Tutto è cominciato il 14 ottobre 1980, quando la media borghesia asservita al padronato, come bravi bimbetti disciplinati o cani ammaestrati è scesa in piazza a Torino, mettendo fine non solo allo sciopero degli operai Fiat, ma ad almeno dodici anni di lotte, pratiche concrete di solidarietà e coscienza di classe, infierendo i primi colpi alla sinistra e preparando il terreno per il decennio più cretino del Novecento. Certo non mancano le colpe anche tra i presunti ribelli e rivoluzionari, ma le quinte colonne hanno fatto in fretta a sistemarsi nei tempi bui di questo eterno riflusso.
La modernizazzione questa era la scusa ai tempi per creare un paese cialtrone, individualista, menefreghista, edonista nel senso peggiore del termine. Il paese dei Vanzina e del Psi di Craxi, della mafia e della Milano da bere.
Certo c'erano ancora elementi di resistenza ma ormai la frattura tra avanguardie politiche e e Paese era quasi del tutto completata. Mancavano due passaggi fondamentali: la scomparsa del P.C.I. (con la formazione di una sinistra liberale che nel tempo sarebbe diventata sempre più liberale e per certi versi padronale) e la mutazione di quel popolo solidale in un popolo di rancorosi, sprezzanti, rifiuti umani.
Salvini non nasce dal nulla, come anche la sua controparte cioè quel Renzi che si dice di sinistra ma tra i suoi eroi mette proprio i borghesucci del 14 ottobre 1980. Questi tempi pessimi che viviamo non sono l'invenzione dell'ultimo momento, una novità spiazzante. Sapevamo benissimo dove stavamo andando a finire. Anche se ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti ( e tutto ad un tratto la citazione di De Andrè che mi assicura l'attenzione di una parte della borghesia italica).
Cosa ho fatto -io Davide Viganò- negli anni 90 per bloccare la deriva umana che ci spingeva a diventare sempre più feroci, crudeli, cinici e perciò cretini? Nulla. Ci sembrava liberatorio poter dire cose terribili, dar sfogo e gran sfoggio della nostra piccolezza umana e morale nei confronti degli altri.
Scomodi, irriverenti, dissacranti, liberi, veri, sinceri. Perché avevamo la licenza per uccidere con le parole scritte o dette quel popolo solidale, combattente, generoso che siamo stati per decenni. Negli anni 90 abbiamo cominciato a credere che la bontà, gentilezza, cortesia, educazione, generosità, fossero cose ipocrite e false.
Buonistsi, radical chic queste accuse ridicole tipiche dei deboli che si spacciano pure per rivoluzionari partono da lì. Da quegli anni grigi, ma sicuramente pronti a esser rivalutati perché "ho vissuto la mia infanzia negli anni 90".
CI AVETE ROTTO LE SCATOLE CON LA VOSTRA INFANZIA, popolo di Facebook, fans di filmetti e così via. Grazie a dio mo ve la rubano e uccidono a base di remake.
Per fortuna, ogni tanto, qualcuno ci ricorda "quando eravamo re", quando eravamo leoni a difesa della lotta di classe.
La lotta di classe tanto derisa da alcuni giovani sapienti innamorati del libero mercato, ma ignoranti politicamente peggio delle capre di Sgarbi, non vuol dire solo che i tanto odiati operai pretendano di comandare come voi laureati col complesso del pene piccolo. Vuol dire rinnovare il paese partendo dai posti di lavoro. Perché quando cambiano le condizioni dei lavoratori delle classi meno abbienti, quando non devi preoccuparti per la precarietà o di morire (nel silenzio assordante e complice dell'intera società) sul posto di lavoro stai attuando un piano di reale cambiamento del paese. Si parte dalla fabbrica, dal centro commerciale, dal cantiere, e si arriva a toccare ogni lavoro e lavoratore. Fino a trasformare questa massa di idioti e di clienti in cittadini.
