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mercoledì 5 maggio 2021

IN GUERRA di Stèphane Brizé

 Per anni sono stato convinto che la cosa importante in un film fosse il messaggio. Per cui non tanto l'aspetto prettamente filmico o il come si porta sullo schermo una storia, ma il cosa. Ora ho cambiato gran parte delle mie idee sul cinema, la sua importanza politica e sociale. Credo si possano fare pessimi film pur trattando argomenti impegnati, seri e che, da essere umano, reputo fondamentali sostenere. Il messaggio se non sostenuto dalla tensione narrativa, o usato perché ci consente di sfruttare le polemiche del momento, o per mille altri motivi, non basta a far un buon film,

Per fortuna ci sono anche film come In guerra, che sono opere importanti, fondamentali, perfette a livello teorico,  e vibranti come opere cinematografiche.

Il lavoro è da oltre trenta anni che è stato smantellato, si è praticata la disorganizzazione tra i lavoratori, la disunità e la perdita totale di coscienza di classe. La precarietà e le leggi del mercato, attuate dai loro camerieri e servi, cioè i governi delle democrazie padronali, hanno distrutto l'identità operaia e proletaria. Di fatto, colui che in questi tempi, soffre più di ogni altro essere umano le oppressioni e repressioni del sistema è l'operaio licenziabile o che ha perso il lavoro. I numeri di morti sul posto di lavoro, spesso ignorati o sfruttati per della retorica spiccia, mostrano una realtà dei fatti che non possiamo ignorare: la produttività, il profitto, causa vittime. Tuttavia proporre riflessioni ai campioni delle libertà, democrazie e progressi, su questi temi, ottiene spesso come risultato la loro noia, disprezzo malcelato, verso quelli che da anni sono considerati populisti ignoranti che votano a destra. La sinistra anti proletaria è destra, ma non vorrei rovinare la vita a questi ribelli di carta.  Per cui le problematiche pesantissime della chiusura di una fabbrica, è affare solo di chi ci lavora. 

Anzi, mi correggo. Facciamo un appunto storico ben preciso. La fine della sinistra in Italia ha una data e un luogo: 14 ottobre 1980, Torino. Quando impiegati, quadri, dirigenti della Fiat, marciarono per la fine di un lungo e giustissimo sciopero degli operai della nota fabbrica di macchine italiane. La sfiducia per la sconfitta e le durissime conseguenze che hanno falciato di netto la parte più evoluta, l'avanguardia operaia nelle fabbriche, ha segnato il primo passo verso la rassegnazione della classe operaia/proletaria.
Il secondo ostacolo è stato il risultato del referendum sulla scala mobile, nel 1984, un duro colpo per il Pci e i lavoratori. Tutte queste cose sono precipitate con la precarietà. I lavoratori sono isole, che si scontrano, che vivono la paura della perdita del lavoro e per questo accettano ogni cosa.
Ho famiglia. Questa è la scusa di ogni crumiro, di ogni collaborazionista, di ogni individuo che ha venduto la sua classe per una manciata di soldi, che poi finiscono quando il padrone chiude la fabbrica.  Come se i lavoratori che scioperano non abbiano legami e preoccupazioni. Questa è la menzogna del padrone che è diventata legge anche per il lavoratore.
La divisione, lo scontro interno, è da sempre la migliore arma per distruggere un movimento o una guerra. La lotta di classe fatta dai padroni contro la classe operaia, risulta vincente sotto ogni punto di vista, e in tutto questo ha avuto peso una sinistra che nel tempo è diventata sempre più liberale, legata a temi individuali e ha abbandonato del tutto il conflitto nel nome della classe.  Persone di sinistra che ci tengono a definirsi anti razzisti, a favore dei diritti civili, ma che disprezzano le classi meno abbienti, perché tanto i diritti sociali sono roba del Novecento. In realtà perché difendere quei diritti vuol dire attaccare le democrazie occidentali che si basano in tutto e per tutto sulle leggi e interessi padronali.
Per cui l'operaio è un fascista che va allontanato o un violento che reagisce contro il volere del Dio Mercato Libero, contro i suoi sacerdoti, gli economisti, e la sua dottrina di rapina. 
Parlare di lavoratori, di classe, di diritti sociali, in un film è alquanto bizzarro e anacronistico, forse raccatti ancora un po' di parole di circostanza da parte di quelli che per motivi di decoro, ci tengono ancora a star due secondi con gli operai. Ecco, è un atto di resistenza ostinata, far un film come In Guerra.


