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mercoledì 19 maggio 2021

Love and Monsters di Micheal Matthews

 La regola d'oro dei cinefili è la seguente: film decisamente ben fatto, ma con tendenze a rappresentare gli esseri umani come animali sociali, che traggono forza dalle relazioni e dal sostenersi a vicenda, cazzata buonista. Come tutti i film che, orrore degli orrori, mettono in scena i temutissimi buoni sentimenti. Opera demmerda ma che fa tanto cinema della crudeltà, con tanto di conformistico "fa tutto schito", capolavoro.

Già mi immagino cosa possano mai dire o pensare di codesto buonissimo film. 

Per quanto mi riguarda amo il genere post apocalittico. Offre la possibilità di creare un nuovo mondo, una nuova società, e hai a disposizione un numero infinito di nemici da inventare. Che siano zombi, bande di punk cannibali,  o semplicemente l'aria radioattiva dopo lo scoppio della bomba. Tante storie, che si assomigliano come capita quando affronti il genere. Ritorniamo di nuovo al discorso del come. Io non credo nell'originalità a tutti i costi, ancor meno a dover sovvertire le regole  solo per far veder a tutti quanto siamo ribelli. Puoi fare pessimi film anche con un ottimo messaggio o con idee innovative. Credo e sostengo il caro, vecchio cinema fatto di personaggi, storia, atte anche a farti passare un buon pomeriggio domenicale. senza per forza dichiarare guerre al mondo.
Anche perché molte pellicole, apparentemente facili  e di poca sostanza, riescono a dire o mostrare cose che in altri lidi mancano del tutto. E non per un discorso estetico/artistico, ma per inerzia, perché fa figo e non impegna far il poser del cinismo un tanto al chilo.  Love and Monsters racconta di uno sparuto gruppo di sopravvissuti, noi esseri umani, dopo che la distruzione di un asteroide, per mano degli eserciti, ha causato mutazioni a diversi animali, sopratutto a sangue freddo, creando insetti giganti e altre simpatiche bestiole modificate e tanto affamate.

Tuttavia anche nel buio e nella disperazione dell'apocalisse, l'uomo ama e pensa all'amore della sua vita.

Come fa il giovane e un po' goffo, Joel Dawson. Il ragazzo è l'unico a non aver con sé la propria amata, nella colonia in cui vive, intrappolato sotto terra (perché insetti e bestie varie si sono impadronite delle zone all'aria aperta), si sente sottovalutato e non apprezzato da tutti, perché non è affatto portato per combattere. Da un po' di tempo ha ripreso a sentirsi tramite  messaggi via radio, con il suo primo e unico amore, Ameee. Sono passati sette anni, ma lui l'ama ancora tantissimo. Convinto di essere ricambiato dalla fanciulla.


Per questo, nonostante gli altri gli dicano di non farlo, egli parte per un lungo viaggio da costa a costa per rivedere il suo amore.

Possiamo considerare Love and Monsters, un film sentimentale perché affronta il tema dell'amore in tutte le sue varianti. O quasi. Il cane che non vuole separarsi dal brandello di vestito appartenente  alla sua padrona,  l'uomo che ha perso un figlio e prende con sé una giovanissima orfana, persino un androide,  compassionevole nei confronti degli umani. Non è strillato, non ha bisogno del crescendo orchestrale o di rallenty. Perché non ha nulla di epico, eroico, siamo solo noi.

Noi esseri umani che abbiamo il coraggio e la forza di essere umani. Nonostante la nostra sia una società che celebra l'infelicità, la discordia, l'odio verso il debole, non possiamo far a meno di pensare all'amore della nostra vita, ai nostri animali domestici e al loro affetto, alle relazioni famigliari. Si potrà dire che sia banale e scontato, ma certo! Nondimeno anche i discorsi cinici, spesso accompagnati da un uso improprio dell'ironia - la pretesa di far ridere è la scappatoia dei vigliacchi. Così io butto il sasso e nascondo la mano- o una visione a tutti costi negativa, perché ci fa comodo pensare che noi esseri umani facciamo pena e schifo, e non fidarti di nessuno, bla bla bla.

 In realtà penso che siamo sinceri sia quando ci lasciamo travolgere da rabbia e odio, sia quando invece diamo libero sfogo alla nostra gentilezza, generosità.  bontà. Ecco questo film ha fatto una scelta per nulla scontata. Molti sono i post apocalittici che mostrano il peggio delle persone, con la scusa che non ci sono regole diamo sfogo al peggio del peggio, ma qui si va controtendenza.  L'umanità vuole vivere e per farlo deve convivere, cooperare, sostenersi. Non manca il cattivo fetente di turno, ma appunto è una parte minoritaria, il vero problema è la paura, la diffidenza, l'abbandonarsi alla solitudine. 

Inoltre fa un bellissimo discorso sulla differenza tra ciò che ricordiamo e la vita che scorre, che va avanti. Sono proprio le piccole cose sparse lungo una pellicola di puro intrattenimento, che la rendono piacevole e a tratti anche commovente.  Le frasi di supporto che non ti aspetti, il coraggio di agire, la voglia di vivere che batte ogni ostacolo. Che ci sono, non sono bazzecole, ma non devono essere il pretesto per arrendersi. Ed è questo perfetto equilibrio tra malinconia, dolore,  e ricerca di una possibile, futura felicità, che rende la pellicola assolutamente apprezzabile e da vedere.


Anche solo per gli occhi dolci del granchio gigante!

martedì 6 aprile 2021

Il Giorno Sbagliato di Derrick Borte

 Keep calm and don't play the clacson. 

Questa potrebbe essere la morale della storia di codesta buonissima pellicola, addirittura salutata come se fosse quasi un capolavoro da molti critici. 

Non lo è e nemmeno aspira ad esserlo. Semmai il film di Borte riempie un vuoto, uno spazio lasciato troppo libero in questi anni, quello di un cinema di genere che si vanta della sua natura violenta, di grana grossa, che non aspira a diventare una testimonianza sociale o altro. Certo, c'è una sorta di messaggio sul fatto che non sai mai chi potresti incontrare per strada,  che le persone danno di matto per delle piccolezze, ma è il pretesto, più che il contesto, per scatenare una caccia sadica e ferocissima contro una povera donna, già abbastanza incasinata di suo.

Per cui non è tanto "Un giorno di ordinaria follia", il metro di paragone, perché in quel bellissimo, straordinario film, il contesto sociale è fondamentale. Lo smarrimento dell'uomo medio schiacciato dal capitalismo, dal mondo economico che spersonalizza è chiara ed esplicita. Douglas reagisce con rabbia e violenza contro una società che prende degli uomini e li costringe ad abbassare la testa, a subire i meccanismi spietati del mercato. Il film mette in scena due uomini segnati e sconfitti, ma è il modo di affrontare questa sconfitta che porterà Duvall a fermare Douglas. Forse potremmo trovare una certa somiglianza in Ipotesi di reato, ma anche in questo caso i personaggi sono simbolo di una diversità di classe, ci sono elementi che ci raccontano il dramma privato del "cattivo".

