Abituati come siamo a dividere le opere in capolavori o cazzate, non ci rendiamo conto di come un film riuscito non debba per forza contenere idee che apprezziamo, o senza errori. Un buon film, a mio avviso, è quello che ci rimane in mente anche dopo averlo visto, perché ci porta a riflettere su cose che riguardano la nostra vita, la società in cui viviamo. Non è nemmeno detto che debbano essere film politici o d'autore, una commedia o un film di genere possono veicolare messaggi più o meno importanti.
In un certo senso, "Figli" è un'opera di questo tipo. Una commedia che rappresenta bene la nostra società e che ci pone anche riflessioni sul rapporto di coppia, come sia possibile costruirsi una famiglia e mantenere un certo equilibrio interno senza sbroccare del tutto. A volte la pellicola centra il bersaglio, spesso abbiamo i pipponi della Cortellesi.
La storia di una coppia di mezza età ( ma che come tutti noi quarantenni ancora si vede giovane) si trova a dover affrontare la nascita del secondogenito Questo evento mina i fragili rapporti tra marito e moglie, che si vedono abbandonati a dover far fronte a tanti piccoli e grandi problemi legati ai figli, in particolare l'ultimo nato.
Questo film è tratto da un monologo teatrale di Mattia Torre, intitolato I Figli Invecchiano, portato a teatro da Valerio Mastandrea. Torre firma soggetto e sceneggiatura, non ha potuto curare anche la regia perché purtroppo è venuto a mancare.
C'è quindi una certa tenerezza e amarezza che va oltre alla trama o alle scelte di regia, come in tutte le opere- testamento.
Ma al di là di questo cosa possiamo dire di Figli? Che offre spunti per riflettere su cosa significhi esser genitore oggi, in particolare sfata il mito per cui il primo figlio sia quello più difficile da gestire. In quanto, almeno così sottolinea Torre, il primogenito trova i neo genitori pieni di forze, entusiasmo, energie, ogni cosa è nuova e le fatiche sono uguali ai problemi.
Col secondo invece tutto cambia, forse si sottovaluta la situazione e nascono problemi col lavoro, le famiglie di origine, la società sembra proprio non saper come aiutare i genitori.
Per cui l'opera punta a una analisi sociale, politica, sentimentale ma non sentimentalista della famiglia e della coppia, e in parte ci riesce grazie sopratutto alle ottime interpretazioni di Paola Cortellesi, sempre molto brava e "dentro" ai suoi personaggi, e Valerio Mastandrea, che conferma di essere uno dei nostri attori migliori, anche la regia punta a una messinscena non troppo tradizionale, puntando a elementi anche surreali. Il che rende Figli un prodotto leggermente diverso e migliore rispetto alla classica commedia italiana e più intelligente rispetto alla sopravalutata commedia francese.
L'amarezza è vera, anche se fin troppo sottolineata a volte, e i problemi, il senso di solitudine, di incapacità di poter confrontarsi con la vita e la sua complessità, tipica di noi quarantenni.
Queste sono le cose che ho apprezzato e che sono alla base del mio giudizio positivo, ma non mancano nemmeno difetti.
Tanto alcuni spunti sono interessanti quanto molti altri sono frutto del pensiero debole liberal democratico, tipico di una certa parte d' Italia. Una classe borghese anche piccola/media autoreferenziale, che si informa male ma è convinta di sapere tutto quanto, una classe di uomini e donne che pensano di aver trovato i propri nemici, ma sbagliando sempre il bersaglio.
Lo vediamo come si punti a santificare le persone che hanno problemi con le agenzie delle entrate, come se al suo interno vi lavorassero solo dei sadici che non hanno niente da fare che massacrare i poveri imprenditori, in realtà moltissimi si sentono uomini d'affari ma non sono capaci e in grado di portare avanti una loro azienda.
Non manca nemmeno quel tono che già stonava in Boris, cioè quel voler denunciare i mali del paese, con il classico qualunquismo disfattista di sinistra, come già denunciava Morando Morandini negli anni 90, cioè quel lamentarsi di vivere in un paese diviso, furbo, in cui tutto e tutti fanno schifo. Questa cosa è scritta e diretta in modo assai banale e sciatto, vedi la filippica del personaggio della Cortellesi contro la madre, in cui tutta la colpa dei problemi italici è perché ci sono i vecchi. Che hanno vissuto a sbafo, si sono mangiati tutto quello che potevano, si alzavano la mattina e taaaac: lavoro, casa, soldi, stabilità.