Resistere alle leggende, alle menzogne, alla vigliaccheria, allo squallore, alla violenza verbale e non solo, di un sistema politico-sociale che fa schifo ed è sostenuto, voluto, da zavorre umane, da pezzi di merda ambulanti. Pensa che fatica immane, e senza quelle cazzate alla Paul Laverty, senza concessioni simpatiche, leggere, senza concentrarsi sul singolo, perché oggi si ragiona solo così ed è una cosa terribile, ma mettendo in scena La Classe Proletaria. Lo so, molti rideranno. Oddio ancora la classe proletaria, ma che palle! Sì, ancora. Perché senza di essa e il suo sfruttamento- che sia in occidente o in altre parti- voi non campereste nemmeno due secondi. E perché il capitale esercita su di loro il potere delle loro leggi, poi le fa pesare anche a quella parte della borghesia aziendale o dei padroncini che ormai non servono più. 
Animali che vanno al macello felici, ecco chi sono i cittadini delle democrazie padronali. 

Dopo aver spiegato benissimo le vicissitudini che un lavoratore deve subire per ritrovare un lavoro, le logiche del mercato nelle nuove fabbriche che sono i centri commerciali,  il lavoro ingrato che uno deve fare per sopravvivere, non vivere, in quella opera meravigliosa che è La Legge del Mercato, Brizé porta in scena la lotta operaia, la classe proletaria destinata al paradiso e invece sacrificata all'inferno degli interessi finanziari e del capitalismo.

Lo fa descrivendo una fabbrica acquistata da una multinazionale tedesca, che ha stabilito un accordo con i suoi lavoratori. Rimaniamo aperti per cinque anni e poi ci ritroviamo per negoziare un nuovo accordo. Nel frattempo ai lavoratori sono stati tolti diritti. Tuttavia nonostante il grande sacrificio dei lavoratori, ecco che la fabbrica chiude. E non perché faccia perdere denaro, ma per una questione di competitività.
La legge del mercato, i soldi degli azionisti, tutte quelle cose che tirano in ballo per nasconder il fatto che siano degli esseri squallidi da prender a bastonate in testa.
Il film racconta la disperata lotta dei lavoratori e in particolare di un sindacalista, interpretato magistralmente da un immenso Vincent Lindon, degli scontri durissimi con la zavorra padronale, le quinte colonne interne che creano divisione e collaborano con i padroni, lo fa mettendo in scena una vera e propria guerra.
Perché di questo si tratta. Una guerra di classe, fatta dai padroni contro le classi meno abbienti e poi contro gli alleati che non servono più.
Però, per carità, pensate che sia benaltrismo, robe del novecento, e che gli operai siano solo dei reazionari ignoranti. Sentitevi bene mentre mette il mi piace ai deboli pensatori,  o mettete i vostri iosono a cazzo di cane. Ma lasciate stare la sinistra, non accanitevi sul cadavere.