In questa pellicola vediamo un uomo far fuori la sua famiglia, non sappiamo nulla di lui e le sue azioni future ci daranno ben chiara l'idea che costui sia solo un mostro.

E che mostro!


Il terrificante assassino senza nome interpretato da un meraviglioso, straordinario, Russell Crowe, è molto vicino a Ron Silver di Blue Steel, al Rutger Hauer di The Hitcher, piuttosto che ai personaggi citati nel paragrafo precedente. Il suo personaggio è la quintessenza del male, una macchina-uomo votata a seminar morte e distruzione. Penso che sia di sicuro uno dei "bad guy" migliori da un po' di tempo. Sarebbe bello rivederlo all'opera in un improbabile seguito. O meglio, mi piacerebbe veder questo Crowe in versione Giuseppe Battiston incazzato nero, sfruttato al meglio in altre pellicole. 

Una delle regole fondamentali- almeno per me- quando si vuol fare cinema di genere, di qualsiasi genere, è aver un cattivo che catturi l'attenzione dello spettatore.  Il buono o la protagonista positiva sono la reazione alle malefatte del malvagio di turno. Così funziona una pellicola che vuol intrattenere il suo pubblico.

In questo caso ci riesce benissimo.


Perché un personaggio tanto negativo, trova un giusto avversario nel personaggio della giovane donna che vive una vita incasinata, per colpe sue, un po' superficiale e piena di debolezze. In particolare, per quanto secondario, il rapporto che costei ha con il figliolo o il fratello è ben delineato.  Sembra proprio che sia predestinata a scontrarsi con il ferocissimo killer interpretato da Crowe.

Per cui abbiamo due personaggi ben scritti. Da una parte la quasi totale mancanza di informazioni sul cattivo di turno, lo rendono un personaggio-simbolo del Male. Crea più tensione e spettacolo nella mente dello spettatore, in quanto non distratta dalle motivazioni che spingono l'uomo ad esser così brutale negli omicidi. Dall'altra abbiamo una giovane eroina che rappresenta un certo universo femminile, una certa debolezza e fragilità che unisce parecchie persone in questa società, per cui ti affezioni a lei e alla sua famiglia. Il tutto ben bilanciato, pur all'interno di un film di puro genere e molto muscolare.

Sopratutto la pellicola è da sostenere e apprezzare perché riscopre la fisicità in questo genere di film. In giro ci sono moltissimi horror spesso indipendenti, che perdono tempo a suggerire, lasciar percepire, girare con il freno a mano, come se la pellicola si vergognasse di essere una pellicola dell'orrore e "sai è un film che indaga il dolore di vivere e dobbiamo proiettarla al Sundance, per cui..".  Borte se ne fotte alla grande e picchia duro.  I delitti sono tutti molto violenti, le ossa si rompono, la carne viene maciullata dalla coltellate, gli incidenti sono spettacolari e potenti. Perché è quella la parte che conta davvero. Creare dei piccoli schock visivi, chiaro non stiamo parlando di splatter e gore, ma di sicuro la violenza non è censurata. E a me piacciono assai i film violenti, i film che se ne fregano di trattenersi o far la bella inquadratura pittorica, che almeno si comprenda è un horror però d'autore.

Nulla contro di esso, intendiamoci. Ma non tutti sono degli Eggars e affini, per cui meglio gettarsi anima e corpo a far macello, piuttosto che ammorbare non possedendo lo spirito autoriale.

In questa pellicola non ci si annoia mai. Tutto fila liscio, ci si diverte perché sappiamo che è un film, non fa nulla per nasconderlo. Certo, tanto della sua buona riuscita è dovuta all'interpretazione di Russell Crowe, monumentale e titanico nella sua ferocia, nondimeno anche il resto funziona abbastanza bene.

Forse dovremmo piantarla di spacciarci per grandissimi critici, disillusi, distaccati, persi a cercare il film da stroncare per far polemiche a cazzo di cane, o al contrario il capolavoro assoluto, e goderci la bellezza dei film medi, fatti per intrattenere, tifando per i nostri personaggi preferiti, stupendoci come bimbi per certe scene. Questo è quello che pretende da noi un film come Il Giorno Sbagliato.

venerdì 19 luglio 2019

GO HOME- A CASA LORO di LUNA GUALANO

Ogni estate io e mia moglie abbiamo l'abitudine di frequentare un cinema all'aperto, qui a Firenze. In questi anni abbiamo visto diversi film invisibili, come si suol dire, o colto l'occasione per guardare quelle pellicole che durane l'anno ci erano sfuggite.
Ieri sera siamo andati a veder questo film "Go Home- A casa loro" che si è rivelato un prodotto piccolo ma bellissimo, di cui vi consiglio la visione.
I motivi per cui questo film va sostenuto, fato conoscere, fallo diventare un cult sono tanti e validi, ad esempio... Che ne so! Potremmo incominciare ponendo l'accento sul fatto che sia un horror italiano, totalmente indipendente, costato pochissimo ma che non risente affatto di nessun "poverismo", di nessuna deriva citazionista a cazzo di cane,  di nessuna improvvisazione o peggio ancora dilettantismo ostentato ma tanto che ce frega, siamo indipendenti!
L'opera è girata davvero benissimo.  Luna Gualano ha un senso straordinario degli spazi, del tempo, e di come usarli. Oltretutto usa la macchina da presa come parte narrante e fondamentale per l'opera. Ogni movimento è legato a un preciso sentimento, una sensazione che in quel momento i personaggi stanno provando o per dar l'idea dell'ambiente.
Ecco, è un film horror italiano diretto da una donna. In questi anni questo genere ha visto un buon numero di donne girare horror spesso anche di ottima qualità. In Italia penso sia un caso pressoché unico e mi auguro di rivederla di nuovo all'opera.
In realtà è un film horror italiano girato da una donna ma fatto da una coppia, quella formata dalla regista con lo sceneggiatore/ co autore delle musiche Emiliano Rubbi. Non vuol dire nulla ma a me è piaciuta questa idea di film davvero famigliare, di un progetto che ha visto l'impegno di due persone legate sentimentalmente, scusate è il mio lato romantico che ha preso il sopravvento.
Sopratutto Go Home va visto per quello che racconta e per come lo racconta.

