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venerdì 13 agosto 2021

La Ferrovia Sotterranea di Benny Jenkins

 L'estate scorsa mi trovavo a Cesenatico in compagnia di mia moglie, come è ormai mia abitudine vado a comprare dei libri nella libreria Pagina 27.  Tra i tanti ottimi volumi acquistati spicca, senza ombra di dubbio, uno splendido romanzo che narra la fuga verso la libertà di una giovane schiava africana. L'opera letteraria in questione è violentissima, epica, colpisce duro al cuore del lettore. Una specie di storia del vecchio West vista dal punto di vista della popolazione afro-americana. Colson Whitehead diventa immediatamente uno dei miei scrittori preferiti, da aggiungere ad altri nomi importanti tra gli scrittori afro americani. Ho una forte passione per le loro storie, in quanto la schiavitù, la discriminazione, le carcerazioni di massa, svelano il lato nascosto degli Stati Uniti. Un lato appena accennato da chi - giustamente dal suo punto di vista- pretende di celebrare una nazione e il suo ridicolo sogno, ma che in sostanza ci dice molto sulla natura oppressiva, violenta, feroce degli U.S.A. 


Quando un libro ti cattura, emoziona, sconvolge, hai sempre paura che l'adattamento cinematografico o televisivo, possa deluderti. Non tanto per via delle libertà che i nuovi autori si prendono, ma perché magari quel sentimento rabbioso e tenero, quella sottolineatura di un momento storico che si vuol dimenticare, l'urgenza di parlar chiaro circa certe cose, possa andar perso in ammiccamenti, strumentalizzazioni o sciatterie.

Per questo quando ho saputo che da uno dei miei libri preferiti, si stava traendo una serie tv, mi son sentito un po' teso. Perché essendo un'opera molto viscerale si potrebbe trarre un film d'azione, che punta a scioccare e un po' superficiale, oppure cadere nell'errore inverso: trattenere ogni cosa, esser glaciali, cerebrali.  Paure che sono svanite appena ho letto il nome del regista.


Benny Jenkins mi era garbato assai con quel film bellissimo- ma che non è piaciuto a molti, di cui tanti di costoro per me hanno i classici gusti da cinefilo medio che si sente un capoccione de sta cippa-  che è Moonlight. Qui ci ritrovo la stessa grazia nel costruire inquadrature di grande intensità. Certo è aiutato da una troupe di ottimi professionisti, vedi ad esempio il modo con cui si usa la luce, le filtrazioni luminose. Tuttavia Jenkins riesce a gestire benissimo la materia d'origine. Violento e brutale in alcuni momenti, quasi insopportabile per la ferocia con cui gli esseri umani seviziano e uccidono con gusto altri esseri umani, profondamente lirico e struggente in altri momenti.  Questi ingredienti sono ben cucinanti insieme e un sapore non predomina mai su un altro.  D'altronde ci viene mostrato un paese feroce, crudele, ma l'obiettivo è il nord. La libertà, la civiltà.



La storia è quella di Cora, giovane schiava che vive in una piantagione di cotone in Georgia. Sua madre anni prima è riuscita a scappare e non è mai stata ripresa. La sua vita cambia quando conosce Ceasar uno schiavo erudito e spirito libero. Dopo una brutale uccisione (uno schiavo fuggiasco ripreso viene scarnificato a frustate e dato alle fiamme quando è ancora vivo) e alcune violenze da parte del nuovo padrone, costei con Ceasar e una loro amica scappano dalla piantagione. Durante la fuga, l'amoca di Cora viene presa e la ragazza per difesa è costretta a uccidere un ragazzino bianco. Cora e il suo collega di fuga usano una ferrovia sotterranea che si muove attraverso gli stati del sud direzione nord, per scappare. Sulle loro tracce c'è un abile e feroce cacciatore di fuggiaschi, il quale si muove sempre in compagnia di un bambino afro americano, suo fidatissimo aiutante e "figlio".

Nell'arco sia della lettura, che della visione, vi saranno tantissime avventure, spesso dolorose e tristissime per Cora. Fino a un finale di possibile, fragile, speranza.


Questa è una di quelle serie che a mio avviso andrebbero viste. Per la sua pulcretudine tecnica, di abbacinante lirismo, per la durezza di alcune situazione, per un meraviglioso monologo in cui il cattivo spiega cosa sia il Destino Manifesto e le origini degli Stati Uniti.  Io ve la consiglio.

lunedì 3 maggio 2021

NOMADLAND di CHLOÈ ZHAO

 Ho un rapporto di odio e amore nei confronti dell'America. Non sopporto la società, la loro politica interna ed estera, quel continuare dare lezioni di morale, etica, come se fossero sempre e comunque i buoni, ignorando le azioni più turpi, il sostegno ai peggiori regimi, le squallide guerre di esportazione della loro ipocrita democrazia.. Per queste cose e altre li detesto profondamente. Però, devo ammetterlo, ci sono anche cose che mi affascinano. E anche molto.

C'è quel grande, straordinario, potentissimo racconto umano. L''eterna lotta tra una terra respingente e la testardaggine di continuare a muoversi, ad esserci, ad andare avanti, anche quando non c'è più nulla, mancano scopi e sai benissimo che le battaglie vinte non reggono con la totale sconfitta in una guerra impari, bastarda, sporchissima.  Ci sono le canzoni che parlano di uomini messi all'angolo, disperati, eppure in un certo senso liberi, anche di precipitare, ma con una strana e difficile (da raccontare o accettar) dignità. Anzi, di più. Un senso epico del quotidiano. C'è l'America che ha smesso di sognare, ma non di vivere. L'America di silenziosi guerrieri che strappano piccoli pezzi di gloria, di gioia, momenti quasi impalpabili di felicità.

L'America di Gus Macraee, Woodrow Call,  Pea Eye, cavalieri di un West in cui le leggende crollano, i miti sono assenti, eppure tutto è ricco di possanza, meraviglia, dolore e redenzione.

L'America cantata da Woody Guthrie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Bob Seger e tantissimi altri. Colonna sonora di interminabili viaggi verso un impossibile svolta, un fantomatico successo. L'America di chi ormai se ne fotte di dover mostrare al mondo intero quanto siano persone di successo, che se ne fottono di avere case grandissime, e di perder tempo a spettegolare.

L'America di donne non più giovani, non ricche o benestanti, nemmeno bellissime. Proletarie. Per questo snobbate anche dalle femministe borghesi, perse nelle loro rivalse, nevrosi, infantilismi e sciocchezze, incapaci di vedere la grandezza totale e assoluta di uno splendido, memorabile, straordinario personaggio femminile. Non irreali eroine, ma donne reali, concrete, che ogni giorno si alzano e combattono contro quel mondo che le borghesi a parole vorrebbero cambiare, ma non hanno la forza di sostenere i piccoli screzi quotidiani, figurati cambiare il mondo.


