolta la storia tristissima della giovane donna , ( ha perso marito e figlia ingoiati dalla sabbia, sostiene), si gode un po' di riposo. Poi all'indomani quando vuole uscire dal quel buco gigantesco , si rende conto di non aver vie di fuga. Intrappolato, non si sa fino a quando, con quella donna in quel maledetto posto. La sua prima reazione è rabbiosa, poi con il tempo....

 

Il senso di claustrofobia, di implacabile condanna, di paranoia, ti assale per tutta la durata del film. Sottile, graffiante, l'opera riesce a metterti a disagio di fronte alle disavventure del professore e alla vita durissima della donna. Non mancano nemmeno i tentativi di tenerezza, di creare un rapporto,che affiorano sopratutto nel finale. Ti chiedi: ma è una vera trappola? O una condizione anche favorevole, un nuovo modo di ricominciare a vivere?
L'uso della sabbia che scivola, si insinua in ogni posto, riveste i corpi dei protagonisti, crea un senso di soffocamento,isolamento, assolutamente apocalittico ,cupo,disperato. Tanto che il finale è assai ambiguo: una nuova rinascita, ( l'uomo vuole costruire un sistema per portare l'acqua a tutte le case come la sua, si è affezionato alla donna, peraltro incinta, e vuole sapere come sta ), o una discesa senza ritorno nella follia?


Il film è superbo, non solo per la storia che si apre a diverse chiavi di lettura ( metafora sul rapporto capitalismo- essere umano e relativa disumanizzazione di questo ultimo, visto che il professore e la donna lavorano per gli abitanti del villaggio dando a loro la sabbia che poi costoro rivenderanno a costruttori edili privi di scrupoli. O un discorso allegorico,simbolico, sulla prigione scivolosa dei sentimenti , dei rapporti umani?), ma anche per il suo montaggio che riprende la lezione del miglior cinema europeo e sovietico,per la regia fatta di inquadrature marziali, fisse, di rara potenza fisica, e di movimenti della macchina da presa impeccabili. Anche la musica gioca un ruolo fondamentale , in quanto è merito suo la riuscita dell'atmosfera inquietante,disturbante, alienante di codesto immenso capolavoro.

giovedì 22 gennaio 2015

COLAZIONE DA TIFFANY di BLAKE EDWARDS

Di fronte ai classici,a film leggendari, cosa possiamo inventarci ? Cosa possiamo scrivere di talmente interessante o nuovo che non sia già stato detto o fatto? Penso nulla. Questi post sui classici servono , più che altro, come una sorta di pausa- rimpatriata- momento di condivisione delle nostre emozioni e ricordi.
La prima volta che vidi "Colazione da Tiffany" ero un cucciolo di occhialuto in piena pubertà. Rammento che apprezzai il film, sopratutto le parti più leggere, non fu uno schock di quelli che ti cambiano la vita, ( quello è successo con Bianca e con Paris, Texas),ma mi piacque assai ed ebbi per moltissimo tempo un lieto ricordo di codesta opera.
Avvertivo una certa fragilità e malinconia nel personaggio di Holly e sopratutto adoravo che lui fosse uno scrittore. Che bella professione,che bella vita! Pensavo all'epoca.

Audrey Hepburn esmorza al Tiffany's.bmp.jpg

Così per molto tempo ho pensato a questo film, ogni tanto leggevo qualche recensione, se cazzeggiavo su youtube,magari mi cercavo qualche scena. I capolavori e i classici fanno questo: sconfiggono il tempo, le mode, i facili entusiasmi. Questi tre elementi per i marrani di ogni risma che pretendono di far "critica", ( popolare,post citazionista, pulp pure troppo),invece sono fondamentali ma in senso contrario: il capolavoro è tale dopo l'accensione delle luci in sala. Tutto è immediato, spontaneo,veloce. La morte della riflessione, della pacata analisi,del vedere e rivedere per consolidare o riscrivere un giudizio,è pressoché scomparsa . Sono i tempi, va bene così . Pazienza.