A Roma durante una manifestazione dell'estrema destra contro la presenza di un centro d'accoglienza per migranti che transitano dalla città, scoppia un'apocalisse zombi. Un giovane neofascista per scappare dai morti viventi troverà rifugio proprio nella struttura, salvato da quelle persone che lui vede come stupratori, assassini, ladri di lavoro e così via.
Per quanto mi riguarda ci sono due modi di intendere e usare il genere: 1) portare su carta o sullo schermo una pura storia di intrattenimento, anche ben fatta, senza nessun aggancio con la realtà ma che si auto alimenta attraverso regole precise e personaggi stereotipati. Il genere puro. 2) usare il linguaggio, la grammatica del genere per parlare di altro. Per rendere universale, comprensibile, argomenti politici per un pubblico magari anche non troppo politicizzato.
Io amo questo modo di fare cinema di genere. Perché a mio avviso un messaggio filtrato da una storia fantastica, irreale, ha più presa nel cuore e nella mente dello spettatore. Ovvio che amo moltissimo il classico cinema politico ma spesso mi par che sia un discorso straordinario fatto per i soliti noti. Un po' chiuso in un determinato settore del pubblico.
Emiliano Rubbi  scrive uno straordinario e classico film di zombi utilizzando come ambientazione un centro d'accoglienza. Questo basta per far diventare questa pellicola un'opera militante, politica, schierata. Sopratutto lo sceneggiatore evita ogni semplificazione o strizzatina d'occhio al pubblico. I personaggi, seppur non approfonditi ( di loro non sappiamo quasi nulla come del resto non ci viene spiegata cosa ha scatenato l'invasione di zombi), non sono mai delle macchiette. Sono semplicemente esseri umani. Anche il giovane neo fascista ci viene descritto come un codardo dall'inizio fino allo straziante finale, ma non c'è accanimento contro di lui. Avvengono cose molto dure e crudeli fatti dagli uomini, ma non c'è mai- in questa splendida sceneggiatura- un certo cinismo da fighetti annoiati che vogliono mostrare quanto sono cattivi loro. C'è dolore, paura, sofferenza, odio, ma mai a cuor leggero. Mai.
C'è semmai la debolezza umana, la volontà di sopravvivenza, la vigliaccheria di quelli che a parole vogliono la " bella morte". Attraverso Enrico, interpretato benissimo da Antonio Bannò- si critica tutto un mondo. Non necessariamente cattivi ma uomini piccoli e deboli che se la prendono con gli ultimi, Uomini che urlano volgarità e odio contro gli altri e poi arrivano a dichiararsi compagni quando si trovano al cospetto dei migranti. Tuttavia Enrico è un ragazzo giovane, uno dei tanti lasciati a bollir nella loro rabbia e nel loro disagio. Un personaggio che il giovane e ottimo attore rende davvero bene sullo schermo.
Non manca anche il possibile eroe, un personaggio che sarebbe piaciuto decisamente a Carpenter, cioè il gigante Ibraim (se non sbaglio il nome) un taciturno e tormentato uomo che scappa da chissà quale terribile incubo. Chissà cosa ha perso e subito per diventare così chiuso in se stesso. Un personaggio che l'attore  Sidy Diop rende umanissimo e potente.
Per cui il film ci offre anche degli ottimi personaggi a cui si vuol anche bene e si spera che non finiscano male.
E invece la pellicola picchia duro. Durissimo.
I momenti di leggerezza, che non mancano affatto, sono messi lì per prepararci all'ultima mezzora, quella che ci prende a mazzate senza troppi complimenti.

Gli zombi per fortuna non corrono, sono truccati benissimo, e fanno il loro mestiere. Simbolo di un odio famelico che divora per alimentarsi e creando altri mostri affamati.
Un particolare non da poco è anche la colonna sonora. Brani di gruppi indipendenti - e del Piotta- che danno una potenza incredibile alle immagini.
Insomma io direi che questa pellicola merita tutto il sostegno di chi ama il genere horror e il buon cinema.  Guardatelo, fatelo vedere, diamo visibilità a un film meraviglioso.

martedì 31 luglio 2018

COLOSSAL di NACHO VIGALONDO.

