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lunedì 30 marzo 2020

SPECIALE VERDONE: MALEDETTO IL GIORNO CHE TI HO INCONTRATO/SONO PAZZO DI IRIS BLOND

La vita di/in coppia è quanto di più complesso possa esserci in una società individualista. La presenza di una persona che è altro e oltre a noi si scontra con dozzine di canzoni, film, consolidati pensieri comuni, per cui l'amore è un fatto naturale che non ha bisogno di altro a parte la sua stessa esistenza, per donare felicità alle persone coinvolte.
Non è così, esso è molto più simile al vivere quotidiano fatto di gesti e abitudini, che al romanticismo carico di possanza emotiva e frasi ad effetto, che vediamo nelle pellicole sentimentali americane.
Ci tengo a precisare che da sostenitore delle commedie romantiche, non ho nulla contro alle loro derive fantascientifiche a base di vissero per sempre felici e contenti. Questo bisogno di favole è legato all'ossessione per un sogno che prima o poi ci salverà dalla triste realtà che rifiutiamo. Milioni di americani con il loro american dream sono la prova vivente di questa teoria.
Non voglio far passare il pensiero che allora il cinema o la letteratura debbano solo raccontare il reale e il vero, perché spesso ci viene difficile comprendere cosa sia la verità e la realtà. Questioni filosofiche profondissime che non possiamo e vogliamo affrontare qui.
Per cui la pellicola d'evasione se fosse gestita bene potrebbe aver anche una forza sovversiva e potente contro la bieca realtà di uomini e donne come isole, sempre destinati a una solitudine che per vigliaccheria ci facciamo andar bene. D'altronde la stessa società che ci fornisce di canzoni d'amore e film romantici, nel concreto ci lascia credere che i nostri problemi relazionali, di impegno e responsabilità verso i legami, l'amore e l'altro, siano assolutamente normali. Infatti non mancano film o libri che sono inni ai quarantenni nevrotici e in crisi relazionale, spesso ci fanno ridere  ( Rebecca Bunch il personaggio principale di Crazy Ex Girlfriend è un classico esempio di questo tipo di caratterizzazioni)  ci rincuorano sui nostri fallimenti e debolezze. In questo caso il cinema tratta una verità e una realtà assolute del mondo in cui viviamo, ma l'effetto evasione è più o meno lo stesso.
In realtà il cinema dei rapporti precari, delle illusioni sentimentali, e delle nevrosi del singolo e della coppia ha un illustre padre: Woody Allen. I suoi film sono preziose testimonianze dell'amore (im)possibile legata a problematiche personali/esistenziali psicanalitiche.. L'arrivo di Allen sulle scene cinematografiche è stata una vera rivoluzione, tanto che per me c'è un prima e un dopo nel mondo assai complesso delle commedie, in seguito all'arrivo del maestro di New York.  Certo, sul finire degli anni cinquanta un film come "Marty" aveva in un qualche modo anticipato le tematiche alleniane, ma è proprio il lavoro costante di questo genio dell'arte cinematografica e non solo, che ha dato una scossa importante al genere e ai riferimenti.
Non vuol dire la fine della classica commedia romantica (che ripeto adoro)  ma l'affiancarsi di un approccio che ha un suo forte pubblico di riferimento.  Entrambi gli spettatori ricevono una certa consolazione durante la visione che sia l'idea di un sogno che ci strapperà dalla triste realtà o che la triste realtà è l'unica possibile, per cui cosa ti impegni a costruire rapporti solidi o credere di migliorare?
Ci tengo a sottolineare quanto l'importanza di Allen non si fermi solo al modo di scrivere sceneggiature o curare la regia, ma che si evidenzi in modo forse non ancora del tutto analizzato e compreso, nella recitazione.
Quel modo di frasi spezzate, balbettii, sarcasmo, è diventato un cliché per certi interpreti di film brillanti o leggeri. Certo nei film che si ispirano anche vagamente al metodo alleniano, manca la profondità di sguardo sull'essere umano, per cui la recitazione serve solo a farci provare simpatia per un tipo o una tipa goffo/a.
In Italia invece che succede/ succedeva? Bè, il nostro modo di intendere la commedia è assai diverso rispetto a quella americana e anche francese. Ha radici che vanno in profondità nella rappresentazione sociale, spesso usando un disarmante cinismo che non è mai facile scorciatoia per i fgihetti che amano "i film cattivi", ma l'amarissima constatazione che il mondo è un posto crudele e feroce. Quindi parliamo della grande scuola degli anni Sessanta e dei suoi maestri, mentre è forte anche la presenza di un modo di far commedia legata ai frizzi e lazzi trasportati dal palco dell'avanspettacolo alla celluloide. Macario, i primi film con la coppia Vianello- Tognazzi, e sopratutto Totò, rappresentano questo modo di far ridere le persone.
Nel tempo l'avanspettacolo che per decenni ha lanciato comici e artisti popolari ha lasciato spazio agli show in tv.  Una nuova generazione di comici ha preso d'assalto il cinema comico e leggero degli anni 80.
Sì, il Vanzinema e cinepanettoni vari.
Tuttavia proprio alcuni comici nati in tv presero una strada diversa rispetto al nazional-popolare più di grana grossa. Costoro da subito unirono la sana risata a uso e consumo di un pubblico vasto, alla introspezione malinconica, più o meno riuscita.
I loro nomi sono Francesco Nuti e Carlo Verdone.
I film dell'autore romano hanno sempre avuto un'attenzione particolare per le atmosfere malinconiche, la tragedia dietro la risata ( basti pensare all'episodio di Bianco Rosso Verdone con l'indimenticabile Sora Lella), una certa attenzione a nevrosi e malesseri esistenziali, certo si tratta di film che fanno parte dell'industria cinematografica senza preteste artistiche o di nicchia, ma non possiamo negare ad egli una grande capacità nel metter in scena personaggi e situazioni quasi sempre più interessanti rispetto alla commedia tipica degli anni che partono dal 1980 fino ai giorni nostri.
Verdone, a mio immodesto parere, ha dato il meglio di sé con due film che parlano di relazioni di coppia riuscendo a mescolare nel primo caso una storia alleniana in un contesto di commedia romantica tradizionale, o viceversa, e un ulteriore passo in avanti nel pessimismo molto simile - ma anche no- all'autore americano con quel bellissimo film che è "Sono pazzo di Iris Blond".

