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mercoledì 28 aprile 2021

MINARI di LEE ISAC CHUNG.

 Il minari è un ortaggio che cresce un po' dappertutto, come le erbacce. In questo modo la nonna del giovane protagonista spiega una verdura coreana, come un tentativo di rammentare al bambino che, seppur nato e cresciuto in occidente e in  America, rimarrà per sempre un coreano. Ed è anche la metafora della resistenza umana, della sua tenacia anche quando le cose vanno male. 

Tuttavia cosa rimane della nazione d'origine, quando vivi da anni in un altro contesto? Una nostalgia di comodo, consolatoria, un prender le distanze da una cultura estranea ma che hai scelto (visto che la Corea rimane come un ombra sottile o un chiacchiericcio di fondo più che una sincera voglia di ritornare o ribadire le tue origini) ma che ti viene in aiuto quando ti accorgi che non sei visto come un cittadino americano dalla popolazione locale, però non puoi nemmeno più dirti coreano. Il cibo, come sempre, è metafora di orgoglio per la terra che ti ha dato i natali, o ai tuoi nonni o genitori, ma anche di una superficiale riscoperta o tentativo di mantener in vita una cosa che hai perduto per strada. Questo è il dramma di qualsiasi immigrante o emigrante.  Scontrarsi col desiderio di ambientarsi totalmente nella nuova patria che abbiamo scelto e la sottile disperazione di non comprenderla del tutto. Voler tornare indietro per sentirsi al sicuro. L'immigrato socialmente "non è". Fa parte di una categoria molto ambigua, difficile, complessa, ci vogliono generazioni prima che si diventi davvero cittadino della seconda patria, mentre la prima rimane uno stereotipo, un piatto da cucinare, un ortaggio.

Pensate un po' come è complicata la vita quando si decide di trasferirsi in America. Non una semplice nazione, non una nuova patria, ma la terra del Sogno Americano, delle libertà e opportunità. Te la vendono bene codesta scemenza e ci caschi sempre. Dai tempi dei tuoi bisnonni, se non prima. Questa idea del sogno pesa sulla vite degli americani come un macigno, figuriamoci su chi si è trasferito per scappare alla miseria e si ritrova povero nella terra dove basta un po' di impegno e i soldi ti cascano addosso. Il risveglio è brusco, violento,  e ti pone una domanda non da poco: " Cosa fare? Mollare tutto oppure ridimensionare le aspettative, non temere il fallimento e perseverare?"
Questo è quello che capita a Jacob, il padre della famiglia Yi, dopo anni a far lavori umili lascia la California per andar a perdersi in un posto abbandonato da dio,(e per questo pregato con forza dai suoi abitanti) nell'Arkansans.  La disillusione ci viene già mostrata nella prima immagine. Monica, la moglie del nostro agricoltore improvvisato, vede la desolazione, il nulla, un posto ostile. E comincia a picconare ogni decisione e idea del consorte.  La situazione si fa talmente pesante che decidono di chiamare dalla Corea del Sud l'adorabile suocera. 

La figura dell'anziana signora porta scompiglio in particolare nella vita del piccolo David. Non solo per una naturale timidezza di fronte a una persona mai vista prima, ma anche perché la donna non si comporta affatto da classica nonna. Non fa i biscotti, non racconta favole, nemmeno aiuta in casa come ci si aspetta da una persona di una certa età.  Il suo carattere anti convenzionale aiuterà il bambino a esser meno timoroso nei confronti della vita.  Però, e per me questo è un merito, non cambia del tutto il quadro generale.
Che rimane una situazione al limite del disastro, perché la volontà e l'impegno, il duro lavoro, non bastano. Ci sono tanti altri fattori che, qualora venissero sottovalutati, potrebbero determinare un successo o un fallimento. 
Io ho trovato interessante e ben fatto il personaggio del padre perché rappresenta un uomo che comprende il disastro, ma non vuole fermarsi, abbandonare, scappare -come invece vuol fare da subito la moglie-  da quel pezzo di terra che gli offre solo fatica e bestemmie.  Non c'è ottusità in costui, ma la tenacia di non farsi sopraffare dalla sconfitta. A volte codesto comportamento scade in scemenza pura, altre volte invece ha del commovente. 
Un destino segnato che attira la simpatia e il sostegno di Paul, un uomo spacciato, escluso, isolato, folle con le sue preghiere ossessive e senza senso, ma che diventa il bastone con cui Jacob può sostenersi. Questa amicizia virile, come spesso succede quando si parla di amicizia tra uomini, vive di non detto, percepito, eppure profondo, radicato, forte.
L'immagine che ci restituisce il film è quella di un'America povera, dimenticata, ma che si alza ogni giorno per cercare di resistere, se non proprio vincere. La narrazione è imposta sull'empatia verso questi personaggi, le loro vite, i loro difetti e pregi. Queste sono le cose che mi son garbate del film: la voglia di rendere protagonista la classe proletaria americana, quelli che sono dalla parte sbagliata del sogno, che siano nati lì o migrati.
Però...
Cosa non funzione nel film? La mancanza di coraggio nel voler dar una sferzata tragica, potente, viscerale, di entrare con pienezza nelle vite dei suoi protagonisti, nel dramma.  Il distacco, trattenersi, va bene, ma ci deve essere allora una regia che sa creare atmosfere rarefatte, impalpabili, soffuse, attraverso una abbacinante costruzione dell'immagine, dell'umano perso e sciolto nella natura, che diventa protagonista distante e inaccessibile, ma presente in qualche modo.  La vita quotidiana è fatta di sofferenze e dolori che rimangono spesso implosi,  ma il cinema ha bisogno del contrario. Proprio gli americani, quando non si fanno prender dalla malattia indie da Sundance, ci hanno regalato opere rurali viscerali e di grande possanza. Perché il contesto è per forza di cose epico e doloroso: l'uomo che sfida il destino e la natura. 
Oppure puoi anche fare un film intimista, minimalista, che narra piccolissime cose, ma a questo punto diventa importante anche distogliere l'attenzione dal problema centrale del film, cioè come evitare il tracollo, e dai più spazio, lo rendi profondo, al rapporto tra la nonna e i nipoti, la nostalgia percepita o reale della patria che si è lasciata alle spalle. Ci sta, può venir fuori un buon lavoro.
Invece l'opera è inerte e incerta, affronta tanti temi, ma non approfondisce nulla.  Rimane un film con immagini anche convenzionali, che ha il pregio di narrare l'america minuscola, piccola, anche evitando certi stereotipi ( i locali non sono razzisti, che semmai subiscono l'astio di Monica che li giudica zotici)  ma non riesce a diventare puro cinema. Cosa che capita spesso in questi anni. Il cinema ridotto a prodotti usa e getta, né belli né brutti, fatti per esser visti, più o meno apprezzati e poi dimenticati.  Non  si vuol toccare nessun nervo scoperto, si vuol evitare la titanica potenza del dolore, ma allo stesso tempo non si è imparato nulla dalla lezione dei film di Capra o Spielberg, per cui non  c'è nemmeno un reale discorso umanista, di amore e speranza.
Tutto un po' sotto tono, didascalico, salvato da alcune intuizioni, tematiche, rappresentazioni, per nulla scontate in un mondo in cui anche i progressisti detestano i zotici e i proletari, ma che non diventa nulla. E una regia abbastanza anonima non aiuta in nessun caso.
Per cui non brutto come è stato descritto da molti, ma nemmeno un'opera per cui spender parole di assoluto entusiasmo.



lunedì 17 febbraio 2020

ODIO L'ESTATE di MASSIMO VENIER.

La follia delle persone si palesa in modo inequivocabile quando arriva l'estate.  Dal 21 giugno comincia la noiosissima e ridicola lamentela di gente infelice contro il caldo, contro il fatto che si suda, fino a darle la colpa di annebbiare  la mente delle persone.
Come se in inverno, al freddo, i pirla diventassero tutti premi Nobel.  Citando una persona che mia moglie segue su Instagram: "Non funziona così!!!!!".
Certo da ragazzo anche io mi lamentavo per motivi, che rivisti oggi,  mi sembrano del tutto sciocchi. Con i miei amici si andava a Riccione. Il nostro obiettivo era fare i telecronisti da spiaggia, commentando in diretta i bagnini assai ridicoli, il genere femminile,  e via dicendo. Siamo sempre stati molto comici senza risultare volgari. Erano le persone che controllavamo, ad esserlo.
No, vabbè! Fermi tutti. Queste cose le facevo io, perché mi rompevo i coglioni. La sabbia, il mare, io che non solo non so nuotare, ma ho proprio paura dell'acqua. Sono un uomo di montagna, sia  messo agli atti.
Per cui ho rotto le palle anche io, come voi, poi...Miracolo!
2003 Barcellona. La miglior vacanza della mia vita. Posti caldissimi, ma bellissimi.  Ho capito che potevo resistere a tutto, anche al caldo e alla spiaggia.  Sai quando comprendi che puoi vivere una normale vita da persona decente e che non è scritto da nessuna parta che tu debba fare il bimbominkia ad oltranza? Ecco, successe in quel momento.
Ho incominciato ad amare tantissimo questa stagione con mia moglie. Ogni cambiamento in meglio, ogni scoperta della bellezza che mi appartiene, passa sempre da lei. Ci mancherebbe altro.
Questo per dire che "Odio l'estate" è solo il titolo di una canzone bellissima, ma il film ne celebra la meraviglia e potenza salvifica e rigeneratrice, ultima parentesi di vita e felicità, prima del buio.