Questa battaglia giovani contro vecchi è una stronzata epocale che piace a chi proprio deve dire la sua. Come se i nostri padri non abbiano combattuto per aver i loro diritti sociali e civili, I problemi dipendono da scelte politiche sempre più a vantaggio della produzione, profitto, contro l'essere umano, il suo bisogno di avere una relazione umana seria con gli altri, potersi costruire un futuro che non dipenda da un lavoro spesso poco pagato. Ma lo scontro giovani contro vecchi è più facile, che fa fico e non impegna.
Peraltro, ma quali giovani? Quelli che hanno già superato i quarant'anni? Forse dovremmo comprendere che siamo noi a essere troppo deboli, egoisti, capricciosi, incapaci di prender responsabilità e quando lo facciamo ci lamentiamo come se avessimo fatto cose straordinarie.
Ecco, i protagonisti di questo film non sono simpatici, non viene voglia di empatizzare con loro, a livello sociale e politico, perché poi comprendiamo che siamo tutti deboli e umani e quindi le difficoltà che vivono sono comprensibili, ci piacerebbe dargli una mano.
Tuttavia non possiamo evitare di ragionare su alcune debolezze tipiche della nostra generazione. L'idea è che molti di noi pensino di esser la prima generazione a crescere in condizioni di grosse difficoltà. E le grosse difficoltà spesso sono legate ai rapporti con gli altri. La coppia, la famiglia, visti come obblighi, doveri, che noi "giovani" vorremmo evitare oppure non sappiamo come affrontare.
Ci sono moltissimi film che parlano di quarantenni in crisi: con gli uomini o le donne, con la famiglia di origine o propria, tutti più o meno uguali, pronti a giustificare la generazione di cui facciamo parte.
Siamo quelli che sanno tutte le sigle dei cartoni animati, che ci lamentiamo se ci uccidono l'infanzia con i remake dei nostri film degli anni 80, quelli che pur capendo di vivere in un mondo di merda non se la sentono di metter in crisi il capitalismo, perché laici a cazzo di cane come siamo siamo fondamentalisti dell'economia e del libero mercato.
Tutto questo però nei film non viene mai portata al centro della narrazione, preferiamo evitare un mea culpa urgente e pressante per rifugiarci in riflessioni politiche banali, scontate, noiose.
Per questo Figli non è un film riuscito del tutto, troppo supino a una critica sociale dozzinale, non tanto perché fatta da gente sciocca e ignorante, ma perché frutto della pigrizia intellettuale di una classe semi borghese, leopoldiana.
Tuttavia la bravura dei protagonisti, alcune riflessioni di sceneggiatura e una regia comunque incisiva costruiscono un prodotto decente e piacevole.
Ribadisco un film non deve per forza essere un capolavoro o scevro da difetti. L'importante è che ci stimoli a pensare, riflettere, questo avviene vedendo questo film.
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lunedì 27 gennaio 2020
lunedì 13 novembre 2017
THE PLACE di PAOLO GENOVESE
Per quanto mi riguarda è bello ricredersi sulle qualità di un regista e del suo cinema. Perché conferma il fatto che si possa migliorare, trovare il coraggio per "stupire" il proprio pubblico di riferimento e tentare di avventurarsi in territori diversi.
Rischioso? Assolutamente, per via della pigrizia intellettuale di certo pubblico e anche di molti addetti ai lavori, che siano critici o colleghi con alle spalle un corto girato cogli amici del bar. Per costoro un regista, allargando la questione, un uomo, non può vivere una crescita personale, rimarrà sempre quello che faceva commediole stupide.
Il "classico regista di commedie italiane", un'onta indelebile. Un marchio d'infamia che rimarrà per tutta la vita, impresso a fuoco sulla carne del regista.
Il problema, però, non è tanto il direttore delle commediole, ma la cecità intellettuale di pubblico, critica e stimati colleghi.
Per questo motivo voglio confessare un cambio di giudizio da parte del sottoscritto, su un regista assai noto per film non proprio riusciti, ma che da un paio di pellicole, ha dimostrato un netto miglioramento, riuscendo a portarmi al cinema e a farmi amare profondamente le sue ultime pellicole, mi riferisco a : Paolo Genovese.
