La follia delle persone si palesa in modo inequivocabile quando arriva l'estate. Dal 21 giugno comincia la noiosissima e ridicola lamentela di gente infelice contro il caldo, contro il fatto che si suda, fino a darle la colpa di annebbiare la mente delle persone.
Come se in inverno, al freddo, i pirla diventassero tutti premi Nobel. Citando una persona che mia moglie segue su Instagram: "Non funziona così!!!!!".
Certo da ragazzo anche io mi lamentavo per motivi, che rivisti oggi, mi sembrano del tutto sciocchi. Con i miei amici si andava a Riccione. Il nostro obiettivo era fare i telecronisti da spiaggia, commentando in diretta i bagnini assai ridicoli, il genere femminile, e via dicendo. Siamo sempre stati molto comici senza risultare volgari. Erano le persone che controllavamo, ad esserlo.
No, vabbè! Fermi tutti. Queste cose le facevo io, perché mi rompevo i coglioni. La sabbia, il mare, io che non solo non so nuotare, ma ho proprio paura dell'acqua. Sono un uomo di montagna, sia messo agli atti.
Per cui ho rotto le palle anche io, come voi, poi...Miracolo!
2003 Barcellona. La miglior vacanza della mia vita. Posti caldissimi, ma bellissimi. Ho capito che potevo resistere a tutto, anche al caldo e alla spiaggia. Sai quando comprendi che puoi vivere una normale vita da persona decente e che non è scritto da nessuna parta che tu debba fare il bimbominkia ad oltranza? Ecco, successe in quel momento.
Ho incominciato ad amare tantissimo questa stagione con mia moglie. Ogni cambiamento in meglio, ogni scoperta della bellezza che mi appartiene, passa sempre da lei. Ci mancherebbe altro.
Questo per dire che "Odio l'estate" è solo il titolo di una canzone bellissima, ma il film ne celebra la meraviglia e potenza salvifica e rigeneratrice, ultima parentesi di vita e felicità, prima del buio.
Io amo la Toscana. Penso sia una regione meravigliosa sospesa nel tempo, non è frenetica, piegata alla logica del profitto, ha zone ancora incontaminate e il mare qui, lontano da certi luoghi in cui si è una specie di Romagna in miniatura, è stupendo. Selvaggio, libero, non saprei come spiegarlo meglio.
Per cui non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di tornare a vivere in Brianza. Vivrò e sarò sepolto, tra una quarantina d'anni secondo i miei calcoli, qui a Firenze. O forse a Napoli.
Ci sono molte cose che non mi sono mai garbate nel modo di fare e vivere dei brianzoli, non mi sono mai sentito legato a Monza, e da tempo immaginavo di lasciare la città per andare a stare più a Sud.
Firenze, mi par un buon compromesso. Magari eliminiamo da questa città la sua squallida, ipocrita, idiota borghesia e impediamo ai fiorentini di guidare qualsiasi mezzo a ruote, fatto questo la città sarebbe perfetta.
Il punto della questione è un altro, quanto delle nostre radici ci appartiene anche quando ci sentiamo differenti rispetto alla nostra terra di origine?
Credo che in fondo, nonostante tutto, quando nasci e vivi per tanto tempo in un posto apprendi un modo di approccio alla vita e ai sentimenti, ben difficile da cambiare.
Per cui mi trovo benissimo in Toscana, amo per molti aspetti il Sud Italia, ma rimarrò sempre un lumbard. O meglio, comprendo i loro modi di porsi e fare, l'imbarazzo che ci prende quando dobbiamo esporre i nostri sentimenti profondi, il volersi mantener fuori del tutto da eventuali smancerie o auto celebrazioni ( queste ultime sono ammesse se parli di soldi e lavoro). Quel modo di commuoversi e di commuovere con un certo distacco che nasconde un pozzo di emozioni ribollenti e forti.
Sopratutto quel fare per gli amici con pochi gesti e ancor meno parole.
Cosa volete che vi dica? Mi basta un "taaac" di Pozzetto o un bisticcio di Aldo Giovanni Giacomo e mi sento a casa. Un altro tipo di casa, però ci sto bene.
Anche perché i miei tentativi di passar per fiorentino si mostrano sempre disastrosi ( scusate ma sono normale e la c la pronuncio scusate eh) e mi piace l'iperbole, il paradosso, le esagerazioni verbali, quando siamo arrabbiati o dobbiamo esporre un fatto per noi importante.
Per questo il film di Massimo Venier ed Aldo, Giovanni, Giacomo, non solo mi è piaciuto, ma l'ho proprio amato.