Negli anni 70 le lotte degli operai e studenti ci hanno donato la legge 300 del 1970, lo statuto dei lavoratori. Oggi non abbiamo nulla. In quei tempi vi era un'Opposizione forte a partire dal P.C.I. Fino ai vari livelli delle sinistre extraparlamentari e di settori anche cattolici. Oggi abbiamo un'opposizione che fa schifo e pietà. Mettiamoci anche noi, non solo i renziani. Anche noi abbiamo colpe profonde e che ignoriamo.( vedi l'ultima trovata nata morta e che alcuni si stupiscono sia finita come è finita, parlo di potere al popolo).
Io, però, non credo nella nostalgia. Ancor meno credo nel vittimismo. Anzi mi fa infuriare proprio il pessimismo cialtrone italico. Ma sì! Quello che qui fa tutto schifo mentre all'estero.. O di quelli nati e cresciuti in Italia ma che parlano come se fossero nati in altri paesi. Io sono comunista e italiano. Comunista perché tutti i lavoratori, i proletari, gli esclusi sociali sono miei compagni. Da ogni parte vengano o vivano. Italiano perché nato, cresciuto in questo Paese.
Il paese che quarantacinque anni fa ha accolto i profughi cileni.
Negli anni 70 in Cile vince la patte progressista del paese. Vince Salvador Allende. La sua formazione politica è sostenuta da socialisti, comunisti, cattolici, semplici democratici. Sopratutto arriva al potere in modo pacifico, attraverso il voto. Si parla di socialismo umano, che rifugge dal sistema considerato dittatoriale di altre realtà di maggior durata e successo. Tralasciamo per un po' le giuste critiche che si possono fare ad Allende, ma lasciamoci travolgere dalla bellezza, dalla felicità, dalla gioia, di un intero popolo che vedeva messa in pratica la lotta all'analfabetismo, alla povertà, un governo che nazionalizzava (senza indennizzo per i padroni yankee) l'industria del rame. Una presa del potere civile, democratica, pacifica e pacifista ma ferma su alcuni punti. Purtroppo questa esperienza non poteva essere tollerata e venne da subito attaccata per volere degli Stati Uniti D'America.
Kissinger ebbe modo di dire che non si doveva tollerare che un popolo votasse in modo sbagliato, per il marxismo. Con il Cile si avvia il Piano Condor. Cioè un piano per la destabilizzazione di possibili governi progressisti e indipendenti in quello che gli U.S.A. considerano il loro "cortile di casa", cioè il Sud America.
Pagarono i media per screditare il governo, i fornitori cominciarono a tenere nei loro magazzini i beni di prima necessità, i camionisti fecero quel loro famoso sciopero. Per sopravvivere il governo fu costretto ad adottare anche misure politiche sbagliate.
Fino alla tragica conclusione di quella esperienza sociale, umana e politica.
Era l'11 settembre 1973.
Moretti con questo emozionante, commovente, rigoroso documentario ci racconta il golpe attraverso la testimonianza di chi ha vissuto sulla sua pelle la repressione e la tortura del regime di Pinochet. Le parole che si spezzano per l'emozione di rivivere tempi durissimi e crudeli, il pianto rammentando il coraggio di un sacerdote cileno quasi del tutto dimenticato ( e deposto dal papa polacco amico del dittatore cileno) la compassione per chi sotto tortura ha parlato e la dignità e compostezza di chi ricorda le torture e il divertimento che quelle bestie provavano mentre applicavano sevizie particolarmente sadiche su innocenti.
Perché questa è la verità: un esercito che per decenni ha massacrato il suo popolo. Moretti non aggiunge nulla, non ricorre a nessun artificio posticcio per aumentare la nostra commozione; "le parole sono importanti", ricordate? Con questo meraviglioso film-documentario ce lo ricorda di nuovo.
Io non credo nelle rivoluzioni pacifiche e democratiche. Non ho mai avuto nemmeno pensieri acritici nei confronti del compagno Allende e di tutta la gestione ( morte compresa) del suo mandato e del suo governo. Anzi reputo proprio che il Cile sia l'esempio calzante per farti comprendere che senza una difesa forte contro quinte colonne e nemici esterni si apra la strada alla peggiore tra le repressioni.