Ne ho conosciute molte di donne come la protagonista di questo film. Forse non hanno fatto scelte estreme come lei, ma sicuramente non comode. Donne della mia classe, impegnate in lavori duri e umili, affaticate e quasi rassegnate a non sognare più nulla. Eppure capaci di esternare sentimenti, di emozionarsi per le cose importanti.  Donne e uomini. Persone.  Messe ai margini dalla società o che ci sono finiti perché quella era la scelta migliore. Stufi e incazzati con il mondo. 

Un mondo privo di lotte di classe, di battaglie e diritti sociali, un mondo a uso e consumo degli entusiasmi e delle polemiche da social. Non sono mancate su codesta pellicola.  Che invece io trovo assai riuscita. Zhao si riconferma dopo il meraviglioso The Rider. Anche in quel caso parlava di comunità, ed è forse questo affrontare temi e aspetti che includono dei rapporti tra esseri umani, dar a ognuno un peso, una piccola importanza, che spiazza un mondo di individui, di singoli, di super eroi che ci vendicano o fanno il lavoro grosso di cambiare le cose, vivere, per noi. Spettatori aggressivi passivi, inclini a esser sprezzanti e vittime di debolezze. Mentre altre persone che stanno peggio di noi, il coraggio di combattere, andare avanti, rialzarsi, ce l'hanno ancora.

Ognuno con una propria storia, un dolore troppo grande e ingombrante, una vita di fatica e lavoro duro spazzata via di colpo, per errori di chi comanda e ha un sacco di soldi. Questi sono i nomadi che si riuniscono, si incontrano, si scambiano momenti di gioia, tenerezza. Una comunità in continuo viaggio che si sostiene, una comunità di uomini e donne abbandonate dal sogno americano, dimenticate dal dio pistolero, che vivono una vita estrema, difficile, complicata, ma forse veramente libera. Forse, perché la libertà è un miraggio, e puoi far tutti i chilometri che vuoi, ma certe cose non riuscirai mai a lasciartele alle spalle. Mai.


C'è la disperazione di sopravvivere al suicidio del figlio, la sofferenza per la scomparsa del marito, l'uomo con cui si è passata tutta la vita. C'è la vita. Reale, vera, portata sullo schermo da attori non professionisti. Quelle donne e quegli uomini che davvero vivono ogni giorno della loro vita come il personaggio dell'ottima e indimenticabile Frances McDormand, meritatissimo terzo oscar. 

Bob Wells, Charlene Swankie, Linda May, sono persone vere . Simboli dell'America non abbacinante delle grandissime e leggendarie città, come New York o Los Angeles, ma della white trash del sud o degli stati rurali. Quei posti che amo profondamente.

Zhao filma un'opera che non offre spazio alla rivalsa incattivita, al sordo e infantile rancore, non segue la strada facile e comoda del film-messaggio, di moda, che deve piacere per forza e te lo urla in faccia. Proprio per questo è accusato di esser quello che non è da chi si rifiuta (o non vuole) comprenderlo.
Non è un film di denuncia sociale classico. Non è un film che vuole narrare la condizione politica, economica, sociale della povertà. Ma a suo modo compie un grande atto di enorme valenza politica: dona dignità agli esclusi, emarginati, agli altri . Uno sguardo purissimo, cinematografico- splendide le maestose sequenze dedicate alla natura incontaminata e alla piccolezza degli esseri umani immersi in essa- di calorosa empatia e saggia distanza, ma che non diventa mai cinema trattenuto. 
Qualora foste amanti dei libri di Mcmurty, delle canzoni country o folk- in particolari quelle più tristi e da vagabondi senza meta-  se doveste sentir il richiamo dell'america piccola, proletaria, di gente con il viso segnato dal tempo, dal dolore, eppure pronta a far compagnia e dar sostegno a chi è nelle loro condizioni e anche peggio, ecco questo film potrebbe davvero scaldarvi il cuore ed emozionarvi. 
Come per altrettanti motivi validissimi potrebbe anche non garbarvi per nulla. Non esistono film perfetti a prescindere, ma pellicole che vorremmo averle a nostro fianco, nel nostro viaggio che chiamiamo vita.
Ecco, Fren, Bob, Swankie e tutti gli altri, me li porto con me, sulla mia lunga strada .


mercoledì 28 aprile 2021

MINARI di LEE ISAC CHUNG.

 Il minari è un ortaggio che cresce un po' dappertutto, come le erbacce. In questo modo la nonna del giovane protagonista spiega una verdura coreana, come un tentativo di rammentare al bambino che, seppur nato e cresciuto in occidente e in  America, rimarrà per sempre un coreano. Ed è anche la metafora della resistenza umana, della sua tenacia anche quando le cose vanno male. 

Tuttavia cosa rimane della nazione d'origine, quando vivi da anni in un altro contesto? Una nostalgia di comodo, consolatoria, un prender le distanze da una cultura estranea ma che hai scelto (visto che la Corea rimane come un ombra sottile o un chiacchiericcio di fondo più che una sincera voglia di ritornare o ribadire le tue origini) ma che ti viene in aiuto quando ti accorgi che non sei visto come un cittadino americano dalla popolazione locale, però non puoi nemmeno più dirti coreano. Il cibo, come sempre, è metafora di orgoglio per la terra che ti ha dato i natali, o ai tuoi nonni o genitori, ma anche di una superficiale riscoperta o tentativo di mantener in vita una cosa che hai perduto per strada. Questo è il dramma di qualsiasi immigrante o emigrante.  Scontrarsi col desiderio di ambientarsi totalmente nella nuova patria che abbiamo scelto e la sottile disperazione di non comprenderla del tutto. Voler tornare indietro per sentirsi al sicuro. L'immigrato socialmente "non è". Fa parte di una categoria molto ambigua, difficile, complessa, ci vogliono generazioni prima che si diventi davvero cittadino della seconda patria, mentre la prima rimane uno stereotipo, un piatto da cucinare, un ortaggio.

