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lunedì 16 agosto 2021

Senza Distanza di Andrea Di Iorio

 Consumiamo oggetti e persone. Sprechiamo cibo e relazioni. Crediamo che "stare insieme" significhi "essere una coppia" e che l'innamoramento sia l'amore. Se la vita fosse un albero , la classe proletaria sarebbe la radice. Sottoterra, coperta dalla vita , dagli impegni, dalla sofferenza, eppure ben ferma, solida, con idee chiare, attaccate a quell'acqua- poca o tanta- che è fonte di sopravvivenza. Non c'è tempo per divagazioni, alibi, fantasie. Si vive e si combatte. E ti godi pure le tue meravigliose serate sul divano, in pantofole, a guardar cose sceme. Tu e la donna con cui hai scelto di vivere. 

Le foglie, invece, sono gli intellettuali- borghesi. Illuminati dalla luce del sole delle loro idee, mosse dal vento impetuoso delle loro passioni razionali, destinate a cadere perché deboli. Ossessionati dal dover essere alternativi, intelligenti, diversi da quel popolo ignorante, reazionario, fascista. Intellettualizzano tutto per aver ogni cosa sotto controllo, si creano alternative tanto acute quanto comiche.  Tutto questo perché sono terrorizzati dalla vita.  Adattano alle loro esigenze di ragazzini l'esistenza. Parlano di libertà perché forse l'han sentita cantare da De Andrè, o perchè fa figo e non impegna. Ma non sono né liberi, né felici,  men che meno un fulgido esempio di stile alternativo. Bimbi disperati, carichi di supponenza intellettuale e faciloneria. 

Sconfitti ancora prima di combattere, ma convinti di essere una straordinaria congrega di persone che vivono in un paese che non li merita, e dal quale non se ne vanno mai,  incapaci di provare qualsiasi cose che non riguardi i loro alibi e giustificazioni.

Tutto questo cosa ha che fare con questo buonissimo film? Nulla, o forse qualcosa..


Nel cinema è fondamentale il come e il chi, non il cosa. Perché anche il messaggio più giusto e importante, inserito all'interno di un prodotto scadente, non basta per render degno di nota e attenzione una pellicola. Tuttavia non basta. C'è un elemento decisivo (spesso ignorato) cioè che un buon film è quel prodotto che si lascia seguire e apprezzare anche da persone che non concordano affatto con quello che stanno vedendo. Perché quello che lo spettatore vede o sente, lo spinge a riflettere su sé stesso, le sue idee- le mie sono meraviglio...ah,no! Dubbi e umiltà che se no non mi danno la tessera bravo progressista. Mi scuso-  aprono dibattiti e discussioni. Cosa che è successo in casa nostra (parlo di me e mia moglie) dopo la visione di questa notevole e interessante opera prima. 



Andrea Di Iorio produce, scrive, compone ed esegue le musiche, e si occupa della regia, un vero ganassa come piace a noi proletari brianzoli. Uno che nel suo progetto ci crede tanto e si mette in prima fila, a viso aperto.  Ed è bello vedere questa passione nel volere filmare una tesi. Certo, un altro pregio del film è che è un'opera costruita per dar spazio, luce e importanza a una visione precisa di cosa sia la vita e sopratutto i legami di coppia, anche se qui non ci sono coppie, ma persone che stanno insieme-prendi nota Andrea ^_^ - e si vuol quindi rappresentare un'alternativa possibile e sicuramente migliore- per l'autore non per me me spettatore- quindi balza all'occhio il coraggio di questa opera prima, la quale pur facendo parte del filone ( che ha rotto i coglioni da tantissimo tempo) dei poveri trentenni/quarantenni precari nella vita e nel lavoro, sempre petulanti e frignoni, sposta in avanti e rielabora con un grande lavoro cerebrale e intellettuale, queste crisi per proporre- forse- una via d'uscita.  Che poi è la stessa che cantava Massimo Riva in " nuovo tipo d'amore", ma senza droga, alcol e rok'n'roll. 



Quello che colpisce e spicca, in questa opera prima, è la regia eccellente di Andrea, Incisiva, lirica, ma mai stucchevole, al servizio della tesi e dei personaggi, ma non trattenuta. Anzi, partecipe. Di Iorio ha personalità, idee, presenza . Tutte cose che rendono un regista davvero importante.  Per cui il chi e il come, sono ben che sistemati. Costui è ottimo in entrambi i casi. Altro punto di forza i bravissimi e bravissime. Lucrezia Guidone e Marco Cassini, Giovanni Anzaldo e Giulia Rupi, danno ai loro personaggi (sulla carta funzionali e anche un bel po' antipatici) mille sfumature, tonalità. li rendono non solo dei mezzi per esprimere un'idea, ma persone.   Ho apprezzato molto Enzo e Catia, ma tutti sono stati davvero molto bravi.

Chiedo invece venia a Elena Arvigp. bravissima come i suoi colleghi, ma ci tengo a dire e a far metter a verbale che volevo sopprimere il personaggio di Gaia, non l'attrice! Peraltro gestisce benissimo forse il personaggio più debole, troppo esplicito e con delle idee a dir poco assurde. Eppure anche codesto personaggio per me odioso ( #teamcatia) è stato spunto anche di riflessioni personali, di auto analisi, messa in discussione. Poi ho ragione e morta lì. Ma quando anche un personaggio che non sopporti per nulla ti spinge a un pensiero non banale, ecco vuol dire che il prodotto è buono.

Ah, dimenticavo: validissimo, seppur si vede poco,  Paolo Perinelli.  Al suo personaggio è legato il mio desiderio che il film diventasse un horror, tipo Midsommar, ma nel Molise. 


Ricapitolando: una regia eccellente e un cast di attori e attrici che fanno la differenza. La capacità di portare avanti un'idea, quasi una risposta filosofica a questioni legate alla vite delle persone che stanno insieme, ma non sono una coppia, e alcuni interessanti e stimolanti dialoghi che meriterebbero di essere approfonditi.

Mi riferisco a quando Marco dice che il lavoro ci ruba tempo e vita e la spiegazione del perché le camere rappresentino capitali del mondo. Per un discorso di esterofilia sciocca, di lamentarsi costantemente dell'Italia, con fare spocchioso e poi per vigliaccheria, rimanere .

Ecco, basta queste due riflessioni decisamente poco banali, per far in modo che io vi consigli codesto film. Come ho già detto non concordo con l'idea, ma sono sicuro che a molti piacerà. Per questo vi invito a veder il film e a farlo vedere.

Merita.

lunedì 10 maggio 2021

DUE di Filippo Meneghetti.

 7 anni di gestione, tra scrittura e ricerca di finanziamenti,  per portare sullo schermo uno dei migliori esordi cinematografici degli ultimi tempi.

L'idea nasce per caso.  Un giorno il regista e co-sceneggiatore del film, si trova a casa di un amico. Dal pianerottolo del pieno superiore arrivano le voci di due donne anziane. Chiedendo informazioni all'amico che lo stava ospitando venne fuori che erano due vedove, le quali erano solite tenersi compagnia tenendo aperte le porte dei loro appartamenti per parlarsi e tenersi compagnia. Questa è una delle idee alla base del film. L'altra l'ho trovata assai commovente e sposa la mia idea di cinema .

Non compreso bene in che modo, ma Meneghetti durante l'incontro con il pubblico al cinema Stensen di Firenze (dove ci siamo recati ieri pomeriggio io e mia moglie) ha spiegato che l'opera voleva in un qualche modo porre rimedio ad alcune cose successe a persone a cui lui era  particolarmente affezionato

Ecco, il cinema serve a questo :riparare i torti della realtà. Dare agli sconfitti non solo la vittoria, ma la gloria. Distruggere i figli di puttana che ci comandano da decenni, far fare una bruttissima fine ai criminali che vivono indisturbati la loro esistenza. Questo per me dovrebbe fare il cinema e la letteratura. Non metter in scena il vero, la realtà, ma andare oltre. Potremmo definir questa cosa una consolazione, un atto di pietà umana, sia mai! Andrebbe contro a tutti quegli esseri aridi che amano il pessimismo e peggio ancora il cinismo comodo e da poco, perché così si illudono che ogni cosa faccia schifo, non solo loro.


Un amore lungo venti anni. 

Venti anni in cui una persona è divisa tra una vita di moglie, madre, per convenzione, mentre il suo corpo, l'anima, i ricordi, appartengono a un'altra donna.

Quest'ulima  decide di vivere in un appartamento vicino, aspettando il momento in cui potranno ritornare nella città che è stata testimone del loro primo incontro.  La libertà prepotente e arrogante, animata dalla passione, che pretende da una persona incapace di gestire a pieno una confessione che sa potrebbe far male a qualcuno, non può che generare una rottura. Rabbiosa, dura, feroce.  Come sono i litigi a volte tra persone che si amano.

Persone che si amano, sia chiaro. L'amore è un linguaggio universale, quando è sincero, vero, voluto a ogni costo.  Che siano una coppia etero o una di lesbiche. Come in questo caso.

Due donne anziane, legate da un fortissimo sentimento. Profondo, eterno, che  è alimentato anche da sensi di colpa, di lunghissime attese, programmando un futuro che forse non ci sarà mai

Due, racconta non tanto dello sguardo degli altri, ma del nostro. Di come non si possa scappare a quello che siamo, proviamo, pur passando attraverso paure e colpe, o combattendo con forza anche eccessiva, pur di far trionfare il nostro amore.

Perché in un mondo che ci abitua ad essere soli, ad essere degli "uno" scontenti, infelici, arroganti nel volere che gli altri accettino i nostri capricci da bimbi troppo cresciuti; questo film ci ricorda quanto sia importante essere in due. Quanto la coppia, più anche della famiglia, sia fondamentale. Come sia ingiusto, penoso, squallido che una persona dopo aver amato così tanto, per una orribile convenzione sociale, a un certo punto non conti più nulla. Proprio mentre l'altra ha così bisogno della nostra presenza. Mi chiedo quelli che non accettano l'omosessualità, se conoscono essa solo per i film porno che vedono, oppure si siano mai sforzati di cogliere la bellezza, la purezza in ogni relazione sentimentale. Perché il dolore che provi quando hai paura di perdere l'amore della tua vita è uguale per tutti.