Per me il Cile è simbolo di assoluto fallimento. Ma proprio per questo, tra tutte le storie di dittature e repressioni, è quella che dal punto di vista umano mi scuote e sconvolge di più.
Perché è stata la presa del potere delle brave persone. È stato il tentativo di cambiar la società non puntando sulle armi ma sulle persone, le loro qualità, l'umanità migliore.
Per questo ho un grande e forte rispetto nei confronti di Allende e dei compagni cileni.
Sopratutto la storia cilena mi commuove perché c'è un pezzo di Italia in quegli anni di massacri, un pezzo di quello che questo paese e il suo popolo è stato, ma io son convinto è ancora.
L'ambasciata italiana diventa un posto sicuro per moltissimi rifugiati politici. Si crea un microcosmo di uomini, donne, bambini, anziani, in fuga dalla dittatura. Nelle parole dei rifugiati dell'epoca vibra forte la commozione per questo nostro aiuto. Nelle parole degli impiegati che decisero di metter a disposizione la nostra ambasciata tutta la dignità di chi fa una scelta.
Noi possiamo sempre scegliere. Anzi è un dovere. Come oggi di fronte ai fratelli che scappano da situazioni terribili è da sconsiderati nascondersi dietro a un patriottismo demente e crudele. Chiudere i porti quando noi aprivamo le ambasciate. Dare una mano a un uomo per salvargli la vita e non abbandonarlo a un destino di sofferenza. L'eroismo di chi mette sé stesso al servizio del bene comune, dell'altro perché apparteniamo tutti a una sola razza, quella umana, e la vigliaccheria squallida di chi si perde dietro a sciocchi neologismi pur di non vedere, non fare, non aiutare.
La pochezza disarmante dell'opposizione odierna, lo smarrimento eterno delle sinistre radicali e l'imbarazzante vocabolario rossobruno ,contro gesti semplici, limpidi, di solidarietà di classe e umana nei confronti di moltissimi uomini. Volontè che si commuove in piazza parlando ai compagni e ai cileni e ..Chi? Direi nessuno. Non c'è traccia di intellettuale capace di dar forza e sostegno alle lotte della sinistra.
Ecco, la Sinistra. Che non parlava di poveri mercati terrorizzati, di spread, che non si vergognava minimamente di mischiarsi anche con i peggiori tra i sottoproletari.
La Sinistra che pur essendo opposizione era in grado di contaminare i cattolici ed altri settori della nostra società.
I Cattolici che si comportavano come tali sostenendo e aiutando i profughi.
Ieri, allo Spazio Alfieri qui a Firenze, tra il pubblico c'era tanta commozione e purtroppo molta amarezza. Si guardava a quell'Italia come a qualcosa di perduto.
No, cittadini e cittadine, questo è un gravissimo errore! Uno stupido e gravissimo errore. Non nego che siamo abbattuti e stanchi, confusi da chi nella sua torre d'avorio pensa di far opposizione a questo governo e all'italia dei razzisti, dei fascisti, delle quinte colonne che vogliono dividere tra italiani e stranieri respingendo l'unità proletaria dei lavoratori.
Ho capito siamo deboli e senza idee. Però non possiamo sempre perdere, non possiamo sempre cedere, sbagliare, lasciarci travolgere da un pessimismo anche lucido e ragionevole,
L'assalto al cielo è ancora possibile. Dobbiamo solo unirci e darci una spinta . Come quella che tanti anni fa permetteva a uomini e donne in pericolo di vita, di salvarsi e venir accolti da un paese di gente generosa, solidale, umana,
Un paese che si chiama(va) Italia.
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domenica 16 dicembre 2018
venerdì 6 aprile 2018
A TAXI DRIVER di HUN JANG (Korea film festival)
Ti ricordi cosa diceva quella canzone? Ma sì, la cantavamo spesso e volentieri durante le trasferte dalla nostra Brianza a Roma. Ogni manifestazione era preceduta da questo canto collettivo sul bus, non ricordi? Aspetta ti cito le parole:" Gli eroi sono tutti giovani e belli!" Appena le ripetevi per tre volte consecutive ti pareva quasi di vederlo questo eroe, vero? Alto, biondo, sguardo fiero, nobilissimi ideali e sprezzo del pericolo. Gli eroi non hanno paura, non temono la vita.