Io amo la Toscana. Penso sia una regione meravigliosa sospesa nel tempo, non è frenetica, piegata alla logica del profitto, ha zone ancora incontaminate e il mare qui, lontano da certi luoghi in cui si è una specie di Romagna in miniatura, è stupendo. Selvaggio, libero, non saprei come spiegarlo meglio.
Per cui non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di tornare a vivere in Brianza. Vivrò e sarò sepolto, tra una quarantina d'anni secondo i miei calcoli, qui a Firenze. O forse a Napoli.
Ci sono molte cose che non mi sono mai garbate nel modo di fare e vivere dei brianzoli, non mi sono mai sentito legato a Monza,  e da tempo immaginavo di lasciare la città per andare a stare più a Sud.
Firenze, mi par un buon compromesso. Magari eliminiamo da questa città la sua squallida, ipocrita, idiota borghesia e impediamo ai fiorentini di guidare qualsiasi mezzo a ruote, fatto questo la città sarebbe perfetta.
Il punto della questione è un altro, quanto delle nostre radici ci appartiene anche quando ci sentiamo differenti rispetto alla nostra terra di origine?
Credo che in fondo, nonostante tutto, quando nasci e vivi per tanto tempo in un posto apprendi un modo di approccio alla vita e ai sentimenti,  ben difficile da cambiare.
Per cui mi trovo benissimo in Toscana, amo per molti aspetti il Sud Italia, ma rimarrò sempre un lumbard. O meglio,  comprendo i loro modi di porsi e fare, l'imbarazzo che ci prende quando dobbiamo esporre i nostri sentimenti profondi,  il volersi mantener fuori del tutto da eventuali smancerie o auto celebrazioni ( queste ultime sono ammesse se parli di soldi e lavoro). Quel modo di commuoversi e di commuovere con un certo distacco che nasconde un pozzo di emozioni ribollenti e forti.
Sopratutto quel fare per gli amici con pochi gesti e ancor meno parole.
Cosa volete che vi dica? Mi basta un "taaac" di Pozzetto o un bisticcio di Aldo Giovanni Giacomo e mi sento a casa.  Un altro tipo di casa, però ci sto bene.
Anche perché i miei tentativi di passar per fiorentino si mostrano sempre disastrosi ( scusate ma sono normale e la c la pronuncio scusate eh) e mi piace l'iperbole, il paradosso, le esagerazioni verbali, quando siamo arrabbiati o dobbiamo esporre un fatto per noi importante.

Per questo il film di Massimo Venier ed Aldo, Giovanni, Giacomo, non solo mi è piaciuto, ma l'ho proprio amato.
Il film narra la storia di tre famiglie costrette a convivere in una casa presa in affitto per l'estate.  Al principio le cose non vanno benissimo, ma la condivisione, la coabitazione creano spazi di confronto e sostegno a vicenda.  La sceneggiatura sfrutta molto bene questo elemento e lo mette al servizio dei personaggi e degli attori. Pur essendo una commedia per un pubblico ampio, non ci sono macchiette e semplificazioni imbarazzanti in scena, ma persone comuni, normali.
Aldo è un uomo che ha un'ammirazione sconfinata per Massimo Ranieri, non si sa che mestiere faccia, è allegro, positivo, ha un bellissimo e passionale rapporto con la moglie. Giovanni è preoccupato per il suo negozio aperto dal 1921 e che ora è quasi sempre vuoto, ha una figlia adolescente- che ovviamente si innamorerà del figliolo di Aldo- e una moglie con la quale le cose non vanno benissimo. Va peggio ancora a Giacomo, ma d'altra parte ti sei sposato la commissaria del Bar lume dovevi già sapere dove andavi a parare.
Queste tre famiglie impareranno a conoscersi, stimarsi e a creare un bellissimo rapporto di amicizia.
Fino al finale che non ti aspetti, e che a me ha emozionato e commosso molto. Alla Brianzola, cioè trattenendo le lacrime e la voglia di piangere, per quel bellissimo finale sia in spiaggia, sia in casa di Aldo.
Ecco, questa pellicola mette in scena il meglio della commedia popolare. Schietta, vivace, eppure attenta ai personaggi e non solo ai protagonisti ( bravissime Maria De Biase, Carlotta Natoli e Lucia Mascino ) va pure i ragazzini sono descritti in modo assai reale e non stucchevole. Un inno all'amicizia, alla voglia di vivere e all'importanza di aver qualcuno con cui condividere la vita.
Insomma io questi tre li adoro da una vita. Da quando li vidi in quel programma rivoluzionario, unico e meraviglioso che era " Su la testa". Sanno metter in scena la milanesità schietta, buffa, commossa, come pochissimi altri.
Io credo che di questi tempi un film che sia un inno all'amicizia e ai rapporti profondi, sinceri, sia sempre da supportare, poi se è scritto, interpretato e diretto anche bene, meglio no?

venerdì 28 settembre 2018

LABOR DAY- UN GIORNO COME TANTI di J. REITMAN

1987. Henry è un ragazzino di tredici anni che si prende cura della propria madre. Adele, questo il nome della donna, è depressa per colpa della fine del suo matrimonio e soffre di agorafobia, per questo vive pressoché reclusa in casa. Il ragazzino ama tantissimo la sua mamma e cerca in ogni modo di rendersi utile, ma la situazione non è per nulla idilliaca.
Un giorno, il giovedì che precede il week end del Labor Day,  Henry costringe la madre ad andar a far la spesa nel supermercato del loro paese. Qui incontrano un uomo, ferito, che chiede a loro ospitalità per qualche tempo. Egli è un evaso .
La donna per paura che costui possa far del loro del male, sopratutto al suo figliolo, accetta malvolentieri di dar rifugio al delinquente.
Sarà un lungo week end dove capiteranno cose inaspettate.
Prima di tutto, una mia piccola digressione: date un Oscar al giorno a Kate Winslet! Fareste solo del bene al cinema. La totale dedizione che mette ogni volta nella rappresentazione dei personaggi è qualcosa di straordinario. Anche perché risulta sempre vera, credibile, non ci si ferma quasi mai a dire" Ecco Kate che fa.." ma riesce a farti amare il personaggio di quel film.
Ok, ora parliamo del film. Per me un'opera riuscitissima.
Il merito è da dividere tra regia, sceneggiatura e cast.  Infatti in questo film tutti recitano bene, a partire dai protagonisti.
Menzione speciale a Josh Brolin, il suo Frank è un personaggio pieno di chiaroscuri, un uomo che all'inizio quasi si teme non sapendo nulla di lui, ma che piano piano porta alla luce una certa bontà spiccia e proletaria, ma che ci lascia capire quanto non sia affatto cattivo.
Infatti se a scatola chiusa si pensasse di veder un classico film con degli innocenti tenuti in ostaggio di un criminale, questa certezza crollerebbe quasi subito.
E qui entrano in gioco i pregi della sceneggiatura e della regia.
Reitman punta sui dettagli, i piccoli particolari e ci guida- prendendo tutto il tempo necessario per farci amare questi personaggi- alla nascita di un nucleo famigliare.
Un possibile nucleo famigliare, la dolce certezza che la felicità sia a portata di mano.
Per cui si parte pensando di assistere a un dramma famigliare, a un film di genere già visto diverse volte e si finisce con l'assistere alla rinascita dei personaggi.
Frank costringendo Henry ed Adele a comportarsi come una vera famiglia, per non destare sospetti ma sopratutto per passare il tempo e rendersi utile, costruisce un solido legame con entrambi. Il ragazzino è nell'età delle insicurezze, un'età in cui è fondamentale una figura paterna che gli dia sicurezza, lo faccia sentire in  grado di gestire la vita. In  poche parole: un padre. Il loro rapporto è descritto benissimo. Attraverso piccole cose pratiche, poche parole dell'adulto che non critica mai il ragazzino ma lo incoraggia a superare le paure. Ah, quanto ho amato il personaggio di Frank!
Per la donna è invece la riscoperta della vita. Tutto qui. Capire che il dolore non è eterno, non dura per sempre. Comprendere che dopo la caduta vi è per forza la risalita.
C'è solo un piccolo particolare (non da poco) l'uomo è un evaso.
Attraverso dei flashback vediamo la sua storia, cosa l'ha spinto all'omicidio, e parallelamente veniamo alla conoscenza del dolore profondo che ha portato alla fine del matrimonio di Adele. Questi fatti ci spingono a voler per loro un lieto fine.
Anche in questo caso, come in "Un affare di famiglia" di Kore-eda, troviamo il tema della famiglia e della legalità. Perché per quanto Henry ed Adele arrivino ad amare Frank, ricambiati dall'uomo, egli è un evaso e la società vorrebbe nelle migliori delle ipotesi rispedirlo in galera, nelle peggiori ammazzarlo. Non rimane a loro che fuggire lontano, pretendere dalla vita la felicità che meritano.
Per molti il fatto che un film suggerisca la possibilità di una felicità ritrovata, non va proprio giù. Non tanto perché, come me, sono amanti del melodramma. No, perché costoro vedono la gioia, la felicità, come cose estranee alla loro vita e quindi anche a quella degli altri.
Per questo parlano di film consolatori, ricatti morali, buonismo. Costa fatica e durissimo lavoro ammettere che le cose possano anche andar abbastanza bene. Vedi le polemiche per il finale di "Carol", in cui era per molti impensabili che l'amore di due lesbiche non finisse in tragedia.
A volte ci scordiamo che essere consolati non sia una cosa brutta, ma un atto di gentilezza e generosità nei nostri confronti. A volte dimentichiamo che, pur non come ce lo siamo immaginato, non tutto è destinato ad andare male per sempre.
Per questo ringrazio questi film. Consolatori, buonisti? No, a loro modo veri e sinceri.

