martedì 21 ottobre 2014

L'INTREPIDO di GIANNI AMELIO

Sai come si dice? Buono come il pane. Per dire di una persona genuina,semplice,che sappia dare un minimo di serenità.
Ecco, questo è Antonio Pane. Cosa sappiamo di lui? Poco,solo che lo notiamo alle prese con le mansioni più svariati, ogni tipo di lavoro. Uno stakanovista che non si accontenta di un singolo posto? No,un povero cristo che ha perso il lavoro come altri e che ha trovato un modo di sopravvivere: fare il rimpiazzo dei lavoratori che per mille ragioni non possono andar al lavoro in un determinato periodo



Antonio è buono come il pane. Lo dice anche il suo cognome, per questo cerca anche di esser d'aiuto alle persone. Si affeziona a Lucia, ragazza problematica. L'uomo riesce a darle , ogni tanto un po' di serenità, cosa che gli riesce meno con il figlio Ivo, musicista che teme il pubblico e ogni volta rinvia la sua presenza sul palco.

Non è facile vivere di questi tempi, par ci dica il film. Equilibri precari, spezzati,cosa rimane dell'uomo? Poco o nulla. Le sue fobie, le sue debolezze. Leggero e sospeso, passa Antonio , uno convinto di poter fare qualcosa, di essere d'aiuto per gli altri. Un fantasma , più che una persona, lo spettro di quello che eravamo, di quello che siamo stati. E che per mille assurde ragioni non vuole sparire del tutto, non vuole estinguersi.



Amelio gira un film imperfetto,smarrito,lieve , sospeso. Come se fuggisse di mano al suo autore,o come se - il regista- dopo un avvio leggero e da "commedia", percepisse che non c'è nulla da essere allegri, ottimisti, spensierati e il film implode su sé stesso. L'esplosione dinamica verso l'esterno,la società,il lavoro,con le sue immagini reali e concrete, la divisione in categorie lavorative,il ruolo preciso che ognuno deve avere nella nostra società e quindi l'aprirsi agli altri,andare verso di loro,dividere la precarietà e i progetti, venga spazzata via da un dolore personale che chiude ogni apertura.
Molto probabilmente Amelio non è portato per le commedie,e quindi il cortocircuito tra intenzioni e realizzazione esplode e diventa palese in tutta la sua difficoltà. Non è un film riuscito,proprio per questo cambio di registro e perché, a parte Albanese, i giovani debuttanti fanno fatica a dar spessore ai loro personaggi, enfatizzano troppo, spariscono dietro i dialoghi.



Nondimeno le tematiche e lo stile di Amelio si ritrova in questa pellicola sgangherata e che avanza su gambe malferme , storte. Vi sono squarci di sofferenza, di nuda e cruda realtà, di malinconie fortissime,e sopratutto il film è salvato dall'immenso personaggio , interpretato benissimo,  di Albanese. Emblema dell'uomo smarrito,che cerca di mantenere le vecchie e sane abitudini del lavoro, dell'unità famigliare, dell'amore e dell'amicizia. Antonio Pane fantasma di epoche passate, in bilico sul suo filo d'erba dondola e dice : che bello.( citazione : Davide Van De Sfroos), il tutto inserito in un contesto profondamente settentrionale,nordico, sia di atmosfera che di realizzazione Un luogo di nessuno,eppure pieno di cantieri,che si muove e dimentica, Immemore dei suoi figli che lavorano,ma non costruiscono più nulla.
C'è amarezza e dolcezza in questo film. Manca però l'equilibrio tra commedia e dramma e l'ultima parte ,appunto, si piega su sé stessa, implode.
L'errore principale di Amelio è stato quello di aver pensato a una commedia,quando in realtà non possiede i ritmi e i tempi di essa,e sopratutto quando la storia , prepotentemente, vuole arrivare ad altro.
Sicuramente non il miglior film del regista de Il Ladro Di Bambini,ma nemmeno quella pellicola orribile che , con troppa severità, molti hanno giudicato
Un'operazione sospesa, imperfetta,ma sincera,profonda, piena di mestizia e di abbacinante dolcezza.