venerdì 4 novembre 2016

7 minuti di Michele Placido

Che tempi sono, quelli dove una persona deve accettare tutto, per mantenere un posto di lavoro? Cosa rimane del lavoro se dovessimo toglier ad esso, il suo valore sociale? E che tipo di classe operaia potremmo mai avere, se ad essa dovessimo levare ogni coscienza di classe?
Sono domande che forse non si fanno più. Preferiamo rimembrare i felicissimi anni di contestazione, lotte, culminate con quella bellissima legge: La Legge 300 del 1970. Ne avrete sentito parlare, no?  Lo statuto dei lavoratori.
Fate così: a sorpresa, durante le feste di Natale, proprio nel momento in cui tutti sono un po' brilli o rincoglioniti dal troppo cibo, leggete ad alta voce codesta legge magnifica. Smontata, distrutta, resa carta straccia, da questo miracolo di benessere e democrazia che è il Capitalismo senza più nessun comunismo a cacciarlo nel ruolo che gli compete: la spazzatura della storia. Accanto ai menscevichi, a un Kautsy, insomma lì.
Leggete come se fosse una bella favola ai vostri parenti operai, impiegati, manovali, insomma ai lavoratori cosa erano. Cosa avevano ottenuto. Nonostante le bombe, le violenze della polizia e del padronato.
Sì. a un certo punto ditelo, usate questo nome: Padronato.
Vedrete la reazione di una classe senza coscienza, senza ideologia; vi posso anticipare: 1) io devo tutto al mio padrone, diranno padrone in tono ironico - compatiteli- lui mi dà i soldi per campare, 2) tutta colpa degli stranieri ci portano via il lavoro, però allo stesso tempo non fanno un cazzo e si prendono 35 euro. Però mi portano via il lavoro, 3) ma le cose vanno così. Quelli erano altri tempi. Hanno vinto loro, che vuoi farci. Queste saranno più o meno le loro reazioni.
Potreste rammentare che la classe lavoratrice ha sempre subito, nell'arco della sua storia,  lunghi periodi di sconforto e sconfitta. Vuoi per la divisione tra riformisti e comunisti, i secondi come sempre hanno ragione, vuoi per la dittatura prima del fascio e poi del mercato sotto il capitale. Ci sono stati momenti di buio totale e di repressione delle classi proletarie e d'avanguardia anche sotto la nostra benedetta democrazia. In particolare negli anni 50, dove a Torino, nella Fiat si portavano avanti oppressioni del sindacalismo di orientamento comunista. Schedature. licenziamenti, spostamenti di reparto. In quei tempi, sotto il fascismo e sotto la democrazia padronale,  la classe lavoratrice era piegata.
Però, come ben saprete, anche il cane più impaurito, alla fine morde la mano che lo maltratta.
Questo dovremmo ricordarlo come lavoratori: c'è tempesta, mare mosso e noi abbiamo  una piccola barchetta a remi, verrebbe voglia di non insistere a remare per superare le onde e di smetterla di controllare che dietro i nuvoloni neri, possa - come per magia- sorgere il sole. Possiamo prendercela con chi a nuoto cerca di salire sulla nostra barca: lui vuole farci affondare. Possiamo fermarci e pensare che tanto sono le onde, è la tempesta a decidere per noi, le cose vanno accettate. La realtà è questa, non la puoi cambiare.  Si, possiamo fare queste cose. Finiremo sconfitti e annegati. Magari nel primo caso si potrebbe gioire nel veder uno più povero di noi affondare per primo. Questa è la gioia dei nemici di classe,  di quei proletari asserviti al padronato. Quelli che andrebbero spazzati via senza un minimo di ripensamento, ma così facendo perderemmo comunque pezzi di classe.
Insomma tutte queste reazioni sono normali, appartengono al nostro tempo, segnano le difficoltà della classe lavoratrice, simboleggiano la sconfitta ancora non del tutto superata del movimento operaio, a Torino nel 1980.
Dico solo: ma ci serve a qualcosa? La remissività, l'accettazione di esser debolissimi, la certezza che i rapporti di forza siano sfavorevoli? Ci servono queste cose? Sì, servono! Ma non- come vogliono i rinnegati liberaldemocristiani di un noto partito governativo- per accettare modernizzazioni a favore delle classi padronali e dei loro ascari. No, ci serve per capire che la storia del movimento operaio e di tutti lavoratori è segnata da pesantissime sconfitte e da straordinarie vittorie. Il periodo che viviamo dunque non venga sacrificato a confondere lotta- di classe e politica- con  l'accusa generalizzata al populismo, l'accettazione di ogni idiozia perché qualcuno urla : buffalaaa! (Equivalente di ruspaaa!!!!) il lavoratore deve incominciare per prima cosa a considerarsi Essere Umano. Non un oggetto ricattabile, non uno che chiede l'elemosina al suo benefattore, cominciare a lottare per i diritti, e rivendicarli tutti. Anche quelli più piccoli e sciocchi.
Come perdere 7 minuti di pausa quotidiani, rispetto ai 15 minuti che si hanno.