mercoledì 26 settembre 2018

UN AFFARE DI FAMGILIA di H. KORE-EDA

Cosa è una famiglia? Da chi è composta? Cosa ci rende padri e madri o fratelli e sorelle? Il fatto di aver messo al mondo un figlio, ci rende automaticamente genitore? Queste domande compaiono spesso nei film di Kore-eda. Il regista nipponico, infatti, ha da sempre sviluppato un profondo interesse per la famiglia, la sua composizione e le difficoltà che essa vive all'interno della nostra società. I suoi protagonisti non sono eroi, le sue famiglie non sono quasi mai perfette, eppure (pur non nascondendo i limiti e i difetti dei suoi personaggi) c'è sempre tanta empatia nella descrizione di vite spesso difficili o quasi mai risolte.
L'ultima sua opera (vincitrice della Palma d''oro nell'ultima edizione di Cannes) rispecchia in pieno lo stile e le tematiche classiche dell'autore giapponese. Protagonista una coppia sotto proletaria che campa di lavoretti e furti. Costoro nel tempo hanno creato un nucleo famigliare non legato dal sangue, ma dal destino che li ha fatti incontrare, creando con le altre persone una vera e propria comunità, una famiglia particolare che copia le dinamiche e la costruzione di una tradizionale. Un giorno nella loro vita entra una bambina piccola. La bimba è figlia di una coppia di scellerati. Persone che continuano a litigare tra di loro e maltrattano fisicamente la loro figliola. Per questo motivo la coppia di ladri decide di "adottarla" e farla crescere nel loro sgangherato ma affettuoso ambiente famigliare..
Vagamente questa è la trama del film. Il resto vi consiglio di scoprirlo andando al cinema perché le opere di Kore'eda meritano di essere viste al cinema. Non tanto perché vi siano azioni spettacolari, o per via di un uso della macchina da presa virtuosistico, ma per il semplice fatto che un tipo di cinema così sinceramente "umano", così rigorosamente empatico, va difeso ad oltranza.
Sopratutto è molto interessante il modo in cui il regista descrive questo nucleo famigliare"alternativo". Uno facendoci capire che non esiste nessuna alternativa, nessuna famiglia diversa o particolare, alla fine qualsiasi tipo di composizione abbia si ricalca fedelmente le dinamiche ed istanze di quella tradizionale. Perché le gioie e i dolori, le esigenze di confronto e distacco, l'affettuosità e la stanchezza, sono identiche per tutte le famiglie.  Per cui questi uomini e donne imperfetti/e che campano di lavori moralmente poco piacevoli ( vedi la ragazza che si masturba vestita da scolaretta per dei pervertiti che stanno dietro a uno specchio) di furti o ricatti, sono capace di amare e comprendere la sofferenza altrui. Mentre la coppia "borghese", inserita nella società, i veri genitori della bambina, non hanno remore a dar sfogo alla violenza per liberarsi delle loro frustrazioni quotidiane. Giudicare da un punto di vista legale,  in qualche caso, è assolutamente sbagliato. Perché le persone non agiscono secondo leggi scientifiche, matematiche, ma con l'istinto del momento, attraverso i loro valori e ideali, lasciandosi trasportare dal caos dei sentimenti. Per questo il film ti sbatte in faccia un dubbio, che poi è un finto dubbio: a chi affideresti la bambina? A persone che le giudichi da un punto di vista borghese le condanneresti a cinque mila anni più le spese? O a una famiglia naturale, classica, tradizionale, in regola per la legge, ma assolutamente disfunzionale per quanto riguarda tutto il resto?
Sono opere come queste che io giudico importanti e fondamentali. Quei film che ci spingono a farci domande, a riflettere su temi seri,  che danno spazio alla riflessione civile, sociale, etica, da parte dello spettatore.
Non perché sia lasciato spazio al pubblico di "arrivarci da solo". Per fortuna questa enorme cazzata viene snobbata, ma mostrandoti una storia, gli effetti che le scelte dei protagonisti hanno sulla loro vita, le responsabilità enormi che si sono presi, la messinscena dei loro difetti e vigliaccherie, alla fine sei costretto a domandarti che faresti in quel contesto. Ti vedi rappresentato da loro o dai poliziotti? Sei sempre convinto che per essere padri e madri si debba esserlo dal lato biologico soltanto o che padri e madri siano quelle persone che si occupano di un figliolo? Attraverso l'educazione, certo, ma sopratutto amandolo, insegnando a lui l'importanza dell'affettuosità fisica e "spirituale", facendolo sentire amato e benvoluto?
Io sostengo questa linea. Il mondo è pieno di pessimi padri e pessime madri che vedono i figli come loro oggetti. Peggio come una sorta di continuazione dei loro progetti. Il figlio non è una persona, ma l'immagine di me stesso che ora può soddisfare le proprie esigenze e sogni. Così costringono i figli a studiare materie che per loro sono importanti, che decidono le amicizie, sempre con la scusa squallida di "averti dato la vita". Ecco costoro non sono genitori, ma piccoli e frustrati dittatori. Impediscono la crescita e l'autonomia della loro figliola o figlio che sia. Questo è un caso, ce ne sono tantissimi altri. Io credo che un figlio appartenga a chi li sappia educare, li ami, li sostenga per quello che sono: persone.
Il film è essenziale e ben bilanciato. Non trattiene nulla, ma non eccede nemmeno nel voler insistere su certe cose. Mostra in modo chiaro e limpido quello che succede all'interno/esterno dei personaggi. Attraverso di loro si critica la società giapponese, si suggerisce una possibile utopia ben presto spezzata dalle regole e dalla vita. Sopratutto non si enfatizzano i protagonisti. Essi compiono anche cose riprovevoli, vivono crisi dilanianti, eppure c'è della bontà in loro.
Che aggiungere? Di nuovo un bellissimo film da parte di questo immenso e straordinario autore.

Ps: Sì, pirlettta caro, ho visto anche tutti i film di Ozu.