Per cui un film che parla di coppia, di legami fortissimi che a un certo punto si frantumano. Un film sul coraggio di vivere con forza l'amore, che dona a tutti i personaggi sullo schermo una loro piccola verità. In realtà anche certi comportamenti vissuti come negativi, a mio avviso, non lo sono per nulla. Perché un amore clandestino va a toccare anche i punti delicati di persone che hanno ricordi, affetti, momenti di puro amore. Per cui significa che in nome del nostro amore, con egoismo, rechiamo dolore agli altri. Il figlio di una delle due, in questo caso non è affatto negativo.
In ogni caso se il film fosse solo questo, sarebbe poca cosa. Nel senso che ci troveremmo di fronte a un dramma sentimentale portato sullo schermo tantissime volte. Una di quelle opere che permette alla sciura fiorentina di sentirsi tanto buona, progressista, mentre evade tasse, parcheggia a cazzo di cane, o non paga la sua collaboratrice domestica.  Però il film è ben altro e ben oltre, rispetto a un consolidato modo di far cinema civile senza troppe difficoltà.
Meneghetti gira un film che usa il cinema per raccontare una storia che si rivela davvero sorprendente. I suoni distorti, potenti, accennati, per narrare la relazione tra le due donne e il mondo esterno. Le inquadrature delle porte, che diventano barriere atte a nascondere altri mondi, creano una sottile inquietudine.
Perché Due è una storia d'amore girata come se fosse un thriller.  Il suono, le inquadrature, le sospensioni, guarda al genere in cui la suspense e i legami che generano caos sono la regola.  Per cui  invece di vedere una donna che si strugge di dolore perché non può stare insieme alla sua amata, troviamo una persona che agisce come un classico villain del cinema di genere. Negli anni 90, sono sicuro, non sarebbe mancata la componente violenta con tanto di morte violenta del cattivo di turno. 
Il film tocca anche l'home invasion, visto che la donna in pena per amore si introduce nell'appartamento della sua amata, di notte o rubando momenti di distrazione alla badante.
Non gioca tanto con  l'immagine di due povere vittime, ma ci presenta l'aspetto anche respingente, fastidioso, odioso, della sua protagonista. Che manipola, usa la menzogna, per poter vivere con il suo amore.
Un film coraggioso che a mio avviso darà fastidio anche ai paladini del progresso liberale, perché non ci sono dei panda umani da difendere con il loro paternalismo, ma due donne che hanno troppo amato, atteso, sperato, vissuto, per lasciarsi separare senza dichiarare guerra al mondo. Cosa che hanno fatto molte coppie, anche etero, quando- per vari motivi- sono costrette a separarsi.
Questo furore, questa violenza, questo scontro frontale tra due e il resto del mondo, descritto in modo così aspro eppure toccante, rende l'opera assolutamente imperdibile.
Per quanto mi riguarda non vedo l'ora di poter vedere la seconda opera di questo ottimo regista. Magari questa volta un horror/thriller puro, visto che a mio avviso in quel campo ha ottime possibilità di crearsi una solida carriera.

martedì 14 gennaio 2020

IL TERZO OMICIDIO di H. KOERE-EDA.

Esiste la Verità? La risposta naturale e diretta sarebbe un sì o un no. Per mille ragioni filosofiche, sociali, politiche, morali. Risposte che a me garbano assai perché non sono un tipo da sfumature, il grigio è la scappatoia comodissima per chi non vuol partecipare, prender coscienza. Tuttavia alcuni autori o in certe culture questo senso di non poter scegliere nettamente o di aver la certezza di una risposta non vuol essere una giustificazione ma la rappresentazione di un mondo disperso, senza certezza alcuna, fino ad approdare a una riflessione tutt'altro che banale su quello che vorremmo fosse la verità, tanto da piegare i fatti a questo nostro desiderio e l'imperscrutabilità dell'animo umano e degli eventi esterni.
Queste riflessioni sorgono spontanee assistendo alla visione di questo ennesimo ottimo film del maestro giapponese. Presentato a Venezia nel 2017, rimasto colpevolmente nel cassetto per tre anni, e distribuito solo dopo la Palma d'Oro a Cannes per Affari di famiglia e il suo film in Francia con un cast di stelle occidentali, mi riferisco a Le Verità.
Anche in questo caso il tema portante e fondamentale è quello della verità. Cambia il genere e il registro perché qui Kore- Eda si dedica al legal thriller, dando spazio alle indagini di un avvocato circa la colpevolezza del suo assistito.
L'uomo è un escluso sociale, ha avuto una vita difficile, è stato in galera per l'omicidio di due strozzini, ma è stato graziato dalla condanna a morte perché il giudice si è commosso ascoltando la sua storia. Questo giudice è il padre del suo attuale avvocato.
Questa volta l'uomo non ha ucciso degli strozzini ma il padrone di una fabbrica dove egli prestava servizio di manovalanza. Il padrone l'ha licenziato e lui dopo aver bevuto lo uccide.
Omicidio e rapina, visto che dopo l'assassinio l'uomo ruba il portafoglio della vittima.
L'avvocato si trova tra le mani un cliente colpevole e che per di più continua a cambiar versione dell'accaduto.  In una perenne mancanza di verità.
Il legale indagando scopre che il padrone della fabbrica era uno dei tantissimi imprenditori disonesti, che i suoi operai erano quasi tutti uomini disperati o ex  incarcerati per cui ricattabili, sopratutto scopre che molestava la figlia. Lei stessa vuol testimoniare al processo portando questo fatto.

Fossimo in un film occidentale tutto si sarebbe sistemato in questo modo, confessione del dramma della ragazzina, il prigioniero colpevole ma in fondo ha ucciso uno stupratore incestuoso, e via dicendo.
Invece Kore-eda mischia le carte, crea sottili incertezze, cambia punto di vista e direzione seppur tenendo ben saldo in mano tutta la struttura.
Sovvertendo in questo modo le regole del genere, deludendo anche le aspettative degli spettatori che si devono accontentare di un non finale, o meglio di una conclusione stupenda ma non sottolineata e banalizzata, pur usando l'immagine già vista di un uomo fermo in mezzo a un incrocio.
Esiste La Verità o solo la nostra necessità di risposte limpide, concrete, precise? Perché l'uomo ha ucciso per difendere la ragazza, per i soldi oppure non è stato lui e paga per colpe di altri?
Il Terzo Omicidio è un film che impone allo spettatore la massima attenzione e lo spinge a riflettere, porsi domande, scandagliare le proprie emozioni profonde e l'idea stessa di giustizia contrapposta alla legge.  Non manca una sottile ma tagliente denuncia sociale contro i capitalisti giapponesi, ma ha la forza di andare oltre e di diventare un amarissimo trattato filosofico.

lunedì 8 aprile 2019

Us di Jordan Peele

La bellezza del cinema di genere è che, pur rimanendo sempre uguale a sé stesso, pur essendo chiuso in regole ben precise,  ha una forza libertaria, un'attenzione ai sotto testi, che spesso manca in altri tipi di film considerati "più seri".
Tra i generi cinematografici, l'horror è quello che maggiormente offre spunti e riflessioni che vanno oltre le regole, i luoghi comuni. In realtà gli Autori non sono solo quelli che fanno del meraviglioso cinema artistico, sperimentale, d'avanguardia, per me si possono considerare autori anche molti registi/sceneggiatori specializzati in horror, noir, western, musical, melodramma. Perché usano questi generi per darci un'idea precisa della società, delle relazioni tra persone. Hanno uno o più temi e cercano di portarli avanti mascherando il tutto con sparatorie, investigatori privati, canzoni e balli, o  mostri e omicidi brutali.
Non che il genere puro sia spazzatura, anzi ad avercene di film di puro intrattenimento, ma il fatto che un regista con buone potenzialità decida di dedicarsi a un genere spesso considerato come qualcosa di grossolano e ridicolo,  lo considero un fatto che ci riempie di gioia e piacere.

Opera secondo di un autore che forse definire promettente non è del tutto giusto (ormai è una conferma) il film ha la struttura di un classico film horror: una bambina a cui capita qualcosa di terribile, lei che crescendo torna nel posto in cui tutto è cominciato in compagnia della sua famiglia, pericoli dovunque e un senso di disagio che diventa realtà quando l'antico orrore torna a rifarsi vivo.
Sono sicuro che vi siano centinaia di film horror con questa trama e struttura. Di nuovo è il chi e il come che pesano e fanno la differenza.
Questa trama di base ci serve come trampolino per lanciarci nelle oscure acque di una riflessione più profonda e inquietante di quanto si possa pensare.
Us, come "noi", ma anche come United States. Non per nulla in una scena alla domanda della protagonista rivolta all'antagonista: " Chi siete voi?", la "cattiva" risponde: "Siamo americani"
Quel "noi" quindi non è tanto legato al microcosmo famigliare, alle colpe dei singoli, ma è parte integrante della storia americana. Un paese dove alcuni vivono alla luce del sole, hanno esistenze apparentemente lisce, fanno soldi, si sposano e mettono al mondo figlioli belli e che faranno strada nel mondo. Mentre altri sono condannati a vivere rinchiusi in posti angusti e scuri, scimmiottando la vita, i desideri, le speranze, di quelli che sono liberi.  In poche parole Peele ci spiega l'essenza stessa della nostra società, di come si è devoluta dal 1989 ad oggi.
Un mondo in cui tutti hanno l'illusione di essere liberi, di conquistarsi un pezzo di felicità, ma in sostanza sono dei poveri doppi, legati all'illusione disperata di vivere come quelli che stanno bene. Ma in realtà schiavi della miseria, della violenza, di una esistenza da bestie( e infatti i "rossi" si muovono come animali selvaggi).
Questa è una delle tante letture che possiamo dare al film, quella che preferisco perché amo i film di genere e di militanza politica/sociale. Possiamo anche ragionare su un tema più legato all'individuo e alla sua natura, quindi in questo caso Us è proprio Noi, cioè la rappresentazione in carne ed ossa dell'Es. Mentre le famiglie e persone che stanno alla superficie sono guidati da Io e Super Io. Cioè la parte razionale, cosciente, che crea regole e le segue, quella che ci permette di convivere più o meno civilmente con gli altri. Per cui la domanda che il film ci pone è : " Se non dovessimo tenere a bada il nostro lato più oscuro e crudele, che capiterebbe?" Si badi bene che non parliamo di mostri che prendono possesso del corpo o della mente di onesti e pacifici cittadini, ma di una parte integrante  di quegli onesti cittadini. Soffocata e ripudiata, ma pronta a prendersi il suo posto al sole.
Non possiamo nemmeno ignorare la radice forte e profonda legata all'appartenenza al mondo afro americano.  Peele è un po' lo Spike Lee del genere horror, il suo essere afro americano è elemento principale per le sue storie. Mai era successo che un film horror ( non legato al mondo della blaxeploitation e affini) fosse interpretato da un cast prevalentemente di colore. Mai agli afro americani si offre la possibilità di interpretare personaggi legati alla loro storia, ma non "macchiette" filtrate per divertire un pubblico di bianchi. Peele consegna alle masse black americane un film fatto (anche) per loro. Quindi la riflessione politica, di cui accennavamo qualche paragrafo sopra, potrebbe essere legata alla vita dei neri in America. Costretti a vivere secondo le regole dei bianchi, divisi loro stessi in classi o surrogati di esse
Quello che Malcolm x chiamava "il nero di casa" e l'afro americano destinato a una vita selvaggia, nei campi, nelle baracche, nella miseria, covando rabbia e desiderio di riscatto.
Us è un film più complesso e riuscito rispetto alla precedente opera di Peele. Non è un capolavoro, non è perfetto, ma ha una sua identità precisa, una scrittura brillante ( giusto per far riflettere sul fatto che una buona sceneggiatura è fondamentale) e una regia che ci dona momenti di grande cinema.
Quel cinema che ci dona nuove riflessioni, nuove scoperte, ogni volta che ripensiamo al film.  Perché dopo tutte queste riflessioni su quale sia il significato di questa pellicola, il finale - davvero ottimo- ci porta da un'altra parte, ci racconta di come noi uomini siamo frutto del nostro ambiente sociale.
Spazzando via le cazzate dei liberali sull'uomo libero e le loro libertà di carta.

