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lunedì 27 settembre 2021

Tre Piani di Nanni Moretti

 Azzarda e spiazza.

Ecco quello che mi sento di dire (e scrivere) circa l'ultimo film di Moretti.Un percorso incominciato in quel bellissimo e struggente opera di finzione , "Mia Madre, film in cui il Moretti autore e personaggio simbolo par che facesse quasi una sorta di testamento artistico, un voler confrontarsi con la sua straordinaria opera artistica e il percorso umano che ogni essere vivente intraprende dopo certi lutti pesantissimi- che brutta espressione, come se ne esistessero di leggeri-  per cui quel film ci avrebbe dovuto traghettare, insieme al suo autore, verso altri lidi. Altre storie e personaggi. Un nuovo corso artistico. Quando succedono queste cose lo spettatore e il fan si sente defraudato, imbrogliato,  scatta la sindrome Sheldon Cooper nei confronti del cambiamento di direzioni, tematiche, stile, del nostro beniamino.  Perché su di essi costruiamo certezze, riti, in un mondo che ci spaventa e non comprendiamo, l'ultimo film di un autore che da anni ci dice- benissimo- le stesse cose, ci fa sentire bene.  Creiamo anche una sorta di rapporto di complicità Per questo perdoniamo a loro anche opere decisamente insulse e brutte, come fanno molti con un noto autore americano, pur di ritrovare la stessa cosa, detta nella stessa maniera, fino alla morte del suo autore.


Questa cosa mi capitava spesso da ragazzo, quando una delle mie band rock preferite si buttava sulla musica elettronica.  Maledetti! Traditori! Sto disco fa schifo! Ora, essendo del leone, per mia natura è pressoché impossibile sbagliare, ma oggi sarei meno duro con quelle band.  Potrei cogliere il bisogno di far altro, di spiazzare il pubblico, o sfidarlo invitandolo a qualcosa di diverso. 

Trovo anche molto buffo che molti di quelli che stroncano il film puntano molto su questa completa diversità con l'opera morettiana e poi si lamentano del Moretti egocentrico e bla bla bla. Ci sta. Faccio solo notare che è una cosa abbastanza comica.

Ma davvero Moretti era una sorta di comico? Uno che ci faceva ridere?  Certo non mancava una risata nei suoi film, ma che genere di risata era? Amarissima, crudele, umanissima nel suo sarcasmo.  Oppure improvvisamente Bianca, La Messa è finita, Sogni d'oro e tutti gli altri erano commedie italiane al pari dei vari Nuti, Verdone, citando i due migliori nomi di commedie.  Oltretutto è una critica campata in aria, Woody Allen non ha diretto anche film serissimi? Copie e incolla delle opere di Bergman, ma insomma..Ci siamo capiti!


Tre Piani è la prima opera di Moretti in cui il regista romano adatta per lo schermo un'opera altrui. Non credo sia semplice dopo anni di lavori su storie personalissime, adattarsi a portare sullo schermo la storia di un altro.  Far in modo che due sensibilità coincidano o riescano quantomeno a convivere insieme. Però questo è anche il lavoro dell'artista. Adattare alla propria visione i mondi che ci circondano. Piegarli alle tematiche ed istanze che tanto ci stanno a cuore. 

A bene vedere ogni ammiratore sincero di Moretti, riconosce il suo autore proprio dalle tematiche che sono le stesse ma servite diversamente. Il suo autore lascia spazio ad altri attori e attrici, mentre per lui ritaglia un ruolo che sembra ripetere lo stesso personaggio, ma in realtà è quasi un'autocritica pubblica. Dopo anni di rigore morale, di coscienze immacolate, cosa rimane? Una donna- il suo pubblico?- che dopo un periodo di dolore deve risorgere e prender la sua vita in mano.  Basterebbe questo per dar una versione altra e oltre alla pellicola. 

Ancore una volta lascia un messaggio importante a Margherita Buy, suo alter ego, anche in questa dolente e dolorosa confessione di un lunghissimo sbaglio, non tanto artistico, quanto umano.  Nella pellicola non viene messo in dubbio il lavoro di magistrato, ma la rigidità umana di Vittorio Bardi. Una inflessibilità che dovrebbe guidare il giovane figlio verso una vita di regole ed onestà, ma che per il ragazzo risulta essere una prigione soffocante, tanto da farlo crescere un pirla criminale. Ecco, forse questo discorso sulla inflessibilità, sulla certezza assoluta, è un passaggio molto bello e importante, che avrebbe meritato maggior attenzione. 

E ma il libro! Dal momento che viene adattato sullo schermo, il lavoro cartaceo non è importante per una riflessione che riguarda solo il film e le intenzioni- che stiamo ipotizzando-  che stanno alla base del  progetto.

Certo forse era meglio prender solo una di queste storie e approfondirla, magari ci sono delle cadute di tono- come si suol dire- magari qualcuno nel cast era un po' meno bravo degli altri, queste sono considerazioni normali.  Tuttavia non possiamo affossare con giudizi taglienti la costruzione di personaggi che sono vittime della loro solitudine e non riuscendo ad uscirne finiscono nei guai, qualcuno supererà questa fase, altri no.

 In due di questi casi è la giustizia, il desiderio ardente di vederla trionfare per riparare a qualche torto subito- ma in realtà nel caso di Scamarcio assolutamente immaginario- porta alla galla personalità tormentate e insoddisfatte.  Non solo, nel caso della famiglia che affida la figliola alla coppia di anziani, è ben chiara anche la totale mancanza di empatia, di comprensione dell'altro, tanto che un povero anziano vittima di demenza senile viene sospettato di violenza sulla loro bambina. Il padre si accanisce tanto su questo particolare da non vedere e sentire la realtà. Tanto da mettersi nei guai pur di sentirsi dire che il vecchio era un pedofilo. 

Ecco a me ha interessato questo sviluppo così inusuale, distante dalla solidarietà con chi di solito è la vittima, cosa che capita anche quando il personaggio di Scamarcio finisce sotto processo, non si enfatizza il suo esser squallido che affiora dalle acque profonde di una supposta moralità, ma si contestualizza in un mondo privo di riferimenti e di responsabilità, in cui tutto è solo vissuto in superficie e nel momento in cui accade.  Non si sceglie la strada del mostro totale contro la povera vittima, perché entrambi carnefici e vittime in un gioco disperato che parte da dolore, solitudine, debolezza.. 

