Mike Kendall è un uomo giunto al capolinea. Un alcolizzato incapace di dar un senso alla sua vita. Un tempo era un poliziotto. Un tempo lontano che non riesce a dimenticare. "Saresti un buon poliziotto se non avessi problemi con l'alcol" gli disse il suo amico e collega prima di morire per colpa di Mike. Come già non pesasse la morte di un collega, Mike nel rispondere al fuoco contro il criminale di turno, uccide una donna innocente.
É la fine, lui pare accettarla. Non fa nulla per rimediare. Gli unici che lo sostengono sono sua sorella adottiva ( lui è stato adottato da piccolo da una famiglia di afro americani. Forse l'unico bianco in America dai tempi de Lo straccione) e il cognato.
Mike un giorno scopre per caso scopre una giovane donna ferita gravemente. La porta in ospedale, fa di tutto per salvarla ma non ci riesce. Per questo decide di occuparsi del caso. Vuoi per giustizia, vuoi per dimostrare agli altri e a sé stesso di essere un valido poliziotto, l'uomo si getta a capofitto nelle indagini. Come alleato trova il nonno della ragazzina uccisa. Costui paga Mike per avere l'unica vera giustizia che uno possa volere dopo una perdita così dolorosa: vendetta.
Infinite sono le vie per la redenzione e infiniti i casini che provochi quando cerchi di redimerti. Non c'è un manuale che ti dica come far le cose per bene. Non ci sono preghiere giuste per un dio che abbia imparato l'empatia. Nemmeno un destino che ci dia la garanzia di un finale alla Frank Capra.
Nondimeno Mike decide di far la cosa giusta. Costi quel che costi. Anche perché nel frattempo vi sono altri morti.
Vittime che la società non vuole piangere e che le famiglie vorrebbero dimenticare in fretta. Tossiche, prostitute, vite che non meritano di esser protette e salvate.
Per questo Mike è costretto a collaborare con persone non proprio piacevoli. Ma chi se ne frega! Come diceva quel tale? " Il fine giustifica i mezzi" O i mezzi giustificano i mezzi? Boh, comunque: vale tutto per portare giustizia nelle vite delle persone colpite da un grave lutto. Per loro, per le vittime.
Il film fa questa variazione - i compagni di avventura del protagonista- che spostano il tema su un territorio più ambiguo.Non c'è un eroe senza macchia che con l'aiuto di qualche uomo di rispecchiata moralità salda i conti contro i cattivi di turno.
L'opera oscilla tra momenti d'azione, altri buffi e altri malinconici. Alla fine è "noir" visto da gente che fa cinema indipendente. Non sempre è garanzia di opere riuscite ma questa lo è.
Per tanti motivi, ma principalmente per il cast. John Hawkes ha il fisico giusto per l'eroe di questa storia. Un viso sofferto, un corpo teso. Robert Foster pare che si sia affezionato ai film che abbiano nel titolo "small" o "crime", in questo film interpreta un uomo ricco che vuol vendicare la morte della nipote.
Niente di nuovo, ancora. Ci sono i cattivi che fanno i cattivi e un lurido mucchio selvaggio di eroi senza gloria che cercano di combatterli. Il ritmo non manca, come i riferimenti al cinema poliziesco degli anni 70.
Tuttavia non è troppo derivativo, seppure non brilli per originalità.
Il risultato è un buonissimo film di genere, con un buon ritmo e un protagonista a cui ci affezionerete subito.
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martedì 25 settembre 2018
sabato 22 settembre 2018
SMALL CRIMES di E.L. KATZ
Colpa.
Punizione.
Redenzione.
Questo è il passaggio obbligatorio per riparare ai tuoi errori, o per purificarti dai tuoi peccati. Lo so, non sono cose belle da sentire. Non ora. Non di questi tempi. Tu vorresti passare alla parte più indolore, subito.Ti capisco amico, davvero. Voglio dire, lo vedi anche da te, qui è pieno di bimbetti e bimbette che sono liberi/e di fare e dire tutto quello che vogliono. La loro soddisfazione e la loro voglia di trasgressioni sempliciotte va alimentata. Non parliamo più di responsabilità, di scelta. Figurati tutta quella storia sulla colpa. Colpa che puoi superare attraverso una punizione e poi sei pronto per essere perdonato. Questo vale per ogni nostro errore. Dal più lieve al più orribile.
Joe crede in questo. Si è preso la colpa, è stato punito con sei anni di galera e la perdita della sua famiglia, ora cerca la sua redenzione. Solo che c'è un piccolo problema: non esiste nessuna redenzione, amico. Lo so dovremmo dirlo fin dall'inizio ma sai... Così ci divertiamo di meno. Joe tenterà di ritrovare l'amore delle figlie, di farsi accettare dalla madre, stare fuori dai guai. Ed ogni volta che pare farcela, stai pur certo che noi faremo in modo che le cose vadano male. Malissimo.
Penso che l'invenzione del libero arbitrio sia una cosa molto divertente. Ti scarichiamo le colpe dei nostri casini, quando- evidentemente ubriachi- vi abbiamo creato. Così per ridere, una idea brillante dopo una sbronza.
Bè, Joe ce la mette tutta. Non è semplice per un ex poliziotto - drogato e corrotto- riuscire a mettersi sulla strada giusta. Sopratutto se i tuoi ex complici ti trascinano con loro nel fango e gli altri ti vogliono morto.
L'uomo non ha più scelte ma solo illusioni. Trova una donna che l'ama ma quello che potrebbe sembrare una nuova occasione non ha gli effetti desiderati.
Il mondo è un piccolo paese dove tutti si conoscono. Un posto in cui la violenza e la morte non ti danno respiro. Sopratutto se sei un tipo debole , qualunque, se non hai un piano di riserva.
Il film, tratto dal romanzo di David Zeltserman, narra la via crucis di un povero diavolo. In un mondo pressoché indifferente, dominato dalla violenza. Un mondo incapace di amare, che si abbandona alla vendetta e all'omicidio come rimedio per i danni fatti o subiti.
Come se noi umani fossimo delle pedine in mano al destino e a dio, i quali sghignazzano mentre noi ci illudiamo di trovare una salvezza.
Non c'è nulla di originale in una storia simile, ma c'è una lezione sulla sofferenza, sul dolore, sull'impossibilità di essere padroni delle nostre vite, eppure di come sia importante scegliere e battersi per dar concretezza alla nostra illusione di felicità.
Nel cast troviamo voti noti della tv e del cinema di qualche decennio fa, come ad esempio Gary Cole o Robert Foster ( davvero bravo in questo film). Joe invece è interpretato da Nikolaj Coster-Waldau, noto per la sua partecipazione alla serie Il Trono di Spade, ma che io ho amato moltissimo in quel piccolo e meraviglioso film che è Second Chance di Susan Bier.
In ogni caso, se le storie nere, gli anti eroi, dovessero piacervi... Guardate questo film, merita!
Punizione.
Redenzione.
