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martedì 18 maggio 2021

Le paludi della morte di Ami Caanan Mann

 Ami Caanan Mann è la figliola del leggendario Micheal. Attiva come sceneggiatrice e regista in televisione, gira nel 2011 codesto ottimo thriller ispirato ad eventi reali.


Memore dello stile ruvido e senza fronzoli di Kathryn Bigelow,  Ami firma un'opera cupa, violenta, opprimente. Filmando un ambiente desolato, povero, misero, in cui gli uomini sono più vicini alle bestie che agli esseri umani. In questo contesto di degrado morale, avvengono dei brutali omicidi che coinvolgono delle ragazze.  A indagare due poliziotti profondamente diversi tra di loro, ma che trovano comunque un modo per lavorare bene insieme,  Brian viene da New York, è un cattolico, ha una bella famiglia, si prende cura di Anne una ragazzina appena uscita dal riformatorio. Costei vive una situazione davvero pesante con la sua famiglia, la madre è una prostituta che scatena sulla ragazzina tutta la sua rabbia e la manda via di casa quando riceve i clienti. Nella loro casa passa il peggio del peggio della fuana maschile locale, e la ragazzina è sola di fronte queste cose, ad aiutarla ci pensa Brian.  Mike invece è un detective nato e cresciuto in Texas, dai modi spicci e violenti, come la ex moglie Pam. La donna chiede all'ex marito e al suo socio di darle una mano su alcuni delitti che sembrano identici a quelli su cui indagano i due uomini.


 Tutti i cadaveri sono abbandonati in una zona paludosa dove nessuno vuole entrarci, perché c'è l'altissimo rischio di perdersi e di morirne affondando nel pantano e nell'acqua putrida


Tuttavia i nostri eroi cominciano a indagare a fondo. Questo li porta a scontrarsi con la feccia criminale del paese. Papponi,  spacciatori, uomini violenti di ogni risma.  La visione d'insieme è quella di un posto dimenticato da dio, ad un passo dall'inferno.  Dove a rimetterci sono gli innocenti.


 Opera che suscita attenzione e coinvolgimento grazie alla ottima ambientazione. Un paese della profonda provincia americana,  brutto e squallido, come sanno essere certi paesini di provincia, abitato da persone tanto disperate quanto crudeli.  Sopra a tutto questo brilla il rapporto tra il poliziotto di New York e la ragazzina. C'è tenerezza, amore paterno, attenzione, il desiderio di salvare una giovane vita dal buio totale. Loro due cercano di uscire e non lasciarsi coinvolgere dal male che li circonda, ma è durissima. Non è detto funzioni.


Il resto riguarda una lotta senza speranza per fermare la follia, per impedire che altre giovani donne trovino una morte orribile.  La regista ci lascia intendere che tanta crudeltà e deviazione siano frutto dell'ambiente sociale, che trasforma le vite degli uomini e delle donne, creando vittime e carnefici. Un film per me assai valido, tra i migliori thriller che mi sia capitato di veder.

giovedì 13 maggio 2021

FINO ALL'ULTIMO INDIZIO di JOH LEE HANCOCK

 John Lee Hancock è uno sceneggiatore e regista  che vanta due straordinarie collaborazioni con Clint Eastwood. Per costui ha scritto quelle due formidabili opere che rispondono al nome di : Un mondo perfetto e Mezzanotte nel giardino del bene e del male. Come regista ha debuttato nel 2002 con la pellicola "Un sogno, una vittoria", già in questo debutto getta le basi per quelle che sono le tematiche affrontate nelle sue opere: biografie di personaggi più o meno importanti nella storia americana. Come se volesse scrivere una narrazione per immagini dedicata alla sua nazione. Film con un impianto classico, robusto, solido, scevro da ogni virtuosismo che sia di ostacolo alla storia. In questo si vede la sua provenienza, più che ai giochi di regia, egli bada sopratutto alla storia, al suo sviluppo e ai personaggi.

Io ho amato molto alcuni suoi film: Saving Mr Banks, The Founder, The Highwaymen. Opere trascinanti, emozionanti, come si facevano una volta, almeno così si dice. Mi piacciono le cose di una volta. Certo ci sono registi formidabili e con una regia estetizzante, barocca, che mi garbano parecchio, ma a un certo punto sento il bisogno di rifugiarmi nel mondo dei poliziotti contro i criminali, dei cowboy, personaggi poco inclini a nevrosi borghesi, diretti e forti.

Trenta lunghi anni ci ha messo codesto ottimo thriller, prima di giungere sui nostri schermi.  La sceneggiatura è passata tra le mani di diversi registi ( Spielberg non l'ha voluto fare perché la storia è troppo cupa) prima che Hancock si decidesse di far da solo.  Meglio così, perché anche in un'opera di pura finzione se la cava benissimo.