L'ultimo bellissimo film di Michele Placido, narra di questo: di cosa è diventata la classe operaia, dei ricatti che subisce, del linguaggio amichevole e famigliare da parte dei padroni per confondere e dividere i proletari, della difesa non solo del posto, ma della dignità umana. La storia di ispira a un fatto vero, successo in Francia,  ed è la trasposizione cinematografica di una commedia teatrale di Stefano Massini. Un drammaturgo quarantunenne di Firenze, con alle spalle anche una lunga collaborazione al fianco di Luca Ronconi. Ecco, io penso che molti dovrebbero studiare la sceneggiatura scritta dal drammaturgo con altri collaboratori, tra questi Placido, per capire oggi come dovrebbe esser girato un film "politico". Perché sopratutto quando parli di lavoro, parli necessariamente di politica.  Questa splendida pellicola funziona grazie a una sceneggiatura che sa raccontare perfettamente il presente, ma non si limita solo a questo: lo critica, lo sviscera, analizza, e lo "condanna". Le undici donne protagoniste, le quali dovranno prender la decisione di perder sette minuti di pausa, regalando quel tempo alla dirigenza e alla produzione, secondo l'ottica di "assumere senza assumere", sono lo specchio fedele di cosa eravamo e di cosa siamo, come lavoratori, ma anche come classe.
Le divisioni interne fortissime, la paura di perdere il posto, l'individualismo sfrenato che ci impedisce di pensarci e vederci come classe sociale e politica, ma individui, per questo arroccati su una linea difensiva della nostra vita e a fanculo il resto, è ben espressa e messa in scena dal film.
Le operaie straniere, che vengono da realtà difficilissime, si adattano a tutto. Per vivere. Per paura. Che sia l'africana scappata dalla miseria, o l'albanese che oltretutto deve difendersi dalle avance di quel porco del suo capo. La collega napoletana se ne fotte di tutti e tutto, lei ha un marito in mobilità, i figli piccoli, e la vergogna di chieder l'elemosina. Insomma tutte hanno le loro debolezze e paure, tutte - come la nostra generazione- non vorrebbero lottare, ma accettare ogni cosa, qualsiasi cosa, pur di lavorare, pur di stare nel sistema.


Tutte, tranne una: Bianca. La più anziana. Sarà lei che con un lungo lavoro, difficilissimo e spesso spezzato dalle divisioni con le compagne, per età ed esperienze,  darà inizio a una lunga riflessione sul lavoro, il ruolo del lavoratore, il linguaggio padronale e il suo paternalismo.
7 minuti, è cinema necessario, fondamentale, prezioso. Ha un linguaggio popolare ma mai banale, una descrizione perfetta della deriva che ha preso la classe lavoratrice e operaia in modo particolare, è una pellicola di assoluta possanza etica e morale, qualcuno si lamenta della retorica, ma noi ce ne freghiamo perché la vita è anche retorica, banale, ma non per questo meno incisiva e giusta. Infine ha un cast davvero straordinario: Ottavia Piccolo, Ambra Angiolini e Cristiana Capotondi (le quali mi hanno stupito, bravissime! Lo dico non essendo propriamente un loro ammiratore) e le rivelazioni, come attrici,  Fiorella Mannoia, e  Maria Nazionale.
Perché il cinema ha anche codesto compito: raccontare e rielaborare la nostra vita e la nostra epoca, sporcandosi le mani con le contraddizioni del sistema e della realtà.