Questo è il passaggio obbligatorio per riparare ai tuoi errori, o per purificarti dai tuoi peccati. Lo so, non sono cose belle da sentire. Non ora. Non di questi tempi. Tu vorresti passare alla parte più indolore, subito.Ti capisco amico, davvero. Voglio dire, lo vedi anche da te, qui è pieno di bimbetti e bimbette che sono liberi/e di fare e dire tutto quello che vogliono. La loro soddisfazione e la loro voglia di trasgressioni sempliciotte va alimentata. Non parliamo più di responsabilità, di scelta. Figurati tutta quella storia sulla colpa. Colpa che puoi superare attraverso una punizione e poi sei pronto per essere perdonato. Questo vale per ogni nostro errore. Dal più lieve al più orribile.
Joe crede in questo. Si è preso la colpa, è stato punito con sei anni di galera e la perdita della sua famiglia, ora cerca la sua redenzione. Solo che c'è un piccolo problema: non esiste nessuna redenzione, amico. Lo so dovremmo dirlo fin dall'inizio ma sai... Così ci divertiamo di meno. Joe tenterà di ritrovare l'amore delle figlie, di farsi accettare dalla madre, stare fuori dai guai. Ed ogni volta che pare farcela, stai pur certo che noi faremo in modo che le cose vadano male. Malissimo.
Penso che l'invenzione del libero arbitrio sia una cosa molto divertente. Ti scarichiamo le colpe dei nostri casini, quando- evidentemente ubriachi- vi abbiamo creato. Così per ridere, una idea brillante dopo una sbronza.
Bè, Joe ce la mette tutta. Non è semplice per un ex poliziotto - drogato e corrotto- riuscire a mettersi sulla strada giusta. Sopratutto se i tuoi ex complici ti trascinano con loro nel fango e gli altri ti vogliono morto.
L'uomo non ha più scelte ma solo illusioni. Trova una donna che l'ama ma quello che potrebbe sembrare una nuova occasione non ha gli effetti desiderati.
Il mondo è un piccolo paese dove tutti si conoscono. Un posto in cui la violenza e la morte non ti danno respiro. Sopratutto se sei un tipo debole , qualunque, se non hai un piano di riserva.
Il film, tratto dal romanzo di David Zeltserman, narra la via crucis di un povero diavolo. In un mondo pressoché indifferente, dominato dalla violenza. Un mondo incapace di amare, che si abbandona alla vendetta e all'omicidio come rimedio per i danni fatti o subiti.
Come se noi umani fossimo delle pedine in mano al destino e a dio, i quali sghignazzano mentre noi ci illudiamo di trovare una salvezza.
Non c'è nulla di originale in una storia simile, ma c'è una lezione sulla sofferenza, sul dolore, sull'impossibilità di essere padroni delle nostre vite, eppure di come sia importante scegliere e battersi per dar concretezza alla nostra illusione di felicità.
Nel cast troviamo voti noti della tv e del cinema di qualche decennio fa, come ad esempio Gary Cole o Robert Foster ( davvero bravo in questo film). Joe invece è interpretato da Nikolaj Coster-Waldau, noto per la sua partecipazione alla serie Il Trono di Spade, ma che io ho amato moltissimo in quel piccolo e meraviglioso film che è Second Chance di Susan Bier.
In ogni caso, se le storie nere, gli anti eroi, dovessero piacervi... Guardate questo film, merita!
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venerdì 27 luglio 2018
Riflessione indisciplinata : la malattia e la morte.
Senza entrare nei particolari che ci hanno spinto ad accantonare Netflix per un po' di tempo, devo dire che il nostro ritorno è stato all'insegna di alcuni documentari tanto belli e importanti quanto durissimi da sostenere.
Avrei preferito visionare la terza stagione di "Crazy Ex Girlfriend" o qualcosa di più leggero e sbarazzino ma mi sono lasciato coinvolgere dai temi di questi tre imperdibili documentari: End Game, Extremis, Cristina.
La malattia e la morte sono argomenti tabù che ci terrorizzano e spiazzano. Facciamo di tutto per allontanarli da noi. Oppure ne parliamo con un certo distacco, come se non ci interessasse essere vivi o morti. Entrambi questi metodi li vedo come una difesa. Una comprensibile e umanissima difesa.
Questi tre corti (il più lungo dura 45 minuti mi pare e il più corto 24 minuti) possono dar molto fastidio e già li vedo quelli che parleranno di pornografia del dolore, strumentalizzazione di incapaci e altre idiozie in libertà.
Noi non vogliamo vedere. Noi non abbiamo orecchie per sentire. Perché la malattia significa un oltraggio ignobile e squallido contro il nostro corpo e la nostra autonomia. La malattia deforma la presenza fisica dei nostri amati. Il padre che da piccoli ci sosteneva e vedevamo come un gigante, la donna che col suo amore ci ha cambiato la vita, il figlio tanto amato e voluto, di colpo cessano di esistere.
End Game ed Extremis ci portano in ospedale, nel reparto dei malati terminali. Seguono la storia di qualche paziente, spesso donne, che lottano una battaglia persa contro la morte. Tuttavia non è la malattia o la morte che mi colpiscono profondamente e mi commuovono. Non sono queste due stazioni terribili e terrificanti, che compongono il nostro viaggio in questo mondo.
È l'amore che mi colpisce e mi commuove. Il marito che osserva la moglie in fin di vita tenendola per mano, la madre che racconta alla figlia quanto le piacesse una certa pietanza, i dottori e infermieri che mantengono quel briciolo di umanità che impedisce a loro di veder solo dei corpi destinati a spegnersi.
Siamo esseri umani e viventi fino all'ultimo respiro. Per questo trovo che una delle cose più belle di Extremis siano i dialoghi tra dottori e infermieri. Non è facile dire quale possa essere la cura migliore per affrontare un momento delicato e senza speranza, anzi è proprio sul discorso se continuare o meno le cure, cercare soluzioni diverse, che punta molto anche l'altro documentario: "End Game".
In questo documentario si vede un giovane dottore (rimasto privo di gambe e il braccio destro mi pare) che gestisce un ospizio per malati terminali. Si parla di cura palliativa, si mostra un altro modo di affrontare una situazione che non possiamo cambiare.
C'è tanto dolore e tristezza in questi documentari, forse per alcuni la visione potrà essere particolarmente difficile. Tuttavia, ripeto, è la presenza fino all'ultimo di un famigliare, di qualcuno che ti ha amato a rendere meno amaro l'addio.
Io ho paura di morire da solo, di ritrovarmi in un letto senza nemmeno lo straccio di un amico. Perché vorrebbe dire che ho fallito tutto nella vita. Mi correggo e preciso: sarebbe un fallimento per me perché le relazioni sono fondamentali dal mio punto di vista. Uno magari potrebbe anche fregarsene delle persone e puntare al danaro.
Solo che i soldi non ti terranno mai la mano come una persona che ti ha amato. Lasciare il mondo pensando che molti mi ricorderanno, che strapperò brandelli di vita nei loro ricordi e pensieri, mi fa sentire meglio.