 Il film è ambientato durante gli anni 90,  narra la caccia a un pericoloso e sadico serial killer. Un uomo che gode ad uccidere giovani donne. Sul caso torna per caso l'ex detective Joe Deacon. L'uomo ha avuto la carriera e vita distrutta da un oscuro fatto capitatogli proprio mentre indagava sull'assassino, che continua a terrorizzare la cittadinanza. A dargli una mano c'è il giovane e ambizioso Jim Baxter. I due uomini sono assolutamente diversi, ma si ritrovano ben presto a collaborare e a stringere una sorta di amicizia, un legame padre- figlio, allievo- maestro, vabbè una cosa tipicamente maschile E bella,
Joe è un uomo che non riesce a liberarsi dalla colpa, non ha fede in nulla, ma non è cinico; Jimmy è un credente,  ha una bella famiglia e fiducia nella giustizia. Il bene e il male, la più classica delle lotte. Dove ogni cosa è messa nel punto giusto, senza incidenti di percorso, dubbi. Alla fine si prende il cattivo e lo si sbatte in galera. Tutto qui.


Le cose sembrano mettersi davvero molto bene quando i due mettono le mani su Albert Sparma. Un tizio sospetto, che si diverte a deridere i poliziotti, decisamente non impressionato dalle fotografie dei corpi delle povere ragazze, anzi eccitato.  Un tizio che vive da solo, appassionato di crimini. Ci sono molti indizi a suo carico, ma non abbastanza. Sarà davvero lui l'assassino?


The Little Things, le piccole cose, questo il titolo originale del film.  Lo ripete spesso Deacon, sono le piccole cose che ti condannano. Ma non sempre ad esser condannato è il cattivo ragazzo, a volte sono le nostre certezze, le nostre verità.  Ed è questo il punto di forza di un film assolutamente debitore ai thriller di quel periodo (anzi è proprio un thriller degli anni 90 portato sullo schermo oggi) con un elemento di amarezza, incertezza, che non è abituale trovare nelle pellicole americane di questo genere. Anche le più inquietanti come Seven, giungono a una chiarezza totale ne finale. 

Hancock ci arriva attraverso altre vie, perché in realtà non è interessato a un classico scontro tra sbirro tormentato,  giovane idealista e folle maniaco. Questo è il mezzo che usa per portarci verso il suo fine: una amarissima indagine sulla colpa e su come superarla.

Uno dei due poliziotti farà un gesto di puro amore per il collega, evitandogli una inesorabile discesa verso gli inferi, dove i fantasmi delle vittime non ti lasciano in pace.  Alla fine ti ritrovi a pensare, riflettere, qualcuno a dubitare- sia mai prendere una posizione decisa- dando spazio a discussioni che porteranno anche a uno scontro/dibattito, dipende con quale punto di vista guarderete codesto buonissimo film.

Io sono della scuola Dirty Harry e Paul Kersey, per cui ho una mia idea a riguardo. Che non è detto sia quella del regista, anzi mi sa che proprio il film voglia dir cose più profonde e sottili.

Sicuramente ci sono dei piccoli spostamenti, degli interrogativi senza risposta, che rendono la pellicola degna di esser vista. Inoltre abbiamo un terzetto di ottimi attori. Denzel Washington dona sottigliezze al suo personaggio solo con la sua iconica presenza.  Rami Malek, è un credibile giovane uomo che smania per far carriera, ma sopratutto uno che crede davvero possibile dividere il mondo in bene e male, infine Jared Leto, perfetto nel ruolo del viscido, sarcastico, odioso, Albert Sparma, una prova davvero eccellente la sua.

Per cui se amate i thriller robusti, solidi, classici, ecco questa opera vi garberà sicuramente.


martedì 6 aprile 2021

Il Giorno Sbagliato di Derrick Borte

 Keep calm and don't play the clacson. 

Questa potrebbe essere la morale della storia di codesta buonissima pellicola, addirittura salutata come se fosse quasi un capolavoro da molti critici. 

Non lo è e nemmeno aspira ad esserlo. Semmai il film di Borte riempie un vuoto, uno spazio lasciato troppo libero in questi anni, quello di un cinema di genere che si vanta della sua natura violenta, di grana grossa, che non aspira a diventare una testimonianza sociale o altro. Certo, c'è una sorta di messaggio sul fatto che non sai mai chi potresti incontrare per strada,  che le persone danno di matto per delle piccolezze, ma è il pretesto, più che il contesto, per scatenare una caccia sadica e ferocissima contro una povera donna, già abbastanza incasinata di suo.

Per cui non è tanto "Un giorno di ordinaria follia", il metro di paragone, perché in quel bellissimo, straordinario film, il contesto sociale è fondamentale. Lo smarrimento dell'uomo medio schiacciato dal capitalismo, dal mondo economico che spersonalizza è chiara ed esplicita. Douglas reagisce con rabbia e violenza contro una società che prende degli uomini e li costringe ad abbassare la testa, a subire i meccanismi spietati del mercato. Il film mette in scena due uomini segnati e sconfitti, ma è il modo di affrontare questa sconfitta che porterà Duvall a fermare Douglas. Forse potremmo trovare una certa somiglianza in Ipotesi di reato, ma anche in questo caso i personaggi sono simbolo di una diversità di classe, ci sono elementi che ci raccontano il dramma privato del "cattivo".

In questa pellicola vediamo un uomo far fuori la sua famiglia, non sappiamo nulla di lui e le sue azioni future ci daranno ben chiara l'idea che costui sia solo un mostro.

E che mostro!