Pensate un po' come è complicata la vita quando si decide di trasferirsi in America. Non una semplice nazione, non una nuova patria, ma la terra del Sogno Americano, delle libertà e opportunità. Te la vendono bene codesta scemenza e ci caschi sempre. Dai tempi dei tuoi bisnonni, se non prima. Questa idea del sogno pesa sulla vite degli americani come un macigno, figuriamoci su chi si è trasferito per scappare alla miseria e si ritrova povero nella terra dove basta un po' di impegno e i soldi ti cascano addosso. Il risveglio è brusco, violento,  e ti pone una domanda non da poco: " Cosa fare? Mollare tutto oppure ridimensionare le aspettative, non temere il fallimento e perseverare?"
Questo è quello che capita a Jacob, il padre della famiglia Yi, dopo anni a far lavori umili lascia la California per andar a perdersi in un posto abbandonato da dio,(e per questo pregato con forza dai suoi abitanti) nell'Arkansans.  La disillusione ci viene già mostrata nella prima immagine. Monica, la moglie del nostro agricoltore improvvisato, vede la desolazione, il nulla, un posto ostile. E comincia a picconare ogni decisione e idea del consorte.  La situazione si fa talmente pesante che decidono di chiamare dalla Corea del Sud l'adorabile suocera. 

La figura dell'anziana signora porta scompiglio in particolare nella vita del piccolo David. Non solo per una naturale timidezza di fronte a una persona mai vista prima, ma anche perché la donna non si comporta affatto da classica nonna. Non fa i biscotti, non racconta favole, nemmeno aiuta in casa come ci si aspetta da una persona di una certa età.  Il suo carattere anti convenzionale aiuterà il bambino a esser meno timoroso nei confronti della vita.  Però, e per me questo è un merito, non cambia del tutto il quadro generale.
Che rimane una situazione al limite del disastro, perché la volontà e l'impegno, il duro lavoro, non bastano. Ci sono tanti altri fattori che, qualora venissero sottovalutati, potrebbero determinare un successo o un fallimento. 
Io ho trovato interessante e ben fatto il personaggio del padre perché rappresenta un uomo che comprende il disastro, ma non vuole fermarsi, abbandonare, scappare -come invece vuol fare da subito la moglie-  da quel pezzo di terra che gli offre solo fatica e bestemmie.  Non c'è ottusità in costui, ma la tenacia di non farsi sopraffare dalla sconfitta. A volte codesto comportamento scade in scemenza pura, altre volte invece ha del commovente. 
Un destino segnato che attira la simpatia e il sostegno di Paul, un uomo spacciato, escluso, isolato, folle con le sue preghiere ossessive e senza senso, ma che diventa il bastone con cui Jacob può sostenersi. Questa amicizia virile, come spesso succede quando si parla di amicizia tra uomini, vive di non detto, percepito, eppure profondo, radicato, forte.
L'immagine che ci restituisce il film è quella di un'America povera, dimenticata, ma che si alza ogni giorno per cercare di resistere, se non proprio vincere. La narrazione è imposta sull'empatia verso questi personaggi, le loro vite, i loro difetti e pregi. Queste sono le cose che mi son garbate del film: la voglia di rendere protagonista la classe proletaria americana, quelli che sono dalla parte sbagliata del sogno, che siano nati lì o migrati.
Però...
Cosa non funzione nel film? La mancanza di coraggio nel voler dar una sferzata tragica, potente, viscerale, di entrare con pienezza nelle vite dei suoi protagonisti, nel dramma.  Il distacco, trattenersi, va bene, ma ci deve essere allora una regia che sa creare atmosfere rarefatte, impalpabili, soffuse, attraverso una abbacinante costruzione dell'immagine, dell'umano perso e sciolto nella natura, che diventa protagonista distante e inaccessibile, ma presente in qualche modo.  La vita quotidiana è fatta di sofferenze e dolori che rimangono spesso implosi,  ma il cinema ha bisogno del contrario. Proprio gli americani, quando non si fanno prender dalla malattia indie da Sundance, ci hanno regalato opere rurali viscerali e di grande possanza. Perché il contesto è per forza di cose epico e doloroso: l'uomo che sfida il destino e la natura. 
Oppure puoi anche fare un film intimista, minimalista, che narra piccolissime cose, ma a questo punto diventa importante anche distogliere l'attenzione dal problema centrale del film, cioè come evitare il tracollo, e dai più spazio, lo rendi profondo, al rapporto tra la nonna e i nipoti, la nostalgia percepita o reale della patria che si è lasciata alle spalle. Ci sta, può venir fuori un buon lavoro.
Invece l'opera è inerte e incerta, affronta tanti temi, ma non approfondisce nulla.  Rimane un film con immagini anche convenzionali, che ha il pregio di narrare l'america minuscola, piccola, anche evitando certi stereotipi ( i locali non sono razzisti, che semmai subiscono l'astio di Monica che li giudica zotici)  ma non riesce a diventare puro cinema. Cosa che capita spesso in questi anni. Il cinema ridotto a prodotti usa e getta, né belli né brutti, fatti per esser visti, più o meno apprezzati e poi dimenticati.  Non  si vuol toccare nessun nervo scoperto, si vuol evitare la titanica potenza del dolore, ma allo stesso tempo non si è imparato nulla dalla lezione dei film di Capra o Spielberg, per cui non  c'è nemmeno un reale discorso umanista, di amore e speranza.
Tutto un po' sotto tono, didascalico, salvato da alcune intuizioni, tematiche, rappresentazioni, per nulla scontate in un mondo in cui anche i progressisti detestano i zotici e i proletari, ma che non diventa nulla. E una regia abbastanza anonima non aiuta in nessun caso.
Per cui non brutto come è stato descritto da molti, ma nemmeno un'opera per cui spender parole di assoluto entusiasmo.



venerdì 3 marzo 2017

MOONLIGHT di BENNY JENKINS

A volte capita, ci sono opere che fanno tanto arrabbiare gli "espertissimi di rete 4", ah no! Di Facebook. Improvvisamente un film diventa il Male Assoluto, manco fosse il Fascismo o la Democrazia Liberale-Capitalista. Diventa un modo anche di esporre il proprio peso all'interno della comunità di tantissimi napalm 51,  oppure il mezzo per farsi accettare da nuovi amici, grazie a battute e altre facezie sull'opera.
Tutto questo è giusto e normale, fa parte di un modo ben radicato di vivere questi esaltanti, palpitanti, selvaggi, non ancora del tutto regolati, anni di scoperta della comunicazione vera virtuale. Amplifica quello che coviamo dentro, esaspera i toni di chi parla a bassa voce.
Va bene, va bene, va bene, così - come canterebbe mr eh! ehhhhhhhhhh!