Colazione da Tiffany è chiaramente un capolavoro.  Dovremmo scrivere pagine su pagine circa il lavoro di un Blake Edwards, uno di quei grandissimi autori- artigiani di lusso, che hanno fatto la storia di Hollywood e del cinema non solo americano. Mi viene nostalgia di quel periodo! Anche le produzioni dedicate al grande pubblico si basavano sui personaggi e le storie. Tutti i films erano costruiti secondo codesta regola: una bella storia girata più che bene. Uscivi dalla sala con la voglia di innamorarti o di conquistare il mondo. Oppure angosciato per le derive esistenzialiste, esaltato dalle battaglie di algeri e cosi via.
Dopo il bacio sotto la pioggia , presente in questa pellicola, sfido chiunque non senta il bisogno di innamorarsi o di baciare la propria dolce metà. Oppure in mancanza di altro: svegliarsi alle 6 di mattina e cantare " Mooon riveeer"



Secondo Wiki, ( non prendo idee da altri e le spaccio per mie oh!), ci furono dissapori tra Truman Capote , autore del libro da cui è tratto il film, e la casa di produzione. Lui voleva a tutti i costi Marylin Monroe e invece scelsero Audrey Hepburn, ( facendo benissimo benissimo in modo assurdo,direi. Vero anche che a me la Monroe non mi piace più di tanto),portarono sostanziali modifiche alla storia e in particolare il finale: da una parte un finale pessimista e dall'altro un capolavoro di romanticismo e bellezza abbacinante.
Cose che capitano spesso tra autori, giustamente gelosi della loro opera , e cinematografari , i quali sanno che devono vendere un prodotto a un pubblico vasto e quindi rassicuriamolo,ma va bene anche questo. Oltretutto se il risultato finale fosse un'opera memorabile e amatissima come questa, che ci sarebbe di male?



La storia la conosciamo bene: Holly e Paul si incontrano per caso, in quanto abitano nello stesso palazzo , nasce un'amicizia basata su due caratteri opposti in alcune cose,ma tanto uniti da una vita che dietro alla luce delle feste e del "far l'artista",nasconde una tragica malinconia e insoddisfazione. Lei fa la modella e la escort di lusso, gioiosa e allegra,per difesa e distacco, alla ricerca di un milionario che la sposi. Carattere indipendente, amante del lusso, ( trova la pace solo andando a far visita alla gioielleria Tiffany),è in realtà una povera ragazza di provincia che ha tagliato con il passato , una donna sola . Lui dice di fare lo scrittore,ma in sostanza è un mantenuto. Molto più posato di lei, si difende con un labile cinismo di facciata,perde tempo vivendo alla giornata, fingendo di scrivere il nuovo libro. Dietro la loro esuberanza, i loro discorsi,entrambi nascondono un vuoto esistenziale pauroso, un bisogno assoluto di avere una persona accanto,di condividere amore e vita insieme.
Ci metteranno quasi due ore per scoprirlo e a me questo happy end piace assai. E che cazzo! Io lo pretendo il lieto fine, pretendo che trionfi l'amore , che ci sia un minimo di giustizia e umana pietà per certi personaggi. E in questo caso ci sta e anche tanto.
E ora tutti a cantare Mooon Riveeer

mercoledì 21 maggio 2014

PADRE PADRONE di PAOLO E VITTORIO TAVIANI

Rapporti di forza. E lotta di classe. Lo so,sono anni che ci spiegano che viviamo nella società liquida, interclassista, che abbiamo superato quel tipo di scontro,ma nella realtà c'è sempre qualcuno o qualcosa che schiaccia sotto il peso del suo potere d'azione o economico fasce di popolazione.
Il rapporto di forza regola la nostra vita da sempre e così anche il giusto istinto a scardinarlo,ribaltarlo. Si potrebbe quindi parlare anche di lotta di classe fra le mura domestiche?
Credo di si. E si ha quando la giusta autorevolezza,la disciplina e l'organizzazione collettivista e condivisa , diventa bieco strumento di repressione del singolo più debole in quel dato momento.