Perché non ne hanno una da perdere.Sono un po' dei coglioni gli eroi, sai? L'ho sempre pensato e infatti ho sempre trovato più avvincenti le storie di quelli che, se avessero potuto, col cazzo che avrei perso la vita per la patria, dio, o altre invenzioni umane.
Però la figura dell'eroe e del super eroe, ci serve e non possiamo farne a meno. Deleghiamo a loro le asprezze della lotta, il rumore dell'acciaio e delle pallottole, la presa di posizione. Così possiamo vivere mangiando pop-corn e prendendocela coi "politici".
Eppure la vita a volte ci costringe a non rimanere nascosti, a vivere premiando la convenienza e non il riscatto, la redenzione, il semplice gesto di umanità che non ci rende complici.
Vincitore del premio della giuria e premiato come miglior film dai voti degli spettatori in sala, del Korea Film Festival, da poco concluso, A Taxi Driver, è un' opera di grande spessore e potenza. Proprio come il secondo classificato (Ordinary Person) anche qui ci troviamo di fronte a una pellicola che contamina genere e impegno politico. Un giusto equilibrio tra la commedia e la denuncia del massacro di Gwangju, dove una lunga protesta popolare venne soffocata nel sangue ad opera dei soldati.
Casomai vi voleste informare meglio sul massacro, ecco un linkhttps://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Gwangju
Il film ci mostra la vita di Kim. Chi è costui? Un uomo medio, anche mediocre. Non certo una persona informata di quanto accada dopo il colpo di stato del 12 dicembre 1979. Lui pensa a lavorare e mantenere sua figlia. Il tassista è un vedovo e non è facile crescere una bambina da solo.
Kim a inizio film se la prende con un gruppo di studenti che manifestando viene caricato dall'esercito. Per lui, quelli, sono solo dei fannulloni, figli di papà, che non sapendo cosa fare rompono le palle alla brava gente come lui
La brava gente vive bene anche sotto una dittatura militare.
Un giorno attirato dal danaro decide di accompagnare uno straniero, un reporter tedesco- se non ho capito male della D.D.R.- nella città di Gwangju.
Il viaggio non comincia benissimo. Il reporter è un po' arrogante e sprezzante nei confronti del tassista e questo ultimo pensa solo ai soldi che guadagna con quel lavoro.
Una volta giunti in città, però, le cose cambieranno. Kim toccherà con mano la ferocia del regime, vedrà molti ragazzi e cittadini trucidati, vivrà sulla sua pelle l'orrore della dittatura fascista. Sopratutto comprenderà che noi non siamo nati per vivere separati dal mondo. Non siamo isole, non possiamo pensare solo ai nostri cari, alla nostra salvezza. L'arrivo di una maturità politica e umana coincide con i momenti più emozionati e drammatici dell'opera. Il ridanciano tassista diventa un uomo che per il bene di gente innocente e per salvare quel cliente abbandonato a far una brutta fine, si mette in gioco.
La cosa bella di questa presa di coscienza è che non si manifesta in modi retorici e da supereroe. No.
Kim rimane un uomo normale, non particolarmente sagace o forte, uno di noi. Perché talora il ruggito di un coniglio può coprire quello del leone.
Kim capisce che in certi momenti non ci si può tirare indietro. Non è una comprensione intellettuale e razionale, ma assolutamente sentimentale. Ha degli amici, ha conosciuto colleghi e cittadini che lo hanno accolto come uno di loro. Per questo decide di aver un minimo di coraggio e di aiutare il giornalista tedesco.
La cosa davvero bella di questo film è che se ne sbatte di apparire retorico, commovente, ricattatorio e tute quelle stronzate tanto care ai fans del cinema trattenuto.