mercoledì 30 gennaio 2019

La Favorita di Y. Lanthimos

Io amo i film in costume. Quelle pellicole ambientate secoli fa, che narrano vicende di potere e amore ,possibilmente girate in un qualche lussuoso castello o palazzo signorile. Mi incantano i costumi, l'abbondanza di cibo,  il modo di esprimersi raffinato delle persone. No, vabbè in sostanza mi piacciono gli intrighi di corte, l'abilità di ottenere uno scopo usando astuzia e argomenti più o meno validi. Tra gli argomenti validi, io e il mio amico Niccolò Machiavelli, ci mettiamo anche l'omicidio con carcerazione di un nemico a scelta. Ah, quei secoli! Rammento con estremo piacere la gioia che provo vedendo capolavori come " Il leone d'inverno", " Un Uomo per tutte le stagioni", " Becket e il suo Re". Ah, dimenticavo... Questi film in costume da me tanto amati devono aver a che fare con l'Inghilterra.
Per cui l'opera a cui è dedicata questa riflessione indisciplinata rientra totalmente nel cinema che amo e amerò sempre.
Non fosse per un piccolo particolare... Non amo il cinema di Lanthimos.  Oddio, che bestemmia! Oddio che mancanza di cultura cinematografica!  State bbboni! Possiamo anche non amare il cinema di validi e ottimi autori. Perché lo stile del regista è respingente, o tedioso, o ci lascia del tutto indifferente. Indifferenza e il pensiero rivolto alle lancette dell'orologio, ecco cosa rappresenta per me il cinema del regista greco.
Proprio per questo motivo non avevo tutta questa voglia di andar a vedere questo film. Poi la passione per il genere e per gli intrighi ha vinto su tutto. Tranne che sul mio giudizio di questo primo della classe che ha imparato a memoria la tecnica dei maestri, di cui penso non guarderò le successive pellicole. Mi pare giusto. Ci sono troppe cose da vedere e non sono più giovane. Per cui mi concentro solo sulle cose che mi piacciono (anche di livello infimo rispetto al Maestro Lanthimos) lasciandolo a chi lo ama e prova gioia ogni volta che esce un suo film.
La vita in questo mondo è già durissima, lasciate almeno che andare al cinema  e veder i film sia una cosa meno cerebrale, intellettuale, cinefila e più legata alla gioia, alla passione, alla felicità (anche se magari il film è tragico).
In ogni caso, alla fine della visione posso dire che il film non mi è dispiaciuto.
Come possiamo rimanere indifferenti davanti a una tale prova di bravura delle protagoniste? Olivia Colman è straordinaria nel ruolo della Regina Anna. Non c'è nulla di regale, nobile, irraggiungibile in questa donna malata, sola, a tratti infantile che si ritrova a gestire una difficile situazione politica, manovrata da tutti e tutte.
Una donna che ama i suoi diciassette conigli, ognuno chiamato col nome dei suoi figli perduti. Una persona schiacciata da un destino crudele ma capace anche di usar questo potere per vendicarsi o sentire di aver un minimo di forza sull'altra persona. Difficilmente sullo schermo si è vista una regina così  debole e umana.  Come di fatto par fosse durante il suo regno. Costretta ad occuparsi della sua salute diede ampio potere ai suoi ministri, (il più abile di tutti fu il "tory" Robert Harley) e alle sue "favorite"  Sarah Churcill e Abigail Masham.
Il film narra lo scontro tra queste due donne per ottenere le grazie della regina e un potere non da poco.
Sarah Churcill è legata alla Regina da un forte sentimento e passione. Le due donne si conoscono fin da bambine o poco più,  il loro rapporto non si basa solo sulla gerarchia dei ruoli, sull'ipocrisia per rimanere intima di una persona potente.  Seppure problematico,  contorto, a tratti crudele tra le due donne c'è amore. Certo Sarah si sente intoccabile, invade spesso e volentieri il campo di Anna, prende decisioni politiche che non la competono, ma è forse l'unica che in fondo prova un po' di amore e affetto per la Regina.
Sarah è una scaltra stratega, una di quelle persone che conoscono benissimo le loro qualità e peccano di sicurezza nei confronti dei propri mezzi. Talmente sicura del suo potere anche- e sopratutto su Anna- da non accorgersi del gioco di Abigail, una sua lontana cugina.
Quest'ultima era una donna della buona società fino a quando suo padre ha perso tutto il suo patrimonio a causa del gioco d'azzardo. Comprata da un laido tedesco, ella subisce umiliazioni e violenze fino a quando prende a balzo la possibilità di far carriera nel castello dove risiede la regina.
Approfittando di una lontana parentela con Sarah, calcolando ogni parola, gesto, per scalzare la cugine e diventare la nuova favorita di Anna.
Ossessionata e tormentata dalla fame di potere celata dietro a un comportamento gentile, educato, modesto e una mancanza di morale che sarà fonte di vittorie e amarissime sconfitte.
La guerra tra queste due signore non è meno cruenta rispetto a quella che vede coinvolti i tory contro lo schieramento dei whig, o quello degli inglesi contro i francesi.
Nulla conta come mantenere il proprio potere a corte o in parlamento. Tutti si affannano a vincere e distruggere i nemici, ma sopra ogni cosa domina la misera condizione del genere umano.
Il film avvince proprio mettendo in scena questo scontro, appesantito per me da un fin troppo esibito auto compiacimento del regista,  i personaggi, i dialoghi, sono a tratti davvero eccellenti.  L'astuzia e scaltrezza femminile usate per intortare la regina o sbarazzarsi della rivale, sono il motore di questa opera. Si avverte il peso tragico del destino, di un potere assoluto che manovra i suoi rappresentati terreni, la profonda e inevitabile amarezza quando si scopre che la corsa al potere ci darà qualche vantaggio rispetto ad altri, ma alla fine siamo destinati a esser come i conigli della regina: liberi di correre nella stanza ma destinati a rimanere chiusi nelle gabbie.
Talora una gabbia è grande come l'ambizione di persone abiette o come un castello.

lunedì 19 febbraio 2018

LA FORMA DELL'ACQUA di GUILLERMO DEL TORO

Sai come comincia? No? Vabbè, te lo spiego.  Da bambini ti dicono di non piangere, che è roba da femminucce. Non una volta, te lo ripetono spesso, così, a cuor leggero. Sei un bimbo e i bimbi non si lasciano travolgere dalle lacrime. Cazzo! Il dolore a noi non ci sfiora.
Non siamo femminucce.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno.  alla fine non piangi. Tua nonna, tua mamma, tua zia, la vicina che si prende cura di te, te l'hanno ripetuto talmente tante volte, che da bravo bambino hai imparato la lezione. Solo che il "non piangere" non è legato solo al dolore fisico. A volte ci commoviamo e lacrimiamo anche per gioia. Perché ci par impossibile che una vita tanto mediocre, fatta solo di duro lavoro, bollette da pagare, soldi da mostrare a tutti, come simbolo di benessere, abbia anche un piccolo spazio per la meraviglia.
Sissignore, io mi meraviglio! E mi commuovo, anzi peggio: mi esalto per la gioia e la felicità degli altri. Uomini o personaggi di un film, non importa. Si chiama empatia, o anche - in certi casi- capacità di immaginare, lasciarsi travolgere dalla storia, dai personaggi, ma si, dai! La vogliamo tirare in ballo? Dalla magia del cinema.


