Visualizzazione post con etichetta cult movie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cult movie. Mostra tutti i post

lunedì 17 maggio 2021

Massacro al Central College di Renè Dealder

 Le note di una canzonetta pop intitolata " Crossroads" accompagnano le immagini dei titoli di testa. Mentre il cantante ci canta del bivio che ogni giovane si trova ad affrontare nella vita, con tanto di immagini retoriche e dolci sul crescere ed esser giovani,  noi vediamo scene di morte, violenza, intervallate da qualche breve attimo di tregua.

Un inizio folgorante e geniale, che ci racconta/mostra tutto quello che vedremo nel film.

Un film a modo suo tanto grezzo e selvaggio, quanto illuminante sui pericoli di una società gerarchica. Opera che trasuda pessimismo cosmico e rabbia furiosa e incontrollabile contro un sistema feroce, oppressivo, il quale si cela dietro alla ricchezza, la bellezza, la forza, l'istruzione.

David giunge alla nuova scuola,  qui incontra un amico di vecchia data, Mark. Costui frequenta un terzetto di rampolli dell'alta borghesia locale, costoro hanno come abitudine quella di tormentare i più deboli e indifesi. Li picchiano nei corridoi, distruggono le loro macchine- perché i catorci dei poveracci fanno sfigurare la scuola  e quindi anche loro-  se la prendono con chi non eccelle nello sport, distruggono la biblioteca della scuola, per arrivare infine al tentativo di stupro. David a questo punto interviene, non ha mai amato i metodi di quei farabutti, e li picchia selvaggiamente. Questo atto arriva a minare la credibilità del trio. Come le bestie ferite che possono esser attaccate dal resto del branco, visto che hanno mostrato debolezza, ma sopratutto che qualcuno sia più forte di loro.


Per questo, nonostante un riluttante Mark, decidono di farla pagare a David. Gli causano un incidente che lo rende zoppo a vita. Non hanno fatto i conti però con chi hanno a che fare. La risposta durissime e le morti violente, non mancheranno. Come non mancherà la nostra esultanza per la dipartita di tre figli di puttana senza redenzione. Per cui ci troviamo alle prese con un normale, per quanto ben fatto, revenge movie. No, l'opera non si ferma qui. E ci mostra altro.

Infatti dopo che i padroni della scuola sono morti, le loro vittime cominciamo a bramare di prender loro il posto vacante. Si dimostrano ostili e violenti con altri- nuovi deboli- odiano quelli che vanno in giro con macchine da poveri,  pretendono il controllo su tutto e tutti. David, distrugge anche essi, arrivando a pensare di distruggere l'intera scuola. Istituzione marcia, colpevole di crescere dei futuri tiranni, arroganti, figli di puttana  classisti. 

Tuttavia il nostro David, vuol bene a Teresa e a Mark? Che farà?

Il film dietro il suo aspetto trasandato, feroce, crudo, mette in scena personaggi per nulla banali, anche se  ovviamente accennati, tratteggiati. Il suo protagonista è un serial killer che ha come missione la morte di tutti i bulli, un angelo della morte che crede in un mondo in cui i cattivi non devono vivere. La sua amicizia con Mark  nasce proprio perché David interviene e lo salva da un pestaggio. 

David stesso confessa di aver un grosso problema a gestire la rabbia, vorrebbe fermarla, ma non ci riesce. Poi si vergogna di quello che fa.

L'analisi dei rapporti di forza è perfetta, lo sguardo è duro, ma anche dolente. Si pensa, visto la struttura, che il film abbia anche influenzato Schegge di Follia,  opera indimenticabile degli anni 90, con Christian Slater.

Ed ora il colpo di genio italico.