"Maledetto il giorno che ti ho incontrato" narra della possibilità d'amore di due persone che vanno in terapia.  Trovo bellissimo questo narrare e declinare l'affettività amorosa e la relazione di coppia, attraverso due persone problematiche.  Lo dico da uomo che da un po' di anni va in terapia.  Cosa pensate quando sentite dire da una persona che va da un psicologo? Una persona malata, ci può stare, ma come valutate la sua malattia? Cosa pensate davvero delle sue problematiche? Non è passato troppo tempo da quando si rimproverava i depressi e si trovava come cura l'idea che "muovere il culo dal divano o dal letto", potesse servire a qualcosa.
Perché se la malattia fisica, che si voglia o meno non ha importanza, muove a compassione, pietà, quella legata all'anima, ala mente, genera paura, distacco, sottovalutazione. A nessuno viene in mente di dire che un malato di cancro faccia finta, ma a molti viene da dire questa scemenza per i pazienti dei psicologi.
Per cui un film dove i protagonisti sono due persone problematiche che attraverso il loro rapporto di sostegno e amore trovano un modo di vivere, di essere nel mondo, l'ho sempre trovata una cosa bellissima. A livello di sceneggiatura penso sia il film più riuscito di Verdone, anche se - dobbiamo sottolinearlo- è forse il migliore in assoluto quando si tratta di scrivere personaggi complessi e umanissimi nel genere commedia. In più, anche nel caso di "Maledetto il giorno che ti ho incontrato", ha una grandissima dote, pure questa unica se ci pensate bene, quella di dar spazio e spessore ai personaggi che sulla carta dovrebbero essere di spalla. Non sono mai degli assoli totali i suoi film, a parte i primi due forse che seguivano però un discorso legato alle sue presenze in tv, c'è sempre massima attenzione per l'attrice che divide la scena con lui.
Ecco, va sottolineata la presenza femminile nei film di Verdone, che non è mai messa lì per facili doppi sensi o per la storiella d'amore alla Pieraccioni, ma sono persone a volte anche poco piacevoli - come Iris Blond-  mai macchiette.
Tutto questo in Maledetto il giorno che ti ho incontrato è fatto benissimo.  Inoltre trovo assolutamente entusiasmante come l'ambiente urbano rispecchi a pieno gli stati d'animo dei personaggi. Il cielo grigio della Gran Bretagna o della mia amatissima Milano,  è una continuazione atmosferica delle problematiche di Bernardo e di Camilla. Le loro indecisioni, le gioie, l'ansia, che li costringono a una vita "nuvolosa" trovano nelle location dei validi aiutanti.

