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venerdì 27 luglio 2018

Riflessione indisciplinata : la malattia e la morte.

Senza entrare nei particolari che ci hanno spinto ad accantonare Netflix per un po' di tempo, devo dire che il nostro ritorno è stato all'insegna di alcuni documentari tanto belli e importanti quanto durissimi da sostenere.
Avrei preferito visionare la terza stagione di "Crazy Ex Girlfriend" o qualcosa di più leggero e sbarazzino ma mi sono lasciato coinvolgere dai temi di questi tre imperdibili documentari:  End Game, Extremis, Cristina.
La malattia e la morte sono argomenti tabù che ci terrorizzano e spiazzano. Facciamo di tutto per allontanarli da noi. Oppure ne parliamo con un certo distacco, come se non ci interessasse essere vivi o morti. Entrambi questi metodi li vedo come una difesa. Una comprensibile e umanissima difesa.
Questi tre corti (il più lungo dura 45 minuti mi pare e il più corto 24 minuti)  possono dar molto fastidio e già li vedo quelli che parleranno di pornografia del dolore, strumentalizzazione di incapaci e altre idiozie in libertà.
Noi non vogliamo vedere. Noi non abbiamo orecchie per sentire. Perché la malattia significa un oltraggio ignobile e squallido contro il nostro corpo e la nostra autonomia.  La malattia deforma la presenza fisica dei nostri amati. Il padre che da piccoli ci sosteneva e vedevamo come un gigante, la donna che col suo amore ci ha cambiato la vita, il figlio tanto amato e voluto, di colpo cessano di esistere.
End Game ed  Extremis ci portano in ospedale, nel reparto dei malati terminali. Seguono la storia di qualche paziente, spesso donne, che lottano una battaglia persa contro la morte. Tuttavia non è la malattia o la morte che mi colpiscono profondamente e mi commuovono. Non sono queste due stazioni terribili e terrificanti, che compongono il nostro viaggio in questo mondo.
È l'amore che mi colpisce e mi commuove. Il marito che osserva la moglie in fin di vita tenendola per mano, la madre che racconta alla figlia quanto le piacesse una certa pietanza, i dottori e infermieri che mantengono quel briciolo di umanità che impedisce a loro di veder solo dei corpi destinati a spegnersi.
Siamo esseri umani e viventi fino all'ultimo respiro. Per questo trovo che una delle cose più belle di Extremis siano i dialoghi tra dottori e infermieri.  Non è facile dire quale possa essere la cura migliore per affrontare un momento delicato e senza speranza, anzi è proprio sul discorso se continuare o meno le cure, cercare soluzioni diverse, che punta molto anche l'altro documentario: "End Game".
In questo documentario si vede un giovane dottore (rimasto privo di gambe e il braccio destro mi pare) che gestisce un ospizio per malati terminali. Si parla di cura palliativa, si mostra un altro modo di affrontare una situazione che non possiamo cambiare.
C'è tanto dolore e tristezza in questi documentari, forse per alcuni la visione potrà essere particolarmente difficile. Tuttavia, ripeto, è la presenza fino all'ultimo di un famigliare, di qualcuno che ti ha amato a rendere meno amaro l'addio.
Io ho paura di morire da solo, di ritrovarmi in un letto senza nemmeno lo straccio di un amico. Perché vorrebbe dire che ho fallito tutto nella vita.  Mi correggo e preciso: sarebbe un fallimento per me perché le relazioni sono fondamentali dal mio punto di vista. Uno magari potrebbe anche fregarsene delle persone e puntare al danaro.
Solo che i soldi non ti terranno mai la mano come una persona che ti ha amato.  Lasciare il mondo pensando che molti mi ricorderanno, che strapperò brandelli di vita nei loro ricordi e pensieri, mi fa sentire meglio.
Non voglio nemmeno ingannarvi e perciò vi dico subito che questi due documentari sono abbastanza tosti. Decidete voi se vederli o no.