Però non è detto che un modo scomposto di parlare di un'opera sia sbagliato, ci sta che quel film sia brutto. Il motivo? Per quanto il cinema sia un linguaggio tecnico non si esaurisce in sé stesso, ma gioca profondamente con numerosi fattori :io ed es, ne sapete qualcosa? Ecco chi scrive le nostre recensioni. Per cui una pellicola al di là di come sia girata, ha un valore assai diverso rispetto a chi vede.  Uno spettatore passionale, si lascerà travolgere dai personaggi, dalla storia, e dal messaggio, sono quelli fichissimi come me, altri che son trattenuti anche nella vita reale, punteranno su qualcosa di più rigoroso, ferreo, che è "oggettivo", giusto per dar un contributo professionale, ma non dirvi nulla di essi. Metodo che comprendo e rispetto tantissimo, assolutamente lontano da me , io voglio sempre conoscere l'umano - anche contraddittorio e fallibile, piuttosto che la perfezione di chi ha imparato una lezione o un mestiere.
Per cui, ecco una mia riflessione su Moonlight




Chi disse: " Ogni essere umano è importante?" Mi pare Spielberg, in quell'opera di rara bellezza che è "Il ponte delle spie", certo vi è una visione rozza della nostra amata Ddr, ma i personaggi ribadiscono un fatto che spesso scordiamo: siamo tutti esseri umani. Non siamo in un film dozzinale dove o siamo buoni o cattivi, 24 h su 24. Questo non significa giustificare un mascalzone o un marrano di ogni risma, perché è tenerissimo con un cucciolo di cane, oppure è un buon padre. No, semplicemente ci ricorda che gli esseri umani sono troppo complessi e ricchi di contraddizioni: eroi e figli di puttana sputati dall'inferno, inflessibili sostenitori di pene severe e garantisti occasionali, questo ci rende meravigliosi (piccolo consiglio : leggete codesta recensione canticchiando Meraviglioso di Modugno, non la cazzo di cover di Negroamaro. Un saluto al salento! ) e odiosi allo stesso tempo.
Non dico che le storie debbano evitare di portare sullo schermo buoni o cattivi a tutto campo, dipende dall'idea della vita dell'autore. Forse ci vien in aiuto il cosa e come stiamo narrando/ filmando

Voglio essere chiaro: non ha senso criticare la sceneggiatura di un film di formazione, tesi, o radicato in un genere. Io ti posso girare l'ennesima opera su un gruppo di persone che stanno a tavola e piano piano si mettono a litigare,  idea abusata, e portarti sullo schermo un bellissimo film. Posso raccontarti l'ennesima storia di un ragazzino che cresce in un brutto posto, eppure emozionarti perchè sullo schermo c'è qualcosa che partendo da quelle basi, ci parla di altro e oltre.
Sicché, la baggianata sulle storie originali lasciatale a quelli che orgasmano per cose come "Smetto quando voglio",  a noi che apprezziamo il cinema delle relazioni umane, ci basta un Moonlight



Il film è tratto da un'opera teatrale " Moonlight black boys look blue". di Tarrel Alvin McCraney.  Non è facile portare un testo nato per esser realizzato su un palco, con un numero di attori e di scene statiche, un 'opera che sia Cinema in ogni sua inquadratura.  Jenkins cura molto le sue scene e l'aspetto visivo.  Ci dona log take vorticosi e mai messi lì alla cazzo, o abusandone come, per esempio Innarritu in Birdman, Hanno quasi sempre una funzione emotiva, sottolineano la tensione che muove corpi, gesti e parole. Basti vedere quando Chiron/Black, entra in classe per vendicarsi contro un coglione e testina di cazzo che..ah, no ! Scusate mi stavo lasciando prender la mano da Charles Bronson. Comunque in quel caso avverti prepotente la tensione che monta, non solo segui Chiron, ma sei lui.  Altre volte invece ci dona la delicatezza di una giornata normale, in una vita fatta di droga e violenza, come quella che vivono Juan e Chiron al mare. Tutto questo, ripeto, portando su uno schermo un'opera teatrale.

Guardiamo la storia: banale, scontata? La sceneggiatura non si basa sull'intreccio, ma sui personaggi. Faccio notare che molti films sono costruiti così, alcuni vi piacciono anche molto.  Direte, ma qui è fatta male. 
Perché? In fin dei conti non è detto che Chiron alla fine viva una vita migliore di Juan o di altri spacciatori, non sappiamo nulla sul fatto che la madre riesca a trovar un'esistenza migliore dopo la cura  di disintossicazione, semplicemente, come capita vivendo, ci sono momenti di apparente stabilità e felicità, poi facilissimo che le loro vite vengano spazzate via dalla furia della violenza della strada.
Il punto è che noi diamo per vero, reale, giusto, sincero, solo l'aspetto negativo della vita. 
Se Jenkins avesse girato scene di violenza, tossici e spacciatori che parlano come in un film di Tarantino, dei tamarri tamarrosi, e giovani procaci dedite al sesso facile, si parlerebbe di opera credibile. Scontata, magari, ma cazzo quanta credibilità.
Fare altro è per forza sintomo di buonismo, politicamente corretto e le solite orribili stronzate, che non ci rendono nemmeno speciali, in quanto tutti i peggiori pirla dell'universo, pure quelli dei nuovi pianeti scoperti, dicono automaticamente da decenni.
Non c'è nessuno di più corretto di un sostenitore del pensiero scorretto.

Senza strumentalizzare un plot a rischio, senza puntare su effetti facili di stereotipi machi e bulli, Jenkins ci descrive un pezzo di storia di un bambino qualsiasi. Affronta l'omosessualità con una certa delicatezza, ma senza nascondere nulla, ci dice che anche nei posti peggiori ci sono uomini e donne, e come tutti amano o soffrono.  Juan non è un angelo, lo intuiamo da tanti piccoli particolari, basti vedere la litigata colla madre di Chiron, ma non ci serve vederlo mentre fa a pezzi un tizio e poi porta al mare Little. Sono convinto che l'avrà fatto. Eppure quello avrebbe generato un discorso rassicurante per il pubblico: vabbè, è bravo col bimbo, ma va che animale. 
Qui invece ci viene mostrato nei momenti, forse anche occasionali, di tenerezza. E allora cominci ad avere dubbi: ma io sono davvero più buono di lui? Se mi dovessero dare una pistola e il suo potere che farei? Possibile che un criminale, pianga commosso, per le parole di un bambino? Chi era prima Juan? 
Non vuol dire essere buonisti, che poi è un'accusa ormai superata e inutile, ma porti il dilemma, a te caro cinico e giustiziere da tastiera, sei davvero convinto che niente ci leghi l'un all'altro, anche quando l'altro è un criminale. 
Non giustifica nulla il film. Juan e Chiron sono spacciatori e fanno cose brutte, lo sappiamo senza bisogno di vederlo. 
Black è diventato così perché l'omosessualità , pur con tutti i telefilm e i Cameron di codesto mondo, non è ancora accettata del tutto, e in certe zone, in certi tempi, questa cosa porta a durissime rappresaglie su costoro. Non hanno forse subito bullismo e violenze dagli altri , chi è diverso rispetto alla media di teste di cazzo? Direi di si. 
Jenkins mostra bene queste cose. Cosa offende, che sia etero? Che mostri troppo, poco, non aggiunga nulla? Io, ho penato, per Kevin e Chiron, durante una bellissima scena, non altrettanto bella rispetto all'uso miglior di una sedia mai fatta al cinema, ma quanta carica emotiva, senza enfatizzare o togliere. Il dramma è forte.