I più attenti avevano notato, già nella precedente opera - quel piccolo e meraviglioso gioiello che risponde al nome de " Perfetti Sconosciuti"- un passo in avanti rispetto alle pellicole precedenti. Niente di troppo definitivo, piuttosto sfumature ben precise sui personaggi e le situazioni. Un film decisamente mainstream, ma che prova a far riflettere il suo pubblico di riferimento, un pubblico-massa non proprio indisciplinato, su alcune contraddizioni, deviazioni, nei legami di coppia e amicizia. L'intento serio veniva mitigato da momenti di pura comicità, i quali non erano - come in precedenza- il fine per identificare l'oggetto filmico e le sue intenzioni, ma un mezzo per far passare concetti molto più profondi o seri. Il bellissimo finale, non compreso da molti che lo considerarono " buonista", faceva intendere la voglia di distaccarsi dal passato e tentare nuove strade.
Oggi questo tentativo ha un nome : The Place.
Il film è la trasposizione su grande schermo di una serie tv americana , The booth at the end, opera che non ho ancora visto, per cui - e per fortuna- il mio sguardo è scevro da ogni tipo di confronto inopportuno tra originale e versione italiana. Dovremmo esser abbastanza adulti per capire che ogni regista ha una sua sensibilità, per questo uno stesso soggetto , in linea di massima, potrebbe esser altro rispetto a quello che è l'originale.
Tornando al film, mentre lo guardavo pensavo che Genovese con questa pellicola ha fatto davvero un'opera spartiacque, di divisione e rottura col suo passato. Senza proclami altisonanti, senza volersi snaturare troppo, ma è chiaro che questo film sia un tentativo di "far altro", di prendersi anche dei bei rischi.
Perché chi seguiva la sua carriera, si aspetta commedie disimpegnate, un po' conformiste, da seguire mentre fai o pensi ad altro, e questo non è il caso di The Place, visto che richiede massima attenzione e partecipazione nei confronti dei personaggi, sicchè a molti codesto cambiamento potrebbe non garbare. Ad altri invece risulterebbe stonata la pretesa di un regista di film commerciali, d'incasso, di voler fare "cose serie". Un'imperdonabile invasione di campo.
Poi ci siamo noi spettatori indisciplinati, che concediamo sempre fiducia e solidarietà agli artisti che mettono impegno nelle loro opere: per farci ridere, emozionare, pensare.
In molti casi veniamo premiati colla visione di film assolutamente riusciti: come in questo caso
Un uomo misterioso, perennemente seduto ad un tavolino di un bar- ristorante, incontra diversi tipi umani: tutti hanno un desiderio, un obiettivo da realizzare o raggiungere. Spesso questi desideri od obiettivi sono molto seri, tanto che costoro accettano i compiti ingrati proposti dal misterioso uomo in cambio della propria soddisfazione.
Chi vuole che il marito malato di Alzheimer torni in sé, chi vuol salvare il proprio figlio da una malattia terribile, chi vuol ritrovare Dio, tantissime sono le richieste.
Il mio primo pensiero è stato sul fatto di come noi esseri umani siamo vittime delle nostre speranze, fantasie, dolori, e che questi ultimi non possano essere classificati tra importanti e meno.
Il personaggio di Silvia D'Amico, una ragazza decisamente carina che si vede brutta e accetta di far una rapina per diventare bella, ha la stessa drammaticità del personaggio di Vinicio Marchioni, un padre disperato per la malattia gravissima del figlio e per questo disposto a uccidere una bambina al fine di salvar il suo pargolo.
Perché la sofferenza, come la bramosia, non si pongono il dilemma della fame nel mondo, di chi dorme per strada, attraversa i mari su barconi, o tutte le Grandi Cose, che stanno a cuore a quelli che sanno solo giudicare a cuor leggero il dolore altrui. I giorni persi dietro a desideri bassi e volgari, o a dolori da poco, ridicole speranze e illusioni patetiche, sono gli stessi che passerebbero e ci farebbero soffrire se fossimo costantemente impegnati in grandi cause collettive.