Come snaturare un'opera? Mah, non saprei...ecco! Inserendo immagini hardcore - interpretate da altri attori- per rendere un durissimo film sui rapporti di forza, opera sovversiva e punk, in un film porno con una storia di omicidi in una scuola.  Gli metti il titolo Sexy Jeans e il gioco è fatto. Ovviamente nel resto del mondo, circola la versione senza sequenze porno, tranne da noi in Italia. Perché il distributore all'epoca ebbe codesta meravigliosa pensata, come se fosse un Malabimba qualsiasi.
Ho visto entrambe le versioni, ed è chiaro che quella intitolata Massacro al Central College, sia la migliore, anche perché capra di un distributore, c'è un tentativo- drammatico e durissimo- di violenza, non cinque che si accoppiano come se non ci fosse un domani. Distrugge l'intera struttura del film. Come se film porno ad ambiente scolastico non ce ne fossero.
Che tristezza.

Su Youtube c'è la versione senza scene hardcore, ve la consiglio.


mercoledì 12 maggio 2021

DETOUR di Edgar G. Ulmer

 Ulmer è uno di quelli che ci piace definire "uomini di cinema", non solo perché ci hanno lavorato a lungo, ma per via della sua capacità di ricoprire moltissimi ruoli. Regista, scenografo, sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia, costumista e altro. Non c'è ruolo, o quasi, che non lo abbia visto all'opera. Denota un amore totale per il cinema e un modo di lavorare tipico degli artigiani, in particolare quelli legati a Hollywood, anche quando di fatto, sono relegati ai margini; nel mondo della serie B.  Infatti il nostro è uno dei tanti che hanno avuto una rivalutazione del proprio lavoro postuma.  Tanto che oggi molti suoi film sono considerati dei classici, in particolare codesto capolavoro che in poco più di un'ora scrive il manifesto del cinema noir. Per carità ci sono state altre pellicole prima di questa che trattavano esistenze ai margini, crimini, destino fatale, ma a mio avviso in questa pellicola la forza espressiva/espressionistica, del film dona una luce oscura e malata. Tra discesa agli inferi e malinconia dolente.

L'opera è tratta dall'omonimo romanzo scritto dallo sceneggiatore del film, Martin Goldsmith. Narra la vicenda (raccontata in un lungo e tormentato flashback) di Al Roberts, un pianista che si esibisce con la propria compagna Sue. I due, in particolare la giovane donna, aspirano a un futuro d'oro nel meraviglioso del mondo di Hollywood, per questo Sue lascia New York, Al dovrebbe raggiungerla più tardi. L'uomo per mettersi in moto decide di far autostop. Da questo momento cominciano una serie di guai che non lo lasceranno mai. Fino all'inevitabile finale.


Angoscia, ecco cosa si prova assistendo alla condanna di un uomo, che non voleva far nulla di male.  In questa opera, più che la trama complessa, conta la inesorabile discesa agli inferi di un gruppo di perdenti. L'uomo che offre il passaggio al povero Al è un piccolo e disgraziato criminale.  La donna di costui, Vera, una persona assetata di denaro, impossessata dal sogno americano nella sua variante criminale. Tuttavia si prova pena e compassione per questi criminali. Proprio perché la loro amoralità non li premia in nessun modo e non li rende personaggi epici o straordinari, ma piccoli, scontenti, in un continuo mentire e mentirsi. In mezzo Al Roberts, inetto, mediocre, che sbaglia mossa dopo mossa cercando di lasciarsi alle spalle incidenti causati senza volerlo. 

In fin dei conti è quello che gli uomini non accettano: il senso di colpa, la punizione, la condanna. Come se non esistesse qualcosa di superiore, implacabile, che spinge per farci crollare.  Meglio continuare a mentire, delinquere, dar la colpa al fato, quando ci stiamo scavando da soli la nostra tomba.


Il film ha uno stile particolarmente crudo, che sporca anche i suoi protagonisti. La dark lady non ha il sex apeal tipico del ruolo, è una donna normale che pretende di far il colpo grosso, si lascia suggestionare dal denaro, dalla ricchezza.. In un mondo in cui gli ambienti circostanti sono polverosi, deserti, lugubri. I personaggi sono già all'inferno senza saperlo. Si danno da fare per scappare alla propria fine, ma inutilmente. Al Roberts in questo senso è un angelo della morte del tutto casuale, vittima lui stesso delle scelte errate che fa per tutto il film.