Il film narra la storia di tre famiglie costrette a convivere in una casa presa in affitto per l'estate. Al principio le cose non vanno benissimo, ma la condivisione, la coabitazione creano spazi di confronto e sostegno a vicenda. La sceneggiatura sfrutta molto bene questo elemento e lo mette al servizio dei personaggi e degli attori. Pur essendo una commedia per un pubblico ampio, non ci sono macchiette e semplificazioni imbarazzanti in scena, ma persone comuni, normali.
Aldo è un uomo che ha un'ammirazione sconfinata per Massimo Ranieri, non si sa che mestiere faccia, è allegro, positivo, ha un bellissimo e passionale rapporto con la moglie. Giovanni è preoccupato per il suo negozio aperto dal 1921 e che ora è quasi sempre vuoto, ha una figlia adolescente- che ovviamente si innamorerà del figliolo di Aldo- e una moglie con la quale le cose non vanno benissimo. Va peggio ancora a Giacomo, ma d'altra parte ti sei sposato la commissaria del Bar lume dovevi già sapere dove andavi a parare.
Queste tre famiglie impareranno a conoscersi, stimarsi e a creare un bellissimo rapporto di amicizia.
Fino al finale che non ti aspetti, e che a me ha emozionato e commosso molto. Alla Brianzola, cioè trattenendo le lacrime e la voglia di piangere, per quel bellissimo finale sia in spiaggia, sia in casa di Aldo.
Ecco, questa pellicola mette in scena il meglio della commedia popolare. Schietta, vivace, eppure attenta ai personaggi e non solo ai protagonisti ( bravissime Maria De Biase, Carlotta Natoli e Lucia Mascino ) va pure i ragazzini sono descritti in modo assai reale e non stucchevole. Un inno all'amicizia, alla voglia di vivere e all'importanza di aver qualcuno con cui condividere la vita.
Insomma io questi tre li adoro da una vita. Da quando li vidi in quel programma rivoluzionario, unico e meraviglioso che era " Su la testa". Sanno metter in scena la milanesità schietta, buffa, commossa, come pochissimi altri.
Io credo che di questi tempi un film che sia un inno all'amicizia e ai rapporti profondi, sinceri, sia sempre da supportare, poi se è scritto, interpretato e diretto anche bene, meglio no?
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lunedì 17 febbraio 2020
mercoledì 20 febbraio 2019
Green Book di Peter Farrelly
Green Book, tradotto vuol dire "Libro Verde". No, non è quel magnifico trattato politico che era la costituzione libica, ma più prosaicamente un itinerario in cui si mostra e si indica agli afro-americani in viaggio, dove sostare, che strade fare, vuoi mai che tu possa dormire nello stesso motel dove sta un bianco!
Sopratutto nei primi anni sessanta, per un nero non era facilissimo muoversi e vivere negli Stati Uniti. C'era la segregazione, bombe nelle chiese. linciaggi.Insomma non era proprio un bel posto. Come ben sappiamo ci sono state lotte sacrosante da parte della popolazione afro americana. Lotte che spesso si contaminavano anche con un discorso di classe e questo contraddistingue il movimento per i diritti degli afro americani, rispetto ad altri più borghesi e di maggior successo tra i bianchi e bianche.
Questo film è ambientato in quel contesto sociale e politico ma non confondiamolo con opere (come ad esempio Detroit) che puntano di più sulla denuncia e sulla rappresentazione del conflitto. Il problema razziale è presente, in ogni fotogramma, ma è lasciato a qualche esplicita scena, peraltro legata a fatti quasi marginali, non violenti e tragici, ma per questo ancora più incisivi. Per il resto della durata il tema razziale è in sottofondo. Legato ai dialoghi, agli atteggiamenti, e alle dinamiche tra i personaggi. Tutto questo perché Green Book è una commedia, non un dramma. D'altronde il film è diretto dal tizio responsabile, insieme al fratello Bobby, di pellicole come "Scemo e più scemo", "Kingpin", " Tutti pazzi per Mary". Il registro che gli appartiene è quello della gag, della leggerezza, non del cupo e radicale dramma politico. Io credo che questo possa giocare a sfavore della pellicola perché la commedia è considerata dai dotti e sapienti e dagli eterni incazzati, come una sorta di sguattera, una poco di buono, una creatura inferiore, nel e del magico mondo dei generi. Non è così. Qui non puoi giocartela con un jump scare, non ci puoi mettere una scena di sesso dietro l'altra con il sax in sottofondo, o un po' di inseguimenti e sparatorie che alla fine il prodotto l'abbiamo portato a casa.