Altro pianeta invece per quanto riguarda la performance perfetta di Margherita Buy.  Anche in questo caso non si prende la strada veloce e sbarazzina di un femminismo borghese, come piace alle giovani ribelli, ma è un discorso anche in questo caso pieno di sfumature. Lei non mette in dubbio l'amore del marito, ma si accorge che costui aveva preso il controllo di ogni singolo aspetto della sua vita e di quella del figlio. E questo non è - come accadrebbe in altri film- il punto di arrivo del personaggio, ma di partenza. Comprende le piccole cose, ma senza che queste diventino simbolo filosofico o simbolico, capisce che non doveva scegliere tra il figlio disgraziato e il marito.  Sopratutto inizia un vero e proprio dialogo con l'ombra del marito.  Anche in questo caso quello che ci sembra una cosa giusta - la legge è uguale per tutti- ci fa notare che l'individuo oltre che alle regole ha bisogno di affetto, risate, di cadere e far o dire cazzate, insomma di vivere.

Cosa che non riesce al personaggio di Alba Rohrwacher. L'unica che comprende quanto siano schiavi senza catene del condominio, dell'appartamento, di una vita chiusa in sé stessa.  Tutti hanno delle ossessioni che li portano alla rovina- totale o parziale-lei è l'unica che cerca l'altro e in questo mondo non può che finire spezzata e persa. 

Tre piani è un film cupo, rigoroso, però aperto anche alla speranza come il bellissimo finale- imbarazzante manco per il cazzo- che ci dice quanto sia importante non lasciarsi comandare dal rancore e che è solo una questione di tempo, pazienza, tenacia.

Per far ballare la vita, in un giorno qualsiasi.

domenica 16 dicembre 2018

Santiago, Italia di Nanni Moretti.

Tutto è cominciato il 14 ottobre 1980, quando la media borghesia asservita al padronato, come bravi bimbetti disciplinati o cani ammaestrati è scesa in piazza a Torino, mettendo fine non solo allo sciopero degli operai Fiat, ma ad almeno dodici anni di lotte, pratiche concrete di solidarietà e coscienza di classe, infierendo i primi colpi alla sinistra e preparando il terreno per il decennio più cretino del Novecento. Certo non mancano le colpe anche tra i presunti ribelli e rivoluzionari, ma le quinte colonne hanno fatto in fretta a sistemarsi nei tempi bui di questo eterno riflusso.
La modernizazzione questa era la scusa ai tempi per creare un paese cialtrone, individualista, menefreghista, edonista nel senso peggiore del termine. Il paese dei Vanzina e del Psi di Craxi,  della mafia e della Milano da bere.
Certo c'erano ancora elementi di resistenza ma ormai la frattura tra avanguardie politiche e e Paese era quasi del tutto completata. Mancavano due passaggi fondamentali: la scomparsa del P.C.I. (con la formazione di una sinistra liberale che nel tempo sarebbe diventata sempre più liberale e per certi versi padronale) e la mutazione di quel popolo solidale in un popolo di rancorosi, sprezzanti, rifiuti umani.
Salvini non nasce dal nulla, come anche la sua controparte cioè quel Renzi che si dice di sinistra ma tra i suoi eroi mette proprio i borghesucci del 14 ottobre 1980. Questi tempi pessimi che viviamo non sono l'invenzione dell'ultimo momento, una novità spiazzante. Sapevamo benissimo dove stavamo andando a finire. Anche se ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti ( e tutto ad un tratto la citazione di De Andrè che mi assicura l'attenzione di una parte della borghesia italica).
Cosa ho fatto -io Davide  Viganò- negli anni 90 per bloccare la deriva umana che ci spingeva a diventare sempre più feroci, crudeli, cinici e perciò cretini? Nulla. Ci sembrava liberatorio poter dire cose terribili, dar sfogo e gran sfoggio della nostra piccolezza umana e morale nei confronti degli altri.
Scomodi, irriverenti, dissacranti, liberi, veri, sinceri.  Perché avevamo la licenza per uccidere con le parole scritte o dette quel popolo solidale, combattente, generoso che siamo stati per decenni. Negli anni 90 abbiamo cominciato a credere che la bontà, gentilezza, cortesia, educazione, generosità, fossero cose ipocrite e false.
Buonistsi, radical chic queste accuse ridicole tipiche dei deboli che si spacciano pure per rivoluzionari partono da lì. Da quegli anni grigi, ma sicuramente pronti a esser rivalutati perché "ho vissuto la mia infanzia negli anni 90".
CI AVETE ROTTO LE SCATOLE CON LA VOSTRA INFANZIA, popolo di Facebook, fans di filmetti e così via. Grazie a dio mo ve la rubano e uccidono a base di remake.
Per fortuna, ogni tanto, qualcuno ci ricorda "quando eravamo re", quando eravamo leoni a difesa della lotta di classe.
La lotta di classe tanto derisa da alcuni giovani sapienti innamorati del libero mercato, ma ignoranti politicamente peggio delle capre di Sgarbi, non vuol dire solo che i tanto odiati operai pretendano di comandare come voi laureati col complesso del pene piccolo. Vuol dire rinnovare il paese partendo dai posti di lavoro. Perché quando cambiano le condizioni dei lavoratori delle classi meno abbienti, quando non devi preoccuparti per la precarietà o di morire (nel silenzio assordante e complice dell'intera società) sul posto di lavoro stai attuando un piano di reale cambiamento del paese. Si parte dalla fabbrica, dal centro commerciale, dal cantiere, e si arriva a toccare ogni lavoro e lavoratore. Fino a trasformare questa massa di idioti e di clienti in cittadini.
Negli anni 70 le lotte degli operai e studenti ci hanno donato la legge 300 del 1970, lo statuto dei lavoratori. Oggi non abbiamo nulla. In quei tempi vi era un'Opposizione forte a partire dal P.C.I. Fino ai vari livelli delle sinistre extraparlamentari e di settori anche cattolici.  Oggi abbiamo un'opposizione che fa schifo e pietà. Mettiamoci anche noi, non solo i renziani. Anche noi abbiamo colpe profonde e che ignoriamo.( vedi l'ultima trovata nata morta e che alcuni si stupiscono sia finita come è finita, parlo di potere al popolo).
Io, però, non credo nella nostalgia. Ancor meno credo nel vittimismo.  Anzi mi fa infuriare proprio il pessimismo cialtrone italico. Ma sì! Quello che qui fa tutto schifo mentre all'estero.. O di quelli nati e cresciuti in Italia ma che parlano come se fossero nati in altri paesi. Io sono comunista e italiano. Comunista perché tutti i lavoratori, i proletari, gli esclusi sociali sono miei compagni. Da ogni parte vengano o vivano. Italiano perché nato, cresciuto in questo Paese.
Il paese che quarantacinque anni fa ha accolto i profughi cileni.