Padrepadrone-1977-01.png

Padre Padrone , prima di esser quel capolavoro di film che è, prima di vincere la palma d'oro a Cannes nel 1977, è sopratutto la vera storia di Gavino  Ledda. Una storia durissima , di violenza ed umiliazioni subite prima di tutto in casa e in montagna ad opera dal padre, poi da una società che si maschera e giustifica dietro le "tradizioni", il fato che ci impedisce di cambiare,la rassegnazione al peggio.
Libro davvero bellissimo,che consiglio di leggere . Lo rileggerò perché è passato tanto,troppo tempo. Il film amplia il messaggio e diventa rappresentazione di un sistema patriarcale,della condizione disumana e di prevaricazione che si apre all'interno delle classi meno abbienti,togliendo quel fastidioso romanticismo populista che ha preso piede anche e purtroppo in certa ultrasinistra poi quasi tutta finita tra grillismi e minchiate .Cioè l'idea di un Popolo sfruttato e unito che dal basso si ribellerà al padrone di turno.Non è affatto così, perchè - e lo mostra bene il film e anche il libro- l'isolamento e il radicamento di vecchie regole reazionarie e oscurantiste,mantengono il povero in uno stato di solitudine rabbiosa verso l'esterno e di angherie per scaricare frustrazione e incapacità di comunicare sentimenti negativi all'interno.


Gavino viene strappato dal padre alla scuola. All'età di sei anni si ritrova a dover badare alle bestie. E a subire una serie di violenze da parte paterna.tra l'indifferenza più o meno velata dei famigliari. I Taviani girano il film con uno stile che prende molto dal documentario ,ma piegandolo a un visione del cinema decisamente raffinata- la sequenza della bandiera italiana che dalla caserma vola sulle terre natie di Gavino, simbolo di uno stato presente solo come simbolo e nulla più- usano il suono per creare smarrimento allo spettatore durante le giornate in montagna del bimbo Gavino.

Opera quindi glaciale,anti retorica, di apparente distacco,in realtà racchiude un furore forte contro tutto ciò che è reazione, che opprime non solo il singolo,ma una intera classe,intere fasce di popolazione . Perchè non è solo la storia di un individuo,ma di un Popolo. Questo è molto chiaro nel film


Ed è anche la storia di come non si possa chiuder fuori il mondo,che arriva in forma di musicisti girovaghi e quindi l'amor per la musica, o per il servizio militare dove Gavino incontrerà un amico che lo aiuterà a studiare, ad uscire dall'analfabetismo, a prender prima la licenza elementare,poi a diplomarsi,fino a che riuscirà a laurearsi,ad affermarsi diventando anche professore nella vita reale.
Ma non è una storia di riscatto all'americana,dove il singolo ce la fa nonostante tutto,qui c'è l'intervento del mondo esterno,di un amico sincero,oltre che la volontà del singolo.
Gavino lascerà quindi l'isola scriverà libri,girerà anche un film Ybris,ma non avrà vita facile La sua infanzia lo  tormenterà anche dopo,ma l'affermazione di se come individuo al di fuori della reazione secolare,si sarà definitivamente affermata.

Infine una menzione speciale per la partecipazione di Nanni Moretti, un piccolo ruolo quello del soldato che farà amicizia con Gavino e lo aiuterà ad uscire dall'analfabetismo.

domenica 22 dicembre 2013

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY di BEN STILLER

Facendo i conti, ( e il fatto che io mi azzardi a farli , vista la mia proverbiale ignoranza in fatto di matematica, significa che ci son in ballo cose serie eh), se io avessi parlato, se mi fossi dichiarato, (invece di fantasticare su questa cosa), probabilmente ora avrei serissimi problemi di bigamia.
Invece ho passato la mia vita a pensarle queste cose. Alla fermata del bus, tra i corridoi asettici dei centri commerciali,dovunque ,io a un certo punto mi staccavo da tutto e pensavo ad altro.
Conquistare la mia bella, essere una rockstar come Chris Robinson e Bobby Gillespie , o un famoso scrittore. Si mi facevo anche le interviste allo specchio.Man forte me lo ha sempre dato qualche libro e film, ma tipo che spesso immaginavo di salire sulla nave dove stavano uccidendo Bess e salvarla . Cioè,lo sapesse Lars che gli ho cambiato il finale del suo capolavoro.
Sogniamo tanto perchè ci sentiamo o sentivamo incapaci di influire sulla vita reale. E non si tratta della fantasia epica,forte di un artista,ma di quella alla buona di uno che è troppo timido, che vuole nascondersi,insomma di queste persone qui.
C'è poco fuori  e quel poco se vedi , bè c'è la fila dei prescelti. Quelli li non sognano,non immaginano,sono troppo imbecilli,ma ce la fanno . Qui e ora.