Il terrificante assassino senza nome interpretato da un meraviglioso, straordinario, Russell Crowe, è molto vicino a Ron Silver di Blue Steel, al Rutger Hauer di The Hitcher, piuttosto che ai personaggi citati nel paragrafo precedente. Il suo personaggio è la quintessenza del male, una macchina-uomo votata a seminar morte e distruzione. Penso che sia di sicuro uno dei "bad guy" migliori da un po' di tempo. Sarebbe bello rivederlo all'opera in un improbabile seguito. O meglio, mi piacerebbe veder questo Crowe in versione Giuseppe Battiston incazzato nero, sfruttato al meglio in altre pellicole. 

Una delle regole fondamentali- almeno per me- quando si vuol fare cinema di genere, di qualsiasi genere, è aver un cattivo che catturi l'attenzione dello spettatore.  Il buono o la protagonista positiva sono la reazione alle malefatte del malvagio di turno. Così funziona una pellicola che vuol intrattenere il suo pubblico.

In questo caso ci riesce benissimo.


Perché un personaggio tanto negativo, trova un giusto avversario nel personaggio della giovane donna che vive una vita incasinata, per colpe sue, un po' superficiale e piena di debolezze. In particolare, per quanto secondario, il rapporto che costei ha con il figliolo o il fratello è ben delineato.  Sembra proprio che sia predestinata a scontrarsi con il ferocissimo killer interpretato da Crowe.

Per cui abbiamo due personaggi ben scritti. Da una parte la quasi totale mancanza di informazioni sul cattivo di turno, lo rendono un personaggio-simbolo del Male. Crea più tensione e spettacolo nella mente dello spettatore, in quanto non distratta dalle motivazioni che spingono l'uomo ad esser così brutale negli omicidi. Dall'altra abbiamo una giovane eroina che rappresenta un certo universo femminile, una certa debolezza e fragilità che unisce parecchie persone in questa società, per cui ti affezioni a lei e alla sua famiglia. Il tutto ben bilanciato, pur all'interno di un film di puro genere e molto muscolare.

Sopratutto la pellicola è da sostenere e apprezzare perché riscopre la fisicità in questo genere di film. In giro ci sono moltissimi horror spesso indipendenti, che perdono tempo a suggerire, lasciar percepire, girare con il freno a mano, come se la pellicola si vergognasse di essere una pellicola dell'orrore e "sai è un film che indaga il dolore di vivere e dobbiamo proiettarla al Sundance, per cui..".  Borte se ne fotte alla grande e picchia duro.  I delitti sono tutti molto violenti, le ossa si rompono, la carne viene maciullata dalla coltellate, gli incidenti sono spettacolari e potenti. Perché è quella la parte che conta davvero. Creare dei piccoli schock visivi, chiaro non stiamo parlando di splatter e gore, ma di sicuro la violenza non è censurata. E a me piacciono assai i film violenti, i film che se ne fregano di trattenersi o far la bella inquadratura pittorica, che almeno si comprenda è un horror però d'autore.

Nulla contro di esso, intendiamoci. Ma non tutti sono degli Eggars e affini, per cui meglio gettarsi anima e corpo a far macello, piuttosto che ammorbare non possedendo lo spirito autoriale.

In questa pellicola non ci si annoia mai. Tutto fila liscio, ci si diverte perché sappiamo che è un film, non fa nulla per nasconderlo. Certo, tanto della sua buona riuscita è dovuta all'interpretazione di Russell Crowe, monumentale e titanico nella sua ferocia, nondimeno anche il resto funziona abbastanza bene.

Forse dovremmo piantarla di spacciarci per grandissimi critici, disillusi, distaccati, persi a cercare il film da stroncare per far polemiche a cazzo di cane, o al contrario il capolavoro assoluto, e goderci la bellezza dei film medi, fatti per intrattenere, tifando per i nostri personaggi preferiti, stupendoci come bimbi per certe scene. Questo è quello che pretende da noi un film come Il Giorno Sbagliato.

giovedì 28 settembre 2017

EL BAR di ALEX DE LA IGLESIAS

Un burlone, un buffone, uno che se la gode e si diverte tantissimo. Un ragazzino nella stanza degli adulti, che come ogni ragazzino vispo e pimpante, si diverte a smontare i loro caratteri e le loro funzioni sociali, ma non tanto perché ha una critica da fare, ma così: per divertimento.
Sono sicuro che costui si faccia matte risate quando legge le critiche dei suoi fans, che in tutti i modi tentano di intellettualizzare le sue pellicole, che lo reputano "cattivo", anarchico", e bla bla bla. Matte e sonore risate, perché Alex ha una sola grande e potente libertà: la gioia di far farse anche nerissime, ma dove la parte principale è un divertimento infantile e fanciullesco, cattivo come possono esser appunto i bimbi, sicché anche limpido e cristallino, ma fragile e scostante, coinvolgente e dispersivo.
Questa la sua forza e questo il suo limite.