Non voglio nemmeno ingannarvi e perciò vi dico subito che questi due documentari sono abbastanza tosti. Decidete voi se vederli o no.
CRISTINA è la storia di una donna (una persona di successo che lavora nell'ambiente cinematografico) e della sua battaglia contro la malattia. La vediamo scherzare, vivere i suoi giorni, crollare, aver paura. Il corto alterna immagini della donna verso la fine dei suoi giorni con riprese della sua vita prima della malattia. Conosciamo il marito, i figli, le colleghe di lavoro che non smettono mai di andarla a trovare.
Nessuno muore da eroe. Nessuno. Anzi io credo proprio che il coraggio e l'eroismo siano la causa di tante stronzate. Perché temiamo di spaventare gli altri, di essere di peso o che dobbiamo aiutarli a prepararsi al peggio negando il peggio.
La paura è una cosa normale, il pianto è naturale. Come possiamo vivere con eroismo la nostra fine? Sappiamo che stiamo perdendo le persone che amiamo di più. Come cresceranno i nostri figli? Che sarà di mia moglie o mio marito una volta che non ci sarò più?
Dobbiamo abbandonarci al dolore e al terrore. Mostrarci fragili in un mondo che da noi pretende di vederci sempre operativi e fiduciosi.
Cristina è sopratutto una bellissima storia d'amore. Una storia normale, come tante. Questo è il filo invisibile che hanno in comune tutti e tre i corti. Nessuno muore solo. C'è sempre qualcuno ad accompagnarci fino alla fine.
Ecco è questo trionfo della vita sopra la morte, anche nel momento stesso del decesso, che mi fa tanto amare questi tre bellissimi corti.
Sono tre lavori che puntano a renderci empatici colle loro protagoniste. Mi stupisco di come (in questi tempi) sia facile chiudersi a riccio e lasciare fuori dal nostro cuore gli altri. Non riconoscere il dolore altrui o abbandonarsi a vigliaccherie finto rispettose della serie " se non hai provato sulla tua pelle questa cosa allora sei ipocrita e parli a cazzo". Tutto passa e parte dal linguaggio. Quando accettiamo che l'altro non sia nulla e non ci vergogniamo della nostra distanza con esso, tutto diventa possibile. Questi tre cortometraggi puntano invece a farci partecipare emotivamente. Ci mostrano persone che non abbiamo conosciuto, ci mostra un mondo lontano, potremmo ignorarli... Perché no?
Perché non siamo isole, perché possiamo comprendere e capire il dolore degli altri o le loro gioie anche se non ci appartengono, non ci vedono protagonisti.
Perché, molto banalmente, abbiamo la capacità di provare sentimenti cristallini, limpidi, di empatia e vicinanza. I deboli puntano su altro: cinismo, rancore, egoismo. Vivono una vita inutile e vuota.
Noi invece che proviamo vicinanza e amore per il prossimo non ci vergogniamo di piangere o dire anche una preghiera per gente sconosciuta, vista in tre documentari.
Sappiamo che alcuni passaggi sono durissimi e inaccettabili sotto molti punti di vista, In quelle persone non vediamo sconosciuti ma esseri umani che sono stati amati da qualcuno. Vediamo persone che sono costrette a dir addio a una moglie, una figlia, una persona amica.
In quel momento ci sentiamo tutti uniti.
Ed è questa per me la magia del cinema e la meraviglia della vita: sentirci uniti anche se non ci conosciamo.
Ps: certo Netflix è il principale problema del mondo e dell'industria dello spettacolo. Detto questo capita di trovar delle cose anche molto belle. Come in questo caso.
Avrei preferito visionare la terza stagione di "Crazy Ex Girlfriend" o qualcosa di più leggero e sbarazzino ma mi sono lasciato coinvolgere dai temi di questi tre imperdibili documentari: End Game, Extremis, Cristina.
La malattia e la morte sono argomenti tabù che ci terrorizzano e spiazzano. Facciamo di tutto per allontanarli da noi. Oppure ne parliamo con un certo distacco, come se non ci interessasse essere vivi o morti. Entrambi questi metodi li vedo come una difesa. Una comprensibile e umanissima difesa.
Questi tre corti (il più lungo dura 45 minuti mi pare e il più corto 24 minuti) possono dar molto fastidio e già li vedo quelli che parleranno di pornografia del dolore, strumentalizzazione di incapaci e altre idiozie in libertà.
Noi non vogliamo vedere. Noi non abbiamo orecchie per sentire. Perché la malattia significa un oltraggio ignobile e squallido contro il nostro corpo e la nostra autonomia. La malattia deforma la presenza fisica dei nostri amati. Il padre che da piccoli ci sosteneva e vedevamo come un gigante, la donna che col suo amore ci ha cambiato la vita, il figlio tanto amato e voluto, di colpo cessano di esistere.
End Game ed Extremis ci portano in ospedale, nel reparto dei malati terminali. Seguono la storia di qualche paziente, spesso donne, che lottano una battaglia persa contro la morte. Tuttavia non è la malattia o la morte che mi colpiscono profondamente e mi commuovono. Non sono queste due stazioni terribili e terrificanti, che compongono il nostro viaggio in questo mondo.
È l'amore che mi colpisce e mi commuove. Il marito che osserva la moglie in fin di vita tenendola per mano, la madre che racconta alla figlia quanto le piacesse una certa pietanza, i dottori e infermieri che mantengono quel briciolo di umanità che impedisce a loro di veder solo dei corpi destinati a spegnersi.
Siamo esseri umani e viventi fino all'ultimo respiro. Per questo trovo che una delle cose più belle di Extremis siano i dialoghi tra dottori e infermieri. Non è facile dire quale possa essere la cura migliore per affrontare un momento delicato e senza speranza, anzi è proprio sul discorso se continuare o meno le cure, cercare soluzioni diverse, che punta molto anche l'altro documentario: "End Game".
In questo documentario si vede un giovane dottore (rimasto privo di gambe e il braccio destro mi pare) che gestisce un ospizio per malati terminali. Si parla di cura palliativa, si mostra un altro modo di affrontare una situazione che non possiamo cambiare.
C'è tanto dolore e tristezza in questi documentari, forse per alcuni la visione potrà essere particolarmente difficile. Tuttavia, ripeto, è la presenza fino all'ultimo di un famigliare, di qualcuno che ti ha amato a rendere meno amaro l'addio.
Io ho paura di morire da solo, di ritrovarmi in un letto senza nemmeno lo straccio di un amico. Perché vorrebbe dire che ho fallito tutto nella vita. Mi correggo e preciso: sarebbe un fallimento per me perché le relazioni sono fondamentali dal mio punto di vista. Uno magari potrebbe anche fregarsene delle persone e puntare al danaro.
Solo che i soldi non ti terranno mai la mano come una persona che ti ha amato. Lasciare il mondo pensando che molti mi ricorderanno, che strapperò brandelli di vita nei loro ricordi e pensieri, mi fa sentire meglio.