Oggi quando vai al cinema si va con l'intento di santificare o demolire, a prescindere, un'opera e il suo autore. La figura dello spettatore che partecipa al rito della visione, con i limiti e le gioie che esso offre, è sostituito da scafati esperti, maestri della tecnica, figure che ti spiegano cosa ti piace o no. Così si perde quel rapporto basato sulla fantasia, il sentimento, lo stupore; cose che per me stanno alla base della visione di un'opera. Sopratutto quando comprendi che non stai vedendo Antonioni, per cui : non rompere i coglioni. Detto con affetto, stima e umana pietà per la scomparsa di un'attitudine anche infantile, anche da poracci che non capiscono nulla, da proletari in libera uscita. di andare al cinema.
Tu però sei abituato a non piangere, a non fare la femminuccia. Per cui, come fai a capire una piccola emozione, a empatizzare per il dolore che vedi sullo schermo? Fai fatica e per questo ti attacchi ad accuse ridicole di "buonismo". Perché sei cresciuto negli anni 90, periodo in cui pessimi intellettuali- chiedo scusa agli intellettuali- scorretti ( ma correttamente inseriti nel sistema) ti hanno insegnato- in tv, al cinema, sui giornali- che la bontà è ipocrisia, il romanticismo roba da pirla, l'empatia tipo l'ebola ma più pericolosa. Migliaia di vite mediocri, che un po' di lavoro per lo sviluppo di fantasia e sentimenti avrebbero rese eccelse, che si credono fichissimi per i loro triti r ritriti post "irriverenti-cinici" sul Natale, San Valentino, fino ai migranti e alle minoranze. Cuccioli in cerca d'affetto, porelli loro, che devono far sentire a tutti il loro ruggito del coniglio.
Poi quando si trovano di fronte a film che mettono in evidenza i sentimenti, la meraviglia, il romanticismo, sbarellano di brutto! E allora vai di: buonismo, ruffiano, furbo! Molti si danno da fare per evidenziare che le accuse sono sciocche. No, ma perché? Semmai andrebbe fatto notare a questi che non tollerano il buonismo, che la furbizia e l'astuzia- vista da loro- è alla base dell'industria cinematografica. Sfruttare, in modo ruffiano e furbo, dei sentimenti è un atto di raro cinismo, per cui questa è proprio la loro pellicola. I detrattori non ci arrivano.
Ma allora, che razza di film è " La Forma dell'acqua" ? Oh, bene: parliamo del film. Un'opera che come tutte le pellicole cinematografiche divide tra entusiasti e detrattori. Ognuno colle sue ragioni, e le sue cazzate.
Io non so se è un capolavoro, non ho questa ossessione di far sapere a tutti che vedo "capolavori". Sono uno spettatore che col mezzo cinematografico ha un rapporto anche immaturo, se la cosa vi dovesse far sentir bene potrei anche ribadire la mia mancanza di preparazione tecnica e universitaria,  basato sul sentimento, l'emozione, la meraviglia di perdermi in una storia e sentire i personaggi come amici o fratelli.
Io ho amato questo film, non ai livelli de "Il labirinto del fauno, ma mi è piaciuto tantissimo.
Perché il fantastico non viene usato come metodo per far caciara, degli effetti che stordiscono, roba che guardi mentre mangi i pop-corn. Qui il fantastico è dentro a un contesto verosimile che riconosciamo.
Eh, badate bene: non è la Guerra Fredda. Non è nemmeno una pellicola sui diritti civili di gente con difficoltà a farsi accettare da una società " sana, normale, per famiglie", come dice il ragazzo che lavora al negozio di torte al vecchio omosessuale.
No, in questo film si parla di una cosa che tutti conosciamo nell'epoca della grande comunicazione e dei mille amici su Facebook: la solitudine.
Anzi, dirò di più: l'abitudine a esser soli. Ti capita di sentirti così quando da bimbo non è che ci sia la fila per farti giocare a pallone, eh! E allora prendi i tuoi giocattoli e inventi una cosa per non farti rimanere male. La vivi quando da adolescente e da giovane, per vari motivi non hai un vero gruppo di amici, una ragazza o ragazzo speciale, e va bene, io troverò un modo per andare avanti
Così ti ritrovi anziano, solo, con tanta voglia di dir un " ti amo" o mandare a fanculo il cretino di turno. Non lo fai, hai degli impegni da rispettare
Per la protagonista è: svegliarsi, masturbarsi, far colazione, andar al lavoro e una volta a casa, far compagnia al vicino di casa. Un uomo anziano, omosessuale, che vive coi suoi gatti.
La solita vita che alla fine diventa un alibi, un modo per tirare avanti. Lontani dal mondo.
Fino a quando l'amore entra nella tua vita. E vi posso giurare, per esperienza personale, che hai voglia tu di aggrapparti alle tue abitudini, alla bellezza di esser soli, non puoi controllarla. Almeno non ci riusciamo noi poveri buonisti, e infatti finiamo tutti male: con qualcuno al nostro fianco, che ci accoglie la sera quando siamo stanchi, che ascolta i nostri sogni di gloria e l'amarezza delle nostre sconfitte. Che fine orribile, cari cinici da social, niente in confronto alla bellezza dei vostri post,eh!
La svolta nella vita di questa giovane donna e delle persone che le vogliono bene, giunge inaspettata e in modo singolare.
Ella, come professione, si occupa delle pulizie in un laboratorio governativo/dei servizi segreti o una cosa simile. Qui un giorno viene portato uno strano essere. Una sorta di dio acquatico, trovato in un fiume del Sudamerica. Questa creatura fa gola all'esercito americano e ai meravigliosi agenti del kgb ( d'altronde siamo in piena guerra fredda).
La giovane donna si innamora di questo essere, ridotto a una penosa vita in catene, piena di sofferenza, totalmente solo. Comprende che come lei, costui ha bisogno di vivere. Ha bisogno di un po' d'amore. Anzi: lei ha bisogno di innamorarsi e vivere una relazione, va bene anche un mostro della laguna nera.
Un amore sessuale, passionale, fisico, oltre che sentimentale.
Questo sentimento sarà alla base di una decisione tanto coraggiosa quanto pericolosa che vedrà un gruppo di buoni per caso lottare contro un nemico feroce, crudele, immagine assoluta del male: Micheal Shannon. Garanzia di personaggi folli, non proprio amichevoli, qui supera sé stesso in una interpretazione magistrale.
Strickland, a ben vedere, in altri film sarebbe il "buono". Anzi, lui è il classico eroe americano, o meglio ancora la visione che il cinema e il popolo statunitense ha di sé:  fedele alla moglie e alla patria, con una bella casa, una cadillac, due bambini sani. Il ritratto del buon americano. Viceversa lo scienziato sovietico, infiltrato nel laboratorio, sarebbe il classico cattivo. Il nemico del mondo libero, civile, lo spione subdoilo.  Del Toro sovverte l'immaginario collettivo mentre lo mette in scena, rispettando le regole.
La Forma dell'Acqua,  ci ricorda che il cinema di  genere, quando è fatto bene, ha la stessa dignità di opere giustamente ritenute di alta qualità. Non si svilisce il cinema d'autore o più ricercato, quando si ammette la bellezza di pellicole popolari, ma non rozze e cretine. Del Toro è un Autore, con una sua poetica precisa e una visione politica del genere, senza che diventi mai un comizio o si perda il gusto per lo stupore.
Opera ricca di citazioni, senza però scadere nel "citazionismo a cazzo" o per supplire mancanze di idee, atto d'amore per il cinema classico, quello delle grandi storie e delle emozioni in Cinemascope.
Non solo, va che il buon Del Toro è un appassionato di Musical, come me,  e non di quelli cerebrali, con canzoncine e balletti degni di una compagnia telefonica, ma quelli di assoluta e totale pulcretudine. Perché la musica, nella sequenza migliore di tutto il film, fa cantare i nostri cuori.. Figurati se non dona la voce a Elisa Esposito, la protagonista di questo film, per dichiarare il suo amore a un essere tanto carino, ma non troppo; visto che mangia i gatti.
Una sequenza che ci riporta sia ai grandi film degli anni 30, che al finale di quel capolavoro che è The Artist, ma sopratutto mi riempie di gioia perché Del Toro vede Netflix e questa bellissima serie



Si, vedo Crazy Ex Girlfriend in ogni ove! Vabbè, questo per dire che La Forma dell'Acqua è un omaggio profondo, sincero, travolgente, alla magia del cinema. Di un tempo dove si entrava in sala, non per whatsappare a cazzo o veder quanti barbatrucchi riesco a sgamare, ma per lasciarsi travolgere dalla bellezza della fantasia e delle immagini. Quando eravamo spettatori capaci di innamorarci di un personaggio, di una vita rappresentata sullo schermo.
Eh, bei tempi quelli!






giovedì 12 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049 di Denis Villeneuve

Eccomi, arrivo buon ultimo a scrivere di un film che in questi giorni è protagonista di migliaia e migliaia di post. Non è mia intenzione dire nulla di nuovo o profondo, non sono in grado su questo terreno, con un'opera così importante.
Chissà cosa passa per la testa alle persone quando decidono di rendere omaggio a una Leggenda, un Mito. Ci sono mille e più ragioni. Si parte dal giudicare quella pellicola, libro, come parte integrante della nostra vita, si vuol dimostrare di essere talmente bravi da poter affrontare sfide così difficili. Tutti buoni motivi, ma stressanti! Pensate quanti senza veder il film, a prescindere vi attaccheranno perché avete osato tanto. Tipico dei fanatici religiosi e io, a parte quelli religiosi, adoro i fanatici, detto ciò mi rendo conto di quanto siano detestabili e fin troppo facili da prender per il culo. Ogni opera merita il suo doveroso rispetto e un cinefilo, anche medio e mediocre, dovrebbe esser curioso di confrontarsi con essa. Bè, ogni opera magari no.. Molte si, diciamo!
La pressione è fortissima, sai che stai andando contro a una gogna mediatica e alla possibilità di deludere i tuoi ammiratori: " Ma che cazzo ti viene in mente di confrontarti direttamente col mito?" Bè, diciamo che se te lo lasciano fare vuol dire che qualcosa si guadagna in termini economici, mica la chiamano industria dello spettacolo, in America poi!  Però qui non stiamo parlando di un abile shooter, di un gaglioffo mestierante che taglia e cuce per portar a casa qualcosa di almeno guardabile, no qui c'è un'operazione autoriale degna di codesto nome .
Apriamo quindi una piccola parentesi: cari e care, un regista può anche starvi sulle palle, ci mancherebbe, ma non veder che Villeneuve è tra i migliori autori viventi, è tipico dei miopi.  Autore di razza, che usa in modo altissimo e nobilissimo il genere, fa film che sono perfetti tecnicamente, ma c'è an che sostanza, ( si forma e sostanza non sempre coincidono) per questo il fatto che vi fosse lui dietro codesta operazione mi è garbata da subito.
Il film ci presenta un nuovo eroe, per modo di dire eroe: l'agente K. Un androide di nuova generazione che fa un mestiere ingrato: deve "ritirare" i vecchi androidi, e quelli più ribelli. Per caso, alla fine di un lavoro, scopre una misteriosa cassa. Questa cassa contiene i resti di una donna, la quale è morta partorendo. Si scopre che la donna era un'androide, per cui il fatto che abbia partorito la rende troppo umana. Il figlio deve esser scoperto ed eliminato, tocca a K occupersene