lunedì 15 agosto 2016

PRIDE di MATTHEW WARCHUS

L'uomo non è un individuo. Non lo è mai stato, non lo è, e non lo sarà. Individuo come lo intendiamo qui nella nostra stanca e morente società. Cioè una persona che inizia e conclude nei suoi bisogni, sentimenti, soddisfazioni, esigenze, paure,che lo legano agli altri, ma per usare ed esser usato, senza nessun legame forte, senza condividere nulla se non un attimo, un momento, un passaggio da una persona all'altra, un lavoro e un altro, una casa e un'altra.
L'uomo è la sua classe sociale e il suo essere persona irripetibile, importante, sopratutto perché legata ad altri da sogni, esperienze, dolori, comuni. Divisi perché costretti, o per indifferenza, anche questi prodotti delle e nelle classi. Quella dominante attraverso il paternalismo e l'ipocrisia tipica dei regimi liberal-capitalisti, ci impone la divisione e il pregiudizio.
Questo film lo dice e mostra chiaramente
Il 1984 è stato l'anno della morte di ogni resistenza al liberismo, nuova faccia, ennesimo lifitng del capitalismo. Il lungo sciopero dei minatori, che capitola davanti all'offensiva di quella spregevole persona e donna di politica che è la non compianta Margaret Thatcer, idola delle  femministe borghesi e squallide alla Meryl Streep. Una lotta di classe, di persone, di lavoratori, di emarginati ed esclusi dal e nel sogno del nuovo sistema economico e politico. Come in Italia è successo agli operai della Fiat, come in america ai lavoratori della compagnia telefonica. Quando perdono i lavoratori, perde la società. La vedi ora? Te la gusti questa società dove il lavoro ha perso ogni valenza sociale, ed è solo compra e vendita di uomini e donne, in nome del dio Azienda. Godono solo i padroni, non chiamateli datori di lavoro e non pensiate che siano vostri amici. Anzi, quel loro modo di far famigliare, di menarla con la storia della "grande famiglia", gli insegnamenti su quanto sia bello fare carriera dentro la gdo, che tanto i sentimenti sono peggio della merda, te vieni a a sgomitare per diventare il gran visir dei cessi all'ikea, mi raccomando!Tutto questo, nasce con la sconfitta della classe operaia e proletaria.
Pur essendo una commedia "Pride" non nasconde o addolcisce nulla. Mostra come il sistema attacchi i suoi nemici: che minatori e movimento lgbt, in quegli anni vivevano, seppur in contesti forse diversi, le stesse problematiche. Non ci vengono mostrati proletari puri e dalla mentalità aperta e non ci sono omosessuali sempre allegri e simpatici. Ci sono persone con limiti, incapacità di accettare gli altri, ma che conoscendosi imparano a collaborare, a volersi bene. Non è difficilissimo. oh nemmeno facile, ma cazzo impegnatevi un po'!
La storia è vera, come purtroppo anche la sconfitta, come sono veri quegli uomini morti per una malattia, l'aids, giudicata da quella testa di cazzo di Reagan come un castigo di dio sui peccatori. L'uomo che ha finanziato i contras, viene a farci la morale.Disprezzabile e detestabile, sempre e comunque.
La commedia serve a questo: avvicinare un pubblico a certe tematiche. Noi "proletari", ma sempre più piccoli borghesi estremisti nelle parole, ma mai nell'esempio della militanza, possiamo conoscere meglio altri uomini come noi, che vivono un modo leggermente diverso di amare,ma in fondo uguale nelle emozioni e nella gioia, come nel dolore, gli altri possono comprendere che quei rudi e rozzi lavoratori sono persone di sentimento e cuore, ma che se son abbandonati alla vita del minatore, possono esser reazionari, visto che il capitalismo a loro lascia solo quello.
Ecco, Pride è un piccolo e importante film. Dietro a certi luoghi comuni, certi stereotipi, c'è una bellissima anima e quei luoghi comuni smettono di esserlo per diventare un ponte di comunicazione tra uomini e donne. Come dovrebbe sempre essere.

domenica 12 ottobre 2014

CLASS ENEMY DI ROCK BICEK

Ieri pomeriggio sono andato, con Valentina, al mitico cinema Mexico di Milano.  Mitico perché da decenni un giorno alla settimana si proietta il Rocky Horror Picture show con tanto di intervento del pubblico. Così narra la leggenda. Amen
Però il Mexico proietta anche altri film ed effettua una buona scelta di pellicola di un certo interesse,sopratutto per noi spettatori Indisciplinati. Tra le altre, spunta questa buona opera slovena: Class Enemy



Un film decisamente interessante perché affronta i temi dell'adolescenza e dell'insegnamento con una certa precisione,attenzione ai personaggi,e un certo rigore che non fa mai male.
In un liceo sloveno arriva il nuovo professore di tedesco, sostituisce un'insegnante che lascia la cattedra perché deve partorire. Mentre la donna mira a esser amica e complice dei suoi studenti, il nuovo arrivato si comporta da professore .Chiede che gli studenti si applichino allo studio,che siano preparati. Non è il loro amico,è il loro professore. Severo,autorevole,ma sbaglia non capendo che gli studenti adolescenti sono abbastanza fragili,vivono un'età di stereotipi, lo sono loro stessi e lo siamo stati noi, di assolutismo spicciolo, di ribellismo "fracazzone", ( si è una delle mie parole composte : fracasso +  bè avete letto e quindi compreso).
La situazione precipita quando una studentessa si uccide e diviene pretesto per un'assurda,immotivata, guerra , al nuovo arrivato.