Tuttavia se in altre pellicole di fronte a questi personaggi, il moralista forcaiolo, degno del Texas, che c'è in me esulta per la condanna mortale che si attirano, in questa opera ho provato una potente e radicata pietà per il povero Al Roberts. Un uomo innamorato profondamente della propria donna, che la perde definitivamente senza smetterla non solo di amarla, ma anche di esserle fedele. Vederlo tremante, sporco, sfinito, al bancone di un'anonima tavola calda, mette davvero un enorme tristezza addosso.

martedì 11 maggio 2021

C.H.U.D. di Douglas Cheek

A New York alcune persone scompaiono. Creature deformi escono dai tombini delle fogne rapendo ignari cittadini, per poi divorarli vivi . Un fotografo, che è attento a immortalare la vita dei senzatetto, la sua fidanzata, uniti a un detective- che per colpa dei misteriosi cannibali ha perso la moglie- e uno strano individuo, chiamato Il Reverendo, che si occupa di sfamare i clochard, indagano per scoprire la causa di questi delitti.


Film che è diventato ben presto un cult per gli amanti del genere, C.H.U.D. è diretto da un tizio che ha lavorato principalmente come montatore di documentari, dirigendo tre film- questo è il secondo- vincendo premi importanti del settore, grazie a una ottima sceneggiatura ad opera dello scrittore Parnell Hall (uno che ha scritto molti libri nessuno tradotto da noi, quanto pare)e a un buon cast, in cui mi piace segnalare Daniel Stern per via del personaggio del Reverendo, un ex delinquente che ora si occupa di sfamare i poveri e i dimenticati. 

L'opera riesce in pieno clima reaganiano, a creare una narrativa sovversiva e critica sul sistema economico e capitalista americano. In fin dei conti fino a quando scompaiono gli ultimi, non interessa a nessuno, le cose cambiano quando vengono aggrediti cittadini rispettabili. Seppure le autorità fanno di tutto per evitare che la notizia trapeli e mettono i bastoni fra le ruote al rude, ma sagace, detective Bosch. Colpevoli di questi omicidi sono dei mutanti cannibali, mostri una volta forse umani, prodotti per via di una grossa quantità di rifiuti radioattivi versati nelle fogne, per risparmiare.

Lo scontro dei nostri eroi è proprio contro questi uomini d'affari, che non ci pensano troppo a inquinare la città e a metter in pericolo la vita delle persone. Basta risparmiare o guadagnare. Tutto qui.


Il film ha anche alcuni brevi momenti abbastanza gore, ma si regge sopratutto sulla tensione dei possibili attacchi da parte dei mostri e grazie a dei personaggi scritti davvero bene, in quanto- anche se ripetono degli stereotipi e non rivoluzionano quasi nulla- sono scritti con partecipazione umana, ci affezioniamo a loro, per via anche del fatto che le relazioni d'amore (il fotografo e la modella) o di amicizia ( Bosch e il Reverendo) sono ben descritte. Sincere, concrete, vere.  Inoltre l'opera mescola bene una certa denuncia allora anche di moda (la paura di una guerra nucleare ha generato diverse pellicole durante gli anni ottanta) con momenti puramente horror (il sangue che spruzza dalla doccia e il lungo assedio in casa da parte dei mostri ai danni della modella) che reggono ancora oggi. 

Ve lo consiglio. Si trova completo- con parti recitate in lingua originale- su youtube.

mercoledì 5 maggio 2021

La dama rossa uccide 7 volte di Emilio P. Miraglia

 Cosa c'è di meglio delle leggende su fantasmi che infestano vecchi castelli, causando la morte dei discendenti di donne-spesso- o uomini votati alla follia e uccisi in modi brutali? Un thriller in cui si sfrutta la suddetta leggenda per scopi più pratici ed economici.