lunedì 20 ottobre 2014

IL GRANDE COCOMERO di FRANCESCA ARCHIBUGI

Cosa è un essere umano? Chi reputiamo tale? Solo le persone che , per motivi sociali ben radicati, giudichiamo normali? E cosa è la normalità?
Un malato di mente, o con problemi psichici,non ha forse anche lui la capacità di provare emozioni, sentimenti? Non è compito di chi si occupa della sua salute anche di dargli un minimo di collettivismo,condivisione, vivere come può con gli altri?
Oggi viviamo in un paese il quale di facciata si presenta come civile e moderno, ma in sostanza è reazionario. Alcuni parlano di rivedere la legge 180, una delle migliori mai fatte in un paese come il nostro.
Un paese come il nostro appunto. Dove fra le mille disgrazie , ci sono anche persone degne di nota e rispetto come Basaglia e Marco Lombardo Radice.
Proprio a questo ultimo si collega il film in questione.



Opera piena di umanità, di attenzione per le relazioni fra personaggi, che non teme di esser considerata buonista , da quelli che siccome vivono male pretendono che anche gli altri soffrano. Solo la malvagità, il cinismo, il disfattismo,come elementi di sincerità,il resto è ipocrisia.
Un grande film come questo ci rammenta la reale natura dell'essere umano: la forza della compassione, del prendersi cura di chi è in difficoltà, di comprendere e prestare attenzione agli altri,sopratutto se manifestano un certo malessere.
Nel reparto di neuropsichiatria infantile di un grande ospedale romano,arriva Pippi, una ragazzina problematica, vittima di crisi epilettiche e dotata di una smodata fantasia che la porta a mentire su tutto e tutti.
Il suo caso viene seguito da Arturo, un giovane direttore che vuole imporre sistemi di cura più umani e meno " burocratici" nei confronti dei giovane degenti .  Fra i due , dottore e paziente, nasce un bellissimo rapporto quasi genitoriale, ( lui ha costretto la sua ex ad abortire ed è stato abbandonato ,lei ha due genitori assenti preoccupati a litigare tra di loro),che la regista ci racconta con tocco e tono delicato.



La descrizione accurata dei pazienti, dove non si tace della loro situazione complessa e critica,ma nemmeno si nega che abbiano umanità e sentimenti, per cui il bisogno assoluto di socializzare,di non essere esclusi, il dolore e un certo coraggio da parte dei genitori, ( come la piccola paziente che diventerà amica di Pippi, nonostante abbia una malattia al cervello che non risparmia), il ruolo di medico che non è esente dall'essere principalmente un essere umano che deve provare empatia per i suoi pazienti,sono i temi centrali di questa bellissima pellicola.
Altro punto di forza è la rappresentazione di quel piccolo mondo fatto di malattie,casi clinici, problemi di struttura e di mancanza di danaro,di pochi lavoratori disponibili. Ecco,il film poteva puntare su una denuncia vibrante contro la sanità pubblica, cosa che ultimamente è diventata di moda, ma non lo fa. Non nega i problemi,ma mostra quello che si è potuto fare.
Questo in un paese dove ci si nasconde , con la scusa della denuncia, dietro alla lamentela a lingua armata , non è da poco. Verrà confusa con buonismo, film consolatorio e altre cretinate. In realtà si vuol dire che c'è sempre spazio per fare qualcosa di buono, cominciando dal fatto principale: restiamo umani. E comprendiamo che dietro a un ragazzino malato,c'è appunto un ragazzino. Non è la sua malattia, è una persona , in grossa difficoltà  e quindi merita massima attenzione.


L'Archibugi ci guida per mano alla conoscenza dei pazienti,dei famigliari, degli operatori sanitari. Ci descrive delle persone imperfette,ma con la speranza e la gioia fragilissima di chi sa che ogni secondo lontano dal dolore sia da santificare
Non ci eroi, non ci sono musiche epiche e" faccine " da sfruttare per una commozione facile . Niente di tutto questo.
Si piange tanto vedendo il film, non puoi rimanere indifferente alla morte di una bimba, alla malattia, agli sforzi che spesso finiscono in un buco nell'acqua del protagonista e dei colleghi che lo aiutano.
Ma c'è la vita , quella vera, in questa pellicola. C'è tenerezza,compassione, comprensione
Tre cose per me fondamentali.
E poi un grande cast: memorabile Sergio Castellitto, indimenticabile Laura Betti e la sua Aida , infermiere sull'orlo di una crisi di nervi, donna sola che la solitudine ha reso vittima del suo stesso rancore, e poi Anna Galliena , madre che si trova impreparata ad affrontare la malattia della figlia, Victor Cavallo,un prete che tutti vorrebbero incontrare. Un film davvero riuscito , sotto tutti i punti di vista.