Nella commedia devi fare una cosa precisa e fondamentale, altrimenti rovini tutto: devi scrivere degli ottimi personaggi.
Personaggi, quindi esseri di finzione per cui farai anche uso di luoghi comuni. Sarebbe meglio evitarli, certo, ma è difficile se vuoi che il tuo prodotto sia visto da più persone possibili. Non è solo questo il motivo. Ecco, alcuni spettatori che la sanno lunga vivono in un magnifico mondo di cinema trattenuto, senza ricatti morali, senza retorica, senza film. Perché a furia di prosciugare rimani al secco. In nome di questa lotta ideologica e auto referenziale al luogo comune, alla retorica, dovremmo aspettarci un italo americano che negli anni sessanta lavorava come buttafuori per il più celebre locale di New York (capito il soggetto?) non rozzo, 'cafone, con gesti e linguaggi scurrili, ma pensieroso, avido lettore e poeta, di larghissime vedute. In realtà sullo schermo vediamo una rappresentazione verosimile, che potrebbe anche non garbarci, ma che descrive il contesto sociale di quel tempo, la sua composizione e come vivono le persone frutto di quel tipo di ambiente.
La commedia usa i luoghi comuni, a volte malissimo come nei cinepanettoni, altre volte decisamente bene. Come in questo caso.
Quello che vediamo sullo schermo è un classico gioco di contrasti. Da una parte un proletario italo americano con tanto di famiglia chiassosa a seguito e amicizie non proprio raccomandabili, dall'altra un raffinatissimo musicista afro americano. Come è facile immaginare due uomini davvero all'opposto che finiranno per conoscersi ed apprezzarsi. Queste sono le regole del cinema medio e della commedia, sopratutto americana. Fossimo meno ossessionati dal dover scrivere "disturbante", "devastante", " visionario", capiremmo che non viviamo di capolavori e film spiazzanti, ma di pellicole medie. Non mediocri. Anzi, spesso questo tipo di cinema è girato con cura, attenzione per i personaggi, storie che tutti possono capire. Commuovono, divertono, intrattengono senza troppe sfumature, eppure alla fine sono quelle pellicole che a noi spettatori lasciano qualcosa. Perché la nostra vita è fatta di retorica, luoghi comuni, banalità. Prima lo accettate meno vi perdete in pensieri contorti, o se preferite: in seghe mentali.
Tony (un eccezionale Viggo Mortensen) accetta di accompagnare il musicista Don Shirley in una lungo tour attraverso tutti gli Stati del profondo Sud, nel ruolo di autista. Lo fa per soldi, per aver un lavoro, non tanto perché sia un convinto anti razzista. Durante il viaggio i due cercano di trovar un modo decente per non ammazzarsi, non è semplice visto che l'italo americano è un logorroico senza freni e il rinomato musicista una persona spocchiosa e distaccata. Per cui non due personaggi che ti ispirano simpatia immediata. Tuttavia strada facendo verranno a galla, anche appena accennati. elementi che mostreranno quello che entrambi stanno nascondendo a se stessi e al mondo. Tony avrà la forza di metter in dubbio alcuni pregiudizi imparati per inerzia, perché li sentiamo tante di quelle volte da farci l'abitudine. Per cui non si è razzisti per un motivo politico, ma per consuetudine, costumanza, assuefazione. Don avrà modo di ragionare sul suo distacco verso la sua gente, come se fosse una sorta di difesa contro il razzismo e l'odio dei bianchi. L'illusione che suonando per loro, forse un pochino si possa far parte di quel mondo inaccessibile a migliaia di altri afro americani. Nondimeno in più di un'occasione mostra grande forza e dignità, quando l'ipocrisia dei bianchi viene a galla. Talora non c'è bisogno di un pestaggio o di una violenza fisica, basta esser costretti ad usare un lercio, squallido bagno nel cortile di un bianco ricco (che poco prima ti riempie di complimenti per la tua musica) o non poter cenare nel ristorante dell'esclusivo Hotel nel quale andrai ad esibirti da lì a poco; per comprendere i danni fatti dal razzismo.