lunedì 30 luglio 2018

CARGO di YOLANDA RAMKE e BEN HOWLING

Un film semplice, lineare, non originale nella trama ma per me non è un problema. Per quanto mi riguarda al genere non chiedo originalità a tutti i costi, mi accontento di una buona storia e questo film, a mio modesto avviso, ha un racconto universale capace di conquistare anche gli spettatori poco avvezzi e attenti al genere horror.
La pellicola è la rielaborazione di un corto del 2013 e come tema mi ha ricordato un po'  Train to Busan. In realtà colla bellissima opera sudcoreana ha da spartire solo l'impegno di un padre nel salvare la figlia. No, a ben vedere ci sono pure degli infetti/zombi affamati di carne umana, dai quali i due dovranno difendersi.
Mentre nel film asiatico la bambina è già grande e il padre è un uomo d'affari assente nella sua vita, qui si punta di più sulla figura paterna.
L'Australia è vittima di un misterioso contagio che sta trasformando i suoi abitanti in esseri affamati di carne umana. Una volta che si viene morsi si ha al massimo un paio di giorni prima di trasformarsi in cannibali, dopodiché è impossibile trovare una guarigione. Il governo ha messo a disposizione una siringa con un siero che porta alla morte invitando di fatto la popolazione al suicidio.  Andy colla sua famigliola (composta da sua moglie Kay e la loro figliola di nemmeno un anno) viaggia al sicuro sul fiume. Un giorno per una disgrazia la moglie finisce contaminata, così si decide di attraccare la loro "imbarcazione" ed inoltrarsi nell'entroterra.
Qui avviene la svolta che rende il film qualcosa di meglio e più che un semplice film post-apocalittico: Andy viene morso dalla moglie.
Ormai è anche lui un contagiato e in poco tempo si trasformerà in un mostro. Prima deve trovare un rifugio sicuro per sua figlia.
Questa missione cambia l'approccio alla materia, almeno in parte. Ripeto è un film medio e non raggiunge mai vette di lirismo o terrore incontrollabili o ingestibili, però segue una linea ben precisa nel mettere in scena questa storia: quella della speranza.
Io amo il genere post apocalittico, davvero non mi stanca mai. Anche le opere meno brillanti o meno riuscite hanno sempre degli elementi che catturano la mia attenzione. In particolare amo che nel genere non manchi mai la speranza.
Infatti l'unico difetto che potrei fare a questa categoria di film è che puntino spesso a un nichilismo e cinismo  di bassa lega. I peggiori insistono su quanto siano squallidi gli esseri umani e per cui è un bene che si estinguano.
Io invece credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani. Costoro ci saranno sempre, non scompariranno, al di là di quanti esseri umani rimangano in giro dopo l'apocalisse.
Cargo fa parte di questa categoria. Martin Freeman è perfetto nel ruolo di un padre che decide di salvare la sua unica figlia, pur sapendo che egli non ha più speranza. La cosa migliore è che per tutta la durata del film, lui rimane un uomo normale, Non fa o dice cose eccezionali, anzi non è proprio un uomo che eccelle in qualcosa. Andy è solo un uomo e un padre.
Un uomo e un padre che ama la sua bambina. 
Un rapporto padre e figlia che viene messo in scena senza retorica alcuna,  lasciando spazio solo alla normalità e quotidianità dei gesti affettivi in un mondo che va alla deriva.
Mi è piaciuto il punto di vista del film, quello dell'uomo comune. Ho gradito perché non credo negli eroi, non ne ho bisogno. Trovo che l'eroismo non abbia nulla di spettacolare o particolare ma sia un atto di responsabilità individuale o collettiva, a disposizione di tutti noi.
Andy non ha una mira infallibile, non è un guerriero,  però ha una missione da compiere e si impegna a portarla a buon fine. Un po' come capita a tutti noi durante la nostra vita. Certo non abbiamo a che fare con degli infetti ma ci sono tanti, troppi dolori da sostenere, troppe cose che non vanno come dovrebbero andare e c'è sempre un momento in cui un figlio, un coniuge, un genitore hanno bisogno di noi. L'eroe non si tira indietro ma non ha nessun potere, se non quello dell'amore verso la persona in difficoltà.
Qui entra in gioco un altro elemento di grande interesse (lasciato un po' sullo sfondo ma di grande efficacia) una riflessione sulle origini dell'Australia. Terra di aborigeni conquistata dai bianchi. Infatti una delle poche comunità resistenti è proprio quella degli aborigeni.  Andy farà amicizia con una ragazzina di nome Thoomi che sarà decisiva per lo svolgersi degli eventi nella pellicola.
Ella fino all'ultimo non ha voluto abbandonare il padre infetto. L'amore di una figlia è tanto forte come quello di un padre per la sua bambina, per questo Andy e Thoomi sono personaggi che hanno molto in comune anche se di etnie ed età diverse.
I registi ci vogliono dire che la salvezza nasce intorno a un popolo antico, che nei secoli ha subito atti di violenza ed isolamento per mano di altre persone. Ora costoro possono ritornare ad essere padroni della loro terra. Questo discorso, più politico e sociale, rimane nello sfondo perché il tema principale è quello del padre che fa di tutto per salvare la figlia. Però è ben presente e in questi tempi di xenofobia incontrollata e di presunzione sulla bontà degli occidentali è un bene metterla in scena.
 Cargo  è solo un piccolo film, anche dimenticabile col tempo, ma dalla sua ha la visione di un mondo che resiste fino a quando c'è comunità, collettivismo, attenzione e difesa degli altri. Un mondo che, per quanto brutto, non potrà mai distruggere la bellezza dell'amore che un padre prova per la figlia.  Un film che si chiude con un bellissimo finale, almeno per quelli che come me credono che gli esseri umani siano migliori di quanto si dica e immagini.

giovedì 8 giugno 2017

Ritratto di famiglia con tempesta di H. Kore-eda

Io credo siano importanti le variazioni sul tema, piuttosto che l'originalità e l'anti retorica a tutti i costi. Perché se questi ultimi elementi non sai gestirli, vengono fuori cose brutte e insensate. Frutto di un odio verso ciò che è verosimile, reale, condivisibile col resto del mondo.
Mi piacciono tantissimo i film che parlano di gente comune, perché costoro sono tutto, tranne che "comuni". Lo diventano nel cattivo cinema o letteratura, nel pensiero annoiato dei reazionari, o dei borghesi chiusi in mondi fatati e isolati.
C'è più epica nella vita del salumiere sotto casa che in mille impavidi guerrieri e compagnia bella. Non dico che i guerrieri e il fantasy siano cose brutte- brutte, anzi vi sono autori meravigliosi e imperdibili, in quel campo. Io, da spettatore o lettore, preferisco altro: appunto lo ripeto di nuovo la possanza e maraviglia di fronte a vite e storie "ordinarie". ma che di banale o pleonastico, se ben vedete non hanno nulla
Kore-eda è un grande maestro nel mettere in scena codeste storie, bisogna dargli atto. Certo se dal cinema volete il fantastico, gli effetti speciali, eroi e cattivi, spettacolo e intrattenimento, ecco queste opere potrebbero annoiarvi; ma qualora foste intellettualmente normodotati e non bambinoni di quaranta anni, bè  datevi una possibilità: lasciatevi trasportare nella limpida poetica di esistenze "apparentemente lisce", va vi cito pure Ruggeri!

Ci sono molti modi per narrare la stessa storia. Per questo gli oligofrenici che se la sono presa colla sola opera degna di nota di Genovese, si son bloccati a : ma è sempre la stessa menata del gruppo di amici in casa e delle loro beghe. Carissimi, questo è il cinema! In particolare quello di genere, al massimo arriviamo a tre canovacci, poi sta all'abilità dello sceneggiatore e del regista a dargli spessore e importanza.
I film su famiglie che si ritrovano, dopo un lutto o per le vacanze, sono migliaia. Perché tutti abbiamo una famiglia, tutti abbiamo passato momenti orribili e voglia di riappacificare rapporti forse un po' tralasciati, fissi sulla nostra idea di chi sia un genitore, un figlio, si chiama "sindrome di Giovanni Mari", ti porta ad odiare un padre per tutta la vita, ma senza conoscerlo, basandosi su un'idea, un momento negativo. Capita a moltissime persone.
Per cui è normale e giusto che si facciano tanti film su questo tema. Kore- eda è un esperto del settore.
Per cui la differenza cosa la fa? Lo sguardo. Dolan, nel suo ultimo capolavoro, vuol farci notare la fragilità e inconsistenza delle relazioni, di come ognuno sia chiuso in un mondo ostile e a parte, Kore- eda si è laureato all'Università Virzì e Spielberg, lui crede negli esseri umani e nelle loro debolezze. Per questo, anche se non ci sono i finali più ottimisti di codesto mondo, c'è sempre una compassione profonda, una dolcezza soffusa. 
Non manca nemmeno in questa sua ultima pellicola. 
Ryota era una possibile promessa della letteratura, che si è voluto perdere in un mondo marginale basato su gioco d'azzardo, solitudine, un lavoro di investigatore privato non proprio onestissimo. Un uomo placidamente alla deriva. Uno di quelli che conosco bene e in un certo senso sento affine, forse anime troppo pigre per impegnarsi davvero a far qualcosa di buono, o troppo limpide per adattarsi a questo mondo. Non lo so, non importa.
La cosa fondamentale è che lui tenta di essere un buon padre, ama ancora la ex moglie, ma non è in grado di gestir al meglio quella cosa complicata che sono le relazioni umane. Una parola non detta o una di troppo, una confessione o richiesta d'aiuto che ci imbarazza o che avremmo dovuto fare. Così meraviglioso e fragile il mondo umano, come fai a non amarlo?
Così dopo una prima parte di descrizione del lavoro di Ryota, non la migliore, arriva la tempesta, che costringe i personaggi a trovarsi chiusi nell'appartamento della madre dell'ex scrittore. Non succede nulla, eppure succede tutto.
I dialoghi colla madre, col figliolo, con l'ex, sono ricchi di amore e delusione. Le basi della nostra esistenza. Lui vorrebbe essere migliore, ma non può. La differenza fra la retorica americana, la follia da pirla dei life coach e un aderire seriamente alla vita è questa: non tutte le vite brillano e sono destinate a una redenzione, un riscatto, al - mi si perdoni l'orribile termine- successo. La maggior parte vede fallire sogni, desideri, speranze, illusioni, allora cosa ci rende più grandi della vita? Il tentativo
Lo so, non farò mai quello che voglio, ma tento di farlo. E poi vado avanti, farò altro.
Capita a volte che si cresca in contesti dove l'infelicità sia una radice forte, dove ti vengono elencate le difficoltà, mancanze, difetti che hai, come se tu fossi un'anomalia. Così cresci convinto che ogni cosa sia una sconfitta meritata e non fai nulla. 
Invece dovremmo educare i nostri cari(figli fratelli genitori consorti) a tentare sempre di costruire/ricostruire dei rapporti umani solidi. Sono le cose che ci rendono vivi.

Questo avviene tra i personaggi di questo bellissimo film. Nelle loro incomprensioni umanissime, nel dolore e nella voglia di esserci, di parlarsi, di scontrarsi. 
Kore-eda non ci spinge a ritenere Ryota un essere deprecabile, non lo condanna, come non punta il dito contro nessuno dei suoi personaggi. Nemmeno li giustifica. Fa una cosa importante: li comprende, e ce li fa comprendere.
Dopodiché liberissimi di ritenere l'ex scrittore un uomo non apprezzabile, il giudizio è fondamentale di questi tempi così lassisti e normalizzatori a ogni costo. Però, prima, abbiamo avuto la possibilità di incontrare un uomo: disonesto e poco raccomandabile, ma anche pieno di amore per il figliolo e di rimpianto trattenuto per la sua vita.
Di questi tempi, film come questi, sono necessari e fondamentali.

mercoledì 20 gennaio 2016

LITTLE SISTER di HIROKAZU KORE-EDA

Alcuni registi amano narrare le piccole vicissitudini che capitano agli esseri umani. I rapporti con i famigliari in modo particolare. Da questo elemento si parte per parlare di vita, morte, affetti, piccoli rancori che il tempo rende macigni o li rende meno dolorosi.
Un cinema privo di effetti speciali, di scene madri devastanti, di personaggi che diventano simbolo del bene o del male. Ci sono solo delle persone.
Hirokazu Kore-eda  appartiene di diritto a questa meravigliosa categoria. Certo, anche io amo il cinema pieno di adrenalina e spettacolare, ma alla fine più che i super eroi mi interessano le persone invisibili, e le loro vite.
Invisibili perché non hanno grosse sciagure o grandi glorie, sicché risultano inutili agli occhi delle masse. Eppure ci sono, vivono, amano e soffrono, e nel loro piccolo io ci trovo l'immensità di una vita vissuta in sordina, ma che ha preziose gemme da donare.