A Taxi Dirver è un film carico di emozioni, scene madri suggestive e sequenze che fanno bene al cuore e agli occhi. Cinema popolare, per masse, ma che svolge anche il compito preciso di istruire il pubblico attraverso l'uso della memoria.
Difficile trattenere le lacrime nella sequenza in cui Kim, ormai fuori dagli scontri in piazza, a bordo del suo taxi non sa se ritornare indietro o portare in salvo sé stesso e il suo cliente.
Basta inquadrare gli occhi dell'immenso Song Kang-Ho per mettere in scena indignazione, rabbia, impotenza, amarezza.
Il film è tratto da una storia vera. Giusto per ribadire che davvero noi possiamo essere migliori rispetto a quello che siamo costretti ad essere, ogni giorno della nostra vita.
L'opera si chiude con un filmato che riprende il vero reporter tedesco, il quale chiede di aiutarlo a trovare quel tassista, quell'inaspettato amico, che non vede da decenni.
Giusto per dar più amarezza a una pellicola commovente, toccante, che mi ha fatto conoscere una storia quasi dimenticata o mai sentita, sopratutto in Occidente.
Perché non ne hanno una da perdere.Sono un po' dei coglioni gli eroi, sai? L'ho sempre pensato e infatti ho sempre trovato più avvincenti le storie di quelli che, se avessero potuto, col cazzo che avrei perso la vita per la patria, dio, o altre invenzioni umane.
Però la figura dell'eroe e del super eroe, ci serve e non possiamo farne a meno. Deleghiamo a loro le asprezze della lotta, il rumore dell'acciaio e delle pallottole, la presa di posizione. Così possiamo vivere mangiando pop-corn e prendendocela coi "politici".
Eppure la vita a volte ci costringe a non rimanere nascosti, a vivere premiando la convenienza e non il riscatto, la redenzione, il semplice gesto di umanità che non ci rende complici.
Vincitore del premio della giuria e premiato come miglior film dai voti degli spettatori in sala, del Korea Film Festival, da poco concluso, A Taxi Driver, è un' opera di grande spessore e potenza. Proprio come il secondo classificato (Ordinary Person) anche qui ci troviamo di fronte a una pellicola che contamina genere e impegno politico. Un giusto equilibrio tra la commedia e la denuncia del massacro di Gwangju, dove una lunga protesta popolare venne soffocata nel sangue ad opera dei soldati.
Casomai vi voleste informare meglio sul massacro, ecco un linkhttps://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Gwangju
Il film ci mostra la vita di Kim. Chi è costui? Un uomo medio, anche mediocre. Non certo una persona informata di quanto accada dopo il colpo di stato del 12 dicembre 1979. Lui pensa a lavorare e mantenere sua figlia. Il tassista è un vedovo e non è facile crescere una bambina da solo.
Kim a inizio film se la prende con un gruppo di studenti che manifestando viene caricato dall'esercito. Per lui, quelli, sono solo dei fannulloni, figli di papà, che non sapendo cosa fare rompono le palle alla brava gente come lui
La brava gente vive bene anche sotto una dittatura militare.
Un giorno attirato dal danaro decide di accompagnare uno straniero, un reporter tedesco- se non ho capito male della D.D.R.- nella città di Gwangju.
Il viaggio non comincia benissimo. Il reporter è un po' arrogante e sprezzante nei confronti del tassista e questo ultimo pensa solo ai soldi che guadagna con quel lavoro.
Una volta giunti in città, però, le cose cambieranno. Kim toccherà con mano la ferocia del regime, vedrà molti ragazzi e cittadini trucidati, vivrà sulla sua pelle l'orrore della dittatura fascista. Sopratutto comprenderà che noi non siamo nati per vivere separati dal mondo. Non siamo isole, non possiamo pensare solo ai nostri cari, alla nostra salvezza. L'arrivo di una maturità politica e umana coincide con i momenti più emozionati e drammatici dell'opera. Il ridanciano tassista diventa un uomo che per il bene di gente innocente e per salvare quel cliente abbandonato a far una brutta fine, si mette in gioco.