La debolezza condiziona le nostre vite. Essa è alla base di tutte le nostre dipendenze, relazioni sbagliate, non scelte  e giustificazioni più o meno patetiche. Trova terreno fertile nella nostra società, dove da una parte si nega sempre di aver dei problemi (normalizzando le nostre incapacità di relazione o affettive) dall'altra , sopratutto certo cinema indipendente o legato alla commedia, mette continuamente in scena personaggi con grosse debolezze che però sono anche molto simpatici e divertenti.
Questo modo di mettere in scena i personaggi ci spinge a provar simpatia ed empatia per loro, tanto che si scimmiottano le battute e le azioni auto definendosi da soli " strani", " depressi", quando basterebbe definirci in questo modo: vigliacchi irresponsabili.  E nei peggiori dei casi rancorosi idioti.
In fin dei conti quante volte, di fronte alle critiche di un amico o di una persona che ci ama, abbiamo risposto con cazzate atroci come: " Eh, ma gli esseri umani sono deboli, piene di miserie, è normale.." o l'altro classico " Io sono fatto così.Non posso farci nulla questo sono e se mi ami devi accettare anche i miei difetti". Frasi degne del peggior sceneggiatore delle peggiori fiction di  Canale 5. Ogni volta che le sento sostituisco automaticamente la faccia del debole di turno con quella di un Garko! L'effetto è garantito. C'è anche spazio per gli spot televisivi.
In fin dei conti questo accettare le nostre debolezze è pratico, comodo, sicuro.  Possiamo passare dalla casa in cui viviamo a New York al nostro paesino di origine oppure andare direttamente sulla Luna, non cambierebbe nulla. Altra scelta, che va per la maggiore, è la seguente: odi la tua città, le persone che la popolano, ti fa schifo la tua vita ma non fai nulla per cambiarla o migliorarla, Magari finisci per lavorare nel bar di famiglia, tenti anche di dargli un tono ma alla fine ti rintani nel retro, in quella parte del bar che è rimasta tale e quale a quando eri piccolo e.. Cazzo se la detestavi quella città e quel tuo fottutissimo bar "western".
A furia di non voler accettare critiche e giudizi, a furia di lasciar perdere e insistendo che vada tutto bene tanto la vita è così e non possiamo farci nulla, ci ritroviamo con la debolezza che diventa qualcosa di enorme, potente, colossale.
Mentre guardavo il film pensavo che quasi sicuramente, anche io, sto manovrando un fottuto mostro o un robot da qualche parte nel mondo. Sicuramente i miei anni e anni passati a non far nulla per sistemare la mia vita o rivedere i miei difetti hanno costruito un enorme mostro distruttivo dentro di me. Un mostro che ha calpestato le occasioni, le persone, fatto crollare città e ammazzato diverse vittime innocenti. Solo che nella vita reali questi mostri rimangono dentro di noi e fanno malissimo a quelli che incontriamo nella nostra vita.
È difficilissimo avere la forza di volontà di uscire da una dipendenza come quella dell'alcol o contrastare e distruggere quella rabbia cattiva, rancorosa, che ti porta a voler distruggere tutti e godere delle macerie che provochi. Ancora oggi mi viene spontaneo buttarmi sul divano e lasciare che le cose vadano avanti a cazzo di cane, che tanto non mi importa. Oppure vedere in ogni ordine, ogni richiesta di fare le cose in un certo modo, come un atto di violenza nei miei confronti e quindi far cazzate totali, così vedi che sono un pirla e mi lasci in pace.
Ci ho vissuto per trenta e passa anni in questo modo.  Il mio mostro gigante ha abbattuto tanti di quegli edifici della stima, dell'affetto e così via.
In quei tempi ero pieno di rabbia e ce l'avevo con metà mondo, senza accorgermi che potevo essere felice anche io.
Però la felicità e la forza costano troppa fatica. Poi ti danno del moralista, di quello duro che non ha pietà per l'essere umano ( che è debole e fa tanti errori ma è giusto e naturale che sia così) per cui quando tenti di migliorare ti senti intrappolato da chi non vuole che tu possa cercare una via più consapevole e matura di vivere. Tu devi rimanere quella persona con tanti guai che conosco, così vivo bene.
Gloria  e Oscar  sono due personaggi meravigliosi. Mentre vedevo il film, non potevo far a meno di affezionarmi a loro. Lei è una giovane donna con problemi alcolici e di dar un senso alla sua vita, lui è un classico ragazzo di provincia, di quelli che non lasceranno mai la loro città e invecchieranno con le solite persone, i soliti clienti ascoltando sempre le solite storie.
L'astuzia del regista e sceneggiatore è quello di farci credere che tra questi due possa esserci del tenero o comunque che alla base del loro rapporto vi sia l'amicizia.
In realtà un debole non ha amici. Non può permetterselo. Lui considera amici solo persone in cui rivede le sue difficoltà o che stanno peggio rispetto alla sua situazione quotidiana di fallimenti e rancori.
Gloria è una donna irresponsabile, non è capace di cattiverie ma non si rende conto dei danni che combina agli altri. Ha un fidanzato che l'ama davvero e infatti non è tenero con le sue debolezze ma non sa liberarsi da una vita apatica, da continue notti alcoliche. Lei dimentica tutto, non ha memoria per non far i conti col problema dell'alcol e non prendersi nessuna responsabilità. La capisco e comprendo, molte volte agisco così anche io. Lascio che una serie di eventi si succedano l'un l'altro senza porvi rimedio. Alla fine il piccolo problema diventa un enorme problema composto da tanti problemi minuscoli.
Le cose per lei cambiano quando prende coscienza. Gloria nota che il terribile mostro che sta distruggendo Seul segue meccanicamente ogni suo movimento. Comprende che è lei a comandarlo. Capisce che le persone schiacciate da quel bestione sono morte per colpa sua, magari perché è inciampata e caduta per terra. Ella si rende conto di aver un problema e che per questo motivo ci stanno rimettendo persone innocenti.
Perché funziona proprio così! Non abbiamo il diritto di prender alla leggere il nostro comportamento, le nostre azioni e parole, Non possiamo travolgere la vita degli altri. Ogni nostra azione ha un effetto sull'esistenza altrui e ci vuole davvero poco per creare danni irreparabili.
Un giorno anche Oscar comprende di aver lo stesso potere di Gloria. Tanto che a Seul si materializza dal nulla un Robot che crea panico e morte.
Da questo momento il film cambia registro e atmosfera. Da commedia surreale, quasi romantica, l'opera diventa sempre più cupa, violenta, oscura. Sia ben chiaro sottopelle rimane anche l'elemento di commedia ma ora è il rancore e la posizione di potere nelle relazioni che prende il comando portando alla luce la natura reale di Oscar.
Lui è la classica persona che dietro un'apparente calma cova dolore e rabbia. Uno dei tantissimi che odia la sua vita, la sua città, il suo lavoro e l'unica cosa che lo mantiene in vita è la certezza di aver un minimo di potere su qualcuno che sta peggio di lui.
Oscar ha Gloria e due avventori del suo bar. Su di loro mantiene un grande potere. Sa che costoro non cambieranno mai. Sono troppo deboli per farlo.
Ecco questo è un altro elemento bellissimo del film: non è tanta la gelosia a muovere Oscar ma il fatto che una persona stia facendo qualcosa per migliorare sé stessa. Il che vuol dire portare dei cambiamenti anche minimi nella persona e nelle relazioni che potrà affrontare.
Questa cosa ci terrorizza e infatti non manchiamo mai di evidenziare come negativi i cambiamenti delle persone che- mentendo a noi stessi o non sapendo cosa significhi davvero amare- diciamo di amare. Non manca mai quello che ti ricorda come eri da giovane, quello che ti fa notare quanto ti sei imborghesito perché non passi intere notti alcoliche o a far cazzate. La normalità paralizza e spaventa. Essere come tanti altri e condividere le loro gioie è un peccato.
Per questo (come Oscar) cerchiamo qualcuno da controllare e quando questo qualcuno giustamente decide di prendersi delle responsabilità (anche minime) scatta l'odio e la rabbia.
Colossal  è un film davvero notevole. Sulla carta pensi di assistere a una sgangherata commedia, una pellicola assurda e folle, invece è un 'opera piena di significati e riflessioni per nulla banali e scontate. Ogni recensione che ho letto esplora un lato di questa pellicola perchè - come dovrebbe far il cinema- essa ci porta a riflettere su quelli che sono le nostre debolezze o paure o traumi.  Lo fa divertendoci e regalandoci un bellissimo finale tanto epico quanto beffardo ( strepitosa la smorfia finale di Gloria) che non regala assoluzioni o soluzioni ma nemmeno scade nel facile cinismo.
Il film funziona anche grazie anche a una straordinaria Anne Hataway e un bravissimo Jason Sudeikis, nei ruoli di Gloria e Oscar.
Menzione speciale ai bellissimi e simpaticissimi Mostro gigante e Robot.  Ogni film diventa automaticamente bello quando ci sono costoro tra i protagonisti!

giovedì 28 settembre 2017

EL BAR di ALEX DE LA IGLESIAS

Un burlone, un buffone, uno che se la gode e si diverte tantissimo. Un ragazzino nella stanza degli adulti, che come ogni ragazzino vispo e pimpante, si diverte a smontare i loro caratteri e le loro funzioni sociali, ma non tanto perché ha una critica da fare, ma così: per divertimento.
Sono sicuro che costui si faccia matte risate quando legge le critiche dei suoi fans, che in tutti i modi tentano di intellettualizzare le sue pellicole, che lo reputano "cattivo", anarchico", e bla bla bla. Matte e sonore risate, perché Alex ha una sola grande e potente libertà: la gioia di far farse anche nerissime, ma dove la parte principale è un divertimento infantile e fanciullesco, cattivo come possono esser appunto i bimbi, sicché anche limpido e cristallino, ma fragile e scostante, coinvolgente e dispersivo.
Questa la sua forza e questo il suo limite.