La vita scorre così, vero caro Walter Mitty? C'è questa donna che ami, lavora nella tua azienda,ma tu che fai? La vuoi contattare su uno di quei siti d'incontri. Che triste vero?Mi dicono che viviamo nella parte migliore del mondo e abbiamo così tanti problemi di relazione, di concretezza, non so..Bè, fatto sta che tu pensi di contattarla in quel modo. Ma in realtà non farai un cazzo.
E ti perdi nei tuoi sogni ad occhi aperti, dove sei un eroe. Conquisti lei, bastoni quel pirla , quel cretino del nuovo arrivato. Sai il barbetta pirletta,quello che in nome del progresso e del modernismo,trasformerà Life da rivista in carta a rivista telematica, o come cazzo si dice..Insomma non più in edicola,ma su internet. Il che vuol dire:licenziamenti , professioni cancellate.

Ecco , a volte trovo che vi sia un'amarissima voglia di ironia nella vita. Come mai dei coglioncelli, che da noi chiamiamo manager- è la stessa cosa, cioè questa deve essere la traduzione inglese- hanno così tanto potere e possono permettersi il lusso di distruggere risorse con le loro trovate da mentecatti? Lo pensi anche tu Walter visto che al barbetta tanto pieno di sè,ma cretino come pochi, dedichi alcuni simpatici pensieri guerreschi e beffardi.

Fatto sta, che mentre noi pensiamo quelli agiscono. E cambiano,influiscono, modificano le cose. Noi abbiamo pensieri stupendi e idee brillanti,ma sono fantasie. Ci sentiamo inadeguati, incapaci di saper davvero gestire la nostra vita. La solitudine fa il resto. E non è detto che si debba essere soli in modo totale. Hai pur sempre madre e sorella, che peraltro ti vogliono bene, hai un collega di lavoro da 16 anni
Eppure passi inosservato, passi veloce per il corridoio del dimenticatoio,di quelli che saluti ogni giorno magari,ma che poi ti ritrovi a dire: ma chi è? Esiste davvero? Oppure esce dai tuoi pensieri e morta lì.



Walter Mitty è uno di quello che si è rassegnato, che rinuncia, che fa un passo indietro. Cerca una sorta di fantasioso riscatto in improbabili sogni di rivalsa sulla vita Ed è un peccato,perchè noi mitty siamo davvero fantastici. Solo che non lo sappiamo o tendiamo a non farlo credere agli altri.

Così proprio mentre il nuovo pretende di far scempio della leggenda Life, e i barbari in doppiopetto e con la barba curata scendono in campo per portare avanti il loro lavoro di merda, che succede? Un regalo.
A te Walter. Tu che danni vivi la tua vita di lavoratore metodico in archivio negativi,uno di quei lavori fatti dalle maestranze, da gente invisibile.Ma il più grande fotografo della rivista si è ricordato di te e ti ha consegnato i suoi ultimi scatti.
C'è un particolare, tra quegli scatti c'è il negativo che verrà usata come ultima copertina di Life.

Oh,ecco intervengo per dire che sono messo male! Già per questa scena mi sono commosso,ed è una cosa che riguarda questi tempi. Cioè, qualche anno fa magari no. Insomma,è la sorpresa che hai quando scopri,mio caro mitty, che oh..ma stanno pensando a me!!! Si, si , sono proprio io !



Sai è qualcosa che ti scuote e ti culla, non è che poi tu cambi dalla mattina alla sera,ma è come una rivelazione. Se mi pensa uno, vedi che ho qualcosa che piace,che si lascia ricordare..E diventi meno invisibile.
Che poi a parte entrare nelle docce del dormitorio femminile , non è che serva a molto.

E così per Walter comincia suo malgrado una nuova vita. Non dico migliore o peggiore, non dico nemmeno cosa nasconde quel 25 scatto, non dico cosa dovrà fare per recuperarlo e tutti i beffardi scherzi del destino, ma ti dico solo una cosa: vale la pena.
Ma mica per dimostrare agli altri chissà cosa, solo per te. Per valorizzarti, boh..So solo che talora vale la pena,pensare che non siamo mai soli. Anche se credi che sia così. Anche se pensi che mica sei così tanto importante, c'è sempre qualcuno che ha simpatia per te e riconosce , fra tante firme importanti e uomini di potere, in te, nella tua modesta e piccola vita,qualcosa di prezioso.