Non voglio nemmeno ingannarvi e perciò vi dico subito che questi due documentari sono abbastanza tosti. Decidete voi se vederli o no.
CRISTINA è la storia di una donna (una persona di successo che lavora nell'ambiente cinematografico) e della sua battaglia contro la malattia. La vediamo scherzare, vivere i suoi giorni, crollare, aver paura. Il corto alterna immagini della donna verso la fine dei suoi giorni con riprese della sua vita prima della malattia. Conosciamo il marito, i figli, le colleghe di lavoro che non smettono mai di andarla a trovare.
Nessuno muore da eroe. Nessuno. Anzi io credo proprio che il coraggio e l'eroismo siano la causa di tante stronzate. Perché temiamo di spaventare gli altri, di essere di peso o che dobbiamo aiutarli a prepararsi al peggio negando il peggio.
La paura è una cosa normale, il pianto è naturale. Come possiamo vivere con eroismo la nostra fine? Sappiamo che stiamo perdendo le persone che amiamo di più. Come cresceranno i nostri figli? Che sarà di mia moglie o mio marito una volta che non ci sarò più?
Dobbiamo abbandonarci al dolore e al terrore. Mostrarci fragili in un mondo che da noi pretende di vederci sempre operativi e fiduciosi.
Cristina è sopratutto una bellissima storia d'amore. Una storia normale, come tante. Questo è il filo invisibile che hanno in comune tutti e tre i corti. Nessuno muore solo. C'è sempre qualcuno ad accompagnarci fino alla fine.
Ecco è questo trionfo della vita sopra la morte, anche nel momento stesso del decesso, che mi fa tanto amare questi tre bellissimi corti.
Sono tre lavori che puntano a renderci empatici colle loro protagoniste. Mi stupisco di come (in questi tempi) sia facile chiudersi a riccio e lasciare fuori dal nostro cuore gli altri. Non riconoscere il dolore altrui o abbandonarsi a vigliaccherie finto rispettose della serie " se non hai provato sulla tua pelle questa cosa allora sei ipocrita e parli a cazzo". Tutto passa e parte dal linguaggio. Quando accettiamo che l'altro non sia nulla e non ci vergogniamo della nostra distanza con esso, tutto diventa possibile. Questi tre cortometraggi puntano invece a farci partecipare emotivamente. Ci mostrano persone che non abbiamo conosciuto, ci mostra un mondo lontano, potremmo ignorarli... Perché no?
Perché non siamo isole, perché possiamo comprendere e capire il dolore degli altri o le loro gioie anche se non ci appartengono, non ci vedono protagonisti.
Perché, molto banalmente, abbiamo la capacità di provare sentimenti cristallini, limpidi, di empatia e vicinanza. I deboli puntano su altro: cinismo, rancore, egoismo. Vivono una vita inutile e vuota.
Noi invece che proviamo vicinanza e amore per il prossimo non ci vergogniamo di piangere o dire anche una preghiera per gente sconosciuta, vista in tre documentari.
Sappiamo che alcuni passaggi sono durissimi e inaccettabili sotto molti punti di vista, In quelle persone non vediamo sconosciuti ma esseri umani che sono stati amati da qualcuno. Vediamo persone che sono costrette a dir addio a una moglie, una figlia, una persona amica.
In quel momento ci sentiamo tutti uniti.
Ed è questa per me la magia del cinema e la meraviglia della vita: sentirci uniti anche se non ci conosciamo.
Ps: certo Netflix è il principale problema del mondo e dell'industria dello spettacolo. Detto questo capita di trovar delle cose anche molto belle. Come in questo caso.
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lunedì 8 maggio 2017
SOLE, CUORE, AMORE di DANIELE VICARI
Forse avremmo dovuto saperlo, comprenderlo, almeno farcene una ragione. Non dico un motivo di lotta, che poi oggi per o contro cosa combattiamo? La rivoluzione diventata una roba da risiko. Sposto sta banda de assassini de qui, e anvedi so ribelli, no! Aspetta! Va che si è liberato un posto in Siria! Muoviti che se no te parcheggiano quelli di al qaeda, che mo questi dove li mettiamo!
Te pensa, tutto sto casino ti capita ai piani alti. Che i padroni, sappilo amica cara, mica son come noi che guardiamo per terra, se per caso: che ne so? Uno ha perso venti euro. Che paiono pochi, ma un regalo al figliolo, due pizze da trasporto per la moglie, due birre con gli amici. Da quanto tempo, eh? Che qui corri corri, ma dove vai? Dove vogliono farti arrivare? In anticipo: sul posto di lavoro. Ora lascia a casa i guai, i problemi veri e reali, no! Per carità: già ti abbiamo preso e dato questo posto, e tu che fai? Invece di pregare me, tuo unico dio, mi chiedi permessi, che deve fare gli esami! Ma lascia perdere! Ingrate son le lavoratrici.Si permettono di metter al mondo figli, di aver mariti che fanno lavoretti, e noi poveri padroni che facciamo? Gli diamo di che campare. In nero, che va bene così, tutti i giorni, ma visto che sono buono le lascio anche la domenica pomeriggio libera.
Però che bello essere libere, in un mondo libero, che ti permette di vivere eh?
La libertà è una cosa bella: ti permette di alzarti ogni mattina, fare due ore di viaggio all'andata e due al ritorno. Perché i soldi servono, però lo fai per dar un futuro decente ai figli, e perché tuo marito non trova lavoro fisso. Ci pensi, Eli, ogni tanto a lui? Quello che un giovane uomo disoccupato prova quando passa di lavoro in lavoro, sta a casa e vede la moglie che fatica per mantener la famiglia? Noi siamo liberi, no? Civili, democratici. Eppure un uomo a casa, che si occupa della casa e della famiglia, visto che i suoi continui sforzi lo portano a trovare solo lavoretti o niente, viene visto come un parassita. Un peso sociale. E ti senti così, quando a casa si fanno i conti economici: i progetti brillanti diventano sempre più opachi, lontani. Piano , piano, per la necessità primaria di vivere devi a tutti i costi accettare una vita di ripiego, l'accontentarsi di aver qualcosa di cui accontentarsi. Spesso per tua moglie non sei nemmeno un peso, perché ti ama e conosce il tuo valore di uomo, la tua storia. Sono gli altri che parlano tanto per, sai ad un certo punto si sentono l'autorità di dover manifestare pensieri frettolosi, deduzioni illogiche.
La gente parla e il sistema ti incatena. Però siamo liberi.
Si, tutti quei viaggi in bus, metropolitana, ripetuti ogni giorno, sotto la pioggia e col sole. Tutti i giorni: avanti e indietro, con altra varia umanità nelle tue condizioni. Magari la prima volta che salite sul bus, sul treno, quando incominciate un lavoro, cazzo siete pure felici.