Un uomo quando assiste a queste cose può agire in due modi: 1) me ne frego. Non è un mio problema, 2) stare dalla parte di chi subisce questi atti infami. Tony decide per la seconda possibilità. La cosa potente è che non si tratta di un intelligente ed istruito uomo di cultura che comprende i meccanismi brutali del mondo in cui vive. No, la scelta giusta è fatta da un uomo volgare e violento, da uno che oggi condanneremmo come populista, analfabeta funzionale, un proletario ignorante che pretende di poter votare. Eppure questo uomo così pieno di difetti starà dalla parte del colto e sofisticato artista afro americano.
Green Book è un buonissimo prodotto medio, recitato davvero bene da Mortensen e Mahersala Alì. Un film che parla di amicizia, comprensione, confronto. La cosa divertente è che qualcuno ha il coraggio di lamentarsi di queste cose vedendoci del buonismo. Questo succede perché non siete più in grado di capire, apprezzare, sostenere la vita. Non quella piena di cose eclatanti o meravigliose, degne di eroi e martiri. No, quella banale, quotidiana, dove siamo chiamati ad agire in prima persona, in cui possiamo correre il rischio di pensare anche per gli altri, riconoscerci in costoro. Pare una cosa da poco, sciocca anche, ma di questi tempi è un grande insegnamento.
Spesso i film medi sono pieni di ottimi spunti di riflessione, che noi rifiutiamo perché il regista non è quello della "crudeltà", del "pessimismo radicale", cose che ci consolano e ci fanno stare meglio. Perché se il mondo fa schifo e le relazioni non contano, mi basta scrivere "devastante" e poi farmi i cazzi miei. Ma se un'opera per le masse, per gli spettatori comuni, ci mostra una storia di amicizia (per giunta vera) allora dobbiamo piantarla di giocare a fare i fighi de facebook e domandarci come agiremmo noi. Dobbiamo confrontarci con le emozioni, i sentimenti, le scelte.
Alla faccia del "solito e innocuo filmetto hollywoodiano".
Sopratutto nei primi anni sessanta, per un nero non era facilissimo muoversi e vivere negli Stati Uniti. C'era la segregazione, bombe nelle chiese. linciaggi.Insomma non era proprio un bel posto. Come ben sappiamo ci sono state lotte sacrosante da parte della popolazione afro americana. Lotte che spesso si contaminavano anche con un discorso di classe e questo contraddistingue il movimento per i diritti degli afro americani, rispetto ad altri più borghesi e di maggior successo tra i bianchi e bianche.
Questo film è ambientato in quel contesto sociale e politico ma non confondiamolo con opere (come ad esempio Detroit) che puntano di più sulla denuncia e sulla rappresentazione del conflitto. Il problema razziale è presente, in ogni fotogramma, ma è lasciato a qualche esplicita scena, peraltro legata a fatti quasi marginali, non violenti e tragici, ma per questo ancora più incisivi. Per il resto della durata il tema razziale è in sottofondo. Legato ai dialoghi, agli atteggiamenti, e alle dinamiche tra i personaggi. Tutto questo perché Green Book è una commedia, non un dramma. D'altronde il film è diretto dal tizio responsabile, insieme al fratello Bobby, di pellicole come "Scemo e più scemo", "Kingpin", " Tutti pazzi per Mary". Il registro che gli appartiene è quello della gag, della leggerezza, non del cupo e radicale dramma politico. Io credo che questo possa giocare a sfavore della pellicola perché la commedia è considerata dai dotti e sapienti e dagli eterni incazzati, come una sorta di sguattera, una poco di buono, una creatura inferiore, nel e del magico mondo dei generi. Non è così. Qui non puoi giocartela con un jump scare, non ci puoi mettere una scena di sesso dietro l'altra con il sax in sottofondo, o un po' di inseguimenti e sparatorie che alla fine il prodotto l'abbiamo portato a casa.
Nella commedia devi fare una cosa precisa e fondamentale, altrimenti rovini tutto: devi scrivere degli ottimi personaggi.
Personaggi, quindi esseri di finzione per cui farai anche uso di luoghi comuni. Sarebbe meglio evitarli, certo, ma è difficile se vuoi che il tuo prodotto sia visto da più persone possibili. Non è solo questo il motivo. Ecco, alcuni spettatori che la sanno lunga vivono in un magnifico mondo di cinema trattenuto, senza ricatti morali, senza retorica, senza film. Perché a furia di prosciugare rimani al secco. In nome di questa lotta ideologica e auto referenziale al luogo comune, alla retorica, dovremmo aspettarci un italo americano che negli anni sessanta lavorava come buttafuori per il più celebre locale di New York (capito il soggetto?) non rozzo, 'cafone, con gesti e linguaggi scurrili, ma pensieroso, avido lettore e poeta, di larghissime vedute. In realtà sullo schermo vediamo una rappresentazione verosimile, che potrebbe anche non garbarci, ma che descrive il contesto sociale di quel tempo, la sua composizione e come vivono le persone frutto di quel tipo di ambiente.