Il film narra di una leggendaria dama rossa che ogni cento anni torna in vita per tormentare e uccidere sette persone legate a una potente famiglia tedesca.  La leggenda viene narrata da un amorevole nonno alle sue due litigiose nipotine.  Anni dopo sarà lui a schiattare per la paura, davanti all'apparizione della dama rossa. 

La sua morte apre, ovviamente, un discorso sul testamento che però viene rimandato per motivazioni che non sto a spiegare per non togliere la suspense. Tuttavia la terribile dama rossa compie altri feroci delitti. Non è servito a nulla, quanto pare, la mossa del vecchio di cercar di porre in salvo se stesso e la sua famiglia.  A sentire il peso di queste morti è la giovane Ketty, che lavora nell'azienda pubblicitaria di Martin. Oltretutto la ragazza è convinta di aver provocato la morte della sorella, ma forse si sbaglia.

Il film è un decente tentativo di sfruttare il filone del momento grazie alla presenza di omicidi truculenti, una certa ambiguità sulla natura di codesta dama rossa, un po' di erotismo, tutte cose che sicuramente sembravano estreme e sconvolgenti all'epoca. Pur avendo dei cedimenti narrativi, credo che si mantenga abbastanza bene grazie alle scene di omicidi e un pre finale con la povera Ketty intrappolata in una stanza che si sta allagando e piena di topi (forse però è solo una mia idea visto che mi fanno senso i topi).

L'ambientazione straniera, nella tetra Germania, è forse dovuta al fatto che il film sia una co-produzione italiana e tedesca. Oppure un modo per contaminare tematiche del gotico con il più moderno e spiazzante giallo di matrice argentiana. Questo esser sospeso tra generi ( un horror con al centro un fantasma vendicativo o un puro giallo?) rende affascinate il film . Forse la regia non è in grado di mantenere sempre accesa l'attenzione e la tensione, ma a mio avviso è un film che intrattiene abbastanza bene lo spettatore.

C'è tanto mestiere, tanta voglia di far un sano cinema di intrattenimento popolare, un tempo in cui si andava al cinema per assistere a uno spettacolo, una rappresentazione, e poi si era in grado di tornare a vivere le proprie vite. In cui uno spettatore cercava un buon modo per passare il tempo e non spacciarsi per un grande intellettuale che sa molte cose. Altri tempi, né belli  né brutti. Diversi.  Non tutto quello che veniva prodotto in quel periodo è degno di nota e forse codesto film a parte come documento storico di un periodo del nostro cinema di genere, non è nemmeno quel gran che. Tuttavia non possiamo negare che avevamo una buona scuola di artigianato, talvolta spiccio e da cialtroni, ma a volte anche di lusso. E che quel cinema è morto e sepolto, come è giusto che sia. Oggi ci sono meno nomi legati al genere, ma andrebbero sostenuti e apprezzati, perché non vogliono ripetere le cose fatte cinquanta anni fa, ma tentano strade diverse.


giovedì 28 luglio 2016

MATALO! di CESARE CARNEVARI

Matalo, rappresenta insieme ad opere come O' Cangaceiro e Se sei vivo spara, il tentativo di rileggere e ripresentare sotto forme inedite, un genere, come quello western, da sempre legato a regole precise e solide. Un genere che per molti è quasi fondamenta o responsabile della leggenda - attenzione, non storia- americana. Un genere che celebra valori, ideali, orgogli, attraverso stereotipi e archetipi consolidati. Però è anche un genere, come l'horror, che si concede pure il lusso della manipolazione, della metafora, vedi l'esplodere del western crepuscolare, rilettura amarissima che negli anni settanta, in America, rifletteva una nazione in crisi, che si guardava in uno specchio sporco di cattivi ricordi.
Lo spaghetti western estremizza il concetto e lo inserisce in un mondo caotico, rumoroso, nichilista e cinico, ma con un sottofondo di ironia o autoironia.
Questa opera è celebrazione e distruzione del genere, ne riprende le linee generali- nella trama- ma si nota che è solo pretesto, solo un modo per sperimentare le potenzialità visive e uditive della macchina cinema.Se infatti le pellicole citate all'inizio del post, avevano, oltre che una regia particolare e originale, anche una solida storia che rimanda alla politica, addirittura alla rivoluzione, qui siamo di fronte a una storia rudimentale, basilare, una storia che nega sé stessa, autodistruggendosi con fierezza assoluta. Quello che conta è la macchina da presa, il suono, i costumi che creano i personaggi e i luoghi.