Pellicola godibilissima  e divertente, sostenuta da un sano ritmo travolgente per quanto girata in luoghi chiusi ed angusti, sorretta da dialoghi e personaggi funzionali  a tener accesa l'attenzione dello spettatore. Molti hanno parlato di opera che parla delle nostre paure, di gioco al massacro nei confronti dei personaggi, ma fino a un certo punto. Proprio perché al regista non interessa lanciare messaggi precisi, che non mancano ma son gestiti in fretta e si disperdono subito dopo che alcuni dei protagonisti son costretti a rinchiudersi nel magazzino del bar. Servono per creare atmosfera e spiegare le dinamiche che verranno a crearsi, a "portare avanti la storia", non a far riflettere o criticare o altro.
Comunque, in breve, la storia: un gruppo eterogeneo , variegato, di persone si ritrova rinchiuso in un bar. Fuori qualcuno spara a chi esce, cosa starà capitando?
In questi primi minuti di film, si nota come le persone siano vittime di paure e allarmismi condizionati dai media, da notizie leggiucchiate , dal nostro stile di vita che commenta, offre opinioni, ma su cosa? Cosa sappiamo noi di quello che ci capita? Questa pare la domanda su cui basare tutto il film. Questa è la parte migliore. L'opera ha un incipt davvero ottimo
Poi si trasforma ben presto in un onestissimo, buonissimo, film di puro genere, che dimenticherò tra cinque mesi, certo, ma che in questo momento mi ha divertito
I personaggi sono funzionali, dicevo. Non è che vi sia un approfondimento della loro psiche o delle loro ragioni, sono simboli, frantumati con allegra gioia da parte del regista, ma questo sono.
Vi sono anche momenti brevissimi, in cui, si prova anche pena per costoro,  per esempio la scena in cui Trini parla della sua solitudine, di una vita mal spesa davanti alle macchinette nel bar.
Per essere anarchico dovrebbe scompaginare le nostre certezze si chi sopravviverà alla fine, invece risulta chiaro e preciso fin dalle prime battute. Non sorprende assolutamente, a parte il personaggio di Israel, senzatetto fanatico religioso, gran bel personaggio di villain. Per il resto sappiamo più o meno quello che faranno e diranno, ma va benissimo così. Non è un difetto, anzi!
Perché ci concentriamo su codesta pellicola assai gustosa e divertente, versione personale di un  regista culto con una sua invidiabile carriera alla spalle, se poi vuol proprio continuare e rischiare di rovinarsi, non so.. Che intrattiene per quasi due ore.  Certo la partenza a bomba svanisce nel proseguo, tornando di tanto in tanto in qualche scena o sequenza, ma se volete vedere un purissimo film di genere,  una commedia "nera", però anche gestibile,  un film sui virus, ma in cui esso compare pochissimo, insomma un'opera per passare bene una serata: ecco, guardatela.  Ah, si c'è tutta la parte nelle fogne, immersi in escrementi, ma alla fine si è visto anche di peggio.
Per cui non cercate significati o metafore, questo è autentico, dinamico,  turbolento, cinema senza altre contaminazioni.

venerdì 18 agosto 2017

Desconocido - resa dei conti di Dani De La Torre

L'accettazione passiva delle dottrine economiche imperanti, ci porta a sopportare crisi e fallimenti che vedono coinvolti cittadini illusi da improvvise ricchezze.
Non ci basta vivere decentemente, pretendiamo il superfluo e il lusso, oppure speriamo di migliorare la  nostra vita ed esaudire i nostri sogni. Sono tante le motivazioni che ci spingono a rischiare. Col risultato che le persone perdono ogni cosa, altri avvertono la botta, ma non affondano.

A meno che...




Luis Tosar è un ottimo attore, riesce sempre a render forti e credibili i suoi personaggi, anche questa volta non sbaglia un colpo. Cosa non facile visto che è sempre in scena, seduto al volante della sua jeep o è un suv? Boh, comunque tiene per tutto il tempo. Offrendo, grazie a una buona sceneggiatura, tante sfumature di un personaggio, per cui è difficile provare simpatia
Carlos infatti è uno di quei coglioni sempre in carriera, che a malapena sanno di aver figli e moglie, uno che non si è assolutamente posto il problema di vendere sòle ai clienti. Il miracolo di far soldi rischiando quanto basta, acceca gli stolti. E stolti siamo tutti noi esseri umani.
Solo che scoppia un bel casino, si parla di fallimenti, di persone e vite travolte dalla durissima realtà: hanno perso tutto.
Tutto.
Carlos, se ne frega un po'. Non è un problema suo. Poi un giorno si ritrova a portare i suoi bambini a scuola, mentre è in strada, riceve la telefonata di un tizio  che gli dice di non fermarsi, o la macchina esploderà.
 Sulle prima non ci crede, poi..