Colgo l'occasione, prima di scrivere di questo straordinario film, che ovviamente le mie sono opinioni di uno spettatore, non certo le reali intenzioni degli autori o un trattato di critica cinematografica.  Dico questo perché ho letto spiegazioni del finale di questa pellicola che non mi vedono concorde,, anzi, per cui forse pecco in pessimismo e non ho dato il reale peso di quello che per me rimane una conclusione di assoluta tristezza.
Tuttavia avanziamo in questa analisi delle pellicole verdoniane,  sperando di non annoiarvi troppo.
Dopo il grande successo di critica e pubblico di "Viaggio di nozze", opera che riportava sul grande schermo il trasformismo dei primi due film del regista romano, Verdone torna con una commedia a parer mio abbastanza spiazzante. In questo caso c'è un radicalismo che prende lo spirito malinconico e alleniano di "Maledetto il giorno che ti ho incontrato" togliendo ogni parvenza di commedia romantica e lasciando che siano le delusioni, la reciproca tendenza a primeggiare sull'altro, a dettar regole e leggi.
Se Bernardo e Camilla cercano nelle reciproche mancanze e problematiche, una sorta di sostegno e unione per affrontare il cattivo tempo che li circonda, sia esteriormente che interiormente, tra Romeo e Iris non vi è mai la voglia di farcela insieme, di aiutarsi, ma semmai è potente il desiderio di realizzare il proprio, individuale, sogno di gloria. Crollato e negato a Romeo, dopo un rapido successo negli anni 70,  da edificare e costruire per dar un senso alla nullità totale che si sa di essere, da parte di Iris.
Questa volta il cielo grigio del Belgio, le sue cittadine industriali e le luci di Bruxelles, non sono simbolo di stati d'animo che potranno esser ribaltati una volta che i nostri protagonisti si abbandoneranno alle responsabilità di vivere ed amare.
Iris e Romeo sono travolti dal clima cupo, che crea distanza e diffidenza, solitudine e amarezza.  L'amore è sempre negato, o un rifugio per non essere/stare troppo solo o sola.  Parassitismo sentimentale, ecco come potremmo definire i rapporti che i protagonisti vivono tra loro o con le relazioni precedenti.
Pure il genere musicale scelto ha atmosfere gelide e rarefatte, specchio dell'aridità dei sentimenti che contraddistingue i due musicisti. Altro elemento sempre descritto e trattato con estremo rispetto nei film di Carlo Verdone, è senza ombra di dubbio la musica. Se in Maledetto il giorno che ti ho incontrato, Bernardo è un giornalista/critico musicale alle prese con una biografia di Hendrix ( ma la vera chiccha è far dire a Richard Benson "come dimenticare la biografia su Felix Pappalardi" credo che in pochi sappiano chi sia) in questo caso Romeo è un omaggio sentito e toccante nei confronti di tutti quei gruppi e cantanti romantici tipici degli anni 70. Anche la presenza di Mino Reitano è inserita in un contesto nostalgico ma non scevro da un'acuta e dolente nota di amarezza. Da parte sua Verdone mette in evidenza che è un fruitore di musica attento a quello che lo circonda. Per Romeo invece questo voler essere moderno dal punto di vista delle composizioni musicali, è un modo per rompere con le delusioni del passato, dovute a una relazione interrotta causa tradimento della compagna di vita e lavoro, e un presente in cui accompagna una cantante esistenzialista che dal passato non vuol proprio distaccarsi per non distruggere un mondo di abitudini e ricordi.
Dove però la sceneggiatura stupisce e convince ( questo film è stato co- scritto con Francesca Marciano autrice dello script di Maledetto il giorno che ti ho incontrato a cui si aggiunge Pasquale Plastino) è nella rappresentazione del personaggio femminile principale.
Iris, una bravissima Claudia Gerini, è la personalizzazione radicale ed estrema del tipico personaggio da commedia romantica di quel periodo ( e anche del nostro), in cui una donna libera e indipendente vive la sua affettuosità fisica senza dover tener conto di oscurantismi e reazione. Simbolo del benessere liberista nella vita delle giovani donne e anche degli uomini, seppure ad essi viene relegato un ruolo di seduttore/bambinone che è più tradizionale.
Qui l'oscurità non è nemica della fanciulla libera, che si rigenera giorno dopo giorno, usando il sesso per ribadire il fatto di essere vive e con un potere sull'altro, In questa pellicola è Iris l'oscurità, mescolato col nulla .
Non vale nemmeno la pena di pensare una redenzione attraverso l'amore ( come capita a Camilla, una straordinaria Margherita Buy in Maledetto il giorno che ti ho incontrato) perché Iris non è una persona in difficoltà che sta tentando di uscire dai suoi problemi. Lei come moltissime persone figlie del libero mercato, crede che aver problemi e tenerseli stretti sia l'unico modo per vivere. Per uscirne non cerca l'impegno di amare, ma la scorciatoia anche piacevole della scopata. Una illusione di gioia che dura poco, poi si  torna nel vuoto.
Iris usa Romeo perché far la cantante, esibirsi, le sembra in quel momento l'unico modo per far saper al mondo che esiste e vale, ma dura poco. 
Il finale è amarissimo perché segna la sconfitta di ogni sentimento, sacrificato alla chimera del successo ( Iris riconosce che senza Romeo è nulla) e per l'uomo è la fine del suo voler essere pigmalione e musicista riconosciuto  e apprezzato e dell'illusione di poter insegnare l'amore a una persona che non amando sé stessa non può amare nessuno altro.
L'ultima sequenza mostra Romeo in un locale con molta gente intorno a lui che canta un successo del duo di cui faceva parte quando c'era Iris.   Il pubblico c'è ma non è detto che segua la sua esibizione,  sopratutto il fatto che suoni una canzone legato a un particolare momento della sua vita e non sia passato ad altro, non ci mostra un uomo che finalmente ha trovato il successo, ma uno schiavo senza catene del tuo amore, come cantava Marco Ferradini
E Ferradini ha sempre ragione.

lunedì 17 febbraio 2020

ODIO L'ESTATE di MASSIMO VENIER.

La follia delle persone si palesa in modo inequivocabile quando arriva l'estate.  Dal 21 giugno comincia la noiosissima e ridicola lamentela di gente infelice contro il caldo, contro il fatto che si suda, fino a darle la colpa di annebbiare  la mente delle persone.
Come se in inverno, al freddo, i pirla diventassero tutti premi Nobel.  Citando una persona che mia moglie segue su Instagram: "Non funziona così!!!!!".
Certo da ragazzo anche io mi lamentavo per motivi, che rivisti oggi,  mi sembrano del tutto sciocchi. Con i miei amici si andava a Riccione. Il nostro obiettivo era fare i telecronisti da spiaggia, commentando in diretta i bagnini assai ridicoli, il genere femminile,  e via dicendo. Siamo sempre stati molto comici senza risultare volgari. Erano le persone che controllavamo, ad esserlo.
No, vabbè! Fermi tutti. Queste cose le facevo io, perché mi rompevo i coglioni. La sabbia, il mare, io che non solo non so nuotare, ma ho proprio paura dell'acqua. Sono un uomo di montagna, sia  messo agli atti.
Per cui ho rotto le palle anche io, come voi, poi...Miracolo!
2003 Barcellona. La miglior vacanza della mia vita. Posti caldissimi, ma bellissimi.  Ho capito che potevo resistere a tutto, anche al caldo e alla spiaggia.  Sai quando comprendi che puoi vivere una normale vita da persona decente e che non è scritto da nessuna parta che tu debba fare il bimbominkia ad oltranza? Ecco, successe in quel momento.
Ho incominciato ad amare tantissimo questa stagione con mia moglie. Ogni cambiamento in meglio, ogni scoperta della bellezza che mi appartiene, passa sempre da lei. Ci mancherebbe altro.
Questo per dire che "Odio l'estate" è solo il titolo di una canzone bellissima, ma il film ne celebra la meraviglia e potenza salvifica e rigeneratrice, ultima parentesi di vita e felicità, prima del buio.