Negli anni 70 in Cile vince la patte progressista del paese. Vince Salvador Allende. La sua formazione politica è sostenuta da socialisti, comunisti, cattolici, semplici democratici. Sopratutto arriva al potere in modo pacifico, attraverso il voto.  Si parla di socialismo umano, che rifugge dal sistema considerato dittatoriale di altre realtà di maggior durata e successo. Tralasciamo per un po' le giuste critiche che si possono fare ad Allende, ma lasciamoci travolgere dalla bellezza, dalla felicità, dalla gioia, di un intero popolo che vedeva messa in pratica la lotta all'analfabetismo, alla povertà, un governo che nazionalizzava (senza indennizzo per i padroni yankee) l'industria del rame. Una presa del potere civile, democratica, pacifica e pacifista ma ferma su alcuni punti. Purtroppo questa esperienza non poteva essere tollerata e venne da subito attaccata per volere degli Stati Uniti D'America.
Kissinger ebbe modo di dire che non si doveva tollerare che un popolo votasse in modo sbagliato, per il marxismo. Con il Cile si avvia il Piano Condor. Cioè un  piano per la destabilizzazione di possibili governi progressisti e indipendenti in quello che gli U.S.A. considerano il loro "cortile di casa", cioè il Sud America.
Pagarono i media per screditare il governo, i fornitori cominciarono a tenere nei loro magazzini i beni di prima necessità, i camionisti fecero quel loro famoso sciopero.  Per sopravvivere il governo fu costretto ad adottare anche misure politiche sbagliate.
Fino alla tragica conclusione di quella esperienza sociale, umana e politica.
Era l'11 settembre 1973.
Moretti con questo emozionante, commovente,  rigoroso documentario  ci racconta il golpe attraverso la testimonianza di chi ha vissuto sulla sua pelle la repressione e la tortura del regime di Pinochet.  Le parole che si spezzano per l'emozione di rivivere tempi durissimi e crudeli, il pianto rammentando il coraggio di un sacerdote cileno quasi del tutto dimenticato ( e deposto dal papa polacco amico del dittatore cileno)  la compassione per chi sotto tortura ha parlato e la dignità e compostezza di chi ricorda le torture e il divertimento che quelle bestie provavano mentre applicavano sevizie particolarmente sadiche su innocenti.
Perché questa è la verità: un esercito che per decenni ha massacrato il suo popolo.  Moretti non aggiunge nulla, non ricorre a nessun artificio posticcio per aumentare la nostra commozione; "le parole sono importanti", ricordate? Con questo meraviglioso film-documentario ce lo ricorda di nuovo.
Io non credo nelle rivoluzioni pacifiche e democratiche. Non ho mai avuto nemmeno pensieri acritici nei confronti del compagno Allende e di tutta la gestione ( morte compresa) del suo mandato e del suo governo. Anzi reputo proprio che il Cile sia l'esempio calzante per farti comprendere che senza una difesa forte contro quinte colonne e nemici esterni si apra la strada alla peggiore tra le repressioni.
Per me il Cile è simbolo di assoluto fallimento. Ma proprio per questo, tra tutte le storie di dittature e repressioni, è quella che dal punto di vista umano mi scuote e sconvolge di più.
Perché è stata la presa del potere delle brave persone. È stato il tentativo di cambiar la società non puntando sulle armi ma sulle persone, le loro qualità,  l'umanità migliore.
Per questo ho un grande e forte rispetto nei confronti di Allende e dei compagni cileni.
Sopratutto la storia cilena mi commuove perché c'è un pezzo di Italia in quegli anni di massacri, un pezzo di quello che questo paese e il suo popolo è stato, ma io son convinto è ancora.
L'ambasciata italiana diventa un posto sicuro per moltissimi rifugiati politici. Si crea un microcosmo di uomini, donne, bambini, anziani, in fuga dalla dittatura. Nelle parole dei rifugiati dell'epoca vibra forte la commozione per questo nostro aiuto. Nelle parole degli impiegati che decisero di metter a disposizione la nostra ambasciata tutta la dignità di chi fa una scelta.
Noi possiamo sempre scegliere. Anzi è un dovere.  Come oggi di fronte ai fratelli che scappano da situazioni terribili è da sconsiderati nascondersi dietro a un patriottismo demente e crudele. Chiudere i porti quando noi aprivamo le ambasciate. Dare una mano a un uomo per salvargli la vita e non abbandonarlo a un destino di sofferenza. L'eroismo di chi mette sé stesso al servizio del bene comune, dell'altro perché apparteniamo tutti a una sola razza, quella umana, e la vigliaccheria squallida di chi si perde dietro a sciocchi neologismi pur di non vedere, non  fare, non aiutare.
La pochezza disarmante dell'opposizione odierna, lo smarrimento eterno delle sinistre radicali e l'imbarazzante vocabolario rossobruno ,contro gesti semplici, limpidi, di solidarietà di classe e umana nei confronti di moltissimi uomini. Volontè che si commuove in piazza parlando ai compagni e ai cileni e ..Chi? Direi nessuno. Non c'è traccia di intellettuale capace di dar forza e sostegno alle lotte della sinistra.
Ecco, la Sinistra. Che non parlava di poveri mercati terrorizzati, di spread, che non si vergognava minimamente di mischiarsi anche con i peggiori tra i sottoproletari.
La Sinistra che pur essendo opposizione era in grado di contaminare i cattolici ed altri settori della nostra società.
I Cattolici che si comportavano come tali sostenendo e aiutando i profughi.
Ieri, allo Spazio Alfieri qui a Firenze, tra il pubblico c'era tanta commozione e purtroppo molta amarezza. Si guardava a quell'Italia come a qualcosa di perduto.
No, cittadini e cittadine, questo è un gravissimo errore!  Uno stupido e gravissimo errore. Non nego che siamo abbattuti e stanchi, confusi da chi nella sua torre d'avorio pensa di far opposizione a questo governo e all'italia dei razzisti, dei fascisti, delle quinte colonne che vogliono dividere tra italiani e stranieri respingendo l'unità proletaria dei lavoratori.
Ho capito siamo deboli e senza idee. Però non possiamo sempre perdere, non possiamo sempre cedere, sbagliare, lasciarci travolgere da un pessimismo anche lucido e ragionevole,
L'assalto al cielo è ancora possibile. Dobbiamo solo unirci e darci una spinta . Come quella che tanti anni fa permetteva a uomini e donne in pericolo di vita, di salvarsi e venir accolti da un paese di gente generosa, solidale, umana,
Un paese che si chiama(va) Italia.