Non sono quindi i colorati e movimentati sogni al centro del film, non è una pellicola fracassona, no. Non solo meglio direi.
Una splendida opera, un  meraviglioso lavoro, un ottimo film, questo si. E non perchè ci dica cose particolarmente innovative, no. Però sono quelle pellicole che mentre le guardi ti senti  a casa. Compreso, capito, dici: eh ,si! Anche a me.
Stiller si dimostra un buon regista, sia nelle scene movimentate che in quelle dove sottile passa malinconia,disagio, abbandono, certezze e amore. E come attore,ma cosa dobbiamo dire?
Io lo lovvo da tanto tempo. E qui offre una bellissima interpretazione



E alla fine dici: cosa succede? Perchè vedi i provini, detti anche trailers , delle nostre commedie. " Tutta colpa di Freud", il ritorno dei Vanzina, e robe varie. E ti cade il mondo! Ma cazzo uno, dicasi uno, che sappia fare commedie di questo tipo? Uno che non sia un assassino di ovvietà, di brutta recitazione, di storie cretine , uno che voglia fare commedie come cazzo si deve in Italia? Siamo riusciti a debellare e distruggere il genere di maggior successo nostrano,quello dove abbiamo dato vita a capolavori immortali.
Da noi si pensa di fare ridere usando una lesbica che torna eterosessuale ( sigh! ) come scusa magari di far vedere che siamo di larghe vedute, seee, da noi campiamo su odiose gags regionalistiche e personaggi squallidi di piccoli e medi borghesucci idioti e reazionari.
 Dobbiamo imparare da un americano, ( e sta cosa da anti americanista professionista mi fa incazzare il doppio); perchè vero che ne fanno di cagate, ( e ieri sera tra the butler una puttanata colossale  e un drammettino famigliare con la streep e la roberts,c'era l'imbarazzo della scelta per l'ammmereggganata de mmerda 2013-2014), ma hanno anche autori che sanno fare un ottimo film medio. Commedie malinconiche,divertenti,ben fatte.

Come questo film che ci dice poche ,ma vere cose: non siamo mai soli, guardandoci intorno forse noteremo qualcuno che da anni ci ammira, ci vuole bene.E allora forse invece di perderci in sogni irrealizzabili,è meglio piano piano cercare di aprirci agli altri, e vivere come meglio possiamo

mercoledì 12 giugno 2013

IL BUIO OLTRE LA SIEPE di ROBERT MULLIGAN

Amo i film in bianco e nero. Si,lo so il colore offre tante sfumature e la nostra vita è a colori quindi...Però a mio modesto avviso nulla sa creare un 'atmosfera simbolica,emblematica,dare pathos alla recitazione  e al film come un buon uso del bianco e nero. Se fossi un regista farei film senza usare il colore. E poi mi piacciono le storie che parlano di noi,del popolo, di quello che accade nel nostro mondo. Ce ne sono talmente tante di cose da narrare che mica dobbiamo per forza "evadere",va bene anche fermarsi ,guardarsi intorno e notare quanta grande narrativa esiste dietro la vita dei vicini di casa,della gente in metropolitana e così via. Prendi la mdp e sbattila in faccia alla gente,lascia che si abituino e poi vedi che avrai un film a portata di mano:ricordi,emozioni,rancori,amori,odi,dolori,gioie,mica devi fare altro.
No,altro devi farlo..metterci un pizzico di suggestione, un momento in cui il mezzo rimanendo pur tale, si mette al servizio di una storia ordinaria. Il reale filtrato con l'illusione della tecnica,ecco cosa è il cinema per me.
Un grandissimo esempio di tutto questo è questo immenso capolavoro,questo film di assoluta bellezza che è :Il buio oltre la siepe.
Credo che il cinema americano dal dopo guerra fino alla metà degli anni 80 abbia dato grandi pellicole da amare e portare con sè ,come esempi fulgidi di Cinema puro e ricco di sfumature sociali e umani,poi il crollo nel reaganismo e nello stuporismo a buon mercato,ma prima...
Influenzato dalle nuove correnti cinematografiche europee e mondiali,dallo stile in netta rottura con le tradizioni,uscito con rabbia dal maccartismo,ecco che anche Hollywood si sposta verso terreni prima d'ora del tutto inesplorati e a far conto con le problematiche di una società non proprio da sogno,come gli americani avevano sempre creduto,gli omicidi di Kennedy,King,Malcolm X,la guerra in vietnam e altro minarono il placido conservatorismo e la bacata idea di eroe ,stucchevole,manierato,tipico di Hollywood.