La commedia usa i luoghi comuni, a volte malissimo come nei cinepanettoni, altre volte decisamente bene. Come in questo caso.
Quello che vediamo sullo schermo è un classico gioco di contrasti. Da una parte un proletario italo americano con tanto di famiglia chiassosa a seguito e amicizie non proprio raccomandabili, dall'altra un raffinatissimo musicista afro americano. Come è facile immaginare due uomini davvero all'opposto che finiranno per conoscersi ed apprezzarsi. Queste sono le regole del cinema medio e della commedia, sopratutto americana. Fossimo meno ossessionati dal dover scrivere "disturbante", "devastante", " visionario", capiremmo che non viviamo di capolavori e film spiazzanti, ma di pellicole medie. Non mediocri. Anzi, spesso questo tipo di cinema è girato con cura, attenzione per i personaggi, storie che tutti possono capire. Commuovono, divertono, intrattengono senza troppe sfumature, eppure alla fine sono quelle pellicole che a noi spettatori lasciano qualcosa. Perché la nostra vita è fatta di retorica, luoghi comuni, banalità. Prima lo accettate meno vi perdete in pensieri contorti, o se preferite: in seghe mentali.
Tony (un eccezionale Viggo Mortensen) accetta di accompagnare il musicista Don Shirley in una lungo tour attraverso tutti gli Stati del profondo Sud, nel ruolo di autista. Lo fa per soldi, per aver un lavoro, non tanto perché sia un convinto anti razzista. Durante il viaggio i due cercano di trovar un modo decente per non ammazzarsi, non è semplice visto che l'italo americano è un logorroico senza freni e il rinomato musicista una persona spocchiosa e distaccata. Per cui non due personaggi che ti ispirano simpatia immediata. Tuttavia strada facendo verranno a galla, anche appena accennati. elementi che mostreranno quello che entrambi stanno nascondendo a se stessi e al mondo. Tony avrà la forza di metter in dubbio alcuni pregiudizi imparati per inerzia, perché li sentiamo tante di quelle volte da farci l'abitudine. Per cui non si è razzisti per un motivo politico, ma per consuetudine, costumanza, assuefazione. Don avrà modo di ragionare sul suo distacco verso la sua gente, come se fosse una sorta di difesa contro il razzismo e l'odio dei bianchi. L'illusione che suonando per loro, forse un pochino si possa far parte di quel mondo inaccessibile a migliaia di altri afro americani. Nondimeno in più di un'occasione mostra grande forza e dignità, quando l'ipocrisia dei bianchi viene a galla. Talora non c'è bisogno di un pestaggio o di una violenza fisica, basta esser costretti ad usare un lercio, squallido bagno nel cortile di un bianco ricco (che poco prima ti riempie di complimenti per la tua musica) o non poter cenare nel ristorante dell'esclusivo Hotel nel quale andrai ad esibirti da lì a poco; per comprendere i danni fatti dal razzismo.
Un uomo quando assiste a queste cose può agire in due modi: 1) me ne frego. Non è un mio problema, 2) stare dalla parte di chi subisce questi atti infami. Tony decide per la seconda possibilità. La cosa potente è che non si tratta di un intelligente ed istruito uomo di cultura che comprende i meccanismi brutali del mondo in cui vive. No, la scelta giusta è fatta da un uomo volgare e violento, da uno che oggi condanneremmo come populista, analfabeta funzionale, un proletario ignorante che pretende di poter votare. Eppure questo uomo così pieno di difetti starà dalla parte del colto e sofisticato artista afro americano.
Green Book è un buonissimo prodotto medio, recitato davvero bene da Mortensen e Mahersala Alì. Un film che parla di amicizia, comprensione, confronto. La cosa divertente è che qualcuno ha il coraggio di lamentarsi di queste cose vedendoci del buonismo. Questo succede perché non siete più in grado di capire, apprezzare, sostenere la vita. Non quella piena di cose eclatanti o meravigliose, degne di eroi e martiri. No, quella banale, quotidiana, dove siamo chiamati ad agire in prima persona, in cui possiamo correre il rischio di pensare anche per gli altri, riconoscerci in costoro. Pare una cosa da poco, sciocca anche, ma di questi tempi è un grande insegnamento.