mercoledì 11 novembre 2015

PALOMBELLA ROSSA di NANNI MORETTI

Non è facile, non lo è per niente! Cosa? Vi chiederete voi, ma niente: essere di sinistra. Esserlo in un paese meravigliosamente assurdo, ferocemente menefreghista, placidamente pressapochista, e letalmente lamentoso come il nostro. Tanto che a volte mi chiedo pure: Ma che è sta sinistra?Che c'entra con l'italiano? Cioè con uno che è estremista, duro  e puro a parole, ma anche tanto servizievole, tanto porta borse per istinto. Rassegnato ai suoi guai, uno che prega per il campionato o per le sue piccole soddisfazioni, che rifiuta ogni cosa possa portarlo a ragionare troppo, che detesta l'arte e la cultura, ma ci vive immerso. Uno che idolatra a caso e per convenienza. Eppure.. Ma sai, potrei dirti che sono di sinistra per via dei partigiani. Non tutti, quelli comunisti. Quelli come Giovanni Pesce e non Edgardo Sogno, ecco. Potrei dirti che sono di sinistra e comunista, per via di Luigi Longo, Teresa Noce, per le lotte operaie, per le rivendicazioni di certi diritti sociali-civili.
Certo, ero piccolo nel 1989, avevo 13 anni. Mi piaceva la politica, ma non avevo coscienza: né immacolata, né di classe. Ma non è questo...Insomma, ma lo avete capito che nel 1989, avete festeggiato come dei pirla la fine del comunismo, perché finalmente avremmo vissuto tutti più liberi e felici, e così non è stato? Ora che siete precari nel lavoro e nei sentimenti, che non contate un cazzo come classe lavoratrice, che la gloria economica è per pochissimi  e gli altri a sbronzarci da pistola di sogni sgangherati di assurde ricchezze consumistiche? Ma non vi viene voglia di sputarvi in faccia e dirvi; ma che cazzo abbiamo combinato?



Fu un momento quello, e lo posso comprendere, di grandi e imprevisti cambiamenti e non fu per nula facile cercare di uscirne senza spezzarsi troppo. Alcune cose andavano scordate, altre perfezionate, sai quelli che ti diranno poi:e ma che schifo,che roba! Hanno ragione, ma non hanno mai avuto la forza di poter cambiare nulla. Nulla. Quindi la fine del pci e tutto il resto è un fatto storico. Anche politico, ma non quella da bar. Si, dai! Quella dove uno arriva dice cose, anche di un certo peso, poi esce e la rivoluzione è rimasta lì, sul bancone, in forma di briciole di brioche. Non è nemmeno in quelli che hanno le visione come sciamani, La storia è stata. Punto. Molti compagni si sono impegnati in una parte o in un'altra, hanno sofferto, si sono scazzati, Non è stato semplice, facile, indolore. E abbiamo sbagliato.
Però io, pur incazzandomi, ecco.. La gente di sinistra non potrò mai odiarla. Che poi finisci per far critiche da sinistra e alla fine ti ritrovi con le destre che ti fanno i complimenti. Ma non solo: che poi dare la colpa alle minoranze è anche idiota. Sono le maggioranze che perdono. Noi abbiamo un grossissimo problema con esse. Fin dal dopo 1989. La smania di governare ci ha fatto dimenticare come.



Però io credo che esser di sinistra sia anche un modo di vivere. Sia urlare : "Ma come parli?" Il non abituarsi al luogo comune, avere appunto una coscienza immacolata, essere primi nel torneo della questione comune. Sia anche amare l'umanità, voler per essa un mondo migliore, appunto più umano.
Esser di sinistra significa aver perso la memoria.

Come succede a Michele Apicella   funzionario del P.C.I.  che a causa di un incidente automobilistico perde la memoria. Si ritrova così arruolato all'interno di un team di giocatori della pallanuoto. Disputerà una partita mentre cercherà di ritrovare la memoria e un centro di gravita permanente che non gli faccia cambiare idea sulle cose e sulla gente. Mentre intorno si agitano personaggi alla deriva, tragicamente "macchiette" con grande spessore umano. La piscina come simbolo della Nazione, dei tempi, la memoria come elemento non tanto da ritrovare, quanto da conviverci, le colpe, i ricordi che cambiano con gli anni, il paese che diventa sempre più cialtrone, la sinistra che perde contatto con il mondo, vista come cosa perdente, come la versione politica dell'Inter. Sono interista, non è uno sfottò
Così vedi i due con i dolci che cercano di scappare dalla loro solitudine, emblema di una sinistra invadente, parolaia, in perenne crisi di affetto e di rivendicazioni infantili. E tantissimi altri personaggi.
Palombella Rossa , ci spiega tutto ciò attraverso la metafora dello sport. Moretti è stato dal 65 al 70 un validissimo giocatore di codesta disciplina, giocando in serie A. Poi, come dice lui nei contributi speciali, ha smesso per dedicarsi alla politica. Ha ripreso più tardi giocando per una squadra di serie c, che sarebbe arrivata in b, e da quell'ambiente ha tratto ispirazione per certi personaggi e situazioni.
Il film è stato girato tra il settembre e novembre del 1988, quindi anche profetico per molti versi, in una piscina vera. Le ultime scene, quelle della partita notturna, sono rammentate anche per esser state girate al freddo, o quasi. Per la famosa scena dello schiaffo, se ne son girate diverse e come sempre ci dice il regista, alla fine la povera Mariella Valentini,  si rinchiuse negli spogliatoi e pianse a lungo. Quante sberle si era presa per l'arte !