Siamo liberi e facciamo i conti: allora, dai! Si ci metto 4 ore di viaggio, lavoro tutti i giorni, escluso il pomeriggio di domenica, 12 ore al giorno, che fa tanto ottocento no? Il capitale, sapete, sta ai passi coi tempi! Comunque, vabbè è in nero, ma va bene così. Forza, Eli. Che a te è andata bene: pensa alla tua carissima amica: la Vale. Fa la performer in discoteche, gallerie d'arte, ha avuto per un certo periodo un tizio pericoloso come impresario, sua madre pensa sia una puttana. Non è la sola, eh! Lei che ripete le sue danze, che forse ama un'altra donna, che vive l'illusione della notte, quando i gesti sono sempre gli stessi. Corpi che si muovono, meccanici.
Dicevo, Eli, a un certo punto tu hai anche un lavoro onesto, no? Poi cosa succede? Avverti anche tu il bisogno forte di scendere dal bus? Di andare avanti e niente lavoro oggi. Niente clienti maleducati, viziati, capricciosi, niente titolare che ti tratta come una schiava, una sua serva, che sai la moglie in negozio non va bene: lei deve dormire, fare palestra, e lui mica vuol fatica un po' fare due capuccini, darti una giornata libera. No, è pure buono! Ti fa l'elemosina di uno stipendio da fame.
Ma ora, visto che siamo qui ad aspettare il prossimo treno della metropolitana, voglio farti una domanda: "Noi siamo liberi, ma dove l'abbiamo messa sta libertà?" Quando abbiamo deciso che il padrone, è un dio in terra e il lavoro deve esser fatto a tutti i costi, anche quello di perdere la nostra vita? La vita che è un dono prezioso e che brilla quando stai colle persone che ami, quando dal balcone, puoi veder quello che capita sotto i tuoi occhi? Il tempo non è denaro, ma è vita.
La vita è : salute, relazioni, empatia, viaggi, anche piccoli, pure un po' di tempo passato a non far nulla, ma assistere al prodigio del nuovo giorno, un libro da leggere che ti esalta, una canzone da stonare in compagnia, la vita è libertà
Nei tempi del lavoro sotto la democrazia liberal-capitalista gestita a cazzo di cane da individui sordidi tanto tra i politici, quanto tra la tanto celebrata società civile di padroncini, capetti, e coglioni di ogni sorta, la tua vita è merce, sotto posta alla dittatura di orari, pressata dalla paura di perdere un posto di lavoro che ti toglie l'esistenza.
Delle grandi lotte proletarie, della legge 300, della forza che ci univa cosa è rimasta? La libertà individuale di persone che si lasciano sfruttare, perché il mondo libero va così.
Te pensa, tutto sto casino ti capita ai piani alti. Che i padroni, sappilo amica cara, mica son come noi che guardiamo per terra, se per caso: che ne so? Uno ha perso venti euro. Che paiono pochi, ma un regalo al figliolo, due pizze da trasporto per la moglie, due birre con gli amici. Da quanto tempo, eh? Che qui corri corri, ma dove vai? Dove vogliono farti arrivare? In anticipo: sul posto di lavoro. Ora lascia a casa i guai, i problemi veri e reali, no! Per carità: già ti abbiamo preso e dato questo posto, e tu che fai? Invece di pregare me, tuo unico dio, mi chiedi permessi, che deve fare gli esami! Ma lascia perdere! Ingrate son le lavoratrici.Si permettono di metter al mondo figli, di aver mariti che fanno lavoretti, e noi poveri padroni che facciamo? Gli diamo di che campare. In nero, che va bene così, tutti i giorni, ma visto che sono buono le lascio anche la domenica pomeriggio libera.
Però che bello essere libere, in un mondo libero, che ti permette di vivere eh?
La libertà è una cosa bella: ti permette di alzarti ogni mattina, fare due ore di viaggio all'andata e due al ritorno. Perché i soldi servono, però lo fai per dar un futuro decente ai figli, e perché tuo marito non trova lavoro fisso. Ci pensi, Eli, ogni tanto a lui? Quello che un giovane uomo disoccupato prova quando passa di lavoro in lavoro, sta a casa e vede la moglie che fatica per mantener la famiglia? Noi siamo liberi, no? Civili, democratici. Eppure un uomo a casa, che si occupa della casa e della famiglia, visto che i suoi continui sforzi lo portano a trovare solo lavoretti o niente, viene visto come un parassita. Un peso sociale. E ti senti così, quando a casa si fanno i conti economici: i progetti brillanti diventano sempre più opachi, lontani. Piano , piano, per la necessità primaria di vivere devi a tutti i costi accettare una vita di ripiego, l'accontentarsi di aver qualcosa di cui accontentarsi. Spesso per tua moglie non sei nemmeno un peso, perché ti ama e conosce il tuo valore di uomo, la tua storia. Sono gli altri che parlano tanto per, sai ad un certo punto si sentono l'autorità di dover manifestare pensieri frettolosi, deduzioni illogiche.
La gente parla e il sistema ti incatena. Però siamo liberi.
Si, tutti quei viaggi in bus, metropolitana, ripetuti ogni giorno, sotto la pioggia e col sole. Tutti i giorni: avanti e indietro, con altra varia umanità nelle tue condizioni. Magari la prima volta che salite sul bus, sul treno, quando incominciate un lavoro, cazzo siete pure felici.
Siamo liberi e facciamo i conti: allora, dai! Si ci metto 4 ore di viaggio, lavoro tutti i giorni, escluso il pomeriggio di domenica, 12 ore al giorno, che fa tanto ottocento no? Il capitale, sapete, sta ai passi coi tempi! Comunque, vabbè è in nero, ma va bene così. Forza, Eli. Che a te è andata bene: pensa alla tua carissima amica: la Vale. Fa la performer in discoteche, gallerie d'arte, ha avuto per un certo periodo un tizio pericoloso come impresario, sua madre pensa sia una puttana. Non è la sola, eh! Lei che ripete le sue danze, che forse ama un'altra donna, che vive l'illusione della notte, quando i gesti sono sempre gli stessi. Corpi che si muovono, meccanici.
Dicevo, Eli, a un certo punto tu hai anche un lavoro onesto, no? Poi cosa succede? Avverti anche tu il bisogno forte di scendere dal bus? Di andare avanti e niente lavoro oggi. Niente clienti maleducati, viziati, capricciosi, niente titolare che ti tratta come una schiava, una sua serva, che sai la moglie in negozio non va bene: lei deve dormire, fare palestra, e lui mica vuol fatica un po' fare due capuccini, darti una giornata libera. No, è pure buono! Ti fa l'elemosina di uno stipendio da fame.
Ma ora, visto che siamo qui ad aspettare il prossimo treno della metropolitana, voglio farti una domanda: "Noi siamo liberi, ma dove l'abbiamo messa sta libertà?" Quando abbiamo deciso che il padrone, è un dio in terra e il lavoro deve esser fatto a tutti i costi, anche quello di perdere la nostra vita? La vita che è un dono prezioso e che brilla quando stai colle persone che ami, quando dal balcone, puoi veder quello che capita sotto i tuoi occhi? Il tempo non è denaro, ma è vita.