Ogni personaggio brilla, ma la luce è quella della luna, che al massimo consola e promette, danza leggera in cuori rovinati, vite sbagliate, ma per un attimo le illumina.  Che sia Juan e la scoperta di una paternità, di lasciare qualcosa di buono a un bimbo che forse rammenta lui e le sue corse di notte a Cuba. che la madre sciagurata e odiosa di Chiron, quando cerca di ricordarsi di esser pur sempre una madre, e negli occhi innamorati di Kevin e Chiron, nella loro tenerezza fisica o relazionale. Non ci sono miracoli, forse Black morirà male, forse sua madre non uscirà mai dalla merda in cui si è cacciata, ma a volte la luna ci dona la forza di illuminarci d'ìmmenso. 

Lasciamo che per loro sia così.

lunedì 27 febbraio 2017

Jackie di P. Larrain

Il cinema biografico è terreno di molte insidie. O si porta sullo schermo un'agiografia forzata, dove aiutati da musiche fin troppo enfatiche e carrelli alla cazzo di cane, si fa del protagonista un semi-dio imbattibile, senza macchia e quasi quasi pur cammina sulle acque, oppure si vuol esser a tutti i costi anti retorici, scivolando in un tono più o meno velato di polemica contro il soggetto del film. Raramente ci si ricorda di una cosa: Cinema biografico. Cioè la cosa principale è la settima arte, la cosa fondamentale è il film.
Proprio perché non stiamo vivendo la vita del protagonista, ma la sceneggiatura di uno scrittore e assistiamo alla regia di un regista, ecco, dovremmo comprendere che l'unica cosa buona da fare in queste situazioni è prendere una persona vera e restituirla alla magia del mezzo cinematografico, anzi dirò una cosa audace: all'Idea di cinema che ha in testa il regista.
Perché se è vero che tutto è industria, prodotto, mezzo per far soldi, è altrettanto vero che- all'interno del sistema produttivo-industriale, impossibile starne fuori- ci sono ancora grandissimi Autori.





Larrain, che è sicuramente un grandissimo autore, decide di inoltrarsi nella terza e unica via possibile: non un'agiografia di una santa laica, non un ritratto scandaloso, ma una straziante e memorabile analisi del lutto, della sua rielaborazione, della solitudine vissuta da chi soffre.
Io non conosco molto bene la storia vera di Jacqueline Kennedy, non ho mai avuto reali interessi nella e per la storia di questa famiglia, a esser sincero trovo più stimolante la conoscenza dei presidenti repubblicani, perché per me rappresentano al meglio il paese reale. Nondimeno è stata una persona molto importante per il suo paese e non solo, una donna entrata nella storia e scolpita nella leggenda.
Una vita piena di eventi tragici e lieti, che si presta a un film ridondante, chiassoso, epico in ogni inquadratura.
Il regista cileno ha il dono di non forzare nulla, ma di non essere assolutamente trattenuto. La potenza delle emozioni, è ben presente. Descritta con un primo piano, una frase, un avvicinarsi o allontanarsi dal personaggio.  Credo che dica moltissime cose sul dolore e quella sensazione di inutilità, di essere persi, di non capire che ci facciamo al mondo,  quella bellissima scena di Jackie che si veste e riveste, trucca, porta del vino a tavolo, come se avesse qualcuno da incontrare, ma è solo sé stessa.
Una donna testarda, non simpaticissima, ma così umana e dolente da commuovere ogni spettatore dotato di un  po' d'anima.
Il punto di vista, merito della meravigliosa sceneggiatura- lo sceneggiatore codesto sconosciuto così poco apprezzato nel mondo del cinema- e della meravigliosa regia, è alquanto inedito. Mostra, doverosamente, alcuni passaggi obbligatori del dramma famigliare che diviene tragedia nazionale e mondiale, dal suo interno. Non cerca le ragioni politiche,  non azzarda analisi o dà colpe, ci mostra una donna travolta dal lutto, ma che da questo ritrova una sorta di amarissima e dolorosa, rivalsa, riscatto, prendendo la scena per sé. Il funerale fastoso e altre cose, quanto è omaggio reale al marito? Quanto un voler mostrare al mondo sé stessa?
Film di straordinario equilibrio, con un montaggio e fotografia perfetti. e una immensa e memorabile aiutante di Leon, che è cresciuta davvero molto bene.

sabato 21 settembre 2013

LINCOLN di STEVEN SPIELBERG

Bè, lascia che ti dica una cosa: " il cinema è come la vita". Segnati questa massima, perchè è così. Qualcuno lo ami, qualcuno lo odi. Qualcuno ...Lo odi e lo ami nello stesso istante. Credo che il mio rapporto con il cinema di Spielberg sia di questo tipo.
Essendo lucido e avendo una certa predisposizione alla razionalità e al pensiero, vedo benissimo quello che i suoi fans e le sue ammiratrici non vedono: più che un regista è un grandissimo, geniale, confezionatore. Un abilissimo venditore di sentimentalismo truce, pesantissima retorica, però ottimamente cucinata e portata a tavola alla buona, per quel tipo di pubblico. In America sono tantissimi,e  si illudevano i miei eroi quando negli anni 70 il potere decisionale dell'Autore era in primo piano. Non è cibo buono per il palato yankee.
Spilby è un ottimo ragioniere,un favoloso contabile, un imperatore assoluto degli affari. Mi fiderei ciecamente se mi proponesse qualche acquisto o altro. Lui conosce i suoi polli. Farebbe faville in termini economici anche in altri campi,è capitato al cinema.
E ridacchi, ah se ridacchia quando prepara una sua opera. Io l'ammiro tanto per questo, riuscire a farsi credere da molti, dalle masse, un grande regista. Basterebbe affiancare il suo nome ai registi  degli anni 70: Scorsese, Millius,Peckinpah ecc.ecc...Noterete che insomma l'epica,la potenza,il romanticismo aspro e urgente non sono proprio nelle sue corde.
Però, e questo mi meraviglia, sa fare ottimi prodotti. Che rimangono nella nostra mente. L'ho già detto ,per me ha girato due immensi capolavori: Lo Squalo e A.I. e una manciata di ottimi film: duel, il colore viola, l'impero del sole. Poi è tutta roba che trovo indigesta.
Parere mio personale,che per me è tipo le tavole di Mosè.