Sono egoisti i protagonisti di questo film? Non so. In realtà i loro desideri, quasi tutti, sono legati a un momento di incontro/scontro col mondo, che non sanno affatto manovrare e per questo scelgono la strada semplice e facile: affidarsi a chi, non importa come, riesce a realizzare la nostra richiesta
Domanda e offerta, come se la nostra vita fosse un prodotto messo sul mercato, che ha bisogno di bilanci, tagli, nuova gestione, saldi. Alla fine una delle letture di questa opera, potrebbe esser anche questa, o perlomeno è quello che ho pensato vedendo il film
Cosa però ci accomuna tutti in questi tempi indecisi e confusi? La mancanza di responsabilità unità a un'idea distorta e individualista di libertà individuale. I personaggi compiono certe scelte per concretizzare un loro bisogno di libertà individuale, "io voglio, io ho bisogno" che però si scontra col discorso di scelta e responsabilità personale. Il personaggio misterioso del sempre ottimo Valerio Mastandrea, li avverte di continuo: puoi dire no. Costoro invece se la prendono con lui, proiettando quello che sono nel profondo, sul tizio che hanno davanti. In questo modo possono dire a sé stessi cose terribili, ma le sotterrano sotto il classico scarica barile nei confronti dello sconosciuto.
Opera che ho trovato molto simbolica, metaforica, per via di un bar che mi par fuori da ogni spazio e tempo, un posto che richiama a sé i personaggi, sconosciuti che però per mille motivi si incontrano/scontrano, determinano la vita e le azioni degli altri, il personaggio di Mastandrea, che non vediamo mai entrare o uscire, come se si manifestasse e scomparisse coll'apertura e chiusura del posto.
Per questo motivo trovo importante il personaggio della Ferilli: il suo compito è quello di esser speculare al personaggio di Mastandrea. Simbolo della compassione, della pietà, del bene, che vede e avverte il buono anche nel Male.
In questi giorni, ripensandoci, però penso che vi sia un simbolismo meno biblico-cristiano, quelli ormai sono affari di Aronofsky, e più "umanista". Per cui sono giunto alla conclusione che la cameriera e il misterioso cliente, siano complementari: entrambi parti di quel sistema complesso e contraddittorio, che è : l'essere umano.
Lei è la nostra parte migliore: quella meno rigida, portata a comprendere e consolare gli altri e sé stessi. Quella parte che una volta trovata e non allontanata, ci rende persone migliori.
The Place è un bellissimo film sul fatto che siamo noi artefici del nostro destino, sulle scelte e responsabilità che dobbiamo affrontare in ogni caso, senza delegare o dar colpa ad altri. Un'opera "popolare", non esente magari da alcune superficialità, o momento meno felice, come capita a tutti i film, capace di regalare comunque pensieri e suggestioni niente affatto banali.
Bravissimo Genovese, un regista in grado di gestire discorsi "seri", per un pubblico vasto e popolare.
Rischioso? Assolutamente, per via della pigrizia intellettuale di certo pubblico e anche di molti addetti ai lavori, che siano critici o colleghi con alle spalle un corto girato cogli amici del bar. Per costoro un regista, allargando la questione, un uomo, non può vivere una crescita personale, rimarrà sempre quello che faceva commediole stupide.
Il "classico regista di commedie italiane", un'onta indelebile. Un marchio d'infamia che rimarrà per tutta la vita, impresso a fuoco sulla carne del regista.
Il problema, però, non è tanto il direttore delle commediole, ma la cecità intellettuale di pubblico, critica e stimati colleghi.
Per questo motivo voglio confessare un cambio di giudizio da parte del sottoscritto, su un regista assai noto per film non proprio riusciti, ma che da un paio di pellicole, ha dimostrato un netto miglioramento, riuscendo a portarmi al cinema e a farmi amare profondamente le sue ultime pellicole, mi riferisco a : Paolo Genovese.
I più attenti avevano notato, già nella precedente opera - quel piccolo e meraviglioso gioiello che risponde al nome de " Perfetti Sconosciuti"- un passo in avanti rispetto alle pellicole precedenti. Niente di troppo definitivo, piuttosto sfumature ben precise sui personaggi e le situazioni. Un film decisamente mainstream, ma che prova a far riflettere il suo pubblico di riferimento, un pubblico-massa non proprio indisciplinato, su alcune contraddizioni, deviazioni, nei legami di coppia e amicizia. L'intento serio veniva mitigato da momenti di pura comicità, i quali non erano - come in precedenza- il fine per identificare l'oggetto filmico e le sue intenzioni, ma un mezzo per far passare concetti molto più profondi o seri. Il bellissimo finale, non compreso da molti che lo considerarono " buonista", faceva intendere la voglia di distaccarsi dal passato e tentare nuove strade.