Spesso i film medi sono pieni di ottimi spunti di riflessione, che noi rifiutiamo perché il regista non è quello della "crudeltà", del "pessimismo radicale", cose che ci consolano e ci fanno stare meglio. Perché se il mondo fa schifo e le relazioni non contano, mi basta scrivere "devastante" e poi farmi i cazzi miei. Ma se un'opera per le masse, per gli spettatori comuni, ci mostra una storia di amicizia (per giunta vera) allora dobbiamo piantarla di giocare a fare i fighi de facebook e domandarci come agiremmo noi. Dobbiamo confrontarci con le emozioni, i sentimenti, le scelte.
Alla faccia del "solito e innocuo filmetto hollywoodiano".
domenica 17 luglio 2016
TRUMAN di CESC GAY
Quanti modi ha di manifestarsi, l'amore? C'è quello per una donna, per un amico, per i famigliari, per un cane. Non fossimo così infelici e persi, così scioccamente attaccati a una vita di effimere felicità e libertà, di sentimenti precari, non ci sarebbe bisogno di ricordarcelo. Ameremmo in modo spontaneo, semplice, naturale. Ma è anche vero che -forse- la nostra vita è un po' "plagiata" dalle cattive notizie quotidiane, non parlo mica di attentati e cose simili. Parlo di quella marea di gente debole che si nasconde dietro cinismi d'accatto, dei tanti piccoli egoisti che giustificano ogni loro vigliaccheria con un distacco sulle sofferenze umane.
Questo film ci mostra come i sentimenti e le relazioni siano fondamentali. Lo fa attraverso la storia dell'amicizia di due uomini, argentini, in quel di Madrid. Tòmas torna in Spagna per assistere l'amico Julian, condannato da un brutto male. La morte è la protagonista assoluta di questo film, insieme con l'amore per un amico che è destinato a morire, e per un cane, compagno fedele e base solida per Julian.
Quando hai poco tempo, cosa fai? Come ti comporti? Si può o peggio si deve affrontare l'ultimo viaggio da soli, o è fondamentale la compagnia di qualcuno? Dobbiamo pensare in quel periodo a vivere ogni secondo, in un presente che vorremmo diventasse eterno, o è giusto pianificare il dopo? Occuparci di quelli che rimarranno? Sciocco o giusto abbandonare la chemioterapia? Giusto o sbagliato decidere di ammazzarci quando le cose andranno male?
Questi temi vengono affrontati o quantomeno accennati in questa commedia tenera e malinconica, che a mio avviso ha il grande torto di appartenere alla categoria del "cinema trattenuto", cioè quel cinema del pudore, dell'anti retorica, che finisce poi per esser poco coinvolgente. Adatto a chi usa l'alibi del ricatto morale per tener lontano da sé, anche in un film, il dolore, la sofferenza, ma sopratutto la commozione. Dobbiamo veder fino a un certo punto, e il dopo no. Così andiamo a casa tranquilli e sereni. Non amo affatto questo modo di metter in scena storie che peraltro sono drammatiche, tragiche, commoventi. Io amo il melodramma, quello popolare ed estremo, per cui certe cose di questa pellicola le ho trovate troppo trattenute. Però è una scelta del regista e del resto il film è decisamente buono, merito di certi dialoghi, certe parti di sceneggiatura, ma sopratutto per i due btavissimi attori: Ricardo Darin e Javier Càmara. E non dimentichiamo il cagnone protagonista: Truman.
Buono perché comunque, come ogni film dovrebbe fare, durante la proiezione non dovremmo perder tempo su dettagli tecnici che lasciano sempre il tempo che trovano, ma trovarci a riflettere, a pensare.
Io seguendo codesti due straordinari, bravissimi, attori ho pensato a cosa farei..
Cosa farei se fossi malato gravemente e terminale. Si, uno potrebbe dire, ma perché ti vedi nel malato e non nell'altro? Perché tu hai questa fottuta immedesimazione con personaggi che in un modo o nell'altro, stanno sempre male? Bess, Michele, Donatella, e tanti altri.
Perché agli altri, a chi amo, all'umanità, voglio lasciare la gioia, se la meritano. Tutto qui. O perché per vari motivi penso di star male o esser inadeguato, varie cose. Ma questo argomento, se non vi offendete, lo approfondirò i terapia eh!