La cosa bella di questa presa di coscienza è che non si manifesta in modi retorici e da supereroe. No.
Kim rimane un uomo normale, non particolarmente sagace o forte, uno di noi. Perché talora il ruggito di un coniglio può coprire quello del leone.
Kim capisce che in certi momenti non ci si può tirare indietro. Non è una comprensione intellettuale e razionale, ma assolutamente sentimentale. Ha degli amici, ha conosciuto colleghi e cittadini che lo hanno accolto come uno di loro. Per questo decide di aver un minimo di coraggio e di aiutare il giornalista tedesco.
La cosa davvero bella di questo film è che se ne sbatte di apparire retorico, commovente, ricattatorio e tute quelle stronzate tanto care ai fans del cinema trattenuto.
A Taxi Dirver è un film carico di emozioni, scene madri suggestive e sequenze che fanno bene al cuore e agli occhi. Cinema popolare, per masse, ma che svolge anche il compito preciso di istruire il pubblico attraverso l'uso della memoria.
Difficile trattenere le lacrime nella sequenza in cui Kim, ormai fuori dagli scontri in piazza, a bordo del suo taxi non sa se ritornare indietro o portare in salvo sé stesso e il suo cliente.
Basta inquadrare gli occhi dell'immenso Song Kang-Ho per mettere in scena indignazione, rabbia, impotenza, amarezza.
Il film è tratto da una storia vera. Giusto per ribadire che davvero noi possiamo essere migliori rispetto a quello che siamo costretti ad essere, ogni giorno della nostra vita.
L'opera si chiude con un filmato che riprende il vero reporter tedesco, il quale chiede di aiutarlo a trovare quel tassista, quell'inaspettato amico, che non vede da decenni.
Giusto per dar più amarezza a una pellicola commovente, toccante, che mi ha fatto conoscere una storia quasi dimenticata o mai sentita, sopratutto in Occidente.
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mercoledì 28 marzo 2018
ORDINARY PERSON di KIM BONG-HAN (KOREA FILM FESTIVAL)
La Storia puoi narrarla o filmarla in due modi: ponendo l'attenzione all'ambiente sociale e politico in cui accadono i fatti presi in considerazione, come nel bellissimo The Fortress, mostrando le strategie e le analisi alla base del sorgere e cadere di regni e dittature, oppure raccontando la storia piccola di gente piccola. Uomini che non sentono il peso della gloria, la forza della rivoluzione, ma devono riempire lo stomaco e sopravvivere. Questo capita nei regimi dittatoriali e quelli democratici di stampo capitalista.
Le persone normali, ordinarie, comuni, non possono fare altro che vivere e occuparsi dei propri cari.
Tra queste persone ordinarie, che fanno solo il loro dovere, non mancano nemmeno uomini che hanno sostenuto cause sbagliate. Le ragioni sono tante, non solo la fame. C'è un'idea errata di patriottismo, c'è la paura di ribellarsi, moltissime ragioni.
Tutti dormiamo quando il potere è troppo forte, questo non vuol dire che non possiamo svegliarci.
La dittatura militare nel Sud Corea, è materia poco conosciuta dalle nostre parti. A essere sinceri è sconosciuta anche quella del Nord, visto che i riferimenti nostri sono solo mezzi di propaganda del sud o- quando va bene- cinesi. Noi occidentali arroganti e presuntuosi non sappiamo un cazzo, ci cibiamo di propaganda, ma crediamo sempre di aver capito l'universo mondo.
Quando molti non hanno ancora capito come funziona la nostra democrazia e cosa si va a votare il giorno delle elezioni, spoiler: non il governo.
Come tutte le dittature fasciste serviva a noi per bloccare l'avanzata del comunismo o di spinte anti colonialiste. L'atteggiamento è di solito: "Sono dei figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana". Lasciando ai mezzi di informazioni, a volte e non sempre, il compito di farci provare pena per quelle persone così disgraziate da vivere in quei paesi.