Io amo la Toscana. Penso sia una regione meravigliosa sospesa nel tempo, non è frenetica, piegata alla logica del profitto, ha zone ancora incontaminate e il mare qui, lontano da certi luoghi in cui si è una specie di Romagna in miniatura, è stupendo. Selvaggio, libero, non saprei come spiegarlo meglio.
Per cui non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di tornare a vivere in Brianza. Vivrò e sarò sepolto, tra una quarantina d'anni secondo i miei calcoli, qui a Firenze. O forse a Napoli.
Ci sono molte cose che non mi sono mai garbate nel modo di fare e vivere dei brianzoli, non mi sono mai sentito legato a Monza,  e da tempo immaginavo di lasciare la città per andare a stare più a Sud.
Firenze, mi par un buon compromesso. Magari eliminiamo da questa città la sua squallida, ipocrita, idiota borghesia e impediamo ai fiorentini di guidare qualsiasi mezzo a ruote, fatto questo la città sarebbe perfetta.
Il punto della questione è un altro, quanto delle nostre radici ci appartiene anche quando ci sentiamo differenti rispetto alla nostra terra di origine?
Credo che in fondo, nonostante tutto, quando nasci e vivi per tanto tempo in un posto apprendi un modo di approccio alla vita e ai sentimenti,  ben difficile da cambiare.
Per cui mi trovo benissimo in Toscana, amo per molti aspetti il Sud Italia, ma rimarrò sempre un lumbard. O meglio,  comprendo i loro modi di porsi e fare, l'imbarazzo che ci prende quando dobbiamo esporre i nostri sentimenti profondi,  il volersi mantener fuori del tutto da eventuali smancerie o auto celebrazioni ( queste ultime sono ammesse se parli di soldi e lavoro). Quel modo di commuoversi e di commuovere con un certo distacco che nasconde un pozzo di emozioni ribollenti e forti.
Sopratutto quel fare per gli amici con pochi gesti e ancor meno parole.
Cosa volete che vi dica? Mi basta un "taaac" di Pozzetto o un bisticcio di Aldo Giovanni Giacomo e mi sento a casa.  Un altro tipo di casa, però ci sto bene.
Anche perché i miei tentativi di passar per fiorentino si mostrano sempre disastrosi ( scusate ma sono normale e la c la pronuncio scusate eh) e mi piace l'iperbole, il paradosso, le esagerazioni verbali, quando siamo arrabbiati o dobbiamo esporre un fatto per noi importante.

Per questo il film di Massimo Venier ed Aldo, Giovanni, Giacomo, non solo mi è piaciuto, ma l'ho proprio amato.
Il film narra la storia di tre famiglie costrette a convivere in una casa presa in affitto per l'estate.  Al principio le cose non vanno benissimo, ma la condivisione, la coabitazione creano spazi di confronto e sostegno a vicenda.  La sceneggiatura sfrutta molto bene questo elemento e lo mette al servizio dei personaggi e degli attori. Pur essendo una commedia per un pubblico ampio, non ci sono macchiette e semplificazioni imbarazzanti in scena, ma persone comuni, normali.
Aldo è un uomo che ha un'ammirazione sconfinata per Massimo Ranieri, non si sa che mestiere faccia, è allegro, positivo, ha un bellissimo e passionale rapporto con la moglie. Giovanni è preoccupato per il suo negozio aperto dal 1921 e che ora è quasi sempre vuoto, ha una figlia adolescente- che ovviamente si innamorerà del figliolo di Aldo- e una moglie con la quale le cose non vanno benissimo. Va peggio ancora a Giacomo, ma d'altra parte ti sei sposato la commissaria del Bar lume dovevi già sapere dove andavi a parare.
Queste tre famiglie impareranno a conoscersi, stimarsi e a creare un bellissimo rapporto di amicizia.
Fino al finale che non ti aspetti, e che a me ha emozionato e commosso molto. Alla Brianzola, cioè trattenendo le lacrime e la voglia di piangere, per quel bellissimo finale sia in spiaggia, sia in casa di Aldo.
Ecco, questa pellicola mette in scena il meglio della commedia popolare. Schietta, vivace, eppure attenta ai personaggi e non solo ai protagonisti ( bravissime Maria De Biase, Carlotta Natoli e Lucia Mascino ) va pure i ragazzini sono descritti in modo assai reale e non stucchevole. Un inno all'amicizia, alla voglia di vivere e all'importanza di aver qualcuno con cui condividere la vita.
Insomma io questi tre li adoro da una vita. Da quando li vidi in quel programma rivoluzionario, unico e meraviglioso che era " Su la testa". Sanno metter in scena la milanesità schietta, buffa, commossa, come pochissimi altri.
Io credo che di questi tempi un film che sia un inno all'amicizia e ai rapporti profondi, sinceri, sia sempre da supportare, poi se è scritto, interpretato e diretto anche bene, meglio no?

sabato 17 novembre 2018

Notti magiche di Paolo Virzì.