Oggi questo tentativo ha un nome : The Place.
Il film è la trasposizione su grande schermo di una serie tv americana , The booth at the end, opera che non ho ancora visto, per cui - e per fortuna- il mio sguardo è scevro da ogni tipo di confronto inopportuno tra originale e versione italiana. Dovremmo esser abbastanza adulti per capire che ogni regista ha una sua sensibilità, per questo uno stesso soggetto , in linea di massima, potrebbe esser altro rispetto a quello che è l'originale.
Tornando al film, mentre lo guardavo pensavo che Genovese con questa pellicola ha fatto davvero un'opera spartiacque, di divisione e rottura col suo passato. Senza proclami altisonanti, senza volersi snaturare troppo, ma è chiaro che questo film sia un tentativo di "far altro", di prendersi anche dei bei rischi.
Perché chi seguiva la sua carriera, si aspetta commedie disimpegnate, un po' conformiste, da seguire mentre fai o pensi ad altro, e questo non è il caso di The Place, visto che richiede massima attenzione e partecipazione nei confronti dei personaggi, sicchè a molti codesto cambiamento potrebbe non garbare. Ad altri invece risulterebbe stonata la pretesa di un regista di film commerciali, d'incasso, di voler fare "cose serie". Un'imperdonabile invasione di campo.
Poi ci siamo noi spettatori indisciplinati, che concediamo sempre fiducia e solidarietà agli artisti che mettono impegno nelle loro opere: per farci ridere, emozionare, pensare.
In molti casi veniamo premiati colla visione di film assolutamente riusciti: come in questo caso
Un uomo misterioso, perennemente seduto ad un tavolino di un bar- ristorante, incontra diversi tipi umani: tutti hanno un desiderio, un obiettivo da realizzare o raggiungere. Spesso questi desideri od obiettivi sono molto seri, tanto che costoro accettano i compiti ingrati proposti dal misterioso uomo in cambio della propria soddisfazione.
Chi vuole che il marito malato di Alzheimer torni in sé, chi vuol salvare il proprio figlio da una malattia terribile, chi vuol ritrovare Dio, tantissime sono le richieste.
Il mio primo pensiero è stato sul fatto di come noi esseri umani siamo vittime delle nostre speranze, fantasie, dolori, e che questi ultimi non possano essere classificati tra importanti e meno.
Il personaggio di Silvia D'Amico, una ragazza decisamente carina che si vede brutta e accetta di far una rapina per diventare bella, ha la stessa drammaticità del personaggio di Vinicio Marchioni, un padre disperato per la malattia gravissima del figlio e per questo disposto a uccidere una bambina al fine di salvar il suo pargolo.
Perché la sofferenza, come la bramosia, non si pongono il dilemma della fame nel mondo, di chi dorme per strada, attraversa i mari su barconi, o tutte le Grandi Cose, che stanno a cuore a quelli che sanno solo giudicare a cuor leggero il dolore altrui. I giorni persi dietro a desideri bassi e volgari, o a dolori da poco, ridicole speranze e illusioni patetiche, sono gli stessi che passerebbero e ci farebbero soffrire se fossimo costantemente impegnati in grandi cause collettive.
Sono egoisti i protagonisti di questo film? Non so. In realtà i loro desideri, quasi tutti, sono legati a un momento di incontro/scontro col mondo, che non sanno affatto manovrare e per questo scelgono la strada semplice e facile: affidarsi a chi, non importa come, riesce a realizzare la nostra richiesta
Domanda e offerta, come se la nostra vita fosse un prodotto messo sul mercato, che ha bisogno di bilanci, tagli, nuova gestione, saldi. Alla fine una delle letture di questa opera, potrebbe esser anche questa, o perlomeno è quello che ho pensato vedendo il film
Cosa però ci accomuna tutti in questi tempi indecisi e confusi? La mancanza di responsabilità unità a un'idea distorta e individualista di libertà individuale. I personaggi compiono certe scelte per concretizzare un loro bisogno di libertà individuale, "io voglio, io ho bisogno" che però si scontra col discorso di scelta e responsabilità personale. Il personaggio misterioso del sempre ottimo Valerio Mastandrea, li avverte di continuo: puoi dire no. Costoro invece se la prendono con lui, proiettando quello che sono nel profondo, sul tizio che hanno davanti. In questo modo possono dire a sé stessi cose terribili, ma le sotterrano sotto il classico scarica barile nei confronti dello sconosciuto.