CRISTINA  è la storia di una donna (una persona di successo che lavora nell'ambiente cinematografico) e della sua battaglia contro la malattia. La vediamo scherzare, vivere i suoi giorni, crollare, aver paura. Il corto alterna immagini della donna verso la fine dei suoi giorni con riprese della sua  vita prima  della malattia. Conosciamo il marito, i figli, le colleghe di lavoro che non smettono mai di andarla a trovare.
Nessuno muore da eroe. Nessuno. Anzi io credo proprio che il coraggio e l'eroismo siano la causa di tante stronzate.  Perché temiamo di spaventare gli altri, di essere di peso o che dobbiamo aiutarli a prepararsi al peggio negando il peggio.
La paura è una cosa normale, il pianto è naturale. Come possiamo vivere con eroismo la nostra fine? Sappiamo che stiamo perdendo le persone che amiamo di più. Come cresceranno i nostri figli? Che sarà di mia moglie o mio marito una volta che non ci sarò più?
Dobbiamo abbandonarci al dolore e al terrore. Mostrarci fragili in un mondo che da noi pretende di vederci sempre operativi e fiduciosi.
Cristina  è sopratutto una bellissima storia d'amore. Una storia normale, come tante. Questo è il filo invisibile che hanno in comune tutti e tre i corti. Nessuno muore solo. C'è sempre qualcuno ad accompagnarci fino alla fine.
Ecco è questo trionfo della vita sopra la morte, anche nel momento stesso del decesso, che mi fa tanto amare questi tre bellissimi corti.
Sono tre lavori che puntano a renderci empatici colle loro protagoniste. Mi stupisco di come (in questi tempi) sia facile chiudersi a riccio e lasciare fuori dal nostro cuore gli altri. Non riconoscere il dolore altrui o abbandonarsi a vigliaccherie finto rispettose della serie " se non hai provato sulla tua pelle questa cosa allora sei ipocrita  e parli a cazzo". Tutto passa e parte dal linguaggio. Quando accettiamo che l'altro non sia nulla e non ci vergogniamo della nostra distanza con esso, tutto diventa possibile. Questi tre cortometraggi puntano invece a farci partecipare emotivamente. Ci mostrano persone che non abbiamo conosciuto, ci mostra un mondo lontano, potremmo ignorarli... Perché no?
Perché non siamo isole, perché possiamo comprendere e capire il dolore degli altri o le loro gioie anche se non ci appartengono, non ci vedono protagonisti.
Perché, molto banalmente, abbiamo la capacità di provare sentimenti cristallini, limpidi, di empatia e vicinanza. I deboli puntano su altro: cinismo, rancore, egoismo. Vivono una vita inutile e vuota.
Noi invece che proviamo vicinanza e amore per il prossimo non ci vergogniamo di piangere o dire anche una preghiera per gente sconosciuta, vista in tre documentari.
Sappiamo che alcuni passaggi sono durissimi e inaccettabili sotto molti punti di vista, In quelle persone non vediamo sconosciuti ma esseri umani che sono stati amati da qualcuno. Vediamo persone che sono costrette a dir addio a una moglie, una figlia, una persona amica.
In quel momento ci sentiamo tutti uniti.
Ed è questa per me la magia del cinema e la meraviglia della vita: sentirci uniti anche se non ci conosciamo.
Ps: certo Netflix è il principale problema del mondo e dell'industria dello spettacolo. Detto questo capita di trovar delle cose anche molto belle. Come in questo caso.