Desconocido è un ottimo thriller. Che grazie al montaggio, all'uso preciso della macchina da presa, un ottimo attore protagonista e una buonissima sceneggiatura, avvince e tiene col fiato sospeso dall'inizio alla fine.
Girato quasi tutto per strada, su una macchina, non si perde mai in digressioni pleonastiche, non ha un minuto in più o in meno.
Tra l'altro, oltre allo spettacolo e alla tensione davvero alle stelle, il film pone interrogativi e riflessioni sul modo di far affari al giorno di oggi, sul capitalismo disumano che governa le nostre vite, la dittatura di un libero mercato tossico, lo fa senza proclami e slogan, stando dentro il genere, ma in modo molto chiaro ed efficace
Ecco, questo è il cinema di genere che adoro














martedì 27 giugno 2017

RAMAN RAGHAV 2.0 di Anurag Kashyap

Raman Raghav è un feroce serial killer che ha svolto la sua attività di ammazza persone in India nei lontani anni sessanta. Questa opera nerissima, crudele e di rara ferocia, riporta sullo schermo le gesta di questo pazzo furioso attraverso gli omicidi di un folle assassino, nella Mumbai odierna.  Una reincarnazione? Un emulo? Non proprio direi, piuttosto il risvegliarsi ed esplodere di tanta rabbia, violenza, disumanizzazione, cinismo, crudeltà, ben rappresentate nella società e nel mondo dove si muovono i protagonisti.
Una specie di cattivo incubo e coscienza sporca collettiva che torna di nuovo a chiedere il suo tributo di sangue, terrore, morte. A combattere contro questo demonio sotto sembianze umane, come sempre, ci dovrebbe essere un eroe.
Tormentato, con grossi problemi, ma alla fine , cazzo : dateci un eroe. La sua figura ci rassicura, ci dona sollievo e voglia di credere nel genere umano.
Ecco; e se l'eroe fosse uno sbirro corrotto, drogato,  potenziale omicida pure lui? Come possiamo respirare se tutta codesta cupezza e tragicità ci trascinano nelle tenebre più profonde del cuore umano?

Film spiazzante che segue le regole del genere, guarda a quello che succede nel cinema americano, i titoli di testa e certe soluzioni più "commerciali",  ma usa il genere per far una critica radicale a una società di assassini, corrotti, devastata dal crimine e dall'impossibilità di provare empatia, amore, verso i prossimi. Il killer uccide convinto di ripulire il mondo, in una visione distorta e che nulla c'entra colla religione, come - al giorno di oggi- fanno molti criminali che si nascondono dietro a dio. Qui, semmai, si avverte la mancanza di una divinità, di una forza collante collettiva, di un vago senso di giustizia. Viviamo e crepiamo, male, in un brutale e sadico inferno, ecco la verità.
Verità che ci stordisce attraverso le immagini, perché Kashyap è un regista che sa come metter per immagini deliri, incubi, violenza. Non eccede nello splatter, nel gusto pacchiano per il morboso e sensazionalistico.  La violenza è implacabile, cruda, possiamo anche tenere fuori campo il martello che rompe una testa, basta il gesto, lo sguardo, la postura del killer, per provare dolore, sofferenza e paura.
Dicevo film spiazzante perché l'assassino lo prendono nei primi minuti. Lui si consegna e spiega per filo e segno quello che ha fatto. Non viene creduto e dopo un po' di sevizie, viene rilasciato.
La polizia: ecco, l'opera ci tiene a specificare che forse è meglio farsi ammazzare dal killer che avere a che fare colle forze dell'ordine. Violenti, inetti, per nulla rassicuranti ci appaiono gli sbirri in questa pellicola, tenendo presente che il poliziotto protagonista è la summa di tutti i peggiori difetti umani, e non solo
Infatti la pellicola punta tantissimo, a volte risultando parecchio forzata come scelta, sul dire che assassino e poliziotto sono uguali. Come se fossero entrambi parte di una stessa orribile persona. Vi è un rapporto non tanto, o solo, di cacciatore e preda, ma quasi di collaboratori, di amici fraterni, anche se non messo in scena in modo così didascalico e - oggi mi piace scriverlo- pacchiano.
Raman Rghav 2.0 è un bellissimo thriller, che usa benissimo anche le canzoni presenti nella colonna sonora per creare immagini di rara ferocia e disturbo
Perfetto come puro intrattenimento, ai livelli dei migliori horror/thriller sui psicopatici dalla nazione che ha il brevetto e copyright in fatto di serial killers: l'America, e opera inquietante che svela l'orrore della società indiana, tanto uguale alla nostra e rispolvera il tema del doppio, della parte mancante, del sottile confine tra bene e male, con gran senso del ritmo, dello spettacolo.
Film che andrebbe visto e rivisto, per lasciarsi travolgere da tanta gioia e amore!

domenica 28 agosto 2016

IL CLAN di PABLO TRAPERO

La dittatura è nemica dell'umanità, invece la democrazia è la sua unica salvezza, l'amica di ogni essere vivente. Tutti vogliono vivere in un paese democratico. Non ti pare giusto? Anzi nobile e quasi commovente. Niente soldati per le strade, polizia che ti prende nel cuore della notte, ma in Argentina pure nel bel mezzo della giornata. Torni a casa e non ti manca nessun figliolo e nemmeno il marito, ecco la democrazia è tornare a casa ed esser pur felici di ritrovare tuo marito, tua moglie, va esageriamo:  pure tua suocera. E puoi scrivere insulti di tutti i tipi su magistrati, esercito, politici, chiesa, cazzo che bello esser democratici. La stampa è libera di informare, anche attraverso le telefonate fatte dalle vittime dei terremoti, qualche attimo prima di morire. Cazzo come è bella questa libertà di informare, anzi tutti- ma proprio tutti- dobbiamo, altro che possiamo, dobbiamo, esprimere noi stessi.
Insomma come capirai è troppo bella la democrazia, per questo la esportiamo con l'esercito e le missioni di pace, oppure con rivoluzioni colorate, terroristi che si fingono bravi ribelli. Perché, e te lo voglio far ricordare bene: " meglio una pessima democrazia, che un'ottima dittatura"
Perché la dittatura è corpo estraneo che non ci appartiene, non è "umana", vedi che i dittatori sono rettiliani, poiché ogni uomo aspira ad essere libero.
Libero.