Ma affrontiamo il film in questione





Mi è piaciuto. Non posso dire altro. Il film  non è un capolavoro, non è un'opera che di primo piano nella vasta filmografia del popolare regista,ma ha punti decisamente interessanti.
Non è una vera e propria biografia, parla di un periodo ben preciso fino alla morte del presidente, e sicuramente non riesce mai a diventare l'epica di un paese. C'è anche poco romanticismo e retorica, (per questa ultima cosa , ragazzi e ragazze siamo di fronte a un miracolo...Bravo Spilby), è un film asciutto,che avanza placidamente
Ogni tanto il nostro amato steve non si trattiene e allora beccati l'inizio con i soldati di colore che parlano a lincoln ,e la sequenza del soldato nero che finisce un discorso del presidente, o lincoln con il figlio davanti al caminetto, (ho bestemmiato),o certe cosine rapidissime. Però ci stanno, non disturbano la mia intelligenza come in altre pellicole
La forza della pellicola è proprio il suo essere sottotono. Perchè questa opera poteva essere il massimo del lasciamoci andare,visto l'altissimo potere retorico in senso di esaltazione dell'ammmeregga e di tutta quella serie di ipocrisie clamorose che vengono chiamate : libertà,democrazia.
Qui vedi che ne parlano,ma in termini meramente politici Ed è altro.
Lo stesso Lincoln viene portato sullo schermo come un uomo, sicuramente abile stratega e politico,ma fondamentalmente uomo. Non esente da difetti, con un matrimonio non propriamente riuscito e problemi con i figli. Un uomo che sente il dolore per la morte del figlio,e che in un certo senso si trova impreparato. La scena del litigio fra lui e la moglie, è un buon esempio di come sia sempre funzionata la mentalità maschile sul dolore. Non è una scena commovente,ripeto : spilby non mi commuove quasi mai, ( a parte a.i.),ma è una bella scena proprio perchè spilby la mostra senza caricare nulla. E anche il tema portante del film: l'emendamento 13, ( vero protagonista della pellicola), non è mai  sfruttato con la classica faciloneria e quintali di melassa. Risulta quello che è: una strategia meramente politica. Per colpire il sud e arrivare alla fine della guerra totalmente vincitori.
E questa è la parte migliore , i meccanismi per arrivare alla vittoria finale, anche attraverso la compravendita di onorevoli,di mezzi più o meno leciti, di pressioni, di alleanze sottobanco.
A molti annoia questa cosa, li capisco. A me no. Perchè amo profondamente la politica e mi piace leggere,documentarmi , su come funziona essa. Ho letto un sacco di roba sull'urss, lo statuto del partito baaht ,il libro verde di gheddafi, svariati statuti di partiti comunisti e di congressi. Mi piace.
Quindi ho seguito con interesse tutta la parte legata alla votazione e quella che prepara ad essa. Non mi ha interessato molto la vicenda privata,perchè per me i grandi politici non devono mai esser rappresentati dal punto di vista privato-famigliare.

L'emendamento 13 è quello che aboliva la schiavitù,ma non è che per i neri cambiasse qualcosa veramente nella vita. Poi quando è stato il momento ecco il guerrafondaio Obama principe di bel air, ma questa è altra storia.

Il film è decisamente buono,medio,decente.  Retto sopratutto da due ottimi attori: un come sempre eccezionale Daniel Day Lewis, e un granitico Tommy Lee Jones.
Vale molto come spiegazione politica di quel periodo, con i repubblicani radicali contro i conservatori e i democratici  a favore della schiavitù,ma non della guerra. Il solito casino americano.


Ed è una buona pellicola di Spielberg, di quelle che mi piacerebbe girasse più spesso. Controllata, essenziale, asciutta,a parte certe parti però sostenibili.
Alla fine quello che conta è non esser prevenuti, ma aver un minimo di onestà intellettuale per dire e scrivere bene quando un "artista" che non amiamo fa qualcosa  di buono . Ora , per me non fa testo un film decente, perchè è colpo di culo, ma quando come spilby ne fai un po' di cose buone,anche se non mi piaci come persona.anche se non amo lo stile del tuo cinema, anche se rieducherei i tuoi e le tue fans, bè il rispetto e la considerazione per il suo lavoro e i sinceri complimenti quando fa qualcosa di buono se li becca ed è giusto
Come in questo caso



martedì 3 luglio 2012

QUARTO POTERE DI ORSON WELLS

Certe volte alcune pellicole smettono di essere film e vanno oltre leggenda.In un territorio dove solo i Giganti possono vivere abbastanza tranquillamente,e diciamo che pure per loro non è vita comoda.
Noi non siamo uguali in tutto e per tutto,in campo artistico -per esempio-ci sono i Geni e gli altri.Hanno pari dignità,nel senso che anche chi non è un Grande potrebbe regalarci opere gustose.Però sono colpi di culo eh?
La fine del senso critico,del giudizio,l'avanzata dell'opinionismo selvaggio,del fai da te,dei cvitici snob del cinema popolano e sguaito,quelli che vedono poeti e sottotesti nei film dei peggiori macellai italici,ci rende sempre più ostica la visione della grandezza.Piccoli tempi per piccoli film dedicati ai nani del pensiero.Una tristezza.

Quarto Potere,in originale Citazen Kane, è la prima opera di un uomo di nome Orson Wells,il padre del mito  e della leggenda.Uno non può-per legge-dichiararsi cinefilo,se non vede i film di questo uomo di spettacolo travolgente e spettacolare.

Dopo aver firmato un contratto importante con la R.K.O. ,che gli offre massima libertà artistica e controllo sulle sue opere,Wells si dedica a dei progetti che non vedranno però la luce,ad esempio una riduzione di Cuore di Tenebre da Condrad,per cui decide di debuttare portando sullo schermo quello che dovrebbe essere il suo terzo film.Oltretutto punta su un soggetto originale che scrive lui stesso con Herman J.Mankiewicz.Lo spunto iniziale è la figura reale del magnate del legno e dell'editoria Hearst,
Ci lavorarono duramente per oltre tre mesi,il povero Herman pure dal letto di ospedale dove era ricoverato.
Tra i tanti titoli scelti ,vi era da principio,quello decisamente più suggestivo di :American.In omaggio ,non so quanto ironico,al sogno americano che è anche uno-se non Il-tema di fondo di questo capolavoro.
Poi venne scelto:Citazen Kane.

Talmente era il fervore artistico di Wells,che decise di girare nonostante non solo le scenografie non fossero ancora del tutto realizzate,ma nemmeno il cast fosse del tutto costruito.Tanto che Joseph Cotten,bravissimo nel ruolo dell'amico di Kane,il critico drammatico Leland,appare come giornalista all'inizio del film.Dopo il cinegiornale.