martedì 20 dicembre 2016

Le personali miglior visioni del 2016 : i documentari

Ogni tanto, capita, qualcuno beve troppo o si droga male e ti esce epico e borioso con la seguente stupidaggine: " Il documentario non è cinema!" Velatamente è stata ribadita in modo più o meno diretto e chiaro anche da un noto regista bolognese, al quale voglio tanto bene e gli perdono codesta castroneria.
Forse questo pensiero stupendo, questa pazza idea, valeva fino a qualche decennio fa.  Il documentario era roba da Quark o da pomeriggio a guardar Rai Tre, non lo nego e lo confermo.  Tuttavia col passare degli anni, la tecnica del girare documentari è cresciuta e diventata sempre più complessa, ricca di sfumature,  contaminazioni, sopratutto chi li gira ha uno sguardo preciso, profondo, si raccontano storie usando la realtà.
Ci tengo a specificare questo punto: non è la realtà a esser rappresentata sullo schermo quando vediamo un documentario, ma una storia a tematica spesso sociale, che usa - secondo le caratteristiche tecniche dell'autore- la "realtà vera", creando una contraddizione affascinante, un corto circuito di vero e verosimile emozionante.
Il documentario ribadisce, a mio immodesto avviso, una mia intuizione da spettatore indisciplinato: siamo tutti pezzi di cinema, film, letteratura. La "realtà vera" , nuda e cruda, che tanto ossessiona molti spettatori, è solo un'illusione ottica delle nostre esistenze che seguono schemi e regole assolutamente cinematografiche. Perlopiù la nostra esistenza è cinema di genere: commedia direi. Con momenti di neo realismo, ma il punto centrale è come il cinema sia solo uno specchio magico e deformante dell'esistente. Per questo il documentario quando riprende la realtà, nella sua utopica pretesa di dire la verità. filtra con elementi presi direttamente dalla "realtà vera", ma non si limita a riprenderli nel loro luogo naturale, porta in quei posti la regola cinematografica, svela ai suoi "protagonisti" come tutto sia finzione scenica, anche la nostra esistenza. Non per questo falsa, pleonastica, incapace di provare profondissimi sentimenti e sacrosante rabbie contro le ingiustizie.  Anzi, direi proprio che nessuno toglie un briciolo di verità a quanto proviamo, sentiamo, viviamo. D'altronde anche nel cinema, quando ci riesce, arriviamo a perdere il confine tra vero e rappresentazione filmica. Ognuno secondo la propria sensibilità, ma questo accade.

Questo 2016 ci ha proposto dei documentari assai interessanti, opere assai diverse tra di loro, vuoi per temi e per metodi di far cinema. Sono come sempre scelte personali, dettate dalla mia sensibilità umana, i miei interessi, a questo servono le classifiche di fine anno. Conoscersi e riconoscersi, vedere come si cambia col tempo che passa o come si rimane fermi su alcuni punti.. Per cui facile che a voi possano non dir nulla e bla bla bla.
Vabbè, come dice l'umile Scanzi: Vamos!


- Il fiume ha sempre ragione

Il tema del lavoro ( in un mondo in cui esso è devastato da assurde leggi politiche, disorganizzazione delle masse, precarietà selvaggia, voucher, partite iva, divisione profondissima tra chi comanda e le mandrie di lavoratori scambiabili tra di loro, con stipendi a volte ridicoli, e la distruzione di quella bellissima legge che era la Legge 300 del 1970) al cinema è quasi sempre una rarità. Difficilmente il nostro cinema coglie l'aspetto sociale e umano dietro a una professione. Perché le classi e i blocchi sociali si rappresentano attraverso le mansioni che ricoprono.  In tempi di precarietà, flessibilità, disvalore etico di ogni professione, assordati e tramortiti da linguaggi affascinanti e spesso con parole inglesi, per dare idea di modernità ed eterna cretineria giovanile, ci dimentichiamo quanto la vita umana sia legata ad esso. Oggi è giusto prender le distanze dalla catena del lavoro, dello sfruttamento economico, del senso di fatica e sacrificio per il posto di lavoro, proprio perché ormai è solo un mezzo improvvisato e di poca durata per prendere qualche spicciolo e via.  Non è luogo di organizzazione sociale, di riconoscimento nell'altro del far parte di una classe, ma di stupide lotte tra poveri, angoscia per il contratto che scade, occupare posti perché con la crisi cazzo fai rinunci a questo meraviglioso posto?
Questa è la realtà, al di là di singoli sogni di resistenza operaia, di "ottimo ambiente in cui mi trovo bene".  Detto questo il lavoro ha anche una forte importanza sociale. Ci sono professioni che aiutano la gente a star meglio, ci sono tanti piccoli lavori che ci donano esistenze tecnologicamente avanzate.
L'umano dietro la professione è sempre un tema interessante
Come questo film di Silvio Soldini,  che con occhio partecipe, romantico, quasi fiabesco, ci porta a conoscere due professionisti "di una volta" Un lombardo e uno Svizzero.
A Osnago, Alberto Casiraghy, porta avanti la sua attività di piccolo editore di libri di poesie o aforismi, personali e di poeti locali, utilizzando una vecchia macchina a caratteri mobili, mentre in Svizzera, josef Weiss si occupa di restauro dei libri, cercando di equilibrare un po' di spirito da grafico e tradizione.
Il film mostra queste due vite sospese, antiche eppure modernissime, senza ombra di dubbio più dinamiche e progressiste rispetto a quelli dei tanti manager in giro per il mondo.
Un inno al lavoro che è anche vita e di vita che ribadisce la sua profonda grandezza nel fare una professione per la Bellezza, per Passione e Amore