L'indagine porta K a scoprire qualcosa di terribile su di lui, e a congiungersi con il primo  film. L'entrata in scena di Ford è gestita benissimo, non ci sono strizzatine d'occhio al pubblico, non si sta facendo una carnevalata, ma cinema di altissimo livello. Per cui, è una gioia rivedere sullo schermo il personaggio di Decker, riscritto con grande cura della psicologia e delle sue scelte. Un uomo anziano, solo, che vive coll'ansia del braccato a vita, uno che si nega persino il rimpianto del figlio lasciato in un orfanatrofio, non tanto perché non gli freghi nulla, ma per proteggerlo. Un peso fortissimo spiegato in una battuta e mezza espressione.
Il tema del legami, delle relazioni e di come esse ci rendano "vivi" è alla base di questa pellicola.
Non c'è vita vera nella solitudine, nella fuga, ma tutti cercano qualcuno, una compagna di vita, anche se virtuale, come K,  un capo che guidi una nuova rivoluzione per rendere noto al mondo  che gli androidi pensano, sentono, sono come gli esseri umani. Ognuno cerca nell'altro la proprio completezza.
Per cui: certo la fantascienza è in primissimo piano, certo l'impatto potentissimo della fotografia, scenografie, di un mondo cupo e carico di mestizia, ma Blade Runner 2049 è anche un film d'amore, anzi meglio: sull'amore. Sentimento fondamentale per capire se siamo vivi o meno. In questa pellicola viene messa in scena una delle più belle e struggenti. Due "creazioni da laboratorio" che si amano, desiderano, come esseri umani veri e propri.  Come se l'amore facesse parte delle regole dell'universo e noi dobbiamo sottostare ad esse, Villeneuve fa sua la lezione di Interstellar e la porta a profondità di pensiero e azioni estreme.
Di rimando, ci viene da pensare di vivere in una società dove alcuni reputano normale considerare naturale o contronatura un legame affettivo, forse non sbagliano, non so, a me par assai superficiale ed egocentrico.  Non solo, ci spinge più in là a riflettere su cosa provino, che tipo di amore, quelle creature che alcuni di noi umanizzano fin troppo, ma per ironia del destino rendendoli più cose da esporre che compagni di vita, altri invece pensano che siano solo "animali", per cui non provano e non sentono nulla. Solo gli esseri umani, appartenenti a certe categorie possono innamorarsi e provare davvero amore. Che ne sappiamo, realmente? Pochissimo. Per questo, che colpo sarebbe per la società se alla fine gli androidi fossero come noi? Il bello del film che non ci dice "migliori", ma uguali a noi.
Un  film lungo, titanico, epico a modo suo. Seppur il ritmo sia solenne, "lento", un film che mette in scena un calvario, un sacrificio, una tragedia enorme: quella del destino che si fa beffe di quel che pensiamo esser vero,  la nostra vita.
E qui spendo due parole su Ryan Gosling: la piantiamo di scassar il cazzo sul fatto che sia poco espressivo? Guardatelo qui e poi rifatevi l'idea sulla sua espressività
In questa pellicola Gosling è eccezionale, magnifico, tiene saldamente in mano questo Kolossal e offre una struggente, dolente, interpretazione, K è un personaggio tragico nel modo classico  del termine, ha qualcosa di antico- ascolta Sinatra e il Jazz- pur essendo un'invenzione dei suoi tempi moderni  e altamente tecnologici.
Sia io che mia moglie siamo rimasti ammaliati, stregati, conquistati da questo bellissimo film
Lunga vita a Denis!

mercoledì 20 settembre 2017

A Ciamabra di Jonas Carpignano

Quello che da sempre mi affascina sono le vite delle persone. L'indagine di un microcosmo parallelo alla società borghese, o i tormenti di chi è nato nella borghesia. In fondo non è detto che la felicità segua sempre il danaro, ma nemmeno che senza soldi si viva per forza in un mondo di cuoricini e libertà. L'individuo è frutto della sua classe, per quanto si possa sforzare, anche il sesso o il credo religioso hanno un loro peso. Eppure vi è anche nei posti più squallidi un barlume di bellezza
Almeno in quasi tutti.

Mostrare un mondo che non vogliamo vedere o che non conosciamo affatto, non vuol dire aver nei suoi confronti un rapporto carico di empatia a tutti i costi. Giustificare le loro azioni, declassarne le colpe o evidenziare lo squallore in cui nascono, crescono, finiscono in galera e muoiono generazioni di uomini e donne.
Il cinema mostra, indica un giudizio, una simpatia, ma poi lo spettatore indisciplinato ci aggiunge le sue riflessioni e considerazioni. Questo è il grande merito di un film: emozionare o far riflettere.
Opera seconda di un regista italo americano,  che vede tra i produttori esecutivi un certo Martin Scorsese,  A Ciambra è un film che potremmo definire infelicemente : docufiction, ma non gli renderemmo giustizia.
Spesso ci interroghiamo su come si possa riprendere la realtà in un film. La risposta è sempre molto incerta, dubbiosa oppure didascalica, dogmatica, ma il bersaglio ci sfugge sempre.
Da molto tempo ad esempio vi è uno scontro su oggettività e soggettività, in parte, molti che sostengono il bisogno di esser oggettivi, nascondono dietro questa pretesa la paura di una discussione e messa in gioco di idee radicate, dall'altra spesso la soggettività è solo una mera opinione senza alcun valore.
Per questo quelli che hanno al cuore una certa dose di realtà in un libro o in un film, come possono metterla in scena o in pagina, senza che si finisca per far solo la rappresentazione di un'idea soggettiva e quindi anche fragile e non del tutto veritiera?
La macchina da presa cattura attimi di vero, in un fiume impetuoso di immagini pensate, scritte, fotografate, montate e musicate, da una o più persone. Eppure quel piccolo momento di verità, seppure filtrato passa.
Perchè, come direbbe Paolo Coelho, ma va bene anche Fabio Volo: la vita è una recita.

La famiglia Amato con o senza sceneggiatura e mdp sarebbe diversa da quella vista su pellicola? Non credo. Il cinema fornisce i tempi, stacchi, monta le loro esistenze, ma con o senza una storia "inventata" loro sarebbero sempre loro.
Così l'occhio cinematografico riprende impietoso il vivere in un degrado e squallore assoluto, in un non luogo, forse anche in un non tempo se non fosse per gli i phone, ha un che di magico e irreale seppure sia profondamente e radicalmente reale. Ogni parola, ogni scontro, ogni irruzione della polizia.
Però l'ambientazione crea un cortocircuito tra noi e il loro mondo. Rimaniamo sconvolti, colpiti, interessati e distaccati da quel mondo di furti, machismo, famigliarismo, eppure così unito, forte, solidale.
Non c'è lo sguardo indignato verso la comunità di rom di Gioia Tauro, non c'è traccia di giustificazione, di abbellimento, quel voler dire a tutti i costi: ma quando mai rubano! L'occhio della mdp è presente, sta addosso ai personaggi, ma è anche scientifico, distaccato: " Guarda, questo è il mondo loro"
Mondo collegato anche alla malavita locale, con i quali intrattengono rapporti di affari e subordinazione.
Sono chiassosi, eccessivi, estremi, vedi bimbi che fumano e bevono, il legame di sangue è potente, forse l'unica cosa che abbia davvero importanza. Ma non sono "buoni selvaggi": compiono quelli che noi più o meno cittadini medi, riteniamo atti criminali. Quella è la loro vita.
Il film descrive anche i rapporti non sempre buoni con gli immigrati africani, i rom li schifano un po', e l'aspetto davvero interessante di questa opera è il bellissimo rapporto che Pio ha con un ragazzo del Burkina Faso, questo rapporto scritto, diretto e interpretato dai due "attori", davvero benissimo è alla base di un brusco passaggio di Pio dall'età adolescenziale alla vita da uomo.
Passaggio che non indica affatto una maturazione o che, ma semplicemente l'accoglienza nella banda dei grandi per una vita dedicata a rubare rame o automobili.
Quanto pare l'idea del film è venuta al regista dopo che i rom gli hanno rubato la macchina con dentro gli attrezzi di lavoro, arrivato a riprendersi la sua auto, costui ha conosciuto Pio e la sua famiglia, da qui l'idea di girare un film, tra opera di finzione e documentario, su questa famiglia
Per quanto mi riguarda A Ciambra è un film necessario e utile di questi tempi, una sana riflessione su mondi paralleli, sui limiti e le possibilità di agire in certi contesti. Non solo vedetelo, ma fatelo vedere

giovedì 8 giugno 2017

Ritratto di famiglia con tempesta di H. Kore-eda

Io credo siano importanti le variazioni sul tema, piuttosto che l'originalità e l'anti retorica a tutti i costi. Perché se questi ultimi elementi non sai gestirli, vengono fuori cose brutte e insensate. Frutto di un odio verso ciò che è verosimile, reale, condivisibile col resto del mondo.
Mi piacciono tantissimo i film che parlano di gente comune, perché costoro sono tutto, tranne che "comuni". Lo diventano nel cattivo cinema o letteratura, nel pensiero annoiato dei reazionari, o dei borghesi chiusi in mondi fatati e isolati.
C'è più epica nella vita del salumiere sotto casa che in mille impavidi guerrieri e compagnia bella. Non dico che i guerrieri e il fantasy siano cose brutte- brutte, anzi vi sono autori meravigliosi e imperdibili, in quel campo. Io, da spettatore o lettore, preferisco altro: appunto lo ripeto di nuovo la possanza e maraviglia di fronte a vite e storie "ordinarie". ma che di banale o pleonastico, se ben vedete non hanno nulla
Kore-eda è un grande maestro nel mettere in scena codeste storie, bisogna dargli atto. Certo se dal cinema volete il fantastico, gli effetti speciali, eroi e cattivi, spettacolo e intrattenimento, ecco queste opere potrebbero annoiarvi; ma qualora foste intellettualmente normodotati e non bambinoni di quaranta anni, bè  datevi una possibilità: lasciatevi trasportare nella limpida poetica di esistenze "apparentemente lisce", va vi cito pure Ruggeri!