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Non ha ricevuto critiche particolarmente lusinghiere codesta pellicola e io temevo una cocente delusione. Invece non è così. Non lo è per me, e per la mia sensibilità di Spettatore Indisciplinato. In particolare non concordo quando si dice che codesto film non mette in scena i sentimenti come nelle opere precedenti.
Little Sister è un classico film del regista giapponese. Vi è la stessa attenzione, delicatezza, partecipazione, amore per l'umanità che troviamo in molte delle sue pellicole precedenti.
Cosa narra codesta opera? Tre sorelle scoprono di avere una sorellastra nata da loro padre e la sua compagna. Quando l'uomo muore, la sorella maggiore pensa di invitare la sorellastra a vivere con loro.
Impareranno ciascuna di esse a vivere insieme, sostenersi, condividere una figura paterna amata/odiata. Il tutto senza che nessuna di queste meravigliose figure femminili prevarichi sull'altra. A noi interessa ogni singolo attimo di tutte e quattro. Non siamo chiamati a giudicare, non è nell'interesse del regista. Piuttosto a sostenere un viaggio di formazione e conoscenza insieme alle quattro giovani donne.
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Il film, in questi tempi di precarietà dei sentimenti e di cinismo da 4 soldi, ci invita a riconoscere e riconoscerci negli altri, a non sottovalutare i rapporti umani, bellissimo il legame che unisce le quattro protagoniste con i proprietari di un ristorante dove sono abituate ad andar a pranzare, ci dice che ogni essere umano è importante, cito Spielberg e non a caso, meglio quindi accogliere, ascoltare, vivere, con costui o costei il suo percorso per sostenerlo e aiutarlo, piuttosto che chiudersi in giudizi forse troppo duri. Te lo scrive uno che critica e giudica, che divide bene e male, ma che con il tempo è diventato anche più comprensivo e aperto nei confronti di chi potrebbe non rientrare nella categoria delle persone che stimo.

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Un film d'amore. Essenziale, in punta di piedi, discreto, eppure profondo e toccante.  Si ha la sensazione di conoscerle le protagoniste, si ha voglia di mangiar un ramen insieme e discutere delle nostre giornate.
Ci ricorda che in un mondo che demolisce ogni cosa, l'affetto per l'altro anche quando potrebbe parer difficile, non è una chimera o un'utopia, ma un piccolo e forte gesto quotidiano.

venerdì 12 settembre 2014

FANNY E ALEXANDER di INGMAR BERGMAN

Per umiltà e onestà intellettuale  vi dico subito:  uscirei sconfitto, se dovessi mettermi a fare il critico seriamente e tentare di analizzare un capolavoro simile..Come potrebbe un giornalaio di lissone spiegare il cinema di Bergman? Con tutte le tensioni autobiografiche ,le intuizioni geniali, la filosofia e la religione, troppa roba.
Non che in passato io abbia rinunciato ad occuparmi del maestro svedese,assolutamente. Crescendo, però, ci si rende conto di quanto sia inopportuno mettere in gioco le proprie considerazioni e opinioni .In quanto certi artisti sono talmente immensi, che ci vorrebbero pagine e pagine di libri per avvicinarsi minimamente alla loro portata.

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Fanny e Alexander è un racconto autobiografico dove Bergman cerca in qualche modo di fare i conti con la sua famiglia di origine. Come tutti gli appassionati sanno, l'infanzia di Ingmar è stata assai dura. Piena di soprusi da parte paterna, una certa indifferenza materna, conflitti con il fratello maggiore e la sorella, ( nella sua autobiografia , "Lanterna Magica", confessa di aver cercato malamente di eliminare entrambi , durante la sua infanzia), una prima gioventù spezzata da punizioni,incomprensioni,rancori, questo ha pesato duramente sulla sua formazione.
 Codesta opera narra anche di questo, basti pensare alla figura del Vescovo, ma è anche un modo di riparare  a quella sua vita così scarsa dal punto di vista affettivo. Infatti Alexander ha la fortuna di avere una nonna molto affettuosa, come la mamma che avrebbe voluto avere, e un padre, il direttore di teatro Oscar, che nel suo immaginario sarebbe stato il babbo giusto per lui e le sue passioni teatrali.

Intorno a lui una umanità composta da gente fragile,vittima delle proprie passioni, di una vita fatta di troppi umanissimi errori. Molto probabilmente è solo una mia impressione ,ma in codesta opera , mi pare che Bergman dia anche una leggera possibilità a una sorta di malinconica e intima felicità,( il calore affettivo della nonna, l'ombra del padre defunto), seppure essa sia prigioniera nella durissima realtà fatta prevalentemente delle punizioni del patrigno e di un ambiente del tutto assente dal punto di vista affettivo.

Quanto dolore si percepisce in questa pellicola! Implacabile, freddo,esso cerca di farsi spazio attraverso le forme possibili di una vita serena e l'unica salvezza possibile rimane una sola: la fantasia.

Poster

Quante volte nella nostra vita ci siamo affidati ad essa? Quante volte schiacciati da una situazione che ci arreca solo disagio, ci impegniamo affinché la fantasia possa darci un po' di sollievo? Scappatoie, anche facili. Però, sopratutto in alcune età, unico metodo per stare a galla,per salvarsi.
E sono proprio le fantasie di Alexander a dar un tocco di assoluta poesia e genialità alla pellicola, ( basti rimembrare la magnifica scena notturna nel negozio di marionette, con l'arrivo di Dio. Una sequenza quasi horror,davvero inquietante), l'autobiografia qui diventa un mezzo per riflettere su sé stessi e il potere che abbiamo sulla vita : possiamo cambiarla o no?
Ed è anche un atto affettuoso, in un certo senso, sul mondo piccolo fatto di cose anche veniali o poco pratiche nel mondo grande,ma da difendere assolutamente.

Guardando la pellicola pensavo alla Fragilità. Questa vergogna nel mondo degli uomini che non devono chiedere mai, dell'umanità spinta verso nuovi orizzonti di gloria, (cioè l'acquisto del nuovo I Phone),e così misera e amareggiata nelle relazioni sociali e nei suoi diritti di lavoratori. Eppure,per me la fragilità non sempre è un ostacolo. Semplicemente è una questione di sensibilità e intelligenza. Comprendere le sfumature, ( che son ben più di 50 ), del mondo e degli esseri umani, porsi in modo limpido,disarmato di fronte al mondo e agli altri. Anche questa è fragilità. E non è una vergogna.



In questa pellicola vediamo gente , anche di un certo livello, alle prese con i dolori e le piccole,quasi impercettibili gioie, e al centro la famiglia
Perché parte tutto da qui. Non ci scegliamo i genitori,ma come genitori influiamo tantissimo sulla crescita e la formazione dei figli. Ed è un compito che non finisce mai. Mica puoi dire, lo dicono ma i codardi, " ormai non è più affare mio". Perché il tuo figliolo è il risultato dei tuoi esempi, del tuo modo di vivere, che poi rinnegherà e combatterà, o porterà con sé amabilmente,ma la famiglia è importante come via di evoluzione di una persona. Siccome la responsabilità e la naturale conseguenza , in questi tempi spaventa assai,ecco che troviamo alibi anche per i genitori maldestri, inefficaci,o peggio ancora soffocanti e aguzzini dei loro figli.
Lo manifesta bene Bergman, questa ultima categoria, proprio nel momento in cui Alexander vede il fantasma del Vescovo. In quanto , seppure ,tu poi sceglierai la tua di vita e vivrai la tua di vita, non si cancellano gli insegnamenti e il vissuto nel momento formativo di un essere umano, ci accompagnano per sempre. Volenti o nolenti,come si dice.
In realtà non è solo la famiglia a esser fondamentale per la nostra persona e quello che sarà in bene o male ,la nostra vita. Conta anche l'ambiente, la nostra capacità di far fronte alle frustrazioni e alla repressione che subiamo crescendo. In poche parole : il passato. Gran parte delle migliori opere son dedicate proprio al confronto con il passato. Oggi,visto che non ci facciamo mancare nulla, pare naturale allontanarlo da noi. Secondo una triste filosofia di vita da fast food, ( l'americanizzazione + il "sempliciottismo" italico fanno danni culturali non indifferenti), si tende a cancellare il passato,a dire che non abbia importanza. Poi nel mondo grande ci troviamo il revisionismo a cazzo di cane e in quello piccolo, la dimenticanza comoda e rassicurante su quello che siamo,eravamo, cancelliamo errori e dolore ,ma pure le cose savie e belle. Le riteniamo vetuste e pleonastiche,allegria! Non è così.