Comunque: si, prima pensavo. Mi ucciderò, se dovessi star male senza speranza alcuna. Non voglio soffrire. Mi pare giusto e umano. Ora non so. Mi par che sia il discorso di una società fast food, dove arrivi, ti prendi il menù migliore e se per caso tu non potessi più mangiarne, allora è meglio uscire. Lasciando i commensali alla nostra tavola, felicissimi di esserci e disposti magari a pagarti una parte di quel menù che tanto ti piace, o semplicemente a star a tavola con te, perché ti vogliono bene, perché la tua scomparsa non è tragedia solo per te, ma anche per loro. C'è questo che non sopporto: io con certe scelte uccido non solo me stesso, ma anche tutto l'amore, attenzione che gli altri danno a me. Però già da sani non capiamo quanto gli altri ci stiano aiutando. Preferiamo tenerci il nostro dolore come alibi, e giudicare i "sani" per le mancanze nei nostri confronti. Poi appena uno ti palesa il fatto che fino a quando terrai gli occhi aperti starà con te, lo allontaniamo in malo modo.
Nessun senso di colpa, no dobbiamo averne in questi casi. E Tòmas lo manifesta apertamente. Questo però non vuol dire diventare complice di idee sbagliate, solo non abbandonare il nostro amico, esserci. Come possiamo esserci.
Però la morte ci spaventa. oggi a me più di prima. Oggi c'è una persona che mi ama, e quindi mi viene difficile pensare che tra 40 anni dovremmo dividerci, dai qualche anno in più, ma più o meno. Mi fa paura l'idea del nulla, temo l'oblio, penso che i credenti con quella storia del paradiso siano fortunati, hanno una bellissima illusione. Mi piace l'idea, esposta nel film, che dopo, quando saremo defunti, qualcuno che tanto ci ha amati in vita venga a prenderci.E insieme cominceremo un meraviglioso viaggio nell'infinito. Vorrei trovarci Achille, Mirtilla, i miei, gli amici che mi hanno preceduto e ppi accompagnare mia moglie. Stare insieme, in una gioia senza fine. Si, lo so: invece non ci sarà nulla e di noi non rimarrà traccia, ma se il nostro cazzo di universo è Bergman, ecco la mia vita vorrei viverla con la retorica di un film di Spielberg o come se fosse il rapporto tra Carrie e Saul, si vorrei viverla come se Saul fosse mio amico e sentirmi al sicuro da ogni pericolo. Che poi questa persona l'ho trovata ed è mia moglie. A lei devo i miei miglioramenti come persona, e l'aver cambiato certe idee di "libertà" che tanto libertà non erano.
Questo è quello che il film mi ha lasciato, al di là del suo reale valore tecnico e cinematografico, e mi ha anche lasciato l'idea che l'amicizia, è fondamentale.Aprirsi agli altri, condividere ogni secondo della nostra vita, che sia un cane o un uomo. Non c'è danaro, non c'è merce, non ci sono scopate occasionali, che possano darci tanta soddisfazione come un giorno passato con chi amiamo. Amare è l'unica cosa che può darci la forza di resistere a tutto e a tutti.
Julian e Tomàs con Truman, sono l'esempio perfetto. O quasi.
Questo film ci mostra come i sentimenti e le relazioni siano fondamentali. Lo fa attraverso la storia dell'amicizia di due uomini, argentini, in quel di Madrid. Tòmas torna in Spagna per assistere l'amico Julian, condannato da un brutto male. La morte è la protagonista assoluta di questo film, insieme con l'amore per un amico che è destinato a morire, e per un cane, compagno fedele e base solida per Julian.
Quando hai poco tempo, cosa fai? Come ti comporti? Si può o peggio si deve affrontare l'ultimo viaggio da soli, o è fondamentale la compagnia di qualcuno? Dobbiamo pensare in quel periodo a vivere ogni secondo, in un presente che vorremmo diventasse eterno, o è giusto pianificare il dopo? Occuparci di quelli che rimarranno? Sciocco o giusto abbandonare la chemioterapia? Giusto o sbagliato decidere di ammazzarci quando le cose andranno male?
Questi temi vengono affrontati o quantomeno accennati in questa commedia tenera e malinconica, che a mio avviso ha il grande torto di appartenere alla categoria del "cinema trattenuto", cioè quel cinema del pudore, dell'anti retorica, che finisce poi per esser poco coinvolgente. Adatto a chi usa l'alibi del ricatto morale per tener lontano da sé, anche in un film, il dolore, la sofferenza, ma sopratutto la commozione. Dobbiamo veder fino a un certo punto, e il dopo no. Così andiamo a casa tranquilli e sereni. Non amo affatto questo modo di metter in scena storie che peraltro sono drammatiche, tragiche, commoventi. Io amo il melodramma, quello popolare ed estremo, per cui certe cose di questa pellicola le ho trovate troppo trattenute. Però è una scelta del regista e del resto il film è decisamente buono, merito di certi dialoghi, certe parti di sceneggiatura, ma sopratutto per i due btavissimi attori: Ricardo Darin e Javier Càmara. E non dimentichiamo il cagnone protagonista: Truman.