1990.
Avevo quattordici anni. Mi apprestavo a cominciare le superiori (povero ragazzino se solo avesti potuto immaginare che decennio del menga sarebbe stato) il mio Paese, come capita ogni quattro anni, riscopriva l'amor patrio grazie al giuoco del calcio. Masse del tutto ignare della nostra storia, senza memoria, i primi gruppi di legaioli, tutti diventarono patrioti fieri della loro terra.
D'altronde i Momdiali li giocavamo proprio a casa nostra. Un grande evento di mazzette, due gocce di corruzione e tanta simpatia. L'anno di Schillaci, di una nazione ignara che tra un paio di anni moltissimi volti noti della politica italiana sarebbero stati spazzati via dalle indagini di Mani Pulite. Berlusconi era ancora quello che con la sua televisione ci rincretiniva con i giochini, la pubblicità, il sogno di una vita da consumatori. Nessuno si immaginava che avrebbe contribuito per venti e passa anni alla devastazione sociale, culturale, morale, politica, del paese.  Gli Italiani sognavano guardando Colpo Grosso. E sperando nella vittoria della Nazionale Italiana.
Il 1990 è l'anno di quiete prima della tempesta. Purtroppo il Muro era crollato e cominciava la narrazione del libero mercato, della libertà sotto il capitalismo. Gli Anni 80 (il decennio più volgare e cretino del 900) ci aveva predisposti a un edonismo leggero e sciocco, al riflusso causa di amnesie tra molti ex contestatori. La marcia dei 40.000  piccoli borghesi aveva messo fine a ogni ribellione e sconfitto la classe operaia.
Quando togli la contestazione, la lotta di classe, la coscienza politica alle masse non ti rimane che una nazione di beoti, cialtroni, arrampicatori sociali, misere macchiette, Non ti rimane altro che sognatori di provincia di seconda mano, tristissime ribellioni infantili contro la famiglia e tanto vuoto, tanta amarezza che non sapendola riconoscere cerchi di nascondere dietro a un'esuberanza triviale, squallida che ti porta a diventare uno stereotipo vivente: quello del toscano malato di sesso (non per niente questo personaggio dell'ultimo film di Virzì diventerà amico di Andrea Roncato). Oppure ti fai forza irrigidendoti dietro a una cultura esibita, un'indipendenza che fai fatica a gestire, una ingenuità non accettabile in quegli anni, in quel periodo storico. Tutto il tuo sapere non è arma di ribellione e contestazione,  come il personaggio di Stefano Satta Flores, in quel capolavoro che è " C'eravamo tanto amati". In quegli anni un intellettuale tutto di un pezzo, autolesionista, anche un po' egoista  poteva lottare contro le istituzioni locali o l'intero mondo per difendere un'Idea alta di arte, cultura e spettacolo.  Quei personaggi di Scola uscivano dalla guerra, avevano ancora moltissimi ideali, tantissima voglia di contribuire al cambiamento del mondo. Non erano ancora diventati figure tristi, piegate su sé stesse, con un'idea artistica e culturale debole, provinciale, tutta concentrata su una possibile gloria personale da svendere al primo cialtrone che ci offre un contratto.
In quegli anni cominciammo a perdere e a non ritrovare mai più (sia nel cinema che nella società) cose che fino a qualche anno prima erano fondamentali.  Mi riferisco alla condivisione, la voglia di narrare la vita delle persone, di una classe, lo sguardo amarissimo eppure umanissimo che i grandi sceneggiatori e registi sapevano dare alle loro opere. E la rivolta, la riscossa contro il bigottismo, contro i padroni, la voglia di cambiare in modo radicale la società; il movimento operaio che diventava simbolo del lavoro e dei lavoratori. Tutto questo contesto non permetteva a cialtroni e affini di poter far più danni del consentito.
Notti Magiche ci mostra la fine di quel periodo. Una fine per nulla tragica, epica, semmai ridicola e mediocre. Proprio come stava succedendo nel mondo. La fine del socialismo reale attraverso azioni di rara mediocrità, squallore, tristezza.  I giornali e le tv ad applaudire chi stava distruggendo per manifesta incapacità L'Unione Sovietica. La falsità dei liberali, che a parole parlavano di una nuova era basata su libertà effimere (le stesse che difendono ora non potendo dar al popolo quelle vere)e di morte della società o fine della storia. In tv si cominciava ad urlare e litigare. E la gente amava tutto questo. Passava l'idea che un mediocre rozzo, volgare, che diceva cose cattive era sincero. Chi difendeva la cortesia, il dialogo, la voglia di comprendere, un ipocrita.
Un mondo volgare e cretino cosa può fare? Dar vita a macchiette tristi.
Questo si nota benissimo in codesta pellicola.