E anche questo conta nel film di Bergman, ( in realtà in tutta la sua filmografia), la ricerca di una piccola oasi di pace ,in un passato ricercato e voluto,in una condizione umana di apparente felicità talora solo sognata e altre volte rincorsa e afferrata per pochi secondi. Felicità che trovi nell'arte,nel teatro, nella lanterna magica,nel cinema,ma sopratutto all'interno di un set ben collaudato. Come ci teneva a precisare lo stesso Ingmar
Che codesta pellicola sia un capolavoro dal punto di vista tecnico lo lascio dire a chi fa cinema e ne capisce. Chiaramente è così: fotografia davvero eccelsa, ad esempio. Come anche i discorsi sulla sua effettiva durata. Io ho quella martoriata da 188 minuti,ma è pura gioia per il mio cuore e i miei occhi



Sopratutto : cosa sarei io,senza il tuo cinema? Che tipo di spettatore abbietto, ancorato al nostalgismo canaglia,alla rincorsa gaglioffa nel declamare le lodi al" mestierantismo ", con le sue brutture per masse affamate di intellettualismi pleonastici, lontani dalla gioia e dalla pulcretudine assoluta del grande cinema? Che tipo di pensieri e dolori avrei provato? Se li provassi,abbandonandomi a certe lordure.

Lo Spettatore Indisciplinato è tale proprio perché è in continua ricerca del senso alto e nobile del cinema, perché vede in esso non solo il riempitivo di esistenze grige e monotone, o distacco senza dolore e riflessione da quello che mi circonda. Ma perché reputa il cinema un modo per formarsi come uomo e cittadino,come essere umano militante e spesso anche "tragicomicamente " ridicolo,ma possiamo anche esserlo. Non è un male, se tendi al tuo miglioramento,a un rapporto totale , ( di anima,carne,cuore), con questa stupenda e meravigliosa arte che è fare cinema.
Grazie Ingmar, ( e grazie :lars, woody, ozu, werner,moretti,scola....eh, quanti!)


giovedì 16 maggio 2013

LA NOTTE DELLA COMETA di THOM EBERHARDT




C'è un prima e dopo il "tarantinismo" secondo la mia umile,ma preziosissima opinione. Prima si scrivevano buone storie ,con personaggi seppur legati a certe regole del genere tutto sommato abbastanza reali, sia nel modo di agire che per quanto riguarda i dialoghi. Avevi una piccola introduzione nella quale in pochi minuti sapevi tutto di quel tizio o di quella tipa,e nel loro modo di porsi potevi identificarti,provare empatia,fare il tifo per loro e dire agli altri:va quello o quella non ti sembra uguale a....
Non voglio fare della nostalgia spicciola e infatti anche in quel periodo si scrivevano cose davvero terrificanti, (spesso in ambito action, il genere che meno amo di quegli anni),ma vi era una certa aderenza a quella che più o meno poteva essere la vita dello spettatore,di modo che aumentasse paura e immedesimazione tra noi e le potenziali vittime. Il tutto appunto stando dentro un recinto di regole ben precise.

Poi è arrivato Tarantino e molti pennivendoli hanno detto:"Fico..(anzi no,come diciamo noi brianzoli:figo!),l'ha fatto lui posso farlo anche io"
Così è cominciata la maledizione del dialogo figo del personaggio figo. I dialoghi che scimmiottano l'immaginario cinematografico,spesso in modo autoreferenziale e con un citazionismo manierato e stucchevole,i personaggi che sono prettamente roba da film. Un disastro, (cose sopportabili solo se fatte da Quentin, anzi io non le tollero nemmeno fatte da lui,ma posso dargli atto e onore di essere comunque un personaggio importante del cinema),anche perchè ora siamo passati al "rothismo" il dialogo imbecille del personaggio imbecille.

Tremo all'idea di qualcuno che volesse rifare questo piccolo,grande film ai giorni nostri. No,in realtà il remake in testa ce l'ho: Neil Marshall alla regia, Rhona Mitra- Regina- Sarah Paxton- Samantha- Jeremy Renner Ector,tipo una cosa così.

Bè,parliamo di questa pellicola. Io penso che sia tra le migliori opere fatte negli anni 80, pur essendo un film che viaggia tranquillamente nella produzione minore,nondimeno credo sia largamente sottovalutato e che rischi di finire nel calderone del film che cazzeggia,intrattiene,e dio santo..è ONESTO.
Penso altresì che molti lo confondino con una pellicola esplicitamente horror o fantascientifica,quando a mio avviso è decisamente di più e altro.
Almeno io ho colto queste cose durante la seconda visione del film,ma già da occhialuto le pensavo prima.
La Notte Della Cometa, è una commedia dolceamara sul legame forte e delicato di due sorelle ,le quali si ritrovano involontariamente a dover fare i conti con la fine del mondo.
Infatti tutte le regole del genere ci sono e il buon regista e sceneggiatore le rispetta,anzi mescola insieme un po' di horror con i suoi zombi, (che in sostanza è gente contaminata,la quale parla ,corre,spara,e  si nutre di altri,ma non sempre),i militari eccetera eccetera,ma se ci fate caso nel film ci sono lunghe scene di dialoghi tra sorelle ,come se si riscoprissero,avessero tempo per farsi forza tra di loro.
E non è da confondere con i film "cazzeggioni" perchè per tutta la pellicola vi è una soffusa e diffusa atmosfera malinconica,come se in punta di piedi e delicatamente ti facessero capire che per le due ragazze è finita per sempre la loro vita spensierata di giovani fanciulle e cominciasse quella piena di incertezze e pericoli di giovani donne. Per questo i momenti alti del film sono proprio certe piccole sequenze ,certe scene che vedono le due dialogare e comportarsi come quelle donne che abbiamo conosciuto.
A me commuove un po' il dialogo che Regina e Samantha hanno mentre sono sedute sul cofano di una macchina della polizia. Parlando del prima la minore si commuove e piange rimembrando un ragazzo che la corteggiava,era un po' goffo,una frana,ma lei in quel momento comprende che lui non ci sarà più e che la sua adolescenza è finita del tutto. Un piccolo gioiello di dialogo dove c'è dentro tutto senza spiegone eh. Tremo all'idea di un Roth o di un tarantinato che voglia mettere la mani a questa sceneggiatura che reputo,per il tipo di prodotto, deliziosa e perfetta.
Altro momento riuscito è il breve litigio sulla terrazza della radio. Sam accusa Reg di rubargli tutti i ragazzi,c'è la gelosia e rabbia della più piccola che si reputa inadeguata rispetto alla sorella grande che trova più sicura e adatta a sopravvivere nella giungla dei sentimenti.Il tutto girato con un uso magistrale dei dialoghi. Senza inutili forzature.
Quindi al centro del racconto ci sono loro due,due personaggi memorabili,che si ritagliano un posto d'onore all'interno del panorama cinematografico di genere.
Un film malinconico che vuol essere però positivo.La tragedia è tangibile ed evidente, (bellissime le sequenze che mostrano un mondo svuotato dalla maggior parte delle persone, vi è una mestizia sottile),ma le ragazze puntando sul loro affetto possono sopravvivere. Ed è una pellicola al femminile,pur essendo scritta da un uomo,tanto che i personaggi maschili sono funzionali alle loro scelte e non hanno gran peso. Hector fa la sua scena,ma non è che sia così fondamentale,mentre ad esempio anche la dottoressa che lavora con i militari cattivi è un personaggio con ampie sfaccettature ,e infatti un po' ci rimaniamo male per il suo sacrificio.
Come film sci-fi horror sa mantenere una certa tensione vedi la scena del doppio incubo con protagonista il poliziotto zombi e non manca anche una lieve,ma precisa denuncia anti militarista ,visto che i nemici dei tre protagonisti sono dei militari,i quali rimasti contaminati possono trasformarsi in mostri e poi morire.
Il regista sa girare molto bene anche queste parti,anche se è sul legame tra le due sorelle che mostra un ottimo talento
Persino il finale positivo non risulta stucchevole o fastidioso. E dice molte cose su cosa sia una famiglia,visto che alla fine Regina e Hector adottano una bambina e un ragazzino scampati alla tragedia e alle grinfie dei militari,mentre Samantha da prima si trova isolata, (e per farti capire questo basta la delicatezza della scena del semaforo,metafora e allegoria delle nostre scelte,perchè attraversando nonostante il rosso Sam incontra un ragazzo che forse diventerà il suo amore),poi grazie al destino le cose cambieranno in meglio anche per lei
E il dolly che mostra la "famiglia" che gioca in mezzo alla strada è una bellissima immagine senza sprofondare nel ridondante,retorico,pesante,insostenibile stuporismo di Spielberg,ma con una delicatezza,un pudore,un rispetto per i personaggi e noi davvero clamoroso
Questo film merita di essere visto,fatto conoscere ,non fosse altro perchè Regina e Samantha, sono due personaggi che non possiamo non amare.