La pellicola è un viaggio all'inferno elettrico, distorto, polveroso e furibondo, furioso,  I personaggi sono legati ad istinti bestiali di assoluta, pura, immotivata violenza, certo vi è la scusa, classica, di un tesoro, simbolo della loro follia e ossessione. Abbandonati in un villaggio fatiscente, vero e potentissimo protagonista del film, si abbandonano a una macabra festa di cinismo, nichilismo, violenza, con la scusa della ricchezza e della gloria, ma sanno benissimo che si stanno solo mentendo. Quello che vogliono è morte e sofferenza e forse, quel villaggio, non è altro che l'inferno, dove anime dannate e mai pacificate si scontrano e si distruggono a vicenda.
Cesare Carnevari debuttò proprio con uno spaghetti-western per poi passare a pellicole tra il morboso e l'erotico, come ci informa wikipedia, qui si abbandona al fascino del riprendere e del muovere la macchina da presa, arrivando a inquadrature di profonda e destabilizzante bellezza visiva, ma anche perdendo di vista la pellicola, sommergendola in alcune situazioni pleonastiche, fine a sé stesse, che rendono l'opera molto interessante, ma non del tutto riuscita. Rimane il personaggio di Corrado Pani, un bandito di raro cinismo, ribelle, una vera rockstar letale e pericolosa, ci si ricorda del personaggio di Lou Castel uno straniero che compare all'improvviso, il quale dopo una lunga tortura regola i conti a colpi di boomerang.  Rimane nella storia del cinema la soggettiva dei boomerang . Come la colonna sonora rock, rumorosa, distorta. Suggestiona e colpisce la rappresentazione visiva del villaggio, luogo abbandonato., abitato solo da una vecchia pazza che vorrebbe vederlo risorgere. Si rimane colpiti per l'assoluta e interminabile ferocia delle scene di violenza, ossatura del film, si rimane conquistati di come sia un film di negazioni, un grandissimo no al genere da cui si trae origine, attraverso la rielaborazione dei duelli,  il manifestare disinteresse totale per la trama, le motivazioni, tutti pretesti per far esplodere la macchina cinema e la mdp.
Film molto particolare, che potrebbe piacervi moltissimo o irritarvi. Opera per me fondamentale, pur non essendo del tutto riuscita, ma da vedere per la sua unicità.

lunedì 15 settembre 2014

VITE VENDUTE di H.G. CLOUZOT

Tratto dal romanzo di George Arnauld: le salaire de la peur, ( il salario della pauro.Titolo mantenuto per il remake di Friedkin), " Vite Vendute" è tra le massime vette artistiche di un eccelso, straordinario, leggendario regista francese: H. G. Clouzot. Autore di numerose pellicole gialle, thriller,opere cariche di tensione, non del tutto disciplinate e addomesticate, classico esempio di uomo che agisce nel genere, ma non lo subisce . Spiazzando spesso con soluzioni o finali poco concilianti.