Fuocoammare



Gianfranco Rosi porta in scena la tragedia dell'immigrazione, le vite disperse e distrutte in mare, la macchina organizzativa del soccorso, i campi profughi, il dolore e la morte, i pochi attimi di gioia per una partita di lavoro. Il mondo che entra con violenza nella piccola e remota realtà di Lampedusa; e la vita quotidiana di alcuni abitanti. Due mondi paralleli che non si avvicinano mai.  Un po' come le nostre vite di lamentosi uomini occidentali accecati da benessere e felicità modeste ma costose, da libertà effimere, spesso ciechi e sordi nei confronti degli altri, del resto del mondo. Opera emozionante e indimenticabile.


Ridendo e scherzando: ritratto di un regista all'italiana

Eravamo in tre quel pomeriggio di febbraio, esattamente lunedì 1, al The Space di Firenze, per assistere a un documentario dedicato a quello che per me rimane il più grande e migliore per meriti tecnici e di contenuti, tra i registi della nostra commedia: Ettore Scola.  Costui con i suoi film ha strappato, stracciato, l'idea che la commedia sia un genere usa e getta, popolano, per giustificare ogni nostra devianza sociale e individuale. Cinema altissimo, spesso legato all'idea di coralità, non focalizzazione su un "tipo di italiano", ci vorrebbero ore e ore per parlare di Scola. Noi lo rammentiamo con la visione delle sue opere. Non possiamo fare altro.
Film da recuperare, assolutamente



Spira mirabilis



La Bellezza, la Grande Bellezza, che si manifesta nel fitto assoluto del suo Mistero filmico. Abbiamo visto l'Immortalità intrappolata nelle immagini. Abbiamo toccato Dio

lunedì 13 luglio 2015

L'UOMO CHE AVEVA BATTUTO LA TESTA di PAOLO VIRZI'

Non è tanto la testa, la ragione, l'analisi lucida, quella che rimane a futura memoria. Mi piacerebbe che fosse così, ma forse questi elementi è meglio perseverarli per la politica, per il resto cosa conta? Cose impalpabili, cose che ci piace pensare esistano solo nei films. Non in tutti, quelli buonisti.
Sono le lacrime di gioia, sono la riconoscenza per esser così fragili e stupidi, da emozionarsi per le parole e le vite altrui. E sono i posti
Io amo Livorno e Roma. Certo avranno difetti e limiti, ma la perfezione è un atto innaturale, di repressione, quindi le mie città sono queste due.

Virzì attraverso codesto documentario tenta di narrare una città, un popolo, attraverso la storia di un grandissimo artista: Bobo Rondelli.
Chi è costui? Un cantautore che pesca nel meglio della canzone italiana e nel mondo del rock. Cantore di sentimenti spesso malinconici, di personaggi per niente facili, le sue canzoni stanno sospese tra un'ironia istrionica dissacrante e una profondissima e dolcissima amarezza, mestizia, gioie tenere e fragili, sospese.