Il merito del film, per me , sta nel suo mostrare gli adolescenti come persone piene di istinti anche belli ,ma usati un po' alla cazzo di cane. Sentono il peso della morte della loro compagna,ma hanno momenti anche di assoluta indifferenza verso di lei e per il gesto da ella commesso. Danno del nazista al professore- che invece è uno stimatissimo professionista - e sono razzisti con gli stranieri. Si ribellano confusamente contro il sistema,ma ne fanno parte. Il suicidio di Sabina è solo un pretesto per potersi scatenare, e mostrare la rabbia e il disagio repressi.
Però non è affatto un'opera consolatoria, non devia - per fortuna- verso il sostegno acritico, in quanto giovani e quindi vanno capiti che so ragazzi, tipico di certo modo di pensare occidentale.


Che dietro a un bel pensiero di parità con i giovani, in realtà nasconde il fallimento e la irresponsabilità degli adulti che rifiutano il loro ruolo: quello di educatore.
Gli adolescenti sono ex bambini che devono imparare a diventare adulti. Non funziona che li lasciamo parcheggiati in eterno in un certo periodo di transizione della vita. Come capita oggi,e come tu stessa , cara lettrice, e tu stesso, bella gioia di un lettore,potete valutare frequentando amici e persone in generale.
La preside, piuttosto,che richiamare i giovani si preoccupa dei giornalisti, c'è un sottile menefreghismo da parte dei colleghi-  con la professoressa di educazione fisica che dà man forte agli studenti,per vendicarsi di un galante rifiuto da parte del collega-una insoddisfazione latente e pronta ad esplodere un po' in tutti.

Certo, il film come tutte le opere non è perfetto. Però a me è piaciuto perché affronta bene i temi del lutto, della manipolazione degli eventi per dar sfogo a insoddisfazioni personali, del ruolo di chi fa scuola o comunque si deve occupare di giovani vite in formazione. Non credo che debba essere loro amico,ma un Esempio. Autorevole,severo,e partecipe.


lunedì 12 maggio 2014

DOPPIA RECENSIONE LA BELLA VITA DI PAOLO VIRZI'


Sabato per il Cinema Condiviso, io e Valentina abbiamo rivisto l'opera di debutto di Paolo Virzì: La Bella Vita. 
Questo che segue è il suo contributo,peraltro già esauriente, in conclusione alcune mie considerazioni.






In Italia abbiamo una manciata di registi che sanno ancora fare film che raccontano la realtà per quella che è senza giudicarla ma con una partecipazione emotiva e un amore per i propri personaggi che ne rende perfettamente l'umanità. Uno di questi è Paolo Virzì. So di essere di parte e lo ammetto tranquillamente, anzi, lo sottolineo sempre. Ma Virzì, per me, è uno dei pochissimi che ha saputo raccogliere ed attualizzare la tradizione tutta italica della commedia dolceamara, quella che da Scola a Monicelli, passando per Germi e Risi, ci ha sempre regalato un sorriso amaro e la possibilità di riflettere sui nostri vizi e le nostre virtù.

Ecco, Virzì, per me, ha ripreso questa tradizione e l'ha assorbita completamente ma ha fatto un passo in avanti perché è riuscito a calarla completamente nell'attualità del tempo che stiamo vivendo, un tempo di precarietà, in cui la mancanza si sicurezza economica mette in crisi e rende fragili pure i sentimenti e i legami. Ma tutto questo non diventa mai cinismo in Virzì. Lo sguardo che ha sui suoi personaggi è sempre delicato ed empatico; verso di loro ha quella compassione che, secondo il significato etimologico del termine, significa soffrire insieme.

E questo film è uno di quelli che lo dimostra in maniera più convincente e forte.