Ordinary Person, comincia come una robusta commedia quasi d'azione. Ci viene presentato il suo protagonista, Kang Sung- Jin, un poliziotto navigato e dai modi poco ortodossi. Lo vediamo mentre dà la caccia a un malvivente in compagnia del nuovo arrivato. Vengono messe in scena le dinamiche tipiche di un poliziesco in cui è protagonista una coppia di sbirri ed è anche divertente a tratti.
Il tono cambia dal momento che Kang-Sung-Jin viene contattato dai servizi segreti. In quel periodo ci sono manifestazioni e malumori nel popolo e serve una storia per deviare la tensione. Per questo il poliziotto deve occuparsi di un feroce serial-killer. L'agente decide di incolpare un uomo, arrestato insieme al giovane collega, colpevole di un omicidio ma estraneo del tutto agli altri casi
Il poliziotto, in cambio dei suoi servigi, ottiene denaro, una nuova auto e la possibilità di operare il proprio figliolo.
Il ragazzo ha un problema a una gamba, ma l'operazione per poterlo guarire costa troppo. Grazie ai soldi ottenuti facendo il lavoro sporchissimo per il regime, l'intervento si può fare.
Mentre ripensavo a questo film mi veniva in mente una cosa: come è facile accusare un uomo. Leggendo queste righe uno potrebbe pensare che lo sbirro protagonista sia un uomo spregevole, visto che a un certo punto fa arrestare anche il suo migliore amico, un giornalista dissidente. Questo schematismo capita solo in certe opere, non è sbagliato a prescindere e non mi dispiace nemmeno, tuttavia la vita reale è un continuo spostarsi tra soluzioni sbagliate e altre disastrose, vigliaccheria e coraggio, orrore e splendore. Tutto questo è ben rappresentato dal protagonista di questo meraviglioso, stupendo, straordinario film.
La seconda parte di questa opera infatti ci parla del risveglio del suo protagonista. L'uomo comprende che è solo un numero, un oggetto, e che la sua amatissima patria è nelle mani di farabutti e torturatori.
Commuove la sua lotta per incriminare il giovane e feroce funzionario dei servizi segreti. Ci trema il sangue nelle vene assistere alla fine del giornalista dissidente, l'impegno della giovane reporter, la fine di un cane randagio e di una povera famiglia. Tanti piccoli tasselli di un mosaico imponente di orrore, violenza, sopraffazione.
Certo la dittatura è sul punto di finire e poi arriverà la democrazia, ma questo non significa per forza giustizia. Il finale amaro e tenero allo stesso tempo lo dimostra apertamente.
Grazie al Korea Film Festival che da sedici anni si tiene verso fine marzo, in quel di Firenze, ho scoperto opere meravigliose e film importanti. Di generi e registri assolutamente diversi l'un dall'altro, ma che meritano di essere conosciuti dagli spettatori che amano il cinema e non sgranocchiare pop corn a cervello spento, ogni volta che entrano - per caso- in una sala.
La fortuna di vivere a Firenze è che non mancano occasioni per conoscere cinematografie di tutte le parti del mondo, vedere opere destinate all'invisibilità, tutto questo grazie alla professionalità e passione degli addetti ai lavori.
Le cose fanno schifo se lasciamo che facciano schifo. L'amore per l'arte e lo spettacolo, prima poi ci premiano con festival come questo dedicato al cinema coreano e film indimenticabili come Ordinary Person.
Le persone normali, ordinarie, comuni, non possono fare altro che vivere e occuparsi dei propri cari.
Tra queste persone ordinarie, che fanno solo il loro dovere, non mancano nemmeno uomini che hanno sostenuto cause sbagliate. Le ragioni sono tante, non solo la fame. C'è un'idea errata di patriottismo, c'è la paura di ribellarsi, moltissime ragioni.
Tutti dormiamo quando il potere è troppo forte, questo non vuol dire che non possiamo svegliarci.
La dittatura militare nel Sud Corea, è materia poco conosciuta dalle nostre parti. A essere sinceri è sconosciuta anche quella del Nord, visto che i riferimenti nostri sono solo mezzi di propaganda del sud o- quando va bene- cinesi. Noi occidentali arroganti e presuntuosi non sappiamo un cazzo, ci cibiamo di propaganda, ma crediamo sempre di aver capito l'universo mondo.