 Risultati immagini per l'uomo che aveva picchiato la testa

Così Virzì gira la città intervistando attori, musicisti, amici di Rondelli, portando la mdp all'interno della sua vita e dei suoi pensieri. C'è, essendo un'opera del grande regista livornese, tutta quella poetica legata alla compassione per i personaggi. Non si nascondono limiti ed errori del protagonista, ma non si vuol né infierire né fare agiografia. Tu vedi un uomo, prima di un artista. E io amo entrambi.
Il documentario è un mezzo cinematografico potentissimo, perché rende cinema la realtà. Non fate come Nichetti che è convinto che questo modo di fare arte visiva, sia solo la riproposizione della mera realtà. Non fate come quelli che se non vedono svolazzamenti di draghi, dicono: eh ma se vuoi fare un film sulla vita vera, gira un documentario.
Esso riprende la verità della vita, ma la messa in scena è cinema. Perché dietro c'è un regista che sceglie cosa e come riprendere. Virzì poteva mettere insieme immagini gioiose di repertorio, poteva mostrare solo l'aspetto positivo, e invece non l'ha fatto. Perché a lui interessa la complessità dolce amara della vita, interessa i sentimenti.
Così mentre le immagini scorrono, ecco venire alla luce una città unica e impossibile come solo Livorno sa essere.
Posto che blocca tutto, che nasconde dietro all'esaltazione dell'ignoranza e della sfacciataggine una profonda sensibilità, della quale prova vergogna. Posto che non perdona chi lascia la compagnia del cortile, del bar, che campa su un'improbabile purezza. E queste in un certo senso sono le "accuse" mosse a Rondelli. Cioè aver scelta la comoda vita dell'outsider idolo delle folle della sua città, invece di rischiar puntando in alto, a livello nazionale, visto che lui è davvero eccezionale, unico, irripetibile.
Il successo, avere molti ammiratori, far parte di un giro "grosso" è per forza simbolo del male? Evitare compromessi per sostenere una purezza che anche di auto reclusione è simbolo di giustezza? Meglio evitare di girare lo "stivale" per dar spazio ai Gramegna Tour, come li definisce amaramente e ironicamente lo stesso Rondelli?

 Risultati immagini per l'uomo che aveva picchiato la testa

Ed è appunto un uomo, non un ribelle o un rivoluzionario, quello che esce da questa bellissima opera. Capace di farci emozionare con la sua voce ricca di sfumature, con la sua interpretazione ora selvaggia ora compostissima, con le sue storie, così vere e sentite. Ed è l'uomo che vede fallire un matrimonio, il tutto capita durante le riprese del film, che si commuove ripensando al padre, a quanto gli manchino i suoi abbracci, mai ricevuti, perché sono cose poco maschili, meglio evitare. E poi ci sono le canzoni: che si parli di un orso, che si parli di un vecchio pedofilo, di esistenze alla deriva, c'è la compassione e pietà altissime,nobili, che ci fanno tremare il sangue nelle vene

Risultati immagini per l'uomo che aveva picchiato la testa

Ringrazio Virzì e Rondelli perché mi hanno commosso, intrattenuto, fatto riflettere. Io amo questo artista così imperfetto, così autolesionista se vogliamo, ma così vero. C'è l'urgenza delle parole, pensate e amate, volute in quel modo preciso. C'è riflessione e ragionamento, c'è un grande cuore.
"Viaggio d'andata, senza ritorno, bella Livorno, mi fermo qui"

Lasciate che io mi fermi in questa città, con questo popolo, con il cinque e cinque da Gagarin, la videoteca del Frusciante, il porto,Ciampi, le scritte rivoluzionarie sui muri, il 1921 e la nascita del comunismo, Shangai, Livorno è la Vita in tutto il suo splendore e decadenza. Nessun posto è paragonabile a codesta città, a parte la sola Roma,e Rondelli è il suo migliore e nobilissimo cantautore

sabato 23 aprile 2011

TOGLIATTI è TORNATO DI CARLO LIZZANI

il 14 luglio 1948 un infame cercò di ammazzare Il Migliore,colui che del comunismo in italia è stato l'esponente di maggior richiamo popolare e capacità organizzative.Certo era in ottima compagnia:longo,amendola,noce,pajetta e tanti altri.Il grande Pci,nostro orgoglio e punto di riferimento prima della svolta berlingueriana e il suicidio dell'unità nazionale. Questo documentario illustra il ritorno dopo quel terribile giorno e dopo le reazioni popolari soffocate nel sangue dalla sbirraglia scelbiana.La nostra democrazia è stata anche lotta di classe con le forze dell'ordine usate per soffocare nel terrore e nella morte le istanze di vera democrazia,quella dei lavoratori,volute dal popolo Che emozione vedere tantissima gente,uomini e donne bambini e anziani,festeggiare il ritorno di Togliatti!Le parate,l'emozione dei compagni,il toccante discorso del MiglioreDocumentario fondamentale e di strepitosa beltà