Pellicola godibilissima  e divertente, sostenuta da un sano ritmo travolgente per quanto girata in luoghi chiusi ed angusti, sorretta da dialoghi e personaggi funzionali  a tener accesa l'attenzione dello spettatore. Molti hanno parlato di opera che parla delle nostre paure, di gioco al massacro nei confronti dei personaggi, ma fino a un certo punto. Proprio perché al regista non interessa lanciare messaggi precisi, che non mancano ma son gestiti in fretta e si disperdono subito dopo che alcuni dei protagonisti son costretti a rinchiudersi nel magazzino del bar. Servono per creare atmosfera e spiegare le dinamiche che verranno a crearsi, a "portare avanti la storia", non a far riflettere o criticare o altro.
Comunque, in breve, la storia: un gruppo eterogeneo , variegato, di persone si ritrova rinchiuso in un bar. Fuori qualcuno spara a chi esce, cosa starà capitando?
In questi primi minuti di film, si nota come le persone siano vittime di paure e allarmismi condizionati dai media, da notizie leggiucchiate , dal nostro stile di vita che commenta, offre opinioni, ma su cosa? Cosa sappiamo noi di quello che ci capita? Questa pare la domanda su cui basare tutto il film. Questa è la parte migliore. L'opera ha un incipt davvero ottimo
Poi si trasforma ben presto in un onestissimo, buonissimo, film di puro genere, che dimenticherò tra cinque mesi, certo, ma che in questo momento mi ha divertito
I personaggi sono funzionali, dicevo. Non è che vi sia un approfondimento della loro psiche o delle loro ragioni, sono simboli, frantumati con allegra gioia da parte del regista, ma questo sono.
Vi sono anche momenti brevissimi, in cui, si prova anche pena per costoro,  per esempio la scena in cui Trini parla della sua solitudine, di una vita mal spesa davanti alle macchinette nel bar.
Per essere anarchico dovrebbe scompaginare le nostre certezze si chi sopravviverà alla fine, invece risulta chiaro e preciso fin dalle prime battute. Non sorprende assolutamente, a parte il personaggio di Israel, senzatetto fanatico religioso, gran bel personaggio di villain. Per il resto sappiamo più o meno quello che faranno e diranno, ma va benissimo così. Non è un difetto, anzi!
Perché ci concentriamo su codesta pellicola assai gustosa e divertente, versione personale di un  regista culto con una sua invidiabile carriera alla spalle, se poi vuol proprio continuare e rischiare di rovinarsi, non so.. Che intrattiene per quasi due ore.  Certo la partenza a bomba svanisce nel proseguo, tornando di tanto in tanto in qualche scena o sequenza, ma se volete vedere un purissimo film di genere,  una commedia "nera", però anche gestibile,  un film sui virus, ma in cui esso compare pochissimo, insomma un'opera per passare bene una serata: ecco, guardatela.  Ah, si c'è tutta la parte nelle fogne, immersi in escrementi, ma alla fine si è visto anche di peggio.
Per cui non cercate significati o metafore, questo è autentico, dinamico,  turbolento, cinema senza altre contaminazioni.

lunedì 22 agosto 2016

10 COVERFIELD LANE di DAN TRACHTENBERG

Partiamo subito con una constatazione, che però è anche una regola, anzi: un consiglio per salvarvi la vita. Non importa che tu stia giocando a bowling,godendoti la palude del sud dialogando con il fantasma di un generale sudista, nemmeno che stia arrivando la fine del mondo, non importa. Tu appena vedi John Goodman, scappa cazzo! E fallo ora, fallo in fretta. Poi è anche vero che sai, talora è persino puccioso, forse questo è il caso? Non te lo dico!
10 Coverfield Lane, è un buon film di quelli che fa sempre piacere citare, di tanto in tanto, di quelli che sanno tener alta la tensione, di quelli che fanno cinema pur usando tre-dicasi- tre attori e poche scenografie, pochi spazi. Perché ? Sceneggiatura, immagino. Poi ottimi attori, o quanto meno in grado di saper gestire la continua presenza in scena, e una regia che usa tutti i mezzi per fare cinema. No, non è inno al pauperismo di quelli che ti dicono: " Con poche lire, noi italiani.." facevamo cazzate, ecco cosa facevamo con tre lire. Prodotti che crollano di fronte alla produzione americana e spesso anche europea.
Codesta pellicola non cerca quindi una strada facile per spaventare, ma ci inchioda in un bunker con tre persone, e cosa succede sopra?



Perché un conto è mostrare l'apocalisse: ci sono i morti viventi, gli alieni, i cinesi, quello che vuoi tu. Li vedi, e poi c'è sempre l'eroe o eroina di turno, uno su cui puoi contare.
Ma se sei chiuso/a, in un posto bloccato e isolato, in compagnia di un tizio che non pare proprio lucido. Ecco? Che fare? A chi credere? Come comportarsi? D'altronde la paura è un ottimo sistema di allarme, ma talora esagera e anche tanto.
Forse quei tizi che tanto prendiamo in giro per le loro sgangherate teorie complottiste, vedi che hanno ragione, ma questo ce li rende meno pericolosi?
Su questa linea si muove il film. Fidarci o no di Howard? Il personaggio di Goodman
Prima ho scritto che il film è dotato di un'ottima sceneggiatura, forse esagero, l'ultima parte nel pre-finale, quando si scopre la natura della minaccia, si sbanda in quel rambismo in salsa femminile un po' alla cavolo. Però non inficia la struttura più di tanto, perché prima c'è stato un signor film in grado di dar vita a tre personaggi non banali, seppur legati al genere. Rimane sottile la malinconia di un biglietto per un bus che forse ti avrebbe dato una vita diversa, che tu hai voluto perdere. Per paura, perchè cambiare fa paura. Meglio la mediocrità, meglio una vita e una morte piccola, senza gloria, senza nulla.
In fin dei conti gli attori qui sono fondamentali. Perchè non hanno effetti speciali, che non siano la loro espressività e capacità di farti sentire in quel bunker, con loro.  La sapienza della scrittura ,invece, si palesa nel dar indizi, piccole cose, ma preziose. Sicché l'opera è anche in parte più raffinata delle altre pellicole del genere.
Cosa c'entra con Coverfield? Quel bellissimo film che tanto mi garba? Diciamo che molti dicono abbia degli agganci, come se fosse un'altra storia, ambientata in un altro contesto, durante lo stesso attacco. Però a me non interessa che sia sequel, reboot, spin off, quel cazzo che è . Dico solo che si tratta di una pellicola riuscita, tesa e avvincente. Con un immenso John Goodman