Opera che ho trovato molto simbolica, metaforica, per via di un bar che mi par fuori da ogni spazio e tempo, un posto che richiama a sé i personaggi, sconosciuti che però per mille motivi si incontrano/scontrano, determinano la vita e le azioni degli altri, il personaggio di Mastandrea, che non vediamo mai entrare o uscire, come se si manifestasse e scomparisse coll'apertura e chiusura del posto.
Per questo motivo trovo importante il personaggio della Ferilli: il suo compito è quello di esser speculare al personaggio di Mastandrea. Simbolo della compassione, della pietà, del bene, che vede e avverte il buono anche nel Male.
In questi giorni, ripensandoci, però penso che vi sia un simbolismo meno biblico-cristiano, quelli ormai sono affari di Aronofsky, e più "umanista". Per cui sono giunto alla conclusione che la cameriera e il misterioso cliente, siano complementari: entrambi parti di quel sistema complesso e contraddittorio, che è : l'essere umano.
Lei è la nostra parte migliore: quella meno rigida, portata a comprendere e consolare gli altri e sé stessi. Quella parte che una volta trovata e non allontanata, ci rende persone migliori.
The Place è un bellissimo film sul fatto che siamo noi artefici del nostro destino, sulle scelte e responsabilità che dobbiamo affrontare in ogni caso, senza delegare o dar colpa ad altri. Un'opera "popolare", non esente magari da alcune superficialità, o momento meno felice, come capita a tutti i film, capace di regalare comunque pensieri e suggestioni niente affatto banali.
Bravissimo Genovese, un regista in grado di gestire discorsi "seri", per un pubblico vasto e popolare.
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giovedì 2 giugno 2016
FIORE di CLAUDIO GIOVANNESI
"L'amore va oltre/ evade una prigione" Ecco, in questa frase di un piccolo classico dell'illustre cantautore Gatto Panceri, si potrebbe trovare il senso di codesto film.
L'amore, l'amicizia, la voglia di dare e ricevere affetto e attenzione, di aver qualcuno, sono cose belle date in omaggio o premio ai cittadini perbene e onesti, o ci riguarda tutti? Un delinquente, un o una giovane che si ritrova o sceglie una strada fatta di reati e furti, è forse incapace di innamorarsi? Sono domande che questa pellicola pone ai suoi spettatori. Non lo fa cercando di forzare la mano, mostrandoci ragazzi e ragazze sottoposti alla repressione dello Stato, non cerca una netta divisione tra poveri cristi e guardie infami, non ci sono scene di violenza all'interno di quelle mure, tipiche di moltissimi film che tendono a romanzare una realtà dominata dal tedio, dal tempo interminabile, dalle sbarre, dal cortile, dai lavori che dovrebbero servire per reinserire nella società, chi comunque ha sbagliato e ha commesso gesti non giustificabili.
In Fiore, c'è la quotidianità dietro le sbarre, la normalità fragile e le dinamiche dei rapporti fra detenute che rispecchia, nel bene e nel male quello che avviene fuori.
La galera non è un mondo a sé stante, non è altro rispetto a quello che le persone sentono, provano, subiscono, fuori. Certo esistono regole e restrizioni ben precise, ma se andiamo oltre si formano gruppi, si litiga, si gioisce per una partita giocata in cortile. Nelle galere è anche possibile innamorarsi.
Giovannesi , alla sua seconda opera, ragiona e mostra questo semplice fatto: una persona non è il suo reato, se dovessimo colpire e fermare qualcosa è il reato stesso, capendone le origini, spesso sociali e culturali, non tanto l'uomo o la donna, che posti in altri ambienti e condizioni potrebbero migliorare.