Ci sono molti modi per narrare la stessa storia. Per questo gli oligofrenici che se la sono presa colla sola opera degna di nota di Genovese, si son bloccati a : ma è sempre la stessa menata del gruppo di amici in casa e delle loro beghe. Carissimi, questo è il cinema! In particolare quello di genere, al massimo arriviamo a tre canovacci, poi sta all'abilità dello sceneggiatore e del regista a dargli spessore e importanza.
I film su famiglie che si ritrovano, dopo un lutto o per le vacanze, sono migliaia. Perché tutti abbiamo una famiglia, tutti abbiamo passato momenti orribili e voglia di riappacificare rapporti forse un po' tralasciati, fissi sulla nostra idea di chi sia un genitore, un figlio, si chiama "sindrome di Giovanni Mari", ti porta ad odiare un padre per tutta la vita, ma senza conoscerlo, basandosi su un'idea, un momento negativo. Capita a moltissime persone.
Per cui è normale e giusto che si facciano tanti film su questo tema. Kore- eda è un esperto del settore.
Per cui la differenza cosa la fa? Lo sguardo. Dolan, nel suo ultimo capolavoro, vuol farci notare la fragilità e inconsistenza delle relazioni, di come ognuno sia chiuso in un mondo ostile e a parte, Kore- eda si è laureato all'Università Virzì e Spielberg, lui crede negli esseri umani e nelle loro debolezze. Per questo, anche se non ci sono i finali più ottimisti di codesto mondo, c'è sempre una compassione profonda, una dolcezza soffusa. 
Non manca nemmeno in questa sua ultima pellicola. 
Ryota era una possibile promessa della letteratura, che si è voluto perdere in un mondo marginale basato su gioco d'azzardo, solitudine, un lavoro di investigatore privato non proprio onestissimo. Un uomo placidamente alla deriva. Uno di quelli che conosco bene e in un certo senso sento affine, forse anime troppo pigre per impegnarsi davvero a far qualcosa di buono, o troppo limpide per adattarsi a questo mondo. Non lo so, non importa.
La cosa fondamentale è che lui tenta di essere un buon padre, ama ancora la ex moglie, ma non è in grado di gestir al meglio quella cosa complicata che sono le relazioni umane. Una parola non detta o una di troppo, una confessione o richiesta d'aiuto che ci imbarazza o che avremmo dovuto fare. Così meraviglioso e fragile il mondo umano, come fai a non amarlo?
Così dopo una prima parte di descrizione del lavoro di Ryota, non la migliore, arriva la tempesta, che costringe i personaggi a trovarsi chiusi nell'appartamento della madre dell'ex scrittore. Non succede nulla, eppure succede tutto.
I dialoghi colla madre, col figliolo, con l'ex, sono ricchi di amore e delusione. Le basi della nostra esistenza. Lui vorrebbe essere migliore, ma non può. La differenza fra la retorica americana, la follia da pirla dei life coach e un aderire seriamente alla vita è questa: non tutte le vite brillano e sono destinate a una redenzione, un riscatto, al - mi si perdoni l'orribile termine- successo. La maggior parte vede fallire sogni, desideri, speranze, illusioni, allora cosa ci rende più grandi della vita? Il tentativo
Lo so, non farò mai quello che voglio, ma tento di farlo. E poi vado avanti, farò altro.
Capita a volte che si cresca in contesti dove l'infelicità sia una radice forte, dove ti vengono elencate le difficoltà, mancanze, difetti che hai, come se tu fossi un'anomalia. Così cresci convinto che ogni cosa sia una sconfitta meritata e non fai nulla. 
Invece dovremmo educare i nostri cari(figli fratelli genitori consorti) a tentare sempre di costruire/ricostruire dei rapporti umani solidi. Sono le cose che ci rendono vivi.

Questo avviene tra i personaggi di questo bellissimo film. Nelle loro incomprensioni umanissime, nel dolore e nella voglia di esserci, di parlarsi, di scontrarsi. 
Kore-eda non ci spinge a ritenere Ryota un essere deprecabile, non lo condanna, come non punta il dito contro nessuno dei suoi personaggi. Nemmeno li giustifica. Fa una cosa importante: li comprende, e ce li fa comprendere.
Dopodiché liberissimi di ritenere l'ex scrittore un uomo non apprezzabile, il giudizio è fondamentale di questi tempi così lassisti e normalizzatori a ogni costo. Però, prima, abbiamo avuto la possibilità di incontrare un uomo: disonesto e poco raccomandabile, ma anche pieno di amore per il figliolo e di rimpianto trattenuto per la sua vita.
Di questi tempi, film come questi, sono necessari e fondamentali.

martedì 23 maggio 2017

Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

Ti sei mai fermato a pensare cosa hai tolto a Giuseppe? Ti è mai venuto in mente, passato lieve nel cuore, un momento di sgomento e schifo per quello che tu e uomini di zero onore avete fatto a un ragazzino?
Quando rapisci e uccidi un ragazzino non togli a lui la vita. O meglio non solo quello. Perché se un uomo ha avuto il tempo di fare errori, vivere amori, ridere e arrabbiarsi, lavorare, comprare casa, innamorarsi, tifare e gioire per una squadra che vince uno scudetto, emozionarsi ricordando i viaggi, aver fatto l'amore,  cambiato vita ed esperienze, un ragazzino che avrà mai fatto? Avrà avuto la percezione di tutte queste cose.
A Giuseppe, dei criminali orribili, disumani, hanno distrutto la felicità di immaginare e vivere una vita. Un doppio atroce delitto. Perché il padre era un pentito. Poi lasciamo stare che il suo assassino si è pentito a sua volta, mi auguro un pentimento vero e sincero.
"Sicilian Ghost Story" è un film che parla di prigionia, di vite sequestrate: Giuseppe, nel senso vero e proprio del termine, passerà due anni nelle mani dei rapitori, Luna - la ragazza che si innamora di lui- è prigioniera della società: quella omertosa, piena di segreti, che vuol far passare per matta una ragazzina che pone domande, che non accetta quella mentalità e modo di vivere.
Lei combatte colla forza ingenua e fragile di chi è ancora giovanissima e non teme quel placido vivere all'insegna del " fatti i cazzi tuoi", non vuole accettare che un ragazzino venga abbandonato e deriso, dimenticato e insultato, per quello che ha fatto il padre
Durante tutta la visione mi son sentito completamente vicino a lei,  soffrendo per ogni ostacolo che gli altri le mettevano di fronte, emozionandomi per quel amore così intenso e puro e forte.  Perché quella è l'età bellissima in cui l'amore è qualcosa che non si perde tempo ad analizzare, regolarizzare, dubitare della sua esistenza: l'amore è.  Il cielo è nel viso del nostro o nostra amato/a. Infinito, potente, ci riempie le vene al posto del sangue.
Questo amore è quello che provano Giuseppe e Luna.
Fino a quando uomini cresciuti malissimo nel mito distorto dell'appartenenza mafiosa, interverranno per distruggere quel loro bel sogno.


Per tutto il film speri che qualcosa o qualcuno possa intervenire per dare giustizia e pace ai due ragazzini.Però sappiamo che la storia non è andata affatto così.Per questo il dolore diventa ancora più straziante, vibrante, feroce. Bastano piccole sequenze ( una farfalla che dalla mano di Giuseppe si mette a volare verso il mare, i due ragazzini che si abbracciano in un sogno/allucinazione/visione di un oltre la vita) per far penetrare nei nostri cuori di spettatori una sofferenza radicata e profonda.
E poi c'è il cinema

Cinema che in questa pellicola c'è, presente, debordante, ricco di possanza e maraviglia, proprio perché i registi ed autori di questa opera mescolano il duro realismo della storia vera, con atmosfere inquietanti, sottilmente horror, decisamente fiabesche.
C'è il bosco maledetto e incantato, le bestie feroci, i cattivi/ quasi orchi, c'è una principessa che deve salvare il suo principe. Ci sono i fantasmi/anime che si incontrano. Il tutto però senza forzature o stonature tra parte Reale e quella Magica.
Come se la mafia fosse una specie di proiezione maligna di una terra infestata. Surreale o realismo magico? Forse niente di tutto questo. Solo un film davvero notevole.

lunedì 27 febbraio 2017

Jackie di P. Larrain

Il cinema biografico è terreno di molte insidie. O si porta sullo schermo un'agiografia forzata, dove aiutati da musiche fin troppo enfatiche e carrelli alla cazzo di cane, si fa del protagonista un semi-dio imbattibile, senza macchia e quasi quasi pur cammina sulle acque, oppure si vuol esser a tutti i costi anti retorici, scivolando in un tono più o meno velato di polemica contro il soggetto del film. Raramente ci si ricorda di una cosa: Cinema biografico. Cioè la cosa principale è la settima arte, la cosa fondamentale è il film.
Proprio perché non stiamo vivendo la vita del protagonista, ma la sceneggiatura di uno scrittore e assistiamo alla regia di un regista, ecco, dovremmo comprendere che l'unica cosa buona da fare in queste situazioni è prendere una persona vera e restituirla alla magia del mezzo cinematografico, anzi dirò una cosa audace: all'Idea di cinema che ha in testa il regista.
Perché se è vero che tutto è industria, prodotto, mezzo per far soldi, è altrettanto vero che- all'interno del sistema produttivo-industriale, impossibile starne fuori- ci sono ancora grandissimi Autori.