Io, invece, sono alquanto sicuro che non sia proprio così.


La dittatura non finisce con la liberazione, con un cambio avvertito e considerato come radicale, non avviene che un giorno ci sono persone che scompaiono e poi improvvisamente sei libero di fare quello che vuoi,  la democrazia non sarà mai qualcosa che riguarda il popolo, ma semmai l'economia, una classe ormai tranquillizzata di aver ben saldo potere economico, sociale, politico, può chiedere ai suoi cani di farsi da parte. Poi ci mettiamo d'accordo. Qualcuno dovrà pagare, ad altri si garantisce un minimo e anche un massimo di sicurezza.
La caduta del fascismo, non ha portato alla fine del fascismo. Tanto che oggi accettiamo che simile feccia sia in mezzo a noi, casa pound e forza nuova, o i discorsi degli italiani al bar.  Non ci sono condizioni politiche ed economiche perché si rifaccia uso di codesti esseri, tanto il capitale ha vinto e l'avversario è diviso, ridotto a gente che beve qualsiasi cazzata complottara, che sogna di esser rivoluzionaria, ma sta ferma in un angolo della stanza piena di bandiere e guuuulag, come gli altri ti urlano : ruuuuspaaa! Non c'è nessun pericolo per affari,  quindi la democrazia, che poi è il capitalismo e niente altro, può far il suo lavoro di prestigiatore: libertà individuali, ma ti portiamo via quelle sociali. Tanto importa sega a ciascuno di noi.
Detto questo: forse è vero che una pessima democrazia vada bene. Non mi sequestrano, torturano, ho abbastanza "merce nei polmoni", per vivacchiare infelice e contento.
Ma torniamo alla dittatura, dopo la dittatura. Prima di tutto: come è possibile che tanti- o comunque un gruppo di persone- si faccia abbindolare da generali dementi e tizi con baaffi ridicoli? ( Parlo dell'imbianchino austriaco).  Fascino del leader? Desiderio di ordine e disciplina? Negazione del sé di fronte allo stato, all'autorità? Certo, ma da dove nasce questa cosa? Ecco, io vedendo questo bellissimo film argentino, pensavo: " Ha ragione Alice Miller" la persecuzione del bambino, soffocare attraverso rigide repressioni spacciate e ritenute educative, distrugge il bimbo gioioso e "autonomo" rendendolo un bravissimo bambino che obbedisce al papà e alla mamma. La teoria della psicoterapeuta tedesca è molto più profonda, ma parte da qui.
Questo ti spiega perché un figliolo debba dar retta a un padre criminale, non solo lui, ma tutta la famiglia.
Perché la dittatura rispecchia la famiglia. Ci sentiamo più sicuri con essa che in una democrazia pronta a farci magnifici regali, ma che è immagine e somiglianza di un potere economico estraneo, di una classe portata a salvarsi sempre, peggio della chiesa, in quanto nemmeno ci promette paradisi o " pulizia"
Moltissime persone con un'infanzia di abbandoni, violenze più o meno pesanti, costrizioni, annullamento di sé, non possono che ritrovarsi in un sistema dittatoriale e tirannico, in più la debolezza delle forze democratiche fa il suo. Il governo Facta, ha aperto al fascismo impedendo di recidere questa erbaccia cattiva dal sano sistema liberale, d'altronde i liberali di destra avevano bisogno di qualcuno che difendesse le loro ricchezze e possedimenti. Poi si fa sempre in tempo a sostenere una parte democratica.

Pablo Trapero ci fa respirare questa atmosfera avvelenata, questa resurrezione della dittatura in questa pellicola, che comincia nel periodo finale delle repressione fascista e si conclude con l'arrivo della democrazia.
La famiglia Puccio sembra una famiglia felice e normale. Sono più o meno benestanti, a tavola chiacchierano tranquillamente, hanno un figlio Alex, che è campione di rugby. Insomma una famiglia come tante. Solo che il padre è un uomo del regime. E come tale continua a vivere sia la fine della dittatura che l'arrivo del nuovo governo, perché non si diventa democratici. Non è una cosa che ti accade, come una chiamata divina, non è una cosa che impari, tipo vai a lezione di democrazia. Le persone coinvolte a tutti i livelli, e per anni, in un sistema repressivo ci stanno perché si sentono libere, perché da bravi figlioli eseguono il volere del padre. Dopotutto spesso i dittatori ci vengono presentati come "padre della nazione". Codeste persone si sentono orfane, e come tali vivono nel ricordo del padre e cercheranno, laddove possibile, di mantenere un certo contatto con quella che era la loro vita. Lo ripeto: la loro vita. La democrazia a queste persone porta la perdita di un famigliare, di una famiglia, della loro identità e posto nella società. In più il sistema democratico ne manterrà molti nel loro nuovo mondo, alcuni si adattano, non perché hanno compreso il loro errore, non per pentimento, ma per necessità e perché "obbediscono agli ordini"