Il film segna anche il debutto della collaborazione e amicizia tra Nanni Moretti e Silvio Orlando. Vede una giovanissima Asia Argento nel ruolo della figlia,e rimane tra le miglior politiche a tema "politico" di quel periodo, dove nascevano le basi e regole del cinepanettone, della battuta volgare, della volontà di rendere coglioni e volgari i pubblici, di negare alla massa di elevarsi attraverso mezzi di comunicazione e spunti come il cinema o altro. Brutto periodo che non abbiamo ancora superato. E in tutto questo una sinistra smemorata, impreparata, divisa al suo interno, bisticciona, certo, Ma che io preferirò sempre in confronto anche alla miglior destra possibile.

domenica 19 aprile 2015

MIA MADRE di NANNI MORETTI

Sai cosa? Un tempo ero più coraggioso. Prendi, ad esempio: la morte. Non la temevo, mi sembrava fosse una cosa giusta e normale, d'altronde cosa era la vita se non una vuota e tragicamente buffa aspettativa verso la chiamata finale? Mi sembrava tutto così ipocrita. L'uomo inventava l'amore, le ambizioni, tutto per non arrivare nudo alla tragica verità: non esiste la vita, ma solo la morte. Tanto naturale e giusta, che non ho mai pianto alle notizie della morte di persone a me particolarmente care. E l'oblio? Perché sono ateo. Si questa cosa che poi scompari nel nulla, spengi la luce e poi : stop. Niente di te rimane. Mi garbava codesta idea, tanto che dovrebbe rimanere di me? Chi se ne frega di me.
Poi (perché tu voglia o no c'è sempre un poi ) cosa è successo? Da quando hai cambiato idea? Da quando mi sono innamorato e sono stato ricambiato. Di un amore forte, profondo, con gli alti e i bassi, ma cristallino e limpido. Da quando ho Achille. Da quando accetto la vita e i suoi cambiamenti naturali.
Ecco da allora, sta cosa della morte come elemento naturale, vero, concreto, si insomma....Non è che mi garbi più di tanto. Perché per quanto imperfette, per quanto piene anche di auto inganni e solenni cazzate, ci sono sempre delle vite. Vissute da persone che hanno amato, sperato, uomini e donne che avrei voluto conoscere meglio. Sopratutto se avessi la macchina del tempo e potrei tornare indietro... Ecco, io le piangerei tutte le lacrime che non versai . Per i miei nonni, e non solo. Perché la morte fa piangere e disperare, ci allontana definitivamente un nostro simile e per sempre. L'oblio, il fatto che spariremo dalla memoria collettiva, perché sostituiti da altre persone, altre generazioni, mi terrorizza. Questo un punto che gli atei dovrebbero sviluppare meglio.Non mi basta: si è vissuto. Io voglio vivere anche da morto, perché avrei ancora un po' d'amore da dare.
E voglio piangere ai funerali! Ah, questa terribile bestemmia! Questa onta per i brianzoli
Ok, ora dovrei fare una recensione dell'ultima opera di Moretti. Dovrei, perché a proposito di morte, anche la critica è morta. Uccisa dal pensiero debole del relativismo, dell'opinionismo, dalla rivalutazione alla cazzo di cane. Sono pensieri e riflessioni. Tutto quello che sinceramente posso darvi

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Un film sul lutto, la perdita di una figura fondamentale come la madre. Questo il tema portante,ma a mio avviso è solo un aspetto di una pellicola ancor più complessa, sfaccettata, ricca di simbolismi concreti e di sfuggente e straniante realtà.
Moretti mette in scena in questo suo dodicesimo film, tanto la morte materna quanto un'amara e tagliente riflessione su sé stesso e il suo cinema. Lascia che sia una straordinaria (come sempre) Margherita Buy a rivestire i panni consueti del "Michele Apicella" di turno, per raccontarsi con pudore e massima sincerità. Cosa che ai più attenti e appassionati sostenitori del regista romano, è sempre parso il cinema morettiano.
Come se di fronte alla morte non ci sentiamo autorizzati a smascherarci,a denunciare la nostra naturale essenza, a cercare un rimedio , qualche cambiamento, per poter dire: sono vivo. E sono vivo proprio perché il mio destino lo posso modellare. Quanto è vero tutto questo?

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Così se da un lato, Margherita, non accetta la inevitabile fine del genitore, dall'altra (attraverso sogni e pensieri) si ritrova a rivedere la sua posizione nei confronti del mondo.
Naturale fine anche del percorso artistico di Moretti: tutti i suoi film hanno questo tema di fondo, lo dico ai suoi detrattori superficiali e presuntuosi: la ricerca di una felicità idealizzata, assoluta. Proprio per questo dolorosissima e proprio per questo non resta che divenire: lupi mannari, assassini, o abbandonare tutti e rifugiarsi in un isolamento forzato. Questo era il nostro Michele Apicella e il nostro Don Giulio. Le due anime del cinema morettiano e del suo autore: amore e odio per l'umanità,ma sopratutto per l'incapacità di amare in modo così potente e incondizionato. Come (quasi) sempre ci ama una madre.
In questa pellicola, infatti, si mette in discussione Michele, e quindi Nanni. Questa sua evoluzione, questo sua riflessione sul suo cinema, è parallela alla scomparsa imminente della madre. Ci vuole suggerire che tutto cambia nella nostra vita. Tutto muore e tutto continua.