La vita è : salute, relazioni, empatia, viaggi, anche piccoli, pure un po' di tempo passato a non far nulla, ma assistere al prodigio del nuovo giorno, un libro da leggere che ti esalta, una canzone da stonare in compagnia, la vita è libertà
Nei tempi del lavoro sotto la democrazia liberal-capitalista gestita a cazzo di cane da individui sordidi tanto tra i politici, quanto tra la tanto celebrata società civile di padroncini, capetti, e coglioni di ogni sorta, la tua vita è merce, sotto posta alla dittatura di orari, pressata dalla paura di perdere un posto di lavoro che ti toglie l'esistenza.
Delle grandi lotte proletarie, della legge 300, della forza che ci univa cosa è rimasta? La libertà individuale di persone che si lasciano sfruttare, perché il mondo libero va così.
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mercoledì 13 luglio 2016
La Sposa Bambina di khadijia Al- Salami
Quanti danni può creare l'ignoranza e le cattive tradizioni, nella vita delle persone? Quanto dolore possono portare nella vita di esseri umani troppo piccoli per poter sopravvivere a certe terribili cose? E quanta colpevolezza c'è, in chi le mette in pratica o segue senza pensare ai danni che procura?
Questa pellicola ci fa riflettere su questi punti, ma non solo. Mostra anche la mancanza di solidarietà che le donne in certe parti hanno per altre donne. Arrivando a comportarsi peggio dei maschi. Lasciando che una bimba di dieci anni venga venduta come sposa e ppoi maltrattata, violentata, umiliata, da suo marito.
Ci mostra il mondo chiuso, autoreferenziale, assurdo, delle montagne, dei piccoli paesi, in contrasto con una città che li chiama come forza lavoro, ma non li vuole e li respinge.
Non c'è bisogno di scioccare lo spettatore, di fare prediche indigeste, di condannare totalmente un popolo, o una nazione. La realtà è molto complessa e se dovessimo trattare tutto con rabbia e pregiudizi non finiremo mai di far danni. Questo non vuol dire aver la sindrome del "buon selvaggio" per cui ogni cosa che viene lontano da un occidente corrotto e decadente, come lo vedo e penso io, peraltro, sia da non criticare o accettare perché " anche noi..."
I film hanno, tra le tante cose, il diritto e dovere di farci riflettere. Poi spetta a noi approfondire e confutare le tesi della pellicola. Questo film ci mostra la tragica esistenza di tante bimbe dello Yemen, vendute dalla famiglia, spesso per reali problemi economici, e costrette a un matrimonio con uomini adulti. Ci parla delle violenze, del dolore, ci ricorda che tante di esse muoiono per gli stupri subiti.
E ci pone una domanda: ma le donne? Perché non sono minimamente solidali tra di esse? Visto che tutte non fanno altro che criticare la piccola protagonista o ad ostacolare la sua scelta di libertà. Per fortuna incontra un giudice comprensivo e la sua famiglia che l'aiutano.
L'opera descrive benissimo la difficile vita di chi viene dalle montagne, le difficoltà, l'odio che i cittadini hanno per loro, e di come vengano trattati- il fratellino della protagonista- da pezzenti e schiavi in Arabia Saudita. Mostra i danni che l'ignoranza procura alle persone, a come le rende disumane, o li spinga a compiere scelte errate e sbagliate. Mostra sopratutto il grande coraggio di una ragazzina di dieci anni. Che contro tutto e tutti, aiutata da un giudice, riesce a tornare a vivere. Come dovrebbe vivere una bambina della sua età
Questa pellicola ci fa riflettere su questi punti, ma non solo. Mostra anche la mancanza di solidarietà che le donne in certe parti hanno per altre donne. Arrivando a comportarsi peggio dei maschi. Lasciando che una bimba di dieci anni venga venduta come sposa e ppoi maltrattata, violentata, umiliata, da suo marito.
Ci mostra il mondo chiuso, autoreferenziale, assurdo, delle montagne, dei piccoli paesi, in contrasto con una città che li chiama come forza lavoro, ma non li vuole e li respinge.
Non c'è bisogno di scioccare lo spettatore, di fare prediche indigeste, di condannare totalmente un popolo, o una nazione. La realtà è molto complessa e se dovessimo trattare tutto con rabbia e pregiudizi non finiremo mai di far danni. Questo non vuol dire aver la sindrome del "buon selvaggio" per cui ogni cosa che viene lontano da un occidente corrotto e decadente, come lo vedo e penso io, peraltro, sia da non criticare o accettare perché " anche noi..."
I film hanno, tra le tante cose, il diritto e dovere di farci riflettere. Poi spetta a noi approfondire e confutare le tesi della pellicola. Questo film ci mostra la tragica esistenza di tante bimbe dello Yemen, vendute dalla famiglia, spesso per reali problemi economici, e costrette a un matrimonio con uomini adulti. Ci parla delle violenze, del dolore, ci ricorda che tante di esse muoiono per gli stupri subiti.
E ci pone una domanda: ma le donne? Perché non sono minimamente solidali tra di esse? Visto che tutte non fanno altro che criticare la piccola protagonista o ad ostacolare la sua scelta di libertà. Per fortuna incontra un giudice comprensivo e la sua famiglia che l'aiutano.
L'opera descrive benissimo la difficile vita di chi viene dalle montagne, le difficoltà, l'odio che i cittadini hanno per loro, e di come vengano trattati- il fratellino della protagonista- da pezzenti e schiavi in Arabia Saudita. Mostra i danni che l'ignoranza procura alle persone, a come le rende disumane, o li spinga a compiere scelte errate e sbagliate. Mostra sopratutto il grande coraggio di una ragazzina di dieci anni. Che contro tutto e tutti, aiutata da un giudice, riesce a tornare a vivere. Come dovrebbe vivere una bambina della sua età
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lunedì 14 settembre 2015
NON ESSER CATTIVO di CLAUDIO CALIGARI
Quanto conta il coinvolgimento emotivo dello spettatore, nella visione di un film che sappiamo esser l'ultima opera di un regista? Quanta indulgenza? Sicuramente c'è anche questo.. Perché non possiamo negare che la morte di un artista sia qualcosa di tremendo, che ci colpisce e stordisce. Perché muore una persona che con la sua sensibilità ci ha raccontato qualcosa di noi, portandoci nel terreno dell'altro e oltre. Pur narrando o mostrando storie "sapute". Eppure ci troviamo a seguirle con la meraviglia e la commozione nel cuore. Perché un grande artista ti mostra la bellezza anche nel degrado, anche per pochissime inquadrature. Fosse solo il viso di un bambino. Una speranza nel futuro.
Cesare e Vittorio sono nati nella classe sbagliata, abitano nel posto sbagliato, e vivono una vita alla deriva, tra spaccio di pasticche, risse, noia.