Dei ragazzi sui venti anni negli anni 90 con cosa sono cresciuti? Col nulla.
Assimilando e facendosi scudo con  un edonismo cialtrone, l'individualismo narcisista, l'ossessione del sesso, l'idea che se il mondo non mi piace allora posso sballare, perché cosa altro potremmo mai fare?
Quello che balza agli occhi seguendo questi personaggi-simbolo è la totale mancanza di allegria, di desiderio, di vita.  Semmai vi è la presenza fissa di un ego chiassoso, il parlarsi addosso, l'ostentare qualcosa ( il toscano una virilità e potenza sessuale pacchiana , il siciliano il suo sapere fine a sé stesso la giovane romana una ribellione patetica nel salotto di casa) e la voglia matta di trovare un oasi felice, magica, dove le nostre capacità vere o presunte possano essere apprezzate.
Per questi tre la retorica che da sempre accompagna il mondo dello spettacolo (popolato da gente leggendaria, mitica, che passa la vita a scrivere e pensare cose meravigliose, lontano dalla mediocre quotidianità della provincia) è una via di fuga dalle loro vite inutili.
Non è il ritratto di tre sceneggiatori, non si parla di gente di cinema, ma di gente che pensa di sapere cosa sia il cinema.  Tre individui che come tutti noi non brillano per  grandi doti ma cercano qualcosa che possa farli sentire importanti, grandi. Scappano dal loro destino come facciamo anche noi.
Certo forse questa cosa non viene colta dai critici e cinefili de internet, da quelli che sparano giudizi sentendosi Bergman perché hanno fatto due corti applauditi dagli amici di Facebook,  dai nipotini di Ghezzi con i loro post ridondanti e inutili. Ecco, tutta questa ciurma che stronca l'ultima pellicola di Virzì non si è nemmeno accorta di quanto siano uguali ai tre protagonisti.
Non gente di cinema, ma gente che parla, scrive a volte fa cinema. Ma con la prospettiva sbagliata di essere artisti, intellettuali, diversi dagli altri.
In realtà sono solo i nipoti o i figlioli di queste tre, a tratti imbarazzanti, macchiette.
Imbarazzanti come siamo noi nella nostra vita quando sogniamo e ci illudiamo di poter far chissà cosa in ambienti mitizzati, ma da tempo decaduti.
Perché in fin dei conti dietro all'illusione e alla bellezza di un lavoro che ti promette gloria, celebrità e danaro che rimane? Un produttore fallito e cialtrone, dei vecchi che passano il loro tempo al ristorante tentando di fermare la fine in lunghe cene e prendendo in giro i giovani,  la solitudine di un maestro del cinema che vede in una giovane provinciale un momento di purissima gioia ( come Pessoa la trova nella gente che frequenta una tabaccheria della sua città). C'è una soffusa noia, tristezza, l'arrendersi con cinismo alla decadenza. Tanto dei grandi nomi quanto di quelli che fanno cinema indipendente, contro, di sani principi morali ma alla fine sono dei disgraziati che cercano di rimediare una cena da un gruppo di sprovveduti. Una delle scene più belle di questo film è quando il giovane toscano crede alle parole del regista impegnato e per questo caduto in miseria (per colpa dei cattivissimi produttori e dei venduti mai per la loro pochezza) e si reca a casa di un divetto televisivo il quale cerca il riscatto facendo un film di uno certo spessore. La storia di un operaio che si uccide diventa una sorta di terribile cazzata che però in due frasi del personaggio riescono a identificare tutto un periodo ( che peraltro stiamo vivendo ancora) cioè quello della negazione della sconfitta, o la rappresentazione di personaggi votati alla disperazione. In poche parole attraverso le parole del divetto televisivo ci viene detto che il cinema non può e non vuole rappresentare il vero, il reale, non tanto perché operazione impossibile ma perché rompe le scatole alle masse vedere la loro triste sorte anche sullo schermo. In quel momento, breve e unico, il triviale toscano si perde nel ricordo doloroso e vero del padre. Troppo dolore da sopportare quindi da allontanare a tutti i costi con la recita della macchietta che si è costruito.
Anche i suoi compagni di sventura fanno la stessa cosa. Il messinese è pronto a farsi prendere in giro, sfruttare, pur di non tornare a casa. Pur di non dover vivere una vita con una donna che non ama ma frequenta per abitudine. Sopratutto perché quel produttore cialtrone e quella vita sguaiata a lui piace. Anche se è costretto a difendere il suo stereotipo di intellettuale.
Questi tre non sanno cosa vogliono, ostentano la loro mediocrità urlata al mondo, e si fanno trascinare, sconvolgere da un ambiente incapace di creare miti e leggende, ormai ridotto a parcheggio per vecchie glorie, attricette, marpioni, specchio di un'Italia che balla in discoteca come un suo ministro mentre fuori si sta preparando la loro fine.
Forse questi tre ci danno fastidio perché in parte parlano di noi. Di quanto siamo deboli, stereotipati, mediocri, incapaci di sostenere la pesantezza e brutalità della vita,
Quindi questo film anche imperfetto, non del tutto riuscito ma che a me è piaciuto assai proprio per quella sua amarezza senza riscatto che nel finale diventa un piccolo tributo alla quotidianità, a una possibile serenità nata dalla consapevolezza di essere stati dei cretini con sogni cretini..cosa vuol comunicarci? Cosa vorrebbe essere?  Quali i suoi punti di riferimento? Di sicuro non è la Grande Bellezza di Virzì. Tra tutte le critiche questa è proprio la più imbarazzante e fuori contesto. Non hanno nulla in comune. Non parlano delle stesse persone, dello stesso periodo, non basta esser ambientato a roma , mostrare una certa classe "culturale" per diventare un'opera affine a quella di Sorrentino. Per cui questa cosa leviamola proprio dalla testa e dai nostri articoli. Come altro paragone che non vuol dire nulla, quello che tira in ballo "8 e mezzo", Virzì non è regista da fellinismi. Non lo è mai stato. Qui Fellini viene citato ma fuori dal mito, dalla leggenda, anche lui quasi in decadenza. Ultimo a cercar di far poesia in un tempo che non la voleva per nulla.
Semmai i riferimenti vanno cercati sicuramente nella commedia italiana classica ma sopratutto in due opere di Virzì: Ferie d'Agosto e Caterina va in città. Cioè quei film in cui il regista e sceneggiatore livornese vuol descrivere non tanto dei personaggi ma il contesto che li genera e per questo sullo schermo non avremo due persone come Beatrice e Donatella, non ci imbatteremo in personaggi scritti con attenzione e umanità,  ricchi di sfumature, ma dei personaggi-simbolo prodotti del loro tempo e della loro società. Personaggi disumanizzati, svuotati,  pacchiani, e che ragionano e agiscono per stereotipi, perché non possono fare altro. Che siano italiani in vacanza, rappresentazione della nuova destra e della sinistra borghese e pacifista o descrizione degli illusi e della decadenza nel mondo del cinema, in queste pellicole i personaggi sono schiacciati, ridotti a figurine senza spessore, volutamente
 Operazione che potrebbe anche non essere gradita( io dopo Caterina va in città avevo rotto col cinema di Virzì ma all'epoca ero un invasato pseudo rivoluzionario non capivo quanto fossi una macchietta stereotipata come non lo capiscono i personaggi di Notti magiche e alcuni dei suoi detrattori)  e apprezzata per tante buone ragioni. 
Io reputo codesta pellicola un amarissimo, malinconico, omaggio al cinema e alla vita. Un omaggio non agiografico, senza mitizzare niente e nessuno ma carico di quella umanissima pietà e compassione per quelle creature imperfette. cialtrone, deboli eppure importanti che sono gli esseri umani. 
Virzì e Archibugi potevano far un film sulla bellezza di far cinema. Su come quel tipo di ambiente abbia una sua magia, ritrarre le persone importanti con cui hanno collaborato con abbondanti dosi di retorica su quanto siano stati grandi e illuminati, invece hanno rappresentato una cruda e banale realtà. Avendo anche la forza di non fare dei tre protagonisti le loro rappresentazioni filmiche, Avendo anche il buon gusto di non dipingerli come tre moschettieri pieni di grazia, intelligenza, sensibilità e spessore contro i soliti cattivi dell'industria, ma come spesso siamo nella realtà: rincretiniti dentro sogni vaghi, persi nel recitare pessimi ruoli, mediocri. Questo può anche dar fastidio se siamo ossessionati dall'anti retorica cerebrale, dal pretendere che nella vita non siamo mai delle macchiette stereotipate in cerca d'autore, ma persone dolcemente complicate e piene di genialità.
Un mondo mediocre non può che generare arte e spettacolo mediocre, fatto e gestito da mediocri.
Non si tratta di sputare nel piatto in cui mangio ( che poi faccio notare... a te che frega se sputo nel mio piatto. Ci mangio io) ma di una rappresentazione verosimile ad opera di persone che quel mondo ( al contrario dei critici e cinefili de internet e di chi ha fatto un video con gli amici) lo conoscono benissimo e possono rappresentarlo come meglio garba a loro.
Inoltre questo film  omaggia con tenerezza e senza svenevolezza alcuna, il grande Furio Scarpelli. In quei momenti l'omaggio si inchina a un commosso ricordo e nelle parole, negli insegnamenti sempre molto crudi e per nulla campati in aria di questo straordinario sceneggiatore, forse, per pochi secondi, ci viene svelato cosa è il cinema: " Guarda fuori dalla finestra."