martedì 16 agosto 2016

L'INFERNO DI CRISTALLO di John Guillerman

Non sono sicuro sia il capostipite del genere "catastrofico", si si mo lo scrivo! Per gli esterofili: disaster movie. Sicuramente è un film di enorme successo economico e non solo. Perché codesta pellicola è entrata nell'immaginario collettivo ed ha influenzato parecchie altre pellicole. La formula disastro spesso per colpa della natura, o dell'avidità umana più cast di vecchie glorie e caratteristi solidi, è la base per un film del genere. Un film catastrofico esige massima professionalità. pochi fronzoli e tantissimi soldi spesi dai produttori, per darvi l'idea di esser davvero intrappolati in un grattacielo, una nave che affonda o nella Los Angeles devastata da un terremoto. In un certo senso è puro, purissimo cinema. Dove gli effetti speciali, il montaggio, la fotografia hanno un peso fondamentale, forse più di qualsiasi altra cosa. Perché quello che conta è l'immagine, l'inquadratura che riesca a creare tensione, dramma, paura. Per cose, poi, che potrebbero capitare a chiunque.
Le vecchie glorie servono per dire, che è roba seria, mica quei capolavori fatti con due lire, come piace tanto dir a certi fanfaroni del genere fatto in assoluta povertà.
Certo i personaggi e le dinamiche non sono altro che schemi anche rozzi, ripetitivi, senza guizzi o emozione alcuna. Non sempre, perchè, ad esempio, in questo film vi sono anche dei piccoli dialoghi, in cui riesci a cogliere l'umanità e la disperazione di certuni. Poco, che non deve disturbare lo spettatore medio americano e il suo ruminare pop corn, ma basta per noi indisciplinati.


La storia è semplice, come direbbe l'amico Federico Frusciante, un grattacielo, il più alto mai costruito, viene distrutto da un incendio- scoppiato par l'avarizia e la noncuranza dei suoi costruttori-  provocando morte e terrore durante la festa di inaugurazione. Robert Vaughn e Robert Wagner sappiate che son destinati, come è d'uopo, a soccomber male. Sua figaggine Steve Macqueen, quello bravo non quello di quel shame di film, trionfa nella sua tuta da pompiere e fa altrettanto il grande Paul Newman. Dice la leggenda che Fred Astaire abbia avuto una nomination per la sua partecipazione a questo polpettone arrostito a dovere, ma mi par veramente eccessiva come scelta. Nondimeno lui è un campione di grazie e quel finale amaro, malinconico, lo conferma ottimo come sempre. O.J. Simpson da parte sua gioca la carta simpatia " gattini", evidentemente ha funzionato con la giuria che doveva condannarlo per duplice omicidio.
Ironia a parte, l'Inferno di cristallo,  risulta ancora oggi un grande film. Opera titanica, che vuol a tutti i costi farti pesare la sua possanza , anche la sua tracotanza, ma incanta, affascina, fa tifare, come ben poche cose ultimamente al cinema.
L'idea è dare alla masse una pietanza non troppo raffinata, ma cucinata come si deve. Tipo certi piatti che mangi a Roma o in Toscana, non è nouvelle cousine o come cazzo si scrive, anzi è proprio una pietanza comune, popolare, ma saporita e cucinata benissimo.
Lo stesso valga per il cinema di genere americano, in particolare, roba di grana grossa, ma fatta con mezzi altissimi. Sopratutto da professionisti. La storia è scritta da Stirling Silliphant, oscar per "la calda notte dell'ispettore tibbs", e altri film decisamente degni di nota. Agli effetti speciali troviamo un tale Douglas Trumbull, responsabile degli effetti speciali e visivi di  " 2001 odissea nello spazio", " Andromeda", " Blade Runner" e della regia di due classici assai particolari come  " Silent Running" e Brainstorm. Non uno che passa per strada, diciamo. Certo John Guillerman rimane un grande mediocre, ma di assoluta mediocrità- lo ribadiamo, firmiamo, testimoniano- che ha diretto molte pellicole di genere diverso, fra cui anche il remake di King Kong del 1976 e pure il seguito, ma io amo assai il suo dramma bellico: La caduta delle Aquile. Qui però si limita a girare la parte noiosa del film, cioè quelle dove non è protagonista il fuoco, il resto lo gira il produttore Irwin Allen, nessuna parentela con Woody, anche perché Woody Allen è un nome d'arte.
Produttore di serie tv, come Lost in space e di altri classici del genere come "L'avventura del Poseidon", "Terremoto" e fra le altre cose ha diretto anche quella cosa che risponde al nome di Swarm, film catastrofico anche un po' imbarazzante su delle api assassine. L'ho visto ai tempi almeno tre o quattro volte e si.. Anche qui Chamberlain muore da pirla.

Rimane il fatto che un film come L'inferno di cristallo, rimane per sempre un'opera godibilissima, puro cinema che ci meraviglia per molte cose, momento di relax per noi spettatori indisciplinati, che scopriamo e sappiamo di che materia grezza sia composta la pellicola, ma ci piace talora ritrovarci a goder della gioia del puro cinema di genere.

giovedì 3 marzo 2016

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT di GABRIELE MAINETTI

Famo a capisse: come si chiama sto blog? Spettatore. Certo pure indisciplinato,ma che significa? Che non sono uno che di professione fa cinema e nemmeno uno che ha studiato cinema e lo può spiegare con cognizione di causa e laurea. Perlomeno non lo sono ancora, poi raga so cazzi eh!
Sicché nel blog ci metto la mia personalissima idea di cinema, arte e tanti cazzi mia. Ma tantissimi eh!
Mi spiego meglio: indisciplinato in che senso? Nel senso che non seguo nessuna disciplina se non quella di rivedere le mie idee e migliorarle o cambiarle e di considerare il cinema molto più di una semplice questione industriale.
Indisciplinato e anche contraddittorio, incasinato, amante della discussione anche fine a sé stessa.  Per cui ci sta che io pecchi di ingenuità, amore e altro. Ce sta, ce sta. Però, ecco, come dirlo? Ma sai che sta crisi del cinema italiano, a livello di pellicole, interpreti, registi, mica la vedo eh. Entrando nello specifico posso dire che alcune pellicole non mi garbano e che escano commedie un po' troppo banalotte. Ma è colpa della commedia? Non direi. Poi se vediamo meglio: quante commedie, quanti filmetti stranieri ci facciamo piacere perché "leggeri, divertenti" e allora? Sono forse meglio le parodie "pecorecce" americane dei nostri cinepanettoni o fanno pena entrambi?
Io credo che ogni paese abbia le sue radici cinematografiche ben salde e precise: le nostre sono le commedie e il neo realismo. Dopodiché siamo capacissimi di fare altro, proprio per l'entusiasmo di navigare a mare aperto, veder che effetto che fa metter su un film di altra natura. Anche lì abbiamo qualche ottima opera, molto meno rispetto a quelle tanto blasonate dai revisionisti.
La commedia è un genere difficile, che mette in evidenza ogni pecca di sceneggiatura e regia. Tratta di esseri umani e delle loro debolezze o felicità. Una commedia brutta è una bestemmia contro il dio della celluloide. Dite a Veronesi di smetter di bestemmiare!

Però non solo di commedie e drammi si vive, per cui a volte capita che un film ti colpisca totalmente. Dico totalmente perché non te lo aspetti.
Ecco una regola che seguo sempre: qualora un film che tratti una materia di cui non te ne possa fregare di meno, ti conquista, ti emoziona, ti rimane negli occhi e nell'anima,  ci puoi scommettere: quel film è eccezzziunale veramente!