Ora non è una legge universale, non vale per tutti, io sono convintissimo che esistano anche casi irrecuperabili, credo che vi siano profonde differenze anche fra i tipi di reati, una ragazzina che ruba cellulari non ha le stesse colpe di un potentissimo boss della mafia. Però è vero che entrambi appartengono al genere umano e che in entrambi vi sia qualcosa di gentile. Poi noi decidiamo dove posizionarci. Tra quelli che, per dirla alla Spielberg: "ogni essere umano è importante" o come altri che riconoscono l'umanità dietro al criminale, ma sentono forte anche un senso di responsabilità sociale, quello che dici o fai non si può cancellare solo perché sei gentile con i cani, o gli occhi diventano lucidi quando senti parlare il tuo figliolo. Per quanto mi possa sforzare, io sono ancora nella seconda categoria di persone. Nondimeno essendo molto contraddittorio mi ritrovo anche ad appassionarmi all'essere umano e a soffermarmi su quanto di buono possano dare e fare.
Fiore è la storia di Daphne e Josh, o un nome da tamarri come il veccho Kevin molto amati nel mondo colorato e vivace del sottoproletariato. Lei romana, lui milanese, si ritrovano in un carcere minorile. Piano piano nasce tra loro due un sentimento che dall'amicizia diventa amore. La forza del film è proprio nel mostrare la nascita di questo amore. Tenero, dolce, anche acerbo e ingenuo, come sono gli amori dei giovani. Poi per fortuna invecchiamo, eh! Ma questo non è il film che abbiamo visto.
Tutta questa normalità, quotidianità stride con il carcere ma nemmeno tanto. Si pone l'accento sul suo voler esser un posto dove sia possibile rimanere umani, avere, per quanto il posto possa offrire, anche un centro per festeggiare l'ultimo dell'anno, fare lavoretti, non esser del tutto abbandonati. Ripeto non ci sono scene madri, non abbiamo guardie sadiche, ma ci sono delle ragazze in conflitto tra loro o buone amiche, c'è una che in cella ci sta con il bimbo di pochi mesi, e questo mostra anche un aspetto del tutto negativo della legge/burocrazia. Molto bello anche il rapporto tra Daphne e il padre, ex galeotto che vive facendosi mantenere da una donna romena, due perdenti ma di grande dignità.
In fin dei conti Fiore, è un film sull'adolescenza, la scoperta dell'amore, il difficile rapporto con i genitori, la voglia di esser individui e allo stesso tempo di appartenere a un gruppo.
La pellicola è prodotta, tra gli altri, da Valerio Mastandrea e Gianni Zanasi, l'eccellente regista di quella gemma che è : La felicità è un sistema complesso. Mostra ancora una volta il grande interesse per il sociale , e quindi per il politico, di Mastandrea. Il quale si ritaglia la parte del padre, personaggio umanissimo e ricco di sfumature. L'opera si lascia apprezzare sopratutto per la bellissima fotografia di Daniele Ciprì, e per il suo bellissimo messaggio: non esistono differenze di sorta tra un sedicente gruppo di cittadini onesti e civili e persone difettose, meritevoli di "pena di morte" o altro, o almeno esiste in termini di debolezza che ci spinge sulla strada del crimine, ma non nel modo di vivere l'amore, i sentimenti. Fuori e dentro le galere le persone cercano solo qualcuno da amare, di essere amati.
Lo comprendo anche io che non sono proprio un garantista, ma sono attento alla comprensione di ogni essere umano
L'amore, l'amicizia, la voglia di dare e ricevere affetto e attenzione, di aver qualcuno, sono cose belle date in omaggio o premio ai cittadini perbene e onesti, o ci riguarda tutti? Un delinquente, un o una giovane che si ritrova o sceglie una strada fatta di reati e furti, è forse incapace di innamorarsi? Sono domande che questa pellicola pone ai suoi spettatori. Non lo fa cercando di forzare la mano, mostrandoci ragazzi e ragazze sottoposti alla repressione dello Stato, non cerca una netta divisione tra poveri cristi e guardie infami, non ci sono scene di violenza all'interno di quelle mure, tipiche di moltissimi film che tendono a romanzare una realtà dominata dal tedio, dal tempo interminabile, dalle sbarre, dal cortile, dai lavori che dovrebbero servire per reinserire nella società, chi comunque ha sbagliato e ha commesso gesti non giustificabili.
