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martedì 18 maggio 2021

Le paludi della morte di Ami Caanan Mann

 Ami Caanan Mann è la figliola del leggendario Micheal. Attiva come sceneggiatrice e regista in televisione, gira nel 2011 codesto ottimo thriller ispirato ad eventi reali.


Memore dello stile ruvido e senza fronzoli di Kathryn Bigelow,  Ami firma un'opera cupa, violenta, opprimente. Filmando un ambiente desolato, povero, misero, in cui gli uomini sono più vicini alle bestie che agli esseri umani. In questo contesto di degrado morale, avvengono dei brutali omicidi che coinvolgono delle ragazze.  A indagare due poliziotti profondamente diversi tra di loro, ma che trovano comunque un modo per lavorare bene insieme,  Brian viene da New York, è un cattolico, ha una bella famiglia, si prende cura di Anne una ragazzina appena uscita dal riformatorio. Costei vive una situazione davvero pesante con la sua famiglia, la madre è una prostituta che scatena sulla ragazzina tutta la sua rabbia e la manda via di casa quando riceve i clienti. Nella loro casa passa il peggio del peggio della fuana maschile locale, e la ragazzina è sola di fronte queste cose, ad aiutarla ci pensa Brian.  Mike invece è un detective nato e cresciuto in Texas, dai modi spicci e violenti, come la ex moglie Pam. La donna chiede all'ex marito e al suo socio di darle una mano su alcuni delitti che sembrano identici a quelli su cui indagano i due uomini.


 Tutti i cadaveri sono abbandonati in una zona paludosa dove nessuno vuole entrarci, perché c'è l'altissimo rischio di perdersi e di morirne affondando nel pantano e nell'acqua putrida


Tuttavia i nostri eroi cominciano a indagare a fondo. Questo li porta a scontrarsi con la feccia criminale del paese. Papponi,  spacciatori, uomini violenti di ogni risma.  La visione d'insieme è quella di un posto dimenticato da dio, ad un passo dall'inferno.  Dove a rimetterci sono gli innocenti.


 Opera che suscita attenzione e coinvolgimento grazie alla ottima ambientazione. Un paese della profonda provincia americana,  brutto e squallido, come sanno essere certi paesini di provincia, abitato da persone tanto disperate quanto crudeli.  Sopra a tutto questo brilla il rapporto tra il poliziotto di New York e la ragazzina. C'è tenerezza, amore paterno, attenzione, il desiderio di salvare una giovane vita dal buio totale. Loro due cercano di uscire e non lasciarsi coinvolgere dal male che li circonda, ma è durissima. Non è detto funzioni.


Il resto riguarda una lotta senza speranza per fermare la follia, per impedire che altre giovani donne trovino una morte orribile.  La regista ci lascia intendere che tanta crudeltà e deviazione siano frutto dell'ambiente sociale, che trasforma le vite degli uomini e delle donne, creando vittime e carnefici. Un film per me assai valido, tra i migliori thriller che mi sia capitato di veder.

mercoledì 28 aprile 2021

MINARI di LEE ISAC CHUNG.

 Il minari è un ortaggio che cresce un po' dappertutto, come le erbacce. In questo modo la nonna del giovane protagonista spiega una verdura coreana, come un tentativo di rammentare al bambino che, seppur nato e cresciuto in occidente e in  America, rimarrà per sempre un coreano. Ed è anche la metafora della resistenza umana, della sua tenacia anche quando le cose vanno male. 

Tuttavia cosa rimane della nazione d'origine, quando vivi da anni in un altro contesto? Una nostalgia di comodo, consolatoria, un prender le distanze da una cultura estranea ma che hai scelto (visto che la Corea rimane come un ombra sottile o un chiacchiericcio di fondo più che una sincera voglia di ritornare o ribadire le tue origini) ma che ti viene in aiuto quando ti accorgi che non sei visto come un cittadino americano dalla popolazione locale, però non puoi nemmeno più dirti coreano. Il cibo, come sempre, è metafora di orgoglio per la terra che ti ha dato i natali, o ai tuoi nonni o genitori, ma anche di una superficiale riscoperta o tentativo di mantener in vita una cosa che hai perduto per strada. Questo è il dramma di qualsiasi immigrante o emigrante.  Scontrarsi col desiderio di ambientarsi totalmente nella nuova patria che abbiamo scelto e la sottile disperazione di non comprenderla del tutto. Voler tornare indietro per sentirsi al sicuro. L'immigrato socialmente "non è". Fa parte di una categoria molto ambigua, difficile, complessa, ci vogliono generazioni prima che si diventi davvero cittadino della seconda patria, mentre la prima rimane uno stereotipo, un piatto da cucinare, un ortaggio.

Pensate un po' come è complicata la vita quando si decide di trasferirsi in America. Non una semplice nazione, non una nuova patria, ma la terra del Sogno Americano, delle libertà e opportunità. Te la vendono bene codesta scemenza e ci caschi sempre. Dai tempi dei tuoi bisnonni, se non prima. Questa idea del sogno pesa sulla vite degli americani come un macigno, figuriamoci su chi si è trasferito per scappare alla miseria e si ritrova povero nella terra dove basta un po' di impegno e i soldi ti cascano addosso. Il risveglio è brusco, violento,  e ti pone una domanda non da poco: " Cosa fare? Mollare tutto oppure ridimensionare le aspettative, non temere il fallimento e perseverare?"
Questo è quello che capita a Jacob, il padre della famiglia Yi, dopo anni a far lavori umili lascia la California per andar a perdersi in un posto abbandonato da dio,(e per questo pregato con forza dai suoi abitanti) nell'Arkansans.  La disillusione ci viene già mostrata nella prima immagine. Monica, la moglie del nostro agricoltore improvvisato, vede la desolazione, il nulla, un posto ostile. E comincia a picconare ogni decisione e idea del consorte.  La situazione si fa talmente pesante che decidono di chiamare dalla Corea del Sud l'adorabile suocera. 

La figura dell'anziana signora porta scompiglio in particolare nella vita del piccolo David. Non solo per una naturale timidezza di fronte a una persona mai vista prima, ma anche perché la donna non si comporta affatto da classica nonna. Non fa i biscotti, non racconta favole, nemmeno aiuta in casa come ci si aspetta da una persona di una certa età.  Il suo carattere anti convenzionale aiuterà il bambino a esser meno timoroso nei confronti della vita.  Però, e per me questo è un merito, non cambia del tutto il quadro generale.
Che rimane una situazione al limite del disastro, perché la volontà e l'impegno, il duro lavoro, non bastano. Ci sono tanti altri fattori che, qualora venissero sottovalutati, potrebbero determinare un successo o un fallimento. 
Io ho trovato interessante e ben fatto il personaggio del padre perché rappresenta un uomo che comprende il disastro, ma non vuole fermarsi, abbandonare, scappare -come invece vuol fare da subito la moglie-  da quel pezzo di terra che gli offre solo fatica e bestemmie.  Non c'è ottusità in costui, ma la tenacia di non farsi sopraffare dalla sconfitta. A volte codesto comportamento scade in scemenza pura, altre volte invece ha del commovente. 
Un destino segnato che attira la simpatia e il sostegno di Paul, un uomo spacciato, escluso, isolato, folle con le sue preghiere ossessive e senza senso, ma che diventa il bastone con cui Jacob può sostenersi. Questa amicizia virile, come spesso succede quando si parla di amicizia tra uomini, vive di non detto, percepito, eppure profondo, radicato, forte.
L'immagine che ci restituisce il film è quella di un'America povera, dimenticata, ma che si alza ogni giorno per cercare di resistere, se non proprio vincere. La narrazione è imposta sull'empatia verso questi personaggi, le loro vite, i loro difetti e pregi. Queste sono le cose che mi son garbate del film: la voglia di rendere protagonista la classe proletaria americana, quelli che sono dalla parte sbagliata del sogno, che siano nati lì o migrati.
Però...
Cosa non funzione nel film? La mancanza di coraggio nel voler dar una sferzata tragica, potente, viscerale, di entrare con pienezza nelle vite dei suoi protagonisti, nel dramma.  Il distacco, trattenersi, va bene, ma ci deve essere allora una regia che sa creare atmosfere rarefatte, impalpabili, soffuse, attraverso una abbacinante costruzione dell'immagine, dell'umano perso e sciolto nella natura, che diventa protagonista distante e inaccessibile, ma presente in qualche modo.  La vita quotidiana è fatta di sofferenze e dolori che rimangono spesso implosi,  ma il cinema ha bisogno del contrario. Proprio gli americani, quando non si fanno prender dalla malattia indie da Sundance, ci hanno regalato opere rurali viscerali e di grande possanza. Perché il contesto è per forza di cose epico e doloroso: l'uomo che sfida il destino e la natura. 
Oppure puoi anche fare un film intimista, minimalista, che narra piccolissime cose, ma a questo punto diventa importante anche distogliere l'attenzione dal problema centrale del film, cioè come evitare il tracollo, e dai più spazio, lo rendi profondo, al rapporto tra la nonna e i nipoti, la nostalgia percepita o reale della patria che si è lasciata alle spalle. Ci sta, può venir fuori un buon lavoro.
Invece l'opera è inerte e incerta, affronta tanti temi, ma non approfondisce nulla.  Rimane un film con immagini anche convenzionali, che ha il pregio di narrare l'america minuscola, piccola, anche evitando certi stereotipi ( i locali non sono razzisti, che semmai subiscono l'astio di Monica che li giudica zotici)  ma non riesce a diventare puro cinema. Cosa che capita spesso in questi anni. Il cinema ridotto a prodotti usa e getta, né belli né brutti, fatti per esser visti, più o meno apprezzati e poi dimenticati.  Non  si vuol toccare nessun nervo scoperto, si vuol evitare la titanica potenza del dolore, ma allo stesso tempo non si è imparato nulla dalla lezione dei film di Capra o Spielberg, per cui non  c'è nemmeno un reale discorso umanista, di amore e speranza.
Tutto un po' sotto tono, didascalico, salvato da alcune intuizioni, tematiche, rappresentazioni, per nulla scontate in un mondo in cui anche i progressisti detestano i zotici e i proletari, ma che non diventa nulla. E una regia abbastanza anonima non aiuta in nessun caso.
Per cui non brutto come è stato descritto da molti, ma nemmeno un'opera per cui spender parole di assoluto entusiasmo.