L'America si guarda con meno simpatia e giustificazionismo,d'altronde come dicevo, molti di quei registi hanno notato che in Italia un gruppo di leggendari eroi ha praticato una delle più importanti rivoluzioni nel mondo dello spettacolo:il neo realismo.
Sai, vivo in mezzo ad esterofili talora anche ridicoli e quindi ti sentirai rispondere: che palle, dai presunti cinefili italioti, ma lascia stare, lascia perdere.  Il neo realismo è la vera e sana radice italiana, insieme alla commedia. Non ci sono cazzi e mestieranti che tengano.
Questo ha influenzato anche registi e attori americani che sentivano il bisogno di fare e dire altro.
Il buio oltre la siepe è una via di mezzo:è Hollywood ma riletta secondo la sensibilità nuova e urgente del periodo
Perchè il mondo comunque influenza pesantemente il cinema e gli altri mezzi artistici.Non ci sono cazzi,detto alla francese. Il paese era attraversato da contestazioni,movimenti per i diritti civili e altro.

Le origini di questo film meritano di essere ricordate. Un libro meraviglioso come sa essere la grande narrativa americana ,quando vuole , scritto da Harper Lee, la quale era anche lei figlia di un avvocato,ma di idee profondamente reazionarie e razziste, nel romanzo l'autrice ha creato il padre che voleva. Amica di  Truman Capote lo descrive come suo amichetto nel ruolo del bambino che ogni estate va nel paese della protagonista in vacanza di una zia. Il libro mette in evidenza personaggi come  la maestra e le vicine di casa in modo più preciso e irriverente,ed è per me una lettura imperdibile e fondamentale per ciascuno di noi
Vuoi sapere perchè? Il pregiudizio. Ognuno di noi ne ha uno,ognuno di noi deve lottare contro la sua parte reazionaria,quella parte negativa che impedisce al genere umano di progredire

Se la piccola Scout e il suo fratello Jam attraverso la vicenda del padre che difende un nero, Tom Robinson, ingiustamente accusato di stupro, scoprono con orrore la natura razzista, violenta, del loro paese, la vicenda di Boo parla di noi più quanto ci piaccia credere

Non siamo forse stati più o meno tutti portatori di leggende negative su persone che non conosciamo ,ma che abbiamo sentito dire siano strane. Strano...che cosa è strano?Normale per voi è uno che offende chi è dell'altra razza?O chi è gay,lesbica, o crede in altri dei o vuole altri tipi di regimi?Il provincialotto medio americano e  italiano che vive senza sapere , felice della sua enorme ignoranza umana è causa di dolori e sofferenze atroci da parte di chi ha un colore di pelle diverso o vive in altro modo.

C'era in quel tempo un tentativo di migliorarsi e migliorare la società. Oggi va di moda il cinismo, il cattivismo, c'è gente che non ha nulla da far di meglio che rompere i coglioni e insultare attraverso il loro esser troll di merda altra gente.
C'è una bassezza morale,etica,umana clamorosa e viene accettata o criticata blandamente

Il buio oltre la siepe ci ricorda questo:superare la rozza rabbia, il pregiudizio,l'odio insensato e siocco,e scoprire gli altri. Non è perdonismo o giustificazionismo alla cazzo di cane, esistono categorie protette e che non devono esser criticate,ma questo fa parte della vita.

Una pellicola fondamentale, un libro importante, personaggi memorabili e grandi interpretazioni da Gregory Peck a una bravissima Mary Badham, sorella del celebre regista John,fino al debutto di Robert Duvall.

Il cinema che amo:quello che ci mostra la nostra storia e realtà e ci dice che possiamo anche essere meglio di quello che una sorta di maleducata apatia e frustrazione ci rende.