Caligari ce li mostra come sono, non vuole giustificarli, non li descrive con l'ammirazione del borghese represso attratto dalla vita oltre la legge di questi delinquenti per necessità e inerzia. E non li condanna. Perché che colpa hanno costoro? Certo ce le hanno come tutti, ma - e questa è la forza del cinema di Caligari- la classe conta. Altro che superata, come dicono i liberal-scemi. Conta ancora. Nonostante le contraddizioni che si aprono al suo interno. Senza una coscienza politica, il sottoproletario è portato ad accumulare danaro, a desiderare il soldo facile, a farsi arruolare nella guerra tra poveri. A esser una manica di stronzi.
Questo lo noti nel film. Cesare e Vittorio vivono di questo. Non hanno nulla se non la droga, qualche donna con cui avere rapide avventure, ma sopratutto: la loro amicizia
Amicizia che ci viene descritta in modo commovente, partecipe, attento. Non è un regista che fa film sulle periferie e sulle sue problematiche, perché il tema è figo. No, Caligari ama quella parte di umanità e la descrive con gli occhi di chi li conosce bene, di quello che vorrebbe mostrare al mondo che nella società del libero mercato, del benessere materiale, della libertà di stampa e parola, ci sono persone che tanto libere non sono e non lo saranno, quasi, mai.
Non esser cattivo è un film che si scopre piano piano. Può esser un film gangster, un'opera pasoliniana di pedinamento dei personaggi, una commedia di borgata, un melodramma. Quante cose è? Quante emozioni ci porta a vivere?
Sì, perché per sopportare il peso delle immagini non devi far altro che abbandonarti e lasciarti travolgere.
Vero, mi si dirà: ma è uguale alla storia di tantissimi altri film di questo genere. Confondendo l'originalità di una trama o di un'idea, come perfezione cinematografica. No, non conta questo. Conta il modo in cui tu metti in scena una storia e dei personaggi. Quanti brutti film sulla droga, la borgata, i sottoproletari. Tantissimi.
Perché non sono vissuti, respirati, compresi e amati, come Caligari mostra di fare nei suoi film.
Amore Tossico è il film sulla droga perché non c'è nessun intento sensazionalistico spacciato per realismo, nessuna concezione al cinema d'intrattenimento lisergico e psichedelico, che ti fa dire: "Che fico!". Là c'erano drogati e la loro vita. Anche le parti buffe, sentimentali, tenerezza e schifo. Qui succede la stessa cosa.
Alcuni mettono in scena dei personaggi, pensati con la mentalità dello scrittore borghese che si vuol convincere di saper descrivere un certo ambiente. Ora anche questa operazione va bene. Rimane però cinema di finzione spostato verso il verosimile. Si possono anche accettare quelle regole.
Noi però preferiamo vedere Persone sullo schermo e non personaggi. Per questo amiamo il cinema di Caligari
Perché Cesare e Vittorio sono vivi, e lottano insieme a noi. O ci piacerebbe pensarlo.Ogni gesto, parola, ogni sguardo carico di rabbia, stravolto dalla droga, o pieno di lacrime, sono veri. Li puoi vedere nelle borgate, in questi spazi senza tempo, in queste aride terre di nessuno.Dove tra delinquenti di mezza tacca, violenza spiccia, sballo da pezzenti, si vive una vita persa in un'altra dimensione.
Cosa potrebbe cambiare le loro vite? L'amore, ad esempio. E sarà proprio per due donne che entrambi cercheranno di far qualcosa di buono nelle e delle loro vite. Solo che non basta questo. Qualcuno con fatica forse si staccherà dalla mentalità parassitaria del crimine, del vivere alla giornata attraverso imbrogli, alla rincorsa dei soldi facili, ma un altro forse non riuscirà a resistere.
Perché la vita è bastarda e ti toglie prima una sorella e poi un altro pezzo importante del tuo cuore. Perché lo sai che non devi esser cattivo, ma come fai? Dove la trovi la forza?
La forza di giudicarli da buon borghese e allora li condannerai a cinque mila anni, più le spese. Ma se li guardi da vicino, se non ti spaventi, se comprendi che sono fatti di carne, ossa, sogni, bisogno di amore, come te, forse riuscirai a comprenderli. A non temerli.
Questo ci vuol dire Caligari
Alla fine rimane la rabbia contro tutti quelli che gli hanno impedito di lavorare per anni, scartando i suoi progetti, il rimpianto di non averli visti vivere sullo schermo. E la gioia nel cuore per la tenacia di gente come Valerio Mastrandrea, che ha fatto in modo di non lasciare questo bellissimo film, in un angolo, tra le cose non girate, nelle intenzioni, nella polvere.
Come non possiamo ringraziare da spettatori sia Claudio per i suoi films, che Luca Marinelli e Alessandro Borghi, perché non hanno recitato la parte di Cesare e Vittorio, ma sono stati Cesare e Vittorio. Non è da tutti, è da artisti con tanto di cuore, oltre che di talento.
Un'ultima cosa: andate a vederlo al cinema. Non in streaming o cazzate simili. Andate al cinema, fate che guadagni, che diventi- come Amore Tossico- un cult movie
Non siate cattivi, Claudio lo merita
domenica 8 febbraio 2015
ANCHE LIBERO VA BENE di KIM ROSSI STUART
Se tu dovessi guardare bene, ma assai attentamente, noteresti che , da qualche parte , anche loro hanno un album pieno di fotografie. Sai, quelle che classiche , quelle che ogni famiglia tiene per rammentare i periodi migliori.
Volti sorridenti, promesse gioiose, baci e carezze, grandi obiettivi da raggiungere e figli da crescere. Poi? Poi arriva la realtà e ti dice : " Mica ci si improvvisa genitori. Mica uno deve metter al mondo i figli o sposarsi se non sei responsabile di te stesso ".
Sembra una cosa naturale,banale,mica sempre è così. La gente si mette insieme, si sposa, fa figli, come inerzia sociale. Che tanto poi divorzio,casomai. Che tanto anche se me ne vado da casa, cosa sarà mai? Dice: " e ma poverino o poverina, tengono i loro guai!" Certo. Come ogni essere vivente su questo mondo, sopratutto nel paradiso artificiale del liberal-capitalismo. Dove l'essere umano è felice a seconda della merce che riesce a diventare, della superficialità sentimentale che riesce a gestire, di quante volte riesce a parlare d'amore senza conoscere nemmeno da lontano cosa significhi amare. Gente che sta con altra gente , magari da anni, ma riescono benissimo a esser sconosciuti. Tante volte nemmeno il singolo si conosce. L'idea di se stesso è modellata sul pensiero dominante: consumistico, competitivo a cazzo, stressante. Si, ecco la nuova carne di cronberghiana memoria, nata dalle ceneri del 1989, ( anno di merda ,dal punto di vista socio-politico), è questo pirletta che deve sempre affannarsi,correre,mostrare agli altri di avere e di esser realizzato,in eterna competizione con il nulla a cui aspira.
E in mezzo a tutto questo : un ragazzino.