mercoledì 13 maggio 2020

Aftermath di Elliot Lester

In questi mesi di pandemia ho avuto la conferma di vivere in una società di persone che non hanno senso del bene comune, persone che badano alla soddisfazione delle loro esigenze. In realtà non credo nemmeno che siano tantissimi, tuttavia sono rumorosi  e fastidiosi. Per costoro la vita non è una lunga serie di conseguenze che dobbiamo gestire o pagare per le nostre scelte e responsabilità, è solo una questione di libertà personale.
Tuttavia le cose non stanno così.  E il conto da pagare c'è sempre.
Cosa rende davvero piena la vita di un uomo? Quali sono quelle cose per cui vale la pena vivere? Cosa succederebbe se un giorno dovessimo perderle, all'improvviso, per colpa di qualcuno che non conosciamo, ma che un po' alla volta diventa il responsabile della nostra fine? Queste sono alcune domande che mi sono posto guardando questo notevole film che ci dona un Arnold Schwarzenegger davvero straordinario in un ruolo decisamente drammatico.
Il popolare eroe di tantissimi film di successo degli anni 80, in questa pellicola interpreta un capo cantiere edile, di origine ucraine, che vive per la famiglia e il lavoro. Un uomo semplice, gentile, una persona normale, come moltissimi di noi,  Uno destinato alla vita del lavoratore, del padre di famiglia, un tizio senza grilli per la testa.
La sua vita crolla quando moglie e figlia muoiono in un incidente aereo.  Colpa di un addetto alla torre di controllo.
 Improvvisamente Roman perde tutto, si trincera dietro al silenzio e al dolore, ha solo uno scopo: che qualcuno si scusi con lui. Invece il linguaggio dei responsabili è burocratico, basato su un assistenzialismo del tutto ipocrita, in cui il suo dolore ( e quello delle altre vittime) è solo questione di evitare un processo e di pagare pochi spicci per una cosa che non ha valore: la vita umana,
Tuttavia non è solo Roman a soffrire, a sentirsi perduto e senza una vita. Le stesse sensazioni le vive sulla sua pelle il responsabile del disastro aereo, un uomo come tanti anche lui di nome Jack. Costui è un uomo felicemente sposato con una donna che ama ed insieme hanno un figlio.  Anche Jack vive per la famiglia e il lavoro, solo che durante un turno notturno di lavoro, per colpa di tante piccoli problemi e disattenzioni, non nota che due aereoplani sono in rotta di collisione. Quel suo errore costa la via ad oltre duecento persone.  Da quel momento è il nemico pubblico numero uno. La gente gli imbratta la facciata della sua casa con scritte cariche di odio, la tv lo bracca e lui passa le giornate a letto. Perdendo lavoro, famiglia,tutto.
Fino a quando riesce con molta fatica a ricostruirsi una vita. Ma le conseguenze del male che facciamo, anche senza premeditazione o desiderio di farlo, non si cancellano da sole.  Non c'è salvezza e redenzione per il dolore e la sofferenza che provochiamo. 
La conseguenza che è la rabbia e l'odio sfociano in violenza. La quale non può che portare altro rancore e bisogno di vendicarsi. 
Sì, perché se vi aspettate un film ridondante, strumentale,  morboso, sul senso e il bisogno di vendetta, avete sbagliato opera. 
Aftermath è un film disperato, cupo, in cui il dolore è diffuso in ogni sequenza, dialogo, non ci sono personaggi del tutto buoni o cattivi. Sono uomini travolti dalla tragedia che hanno causato o subito.  Sono persone condannate alla solitudine, al pensare e rivivere la perdita dei propri cari e la certezza di esser un uomo bravo e innocente.
Durante la visione ci sente particolarmente partecipi per il dolore che provano sia Roman che Jsck. In particolare l'interpretazione essenziale, sobria, ma carica di dolore imploso, senza fine,  del buon Arnold, scava nel nostro cuore, portandoci a riflettere a lungo su come ci saremmo comportati al suo posto. Cioè quando la razionalità, l'idea di perdono, la voglia di ricominciare, riprendersi la vita, svaniscono e rimane solo il desiderio di vendicarsi, anche se non lo ammettiamo nemmeno a noi stessi. Ci diciamo che le scuse possano bastare. Ma non è così.
Lo sappiamo benissimo noi che abbiamo trovato una donna che ci ha cambiato la vita, ci ha donato una serenità quotidiana prima quasi sconosciuta, con la quale giorno dopo giorno costruiamo il nostro futuro. Una donna che ci fa commuovere, ridere il sangue nelle vene, e poi un giorno qualcuno ce la porta via. Ha senso vivere? Ha senso superare la sofferenza? Per approdare dove? Quale salvezza o redenzione potremmo mai ottenere dopo una simile tragedia?
Forse dal momento che siamo sopravvissuti a una perdita tanto importante, moriamo anche noi. Continuiamo a mangiare, dormire, guardare la tv, ma dentro di noi siamo finiti e spacciati. L'unico sussulto di vita che possiamo provare è eliminare la causa del nostro dolore. Solo che dalla vendetta non nasce nulla di buono, non c'è una soluzione ai nostri guai o dispiaceri.
 Mi sono sentito molto vicino a Roman, ho provato il suo dolore. Ed ho avuto pietà e compassione per Jack, ma non gli posso perdonare il suo errore di non volersi sentire colpevole, di non accettare la punizione inevitabile che è conseguenza del suo gesto. 
Per quanto il gesto di vendicarsi ala fine crei solo altra rabbia, altri risentimenti. Quindi la soluzione è il perdono. Forse, ma nemmeno quel gesto  potrebbe non cancellare gli anni di violenza soffocata.
Ogni gesto che facciamo, ogni colpa, ogni mancanza, ha una sua amarissima e feroce conseguenza. Ed è impossibile uscirne.
Un film intenso con un grandissimo e credibile Arnold, opera che ci spinge a riflettere e soffrire con i personaggi. Da vedere.
Lo trovate su Netflix.

lunedì 27 gennaio 2020

FIGLI di Giuseppe Bonito.

Abituati come siamo a dividere le opere in capolavori o cazzate, non ci rendiamo conto di come un film riuscito non debba per forza contenere idee che apprezziamo, o senza errori. Un buon film, a mio avviso, è quello che ci rimane in mente anche dopo averlo visto, perché ci porta a riflettere su cose che riguardano la nostra vita, la società in cui viviamo.  Non è nemmeno detto che debbano essere film politici o d'autore, una commedia o un film di genere possono veicolare messaggi più o meno importanti.
In un certo senso, "Figli" è un'opera di questo tipo. Una commedia che rappresenta bene la nostra società e che ci pone anche riflessioni sul rapporto di coppia,  come sia possibile costruirsi una famiglia e mantenere un certo equilibrio interno senza sbroccare del tutto.  A volte la pellicola centra il bersaglio, spesso abbiamo i pipponi della Cortellesi.

La storia di una coppia di mezza età ( ma che come tutti noi quarantenni ancora si vede giovane) si trova a dover affrontare la nascita del secondogenito  Questo evento mina i fragili rapporti tra marito e moglie, che si vedono abbandonati a dover far fronte a tanti piccoli e grandi problemi legati ai figli, in particolare l'ultimo nato.
Questo film è tratto da un monologo teatrale di Mattia Torre, intitolato I Figli Invecchiano, portato a teatro da Valerio Mastandrea. Torre firma soggetto e sceneggiatura, non ha potuto curare anche la regia perché purtroppo è venuto a mancare.
C'è quindi una certa tenerezza e amarezza che va oltre alla trama o alle scelte di regia, come in tutte le opere- testamento.
Ma al di là di questo cosa possiamo dire di Figli? Che offre spunti per riflettere su cosa significhi esser genitore oggi, in particolare sfata il mito per cui il primo figlio sia quello più difficile da gestire. In quanto, almeno così sottolinea Torre, il primogenito trova i neo genitori pieni di forze, entusiasmo, energie, ogni cosa è nuova e le fatiche sono uguali ai problemi.
Col secondo invece tutto cambia, forse si sottovaluta la situazione e nascono problemi col lavoro, le famiglie di origine, la società sembra proprio non saper come aiutare i genitori.

Per cui l'opera punta a una analisi sociale, politica, sentimentale ma non sentimentalista della famiglia e della coppia, e in parte ci riesce grazie sopratutto alle ottime interpretazioni di Paola Cortellesi, sempre molto brava e "dentro" ai suoi personaggi, e Valerio Mastandrea, che conferma di essere uno dei nostri attori migliori, anche la regia punta a una messinscena non troppo tradizionale, puntando a elementi anche surreali. Il che rende Figli un prodotto leggermente diverso e migliore rispetto alla classica commedia italiana e più intelligente rispetto alla sopravalutata commedia francese.
L'amarezza è vera, anche se fin troppo sottolineata a volte, e i problemi, il senso di solitudine, di incapacità di poter confrontarsi con la vita e la sua complessità, tipica di noi quarantenni.
Queste sono le cose che ho apprezzato e che sono alla base del mio giudizio positivo, ma non mancano nemmeno difetti.
Tanto alcuni spunti sono interessanti quanto molti altri sono frutto del pensiero debole liberal democratico, tipico di una certa parte d' Italia. Una classe borghese anche piccola/media autoreferenziale,  che si informa male ma è convinta di sapere tutto quanto,  una classe di uomini e donne  che pensano di aver trovato i propri nemici, ma sbagliando sempre il bersaglio.
Lo vediamo come si punti a santificare le persone che hanno problemi con le agenzie delle entrate, come se al suo interno vi lavorassero solo dei sadici che non hanno niente da fare che massacrare i poveri imprenditori, in realtà moltissimi si sentono uomini d'affari ma non sono capaci e in grado di portare avanti una loro azienda. 
Non manca nemmeno quel tono che già stonava in Boris, cioè quel voler denunciare i mali del paese, con il classico qualunquismo disfattista di sinistra, come già denunciava Morando Morandini negli anni 90, cioè quel lamentarsi di vivere in un paese diviso, furbo, in cui tutto e tutti fanno schifo. Questa cosa è scritta e diretta in modo assai banale e sciatto, vedi la filippica del personaggio della Cortellesi  contro la madre, in cui tutta la colpa dei problemi italici è perché ci sono i vecchi. Che hanno vissuto a sbafo, si sono mangiati tutto quello che potevano, si alzavano la mattina e taaaac: lavoro, casa, soldi, stabilità.
Questa battaglia giovani contro vecchi è una stronzata epocale che piace a chi proprio deve dire la sua.  Come se i nostri padri non abbiano combattuto per aver i loro diritti sociali e civili,  I problemi dipendono da scelte politiche sempre più a vantaggio della produzione, profitto, contro l'essere umano, il suo bisogno di avere una relazione umana seria con gli altri, potersi costruire un futuro che non dipenda da un lavoro spesso poco pagato. Ma lo scontro giovani contro vecchi è più facile, che fa fico e non impegna.
Peraltro, ma quali giovani? Quelli che hanno già superato i quarant'anni? Forse dovremmo comprendere che siamo noi a essere troppo deboli, egoisti, capricciosi, incapaci di prender responsabilità e quando lo facciamo ci lamentiamo come se avessimo fatto cose straordinarie.
Ecco, i protagonisti di questo film non sono simpatici, non viene voglia di empatizzare con loro, a livello sociale e politico, perché poi comprendiamo che siamo tutti deboli e umani e quindi le difficoltà che vivono sono comprensibili, ci piacerebbe dargli una mano.
Tuttavia non possiamo evitare di ragionare su alcune debolezze tipiche della nostra generazione. L'idea è che molti di noi pensino di esser la prima generazione a crescere in condizioni di grosse difficoltà. E le grosse difficoltà spesso sono legate ai rapporti con gli altri. La coppia, la famiglia, visti come obblighi, doveri, che noi "giovani" vorremmo evitare oppure non sappiamo come affrontare.
Ci sono moltissimi film che parlano di quarantenni in crisi: con gli uomini o le donne, con la famiglia di origine o propria, tutti più o meno uguali, pronti a giustificare la generazione di cui facciamo parte.
Siamo quelli che sanno tutte le sigle dei cartoni animati, che ci lamentiamo se ci uccidono l'infanzia con i remake dei nostri film degli anni 80, quelli che pur capendo di vivere in un mondo di merda non se la sentono di metter in crisi il capitalismo, perché laici a cazzo di cane come siamo siamo fondamentalisti dell'economia e del libero mercato.
Tutto questo però nei film non viene mai portata al centro della narrazione, preferiamo evitare un mea culpa urgente e pressante per rifugiarci in riflessioni politiche banali, scontate, noiose. 
Per questo Figli non è un film riuscito del tutto,  troppo supino a una critica sociale dozzinale, non tanto perché fatta da gente sciocca e ignorante, ma perché frutto della pigrizia intellettuale di una classe semi borghese, leopoldiana.
Tuttavia la bravura dei protagonisti, alcune riflessioni di sceneggiatura e una regia comunque incisiva costruiscono un prodotto decente e piacevole.
Ribadisco un film non deve per forza essere un capolavoro o scevro da difetti. L'importante è che ci stimoli  a pensare, riflettere, questo avviene vedendo questo film.