Quando molti non hanno ancora capito come funziona la nostra democrazia e cosa si va a votare il giorno delle elezioni, spoiler: non il governo.
Come tutte le dittature fasciste serviva a noi per bloccare l'avanzata del comunismo o di spinte anti colonialiste. L'atteggiamento è di solito: "Sono dei figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana". Lasciando ai mezzi di informazioni, a volte e non sempre, il compito di farci provare pena per quelle persone così disgraziate da vivere in quei paesi.
Ordinary Person, comincia come una robusta commedia quasi d'azione. Ci viene presentato il suo protagonista, Kang Sung- Jin, un poliziotto navigato e dai modi poco ortodossi. Lo vediamo mentre dà la caccia a un malvivente in compagnia del nuovo arrivato. Vengono messe in scena le dinamiche tipiche di un poliziesco in cui è protagonista una coppia di sbirri ed è anche divertente a tratti.
Il tono cambia dal momento che Kang-Sung-Jin viene contattato dai servizi segreti. In quel periodo ci sono manifestazioni e malumori nel popolo e serve una storia per deviare la tensione. Per questo il poliziotto deve occuparsi di un feroce serial-killer. L'agente decide di incolpare un uomo, arrestato insieme al giovane collega, colpevole di un omicidio ma estraneo del tutto agli altri casi
Il poliziotto, in cambio dei suoi servigi, ottiene denaro, una nuova auto e la possibilità di operare il proprio figliolo.
Il ragazzo ha un problema a una gamba, ma l'operazione per poterlo guarire costa troppo. Grazie ai soldi ottenuti facendo il lavoro sporchissimo per il regime, l'intervento si può fare.
Mentre ripensavo a questo film mi veniva in mente una cosa: come è facile accusare un uomo. Leggendo queste righe uno potrebbe pensare che lo sbirro protagonista sia un uomo spregevole, visto che a un certo punto fa arrestare anche il suo migliore amico, un giornalista dissidente. Questo schematismo capita solo in certe opere, non è sbagliato a prescindere e non mi dispiace nemmeno, tuttavia la vita reale è un continuo spostarsi tra soluzioni sbagliate e altre disastrose, vigliaccheria e coraggio, orrore e splendore. Tutto questo è ben rappresentato dal protagonista di questo meraviglioso, stupendo, straordinario film.
La seconda parte di questa opera infatti ci parla del risveglio del suo protagonista. L'uomo comprende che è solo un numero, un oggetto, e che la sua amatissima patria è nelle mani di farabutti e torturatori.
Commuove la sua lotta per incriminare il giovane e feroce funzionario dei servizi segreti. Ci trema il sangue nelle vene assistere alla fine del giornalista dissidente, l'impegno della giovane reporter, la fine di un cane randagio e di una povera famiglia. Tanti piccoli tasselli di un mosaico imponente di orrore, violenza, sopraffazione.
Certo la dittatura è sul punto di finire e poi arriverà la democrazia, ma questo non significa per forza giustizia. Il finale amaro e tenero allo stesso tempo lo dimostra apertamente.
Grazie al Korea Film Festival che da sedici anni si tiene verso fine marzo, in quel di Firenze, ho scoperto opere meravigliose e film importanti. Di generi e registri assolutamente diversi l'un dall'altro, ma che meritano di essere conosciuti dagli spettatori che amano il cinema e non sgranocchiare pop corn a cervello spento, ogni volta che entrano - per caso- in una sala.
La fortuna di vivere a Firenze è che non mancano occasioni per conoscere cinematografie di tutte le parti del mondo, vedere opere destinate all'invisibilità, tutto questo grazie alla professionalità e passione degli addetti ai lavori.
Le cose fanno schifo se lasciamo che facciano schifo. L'amore per l'arte e lo spettacolo, prima poi ci premiano con festival come questo dedicato al cinema coreano e film indimenticabili come Ordinary Person.
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