venerdì 17 ottobre 2014

YELLOW SEA di NA HONG JIN

Ci sono parti  di umanità dispersa nel mondo, gente inghiottita da una vita amarissima , che non concede nulla di buono. Eterni stranieri.
Gu Nam è uno di questi.  Fa parte della comunità sino-coreana, gente che riesce a vivere il peggio di due nazioni. Non voluti, non considerati. Da una parte straniero e dall'altra carne da macello per ogni affare, ogni lavoro da poco.
Perché il razzismo e l'odio nazionale si manifesta in tutte le culture. Non esiste un sistema, una nazione, un popolo, perfetto. Senza le squallide debolezze umane.  Ci facciamo una ragione,ma - il fatto fondamentale- non l'accettiamo e continuiamo a sostenere la parte sana e buona di ogni società.




Gu Nam è vittima del vizio del gioco e di una sfortuna assoluta e totale, è uno dei dannati della terra e come ogni dannato ha un suo diavolo personale che lo condurrà alla rovina.
Cosa succede? Che deve accettare di uccidere un uomo in Corea. Nazione , dove, da un po' di tempo si è trasferita la moglie, lui non ha più sue notizie dal giorno della partenza .
La prima mezzora è il ritratto di una umanità sporca e persa in posti sporchi e persi, tra il confine cinese,russo,della corea del nord. Una terra dimentica da dio e snobbata dal diavolo,pensa un po' che bel posto.
Poi l'uomo parte per la Corea del Sud. Uno straniero, un uomo solo .Ha una missione ,ma in realtà vuole ritrovare la moglie
La storia si complica dopo la morte del tizio che Gun doveva eliminare.


Un noir coreano è qualcosa di altro e oltre rispetto alla tradizione europea o americana, o forse no. Molto probabilmente le regole sono sempre quelle,ma è il modo di metterle in scena che cambia. Il sotto testo, l'evoluzione dei personaggi, la mancanza di buoni e di riscatto della vittima. Come accade qui.
Si dannano, compiono anche gesta clamorose,ma alla fine non scappi da una morte inutile, solitaria,senza gloria e senza vendetta.
Smarriti,dimenticati,soli, come Gu Nam .E tutti quelli che lo circondano. Non c'è solidarietà nemmeno tra gli ultimi, non c'è un uniamoci contro i cattivi,perchè: chi è buono? Chi cattivo?
C'è solo la sofferenza di dover vivere una vita da emarginato o da sanguinario delinquente. Fare male e morire,pare l'unica scelta possibile.
E a fanculo tutto il resto.

 

Film glaciale, implacabile, radicale nel suo pessimismo , eppure - nonostante tutto- anche tragicamente umano e vero. Quante son le persone invisibili, nate in parti del mondo dimenticate da dio,con la pelle del colore "sbagliato" o appartenenti alla "classe" sfruttata e perdente, che vivono e scompaiono nella più totale indifferenza? Eppure sono come noi: esseri umani.
Tutto questo , codesta pellicola, lo evidenzia molto bene.

martedì 14 ottobre 2014

E ORA PARLIAMO DI KEVIN di LYNE RAMSAY

Esistono film che sono difficili da recensire, i motivi sono molti. Io sarei molto poco obiettivo di fronte a un film dichiaratamente o no "anti comunista", perché comunque va a toccare un pilastro fondamentale della mia vita.
A volte certe pellicole ci sbattono di fronte i nostri problemi,le nostre mancanze, quelle che per difesa facciamo passare come cose normali,evolute,che tanto va bene anche così. No,che non va bene anche così.