Larrain, che è sicuramente un grandissimo autore, decide di inoltrarsi nella terza e unica via possibile: non un'agiografia di una santa laica, non un ritratto scandaloso, ma una straziante e memorabile analisi del lutto, della sua rielaborazione, della solitudine vissuta da chi soffre.
Io non conosco molto bene la storia vera di Jacqueline Kennedy, non ho mai avuto reali interessi nella e per la storia di questa famiglia, a esser sincero trovo più stimolante la conoscenza dei presidenti repubblicani, perché per me rappresentano al meglio il paese reale. Nondimeno è stata una persona molto importante per il suo paese e non solo, una donna entrata nella storia e scolpita nella leggenda.
Una vita piena di eventi tragici e lieti, che si presta a un film ridondante, chiassoso, epico in ogni inquadratura.
Il regista cileno ha il dono di non forzare nulla, ma di non essere assolutamente trattenuto. La potenza delle emozioni, è ben presente. Descritta con un primo piano, una frase, un avvicinarsi o allontanarsi dal personaggio.  Credo che dica moltissime cose sul dolore e quella sensazione di inutilità, di essere persi, di non capire che ci facciamo al mondo,  quella bellissima scena di Jackie che si veste e riveste, trucca, porta del vino a tavolo, come se avesse qualcuno da incontrare, ma è solo sé stessa.
Una donna testarda, non simpaticissima, ma così umana e dolente da commuovere ogni spettatore dotato di un  po' d'anima.
Il punto di vista, merito della meravigliosa sceneggiatura- lo sceneggiatore codesto sconosciuto così poco apprezzato nel mondo del cinema- e della meravigliosa regia, è alquanto inedito. Mostra, doverosamente, alcuni passaggi obbligatori del dramma famigliare che diviene tragedia nazionale e mondiale, dal suo interno. Non cerca le ragioni politiche,  non azzarda analisi o dà colpe, ci mostra una donna travolta dal lutto, ma che da questo ritrova una sorta di amarissima e dolorosa, rivalsa, riscatto, prendendo la scena per sé. Il funerale fastoso e altre cose, quanto è omaggio reale al marito? Quanto un voler mostrare al mondo sé stessa?
Film di straordinario equilibrio, con un montaggio e fotografia perfetti. e una immensa e memorabile aiutante di Leon, che è cresciuta davvero molto bene.

lunedì 16 gennaio 2017

SILENCE di MARTIN SCORSESE

La risposta di Dio è il suo silenzio.
Potrebbe esser questa una buona riflessione da parte di uno spettatore all'uscita della visione di questo ottimo, meraviglioso, straordinario film.
Qualcuno dice il migliore di Scorsese, non lo so. Sai, è un po' come con i nuovi dischi: ogni volta l'ultimo è il migliore.  Quelle sono cazzate dette per vendere un mero prodotto, come da sempre sono i dischi di rock o pop, ma questo fatto di reputare l'ultimo film di un immenso maestro del cinema, come quanto di meglio abbia mai realizzato fin ad oggi, ecco mi par esagerato.
Parliamo di uno che ha fatto la storia del cinema e che si conferma di nuovo, non rammento film davvero orribili o sbagliati ad opera di costui,  come uno che è in grado di girare benissimo dando al pubblico emozioni ed occasioni profonde di riflettere.
Il tema della fede è importante per me. Non credo nel paradiso, pur sforzandomi dio mi pare una buona idea, una saggia  e giusta idea per mille ragioni (la morte e il dolore ci distaccano a volte dal resto della comunità, la prima in modo particolare, e per non sentirci del tutto inutili, mucchio di carne ed ossa destinati all'oblio ci siamo inventati le divinità) ma molto lontana. Nondimeno gran parte degli atei, dei laici, mi sembrano che siano fin troppo dozzinali nel criticare la fede, la chiesa, la comunità religiosa. Sopratutto non indicano una via di vita decisamente migliore, si limitano ad attacchi, giusti ma scritti con troppo adolescenziale rancore e nessuna conoscenza vera del nemico, al clero, a ribadire che non esiste nessun dio e poi si limitano a una sorta di celebrazione dell'individuo non come essere pensante, ma come mezzo di sporadici godimenti ed effimere soddisfazioni. Non  mancano moltissimi che rendono l'argomento più profondo, sono gli atei che piacciono a me, dai quali comunque imparo sempre qualcosa.
Il punto è che non siamo in grado di parlare del tema religione. Scoppia la consueta tifoseria, le solite critiche e prese di posizioni troppo urlate per essere davvero sentite.
Peccato, perché dovremmo porci la domanda, l'interrogativo, sulla sua esistenza. Io rispetto profondamente le persone che credono, come ammiro chi ha un'adesione profonda con la sua ideologia. Anche quando i fatti magari non gli siano del tutto a sostegno della loro tesi. Non amo il disfattismo cinico e pigro, di chi pensa solo a sé, criticando gli altri, ma vivendo nella più totale infelicità non avendo nulla in cui credere o per cui combattere.  Persone che si nascondono dietro a proclami, slogan, parole di rivoluzione e di fede tuonanti quando sono al sicuro, ma che scompaiono appena i tempi diventano cattivi.
In fin dei conti è quello che capita in questo film: sotto la pressione della repressione, in Giappone, alcuni preti cattolici, dei gesuiti, cominciano a veder crollare la loro fede. La certezza che vi sia un dio, e che pensi a loro, alla loro salvezza.
L'ossessione umana per una risposta, l'idea errata che io debba ricevere un premio, un segno per il mio impegno. Alla fine i supplizi, i sacrifici dei poveri contadini, fanno sorgere dubbi, la contraddizione si fa strada attraverso il dogma della fede. Si vacilla, si cerca una conferma
Avere conferme, da dio o da un nostro simile, ci rovina la vita. Perché mette in tavolo e bene certe carte: quanto siamo superficiali e deboli noi uomini quando il male, l'orrore, la paura, arrivano ad assediare la nostra presunta forza etica, morale, spirituale.
"Silence" potrebbe far cadere in errore molti di noi. Potremmo pensare che Scorsese, utilizzando un libro di S. Endo del 1966, voglia fare un discorso di dura accusa sulla natura pleonastica della fede, colpevole di spingere alla morte e al martirio dei poveracci o degli invasati. Una presa di posizione contro la bugia dell'esistenza di Dio.
Questa idea, a mio parere , però è del tutto errata. Non è in discussione affatto dio, lui si manifesta attraverso il suo silenzio, che non è distacco, ma partecipa a stretto contatto con la fine dei suoi adepti, è la voce della coscienza profonda che ci parla, a volte pare ingannarci, ma a volte ci inganniamo da soli. In realtà Dio è presentissimo nel film. Anzi, mo azzardo -scusate non ho studiato con nessun blasonato professore e sicché codesta l'è una pensata mia, maremma ora e pronobis-  a mio avviso noi assistiamo e vediamo la storia proprio attraverso lo sguardo di Dio, come alcune inquadrature rigorose e con un certo distacco compassionevole, fanno intuire.
Forse il silenzio di Dio è la voce di una compassione e pietà  troppo grandi e possenti per esser compresi dai contadini, dai gesuiti e dai loro assassini.
Rimane il fatto che la lunghissima lotta che sostiene Padre Rodriguez, giunto in Giappone con un fratello per ricercare un gesuita che par abbia rinnegato dio e si sia rifatto una vita in quelle terre, è straziante, non ha che fare con essere credenti o no, o solo in  parte ; visto che io e mia moglie abbiamo discusso a lungo circa il significato di certe scene o scelte fatte dai protagonisti. Lei da cattolica osservante seria, non una di quelle fanatiche che molti pensino siano le persone religiose, e io come agnostico che propende più per l'ateismo, ma che comunque non sono certo di nulla e mi pongo diverse domande.
Ecco questo film è magnifico perché ti spinge a farti domande, a evitare assolutismi e ragionare sulla umanissima debolezza che ci rende umani, basti vedere il magnifico personaggio del giapponese che guida i due gesuiti diventandone "amico". Un uomo vile, ributtante, un personaggio respingente, eppur quanta pietà sentiamo per lui. Non possiamo condannarlo, perché lui porta al massimo quello che siamo anche noi: deboli, miseri, in cerca di una salvezza, di un perdono che non meritiamo perché non c'è mai una vera voglia di cambiare.  Lui dice: "sono un uomo debole, quale è il posto di un uomo debole?" Frase che mi ha commosso tantissimo
Il posto di un uomo debole è in prima fila, a combattere contro le sue debolezze. Perderà, ma cadrà una volta. Non morirà troppe volte, tante volte, perché la fuga verso la libertà è ingannevole e immeritata.
"Silence" ci spiega come siano fondamentali i rapporti di forza. In quel periodo storico, in Europa, la Chiesa mandava al rogo gente che sapeva troppo.  Il potere marcio e squallido dell'Inquisizione, che non ha nulla di santo, torturava, seviziava e uccideva in modi sempre più cruenti migliaia di innocenti. O di persone che mettevano un po' di dubbio in un mondo dove il dogma regnava e comandava. In Giappone, questi preti hanno avuto modo di vivere sulla loro pelle il dolore inflitto ai miscredenti, visto che l'accusa rivolta a loro è simile.
Non giustifica nulla e non ci rallegra di nulla, ancora una volta Scorsese indaga sul tema della violenza, di come essa diventi istituzione e metodo "civile e quotidiano", ci dimostra che la Fede non è una passeggiata e non deve essere giudicata attraverso le speranze dell'individuo, ma su un piano più generale e vasto, ci assorda il cuore e gli occhi con la maraviglia delle immagini e i volti dolenti dei suoi protagonisti.
Insomma fa cinema ai massimi livelli. Ci viene quasi voglia di pregarlo e venerarlo come un  dio!



mercoledì 31 agosto 2016

IL CLUB di PABLO LARRAIN

In un paese del Cile, La Boca, c'è una casa nella quale abitano quattro uomini e una donna. Hanno un bellissimo levriero: Fulmine, campione di corse di cani.Sembrano una famiglia. Gente normale che vivono in u posto non proprio bellissimo, ma con il mare- Il che è molto.
Una mattina arriva una macchina. Ci sono due preti. Uno, padre Matias, quanto pare deve fermarsi lì. Veniamo a scoprire così che questi sono dei preti, assistiti da una "sorella", potremmo pensare che la casa sia un luogo di ritiro. Certo, ma che tipo di ritiro?
Poco dopo, all'entrata della casa, si presenta un uomo. Visibilmente scosso, descrive nei minimi particolari l'abuso sessuale ad opera di un religioso.
I preti presenti spingono padre Matias a parlarci e...