Il film pur raccontando una storia classice e in altre mani forse anche pedante e didascalica-l'ascesa e la caduta di un potentissimo uomo d'affari- riesce a diventare una pellicola suggestiva e immortale grazie a una sceneggiatura scritta come dio comanda,al gioco ad incastri grazie alle memorie dei personaggi che intervengono per spiegarci chi sia Kane e cosa o chi è quella Rosabella,(Rosebud,in originale:bocciolo di rosa),che il magnate ha sospirato prima di morire.Sei flashback che descrivono un personaggio complesso,più grande delle vita ,certo,ma anche terribilmente arido,solo,disperato.Uomo che vive solo in funzione della gloria e della santificazione del denaro e del potere che egli offre alla gente.Parte come giornalista d'assalto in favore delle masse meno abbienti,si dedica alla politica,ne esce a pezzi per uno scandalo sentimentale.Si sposa con la nipote del presidente degli stati uniti,ma poi lascia moglie e figlio-che moriranno in un incidente stradale-per sposare una pessima e ridicola cantante di opera lirica.Rompe con l'unico vero amico,(subendo l'affronto del rifiuto da parte sua di ricevere il danaro che Kane gli elargisce ogni mese,per pulirsi la coscienza),viene abbandonato dalla moglie,da tutti.
Opera che potrebbe essere considerato come un noir filosofico e anche politico,se vogliamo.Visto che tutto si basa sull'indagine per la ricerca di Rosabella,ma è anche potente,titanica,gigantesca pellicola che parla dell'America e del suo Sogno.Esaltandoli e colpendoli duramente,senza sconti.
Spesso noi parliamo di capolavoro alla cazzo di cane.Questa opera è davvero qualcosa che va oltre a questo termine per entrare nell'Olimpo degli Dei.

lunedì 2 aprile 2012

QUELLA SPORCA ULTIMA META di ROBERT ALDRICH

Esistono film per uomini?Non lo so,sicuramente ci sono Uomini che fanno film.E che il diavolo mi portasse a iscrivermi al milan fan club,se non dovessi dirvi che sicuramente tra gli Uomini ci metterei :Robert Aldrich.Il quale sicuramente sarà uno dei prossimi a beccarsi un mio Atto D'Amore.Una leggenda,un mito per me,che non faceva mica semplici pellicole...no!Lui ti tirava giù l'ira alcolizzata e anarchica degli dei e te la filmava.Nuda e cruda.
Esattamente come codesta opera che obbligatoriamente dovrebbe essere vista,amata,idolatrata,come i veri capolavori meriterebbero-e ve lo dice uno abbastanza largo con il termine capolavoro,ma in questo caso è vero-di questa pellicola sono stati girati a inizi anni duemila un remake inglese :Mean Machine,con Vinnie Paul-mi pare-chiaramente con il calcio al posto del football americano e poi una pellicola con Adam Sandler,ma io non faccio pubblicità ai sionisti,men che meno agli yankee sionisti.Insomma non ho visto questi due derivati,saranno pure belli.

Paul Crewe è un ex star del football.Ha smesso di giocare perchè si è venduto una partita,così vivacchia come mantenuto di una ricca donna americana.Stanco di tutto e tutti,per puro spirito rebellistico ed egocentrico prende l'auto della donna e si mette a fare un lungo inseguimento con le macchine della polizia a rimorchio- e già qui vi è una maestria,una perfezione da brividi ,se poi sommiamo che l'uomo in macchina ascolta Saturday Night Special dei favolosissimi Lynyrd Skynyrd,capirete che figata delle figate state vedendo-che conclude gettando la macchina in mare.Non contento al bar aggredisce due sbirri e quindi finisce in galera.Qui il direttore da anni cerca di far passare la sua squadra di guardie a un livello di semi professionismo il quale garantirebbe anche un certo riscontro economico.Sulle prime Crewe non ci sta,anche perchè il capo delle guardie è anche allenatore della squadra di football ammmeregggano e attraverso la violenza cerca di non fargli allenare il suo team
Paul in carcere se la passa male ,perchè visto come un privilegiato della vita che si è fregato da solo e ha fregato la sua squadra.Nonostante la situazione cambia quando si ritrova ad allenare i detenuti al fine di farli scontrare con le guardie,assicurando la vittoria a queste ultime.

La partita sarà un lunghissimo massacro,con il direttore che ricatta Paul e uno strepitoso riscatto finale.

Ora non trovo giusto che si spendano tantissime parole per un film,quando basta solo una:guardalo.Mi ringrazierai perchè questo è cinema:spettacolo,grandi personaggi e attori,regia titanica ma non da ganassa,perchè Robert come Justine le cose le sa e basta,sceneggiatura ricca di sottotesti e possibili sviluppi metaforici condita da sano divertimento popolare.Un film ribelle,sudista,gagliardo.Sai quelle pellicole dove ti ritrovi come un pirla a parlare con i personaggi,quasi che potessero ascoltarti e che li vedi pure come se fossero tuoi amici?Ecco una cosa simile.
Magnifico Burt Reynolds-che comunque è un attore decisamente mediocre,ma ben guidato entra nella storia del cinema- grandissimo Eddie Albert ,il direttore carogna.Il discorso libertario contro la sottomissione al Potere,può anche non piacere,ma è talmente girato bene che se a un certo punto avessi visto Burt fare sfoggio di uno scudo crociato,avrei votato Dc!^_^

mercoledì 7 settembre 2011

ZOMBIELAND DI rUBEn FlEiScHeIr

Godibile commedia che contamina action fracassona e splatter grottesco,come è ormai moda in questi ultimi tempi,(ricordiamo in un certo senso anche zombie strippers),racconta l'invasione da parte dei morti viventi dell'america e di quattro individui che nonostante tutto resistono all'avanzata.Note positive?Il cameo di Bill Murray una genialata assoluta,i titoli di coda con la canzone dei metallica,che ho sempre detestato ..evviva il glam,ma che qui da spessore alle panzanate yankee che stiamo vedendo.Una certa simpatia per i personaggi e il film scorre convenzionalmente felice.Dico:è inferiore nettamente,totalmente,assolutamente,a L'alba dei morti viventi,perchè lì si rappresentava la vita umana e la profondità dei personaggi in un contesto di normalità coinvolgente.Con scene comiche di grande spessore,(la recitazione per far passare gli umani da zombie,l'incontro con i sosia),personaggi cinematograrfici ,ma che al contrario di zombieland non sono rappresentazioni cinematograficheIl cowboy rozzo e vendicativo,il nerd,le sorelle toste che così facciamo anche contente le ragazzine,le quali di solito non amano il genere horror.Nondimeno il film è assolutamente simpatico e si lascia guardare,non è sicuramente tra i miei preferiti,ma è un buon modo di fare cinema contaminato.Una sola cosa.basta con gli zombi che corrono,è una cazzata lenziniana,(incubo sulla città contaminata) che è stata ripresa malamente rispetto all'originale da troppi.Il caro vecchio zombi ciondolante è ancor più terrificante,rispetto a questi che si muovono a scatti ,facendomi ridere perchè mi rammentano:maryln manson meets luca tommasini!Ah,dimenticavo ci sono pure gli zombie gay zozzoni di l.a zombie o qualcosa di simile!^_^