E la famiglia Puccio che fa? Sequestra persone.  Gente ricca, che conoscono grazie al loro inserimento nel sistema, grazie al figlio campione sportivo, o a qualche zelante cittadino che ha un conto in sospeso con qualche ricco o benestante che sia.
Il sequestrato viene tenuto in casa Puccio e questi ci vivono più o meno tranquillamente. Chi all'oscuro, come la figlia minore, chi accettando in silenzio come la madre e l'altra figlia, chi non riuscendo a ribellarsi, come Alex, chi scappando lontano, ma poi tornando a casa e ad obbedire al padre, solo un figliolo riesce a spezzare le catene e a non tornare.
Verrà visto come l'ingrato. Ecco, pensateci bene. Quante volte come genitori, quando vogliamo qualcosa dai figli tiriamo in ballo: "quello che faccio per te, se non ci fossi io," e menate simili. Una cosa normale e naturale, che nella figliola o figliolo porta sensi di colpa profondi e quindi a non disturbare, ad accettare ogni cosa dai genitori, che non si sentiranno mai e poi mai in colpa, se funzioni male è colpa tua e non nostra La maggior parte delle famiglie funziona così
Vuoi che la famiglia Puccio sia diversa? No. La famiglia è il regime seduto intorno a un tavolo e con la tv accesa. Per questo la democrazia non spezza la dittatura, ne prende il posto economicamente e in certe politiche, ma non la distrugge perché il sistema repressivo entra nel nostro profondo, nel vissuto e nella formazione del bimbo. Il sostegno è totale e libero.
Per questo Puccio continuerà nei suoi sequestri e a comportarsi come sempre ha fatto. Non capendo come mai il Commodoro non voglia parlarci, ma avendo da lui un avvertimento sul fatto di fermarsi per un po'.
Ammettiamolo, o almeno lo ammetto io: sono stato ammaliato dall'interpretazione di Guillermo Francella, la possanza del male, ma quello quotidiano, lo zelo da bravo lavoratore, il potere di prendere delle persone, di vita o di morte. Poi arriva il disgusto e la paura di esser cattivi e quindi lo allontaniamo, ma ha un suo perverso e pericoloso fascino il personaggio del capo famiglia. Fa paura, lo odi, gli vorresti rendere raddoppiandole , ogni sofferenza che ha causato, eppure è un personaggio che ti cattura, e ti rimane addosso per tanto.
Tanto è cristallina la sua naturale perfidia quanto vorresti distruggerla per la pace, la democrazia, la giustizia, ma usando i suoi di metodi. Perché sai come è finita. Non tanto o solo per la famiglia Puccio, ma anche per altri casi. Un processo, un po' di indignazione, un po' di galera e poi a casa. Come se uno potesse cambiare, e non parlo di delinquenti comuni che potrebbero redimersi, ma di uomini che sono la dittatura, non vittima di essa. Il torturatore così può abitare libero e felice a pochi passi di una famiglia a cui magari ha ucciso e torturato un figlio o un fratello. D'altronde la democrazia è un sistema complesso e complicato, che garantisce una vita libera più o meno a tutti, sicché è comprensibile anche questa cosa.
Per quanto riguarda i Puccio , che fine hanno fatto? Vi lascio leggere le didascalie alla fine. In alcuni casi è da non crederci
Il problema politico è: dar inizio a una mattanza al contrario lasciando il paese in balìa di violenze e repressioni per altri anni, o cercare un compromesso anche al ribasso, ma evitare una guerra civile? Pensateci.
Nel frattempo andate a veder questo ottimo film

martedì 24 novembre 2015

STAGE FRIGHT di JEROME SABLE

Possono convivere musical e horror? Non sono forse due generi totalmente differenti? Uno è come dovrebbe esser la vita: ballando e cantando saremmo sicuramente più allegri e felici. L'altro è  il genere più cupo, violento, radicale e pessimista. Non è un azzardo contaminarli insieme? Ci verrebbe da dir di sì. Ma.. Sai che c'è sempre un "ma", ecco: non è una cosa così strana. In un certo senso Rocky Horror Picture Show  e Il fantasma del palcoscenico, sono opere rock che filtrano con l'horror e i suoi luoghi comuni.


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Sicché codesta pellicola ha dei precedenti nobili, ma anche una particolarità: forse è il primo slahser musicale, forse. Di fatto è un film assolutamente godibile sotto tutti i punti di vista. Come horror ha dei buon momenti di tensione e omicidi particolarmente efferati, truculenti, raccapriccianti, omaggio a Dario Argento, Fulci, ma non solo, vi è anche tanto De Palma. Omaggi però mai fastidiosi, o fini a se stessi.La parte musical è più che decente, e se non fosse per l'assassino, sarebbe stato un perfetto film di questo ottimo e meraviglioso genere cinematografico.
Opera di produzione canadese, che vede alla regia, sceneggiatura e co-autore delle musiche un tizio da tener sott'occhio : Jerome Sable.