Lo so che si passa per conservatori tristissimi, vetusti, tediosi: ma i figli non sono piccoli uomini con il compito di sorbire le nostre follie. Non si può trattare un ragazzino di 10-12 anni come se fosse un adulto e riempirlo di insulti,rabbia, rancore, perché abbiamo una moglie a dir poco malata e noi non sappiamo che fare.
I ragazzini non sono arma di spartizione, di lotte interne tra fazioni , non meritano di sprofondare nell'abisso insieme a noi.
Cosa che il protagonista di codesto magnifico film non comprende e infatti....
Infatti il piccolo protagonista, che si trova in un'età delicata fatta di primi amori e di una faticosa costruzione del sé stesso, è al centro delle ire e delle delusioni paterne. Cosa che non capita alla sorella,la quale nasconde il dolore per la separazione dei genitori dietro un'artificiale gioia e spensieratezza.

Costretto a fare nuoto, quando vorrebbe giocare a calcio, taciturno e schivo perché ha compreso che dire una parola in più significa scatenare la rabbia distruttrice del padre, questo personaggio è il classico ragazzino trattato da adulto molto simile , in certe cose, all' Andrea dell'Incompreso.
Il film funziona benissimo come decalogo delle cose che un genitore doverebbe evitare di fare. Non manca uno degli errori più frequenti e sciocchi: decidere la vita del figlio.
Io vorrei avere dei figli intellettuali e artisti. Ci tengo tantissimo, perché io avverto il bisogno urgente e assoluto di apprendere e di stare in mezzo a gente di cultura. Qualora però mio figlio volesse fare il giocatore di calcio, pur non apprezzando codesta idea, non lo obbligherei a far un corso di pianoforte. Sia felice,segua la sua strada, come padre cercherò di rassicurarlo quando- ineluttabilmente- dovesse fallire.

No, in realtà mi sa che tirerei delle madonne,ma per fortuna la mia dolce metà è capace di farmi ragionare, ( io che sono portato a sbottare e fare tragedie melodrammatiche ),in ogni caso rivedendo la pellicola, mi sono accorto quanto sia bello e importante codesto film. Una perfetta indagine e analisi di tutti quei meccanismi che fanno fallire una relazione e una famiglia, l'incapacità - in tempi precari anche affettivamente- di saper gestire il rapporto genitori e figli, l'estraneità assoluta fra persone dello stesso nucleo famigliare.
Questi sono i film che mi piacciono e il cinema di cui sento bisogno.
Duro e aspro, a tratti insostenibile, ma anche profondamente vero e umano, recitato molto bene sia da un sempre più convincente Kim Rossi Stuart , che cura benissimo anche la regia, che dai ragazzini .
Opera in bilico fra dolore e una tenera speranza ,fragile,ma possibile. Pellicola che sa farsi strada nel nostro cuore e rimanerci a lungo.
Volti sorridenti, promesse gioiose, baci e carezze, grandi obiettivi da raggiungere e figli da crescere. Poi? Poi arriva la realtà e ti dice : " Mica ci si improvvisa genitori. Mica uno deve metter al mondo i figli o sposarsi se non sei responsabile di te stesso ".
Sembra una cosa naturale,banale,mica sempre è così. La gente si mette insieme, si sposa, fa figli, come inerzia sociale. Che tanto poi divorzio,casomai. Che tanto anche se me ne vado da casa, cosa sarà mai? Dice: " e ma poverino o poverina, tengono i loro guai!" Certo. Come ogni essere vivente su questo mondo, sopratutto nel paradiso artificiale del liberal-capitalismo. Dove l'essere umano è felice a seconda della merce che riesce a diventare, della superficialità sentimentale che riesce a gestire, di quante volte riesce a parlare d'amore senza conoscere nemmeno da lontano cosa significhi amare. Gente che sta con altra gente , magari da anni, ma riescono benissimo a esser sconosciuti. Tante volte nemmeno il singolo si conosce. L'idea di se stesso è modellata sul pensiero dominante: consumistico, competitivo a cazzo, stressante. Si, ecco la nuova carne di cronberghiana memoria, nata dalle ceneri del 1989, ( anno di merda ,dal punto di vista socio-politico), è questo pirletta che deve sempre affannarsi,correre,mostrare agli altri di avere e di esser realizzato,in eterna competizione con il nulla a cui aspira.
E in mezzo a tutto questo : un ragazzino.
Lo so che si passa per conservatori tristissimi, vetusti, tediosi: ma i figli non sono piccoli uomini con il compito di sorbire le nostre follie. Non si può trattare un ragazzino di 10-12 anni come se fosse un adulto e riempirlo di insulti,rabbia, rancore, perché abbiamo una moglie a dir poco malata e noi non sappiamo che fare.
I ragazzini non sono arma di spartizione, di lotte interne tra fazioni , non meritano di sprofondare nell'abisso insieme a noi.
Cosa che il protagonista di codesto magnifico film non comprende e infatti....
Infatti il piccolo protagonista, che si trova in un'età delicata fatta di primi amori e di una faticosa costruzione del sé stesso, è al centro delle ire e delle delusioni paterne. Cosa che non capita alla sorella,la quale nasconde il dolore per la separazione dei genitori dietro un'artificiale gioia e spensieratezza.
Costretto a fare nuoto, quando vorrebbe giocare a calcio, taciturno e schivo perché ha compreso che dire una parola in più significa scatenare la rabbia distruttrice del padre, questo personaggio è il classico ragazzino trattato da adulto molto simile , in certe cose, all' Andrea dell'Incompreso.
Il film funziona benissimo come decalogo delle cose che un genitore doverebbe evitare di fare. Non manca uno degli errori più frequenti e sciocchi: decidere la vita del figlio.
Io vorrei avere dei figli intellettuali e artisti. Ci tengo tantissimo, perché io avverto il bisogno urgente e assoluto di apprendere e di stare in mezzo a gente di cultura. Qualora però mio figlio volesse fare il giocatore di calcio, pur non apprezzando codesta idea, non lo obbligherei a far un corso di pianoforte. Sia felice,segua la sua strada, come padre cercherò di rassicurarlo quando- ineluttabilmente- dovesse fallire.
No, in realtà mi sa che tirerei delle madonne,ma per fortuna la mia dolce metà è capace di farmi ragionare, ( io che sono portato a sbottare e fare tragedie melodrammatiche ),in ogni caso rivedendo la pellicola, mi sono accorto quanto sia bello e importante codesto film. Una perfetta indagine e analisi di tutti quei meccanismi che fanno fallire una relazione e una famiglia, l'incapacità - in tempi precari anche affettivamente- di saper gestire il rapporto genitori e figli, l'estraneità assoluta fra persone dello stesso nucleo famigliare.
Questi sono i film che mi piacciono e il cinema di cui sento bisogno.
Duro e aspro, a tratti insostenibile, ma anche profondamente vero e umano, recitato molto bene sia da un sempre più convincente Kim Rossi Stuart , che cura benissimo anche la regia, che dai ragazzini .
Opera in bilico fra dolore e una tenera speranza ,fragile,ma possibile. Pellicola che sa farsi strada nel nostro cuore e rimanerci a lungo.
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