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Ci svela come le persone siano le proiezioni della loro leggenda (il grande John Torturro elemento comico e anche dolcemente tragico del film) ci dice che non possiamo pretendere il controllo delle vite e della nostra vita. Ma che forse possiamo amare. E abbandonarci al dolore. La gente ha l'alibi del ricatto morale, del buonismo,di tantissime cazzate,perché egocentricamente vuol stare chiusa nei propri alibi. Teme di aprirsi di "rompere almeno uno degli schemi che hai", tanti vivono così tutta la vita.
Questo film ci dice altro e la bellissima battuta finale è quanto di più umano, pacificato, struggente si sia mai sentito al cinema in questi ultimi anni.
Poi se volete continuare a guardare il dito delle vostre scemenze un tanto al chilo,perché non avete mai compreso il cinema di Moretti,ma cazzo voglio esprimere il mio futile e cretino pensiero, fatelo.Vi siete solo persi un grande esempio etico e morale di cinema e di assoluta sincerità umana. Lo avete perso per dodici volte e chissà,magari...Domani.

sabato 10 gennaio 2015

SOGNI D'ORO di NANNI MORETTI

Terzo film del mio amatissimo Moretti, opera , ( a mio sindacabile e discutibile giudizio), di passaggio tra un primo periodo di analisi generazionale e politica, ( seppure piegata da un forte e a tratti invadente autobiografismo,ma d'altronde: " io non parlo delle cose che non conosco!" E quindi apprezzabilissimo questo " parlarsi addosso" per parlare a tutti .La forza del cinema di Moretti è questa per me),e un discorso decisamente più maturo, profondo, dove la coscienza immacolata del suo autore-personaggio diventa radicale e assoluta. Il film che segue , dopo Sogni d'oro, è quel capolavoro travolgente,doloroso,monumentale che si chiama: Bianca. Per questo , io stesso, ho sempre bistrattato e trattato come opera minore, una pellicola invece decisamente geniale e assolutamente importante.



Alla sua terza opera, Moretti, decide di prender di petto il mondo del cinema. Partendo dal suo vissuto,dal  fenomeno che era diventato e prendendone lucidamente le distanze. Fino a un certo punto.  Una pellicola che è quasi apocalittica nella sua graffiante ironia sul mondo dello spettacolo, su un paese di bestie affamate di mediocrità, pressapochismo, convinti anche di essere divertenti e provocatori,ma in sostanza tristissimi.
Un paese che dopo l'impegno degli anni 70 andava verso la deriva volgare di un edonismo massificato e incontrollabile, della devastazione non tanto della cultura o dell'arte,ma della capacità di essere persone razionali e dotate di intelletto.
Per questo amo moltissimo la frase di risposta di Michele a uno di quei critici popolan chic, quelli che stravedono per il genere e la serie b, quando egli  - il critico- dice: "io odio gli intellettuali" e allora Michele risponde: " io amo gli intellettuali". Perché con la loro scomparsa non è tanto che scompaia un barone universitario o un non so,ma una persona di grande qualità che è patrimonio culturale proprio per e del popolo.
Ecco, dubitate sempre da chi si dichiara amico o dalla parte del popolo. Perché è uno che ama veder le masse incatenate alle loro miserie,mai elevate .
No,questo è un mio comizio eh! Cioè, mi pareva giusto aggiungere queste riflessioni.


Così Michele si ritrova a presenziare in orribili dibattiti dove è chiaro che non importa di comprendere il film,ma semplicemente esporre le proprie sacrosante opinioni. Spesso fuori luogo . Si ritrova asserragliato da gente che vuole imparare il mestiere da lui, ( " a me piace leggere,ma non per questo scrivo romanzi" ), da improbabili colleghi che pretendono di aver in comune con lui un percorso umano e artistico in comune.
In un certo senso anticipa la deriva che viviamo oggi dove tutti sono scrittori, tutti sono liberi pensatori e per questo ci sentiamo in diritto di affermare, proporre,esternare.
"Loro , chi sono loro? Perchè anche tu devi esprimerti come se fossi al bar?"
Un po' quello che facciamo tutti noi, sentirci personaggi importanti,con idee, liberi,indipendenti, e per questo facciamo soffrire l'umanità con le nostre brillanti disquisizioni e opinioni, io per primo. Autocritica militante, baby! 


Michele vive in un paese assurdo che lui vorrebbe forse amare,come vorrebbe essere felice e trovare un equilibrio, un amore, cerca di trovare qualcuno o qualcosa che possa essere un sano equilibrio. Per questo i sogni dove si ritrova innamorato di una ragazza : Silvia. Simbolo di una non raggiungibile serenità , di una felicità agognata,ma abbandonata. 
" Sono un mostro e ti amo! " 

Questo grido disperato e potente è la rivelazione finale: altro che coscienza immacolata, altro che idolo del nuovo cinema italiano, altro che provocatore ,solo un uomo che soffre,disperato,solo,ma non arreso. Comprende benissimo le sue debolezze e miserie, e cerca l'amore e l'affetto negli e degli altri mostrandosi come il mostro che è.

"Non voglio morire!" E poi Michele scompare all'orizzonte.
La voglia di essere partecipe,vivo,anche se devastato dall'infelicità,dal non saper relazionarsi come vorrebbe,per colpa sua o di altri. Un finale straziante, per un film che dietro il grottesco,l'umorismo, è un apocalittico film sulla nostra tragica fine. L'estinzione dell'essere umano,e la sua rinascita : sapendo che siamo mostri. Ma che negli altri e in noi stessi cerchiamo l'affetto di un amore assoluto.

domenica 27 aprile 2014

DOPPIA RECENSIONE: IL CAIMANO di NANNI MORETTI

Il film della crisi , legato a un periodo in cui io misi sotto accusa il cinema di Moretti e il suo stesso autore. Spinto da una militanza politica fortemente derivativa,versione aggiornata- sopratutto nelle cavolate di spiccio moralismo- delle politiche messe in atto dai gruppettari degli anni 70. I quali se da giovani erano ribelli e anti conformisti, invecchiando sono diventati petulanti dabbenisti,immobilisti nella loro visione antiquata del tempo.
Roba da  museo della militanza,che invece deve evolversi e combattere quello che i tempi odierni ci mettono in campo: il capitalismo finanziario,l'imperialismo ed espansionismo euroatlantista e sionista,e invece...Vabbè,
Era un periodo però bello. Vivo. Penso di aver dato e fatto cose davvero buone,insieme ai miei compagni. C'era sincerità,passione, con metodi e temi non sempre giusti, con zone di pressapochismo abbondante, ma ripeto umanamente quel periodo lo ricordo con grande commozione. 
Non comprendo quelli che si vergognano delle loro azioni nel passato, se le hai fatte in quel momento andavano bene.
Così avevo messo in discussioni Moretti,che fino a quel periodo invece era uno dei miei miti cinematografici. Il verdetto: fa film piccoli borghesi , bla bla bla.