In Fiore, c'è la quotidianità dietro le sbarre, la normalità fragile e le dinamiche dei rapporti fra detenute che rispecchia, nel bene e nel male quello che avviene fuori.
La galera non è un mondo a sé stante, non è altro rispetto a quello che le persone sentono, provano, subiscono, fuori. Certo esistono regole e restrizioni ben precise, ma se andiamo oltre si formano gruppi, si litiga, si gioisce per una partita giocata in cortile. Nelle galere è anche possibile innamorarsi.
Giovannesi , alla sua seconda opera, ragiona e mostra questo semplice fatto: una persona non è il suo reato, se dovessimo colpire e fermare qualcosa è il reato stesso, capendone le origini, spesso sociali e culturali, non tanto l'uomo o la donna, che posti in altri ambienti e condizioni potrebbero migliorare.
Ora non è una legge universale, non vale per tutti, io sono convintissimo che esistano anche casi irrecuperabili, credo che vi siano profonde differenze anche fra i tipi di reati, una ragazzina che ruba cellulari non ha le stesse colpe di un potentissimo boss della mafia. Però è vero che entrambi appartengono al genere umano e che in entrambi vi sia qualcosa di gentile. Poi noi decidiamo dove posizionarci. Tra quelli che, per dirla alla Spielberg: "ogni essere umano è importante" o come altri che riconoscono l'umanità dietro al criminale, ma sentono forte anche un senso di responsabilità sociale, quello che dici o fai non si può cancellare solo perché sei gentile con i cani, o gli occhi diventano lucidi quando senti parlare il tuo figliolo. Per quanto mi possa sforzare, io sono ancora nella seconda categoria di persone. Nondimeno essendo molto contraddittorio mi ritrovo anche ad appassionarmi all'essere umano e a soffermarmi su quanto di buono possano dare e fare.
Fiore è la storia di Daphne e Josh, o un nome da tamarri come il veccho Kevin molto amati nel mondo colorato e vivace del sottoproletariato. Lei romana, lui milanese, si ritrovano in un carcere minorile. Piano piano nasce tra loro due un sentimento che dall'amicizia diventa amore. La forza del film è proprio nel mostrare la nascita di questo amore. Tenero, dolce, anche acerbo e ingenuo, come sono gli amori dei giovani. Poi per fortuna invecchiamo, eh! Ma questo non è il film che abbiamo visto.
Tutta questa normalità, quotidianità stride con il carcere ma nemmeno tanto. Si pone l'accento sul suo voler esser un posto dove sia possibile rimanere umani, avere, per quanto il posto possa offrire, anche un centro per festeggiare l'ultimo dell'anno, fare lavoretti, non esser del tutto abbandonati. Ripeto non ci sono scene madri, non abbiamo guardie sadiche, ma ci sono delle ragazze in conflitto tra loro o buone amiche, c'è una che in cella ci sta con il bimbo di pochi mesi, e questo mostra anche un aspetto del tutto negativo della legge/burocrazia. Molto bello anche il rapporto tra Daphne e il padre, ex galeotto che vive facendosi mantenere da una donna romena, due perdenti ma di grande dignità.
In fin dei conti Fiore, è un film sull'adolescenza, la scoperta dell'amore, il difficile rapporto con i genitori, la voglia di esser individui e allo stesso tempo di appartenere a un gruppo.
La pellicola è prodotta, tra gli altri, da Valerio Mastandrea e Gianni Zanasi, l'eccellente regista di quella gemma che è : La felicità è un sistema complesso. Mostra ancora una volta il grande interesse per il sociale , e quindi per il politico, di Mastandrea. Il quale si ritaglia la parte del padre, personaggio umanissimo e ricco di sfumature. L'opera si lascia apprezzare sopratutto per la bellissima fotografia di Daniele Ciprì, e per il suo bellissimo messaggio: non esistono differenze di sorta tra un sedicente gruppo di cittadini onesti e civili e persone difettose, meritevoli di "pena di morte" o altro, o almeno esiste in termini di debolezza che ci spinge sulla strada del crimine, ma non nel modo di vivere l'amore, i sentimenti. Fuori e dentro le galere le persone cercano solo qualcuno da amare, di essere amati.
Lo comprendo anche io che non sono proprio un garantista, ma sono attento alla comprensione di ogni essere umano
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