La storia si potrebbe riassumere facilmente come una mera storia di corna in cui un matrimonio stanco viene improvvisamente distrutto dalla passione che la moglie scopre di nutrire per il conduttore di un'emittente televisiva locale. In realtà il film ci regala una profonda analisi sociale che parte dalla disgregazione di un'identità che è quella della figura dell'operaio e del lavoratore in generale per arrivare alla perdita completa di punti di riferimento emotivi che porta all'incomunicabilità totale e ci allontana l'uno dall'altro chiudendoci in un individualismo che sta diventando, sempre di più, connotazione del periodo storico in cui viviamo. E Virzí pare dimostrare come avviene tutto questo e come è possibile che due persone, che in fondo si amano, possano arrivare a ferirsi, a distruggersi, a non avere più niente da dirsi. Se prendiamo un uomo comune che lavora in fabbrica (bellissima l'ambientazione all'Ilva di Piombino), che è sposato con una donna altrettanto comune che lo ama, con dei genitori fieri di appartenere a quella classe proletaria e cumunista tanto diffusa in Toscana e di aver trasmesso questa appartenenza al figlio (il personaggio del padre che afferma che gli fa schifo l'idea di avere un figlio industriale è bellissimo e commovente), con una solidarietà sviluppata tra amici e vicini di casa (trovarsi la sera a guardare insieme la tv, andare qualche volta a teatro, essere tesserati al partito e iscritti al sindacato perché insieme siamo più forti... tutte cose che, tristemente, si stanno perdendo...) e lo priviamo delle sicurezze con cui è nato e vissuto fino a quel momento togliendogli il lavoro, rendendolo un inoccupato, facendolo sentire inutile, superfluo, senza futuro, quale sarà la sua reazione? E la reazione di Bruno (un bravissimo Claudio Bigagli, assolutamente perfetto per la parte) è quella di chiudersi in se stesso, di non riuscire più a vedere ciò che gli succede intorno, di perdere ogni possibile senso all'interno della società e, di conseguenza, della propria vita. E anche qui Virzì è abilissimo a mostrarci le possibili reazioni come quella del vicino di casa, apparentemente sereno avendo trovato il modo di riempire le improvvise giornate vuote dedicandosi al suo hobby, la caccia, ma che finisce per uccidersi, rendendo palese un malessere tenuto nascosto a tutti, o quella dei colleghi del protagonista che decidono di mettersi in proprio improvvisandosi imprenditori senza rendersi conto che la deriva capitalista di questa società non perdona chi non ha le risorse (economiche, professionali e (a)morali) per sopravvivere (il self made man è e rimane un sogno americano, anche se, negli anni 90 abbiamo tentato di importarlo realizzando soltanto una sequela di fallimenti e disfatte). In tutto questo il protagonista tenta di sopravvivere con quello spirito naïf che quasi sempre hanno tutti i protagonisti dei film del regista labronico. Purtroppo la precarietà lavorativa finisce per trasformarsi anche in precarietà sentimentale e Bruno sembra non accorgersi a lungo che la moglie Mirella (una Sabrina Ferilli mai stata così brava) porta avanti da tempo una relazione sessuale con Gerry Fumo, noto conduttore di una televisione locale (Massimo Ghini, attore spesso sfruttato malissimo ma capace di dare buonissime prove recitative come in questo caso). Una relazione sessuale perché tra Gerry e Mirella tutto si connota con l'attrazione, la pulsione sessuale, la passione fisica. Gli incontri che Virzì ci mostra fra i due sono esclusivamente di questo tipo anche se entrambi finiranno per scambiarli per altro, come spessissimo avviene in queste situazioni. Ma il senso di colpa di Mirella e l'affetto profondo mai messo in dubbio nei confronti del marito non basteranno a ricucire un rapporto che si è irrimediabilmente incrinato. E anche quando i due protagonisti tentano di tornare insieme finiscono per scoprirsi due estranei, per non avere più niente da dirsi, per perpetrare quel muro di incomunicabilità che, ormai, è diventato ua caratteristica del loro rapporto. E questa è la vera tristezza e tragedia del film perché ogni cosa che vedi accadere sullo schermo sai già che porterà alla distruzione, alla separazione, all'allontanamento inequivocabile. E vorresti gridare, fermarli prima che sia troppo tardi. Ma non puoi farlo. E non perché sei, semplicemente, uno spettatore ma perché la disgregazione sociale data dalla precarietà non si limita la mondo del lavoro ma penetra, come un virus mortale, all'interno della vita delle persone e finisce per trasformarsi in incomunicabilità, distanza, individualismo. E non c'è niente da fare. Ma, come dicevo all'inizio, Virzì non è, per sua natura, un cinico disfattista e nel bellissimo e malinconico finale pare aprire alla speranza di una ricostruzione, di un cambiamento di rotta. Ma il resto è un'altra storia che i tempi in cui viviamo non sono ancora maturi per ascoltare.