Cosa ha di eccezionale e memorabile codesta pellicola? i personaggi, principalmente. Facile farsi prender la mano e sacrificare la costruzione e psicologia del personaggio, dando più spazio all'azione e alla spettacolarità. Facile e anche giusto. Manetti, ricordiamolo: regista, compositore delle musiche insieme a Michele Braga e produttore della pellicola, mostra di saper gestire benissimo ogni ingrediente: dall'analisi sociale dove vivono i tre protagonisti, alla loro psicologia e sfaccettature, fino a stupende scene d'azione, vedi tutta la parte finale.
Il film usa un aggancio generazionale, citando un notissimo cartone animato giapponese, però non - o non è solo- una cosa per nostalgici e nerds. Voglio dire, ha conquistato anche me, che son lontano da certe cose. Proprio per la storia piena di spettacolo e quella giusta umanizzazione e introspezione, le quali ci permettono di affezionarci ai protagonisti e alle loro vite.


Giganteggia, entra nell'olimpo delle leggende, un attore davvero bravo e intenso come pochi Luca Marinelli, uno che passa da Lo Zingaro a un personaggio timido e tenerissimo come il protagonista di Tutti i santi giorni. In questo film  è un classico cattivo. Cioè un personaggio di quelli che ti rimangono impressi a memoria. Fondamentale, per aver un buon film di genere, sono proprio i villains, boh si scrive così? Comunque : loro. Rimembro sempre con gioia i cattivi dei polizieschi populisti e reazionari italici! Purtroppo c'erano pure i vari commissari, ma che Bellezza devastante, liberatoria, che selvaggia corsa con Caronte, quando arrivavano loro. Come Dei Antichi e Malvagi, ma anche tanto cool, li temevi e adoravi. Ecco: Lo Zingaro mi rammenta un Giulio Sacchi, un Gobbo, quei grandissimi eroi delle tenebre interpretati da Tomas Milian.  In sala aspettavo che apparisse lui,le sue parrucche, la sua istrionica interpretazione di Un 'emozione da poco e giù a maledirlo e a provare una strana complicità con costui! Un masnadiero di ogni risma, oibò, ma potentissimo nel suo delirio di fama e gloria. Qui sta il salto di qualità della sceneggiatura: esser contemporanei e usare un omaggio, una citazione, in modo personale. Per quanto possa esser personale il cinema eh! Ripeto: bravissimi e meravigliosi tutti, un applauso allo sceneggiatore e soggettista Nicola Guaglianone. Anzi co sceneggiatore con il regista.



Ogni film di genere, cosa ha? Un eroe, un antagonista e poi? La principessa. Ora non vorrei stupirvi, ma sapete che mi commuovo per le vicende dei personaggi, il loro destino, lo sapete? Sapete che abbatto ogni razionale barriera tra me e il film e quindi ogni cosa capiti a un personaggio, è come se la vivessi sulla mia pelle?Bene : questo personaggio mi ha commosso profondamente. Una ragazza segnata dalla vita, dalla violenza, dal degrado materiale che poi diviene morale, ( fate vivere i rozzi sottoproletari in ambienti degni di nota, date a loro la cultura che volete solo per voi, siamo sicuri che tutti finirebbero a far i malviventi?) ciò nonostante ha trovato un tenero rifugio: il suo lettore dvd con le avventure di Jeeg. La bravura del regista è anche quella di farmi commuovere solo con le immagini e Alessia che guarda felice un cartone animato è quanto di più potente e vicino alla purezza della felicità si possa mostrare al cinema. Felicità folle, deviata da una vita bastarda e crudele, ma la sua voglia di amore per l'essere umano, pure un padre decisamente rivoltante, è qualcosa di così profondamente umano, spirituale, cristiano, immenso, che si spendono le lacrime per la sua felicità  e la sua pace. Ilenia Pastorelli è così "disarmatamente " cristallina e pura nella sua interpretazione, che non posso non augurarle una felice carriera.


Infine: l'eroe. No, peggio: il super eroe. Ora con tutto il bene che voglio al film, il scivolone finale un po' popolan chic, "i benpensanti dicono che sia meglio un popolo senza eroi" e ragazzi,  mi dispiace: trattasi di Brecht ed ha ragione assoluta.
La figura del super eroe è né più né meno che una delega popolare a un entità superiore, spesso vestita in modo imbarazzante, che attraverso i super poteri salva l'umanità. Le masse perdono ogni responsabilità, scelta, giudizio, tanto poi arriva lui. Pigrizia più idolatria. Non amo, quindi, fumetti e film sulle figure dei super eroi. Si, sono arretrato e gne gne , son proprio un radical chic. Va che per me sono solo complimenti,eh! Ripeto: l'eroismo non appartiene a un singolo, ma alle masse che si compattano magari seguendo un uomo al comando, ma con lo stesso spirito temerario. Per cui facendo scelte precise, militando, non rimanendo sullo sfondo, che tanto che possono fa?
Detto questo: complimenti anche per come hanno costruito la figura del super eroe in questione. Ora aver un fuori classe, nonché doppiatore di Batman, quello vero, quello bello bello in modo assurdo, quello di Nolan,come Claudio Santamaria vuol dire tanto. Il suo Enzo, è un piccolo ladro, uomo solo, sconfitto, che vive solo per veder porno e mangiare budini .Non appena comprende di aver dei poteri non li usa per far del bene e con Alessia sbaglia tutto. Lui, come tanti di noi, vive solo. Solo per sé stesso e così agisce per buona parte del film. Certo, difende la ragazza dai cattivi, ma non riesce a sfogare a dar peso al suo sentimento. Troppi film porno, troppa idea che la donna sia uno sfogatoio. Che nasconde insicurezza, debolezza, paura di mostrare il buono e bello che ha.
La sua trasformazione è descritta benissimo e mette in evidenza quel discorso sulla responsabilità dell'individuo che sta a cuore a me e al mio amico spilby.
Ecco, basterebbero questi tre personaggi per rendere il film leggendario. E che volete fare? Non volete partecipare alla leggenda.
Dettaglio personale, sempre brava Antonia Truppo.  La scena che vede lei e Marinelli protagonisti sulle note di una canzone di Nada, eh.....roba buona assai !

giovedì 24 settembre 2015

LA NOTTE DEL GIUDIZIO di JAMES DEMONACO

Di fronte alla crisi (economica sociale politica) che fare? Mica c'è bisogno di scomodare Lenin per farci venire una bella idea. Uno studioso belga dice di tornare al sorteggio, un discorso lungo e affascinante, che vi farei ma visto che di politica capite ben poco, lasciamo stare. Questo avviene in Europa, ma prendi una nazione di bifolchi con i vestiti costosi? Si, gli americani. Cosa faranno loro? Per salvare la nazione e migliorare la parte economica-capitalista, ci inventiamo una bella cosa: La Purga.