Vitevendute-Montand.png

In uno sperduto paese centro americano, ( devastato dalla miserie, dalla corruzione, dalla violenza), si ritrova un gruppo di persone allo sbando. Ognuno di loro ha dovuto lasciare in fretta e furia la sua terra, il suo paese, per trovare scarsissima fortuna in quel posto dannato anche dal diavolo,talmente faccia pena e schifo. Come spesso capita, però, questa terra tanto bestemmiata e maledetta, ha una cosa che fa gola ad alcuni. Sai di cosa si tratta? Petrolio. E sai chi sia interessato a fare tanti soldi grazie ad esso? Si,hai indovinato: agli americani.
Un giorno un incidente a un pozzo scatena l'inferno in terra. Ci sono morti, feriti,ma quello che interessa è fermare codesto incendio e ritornare a trivellare .  I soldi non possono aspettare. Così un ex contrabbandiere e pezzo grosso dell'esercito yankee decide di utilizzare proprio costoro, ( i poveracci stranieri in terra straniera), per risolvere la situazione.




Da questo momento il film diventa tesissimo. O forse sono io che sono impressionabile, che ne so. Ad ogni modo, non c'è scampo per i quattro. Percorsi accidentati, buche che nemmeno quelle tanto amate e idolatrate dalle folle romane,e tensione fra alcuni di loro. Film che pur avendo passato i sessanta anni ha una perfezione tecnica, una sapienza nel saper inscenare la paura,la tensione, ( vedi la scena dei quattro che devono far saltare un masso),e nel frattempo, mentre tu stai in pena per la sorte di costoro,ecco che viene svelata l'umanità: ferita,impaurita,impavida,smargiassa,ma sempre in bilico sul precipizio. Clouzot ci mostra uomini che dalla vita hanno ricevuto gloriose bastonate. Gente invisibile , abbandonata, in balia di un destino cinico e baro.Ma quei quattro è difficile scordarli.



Perché non vi è intento moralistico nel descriverli. Non si vuole insistere sul melodramma di queste vite sbandate,ma nemmeno condannarle all'inferno. Ci vengono mostrati come uomini. Che fanno cose giuste o sbagliate, come tutti. La miseria, la solitudine, l'ambizione possono rovinarli. Come anche la paura che toglie al bulletto Mister Jo ogni potere carismatico sul giovane e scalpitante Mario. Eppure anche tra loro,dopo tante cattiverie e liti, arriva un piccolo momento di tenerezza e lacrime.

Come ebbi modo di scrivere tempo fa: recuperate i film di Clouzot. Fatevi codesto regalo,cari amici e amiche  bloggers e non solo. Reputo i suoi film piccoli gioielli di tensione,ironica amarezza, cinica umanità ma mai con la crudeltà del bullo alternative-chic,ma con il dolore di un grande uomo e artista.



Questo film , forse, è il suo migliore. Con scene perfette, la sensazione di stare su quei due camion, il caldo torrido delle cabine e del clima sud o centro americano. L'odore pungente della povertà,della miseria,il destino segnato e un finale che dire beffardo e bastardo è pochissimo. Nondimeno vi consiglio di recuperare le sue opere come I diabolici e sopratutto Il corvo. Non solo gialli tesissimi,ma indagine acuta sulle debolezze e miserie umane. In ogni caso: buona visione!

sabato 6 settembre 2014

LA MORTE CORRE INCONTRO A JESSICA di JOHN D. HANCOCK

Un piccolo classico del genere horror, forse non molto conosciuto dalle nuove generazioni di appassionati del genere cresciuti tra Saw , Hostel e i vari remake , talora ridicoli, dei classici. Per fortuna questa pellicola non è stata rifatta ,sicché ci rifacciamo occhi e cuori cinefili con quello che potremmo definire il bel cinema di una volta.
Io odio la nostalgia,quindi mi si perdoni la frase sopra,ma è vero che il cinema horror anni 70 per me aveva un qualcosa  sia a livello tecnico che di scrittura, che me lo fa amare in modo particolare rispetto ad altri periodi di pari o superiore fortuna per il genere.



John D Hancock è un valido regista che in realtà non ha girato molto durante la sua carriera,ma nella nostra memoria di spettatori indisciplinati è presente per due opere: 1) Batte il tamburo lentamente, con un giovane De Niro storia di sport e amicizia con tanto di malattia terminale a minare la fortuna e vita dei due amici. Pellicola in tono minore, poco retorica,melodramma gelido,ma caldo per chi sa leggere tra le righe , 2 ) questa pellicola.