Valentina




Opera anomala e particolare , a mio avviso, nel panorama vasto del cinema di Virzì. Il quale già con la seconda pellicola - Ferie d'Agosto - avrebbe giocato con una certa "paraculaggine" rielaborando i tipi di destra e sinistra presenti sul nostro territorio nazionale. Lasciando in disparte un'umanissima malinconia assolutamente amara,per quanto aperta - come il finale sottolinea- a diverse possibilità non per forza tragiche.
LA BELLA VITA, è una tipica ossessione occidentale, che poi esportiamo con successo nel resto del mondo. Cosa sarebbe codesta "bella vita" che tutti bramano? Cosa è questa vergogna ben installata nella testa dei pirla- come Gerri Fumo- o di gente allo sbaraglio senza più radici e con la crisi nelle coppie ,segnali di quello che sarebbe avvenuto dopo.
Ora siamo precari nel lavoro e nei sentimenti. Bruno aveva almeno un passato di gloria operaia,e solidarietà sociale,partitica,sindacale,umana. La disgregazione del posto di lavoro,di unità dei lavoratori ha portato alla luce la Grande Illusione: tutti fanno i soldi. Ma tutti chi?E questa per molti è la bella vita: soldi,sesso - possibilmente con tanti partners diversi- sballo ,lusso. Il berlusconismo avrebbe poi peggiorato il tutto. Così si sono evoluti e moltiplicati i Gerri Fumo: gente vuota,pleonastica, fighetta,costruita sull'immediata piacioneria,ma fragili,idioti,squallidi. Questo è un personaggio che rappresenta il futuro del paese, quel tipo di persona che ti chiedi: ma davvero siamo così ? Come è stato possibile? Il crollo dell'ideologia. L'allontanamento dalla radice classista della nostra vita, la perdita da parte del proletariato di coscienza di classe, diventata ignoranza da plaudire e reazione mortificante da esibire o corsa all'arricchimento. La stessa natura dei piccoli padroncini,con la loro visione miope in campo politico ed economico. Sai quelli convinti che il capitalismo ti  dia solo danaro e benessere ,e poi quando scoprono il gioco al massacro se la prendono con la casta,gli stranieri, i comunisti, le tasse
Questo di Virzì è l'addio malinconico prima dell'apocalisse. Qui vediamo ancora operai come organizzazione sociale e politica, come appartenenza e fierezza,ma già il pre finale con le ex tute blu che aprono una piccola industria balneare sfruttando manodopera straniera,fa ben veder dove saremmo finiti.
Testimone di questa disgrazia in arrivo è Bruno, uno splendido personaggio , interpretato benissimo da Claudio Bigagli. Uomo normale,lavoratore,marito, leale  ed onesto.Medio,certamente non un eroe, non uno di quelli che paiono darvi una vita di lussi sfrenati ed materialisti,cosa che invece potrebbe offrire Gerri Fumo, piccolo divo di una tv locale. Ottimo come sempre il buon Massimo Ghini, spesso usato per ruoli non facili e gradevoli,ma che ricordo anche nel bellissimo L'Isola di Lizzani,donde lui interpretava un giovane Amendola, noto leader del Pci.
Lo scontro tra due uomini: quello del passato con la sua ben disegnata identità umana e lavorativa e quello del presente-futuro: un pirla che vivacchia una vita effimera di bassi piaceri. Incapace di amare,infantile e ricattatorio. Vuoto,disarmante vuoto di pensiero,carattere. Eppure anche per lui Virzi, vorrebbe che provassimo un po' di empatia. Perchè appunto  non è cinema bacchettone, moralistico,non ci sono tesi,ma solo persone e il loro destino.
Particolare attenzione è riservata al personaggio di una strepitosa Sabrina Ferrilli prima del suo ruolo da oscar...quella della giudice nel talent Amici. Bravissima nel rappresentare il conflitto del suo personaggio tra fedeltà al suo uomo e alla sua classe e l'attrattiva verso il nulla ricoperto d'oro.

La Bella vita è l'opera forse migliore di Virzì,autore discontinuo verso il quale ho un rapporto cinefilo di amore e odio. Uno dei migliori debutti nella storia del cinema italiano