Il tema dell'abuso sui minori da parte dei religiosi non è nuovo, e potrebbe aprire a facili e strumentali polemiche.  Nei tempi avvelenati dai commenti e opinioni da social network e da un certo laicismo spiccio e facilone, non è mai una buona cosa. Le cause di progresso meritano sempre una certa lucidità, tatto, non slogan urlati. O tifoseria grossolana.
Per cui il rischio di un film chiassoso  e fin troppo acceso nella vis polemica, c'erano. Ma è una pellicola di un grandissimo e straordinario regista: Pablo Larrain. Quanto conta un regista, lo vedi proprio in opere simili.  Dove è richiesta partecipazione, e sguardo che sappia anche simulare un certo distacco, visto che la materia è già tesa e pesante di suo.
Il club non è solo una pellicola meravigliosa, dolente, difficile da sostenere, su un tema singolo del perché alcuni uomini di chiesa perdano dignità, umanità, di fronte ai piccoli. Non è Spotlight, qui si indaga la disperazione di uomini deboli, che indossavano un abito talare, di fronte alla vita. Ognuno di loro ha le sue colpe ben precise. Chi vendeva bambini nati da ragazzine povere a coppie ricche che non potevano avere figli, cappellani militari a conoscenza di terrificanti segreti, preti che hanno scoperto la possibilità di innamorarsi di un uomo, o che sono da talmente tanto tempo chiusi lì dentro, tanto da non saper più di cosa siano accusati.
Si salva l'istituzione nascondendo la polvere sotto il tappeto. A seguirli, con il compito preciso di chiudere quelle case, con tutto quello che potrebbe succedere, arriva un gesuita. Psicologo e padre spirituale di questi uomini perduti. Fuori, la vittima delle attenzioni di padre Mattias, cerca un inserimento nella società, ma il dolore ha trasformato la sua vita in follia pura, la sua voglia di contatto con i preti fa precipitare le cose.
Un colpevole, smette di esser uomo? Perde la sua umanità e diventa un mostro, no? Chi potrebbe vedere in una persona, per di più un prete, cioè una persona che ha deciso di dedicare la vita al sacro, al giusto, alla perfezione della parola di dio, un mostro? Che peso si porta con sé un uomo o una donna che decidono di dedicarsi alla vita dedicata al servire? Una fede, una chiesa, una parrocchia.  Vivere in castità è possibile? Oppure questa scatena un meccanismo perverso, che esattamente come i carcerati, si trasforma in attenzioni sessuali verso altri preti, fino ad arrivare ai bambini?
Un mostro, per quanto bieco e deprecabile, perde del tutto e per sempre, la sua appartenenza al genere umano? O in lui la tenerezza, la voglia di star con gli altri, rimane e lo fa soffrire il doppio? E quanto soffrono le loro vittime? Possono o meglio, devono, convivere insieme. Però isolati dagli altri.
Protetti, e dispersi, chiusi in una casa-prigione.
Non è un film che va vissuto, perché il cinema non si guarda o si vede solo, non è solo una bella inquadratura, ma si vive, respira, è a volte fonte di gioia, e talora di immenso dolore, insomma: non è film che , penso, vada vissuto con leggerezza e distacco. Impossibile farlo. Perché veniamo sommersi e affoghiamo in un oceano tempestoso e mosso, carico di colpe, dolore, sofferenza, isolamento, esclusione. Schiacciati dalla colpa le persone cercano giustificazioni. Il confine tra bene e male, giusto e sbagliato, che deve essere sempre limpido, cristallino, chiaro, perde di ogni significato. Per loro, ma noi dovremmo essere il gesuita e guardarli con distacco e un filo di disprezzo codesti uomini che hanno perso la sacra direzione nella gioia della vita, e quindi anche nella parola di Cristo, essendo dei preti. Eppure, fino alla scena dei cani, rimani sospeso tra la condanna che deve esserci e un certo tormento sul fatto che codeste persone sono uomini che soffrono delle loro malattie. Forse più che preghiere, e case dove nascondersi, meriterebbero psichiatri e terapie di psicanalisi.Vittime di menti deviate, deboli. Incapaci di assumersi la responsabilità morale del loro compito.
Eppure per tutto il film, non puoi aver troppa pietà per loro. Ma non solo, come nell'opera - l'unica fino ad ora- da me visionata di codesto eccezionale regista, Tony Manero, la colpa, la violenza, la follia, colpisce non solo i protagonisti, ma tutto l'ambiente, anche quello fuori, che dovrebbe esser sano, ma non lo è. Non sono forse prigionieri anche gli abitanti? Non sono forse privi di ogni gioia anche loro?
Opera cupa, radicale, pessimista, seppur con un finale da decifrare, comprendere fino in fondo. Film necessario e fondamentale, che ci spinge a riflettere su come  sia inutile nascondersi, cercare riparo, le colpe che abbiamo commesso ci seguiranno e ci perseguiteranno fino a quando non saremo in grado di conviverci, accettare il male fatto, viverlo ogni giorno senza giustificarlo o allontanarlo, e forse allora si potrà parlare di redenzione.
Forse.

mercoledì 24 agosto 2016

THE WITCH di ROBERT EGGERS

Ci sono film che diventano un oggetto di ossessivo culto da parte di spettatori e spettatrici. Spesso a ragione, qualche volta no. Perché un film è pur sempre opera che parla al nostro vissuto, ai sentimenti, alla psiche, non è solo  un fatto tecnico, ma è sempre legato  tanti altri fattori.
The witch è senza ombra di dubbio, il film del momento. Tutti ne parlano, scrivono, ma è davvero un film così importante, "bello", oppure è un caso di auto suggestione collettiva?


La verità per me sta nel mezzo, diciamo che è un film notevole e davvero buono, ma forse nemmeno un vero e proprio capolavoro.  Perché a mio avviso vi è una prima parte che descrive l'ambiente e i personaggi, girata bene, che però rimane fin quasi troppo legata a un qualcosa che dovrà succedere. Non è affatto brutta o pleonastica, ha le sue suggestioni, nondimeno- forse anche caricato dalle tante recensioni positivissime-  mi mancava quell'elemento che fa la differenza con altri prodotti.
Tutto però cambia nella seconda parte: i piccoli segnali di inquietudine,  l'angoscia, esplodono in un secondo tempo assolutamente avvincente e memorabile.  Noi sentiamo tutto il dolore e la paura che una famiglia del 1600, i primi a raggiungere il territorio americano, provavano nei lunghissimi e cupi inverni, o nelle loro vite fatte di preghiere e solitudini. Quando l'uomo non comprendeva la natura e gli altri e affidava tutto all'irrazionalità religiosa, vissuta male, non come aiuto spirituale, ma come arma di difesa e accusa.
In questa seconda parte i rapporti famigliari si inclinano e il Male, assoluto e irrefrenabile, compie il suo lavoro di distruzione. Non solo fisica, ma sopratutto dei legami, degli affetti, portando divisione e rabbia, fino al gesto estremo dell'odio e della violenza, all'interno di una famiglia composta da gente che all'epoca non era così tanto difficile da incontrare.
Si, c'è una strega, ma poteva esser un lupo, una tormenta di neve, un'epidemia, Perché la natura reale dell'opera non è tanto nel "mostro e mostruoso", ma nell'impossibilità e piccolezza umana di fronte a un pericolo sconosciuto, all'ignoto, al mistero. E quando l'uomo non capisce o ha paura, che fa? Prega o cerca un capro espiatorio. Oppure fa tutte e due le cose insieme.
Questo è ben descritto nella seconda parte del film e devo dire che la paura, il terrore, l'angoscia che vivono i personaggi, si avverte benissimo anche in sala.
Proprio per quel senso di minaccia assoluta e totale che ci avvolge,  Eggers è bravissimo a trasformare con poche inquadrature un bosco, in un personaggio reale e vivo, in un labirinto di perdizione. In questo mi ha rammentato Von Trier e il suo Antichrist, da qualche parte qualcuno l'ha fatto notare prima di me e non posso che condividere questa affermazione.
Dal ritrovamento del figlio che torna dopo essersi perso nei boschi, è un crescendo di pena per la famiglia sottoposta a una disgregazione, divisione, lenta distruzione, al loro attaccarsi speranzosi e impauriti alle preghiere, a un dio del tutto assente, come se l'unica e reale forza potesse esser solo il Male.
Implacabile, capace di infiltrarsi ovunque, irrefrenabile, avvolgente e seducente.
A mio avviso in questa seconda parte Eggers mette in luce delle ottime qualità e il film da opera decente, ma non così "bella", come la si dipinge, diventa una pellicola che impressione, coinvolge, affascina
Certo, a pensarci il primo tempo è costruito apposta per arrivare al crescendo finale, ha una sua funzione  e un suo motivo di essere.
Rimango dell'idea che forse capolavoro no, ma opera di assoluto interesse, suggestiva, avvolgente, inquietante, disturbante, tragica, assolutamente si.
Sicuramente, visto la cura nella ricostruzione storica, la capacità di fonder terrore con pochissimi effettacci e trucchetti, la buona costruzione dei personaggi,sentiremo ancora parlare di Eggers.
Mi piacciono quei registi che usano il cinema di genere anche per parlare di altro, come mezzi espressivi mai fine a sé stessi, ma rivolti a riflessioni e analisi che ci riguardano da vicino. Non è forse ancora oggi l'uomo diviso, tormentato, incapace di comprendere ciò che lo circonda, in balìa di tragedie assurde o create da sé stesso.Non c'è ancora, mascherato da ideologie politiche, razionalità mal comprese,  speranza in un progresso tecnologico e scientifico quasi mai capito, un tentativo di sopravvivenza contro la morte e la perdizione, come succede a questa famiglie nella lontana epoca dei padri pellegrini, delle cacce alle streghe, dove perirono parecchie donne innocenti, di un cupo  e disperato modo di vivere, relazionarsi con la natura?Certo. In fin dei conti sono cambiati i nostri mezzi di trasporto e i vestiti, ma l'animo umano - a volte- nel suo profondo, rimane lo stesso.
L'opera in seconda istanza, riguarda anche la condizione femminile, sopratutto l'adolescenza. Quel passaggio da bambina a ragazza, che è vissuto con disagio da parte degli adulti, quel potere del femminile che spiazza, e che a volte viene soffocato dall'educazione, dalla religione, da una società che si vanta di esser libera e progressista ma lascia le ragazze pressoché sole di fronte a libertà effimere e scellerate o ad oscurantismi bigotti.  La stregoneria è vista come mezzo di ribellione e rottura con una vita soffocante, sotto il dominio di un'educazione piena di dogma che non hanno riscontro nella realtà e una nuova vita di potente libertà individuale, come ci fa notare il bel finale, ma ci avverte anche di un'altra cosa: quella libertà, quello spezzar catene, quell'atto di violenza forse necessario per salvar la nostra vita, si paga a carissimo prezzo.
Non c'è modo di esser libere in questo mondo.