LAMA TAGLIENTE di BILLY BOB THORTON

Karl esce dal manicomio criminale dopo tanto tempo.Da ragazzino aveva ucciso la madre e il suo amante.In paese fa amicizia con un ragazzino Frank,il quale è alle prese con il trauma del suicidio del padre,la madre del giovine accetta di buon grado la presenza di Karl in casa perchè fa bene al figlio avere un amicoDi parere opposto è il rozzo e violento patrigno Doyle.Finale tragico. Un grande film di Billy Bob Thorton che scrive,dirige,interpreta una pellicola di grande spessore.Analisi della solitudine ,emarginazione,violenza e della faticosa ricerca di rapporti umani sinceri,generosi,di un aiuto da parte di amiciNon mancano i personaggi positivi,(il datore di lavoro,l'amico gay della madre di frank,il dottore),ma il film ci fa comprendere quanto tutto questo possa essere messo a repentaglio dai personaggi odiosi e ignoranti capaci di donare tristezza e dolore alle persone buone.Una dolorosa e toccante ballata southern davvero memorabile

venerdì 6 febbraio 2009

INTO THE WILD di SEAN PENN

Si respira aria di grande cinema in questa pellicola. Quello buono,libertario,esplorativo,sensoriale,universale,cosmico,hippy degli anni 70. Con i suoi personaggi in cerca di nuove dimensioni,vite alternative,un rapporto simbiotico tra uomo e natura.
Il tutto però non ambientato negli anni 60,ma nei 90 quelli di Bush padre. Chris prenderà il nome di Alex Supertramp e si perderà in una America diversa,anche se al suo modo tradizionalista e persino-ma questa potrebbe essere anche una mia provocazione- conservatrice.
In fin dei conti si tratta di un uomo solo che vive in un posto selvaggio e incontaminato cacciando,cosa che è portata avanti anche da una rockstar ultraconservatrice come Ted Nugent.
Qui però alla base ci sono ottime letture e forse l'influenza della beat generation e di On The Road di Keruack- un altro che poi ha sposato tesi reazionarie durante la guerra in vietnam.
Lungo la strada il ragazzo conoscerà persone speciali:una coppia di tardi-hippy,un vecchio solitario che vive il tormento trentennale della perdita di figlio e moglie,campi nudisti,ritrovi di moderne comuni. Insomma un'altra america,diversissima da quella che conosciamo vedendo la tv.
La natura e il suo sogno di vivere in alaska però non lo premieranno con una vita migliore,ma con la morte solitaria in un bus abbandonato e disperso.

Film di rara bellezza,che dimostra come Penn non sia solo un bravissimo attore,ma anche un ottimo regista. Suggestiva la fotografia,la colonna sonora,e le interpretrazioni degli attori tutti molto toccanti e memorabili.
Il film però può fare nascere un grande e importante dibattito sull'uomo e il suo esserci o non esserci nella società.Io non ho ammirato per nulla la scelta del protagonista,che mi pare una via di fuga molto piccola borghese,tanto calcolata male che finisce con la morte tristissima in completa solitudine. Credo che quando uno sia contrario e giustamente come il protagonista a un modello di vita occidentale e capitalista assai malsano,il suo dovere sia rimanere e combattere per ribaltarlo e ostacolarlo. La sua scelta è quella di una idea assai amerikana di libertà,distorta e che non offre nessun tentativo di reale ostacolo a tutte le cose che il ragazzo detesta
Comunque rimane un bellissimo film,una storia emozionante sopratutto perchè vera. Colonna sonora con brani di Eddie Vedder

martedì 14 ottobre 2008

TRE SEPOLTURE di TOMMY LEE JONES

Un film americano che parla di immigrazione messicana e di amicizia tra due uomini:un clandestino Estrada e un vecchio cowboy americano.Il messicano viene ucciso-per errore- da un agente della polizia di frontiera decisamente reazionario .
La pellicola non è solo questo,ma anche l'analisi di un paese in solitudine,dove nessuno ha una vera e personale felicità.Un paese distrutto dalla noia e da una violenza casuale
Rapporti vuoti e superficiali tra persone ,tranne nel caso di Estrada e il vecchio Pete.Il film mostra persone credibili che devono vivere il malessere quotidiano frutto di una società in decomposizione per noia e incapacità di sapere vivere e altri disperati che rincorrono un sogno ,ma finiscono sfruttati e ammazzati senza ricevere giustizia.Tranne per il messicano ammazzato dal poliziotto,perchè il vecchio cowboy lo rapirà al fine di dare una vera sepoltura al povero Estrada

Il problema dei clandestini e di come vengono sfruttati nella terra delle opportunità e promesse è un tema assai scottante per spiegare le dinamiche del capitalismo americano e mondiale.
Quanti Estrada spariscono e fanno bruttissime fini nella più totale indifferenza e menefreghismo della cittadinanza locale?
La ricchezza di un paese dipende molto spesso dalla forza lavoratrice sottopagata e sottomessa che vengono da noi. Molti reputano banale e scontato questo discorso,sarà anche così:ma le violenze poliziesche per colpa di esaltati e la dura vita del migrante sono temi da non sottovalutare
Il sogno di un popolo che cerca una vita migliore andando in un'altra nazione spesso finisce con il rivelarsi un incubo. In italia non mancano casi di lavoratori stranieri morti sul lavoro o peggio ancora uccisi dai loro padroni,il caporalato che da lavoro e pretende anche di scoparsi le donne dei poveri cristi in cerca di occupazione e altre situazioni ignobili
Purtroppo molti di loro ,nemmeno potranno conoscerlo un Pete,qualcuno che prenda a cuore la loro vita,qualcuno che capisca un fatto non trascurabile:noi siamo disperatamente soli e morenti,mentre le forze migranti sono piene di vita e speranza.La cercano in posti infernali che qualcuno malauguratamente spaccia per paradisi.Non è così

Questo film merita la visione:un film dal volto umano e necessario,per capire l'importanza della vita degli Estrada di questo mondo,perchè solo la responsabilità dei nostri gesti e la ricerca di un reale perdono e pentimento, l'amicizia vera e profonda ,potranno salvarci