lunedì 21 agosto 2017

ORECCHIE di Alessandro Aronadio

Come ben sapete, da queste parti siamo fortemente e giustamente appassionati di cinema italiano. Il quale non è quella cosa brutta brutta tanto descritta da wannabes e altre tragedie umane, o almeno non è affatto messo così male.
In particolare, in questi ultimi tempi le cose sembrano andar davvero bene. Abbastanza bene, dai!
Ci sono autori più o meno nuovi e giovani, che cercano di portare in scena pellicole meno provinciali e sciatte, tra queste opere un posto sul podio delle migliori commedie degli ultimi dieci anni, va senza ombra di dubbio a  Orecchie.

Ammetto di aver provato interesse e simpatia per l'opera,  già a partire dal trailer. Ho un debole per il cinema in bianco e nero, trovo che sia il modo giusto per filmare al cinema. Potente, evocativo, mi porta a giudicar positivamente la pellicola a prescindere.No, Renny Harlin è inutile che giri in b/n, tu no!
Il formato è un formato quadrato che va da 1:1 a un moderno, almeno wikipedia dice così,  1,85: 1.  A molti non piacerò, lo troveranno poco cinematografico e molto televisivo, però a mio avviso rende bene il senso di schiacciamento del protagonista, ma questa è una mia cazzata da cinefilo allo sbaraglio.
Il regista ha partecipato alle sceneggiature di film come : I peggiori, Classe Z, Che vuoi che sia, e ha diretto un film nel 2009,  Due vite per caso. ( fonte Coming Soon), è anche autore di un libro : Lo strano caso del dottor David e mr  Cronenberg: saggio sul doppio nel cinema.
 Quindi un nome da segnare e seguire con interesse, perché fa parte di quella generazione di registi che , seppur rimanendo in ambito di solide tradizioni cinematografiche nazionali, sperimentano linguaggi diversi o rendono più robusta e meno provinciale la commedia italiana

La storia ha una sua unità di tempo precisa: una calda giornata romana, in una città quasi deserta. Un eterno giovane della nostra generazione di ragazzi quarantenni, si sveglia con un fischio all'orecchio. La sua ragazza non è in casa, ma in compenso gli ha lasciato un biglietto con scritto: è morto il tuo amico Luigi, oggi c'è il funerale.
L'uomo non ricorda chi sia codesto Luigi.
In più il problema alle orecchie non lo molla un momento.
Si troverà coinvolto in una serie di episodi assurdi, folli, tra dottori in vena di sadiche burle o che non badano a quanto gli dice il paziente, ( meraviglioso Massimo Wertmuller e ottimo Andrea Purgatori), dovrà affrontare alunni svogliatissimi che però sono piccoli tamarri del rap, per altro colla presunzione di far un concept tratto dallo Straniero di Camus, direttori di giornali che usano la filosofia per dar dignità ad articoli di rara inconsistenza e trivialità, madri eterne giovani col nuovo compagno, artista di strada proveniente dall'est,  e paura di amare o non amare abbastanza, incapacità di aver idee chiare sul rapporto sentimentale colla ragazza, vivere una vita in difesa, guardando con distacco gli altri, per timore di viverla sta vita.

Orecchie, è un ottimo film: fa ridere davvero molto, grazie a un umorismo che rammenta un certo Moretti degli inizi, più surreale in certe cose, un pizzico di Allen, e tanto, buon ,caro, vecchio, lavoro di sceneggiatura.
Parla dello smarrimento dei nostri tempi, di indecisioni, timori infondati, incapacità ad ascoltare oltre quel rumore che abbiamo nelle nostre "orecchie", c'è un bellissimo lavoro fatto sui dialoghi, come l'emozionante monologo finale, ci diverte tanto, cosa sempre buona, e ci fa affezionare ai suoi personaggi: sgangherati, ma umanissimi.
Piccolo film, ma con un ottimo cast che recita in modo eccelso per tutta la durata della pellicola; oltre ai citati Wertmuller e Purgatori, ci sono Pamela Villoresi, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Rocco Papaleo, Ivan Franek, Silvia D'Amico. Tutti hanno una scena o battuta memorabile, dimostrando la massima attenzione per ogni personaggio.
Fra tutti, però, credo  vada seguito con attenzione, il suo protagonista: Daniele Parisi, che mi ha rammentato un po' Mastandrea, per l'indole romana di sopportare ogni cosa. Bravissimo, assolutamente, eccezionale
Finisco dicendo che secondo me, ocio che la sparo grossa, il film cita anche 7 piani di Buzzati e il fischio al naso di Tognazzi, ovviamente senza diventar così cupo e drammatico, ma potrebbe essere.
In ogni caso. andate a vederlo, vale la pena!


giovedì 25 febbraio 2016

PERFETTI SCONOSCIUTI di PAOLO GENOVESE.

Torniamo a scrivere sul blog dopo tantissimo tempo. Mi scuso con quei tre o quattro che mi leggono, ma piantala di fare il falso modesto, pirla: sono 17! Però tra i lavori per la casa nuova, la preparazione del matrimonio, il perdersi e riperdesi nella pulcretudine fiorentina, e sopratutto l'esser poco avvezzo al modo d'uso del mac, insomma: ho visto molti film, ma non ho scritto nulla
Come è cominciato codesto 2016? Abbastanza bene, ma sopratutto con un piccolo miracolo: tre registi che non ho mai amato, hanno diretto tre film che ho amato assai. Parlo di Tarantino e il suo ultimo western, a dir la verità meglio la prima parte della seconda, di Boyle e il suo Jobs, e in particolare: Paolo Genovese e codesto prezioso gioiello che si chiama  Perfetti Sconosciuti.