giovedì 28 novembre 2019

MARRIAGE STORY di NOAH BAUMBACH

A volte basterebbe aver il coraggio di parlarsi, di dirsi le cose che ci feriscono e quelle che potrebbero esser la nostra salvezza. Però quante coppie hanno questa forza e coraggio? Non è facile, immediato  e purtroppo l'amore in questi casi può davvero poco.
Perché nella nostra società basata sul rifiuto del dolore, sulla paura di risultare vulnerabili è meglio lasciar le cose nel dubbio, nell'incomprensione. Troviamo conforto nel rifugiarci nelle nostre idee, nei torti che pensiamo di aver subito, senza pensare alle nostra mancanze o le giustifichiamo. Questo modo di agire non può che portare al fatto di ritenere normalissimo lo scontro, il dolore per la conclusione di una relazione e non ci si chiede mai come sia possibile che da nessuna parte possa giungere un aiuto per salvare un rapporto, per impedire che le persone si facciano male.
Perché è talmente scontato che le relazioni siano destinate a finire che non ci chiediamo mai: " Ma cosa avrei potuto dire o fare? Cosa avrei dovuto dir al mio amico, fratello, figlio?" e la cosa sconcertante è che il mondo esterno una volta compreso che vi sia una crisi concorre per portare il tutto su un livello burocratico, giudiziario, spersonalizzante e disumano. 
In questo film le cose di cui vi ho appena parlato sono chiare e precise sin dall'inizio. Ed è con pena, sconforto, sofferenza per due persone assolutamente belle, non crudeli, verso cui non è difficile empatizzare, che assistiamo a quello che gli capita. Gli avvocati che confondono il tutto con una guerra di genere, che usano mezzi sleali, che fanno a pezzi, pur di vincere, le persone.
Non una persona a caso o particolarmente cattiva, ma quella donna o quell'uomo che tanto abbiamo amato e che in realtà amiamo ancora.

 Nella crisi di questa coppia vediamo tutte le debolezze e fragilità accettate a prescindere su cui si basa la nostra società. Meglio abbandonarci all'ignavia della propria sofferenza che chiedere aiuto alla persona amata,  meglio usare l'alibi di caratteri diversi e dei litigi che comprendere a pieno che la relazione è composta da persone totalmente diverse tra di loro, per cui è normale litigare, annoiarsi, esser delusi ma proprio esplicitando queste cose e vedendole come parte della nostra vita, forse si potrebbe continuare una relazione non viziata da violenze o pesanti trascuratezze.
Però tutti ci comportiamo più o meno come questi due meravigliosi  e memorabili personaggi.  Decidiamo che la fine possa esser gestita civilmente e senza sofferenza, non tenendo conto che stroncare una relazione è un lutto vero e proprio, viviamo lo stesso dolore. E che la società per quanto ti ribelli si intrometterà e nn certo per darti una mano a rimediare.
La vittima vera di questo film è il figliolo, che vive sentimenti per lui grandissimi e difficili da comprendere, che vuol far di tutto affinché la madre non soffra dando la colpa al padre di ogni cosa,  ed è questa la parte più triste che si dovrebbe tener conto quando ci si separa, sopratutto quando la causa è una nostra mancanza, un ingigantire cose minime, e così via.
Tuttavia il film è bellissimo perché non si crogiola nel disfattismo totale, non è la solita ridicola solfa contro la coppia  e la famiglia, non è un inno alle cretinate tipo meglio soli che mal accompagnati e così via.
L'opera, interpretata benissimo da Scarlet Johansson e Adam Driver, mette in scena con precisione e affettuosa partecipazione gli errori che commettiamo, in buonissima fede, e di come il mondo ne possa approfittare. Quando tutto quello di cui abbiamo bisogno è tempo per noi, per comprenderci e aiutarci, come possiamo senza hollywood ending ma anche senza rovinarci l'esistenza.

lunedì 28 ottobre 2019

VIVERE di FRANCESCA ARCHIBUGI

Un titolo impegnativo da dare a un film, che carica di grandi aspettative filosofiche il pubblico, insomma "Vivere", non pub che narrarci una storia con personaggi memorabili, straordinari, in un contesto storico e sociale pieno di eventi, che ne so... Una rivoluzione, ad esempio.
Un po' come l'ottimo Zhang Yimou ha fatto col suo film dal titolo identico a quella della regista italiana.
Invece non c'è nulla di tutto questo, tranne  la vita. Sì, scritta con la esse minuscola perché questi personaggi non meritano certo due righe sul giornale, nemmeno quello locale che pubblica ogni scemenza capitata in paese.
I protagonisti di questo film sono invisibili, mediocri, non c'è eroismo in nessuno di loro. Semplicemente sono esseri umani come molti di noi. Un tempo avevano progetti, obiettivi, forse sentivano una musica particolare quando si vedevano e toccavano, prima di tornare nelle rispettive case; forse avevano una grande fede in Dio o nel domani. Forse non hanno mai vissuto veramente troppo impegnati  ad esercitare potere e possessione sui figli come sul paese, e ora?
Bè, lottano con sempre più stanchezza contro le bollette da pagare, i debiti, i lavori stressanti e mal stipendiati, incapaci di gestire i figli perché mai cresciuti davvero.
Questa è la società occidentale, questi siamo noi.
Non abbiamo i soldi ma vogliamo un pezzo di benessere, siamo convinti di essere gli unici a soffrire, ad aver problemi di coppia, a far fatica ad occuparci degli impegni e a portarli a termine. Vogliamo essere capiti e ascoltati, ma non ascoltiamo niente altro che l'ego del nostro dolore.
Il film narra di questo: di come non siamo in grado di comprendere la vita che viviamo perché dobbiamo farci male o far male, così tanto a cuor leggero.
Al centro c'è una coppia con due figli, un giovane adolescente e una bimba affetta da asma (come me alla sua età) che fa fatica ad arrivare alla fine del mese.  Lei è un'insegnante di ballo, lui un giornalista free lance, ma le loro occupazioni non hanno nessun valore né sociale né economico, né alla base hanno un progetto inseguito o ancora da realizzare. Come facciamo tutti in questa epoca senza coscienza di classe, si lavora per due soldi da metter da parte e pagare le bollette e le rotture di coglioni.  Per fortuna la generazione impicciona dei nostri genitori si sta estinguendo, così rimarremo noi a comprenderci a non dar peso alle leggende del lavoro che ti dà una importanza sociale e ti rappresenta. Siamo una generazione che può farsi rappresentare da una vecchia sigla di cartoni animati, non certo dal lavoro.
Comunque, come capita a molti, pensano di essere in crisi. Che faranno secondo voi? Ci si mette a discutere, anche al costo di dire : " Non ce la posso fare. Sono troppo debole, so che fai tutto te, ma aiutami." No. Non si parlano, se non per litigate insignificanti.
E che succede a persone prive di intelligenze e fantasia? Si tradiscono. Lui, un poveraccio lamentoso e infantile, trova conforto nel far sesso con la ragazza alla pari che ospitano in casa (una giovane irlandese, devota e cattolica ma che farà scelte di rara cretineria)
Lei pensa di aver trovato nel saggio e protettivo pediatra della bimba, l'uomo che la può sostenere, fino a quando realizza che cavolo sta combinando.
La cosa che balza agli occhi è come sia facile far male agli altri e rimanere prigionieri nei propri problemi.  Tanto da arrivare a non capire come in realtà stiamo buttando via anche le cose belle, le piccole soddisfazioni, il vivere che non  è mai un gesto isolato,  ma lo scontro e la condivisione di ogni nostro gesto con le persone che ci circondano. E mentre ci lamentiamo,  tormentiamo, non ci accorgiamo di quanto in realtà stiamo meglio rispetto al vicino di casa che riteniamo tanto felice e arrivato, o che al contrario un uomo disprezzato e disprezzabile, in un altro contesto dimostra tenerezza e ha parole di rara bontà per il figliolo.
Francesca Archibugi gira un buon film che racconta con partecipazione le travagliate esistenze di persone normali, senza particolari doti ma capaci di cambiamenti,  cadute e risalite. Viene aiutata da un buon cast che vede in Micaela Ramazzotti,  Adriano Giannini, Massimo Ghini e la giovane Roisin O' Donovan, i suoi punti di forza. Menzione particolare per Marcello Fonte, nel ruolo del vicino di casa a cui è affidato un finale  che punta su un senso di ambiguità, pericolo, qualcosa che non quadra, conclusione particolare per un film della regista romana.

giovedì 29 agosto 2019

THE NEST- Il Nido di ROBERTO DE FEO.