Eva non è affatto un personaggio positivo. Viene descritta bene la sua umanità attraverso la sua incapacità di essere madre. Possiamo chiamarla in vari modi e condannarla in tante maniere,rimane pur sempre un essere umano che ha delle debolezze e non riesce ad uscirne. Non la giustifico,come erroneamente ho letto in giro, cerco di capirla. A lei manca del tutto l'istinto materno,che a mio avviso è un fatto naturale come è naturale anche esserne sprovviste,pur essendo - comunque - un problema da non sottovalutare.



Questo rapporto a dir poco sbagliato e malato, che parte dalla sua incapacità di gestire la gravidanza e il diventare madre- che implica una minor libertà individuale e  la responsabilità di occuparsi di un'altra vita- è la radice di questa ottima pellicola,che vanta una regia davvero eccezionale , fatta da tanti dettagli in primo piano, spesso di cibo o parti del corpo, per sottolineare l'atmosfera disturbata e disturbante. No, casomai tu pensassi di veder una commedia romantica,eh!




Il microcosmo della pellicola evidenzia un universo di indifferenza, paranoia, rancore,odio,trattenuto,represso,eppure anche ben evidente nei comportamenti sempre più crudeli del bambino ,poi giovane ragazzo. E pensate: è una famiglia normale ed etero, ditelo alle Sentinelle,ok?
Tanto la protagonista essendo incapace di gestire l'affettività- ma non mancano momenti in cui cerca di riavvicinarsi al figlio,ma falliscono miseramente- e il rapporto con gli altri, quanto il marito è troppo perso in un sogno- ipotesi di famiglia felice per vedere cosa stia capitando.
Lo spettatore segue il tutto sapendo cosa capiterà,potrà giudicare negativamente il comportamento dei due genitori,(potremmo dire che almeno un paio di generazioni per via di libertà piccoli borghesi e un pensiero distorto legato all'individualismo più sfrenato), ma non condannarli del tutto. Per questo motivo è da applaudire anche la sceneggiatura, cerca la strada difficile di creare personaggi non positivi,che non suscitino immediatamente pena o totale antipatia. Costoro si trovano in quella zona grigia dove regna il: potrebbe succedere anche a te. Questo vuol dire far grande cinema



Ma a me, sinceramente, poco importa il tema della maternità, ( già ampiamente sviluppato da Elio in : "cassonetto differenziato per il frutto del peccato"), mi ha colpito,ma fino a un certo punto. Dove il film per me è davvero ottimo è nel narrare il dopo. Kevin compie un gesto grave,ma in alcune zone vi diranno che il guaglione stava giocando a cowboy e indiani eh,che porta tutta la comunità a emarginare,insultare,aggredire la donna. E badate bene : lei è doppiamente vittima
Qui il personaggio di Eva cerca in un qualche modo di tornare a una vita decente,ma viene ostacolata in tutti i modi. Quale è la colpa effettiva di avere un figlio, ( maschio e solo maschio,che la bimba è pucciosa come tutte le bambine. I maschi,sembra dire codesto film: o sono crudeli o sono coglioni,grazie ! ), folle o talmente crudele da arrivare a compiere un simile gesto?  Episodi recenti di aggressioni a famigliari di assassini ci fa comprendere come non sia tanto la violenza a dividerci,ma la motivazione: tu fai male a una persona innocente, e sei un farabutto, io meno la sorella di un assassino , è giustizia sociale.
Brutto termine giustizia popolare,sociale, bruttissimo. Perché significa l'anarchia forcaiola reazionaria fatta da gente per nulla intelligente. Tanto sfogano i loro peggiori istinti,con un buon alibi. Anche questa cosa è umanissima e naturale,ma non tutto ciò che umano e naturale,è giusto, ( a parte la maternità: naturale e giusta,sotto molti punti di vista,ma non deve divenire l'ossessione personale o il metro di giudizio su una donna),e questo il film lo rappresenta bene.
Il cast è ottimo: Tilda Swinton, sempre magnifica e intensa, John C Realiy, grandissimo attore che offre anche qui un ritratto di uomo buono incapace di cogliere il male, ed Ezra Miller un luciferino Micheal Myers adolescente. Forse è proprio Kevin il personaggio scritto meno bene rispetto agli altri,ma è un difetto sostenibile dentro un film davvero importante e ben fatto.