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La  storia parte da un delitto  che sconvolge la vita di due fratelli Camilla e Buddy, la loro madre, viene trucidata da un uomo mascherato, nel suo camerino. Dieci anni dopo i due lavorano come cuochi in un campeggio estivo che si occupa di metter in scena i classici del musical. Il posto raduna diverse persone assolutamente strambe, fuori dal comune, non ben accettate dalla società,  A capo di tutto questo c'è il vecchio produttore e amico della donna assassinata, il quale si occupa dei due orfani, come se fossero suoi figli. Non tutto va per il verso giusto: l'uomo è in realtà un semi fallito e il camping rischia la chiusura, ultimo tentativo di far colpo sui pezzi grossi di Broadway è metter in scena un musical: The Haunted of Opera.
Piccolo particolare: è lo stesso spettacolo recitato dalla madre di Camilla e Buddy, prima che venisse eliminata.
La ragazza vuole assolutamente aver il ruolo materno, forse per superare il trauma o sentirsi legata alla madre, e quindi fa il provino per il ruolo. Nel frattempo un misterioso killer semina morte e terrore fra i giovani e il personale. Chi sarà mai? Cosa lo spinge ad uccidere?

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Il film funziona assai bene grazie alla contaminazione con il musical, è un concentrato di omaggi, citazioni, divagazioni ironiche, e di spettacolari delitti. Risultando così una divertita e divertente riflessione sui meccanismi del cinema d'intrattenimento, e non solo.  Nel cast, davvero buono per un prodotto simile, spicca il buon ,caro, vecchio Meatloaf , chiaro omaggio proprio al Rocky Horror Picture. Il suo personaggio è ricco di sfaccettature, il bene e il male in una persona sola, reso molto bene. Come straordinario è il killer che ammazza cantando canzoncine heavy metal, suggestiva anche la maschera kabuki.
Insomma un film decisamente valido, originale nel suo esser così smaccatamente "citazionista", con buoni numeri musicali e una messa in scena davvero solida e notevole. Non fatevelo scappare

giovedì 15 ottobre 2015

CHI E' SEPOLTO IN QUELLA CASA? di STEVE MINER

Sean S Cunnigham è un vecchio volpone. Uno di quelli che ti porta sullo schermo un piccolo film che segnerà la storia del genere horror, come Venerdì 13, uno che arriva dal softcore, che naviga nel mondo del cinema confezionando prodotti per un pubblico che vuole spaventarsi e mangiare pop corn. Nel bene e nel male una persona fondamentale per il genere. Steve Miner,  invece è un ottimo regista di genere. Ha diretto il miglior episodio della saga di Jason, il secondo, un film divertente e pieno di ritmo come Placid Lake, sa ben coniugare tensione, horror e ironia. Tanta ironia. Per me sarebbe stato anche un ottimo regista di commedie e infatti ne diresse una. Non rammento il titolo, ma c'entrava Mel Gibson, Eljiah Wood e insomma...era una commedia.

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"Chi è sepolto in quella casa?" è un brillante film di genere horror, con forti incursioni nella commedia ironica, seppur tratti di temi per nulla leggeri e sbarazzini. Però negli anni 80 andava forte questo modo di girare opere d'intrattenimento "orrorifiche." Il team dei Venerdi 13 (produttore regista e autore delle colonne sonore: Henry Manfredini), si ritrovano in questo piccolo gioiello per raccontare la storia di uno scrittore: Roger. L'uomo ha ereditato una vecchia casa da sua zia, morta impiccata,e qui si rifugia per portare a termine la sua ultima opera: una sua autobiografia sulla guerra in Vietnam. Costui ha anche un altro grosso problema: suo figlio è scomparso e questo ha portato anche alla fine del suo matrimonio con una giovane star delle soap opera. La casa ben presto però mostra un aspetto inquietante e l'uomo si ritrova vittima di terrificanti apparizioni, creature infernali, misteriose presenze
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Il film potrebbe diventare un macabro e cupissimo film pieno di dolore, colpire duro lo spettatore con i drammi devastanti dello scrittore, farci sentire la discesa nella follia e negli inferi, cosa che avrei gradito, ma come dicevo: siamo negli anni 80. Sicché il dramma è accennato, ma mai esplicitato. Complici le figure del vicino di casa impiccione e di molte trovate che fanno di questo horror anche una commedia piuttosto adorabile.
Perché intendiamoci: è davvero un buon film. Altro che!
I personaggi, per quanto legati al genere, sono scritti abbastanza bene, il film si prende tempo per entrare nel vivo delle infernali presenze che poi è essenzialmente : Big Ben, un ex compagno della guerra in Vietnam, di Roger. Ci si diverte a veder i mostri di gomma, i trucchi artigianali, il caro vecchio cinema di tanti sabati pomeriggi con gli amici della scuola.
William Katt, era un buon attore, che ha ballato anche per un po' nella grande produzione, poi è finito nella serie b. Qui offre una buona interpretazione, ci piace il suo Roger e siamo felici che si batta per salvare il figlio. Non ci sono drammi o particolari riflessioni, io ne risento assai, ma in fondo codesta pellicola mi è garbata assai.
Per gli amanti del genere e per chi vorrebbe avvicinarsi ad esso, un buon inizio. Direi.