Andare al cinema per veder un film da cui non ti aspetti tanto e rimanere positivamente impressionato dopo pochi minuti, per giungere alla fine pensando di annotarsi il nome del regista perché ha un enorme talento e ci regalerà grandi soddisfazioni.
Peraltro è una stagione, questa del 2019 , in cui il genere horror ci ha deliziato con pellicole assai diverse tra di loro, ma tutte ben fatte. Capaci di inquietare e far riflettere ( come Us o Midsommar) o di intrattenerci rimanendo ancorati nel puro genere ( Crawl) ennesimo caso dello stato di ottima salute del genere.
The Nest opera prima di De Feo è un horror che usa molto bene lo spazio e il tempo. La casa è forse la vera protagonista, con i suoi corridoi e le camere in cui si nascondono segreti e azioni terribili..
Il tempo non viene sprecato con un senso del ritmo tanto vorticoso quanto inconsistente, ma al contrario ogni scena si adatta all'atmosfera immobile, cupa, claustrofobica della storia.
Dico questo per  avvisare quelli che rompono le palle contro i film lenti, considerandoli noiosi. Ripeto il film ha un ritmo compassato ma sempre con una sottile tensione capace di trasmettere disagio e paura nello spettatore.
Però il tempo è un elemento fondamentale non solo per un discorso tecnico, di regia, ma proprio all'interno della storia e per i personaggi.
Guardandolo ti chiedi in che epoca sia ambientato, per via degli oggetti un po' vintage, tuttavia altri elementi ci suggeriscono che la storia sta avvenendo ai nostri giorni. Tutto questo crea spaesamento nello spettatore. Una trovata di sceneggiatura davvero ottima.
Dove la regia tocca livelli davvero alti e nell'uso  dello spazio , ci si sente persi nelle riprese all'aperto e soffocare in quelle al chiuso.  Il tutto usando solo la macchina da presa e le inquadrature giuste.
A me ha fatto pensare ad alcuni drammi gotici degli anni 70, dove le espressioni degli attori, i costumi, la scenografia, giocano dei ruoli importanti e fondamentali.
Il film è anche una bellissima riflessione sull'amore. Quello materno che vuole proteggere il figlio e quello che a un certo punto entra prepotente nelle nostre vite, durante l'adolescenza, sconvolgendo ogni cosa e portandoci alla ribellione contro le regole della famiglia,  della società in cui viviamo. Cosa siamo disposti a fare per il bene delle persone che amiamo?  La libertà ha un suo prezzo anche molto amaro da pagare?
Queste domande sono quelle che rimangono nella mente di chi vede questa opera davvero notevole. Perché è indubbio che da genitori si tende a proteggere con mezzi spesso autoritari la prole. Si compie l'errore di creder che sappiamo cosa sia giusto per loro, pecchiamo di presunzione nel essere certi che conosciamo il bene e per far in modo che nessuno possa provar dolore, sofferenza, pericolo, creiamo un mondo soffocante, crudele, feroce.
L'amore che fa male, che avvelena i cuori.
E poi arriva l'amore della nostra vita. Il primo. Le emozioni che proviamo sono contrastanti e fortissime. Vanno dal timore di essere respinti al desiderio di passare la vita con l'oggetto del nostro innamoramento.
Non siamo ancora diventati i quarantenni confusi, vigliacchi, che fuggono dalle relazioni perché "troppo serie" e quindi tutto è perfetto, assoluto, meraviglioso, contro l'oppressione dei grandi, del loro mondo chiuso fatto di regole assurde.
Tuttavia l'amore che non guarda alla realtà del contesto sociale, quanto può durare e proteggere i ragazzi che dovranno affrontare il mondo esterno?
Ecco,  The Nest  ti porta a riflettere su queste cose. Lo fa rimanendo un horror. Senza diventare un saggio sui sentimenti.
Peraltro è bello vedere che il cinema di Shyamalan ha influenzato l'opera prima di De Feo. Infatti il finale spiazzante è una chicca degna del regista indiano- americano.
Per cui non perdete l'occasione di veder un film dell'orrore italiano girato benissimo, con una trama interessante e ricca di colpi di scena non messi a cazzo di cane, ma con una logica  e una coerenza non facile da trovare, sopratutto nelle opere prime.  Una parola infine sul cast, a mio avviso tutti assai bravi.
Molto bravi i due ragazzini,  che portano sullo schermo un ragazzo e una ragazza credibili, reali, anche nelle ingenuità. Ci si affeziona subito a loro. Ma a rubar la scena sono una straordinaria Francesca Cavallin che dona al personaggio della madre un giusto equilibrio tra crudeltà e amore, e Maurizio Lombardi, nel ruolo del dottore, una specie di Mengele, davvero terrorizzante.
The Nest è la prova che si possa ancora fare ottimo film di genere senza rompere le palle con le citazioni, o con una povertà di idee e mezzi spacciate per cinema indipendente. Questa pellicola è davvero ben fatta, un ottimo esempio di come il nostro cinema horror possa aver un ruolo importante nell'industria nazionale cinematografica.

martedì 4 settembre 2018

Tallulah di Sian Heder

In fondo non sarebbe male...Lasciarsi trasportare dalla mancanza di gravità e volare in alto. Superare gli alberi, i tetti, far compagnia a qualche uccello e poi perdersi nello spazio, nell'universo.
Sono sicuro che visti dall'alto appariamo tutti piccoli, fragili, goffi. Sono sicurissimo che verrebbe istintivo provare pietà per quei piccoli insetti e per le loro vite.
Se guardassimo attraverso lo sguardo di Dio non potremmo far a meno di provare tenerezza e malinconia per gli esseri umani. Dio è compassione.
E da noi manca. Troppo.

Non è facile vivere, nessuno ci ha assicurato il contrario. Noi cerchiamo di evitare ogni tipo di giudizio, critica,  cullandoci nelle nostre debolezze. Diamo la colpa al destino,  a Dio, a chi vuoi tu. Convinti di poter ballare la canzone dell'eterna giovinezza e di una libertà dissoluta, ubriacandoci di desideri e sogni di seconda mano. E poi ci sono quelli abbandonati a sé stessi, i miserabili che temiamo e disprezziamo perché sono ladri, bugiardi, ok... Ma non è questo. Quello che detestiamo di Tallulah è la sua povertà esibita, la mancanza di regole, una pecora nera in un mondo di lupi.
Tallulah vive alla giornata. Vuole solo sopravvivere. Per questo ruba e vive di espedienti. La sua è una vita per nulla libera ma una vita da outsider senza gloria.
Ce ne sono tante e tanti come lei. Vivono nelle nostre città. Non li vediamo mai, perché facciamo di tutto per evitare di incrociare il loro sguardo e sentire le loro parole. Non ci raccontano mai storie entusiasmanti ma bugie ridicole, sono pessimi attori.
Una come Tallulah nemmeno merita un euro di gentilezza spicciola. Non ha nulla di speciale ed è anche fastidiosa. Lei è convinta che debba per forza vivere una vita senza scopo, ai confini del vivere decentemente.
Chissà che avrà avuto in testa? Quando si presenta dalla madre del ragazzo che l'ha mollata, perché stanco di quella vita balorda. Non c'è nulla di bello nel magiare cibo preso dalla spazzatura.
La donna è una persona istruita che fa parte del mondo intellettuale, liberale, eppure è così sola. Vive in un appartamento che non le dovrebbe appartenere e non riesce a lasciarsi alle spalle la fine del matrimonio.
Anche lei è una di quelle persone che ci capita di incontrare spesso nelle nostra vita. Uomini e donne che hanno una vita di agi borghesi, una buona cultura, idee anche accettabili, eppure sono persi/perse in esistenze grigie, piene di un sottile rancore e troppi rimpianti.
Gente che potrebbe vivere bene e invece è prigioniera della propria tristezza, infelicità.
Il destino o Dio però ha piani misteriosi per ognuno di noi. Noi che siamo così sicuri di aver capito chi siamo, cosa vogliamo e cosa dobbiamo fare per ottenerlo.  Ora tra le tante cose che ci rendono la vita difficile, la maternità sta nei primi posti. Chiedetelo alla donna che affida la sua figliola a una ragazza che non conosce affatto, confondendola per una cameriera dell'albergo.
Una donna che si sente sconfitta dal tempo, di aver perso tutto quello che la gioventù e la bellezza potevano darle. Una donna debole, senza carattere, vuota.
Il mondo è pieno di uomini e donne che stanno male, che hanno problemi perché cresciuti da madri sgangherate. Quando hai un figlio non ci sono più scuse. Devi prenderti cura di lui o lasciare che vada a vivere in altri posti
Non hai più giustificazioni.

Ecco questo piccolo, grande film mette in scena la vita di tre donne imperfette e di un mondo indifferente, senza evitare le sgradevolezze di costoro. Non ci sono ammiccamenti e leggerezze nel tono e questo è un bene.
Lo spettatore, come qualsiasi cittadino, non vuole sporcarsi troppo, non gli va di vedere l'aspetto peggiore delle persone. Per cui, va bene parlare di emarginati o di persone incapaci di vivere, a patto che siano facilmente digeribili. Che non mi ritrovi a imbattermi nella negatività
Questi personaggi sono negativi e hanno tante colpe. Eppure... Qualcuno o qualcosa che ci guarda dall'alto ci porta a focalizzare lo sguardo sui particolari. E qualcosa cambia.
La giovane sbandata e ladra sa amare e prendersi cura di una bimba, una donna che vive chiusa in sé stessa evitando ogni tipo di relazione prova ad aprirsi e una madre degenere capisce cosa voglia dire avere una figlia.
Perché non c'è una persona buona o una cattiva senza qualche peccato inconfessabile o qualche sorprendente virtù.
Siamo noi, sempre più pigri e portati a un giudizio frettoloso che diventa verità assoluta, a non vedere quanto possiamo brillare. Quanto amore sappiamo dare.
Tallulah è tutto qui. Un film sincero, duro, opera che non nasconde mai le debolezze delle sue protagoniste ma non le giustifica. Non sono "puttane sante", ma piccole donne anche mediocri in alcuni momenti.
Però a nessuno è negata la capacità di amare, di donarsi per qualcuno.  Le relazioni sono importanti, più ne hai, più hai modo di conoscere gli altri, aiutarli e meno ti viene da dire, che ne so... Ruspa!

giovedì 15 febbraio 2018

A CASA TUTTI BENE di GABRIELE MUCCINO

Premessa: non amo il cinema di Muccino. A parte il dittico del " Bacio", però per anni ho criticato il suo cinema: urlato, eccessivo, argomenti un po' così.
In più il regista romano non è proprio simpaticissimo e si sa, noi in Italia votiamo o lodiamo a seconda della simpatia. Te puoi esser il peggio figlio di mignotta, ma se sei simpatico o entri in simpatia, stai certo che troveremo un modo per valutarti bene.
Mai mi sarei aspettato di andar a veder un'opera di questo regista al cinema. Mai. Fatale è stato il mio entusiasmo per "Bella senza anima" e la presenza di molti attori o attrici che stimo assai. Mia moglie ha colto la palla al balzo e a nulla son serviti i miei barbatrucchi, per evitarne la visione.

Ipotetico terzo capitolo sulla famiglia, il matrimonio, l'impossibilità di essere felici e il dannarsi a cercarla codesta felicità; la pellicola è un concentrato di malinconia rabbiosa e gioia dolorosa. In poche parole la nostra vita quotidiana, forse mai così totalmente drammatica, però nemmeno troppo lontana dai fatti narrati.
Questo blog si chiama " Spettatore Indisciplinato", perché vuol essere il diario di un appassionato di cinema, con gusti anche terribili e repentini cambiamenti d'idea . Io sono convinto che vi siano molti modi di avvicinarsi al cinema. Ci sono quelli che lo studiano e fanno i critici, quelli che ci lavorano e noi.
Quelli che si esaltano, emozionano, ridono, piangono, perché in un film riconoscono sé stessi. O forse solo i loro sogni.
Io mi sono emozionato vedendo questo film. Non un'emozione a buon mercato, alla buona. No, ho vissuto una vera empatia nei confronti dei personaggi.
Così infelici, sciocchi, crudeli eppure umanissimi. Ti senti in imbarazzo quando Riccardo, un bravo Gian Marco Tognazzi, cerca di farsi riassumere nel ristorante dei cugini, avverti totalmente il dolore della bambina che trova la madre tra le braccia di un altro uomo, ti commuovi quando Paolo ( straordinario Massimo Ghini) dice alla moglie che può anche mandarlo in ospizio, e si scusa per la sua malattia.
Certo, lo so e lo comprendo: ci piacerebbe che la nostra vita famigliare avesse la nobiltà e dignità dei drammi di Bergman e invece, con stupore, scopriamo che al massimo siamo un film di Muccino. Le grida isteriche da tanti condannate, non sono forse le stesse che usiamo anche noi, quando litighiamo? Gli affanni, il parlar concitato, non appartiene a un modo di rapportarsi agli altri, quando siamo ansiosi, angosciati, temiamo di crollare? Forse sono solo io che comprendo tutto questo, perché le urla, la rabbia incontrollata fanno, o facevano, parte della mia vita. E non mi disturbano viste in un film.
Durante la visione ho pensato al dolore dei personaggi e spesso lo sentito mio. Non tanto quando scoppia la tragedia vera e propria, ma in quei momenti in cui - dannata illusione- magari pensi che se ti fossi comportato in altro modo, ecco avresti potuto aver un minimo di felicità. Ho pensato che anche a me piacerebbe una vita normale. Essere contento di me, saper gestire la quotidianità, e non perdermi in sogni di gloria anche un po' ridicoli. Ho pensato, guardando il film, come spesso anche noi ci comportiamo come i personaggi di Stefania Sandrelli o di Sabrina Inpacciatore: ci ostiniamo e ci condanniamo ad essere felici. Un dovere morale,  più che una reale condizione umana.
Ho visto in questi personaggi la mia fragilità, la mia debolezza, e la rabbia nei confronti del dolore che gli altri mi provocano. O che mi procuro da solo.