The Purge (2013) James DeMonaco.png

Ora, per evitare che i geni italici traducessero codesto titolo con qualcosa di simile a: Confetti Falqui. Si è deciso per un più sobrio:  La Notte Del Giudizio.
Che sarebbe sta notte del giudizio? Una notte dove tutti possono abbandonarsi a più fantasiosi e disperati crimini. Per dodici ore. Senza subirne la conseguenze terminata questa notte.
Aspetto e idea affascinanti e coinvolgenti. Che faremmo noi? Ci chiuderemmo in casa, o armi e bagagli cominciamo a portare un po' d'inferno nelle vite e case altrui?
Interessante perché ci spiega, e lo fa un modesto film di genere, quanto in occidente oramai la vita umana non conti un cazzo. Nessuno pensa agli effetti della violenza che procuri. Nessuno pensa che non si muore mai bene. Uccidere è l'atto definitivo in assoluto, con il cazzo che poi torni a casa e guardi la tv. Se dovesse capitare, sappi: tu saresti un problema. E bello grosso. Per la società.


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Il film comincia bene. Attraverso i notiziari scopriamo in cosa consiste codesta  Purga. Ci viene mostrato come questa legge governativa, serva solo per eliminare le classi meno privilegiate e gli emarginati. Mentre la buona borghesia si rinchiude nelle loro ville super protette. Pochi dialoghi, l'essenziale nello scambio di battute tra personaggi. Tutto reso molto bene.
I protagonisti sono proprio una famiglia di borghesi: lui ha appena fatto un mucchio di soldi con una vendita di sistemi di sicurezza infallibili, vedremo poi quale idea bizzarra abbiano gli americani di sicurezza e infallibilità, la madre boh non ho capito cosa faccia e quanto guadagni. I figli sono una bella ragazza in pieno rapporto conflittuale con il padre  e un piccolo emo-hippy con i suoi bei capelli lunghi , assai bravo con le cose tecnologiche. Lui è anche molto umano e non ama sta storia della Purga. Fa bene.

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A un certo punto per salvare un senzatetto afro-american, il figlio toglie la sicurezza e mette in salvo il tipo. La banda che lo cercava mica prende bene questa iniziativa. Anzi! Così ordina di far uscire la loro preda o altrimenti:: Minchia zio, bordellooooooo!!!!! 

Ora che fanno questi americani borghesi? No, si, no. Mo lo prendo sto nero e lo meno, lo lego, ma poi visto che mi dicono: che ci sta succedendo? Papà che fai! Va lo slego e faccio neri quei bimbiminkia la fuori.
Che nel frattempo sono entrati in casa . Basta una corda, legarla alla porta, assicurarla per bene legandola a un pick up e insomma: ecco siamo entrati.
Ecco la parte più demenziale è questa: Ma come in due dialoghi cambi idea? Per carità può capitare. La vita è strana, ma ...Non so. Non mi convince più di tanto.

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La parte dell'assalto non è tanto convincente. Cioè ci sono tutti i cliché, ma resi non proprio bene. Credo che un Cane di paglia  renda meglio l'idea. Diciamo che anche pellicole recenti e non proprio di qualità hanno dato di più.
Fino alla svolta che vorrebbe esser di denuncia anti borghese e in parte giustifico e approvo. Pensando che per due secondi un bovaro yankee, possa riflettere sul male della sua nazione: la sua cazzo di media e alta borghesia. I suoi manager, avvocati, politici, generali, e così via. Però anche questo finale non colpisce come dovrebbe. Non diventa mai altro e non raggiunge mai l'oltre. Ci sono degli ottimi spunti persi in una realizzazione media.
Brutto? No. Bello? Nemmeno. Un film medio, interessante nel metter in scena una certa idea, molto forte, ma debole nell'eseguirla
Comunque mi guarderò anche il sequel, va!

lunedì 8 giugno 2015

MAD MAX FURY ROAD di GEORGE MILLER.

A volte uno sente il bisogno di dire due paroline. Ma si! Hai presente quando i tamarri arrivano in città e a furia di "minchia zio", pensano di esser i meglio der tufello quando c'è di mezzo l'action? Ecco, a quel punto deve intervenire un grande regista e spiegare alcune cose: non bastano i botti, le mazzate, non basta la spacconata Ci vuole cinema. Anzi: ci vuole IL CINEMA  E qui ne abbiamo a tonnellate 

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George Miller  torna a riprendersi quello che è suo. Tutto l'immaginario collettivo post-atomico, dai fumetti ai libri ai films, è tutta farina del suo sacco. Lui il primo a dar una struttura precisa, regole, costumi, macchine e moto a loro volta protagoniste con tanto di caratteri precisi, insomma: Ammiro!

Mad Max è un infernale, apocalittico, epico che in confronto i Manowar suonano liscio -e non è detto che in verità non  sia così- film della madonna. Non hai un attimo di respiro tra agguati, zuffe, esplosioni, eppure non è mai una pacchianata. MAI

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Merito del cast: un grande e immenso Tom Hardy,  una dolorosa e intensa Charlize Theron. I loro personaggi sono perseguitati da un passato che non li lascia liberi, stupende le immagini della gente che Max non è riuscito a salvare, entrambi si ritrovano a dover salvare altre vite: quelle di giovani donne da riproduzione. Ragazze usate dal cattivo di turno, Immortal Joe,  per generare figli sani. 
E qui entra in gioco il grande regista. Perché non è da tutti farti comprendere benissimo non tanto i personaggi principali, ma anche quelli di contorno, senza aggiungere nulla. Un tamarro e un mestierante crollerebbero miseramente, Miller invece ti mette in scena un universo e interi popoli. Solo filmandoli, solo facendo cinema. Dando alle immagini la forza di spiegare, motivare, farci anche commuovere, il sacrificio finale di uno dei personaggi è talmente potente ed efficace da commuovermi molto.

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Ora, tutti sanno che tipo di cinema mi piaccia. Tutti sanno che la mia magica triade è: Moretti, Von Trier, Bergman. Menzione speciale: Allen. Per cui non dirò che è il film definitivo. Non lo è per la mia formazione di magnifico spettatore indisciplinato. Però vi dirò una cosa: è un filmone di devastante bellezza. Cinema al suo grado zero e per questo riempibile di ogni idea, ogni trovata. Un film libertario.
Perché dopo la fine del mondo è tutto un : minchia zio, bordello! Eppure Furiosa, la vecchia con le sue piantine, le giovani donne, il figlio della guerra redento, sono personaggi che rimangono nel nostro cuore. Non figurine dozzinali. Questo perché Miller è un grandissimo regista. Che riprende la sua creatura, fa finta - giustamente- che il terzo capitolo non esista, e riporta tutto nel suo stato naturale: polvere, sudore, sangue, desolazione e una speranza che in realtà vale meno della lotta per vederla nascere e impadronirsi di un mondo allo sbando.
Un film bellissimo