Il Caimano quindi non mi piacque. Ritenevo debole la critica a Berlusconi,perché basata su fatti noti e sopratutto si critica un capitalista,senza dire che certe cose sono possibili perché c'è il sistema capitalista.
Del quale egli è l'aspetto più ripugnante,viscido, mostruoso, ma ancora rammento le lodi a un altro capitalisra come Della Valle, il compagno Della Valle,perchè criticò il Silvio. Senza comprendere che erano scazzi tra padroni e che nelle fabbriche di Della Valle non è che vi siano così tanti diritti sindacali.
La rovina non è stata tanto l'avanzata del berlusconismo,quanto che questa avanzata sia stata fortemente aiutata dalla scomparsa della sinistra. Impegnata nell'allontanarsi sempre di più dalle sue masse di riferimento, dalle sue istanze,sempre più impegnata ad arrivare a Renzi e ad affidare le proteste alla ciurma di disadattati grillini. Per servire il capitale. Servirlo bene,ma per fare questo e niente altro.
Berlusconi ha trovato terreno fertile: enfatizza la mediocrità,propone sogni materialisti grezzi di goduria immediata, (donnine allegre,cene eleganti,la metà della popolazione maschile non saprebbe dire no), fonda il successo con il calcio,l'unica religione seria in italia.  Egli ha saputo gestire benissimo tutto lo squallore ottuso delle masse amorfe italiche.Ha vinto facile,non c'è un gran stratega. C'è solo uno furbo,e in questo paese di imbecilli vocianti,di pappamagna,mortozombi, di fai girare,lui trova terreno facile
Macerie, ecco cosa ha lasciato l'unione becero berlusconismo e scomparsa della sinistra per donarci il Pd e compagnia.
La situazione politicamente è peggiorata,perchè se contro questo odioso,orribile,insostenibile, ometto c'erano comunque partiti comunisti,girotondi,movimenti dei movimenti,ora contro il nuovo capitalismo europeo,internazionale,guerrafondaio,abbiamo Grillo . Tanto per dire. 
Ha ragione un personaggio di questo film: "Quando pensi che gli italiani abbiano raggiunto il fondo,eccoli che si impegnano a scavare di nuovo"

 

Però rivisto il Caimano mi è piaciuto tantissimo. Certo ho fatto pace definitivamente con il cinema di Moretti, (grandissimo e fondamentale autore, se non vi piace ..Va c'è uno bravo che si occuperà di voi), anche perché la mia militanza è diventata con il tempo più lucida.
Quali sono i punti di forza di questa interessantissima pellicola? Il suo essere prima di tutto un amarissimo e tenerissimo omaggio al cinema . Al prima e al dopo. Agli anni Settanta sgangherati,di opere girate in fretta e furia ,prive di qualsiasi bellezza o pretese autoriale, cinema da prendi i soldi e scappa e gli anni 90-2000 dove si parla tanto di cinema,ma sopratutto di rapporti con la Rai. Di difficoltà  a cercare finanziamenti , di proporre idee , di fare cinema militante o comunque che voglia davvero rappresentare il Reale di un Paese epico nella sua tragicommedia costante.
E qui Moretti è davvero formidabile: già dal prologo,con il matrimonio in salsa pmli, e la presentazione del personaggio di Bruno. Produttore di mediocri e maldestre pellicole che il revisionismo becero,ostentato,popolan chic, (la piaga, il male assoluto in termini di critica cinematografica,per questo me magno le mani di non aver rapito Giusti a Roma per rivenderlo ai cinema di periferia siberiani. Luogo dove deve stare . Democraticamente,civilmente), quella critica che ha enfatizzato ed intellettualizzato il cinema di genere italiano,senza un serio discorso di critica , cioè mostrando quanto di buono sia stato fatto,ma dividendolo dal tantissimo, moltissimo,dalla maggioranza di operine scialbe,mediocri,pleonastiche. Il tutto usando un modo snob e reazionario di attacco al cinema di eccellenza, di qualità, per un sostegno al populismo,qualunquismo,reazione sulla celluloide.

La colpa maggiore di questi critici è quella di mascherare la loro provenienza borghese e spocchiosa,dietro a un sostegno alla "cultura popolare",ma in sostanza il punto del loro lavoro è: "tu proletario rimani cafone,guarda la merda e sguazzaci,quello è il tuo posto,il tuo livello,vai orgoglioso e vantati della tua ignoranza , della tua mediocrità" perchè se cominci ad istruirti,a sapere, a conoscere, noi finiamo di esistere.
 Gran parte della borghesia italica è così. 


Quindi questo aspetto del film mi piace ancora oggi. Affetto e feroce critica, malinconia  e sberleffo, sono ben equilibrati. Rinasce un mondo, rinascono i personaggi e il lavoro per nulla naif o artistico di chi faceva cinema in italia. Di una buona parte,perlomeno.

Bruno è un grande personaggio,come sempre Silvio Orlando si dimostra uno dei nostri attori migliori.  Come anche Margherita Buy, si vabbè non mancano i bloghettari de noantri che hanno da ridire, ma forse dovrebbero seguire i critici petulanti anti moretti,da quello bravo. Ne hanno bisogno.

Perchè loro sono un altro punto di forza del film. La storia della loro separazione è dura, emotivamente forte,descritta con rigore,ma senza tralasciare le bassezze, le piccole cattiverie. Alternando una falsa felicità di facciata per i figli e il dolore della loro separazione.
L'uomo non accetta per nulla questa situazione, e i motivi non ci sono spiegati da parte del personaggio della moglie La lunga scena di lui che trova la moglie insieme a un altro in un bar,che corre a casa, che taglia il maglione e poi la terribile sceneggiata al telefono. Sono forti,reali,figlie di un malessere totale e vero.
Fanno davvero male.