Gli haters vi diranno le solite cose ( ho letto critiche ad Accorsi che sclera quando non succede mai) avranno anche ragione, ma penso che alcuni autori stiano sulle palle a prescindere. Ammetto anche di non essere immune a questa tendenza, riconosco di sbagliare quando mi capita di giudicare senza vedere o ascoltare, leggere, l'opera di un autore. Quello di Muccino è un cinema senza ombra di dubbio non trattenuto, ma assai eccessivo e viscerale. anche sentimentalista,  Ripeto molti suoi film non mi piacciono, ma qui vi ho trovato l'amarezza urgente, necessaria, sincera di una bellissima opera come " Baciami Ancora"
In questo film l'aspetto malinconico è più marcato ed a mio avviso non si eccede mai in scene madri indigeste. Ogni scatto di rabbia, ogni scontro è ben calibrato ed è funzionale al film e al suo messaggio finale. Non è un'opera consolatoria, c'è tanto rimpianto per aver perduto la possibilità di vivere un'altra vita ( ben rappresentata nella bellissima scena in cui lo smemorato Paolo chiede all'ex moglie di Favino da quanto tempo vivono insieme e lei immagina una bellissima vita non vissuta realmente), ci sono le ipocrisie e i tradimenti.
Ed è tutto diretto, crudo, perso nella incomunicabilità e dell'incomprensione.
Come se la felicità fosse una cosa evanescente, eco lontano di una canzone cantata insieme e persa nella rabbia e nel dolore di vivere.
Sì, a me codesto film è garbato assai. A volte dar fiducia anche ad autori che, di solito, non apprezziamo o seguiamo, è un atto che non danneggia noi stessi e le nostre idee, ma può donarci qualcosa di interessante, bello, utile, commovente. Mettiamoci in gioco più spesso


venerdì 16 giugno 2017

Ugly di Anurag Kashyap

Devo esser oltremodo sincero: non ho mai approfondito la cinematografia indiana, colpa di quei pochi film che ho visto, su qualche canale come Rai Movie od Iris, e non mi erano piaciuti. Troppo occidentali per me, mi sembrava fossero prodotti studiati apposta per piacere al pubblico estero.
Una considerazione sciocca, la mia, senza ombra di dubbio. Grazie a Netflix, però sto recuperando opera molto interessanti, come questo cupissimo e doloroso film del 2014

Dimentichiamo balletti, canzoni, storie d'amore travolgente, attori e attrici fascinosi, per addentrarci nella tragica realtà di una città come Mumbai. Qui vive la piccola Khali, colla madre- una donna depressa e sconfitta- il nuovo padre, un duro e integerrimo funzionario di polizia, e il desiderio di rivedere il suo vero papà: un tizio che campa sperando di diventare una stella del cinema.
Un giorno il padre passa a prenderla, devono passare la giornata insieme. La piccola è felice.
Però c'è un piccolo problema, il papà deve passare a ritirare un copione da un suo amico che lavora nel mondo del cinema, direttore di casting per una piccola casa di produzione.
La bambina rimane in auto. Dopo poco tempo scompare.
La sua scomparsa riapre vecchie ferite, trasforma le persona in esseri avidi e affamati di danaro, tutti col desiderio di far il grande botto, di vivere una vita migliore, avere successo. La polizia indaga usando metodi violentissimi e tra il commissario e il mancato attore vengono a galla cose brutte capitate nel loro passato.
Un mondo quello descritto da "Ugly", duro, sporco, infame.  Un mondo sommerso dalla violenza, dal dolore, dal senso frenetico di rivalsa, dall'odio e da una povertà a volte estrema. Un mondo dove i bambini scompaiono a dozzine ogni giorno, venduti a indiani e stranieri, o fatti sparire per altre ragioni.In questo inferno la polizia usa metodi feroci, abominevoli, orribili
Tutti i personaggi hanno lati negativi molto evidenti, sono deboli, annaspano in una vita che nega a loro ogni barlume di luce o speranza, divorati dalla fame di denaro facile, sfruttando pure una povera bambina. L'opera mette in scena la lotta senza quartiere di persone che confondono un'indagine con il regolare i conti tra di loro, di uomini che per arricchirsi fanno di tutto, di disperati senza gloria.
Opera implacabile, radicale, dura, ma mai compiaciuta, non vi è traccia di strumentalizzazione o di morbosità.
E questo è il suo punto di forza

lunedì 12 giugno 2017

TREDICI (13 reasons why)

Le piccole cose ci uccidono. Si, hai presente le battute tanto scorrette quanto divertenti su un compagno di scuola, una vicina, una collega di lavoro. Quelle cose cretine che tutti diciamo e facciamo, pronti a giustificarci con un : " ma stavamo giocando!"
Ed è vero. Stavamo giocando, perché in questa epoca nulla è serio. I moralisti li abbiamo allontanati che i profeti del nulla è vietato sono più fichi, no? Per cui che ci sarà di male a dar del frocio? Nulla, mica lo abbiamo picchiato eh! O a far credere che una ragazza sia una poco di buono? Ma si, dai! Si lamentano, però vanno in giro vestite come puttane. Anzi, ci siamo evoluti: non è il vestito, ma la percezione che colei sia un po' mignotta. E giù a ridere cogli amici, o a togliere pezzi di solidarietà femminile.
Perché, non è cosa che riguarda solo gli uomini. Spesso e volentieri le donne amano scannarsi tra di loro, deridere, offendere, emarginare.  Mica è questione di vagine o peni, no! Ma di un collettivo modo stupido di veder e considerare gli altri.
In questo campo ci è di aiuto la società peggiore tra quelle del mondo occidentale: quella americana. Con i loro rituali di balli, accettazione, gloria sportiva, esser popolari, e tutte quelle straordinarie cazzate che poi noi abbiamo riportato, adattandole alla bisogna ai nostri ideali: la virilità esibita, la donna trofeo, le spacconate al bar.
Non cambia la vittima: sempre uno o una troppo intelligente e sensibile, per poter essere apprezzato/a dalle masse di teste di cazzo.
Hannah, era una di quelle persone. Troppo vulnerabile per non farsi male, circondata da gente che sta male, ma che non vuole accettare i propri limiti e dolori, così con leggerezza alcuni e in modo criminale un bisteccone -coglione tipicamente yankee, fanno tutti molto male alla ragazza. Tutti colpevoli della sua fine.


Lei registra questo suo dolore su delle cassette : 13 atti di un doloroso, moderno, straziante, via crucis. Senza resurrezione finale. Noi conosciamo la sua triste storia attraverso le sue parole e seguendo il co-protagonista: Clay.
Ora, ve l'ho scritto più di una volta: per me il cinema, i racconti, ogni cosa, sono esperienze "sentimentali", se fai in modo che io sullo schermo veda delle persone, hai vinto!
Questo è successo con codesto telefilm, pardon: serie tv.
Il dolore di Hannah era il mio, così come la lotta di Clay per riportare le cose a posto, in qualche modo. Confuso, ingenuo, senza filtri, come i giovani sono.
Vi è una credibile rappresentazione di quel periodo della vita, del sentirsi soli e sconfitti, per cui nascondere il dolore facendo branco e difendendolo ad ogni costo. Anche rimuovendo la verità o cercando di colpire l'isolato di turno.
TREDICI ha dei personaggi scritti benissimo e la cattiveria non è mai ostentata, resa un imbarazzante marchio di " serie tv cinica e cattiva, scorretta che turba i benpensanti con sessso e parolacce a caso", come quella disgrazia ignobile cbe è big little lies. No, qui si mostra un aspetto pesantemente negativo di un certo periodo della vita e di una certa società, ma si è partecipi a tutto questo. Risulta credibile.
Durante la visione, a volte, mi incazzavo con Hannah, vedi che si scriverà Anna, ma a me piace mettere h a caso, perché le dicevo: ma è solo una lista! Ne fanno a migliaia e migliaia, non devi lasciarti travolgere da una simile scemenza. Però, poi, la serie mi portava a rifletter su cosa possa essere per una ragazzina quella cosa. Una ragazza forse anche paranoica, debole, incapace di reggere gli urti della vita, ma anche se lo fosse, che dobbiamo fare? Disprezzarla e abbandonarla? No. Dovremmo capirla.
Però noi viviamo con leggerezza, diciamo che il senso di colpa deve essere superato perché dannoso e inutile,  la punizione cosa legata al passato, una cosa barbara, per cui , ma si! Dai, lasciamo che si rovini la vita di una ragazza. Anche stupida ed egoista perché il suicidio è atto stupido ed egoista, dobbiamo gridarlo forre e con convinzione. Lasci persone distrutte dal dolore, dal non aver fatto abbastanza, quando spesso siamo noi incapaci di chiedere aiuto.
Però, Hannah è giovane. Quel gesto era inevitabile, e non è giusto uccider due volte una persona debole, vinta dal dolore di vivere.
Clay ed Hannah sono bellissimi. Così dolci e arrabbiati, ostinati a non voler far parte di quel carrozzone di apparenze, ipocrisie, falsità, conformismo odioso, che è il mondo a volte. Ma anche gli altri personaggi sono scritti benissimo. Justin è vittima del suo ritenere amico un essere abbietto, vittima della famiglia dove non trova un po' di conforto, Alex dei suoi sensi di colpa del voler esser altro, ma non poter star fuori del gruppo e così via tutti gli altri
Sono come eravamo noi a quell'età, no vabbè io ero già troppo pigro per poter meritare robe melodrammatiche,  non è stata un'adolescenza che valga la pena ricordare e trattenere nel cuore, ma nemmeno ricca di grossi traumi. Mediocre e accettiamola cosi, va.
Comunque TREDICI è anche la storia del dolore della famiglia di Hannah, dell'impossibilità delle scuole di esser presenti sempre e tempestivamente per aiutare tutti gli scolari, però è anche la storia della bellissima amicizia tra Clay e Tony, di una rinascita attraverso il dolore , una storia dove le cose devono andar al proprio posto prima o poi.
Una bellissima storia, per una serie tv che ho amato profondamente

ps: reputo, però, la seconda stagione pleonastica. Almeno in teoria.

giovedì 8 giugno 2017

Ritratto di famiglia con tempesta di H. Kore-eda

Io credo siano importanti le variazioni sul tema, piuttosto che l'originalità e l'anti retorica a tutti i costi. Perché se questi ultimi elementi non sai gestirli, vengono fuori cose brutte e insensate. Frutto di un odio verso ciò che è verosimile, reale, condivisibile col resto del mondo.
Mi piacciono tantissimo i film che parlano di gente comune, perché costoro sono tutto, tranne che "comuni". Lo diventano nel cattivo cinema o letteratura, nel pensiero annoiato dei reazionari, o dei borghesi chiusi in mondi fatati e isolati.
C'è più epica nella vita del salumiere sotto casa che in mille impavidi guerrieri e compagnia bella. Non dico che i guerrieri e il fantasy siano cose brutte- brutte, anzi vi sono autori meravigliosi e imperdibili, in quel campo. Io, da spettatore o lettore, preferisco altro: appunto lo ripeto di nuovo la possanza e maraviglia di fronte a vite e storie "ordinarie". ma che di banale o pleonastico, se ben vedete non hanno nulla
Kore-eda è un grande maestro nel mettere in scena codeste storie, bisogna dargli atto. Certo se dal cinema volete il fantastico, gli effetti speciali, eroi e cattivi, spettacolo e intrattenimento, ecco queste opere potrebbero annoiarvi; ma qualora foste intellettualmente normodotati e non bambinoni di quaranta anni, bè  datevi una possibilità: lasciatevi trasportare nella limpida poetica di esistenze "apparentemente lisce", va vi cito pure Ruggeri!