sabato 23 marzo 2013

TAKE A SHELTER di JEFF NICHOLS

Diamo atto agli americani di avere un cinema indipendente assai valido e degno di nota. Così mentre il cinema per masse amorfe,ruminanti mangia pop corn e mandrie oligofreniche va trionafamente a puttane, ci sono dei cineasti che fanno grandi cose,assai interessanti,evitando di tirare in ballo stuporismi di sorta,ma puntando a una visione aspra e forte della vita e scegliendo storie non addomesticate,edulcorate,ma nemmeno pregne di quel cattivismo da happy hour tipico delle stronzate di Rodriguez e company
Un esempio di tutto questo è il film in questione: TAKE A SHELTER.
A parte che quando nel cast vedo il nome di Micheal Shannon mi aspetto film disturbanti,radicali,pessimisti e con grandi casini per i personaggi.E infatti!
Inoltre la parte della sua compagna o per dirla all'antica, (come piace a me), moglie  vi è la bravissima Jessica Chastain, una che ha lavorato in film memorabili come The Tree Of Life e nell'ultima opera (propagandistica?), della nostra amatissima Kathryn Bigelow.
Il film in questione è stato presentato al festival di sundance ed ha avuto una buona accoglienza anche in quella di Cannes nel 2011.
Curtis La Forche è un capo squadra di una ditta edile ,vive in una bella casetta in mezzo alla campagna con la moglie Samantha casalinga e sarta part-time,hanno una seconda casa al mare e il mutuo da pagare e una figlia Hannah sordomuta.Non manca a loro una certa serenità famigliare,hanno amici fidati,vivono la piccola vita della gente comune.
Ci sono anche i problemi,economici  e legati alle cure per la loro bambina,ma è una bella famiglia tutto sommato.
Fino a quando Curtis comincia ad avere strani sogni ricorrenti:temporali,pioggia,gente impazzita che assale lui e la sua bambina. Questi incubi lo trascinano piano piano verso una sorta di lucida follia. D'altronde sua madre stessa è ricoverata da anni per via di un disturbo mentale , schizofrenia.
Così incapace di distinguere il vero dal falso, sente in pieno giorno dei tuoni, decide di costruire un rifugio per la famiglia. Spaventato da quello che lui pensa sia la fine del mondo.
Gloria eterna a Nichols per come sa gestire benissimo un tema facile a scene forti,colpi bassi,istrionismi da guitti. Il tutto invece risulta essenziale,la caduta nella follia di Curtis non è mai troppo sbilanciata. Egli si trova sul confine del:sarà vero o lui è pazzo?D'altronde mai come in questi ultimi tempi noi sentiamo il peso della crisi mondiale:economica,politica,sociale,mo si mettono anche certe oche starnazzanti e certi reazionari di merda a rovinare i rapporti tra persone,nelle coppie,e così quale salvezza?Cosa potrebbe impedirci di impazzire del tutto?Così siamo pieni di paure,allarmismi,emergenze,insicurezze. Non vogliamo ammetterlo perchè scioccamente siamo convinti di vivere nella parte migliore del mondo, poveracci e cretini come non mai,ma quello che vedo è una mandria di bestie da macello.Spaventate cercano di scappare dalla loro fine cercando di attaccare quelle zone dove libere dal capitale vivono meglio.Frega un cazzo delle nostre false libertà liberali,non ti salvano quando l'uragano ha deciso di attaccare te.

Curtis diventa così il simbolo dell'uomo medio occidentale., da una parte, con le sue paure e la sua incapacità di riconoscerle se non mitizzandole, dall'altra è la coscienza del nostro mondo. Come capita a me che regolarmente devo imbattermi con le americanine e americanini di casa nostra, incapaci di comprendere la natura repressiva di israele e america,Curtis non è ascoltato dai vicini di casa e dalla moglie.
Gli incubi lo portano ad un passo dal crollo nervoso ,perde il lavoro ed entra in crisi con la famiglia. Il regista è molto bravo a gestire la sua discesa negli inferi. Usando una certa dottrina dell'anti spettacolarità,non punta ad urla e scene madri,ci mostra solo la fine di un uomo. O forse no...
Molto belle le scene riguardanti i brutti sogni del protagonista: minacciosi,disturbanti,pur mostrando pochissimo. Anzi, vedi la scena dove Curtis sogna la moglie ...Non succede nulla,eppure vi è una grande tensione.
Sono scene girate benissimo,eppure anche qui vi è una sorta di freddezza ,di azione secca e precisa,senza inutili fronzoli estetici. Si veda anche l'assalto alla macchina con a bordo l'uomo  e sua figlia ,ad esempio.
Inquieta,mette a disagio sottilmente,ed è un esercizio difficile perchè di troppa anti retorica si può anche morire dando alla luce un film insipido e gelido.
Non succede,perchè tutto funziona bene: dalla trama,alla regia,al cast di attori. Shannon e Jessica sono davvero bravissimi,impossibile non sentirli come persone vere
Il finale sulla spiaggia,con il cielo che promette bruttissime cose e prende la piega dell'apocalisse è suggestivo. Come la certezza che ormai non vi sia nulla da fare,o forse....

Questo è il cinema che mi piace,questo il tipo di film che voglio vedere. Niente inganni sentimentali, niente cinismo un tanto al chilo,ma rispetto e devozione per la storia,i personaggi,gli Spettatori Indisciplinati.
Il cinema d'autore è sempre preferibile rispetto a quello di puro intrattenimento,ultimamente troppo acriticamente sostenuto,perchè stimola l'intelligenza dello spettatore. Di chi vive il cinema come una sfida contro i suoi limiti,non date retta perciò alle mandrie di bovini con licenza di scrittura che esaltano le cagate  popolane, con la scusa che "se non ci fossero loro non potresti avere nemmeno il cinema d'autore che piace a te",poi dicono il contrario sostenendo che la crisi forte la vive la cinematografia di massa,mentre il cinema di nicchia- che noi amiamo,in quanto non ci confondiamo con le mandrie- resisterà perchè di sua natura è per pochi,a basso costo ecc....
In ogni caso noi siamo per il cinema d'autore militante,radicale,estremista,ancorato in una sorta di paradiso tra Realismo alla Dardenne e Realismo magico.Tutte cose che mancano al cinema italiano,contento di sfornare minchiate micidiali che siano i film inutili di una Cristina Comenicini, non l'altra sorella bravissima:Francesca, di piccoli drammi borghesi magari con qualche gay che fa tendenza,Ozptek, e vaccate atroci,commediole cretine e imbarazzanti.
Vedere un film come questo invece ti mette in pace con il mondo,l'arte,(perchè il cinema ,letteratura,musica ,è anche questo.Industria che si basa sulla creatività,arte,fantasia,altrimenti se dovessero mancare avremmo la merda in serie che ci ritroviamo e poi non lamentiamoci,magari dando la colpa al cinema d'autore,ma guarda un po' che cazzate...),ci fa sentire bene a livello fisico e intellettuale,ci dimostra che la nostra militanza sia giusta e che mentre gli altri si devono riunire in gruppi per sostenere le loro baggianate ,noi proseguendo solitari sulla nostra strada abbiamo visto giusto.
Un 'opera come questa ti fa volare alto,ti porta a riflettere,emozionarti,ti conquista ogni cellula del tuo corpo,e nel finale ti abbandoni all'inevitabile,con la serenità di chi ha appena visto e vissuto fino alla fine un grande capolavoro.
Ringrazio Elio Lovecchio per avermi fatto conoscere questo capolavoro