Cosa narra Let's scare to death Jessica? Di una donna, ( la Jessica del titolo), la quale è uscita da poco da una clinica per malattie mentali.  Insieme al marito e a un amico  va a vivere in uno sperduto villaggio del New England. La quiete e la pace di quei posti lontani dal caos di una grande città come New York sono dei toccasana per una donna con i suoi problemi. Bella idea del cazzo,ragazzi!




Nella casa trovano una ragazza, Emily, che sostiene di aver occupato quella vecchia magione poiché era abbandonata. Dopo un'iniziale screzio tra la ragazza e il terzetto viene a instaurarsi un rapporto di convivenza e simpatia.
In fin dei conti siamo negli anni 70, in america, dove c'è ancora forte una certa culture hippy, di comuni e rapporti aperti. Essendo stalinista non penso sia il caso vi debba dire cosa pensi in riguardo?
Le cose per un po' funzionano,anche se Jessica ha strane visione e sente la voce di una giovane donna che la chiama.  Però par che vi siano delle possibilità per una vita normale.
 Non sarà così.



Il film contamina alcuni archetipi del genere horror, come il villaggio popolato da anziani poco cortesi e con un'oscura e demoniaca identità, la vecchia casa con la sua obbligatoria maledizione, la vampira-strega seducente, e li sfrutta assai bene. L'ultima parte mette davvero i brividi. Senza effetti gore, senza esagerazioni di sorta,ma grazie a un utilizzo davvero disturbante del sonoro e della colonna sonora,e alcuni grandangoli o inquadrature. Basti pensare all'assalto della vampira e dei vecchi alla povera Jessica sdraiata sul letto.
Nondimeno non ci troviamo di fronte a un buon film horror che mette in fila uno dietro l'altro tutti gli stereotipi del genere. O almeno non solo.
Perché lo sguardo di John Hancock , quello che usa per farci entrare nel suo film, è quello soggettivo di Jessica, ( sorta di personaggio-macchina da presa che riprende e trasmette al pubblico la " sua" storia, non la storia oggettiva e distaccata), e sopratutto di farci sentire i suoi pensieri. Così ci ritroviamo dentro la sua testa , precipitiamo con lei nell'orrore e nella follia.
Ti trovi a pensare se fosse la realtà quella rappresentata sullo schermo, o potrebbero essere le malattie di una donna che peraltro si trova a dover competere con un'altra ragazza decisamente socievole.
Il film fa paura per questo, per quel senso forte,sottile,penetrante di disturbo. Piano piano si insinua nella nostra pelle e ci fa rabbrividire.




E' la storia di una solitudine tutta femminile, della fragilità di una donna che non è per nulla compresa dal marito,chiusa in una sorta di isolamento forse in reazione a una vita che non riesce a sostenere. Non c'è in sostanza un rapporto sentimentale solido tra i due, tanto che paiono due amici più che altro. Jessica è sempre sola,anche se gli altri le rivolgono la parola.Ed è il problema che vivono molte persone, molte donne colpite da depressione. L'incomunicabilità con il coniuge, l'isolamento soffocante in un posto che sentono straniero e poco accogliente,in fin dei conti Jessica potrebbe anche esser questo tipo di film.
Pellicola sotto il segno della morte, ( i tre arrivano in paese guidando un carro funebre e si fermano subito in un cimitero),della solitudine che conduce alla follia, è un film imperdibile per il suo modo cosi sottile di creare atmosfere disturbanti e inquietanti e per la straordinaria interpretazione di Zohra Lampert , che dona alla sua Jessica uno spessore e una "verità" totale. Non stai vedendo una pellicola con protagonista una matta , fatta in modo gigionesco da un'attrice che si sente tanto brava,ma stai vedendo una donna. Una donna reale in grosse difficoltà. E questo è merito della sceneggiatura ,della regia e della bravissima Zohra.