Ci sono molti modi per narrare la stessa storia. Per questo gli oligofrenici che se la sono presa colla sola opera degna di nota di Genovese, si son bloccati a : ma è sempre la stessa menata del gruppo di amici in casa e delle loro beghe. Carissimi, questo è il cinema! In particolare quello di genere, al massimo arriviamo a tre canovacci, poi sta all'abilità dello sceneggiatore e del regista a dargli spessore e importanza.
I film su famiglie che si ritrovano, dopo un lutto o per le vacanze, sono migliaia. Perché tutti abbiamo una famiglia, tutti abbiamo passato momenti orribili e voglia di riappacificare rapporti forse un po' tralasciati, fissi sulla nostra idea di chi sia un genitore, un figlio, si chiama "sindrome di Giovanni Mari", ti porta ad odiare un padre per tutta la vita, ma senza conoscerlo, basandosi su un'idea, un momento negativo. Capita a moltissime persone.
Per cui è normale e giusto che si facciano tanti film su questo tema. Kore- eda è un esperto del settore.
Per cui la differenza cosa la fa? Lo sguardo. Dolan, nel suo ultimo capolavoro, vuol farci notare la fragilità e inconsistenza delle relazioni, di come ognuno sia chiuso in un mondo ostile e a parte, Kore- eda si è laureato all'Università Virzì e Spielberg, lui crede negli esseri umani e nelle loro debolezze. Per questo, anche se non ci sono i finali più ottimisti di codesto mondo, c'è sempre una compassione profonda, una dolcezza soffusa. 
Non manca nemmeno in questa sua ultima pellicola. 
Ryota era una possibile promessa della letteratura, che si è voluto perdere in un mondo marginale basato su gioco d'azzardo, solitudine, un lavoro di investigatore privato non proprio onestissimo. Un uomo placidamente alla deriva. Uno di quelli che conosco bene e in un certo senso sento affine, forse anime troppo pigre per impegnarsi davvero a far qualcosa di buono, o troppo limpide per adattarsi a questo mondo. Non lo so, non importa.
La cosa fondamentale è che lui tenta di essere un buon padre, ama ancora la ex moglie, ma non è in grado di gestir al meglio quella cosa complicata che sono le relazioni umane. Una parola non detta o una di troppo, una confessione o richiesta d'aiuto che ci imbarazza o che avremmo dovuto fare. Così meraviglioso e fragile il mondo umano, come fai a non amarlo?
Così dopo una prima parte di descrizione del lavoro di Ryota, non la migliore, arriva la tempesta, che costringe i personaggi a trovarsi chiusi nell'appartamento della madre dell'ex scrittore. Non succede nulla, eppure succede tutto.
I dialoghi colla madre, col figliolo, con l'ex, sono ricchi di amore e delusione. Le basi della nostra esistenza. Lui vorrebbe essere migliore, ma non può. La differenza fra la retorica americana, la follia da pirla dei life coach e un aderire seriamente alla vita è questa: non tutte le vite brillano e sono destinate a una redenzione, un riscatto, al - mi si perdoni l'orribile termine- successo. La maggior parte vede fallire sogni, desideri, speranze, illusioni, allora cosa ci rende più grandi della vita? Il tentativo
Lo so, non farò mai quello che voglio, ma tento di farlo. E poi vado avanti, farò altro.
Capita a volte che si cresca in contesti dove l'infelicità sia una radice forte, dove ti vengono elencate le difficoltà, mancanze, difetti che hai, come se tu fossi un'anomalia. Così cresci convinto che ogni cosa sia una sconfitta meritata e non fai nulla. 
Invece dovremmo educare i nostri cari(figli fratelli genitori consorti) a tentare sempre di costruire/ricostruire dei rapporti umani solidi. Sono le cose che ci rendono vivi.

Questo avviene tra i personaggi di questo bellissimo film. Nelle loro incomprensioni umanissime, nel dolore e nella voglia di esserci, di parlarsi, di scontrarsi. 
Kore-eda non ci spinge a ritenere Ryota un essere deprecabile, non lo condanna, come non punta il dito contro nessuno dei suoi personaggi. Nemmeno li giustifica. Fa una cosa importante: li comprende, e ce li fa comprendere.
Dopodiché liberissimi di ritenere l'ex scrittore un uomo non apprezzabile, il giudizio è fondamentale di questi tempi così lassisti e normalizzatori a ogni costo. Però, prima, abbiamo avuto la possibilità di incontrare un uomo: disonesto e poco raccomandabile, ma anche pieno di amore per il figliolo e di rimpianto trattenuto per la sua vita.
Di questi tempi, film come questi, sono necessari e fondamentali.

mercoledì 1 febbraio 2017

HOPE di LEE-JOON IK

A volte quando ti chiedono se un film " è bello", "lo posso vedere", ammetto di non saper rispondere. Perché alcune pellicole colpiscono e fanno davvero male.
La domanda semmai è: sono pronto ad affrontare il Dolore e il Male? Non rispondete subito: sì! Magari perché avete visto tanti horror, torture -porn e film splatter. Vero che son pellicole devastanti, che ci fanno stare male, però sappiamo che è sangue finto e spesso storie frutto della fantasia degli autori. Col tempo, a volte anche poco, dimentichiamo
Questo non capita quando affrontiamo film come Hope.



Che ironia aver chiamato vostra figlia Speranza, forse ne avete bisogno. O forse sono quelle cose che si fanno quando siamo innamorati, quando l'amore abita la nostra casa e l'altro è il nostro mondo.
Poi che succede? Si comincia a tener per sé una parola, un gesto, il lavoro ci prende tempo, l'altro in casa ci fa da mangiare o è quella strana creatura che vivacchia sul divano a riveder vecchie partite di baseball.
Fra di voi, c'è lei: vostra figlia. Amata, ma considerata ormai una parte della casa.  Rassicurati che nulla possa distrarvi dalla quotidiana e dolce mediocrità, dalle piccole cose.
Poi un giorno..
Un criminale irrompe nelle vostre vite, tocca l'intimità più profonda e vi costringe a far i confronti col dolore, le cose non dette, l'instabilità del rapporto.
Per cui alla domanda : posso vedere il film? Non lo so. Dipende da quanto tu possa resistere a certe scene, sopratutto a quanto tu sia disposto a pensare, riflettere, scoprire che magari tanto garantista e civile non lo sei. Cosa farei se mi capitasse? Se avessi una figlia?
Il regista mostra il corpo martoriato della bambina, dopo lo stupro. Lo mostra e per me fa benissimo. Si, lo puoi immaginare, lascia allo spettatore. Questa è la nuova difesa di un certo tipo di pubblico, hanno ragione anche loro, ma per me è fondamentale, al cinema, mostrare. Un bambino è malato terminale? Starà in ospedale, attaccato ai macchinari. Non a casa con i due genitori, perché il cinema trattenuto vuol così.
Vedete come riduce un atto violento una bambina, riflettete su quali traumi pesanti essa comporti, a un certo punto vi viene in mente che il primato di turismo sessuale, termine che disprezzo perché abbellisce una pratica disumana e schifosa, chiamatelo stupro internazionale e che si punisca col carcere chi lo pratica,  vuol dire che molti sono i bambini abusati.
Non è il tema del film, che parla di come una famiglia venga travolta dalla violenza.
Qui scatta, però, inatteso e toccante, un miracolo: proprio in virtù del suo titolo, il film non vuole perdere la speranza.
Certo prima siete assaliti frontalmente dal dolore, dall'orrore, vi troverete a piangere di rabbia e a pensare mille e più modi per fare a pezzi quel criminale farabutto.
E poi che succede? Che il direttore della fabbrica e i colleghi facciano colletta per aiutare economicamente il padre, che una madre cerchi di aiutarne un'altra distrutta da quanto le è capitato, che i bambini non offendano o deridano la bambina perché ha una strana macchina per far i bisogni.
Sopratutto che il padre faccia di tutto per riavvicinarsi a quella bambina, forse trascurata, come trascura la moglie.
Le scene che hanno come protagonista questo uomo così comune e normale nei difetti e pregi, che si traveste come il personaggio di un cartone animato, per far sorridere la figlia e farla riavvicinare a lei,  non vuole esser toccata dal padre in quanto uomo, sono di una bellezza e di una commozione davvero assolute
Vi è una delicatezza, purezza, amore e compassione per i personaggi, bilanciata da parti durissime, strazianti, quasi insostenibili.
Un perfetto equilibrio che ci porta a riflettere su temi importanti, su cosa faremmo noi in quelle occasioni, su come gli esseri umani siano fragili eppure portati anche alla solidarietà, che esiste il male, però una nuova vita e un aeroplano di carta forse potranno aprire una finestra su una nuova speranza.
Sì, la risposta alla domanda iniziale è sì. Guardate questo film, fatelo vostro, parlatene con vostro marito o vostra moglie
Perchè questo è il potere del cinema: portare a galla il non detto, o i sentimenti che riteniamo negativi ma sono umani. Farci scoprire la luce in fondo al tunnel.

mercoledì 25 gennaio 2017

DOPO L'AMORE di JOACHIM LAFOSSE

L'amore è perfetto, meraviglioso, eterno. La vita di coppia no. Durante una relazione non mancano incomprensioni, rabbia, distacco, paura di perdere questa cosa sopravvalutata chiamata indipendenza, si fa i conti con una persona la quale, improvvisamente, non è più quel corpo che tanto ci eccitava o quel essere superiore, creato da noi e dalle nostre aspettative.. Tutto questo spaventa, spiazza, e nella tradizione occidentale, meglio buttar via un prodotto difettoso, tanto al centro commerciale ne trovo di nuovi e migliori. Questo ragionamento consumistico, ormai, contamina anche le nostre relazioni.
Anzi a volte penso che prima ancora di esultare per la felicità di trovare qualcuno che ci ami  e d'amare, nasca in noi il pensiero di "come e quando lasciarlo/a". Si prova, tanto poi al massimo ci separiamo, cosa vuoi che sia! Capita a tutti. Prima o poi l'amore finisce, inutile perder tempo a far funzionare una cosa che non va. Ah, dimenticavo: gli uomini son tutti uguali, le donne sono tutte uguali. Precari nel lavoro, lo siamo anche nei sentimenti. Egoisti mettiamo al mondo dei figli che tanto capiranno, se ne faranno una ragione, poi tanto il padre lo vedi nei fine settimana, ci sono pur sempre i nonni.
Il pensiero debole di gente fragile