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Il soggetto riprende uno schema fisso e di base, sfruttato in moltissimi film: una cena o un pranzo tra coppie e amici che parte come una festa e , piano piano, mette in luce ipocrisie, dolori, scontri. Ora, il solito genio che bazzica i social e i gruppi che parlano di cinema. spesso succursali economiche e popolari per terapie di gruppo, ha scritto : che palle le solite storie del solito cinema italiano. Come se all'ennesimo western che vede i cowboy contro gli indiani, o i sudisti contro i nordisti, si dicesse: che palle il solito western. Non il cosa, ma il come e più in fondo: il perché.
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Certo, potremmo dire che è un altro film sulla falsità che domina la nostra vita, ma sbaglieremmo e tanto. Non è solo questo. O meglio questa è la base di partenza, ma poi il discorso è condotto talmente bene da regia, sceneggiatura, attori, che rimani colpito e affondato da cotanta attenzione ai nostri tempi e alle nostre crisi. Si, perché codesta pellicola non parla di crisi tra persone in generale, ma è una perfetta fotografia dei nostri sciagurati tempi di precarietà sentimentale. Dove riteniamo normale e anche figo, perché no, stare con una persona ma vederne altre. Dove la persona che abbiamo scelto e sposato, non deve sapere nulla di noi, nulla delle cose brutte che ci tormentano, il regno della superficialità che poi genera disastri.
Tutti siamo coinvolti? Non credo. A volte però pensiamo di esser meglio rispetto a quello che siamo. Io stesso mi sono reso conto che per molti motivi, dall'imbarazzo ad altro, non sempre sono stato attento a comprendere e conoscere bene i miei amici. Per questo la parte migliore del film, a mio avviso è il litigio tra Mastandrea e Edoardo Leo.
I due scoprono che si conoscono poco, dal momento che Cosimo, il personaggio interpretato da Leo, esce con frasi rozze e volgari cariche di omofobia. Lele, il personaggio di Mastandrea, sfrutta codesto incidente per metter in chiaro il rapporto falsato tra loro due. Ecco, in questa scena vi è un equilibrio straordinario tra leggerezza iniziale e dramma. Bravissimi gli attori a portarci piano piano dentro alla tragedia di un'amicizia che finisce, ma merito va a una sceneggiatura perfetta. I dialoghi non sono mai banali, mai sensazionalistici. C'è la rappresentazione del vero.Sempre filtrata dal cinema, ma con una naturalezza figlia di un grande lavoro di squadra e ripeto: scrittura.
Si, perché mi capita di leggere in giro robe che tipo : ma si la sceneggiatura, che ce frega! La storia non è importante. Sto cazzo! Personaggi, storia, messaggio, queste sono le tre radici che costituiscono il grande cinema. Vi piaccia o no.

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Perfetti sconosciuti è un film che non solo vi farà tanto ridere, ma a un certo punto vi mette di fronte alle vostre debolezze. Citando Lenin: che fare? Vivere di comodità, precarietà sentimentale, menzogne legalizzate, individualismo sfrenato, o capire che la vera libertà sta nell'esser in due? E quindi sopportare la fatica assoluta nel dover parlare con l'altro, che peraltro è una persona che amiamo che abbiamo sposato. Rammento che il matrimonio mica è la vostra sfilata privata per far veder quanto siete fighe nel vestito da sposa, ma ha a che fare con cose fondamentali come : fedeltà, sostegno reciproco, aiuto a superare le crisi. Non c'è fine, non c'è chiudersi a chiave contro l'altro o lasciare una situazione che vigliaccamente reputo insostenibile per ritornar a far il giovincello o la giovincella. Il matrimonio rappresenta quella cosa da noi tanto detestata che risponde al nome di : RESPONSABILITA'.

Siamo responsabili di quello che diciamo e facciamo, cosa che nel tempo dei social networks, di messaggi e altro abbiamo scordato. Tutto è gioco, "cosa sarà mai", "io appartengo a me", "ho bisogno di aver spazi di libertà". Così accettiamo che uno sconosciuto su facebook ci dica di chattare senza indossare le mutande, ci chiudiamo in bagno per guardare una foto osè. e di conseguenza prendiamo sotto gamba gli altri.
Cosi scrivete tante cazzate su facebook non capendo che dall'altra parte qualcuno potrebbe soffrire per le vostre scemenze. Vi date arie da cinici e irriverenti, ma mostrate solo idiozia.

"Siamo tutti frangibili" Frase bellissima che dice, verso la fine, il grandissimo Marco Giallini.
Ed è vero. Per gioco, per passare il tempo, con superficialità, possiamo creare grossi drammi. Difficilmente riparabili. In realtà è meglio che lasciare che le cose vadano male, piuttosto che impegnarsi a ricominciare. Io credo che tutto possa aggiustarsi. Ci vuole tempo, ci vuole tatto,ma non è difficile.

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La pellicola ha la forza della grande commedia italiana. C'è la coppia appena sposata che vuole un figlio, quella alle prese con la figlia adolescente, l'amico single,una coppia che convive con un senso di colpa forte per una tragedia passata.
Si parla di argomenti che ci toccano da vicino e dopo la visione viene naturale parlare con il proprio amore confrontandosi.
Siamo davvero aperti e disponibili nei confronti dell'omosessualità? Come reagiremmo se la madre del nostro partner venisse a vivere con noi?Potremmo corcà de legnate Cosimo?
Dai, andate a vederlo. Anche due o tre volte, ogni volta un nuovo particolare vi farà capire che vi troviate davanti a un piccolo e ottimo film.