Ecco il film a mio avviso funziona benissimo nel descrivere senza idolatrie facili e imbarazzanti, senza intellettualismi sul nulla, il mondo del cinema di un certo periodo,ma sopratutto è davvero ottimo e imperdibile quando si occupa dei personaggi. Che sono scritti benissimo,e interpretati magnificamente.
 La crisi quindi, ci avverte Moretti, non è solo avere un ladro,corrotto,personaggio odioso e insopportabile, ma è nei rapporti delle persone che preferiscono troncare,abbandonarsi,piuttosto che riscoprirsi,aiutarsi,sostenersi. La libertà è stare in due. Questa è la verità. Invece la gente nel partner cerca l'immagine riflessa di se, dei suoi ideali nati su stupide riviste,programmi idioti,luoghi comuni beceri. Tanto poi divorzio,che sarà mai.
Moretti mostra anche questo vuoto spaventoso di sentimenti, e ci rendiamo conto che siamo condannati
A esser ascari dell'imperialismo con i loro maggiordomi vari, l'ultimo fiorentino,a esser gestiti da guitti, ad aver avuto per oltre 30 anni un tizio orribile che ha rincoglionito un popolo già portato al rincoglionimento, che abbiamo la lega e ora il m5s stolti qualunquisti, la fine dell'opposizione,  l'attacco allo stato , che ci arrubbba quando te non paghi le tasse e ti lamenti anche.
Crisi politica,di sentimenti, di idee, di tutto.

Certo,otto anni dopo pare un'altra storia. Il berlusconismo è archiviato,politicamente non ha più la sua forza originaria. La crisi del 2008 serviva per far piazza pulita di un capitalismo transitorio e ora si sta riformando su altre istanze e direttive, temo che piacciano assai anche al Pd. ( Ecco odierò sempre Grillo perchè per colpa delle sue cazzate non posso più criticare come merita sto partito...),e quindi anche le paure espresse nel finale ,sono esagerate e un po' ridicole. La parte che funziona meno è infatti quella dedicata a Berlusconi,ma serve 
Per la memoria,visto che noi italiani giustifichiamo il fascismo e quindi anche tutte le altre pagine oscure.
 Il berlusconismo è stato un lungo e terrificante periodo di mediocrità,reazione,devastazione morale e culturale del paese. Dobbiamo sempre condannarlo.Sempre

Per il resto invece il film è davvero ottimo. Da notare le tante apparizioni di registi e attori , in piccoli ruoli.

Film che parla di noi e delle nostre sconfitte.

E ORA LA RECENSIONE DI VALENTINA

Dalla sua uscita al cinema ho visto Il caimano svariate volte ma poi, ad un certo punto, è uno di quei film che non ho avuto più voglia di rivedere.In qualche modo, nel ricordo, mi appariva troppo datato, troppo esplicito ma, nello stesso tempo, poco politico, poco uniforme. La visione condivisa di ieri sera, invece, ha smentito molte di queste impressioni.
Prima di tutto Il caimano è una specie di riunione di vecchi amici (o, almeno, a me è quella l’impressione che ha fatta). Pare che ci siano tutti: da Virzì a Sorrentino, da Tatti Sanguineti a Jerzy Stuhr e ognuno appare in maniera perfettamente funzionale ed integrata alla storia, anche quando compare per pochi minuti.
Il film ha momenti di assoluto genio nella riscostruzione del cinema di genere degli anni 70 (solo i titoli dei film menzionati sono esilaranti! Stivaloni porcelloni, Mocassini assassini, Cataratte…) e nella chiara presa di posizione da parte di Moretti riguardo alla diatriba tra cinema di genere e cinema impegnato nell’affermare che, alla fine, si tratta solo di una differenza di linguaggio nel fare, comunque, lo stesso mestiere. E la grandezza autoriale di Moretti si vede prorpio da qui, dal fatto che non sente il bisogno di sottolineare ed evidenziare un concetto ma sembra quasi buttarlo lì, accennarlo soltanto, ma il modo in cui lo fa, le parole che usa e che mette in bocca ai suoi attori hanno quell’incisività che contribuisce a farlo emergere, a dargli valore senza bisogno di farne una battaglia ideologica.
La stessa cosa avviene, sempre in questo film, con la parte, a mio parere, più riuscita, ovvero tutta la vicenda privata di Bruno (Silvio Orlando) che scorre parallela alla produzione della pellicola su Berlusconi, Il caimano, appunto. Il protagonista, parallelamente, alla grossa crisi lavorativa, vive una crisi familiare molto forte che lo sta portando a separarsi dalla moglie (una sempre splendida e necessaria Margherita Buy) e, di conseguenza, ad affrontare anche la separazione dai due figli. Le scene familiari sono toccanti e commoventi e, anche in questo caso, con pochi accenni Moretti riesce a ricreare la tristezza e la malinconia della fine di una storia, ancora più tragica, paradossalmente, perché finisce con una separazione consensuale (anche se Bruno non vorrebbe fino all’ultimo ma non ha il carattere per opporsi, per scegliere una strada alternativa). Perché quando ti accorgi che in una coppia c’è ancora un grande affetto stenti, inevitabilmente, ad accettare che si possa spezzare. Ed è delicatissimo Moretti nel far emergere, senza mai calcare la mano, i problemi e le insicurezze del figlio maggiore, simboleggiate dalla ricerca disperata e vitale di un mattoncino di Lego, ricerca nella quale coinvolge tutta la famiglia come se questo potesse contribuire a tenerli uniti, ad impedire l’inevitabile allontanamento.
Alla fine la parte più debole della pellicola è il finale, con la comparsa di Moretti come protagonista de Il caimano. Ed è debole proprio perché in questa parte l’ideologia è fin troppo scoperta. Moretti perde la sua consueta misura e, a mio parere, vuole strafare e, proprio per questo, perde di incisività e di convinzione.
Ma a parte questo il film rivela un ritratto dell’Italia che, anche se storicamente superato, restituisce in maniera evidente tutto lo squallore di quel periodo, l’approssimazione, l’irresponsabile leggerezza, la mancanza di prospettiva politica e il totale egocentrismo di un Paese che nasconde dietro all’arroganza una profonda crisi morale ed umana da cui tuttora non ci siamo ancora risollevati.