Il film , davvero buono, di Lafosse mostra questo: la fine di un rapporto. Non sappiamo le ragioni, non ci verrà mai spiegato, assistiamo al normale gioco al massacro di due persone che forse si sono amate, o forse si sono lasciate trascinare dalle circostanze e illusioni. Tra di loro le figlie. Vediamo le giornate sottoposte al rancore, i colpi bassi, le ripicche, i silenzi e le scenate. Tanta rabbia, incapacità di comunicare con l'altro. Tutto però risulta scontato, normale, quotidiano. Questo succede a molte coppie che si lasciano o entrano in crisi. Eppure sono sicuro che ci sia sempre spazio per dire o fare qualcosa che possa salvare una relazione. Anche quando non si trovano gli strumenti all'interno della coppia.
Dovrebbero però chiedere aiuto, e nell'epoca del "il mio dolore è unico e tu che ne sai?" figurati se noi abbiamo la forza per andar in terapia di coppia o altro.
Preferiamo distruggerci, farci male, ricordare all'altro quanto sia inutile, rinfacciare all'altra le sue mancanze, ogni nostra forza è al servizio del cercare nuovi punti deboli per far soffrire il compagno o la compagna.
Tutto questo è ben rappresentato ed evidente nel film. Il quale ha il coraggio di mostrare, ma non si abbandona a facili momenti tragici. Par quasi un esperimento scientifico, il regista osserva questi due insetti e i loro comportamenti se posti in situazioni di disagio.
Non è, però, un film trattenuto o distaccato, noi avvertiamo la pena per questi due personaggi, detestabili, alla deriva. Perché sappiamo che sullo schermo stiamo vedendo qualcosa di concreto, tangibile, reale, qualcosa che conosciamo bene, perché testimoni di questi fatti, o perché qualcuno che conosciamo li ha vissuti.
Nella separazione io vedo solo la sconfitta. Totale e assoluta di due persone, le quali poi, in buona parte dei casi, prenderà queste ferite non come errori da evitare in futuro, ma come basi per approcciarsi all'altro.
E noi ce li becchiamo su Facebook che si lamentano come adolescenti

mercoledì 14 dicembre 2016

Riflessione Indisciplinata: di Dolan, di Bellocchio, di famiglie e del perché scrivo di cinema

Da un po' di tempo non scrivo più nulla. Non credo proprio che il mondo della critica cinematografica o dei semplici cinefili, ne risenta o abbia notato la mia mancanza. D'altronde, è noto, che la gente si perda sempre le cose migliori senza batter ciglia. No, non è di questo che ho intenzione di "parlare", meglio di scrivere.
Questo blog è un diario pubblico, un quaderno di appunti,  nel quale da "spettatore", aspetta lo riscrivo per farmi capire meglio: Spettatore, cerco di analizzare i sentimenti e i pensieri che una pellicola ha saputo donarmi. Le radici di questo mio piccolo spazio sono quindi le sensazioni, le riflessioni, una sorta di terapia nel quale sono sia il dottore che il paziente.  Perché credo che la figura dello spettatore sia del tutto sottostimata e valutata, o meglio: inni a lui quando sceglie di far incassare tanto a opere orribili, reazionarie, cialtrone, in quanto nel pensiero borghese che impera nel nostro cinema, uno spettatore è come uno del popolo: applaudiamo la sua ignoranza, la sua volgarità, che è così vera, giusta, ma distruggiamoli ogni volta tentino di migliorarsi.
Per questo il blog non si chiama Le critiche di un Occhialuto, come potrebbe essere, ma " Lo Spettatore indisciplinato", in quanto si cerca di dar un contributo personale a una certa crescita di visione da parte del pubblico, delle masse. Il cinema, in un mondo precario dal punto di vista sentimentale e di capacità dei singoli di sapersi descrivere e vivere, serve alle masse per aprire un dialogo attivo e difficile tra le immagini sullo schermo e quelle della loro vita.
Continuo a credere che i discorsi tecnici sul cinema siano del tutto irrilevanti, interessanti per chi lo studia, quotidiani per chi ci campa, ma non centrano l'obiettivo primario di questo splendido prodotto sospeso tra arte e industria: parlare alla massa. O a parti anche piccole di essa.  Una buona critica cinematografica non si deve solo esaudire nell'analisi del mezzo e delle prodezze tecniche, ma deve unire a questa base di partenza : psicologia, sociologia, filosofia, pensieri, sentimenti, emozioni. Per questo la critica usa e getta che vive sul e nel momento è utile per una prima idea, poi la comprensione, critica, esperienza, di un film è sempre in movimento. Un buon critico dovrebbe tener conto anche di questo. Io stesso penso che alcuni film, quelli che col passar delle stagioni ci piace ancora rammentare, meriterebbero più riflessioni, recensioni. I films crescono come noi, si evolvono, si perdono, guadagnano o perdono con il tempo. Sono un ottimo metodo di analisi del nostro essere, una sanissima terapia e riflessione sul nostro vivere, sentire, emozionarci.
Credo che il cinema sia un grande contenitore dove: letteratura, musica, le scienze progressiste in campo sociale, psicologico, etico, si mescolino insieme per offrire a noi un modo di crescita individuale, ma collegato profondamente con l'altro, con il mondo. Ancora più della televisione o di certi social.
Per questo certi registi li amiamo tantissimo, anche se magari fanno un cinema diverso rispetto a quello che noi siamo portati ad amare. Per questo alcune pellicole le sentiamo nostre in tutto e per tutto.
Io ho cominciato a scrivere di cinema per grafomania, ai tempi il mio blog serio era " Malgoverno", ero giovane, militante, tanta passione.  Piano piano questo blog, con il tempo si è evoluto. Mi segue nella mia crescita, mette nero su bianco le cose buone e le grandi cazzate che ho da dire, che sento particolarmente mie, ma che non saprei dove indirizzare e a chi.
L'arte non interessa, applaudiamo ipocritamente chi fa lavori faticosi, ma sempre ritenendolo un animale da soma e non un uomo capace anche di grande sensibilità. Per fortuna siamo liberali, eh!
Sì, l'arte non interessa. Non ci piace nemmeno a noi cinefili metter in comune alcune idee, discuterne amabilmente, saremo concordi o no, chi se ne frega, l'importante è parlarne, scriverne, sentirsi parte di una grande famiglia
Penso che l'idea consumistica della blog star, di essere gente capace di influenzare il popolino, trattare uno spazio non come un diario ma come una bibbia dell'arte, della politica, abbia nuociuto al mezzo e alla sua reale potenzialità. Si, dovrei ogni giorno scrivere un post, avere rubriche fichissime, coltivare i miei commentatori, non come amici che vogliono discutere di un film, un libro, ma come fans, dovrei farlo ma per pigrizia non mi va
La pigrizia è la madre dell'intelligenza, sappiatelo. Perchè crea quei distacchi necessari per campare bene. Ci prendiamo tempo. Scriviamo quando ce la sentiamo. Consideriamo gli altri nostri amici, non gente che deve venerare il raffinato pensatore di turno.
In questo periodo ho visto tanti film bellissimi, ma non avevo parole per descriverli. Essendo uno che scrive di getto, non mi è possibile buttar giù due parole a minchia e poi riscriverle con calma, dopo
Perché dopo mi è passata la voglia, l'urgenza, la necessità di parlarne. O scriverne
Scrivo per me, perché, a volte, mi fa sentire bene. Di getto, travolto da un flusso di pensieri e parole. Sentimenti, sopratutto sentimenti.
Tutto questo prologo lunghissimo per dire che mi sarebbe piaciuto tornare con un bel post sul tema della famiglia.  Analizzando tre film, ma visto che il terzo non son riuscito a vederlo, facciamo che ci accontentiamo di un dittico? Messo giù così: come viene, viene
Poco professionale, certo. Io sto dalla parte dei dilettanti allo sbaraglio. Sono sicuro che la Raggi potrebbe apprezzare il mio lavoro! (Sì, mi sto candidano per dirigere il prossimo festival di roma ^_^ )













TENGO FAMIGLIA!
Tutti prima o poi usiamo questa frase. Di solito quando vogliamo elegantemente sganciarci da una situazione che richiede coraggio.  In quel momento rammentarsi che il curioso animale domestico che rompe più della gatta, è la propria moglie, o che quel nano che rompe le palle manco fosse il MiniMe del Dr Evil, è nostro figlio, ci spinge con tono responsabile e serio ad evitare di perdere il posto o prendere botte da sbirri e fascisti.  i " Tengo famiglia" sono quelli che consegnano simulando un parziale malessere etico, la patria alle forze peggiori.
In ogni caso, per un motivo o per l'altro nessuno può far a meno di interrogarsi, confrontarsi, sostenere, attaccare, questo gruppo di gente che il caso ha messo insieme, che appunto è la famiglia.
 Luogo di crescita, dove impariamo le leggi morali, il come "star al mondo", le regole importanti, oppure carcere, incubo, causa dei nostri mali, insoddisfazioni. O qualcosa che non potremmo mai avere anche se la desideriamo, per tante ragioni.
 Fra tutte le istituzioni l'unica che resisterà nel tempo è proprio lei: the family.
Moderna o tradizionale, composta da persone dello stesso sesso o alla vecchia maniera, non importa.
Tutto parte, si evolve, matura, finisce, lì.
Il problema è che molti si avvicinano agli altri avendo delle parti di sé non risolte, una lunga esperienza di incapacità al dialogo, di chiusura in sé, nel proprio dolore o quanto meno mondo. Si fidanzano, sposano, mettono al mondo figli, perché "arrivati a una certa età". Alcuni sono genitori ma non hanno mai passato l'esame di figlio. Il genitore è un mestiere difficilissimo, incompreso da molti. Non è facile crescere un'altra vita, esser il punto di riferimento che loro useranno per confrontarsi con il resto del mondo Per cui tendiamo ad aver un atteggiamento giustificatorio: li ho cresciuti tutti allo stesso modo eppure lui, non importa che età avrà, sarà sempre il mio bambino. Due atteggiamenti assai comuni, no? Nel primo siamo convinti di aver trovato la formula magica. Va bene per due, andrà bene anche per il terzo. Sicché colpa sua se non comprende, anzi se fa esattamente altro. Ci stupiamo dei difetti dei nostri figli, come se fossero cose portate dagli alieni, non comprendiamo i nostri fratelli o le nostre sorelle, perché non vediamo in loro altre persone, ma membri di un clan, un gruppo, una cazzo d tribù che balla. Il secondo atteggiamento, quello del figliolo che è sempre bimbo, dietro a questo amore nasconde la totale sfiducia in un essere che ci stupiamo sia nostro figlio o nostra figlia
Certo tanto caro, cara, come appunto i bimbi/le bimbe. Possono commuoverci, possiamo amarli e andar fieri di essi, ma sono solo questo: dei bimbi incapaci di autonomia di pensiero e azione
Per cui interveniamo per dir a loro cosa devono fare, dire, pensare, ci pensiamo noi. Le cose che vanno bene a babbo, in particolar modo, e mamma , a rimorchio spesso, devono andar bene anche ai figli. Pure se ormai sono in zona andro/menopausa.
La famiglia è luogo di meraviglia e di grandi conflitti. C'è tutto e il suo contrario dentro di essa, non manca nulla. Perché è la somma di tanti rapporti umani, e oggi come sapete facciamo un po' pena in quel settore.  Una persona in crisi non può che dar vita a una coppia in crisi, la quale sarà la base di una famiglia disfunzionale.
E poi ci sono le altre, le tantissime che funzionano bene. Con alti e bassi, ma funzionano.
Il cinema, nella sua naturale funzione di grande narratore dell'esistente,  non poteva certamente evitare di metterle in scena tante volte. Sotto ogni punto di vista, senza censura o confini.
Oggi vi scrivo di queste.