Buono perché comunque, come ogni film dovrebbe fare, durante la proiezione non dovremmo perder tempo su dettagli tecnici che lasciano sempre il tempo che trovano, ma trovarci a riflettere, a pensare.
Io seguendo codesti due straordinari, bravissimi, attori ho pensato a cosa farei..
Cosa farei se fossi malato gravemente e terminale. Si, uno potrebbe dire, ma perché ti vedi nel malato e non nell'altro? Perché tu hai questa fottuta immedesimazione con personaggi che in un modo o nell'altro, stanno sempre male? Bess, Michele, Donatella, e tanti altri.
Perché agli altri, a chi amo, all'umanità, voglio lasciare la gioia, se la meritano. Tutto qui. O perché per vari motivi penso di star male o esser inadeguato, varie cose. Ma questo argomento, se non vi offendete, lo approfondirò i terapia eh!
Comunque: si, prima pensavo. Mi ucciderò, se dovessi star male senza speranza alcuna. Non voglio soffrire. Mi pare giusto e umano. Ora non so. Mi par che sia il discorso di una società fast food, dove arrivi, ti prendi il menù migliore e se per caso tu non potessi più mangiarne, allora è meglio uscire. Lasciando i commensali alla nostra tavola, felicissimi di esserci e disposti magari a pagarti una parte di quel menù che tanto ti piace, o semplicemente a star a tavola con te, perché ti vogliono bene, perché la tua scomparsa non è tragedia solo per te, ma anche per loro. C'è questo che non sopporto: io con certe scelte uccido non solo me stesso, ma anche tutto l'amore, attenzione che gli altri danno a me. Però già da sani non capiamo quanto gli altri ci stiano aiutando. Preferiamo tenerci il nostro dolore come alibi, e giudicare i "sani" per le mancanze nei nostri confronti. Poi appena uno ti palesa il fatto che fino a quando terrai gli occhi aperti starà con te, lo allontaniamo in malo modo.
Nessun senso di colpa, no dobbiamo averne in questi casi. E Tòmas lo manifesta apertamente. Questo però non vuol dire diventare complice di idee sbagliate, solo non abbandonare il nostro amico, esserci. Come possiamo esserci.
Però la morte ci spaventa. oggi a me più di prima. Oggi c'è una persona che mi ama, e quindi mi viene difficile pensare che tra 40 anni dovremmo dividerci, dai qualche anno in più, ma più o meno. Mi fa paura l'idea del nulla, temo l'oblio, penso che i credenti con quella storia del paradiso siano fortunati, hanno una bellissima illusione. Mi piace l'idea, esposta nel film, che dopo, quando saremo defunti, qualcuno che tanto ci ha amati in vita venga a prenderci.E insieme cominceremo un meraviglioso viaggio nell'infinito. Vorrei trovarci Achille, Mirtilla, i miei, gli amici che mi hanno preceduto e ppi accompagnare mia moglie. Stare insieme, in una gioia senza fine. Si, lo so: invece non ci sarà nulla e di noi non rimarrà traccia, ma se il nostro cazzo di universo è Bergman, ecco la mia vita vorrei viverla con la retorica di un film di Spielberg o come se fosse il rapporto tra Carrie e Saul, si vorrei viverla come se Saul fosse mio amico e sentirmi al sicuro da ogni pericolo. Che poi questa persona l'ho trovata ed è mia moglie. A lei devo i miei miglioramenti come persona, e l'aver cambiato certe idee di "libertà" che tanto libertà non erano.
Questo è quello che il film mi ha lasciato, al di là del suo reale valore tecnico e cinematografico, e mi ha anche lasciato l'idea che l'amicizia, è fondamentale.Aprirsi agli altri, condividere ogni secondo della nostra vita, che sia un cane o un uomo. Non c'è danaro, non c'è merce, non ci sono scopate occasionali, che possano darci tanta soddisfazione come un giorno passato con chi amiamo. Amare è l'unica cosa che può darci la forza di resistere a tutto e a tutti.
Julian e Tomàs con Truman, sono l'esempio perfetto. O quasi.
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