TRAILER

http://www.youtube.com/watch?v=e_weQ8Yxhp0

domenica 8 luglio 2012

LA CASA DEL DIAVOLO di ROB ZOMBIE

Negli infernali anni 90,io, non facevo altro che tirare bestemmie,(altro che i lanciatori di giavellotto),perchè la musica faceva schifo.Non sono nati gruppi memorabili,leggende,e insomma che ci vuoi fare?Ascoltavo hard rock anni 80 e tantissima roba italiana:prog e cantautorato per la maggiore.
Chiaramente ,però,qualcosina mi piaceva.E così anche se la Gloria Gloria Hallelujia di Miss Gibson,ha voluto tenere lontano da casa mia roba come i Nirvana,Alice in Chains,Hole-fottutissime cocksuckers di fottutissimi cocksuckers dei cessi pubblici delle celebrità dimenticate,penso che dopo un insulto che pare il titolo di un film della Wertmuller,non valga la pena chiedermi:che pensi delle Hole?-e quello là,il Corvo..No,non il film,ma quello che canta gracchiando fastidiosamente:ah,Smashing Pumpkins.Insomma mi faceva schifo quasi tutto...Ma ti piacevano gli White Zombie?Ehhhhhhhh!Talmente mi piacciono che ho il loro secondo disco da qualche parte in casa.Comunque si,dai,non mi dispiacevano.
Zombie poi ha continuato a cantare da solo,e poi ha debuttato come regista.
Qualcuno lo ama,qualcuno lo odia.Quelli che lo amano,chiamano Fulci poeta del macabro,qualcosa mi fa capire che forse i secondi abbiano ragione.Detto con il dovuto rispetto e in totale amicizia,perchè lovvo più io il genere umano di tre gay pride messi insieme,okkeio?Quindi..Ho visto questo film:La Casa Del Diavolo.
Prima cosa che vedo di Zombie regista.Che dire?Buono.Non quel capolavoro,quell'opera imprescindibile,quel capitolo fondamentale del genere,perchè a me ad esempio non ha fatto venire la voglia di rivederlo subito e non mi ha dato quelle sensazioni di rottura dello schermo,di partecipazione totale che mi han dato altre opere.
Per via di alcuni passaggi a vuoto,perchè in certi momenti la storia pare un po' campata in aria.
Però,è una pellicola gustosissima per via dell'uso delle musiche,del montaggio,di un'atmosfera malsana e politicamente radicale che fa molto anni 70.Il problema è questo:fa non è..
Tuttavia la pellicola si lascia guardare,esalta,colpisce per alcune scene.Ha dei personaggi borderline ,ma non caricaturali o pompatissimi.Siamo a un passo dal tarantinismo-rodreguiziano,ma Zombie sa donare umanità ai suoi eroi ,e le citazioni sono vere e sentite.
In questo film troviamo la famiglia di disadattati sociali e feroci assassini della sua opera d'esordio ,braccati da uno sceriffo in cerca di vendetta.La famiglia viene quasi sterminata durante il conflitto alla fattoria,ma alcuni si salvano.La loro fuga seminerà morte,violenza,distruzione,fino allo scontro finale con i poliziotti.
Il finale è bellissimo,splendido,commovente.Riesce dove la pellicola fallisce clamorosamente durante la durata del film:creare Epica amarissima,polverosa,di sangue e piombo.Infatti si conclude sulle note di un capolavoro come FreeBird dei leggendari Lynyrd Skynyrd.Davvero quella parte è di applausi a scena aperta e lacrime.
Quindi non credo a chi lo definisce un capolavoro,ma è sicuramente un film molto ben fatto,a tratti davvero angosciante e inquietante in altre meno.Bill Mosley e compagni -sopratutto la bionda signora Zombie una bella fanciulla che mena da matti eh!Tra le migliori donne de menare che abbia mai visto-sono dei cattivi con i fiocchi,una famiglia di folli,ma con piccole tenerezze che non li fanno diventare dei ridicoli sterminatori da barzelletta.
Non male,non male,dai!

martedì 13 marzo 2012

KES di KEN LOACH

Una delle prime opere del celebre regista inglese,uno dei pilastri della mia gioventù e successivamente caduto dai primi posti della lista per colpa di film come Un Bacio Appassionato stronzissimo filmetto di mero razzismo sinistrato male,non di facile reperebilità nei circuiti diciamo classici,ma che potreste trovare in ottime condizioni,(audio originale + sottotitoli),nel negozio che si trova vicino al torrente,quello di mr mulo.


Il caro,vecchio,Loach prende una storia da un romanzo inglese e porta sullo schermo le disavventure di un ragazzino :Billy Casper.Vive in un piccolo paese di campagna dell'inghilterra,con il fratello un minatore violento e ganassa:Jud e la madre .Una donna piuttosto infelice che ha un legame con un tizio mal sopportato dal figlio maggiore.


Billy ha avuto qualche piccolo guaio con la giustizia e lavora per un tabaccaio-giornalio,oltre ad andare a scuola.Una di quelle molto dure,anche se qualche insegnante più progressista c'è e ha un buon rapporto con il ragazzo.



Il giovane ha una grande passione:i falchi.Ne prende una e lo addestra,è la sua via di fuga dal grigiore,dalle regole stupide,dalla violenza,dall'ignoranza.Purtroppo non ha fatto i conti con l'idiozia di suo fratello,classico prodotto del sottoproletariato che andrebbe fucilato come nemico di classe.





Un film malinconica,ironico,sottile e profondo sulla vita dei ragazzi nei piccoli paesi,sulla classe meno abbiente,sulla sostanziale inutilità del tradizionalismo e delle cadute reazionarie.Uno dei migliori film che abbia come protagonista un bambino,un ragazzino.Cercatelo che ne vale la pena,questo almeno è quello che penso

martedì 28 febbraio 2012

BELLE SPERANZE di MIKE LEIGH

Il cinema inglese è sempre stato tra i più vivi e interessanti all'interno della scena europea,(anche se non possiede la forza intimista e tragica di quello svedese/bergmaniano),insomma rimango fermo dell'idea che gl inglesi al pari di tedeschi e francesi sian testine di vitello,ma diamo atto che perlomeno in campo cinematografico sanno girare e fanno cose assai interessanti

Mike Leigh ad esempio è un ottimo regista.I suoi film sono indagini,riflessioni,rappresentazioni,di vita quotidiana attraverso i rapporti e le relazioni umane.Dietro questo però c'è una fortissima idea politica.Il privato è politico?Certo,poichè ogni nostro gesto è politico.
Così i cambiamenti,le sconfitte,le tragedie e la felicità delle classi vengono diluite negli scontri famigliari e di coppie.Non perdono però efficacia,anzi.Diventano situazioni universali di modo che la critica arrivi a tutti.Grandi opere come Segreti e Bugie,Naked,sono il ritratto di esistenze precarie,vittime dei tempi e degli errori umani.
Belle Speranze è un film del 1988,qualcuno ai tempi lo definì come una pellicola facente parte della rinascita del cinema britannico.Non so,posso solo dirvi che è un film davvero riuscito.

Cyril e la compagna Shirley sono una coppia di conviventi che vivono in un quartiere popolare di Londra.L'uomo ha una sorella alcolizzata,svampita,che si è riciclata come borghese ,ma è una donnetta isterica senza gusto.Sposata con Martin un rozzo commerciante.Il problema che scoppia tra le due coppie riguarda la vecchia madre di Cyril e sua sorella Valerie.La donna infatti subisce i danni dell'età avanzata,oltretutto è l'ultima esponente dei vecchi abitanti del quartiere:una volta operaio,ora abitato da stronzi borghesi che comprano a bassissimo costo le case comunali,le ristrutturano e le rivendono a costi assai alti.La tensione sociale e famigliare esplode durante una festa di compleanno.

Questo è il cinema che mi piace:radicato nella quotidianità,analisi e riflessione sui rapporti umani,giudicati con un riuscitissimo mix di tenerezza e sarcasmo.
Leigh è un grande regista,mica come spielberg che è bollito e non sa più usare la telecamera!!!^_^(citazione!citazione!)

domenica 8 gennaio 2012

SHENANDOAH -la valle dell'onore di ANDREW V MACLAGEN

Storia della famiglia Anderson,degli allevatori ,durante la guerra di Seccessione.Loro non vogliono avere nulla a che fare con gli eventi bellici,perchè pur essendo virginiani,non sono concordi con lo schiavismo tipico del sud.
Per un tragico errore ,però,il figlio minore viene fatto prigioniero.Così il padre con i fratelli parte alla sua ricerca,venendo coinvolti loro malgrado nella guerra

Un robusto e classico western diretto dal mestierante Andrew V Maclagen,il quale affronta il tema del dovere del cittadino durante la guerra ,sposando la tesi che sia il destino e tutta una serie di eventi esteriori ed indipendenti all'uomo a dare sbocchi improvvisi verso la tragedia per molti e una gloria effimera per altri.
Un ottimo James Stewart nel ruolo del caparbio padre di famiglia dona spessore a una meravigliosa e gradevole pellicola da rivedere

giovedì 15 dicembre 2011

LA NOTTE DEI DIAVOLI di GIORGIO FERRONI

Sai come si dice ,no?Del maiale non si butta via niente.Anzi:'gnente. Quindi perchè perdere l'occasione di portare sullo schermo una storia già fatta,in modo sublime,da Mario Bava nel suo capolavoro :I TRE VOLTI DELLA PAURA?E infatti nell'anno di grazia del 1972 si produce e si mette sulla piazza codesta pellicola.
Un po' perchè hai a disposizione un racconto di Tolstoj e quindi arridajie c'hai fatto la figura di quello che si..famo l'horror,ma lo famo strano.Un po'perchè effettivamente è la classica soluzione abusatissima da tanto film di una casa e due strade.Si spende davvero poco.
Well,devo ammettere miei cari e mie adorate che il prodotto finale non è affatto male.Ora tenete in considerazione che Ferroni,con tutto il bene che gli si possa volere,non è Argento,Bava,vabbè ci metto anche Fulci.No,è uno di quelli che affollavano il mondo del cinema.Arrangiandosi e facendo anche prodotti dignitosi,un artigiano va!
Ebbene , credo che il giovine horror italico un film come questo se lo sogni di notte,perchè sullo stomaco ha ancora le carcasse di "in the market "e company.
Ottantasette minuti,con la dose horror distillata in alcuni momenti e con anche parti di dialogo,ma cazzo si fa cinema.Conosci i personaggi che dicono cose comuni,non parte il monologo figo del cafone tamarrone da palestra ,non c'è uno spiegone illustrato e ridetto trenta volte,ma suggestioni,percezioni,una sottile angoscia che poi esplode nel pre-finale con il povero italiano capitato nel posto sbagliato in Jugoslavia,che se la vede solo e soletto contro dei temibili vampiri.

Il film intrattiene senza offendere la nostra intelligenza e la dignità delle maestranze,degli attori,del regista.
Ora non parlo di un capolavoro ,di un film essenziale,è un prodotto medio che poi magari si scorda pure.Però è godibile.
Il finale amarissimo,che vorrei pure dirvi ma se volete scopritelo da voi con google,suggella una pellicola di onesto cinema di genere.Pura celluloide,senza altro che la voglia di raccontare una macabra storia