Fai bei sogni è solo la fine del mondo.

Una certa sbornia collettiva ci ha spinti per anni a enfatizzare mestieranti e affini, sempre nel nome abusato del popolo. Tanti improvvisati, tra cui un giovane Spettatore Indisciplinato,  credevano di fare la rivoluzione incensando film  e registi che sono "traaaash2, " cazzo è roba degli anni 70", " e i radical chic li hanno sempre osteggiati ma guarda", tante adorabilissime cazzate. Alcuni con coraggio, fede, dedizione, le ripetono ancora oggi. Li ammiro, pur non essendo d'accordo con loro.
Io invece penso che esista davvero una divisione netta e profonda tra registi e Registi. Magari questi ultimi sono soffocati dalla produzione, devastati da un ego poco gestibile, incomprensibili e immobili sulle loro tre o quattro ossessioni. Eppure sono quelli che riconosci subito, quelli che fanno davvero la differenza. Perché prendendo storie già viste e sentite, mettono in scena qualcosa di personale, unico. Possono anche infastidire, non piacere, ma non sono da confondere con gli onesti lavoratori che mettono in scena storie impersonali, sono due cose diverse, giuste e necessarie, ma diverse
Per quanto mi riguarda,  a parte una lunga crisi populista durante i miei 20 anni, poi ho sempre amato l'Autore, pure quelli che molti reputano registi di genere perché magari passano la vita a girare polizieschi, horror, fantascienza, ma che in realtà usano il genere per dire altro.
Arrivando al punto ho amato moltissimo  E' solo la fine del mondo e Fai bei sogni, perché pur partendo da testi scritti da altri, sono opere personalissime e molto sentite.











 L'opera di Dolan mette in scena una commedia scritta da un autore molto importante in Francia e non molto conosciuto dai più, qui da noi :  Jean Luc Lagarce. Scrivo questo non perché io conosca benissimo l'autore, ci mancherebbe, ma per manifestare il mio amore verso il cinema-teatro, anche se con l'estro, la carica dirompente, di un autore che prima di tutto è uno straordinario inventore di immagini, come Dolan in effetti è, di teatro rimane poco o comunque filtrato e reinventato attraverso l'uso del mezzo cinematografico.
Come la maggior parte dei grandissimi film, anche questo ha una trama che si può dire in pochissime frasi. Non c'è nulla di originale, niente di nuovo, nessuna nuova tesi, ma c'è la forza impressa dal suo autore a un'idea che sente in modo particolare
Questo modo di far cinema mi piace. Si, ora tutti vogliono andar al cinema ed esser loro a decidere la direzione del film, arrivarci loro a comprendere la sua natura e il suo messaggio.  Questo è un modo di far cinema, ma ho un po' il sospetto che si scelga questa strada per mantenere le distanze, non lasciarsi andare, far finta di aver qualcosa di importante da fare, piuttosto che abbandonarsi al mondo di un altro e conoscerne regole, dolori, miserie, glorie. Un po' come quelli che sostengono quella cosa orribile che è il cinema "trattenuto", con la scusa che non sopportano i ricatti morali. In realtà hanno paura di commuoversi, soffrire, per cui l'anti retorica che dichiara pacchiane guerre, va bene. Li salva.
Dolan ha le idee chiare, e le mette in scena. Film dopo film, ci meraviglia o inganna con la potenza totalitaria e violenta delle immagini, ci lascia senza fiato di fronte a tanta bellezza, ma poi ci dona pensieri e riflessioni profondi, perché a mio avviso non è per nulla un autore formale e basta. Usa la forma per dar sostanza alle sue opere. Lo fa benissimo
In questa sua ultima opera abbiamo una famiglia che tenta di recitare una certa normale felicità, ma senza impegno alcuno. Ci sono i ricordi d'infanzia, la voglia di conoscere il fratello andato via quando si era troppo piccole per conoscerlo, c'è la madre che ostenta un'egoistica e chiassosa felicità, una cognata schiacciata dalla violenza di un marito rancoroso e infelice, e infine lui: il protagonista che torna sperando di riallacciare i rapporti, e come? Annunciando la propria morte.
Non andrà come aveva pensato e di questo ne siamo ben consci fin da subito. La riflessione che il film mi ha donato è questa: " Ma davvero pensiamo che i rapporti possano migliorare perché stiamo morendo?"
A mio avviso è proprio l'idea del giovane protagonista ad esser sbagliata. Un rapporto può nascere se gli altri sono disposti ad ascoltare, comprendere e noi nel tempo lo abbiamo tenuto vivo. Altrimenti riaffiorano antichi rancori, ruggini, malesseri, incomprensioni.
Quanta dolorosa verità in questi personaggi che si urlano contro, si insultano, vivono separati e in conflitto con i propri figli, fratelli, sorelle.  Per tutto il  film non vi è traccia alcuna di dialogo. Ognuno ha la propria canzone da cantare e procede, stonando, per quella strada
Dolan ci stupisce con le immagini, l'uso della musica pop più commerciale che diventa inno a una bellezza e serenità inventate o vissute, ma perse nel passato.  Però non si limita a questo: ci mostra una verità credibile. Non tutte le famiglie sono così, sia ben chiaro. Per alcuni soggetti è facile che vi siano rapporti poco sereni con la madre, ciò giustifica in parte le loro scelte sentimentali future, o certe ossessioni artistiche, ma non vuol  dire che non esistano famiglie felici. O che film  dedicate a loro siano falsi. La falsità su schermo è in cose come "Un Bacio", non certamente in opere che sono credibili e coerenti con un loro messaggio.
L'opera in questione ci colpisce nel profondo, proviamo pena per i personaggi, nessuno immune da feroci critiche a partire dalla madre fino ai figlioli e alla cognata troppo remissiva nei confronti dei parenti acquisiti e sopratutto del marito
Rimane alla fine la sensazione di una grande solitudine collettiva. Vissuta con inerzia, come se fosse normale, senza nessuna altra possibilità. Anzi, par proprio che la possibilità sia una mera illusione, un fallimento annunciato, ma proprio in virtù del fatto che non abbiamo mai cercato un dialogo vero, un rapporto sincero.
La fine del mondo, l'unica che davvero conosciamo, è proprio questa incomprensione, sentirsi sconosciuti  e stranieri nell'unico luogo dove vorremo esser compresi per quello che siamo, che di fatto ci costruisce il carattere e ci dona le regole per star al mondo: la famiglia.
E mentre scorrono i titoli di coda pensiamo alle nostre di famiglie e a quella che stiamo costruendo.
Come tutti i grandi autori, Dolan, ci offre una visione precisa delle cose, permettendo a noi di ragionare, farci male, emozionarci, sentirci vivi nel nome dell'arte e della vita su uno schermo. Specchio deforme delle nostre vite














Cosa può fare un grande maestro del cinema? Farci amare uno scrittore, forse giornalista che , se non ci fosse Fabio Volo, riterremmo il più pleonastico degli scrivani, questa frase è da dire con il tono di voce ed espressione mimica di un Jep Gambardella o di un Vincenzo De Luca.
Perché l'Autore piega a sé e alle sue tematiche il lavoro degli altri, sicché anche un mediocre riempitore di parole può brillare se gestito dalle mani sapienti di un grande artista
Ovviamente qui il grande artista è Marco Bellocchio.
Il film prende le origini da un libro di Massimo Gramellini:  Fai bei sogni, appunto.
Di cosa tratta l'opera letteraria e quella cinematografica? Della elaborazione di un lutto difficile da superare, di come la famiglia sia un luogo di menzogne, del trattamento disumano che colpisce i più piccoli e di come tutte queste cose, apprese e respirate tra le mura domestiche, ci facciano del male durante la crescita.
Ora, l'elemento di vero interesse è lo scontro/incontro tra il cinema rigoroso, spartano, carico di possanza simbolica e raggelante del maestro di Piacenza e la narrativa piena di luoghi comuni, immaginario collettivo e generazionale trito e ritrito, come se non fosse capitato nulla di più entusiasmante in Italia, durante il periodo dell'infanzia di Massimo, che non siano le sole trasmissioni televisive.  Un immaginario piacione che cerca l'approvazione immediata dettata da quel sentimento che spesso noi gestiamo male: la nostalgia. Parentesi: quelli di una certa età come Gramellini si accaniscono nel celebrare Canzonissima, noi lo facciamo con robe come i Goonies. La differenza è che i ragazzi di quel periodo poi hanno fatto politica, noi scriviamo post politici.
Ecco, dicevo, lo scontro tra due immaginari artistici così lontani è la cosa migliore dell'opera. Bellocchio mette in scena Gramellini, ne riconosciamo tutte le sue tematiche e istanze, ma le rende più alte, nobili, offre a loro un senso di epica tragedia quasi shakespeariana che manca del tutto all'originale. Gramellini invece umanizza, rende più accessibile e immediato in alcune sequenze, dialoghi, personaggi, la distanza aristocratica di Bellocchio
Questo funziona benissimo
  Seguiamo l'infanzia del piccolo Massimo costretto a confrontarsi con la perdita della madre, adultizzato nel dover superare o convivere con il trauma, non compreso come bambino smarrito di fronte a un dolore così grande, un piccolo estraneo per il padre, un bimbo che non deve sapere la verità per tutta la famiglia.
La parte migliore del film è proprio quella che affronta il tema del lutto visto dal punto di vista del bambino. Le sue esplosioni di rabbia, la sua tristezza, le preghiere a Belfagor. Raro vedere una simile attenzione alle dinamiche psicologiche dei più piccoli, così vere e credibili.
Crescendo, Massimo, diventa un giornalista, nondimeno è un uomo che ha grossi problemi di relazione con gli altri, ancora imprigionato a una verità costruita dal padre e dai parenti.
La famiglia sbaglia sempre quando pensa di "proteggere" inventando bugie. Il bene degli altri non passa mai attraverso l'inganno, la menzogna. Solo la verità, anche la più crudele, ci aiuta a crescere e a vivere.
 Bellocchio si mantiene a una giusta distanza, non cede alla retorica del ricatto morale, ma non è nemmeno impalpabile o  trattenuto. Avvertiamo la sofferenza di Massimo, ci indigniamo di fronte all'assenza/presenza di un padre incapace di esser padre , ci indigna l'atto di estremo egoismo della madre, proviamo compassione e vicinanza per il protagonista
Non cambio idea su  Gramellini come scrittore, ma dopo questo film non posso che provare compassione e tenerezza per l'uomo e il bambino che è , è stato.
Come nel film di Dolan, abbiamo anche qui un cast che funziona benissimo e che si presta a diventare voce che si fa carne ed ossa del proprio regista. Non è tanto Cassel o la Cottilard che fanno i loro personaggi, o Mastandrea  che ripete sé stesso, ma sono la pura rappresentazione di una idea di cinema. L'idea di due grandissimi autori.