lunedì 7 ottobre 2019

Joker di Todd Philips

Da un paio di anni c'è stato un cambiamento di rotta nel far cinema da parte di alcuni registi di commedie, spesso demenziali e con tendenze a una volgarità tanto libertaria quanto infantile, non possiamo definirlo movimento o svolta epocale,  perché riguarda principalmente due o tre registi (ma di Jay Roach dopo l'ottimo film su Trumbo ho perso le tracce per cui non so nemmeno se valga la pena citarlo insieme agli altri due, voi comunque rivedetelo Trumbo che è bello assai) rimane il fatto che l'idea di regista di genere o di commedie, non è un marchio d'infamia  e che partendo da quel tipo di linguaggio, di esperienze si possa poi approdare in un ambito più politico, radicale, di contaminazione di linguaggi e generi.  Penso ai film di Adam Mackay sulla crisi del 2008 o Chenney, penso a quel bellissimo film , che in pochi hanno visto e considerato dal titolo di " Trafficanti", diretto da Todd Phlips. Opera irriverente, dissacrante, tanto grottesca e comica quanto amarissima e pessimista, sulle vicende di due idioti americani che fanno i soldi vendendo armi.
"Trafficanti" rimane una commedia, per i ritmi, i tempi, la costruzione di situazioni e personaggi, ma lascia intendere che questo genere ha un potenziale enorme se ben utilizzato.

Questo prologo serve per spiegare che Philips stava cercando di maturare una visione dei suoi prodotti in cui la commedia non serve più a far ridere e a renderci spensierati, ma è un mezzo che è servito da prima a veicolare un messaggio sull'arrivismo economico americano e i suoi danni, parlo di Trafficanti, e ora è un'illusione salvifica, una debole speranza, per salvarci dalla violenza costituita come regime contro le masse.
Joker potrebbe essere la pietra tombale sulla commedia americana, ad alcuni questa cosa garberebbe assai, nel senso che la risata non è più liberatoria o libertaria. La leggerezza e l'intrattenimento gentile delle battute non può nemmeno illuderci di poter sollevare il nostro morale. 
Ridere non è più un elemento che ci unisce in una sorta di salvifica gioia collettiva, ma è il grido straziante di dolore di un uomo solo, malato, abbandonato.
Il film par dire che in questo mondo  vittima di pochissimi e spietati imbecilli che usano il potere politico con lo stesso spregio per le regole con cui il sistema economico domina le vite delle masse sempre più amorfe e anonime)  l'unica cosa che ci rimane è una follia latente, feroce, pronta ad esplodere per far tabula rasa di ogni cosa.  Vorrei dire agli sceneggiatori che non siamo nel Medioevo dove le masse sapevano che dovevano incendiare il castello del nobile e non la capanna del vicino,  però a ben vedere la folla che dietro una maschera da clown  invade le strade, non ha slogan politici e obiettivi chiari. Essa è pura e totale rabbia individuale, senza causa, che si accompagna a quelli di altri uniti dal fatto di sentirsi dei pagliacci, buffoni, costretti dal direttore del circo a esibirsi nello spettacolo delle loro vite vuote e disperate.
Questa scelta è una rielaborazione moderna del cinema anni 70.
Philps omaggia il cinema della Warner degli anni 70, dedica la sua opera all'immaginario scorsesiano e cita alcuni capolavori del grande regista italo americano. Tuttavia credo che Taxi Driver non sia il vero metro di paragone, seppure è presente nella pellicola il fantasma di Travis.  In Taxi Driver c'era un uomo che tornava a casa a pezzi dopo la guerra. Un evento estraneo alla sua vita e alla sua Nazione, non tanto una malattia psicologica dovuta a una madre folle e continui maltrattamenti.  Travis ha un lavoro "sicuro" che viene giudicato tale dalla società, fa parte di un gruppo di persone ben definite, visibili. Arthur e i suoi colleghi sono l'immagine dei nuovi lavoratori. Non tanto diversi dai promoter nei centri commerciali, sono invisibili, derisi,  senza diritti sindacali o appartenenza a un settore preciso del mondo del lavoro. Travisi vive in una società che sta precipitando a folle velocità verso la follia, Arhtur e quelli come lui, raccolgono i detriti di una guerra persa. Ci sono dei vincitori, i ricchi, quelli che manovrano l'economia, e poi delle bestie impazzite e impotenti, in attesa di assaggiare il sangue, ma per il momento ammaestrate e addestrate a soffrire. In silenzio, in modo anonimo, soli.
Travis cerca in qualche modo il contatto con gli altri, in un qualche modo la sua figura finale è quello di un angelo della vendetta. C'è una sorta di giustizia divina proletaria che colpisce il male nella e della società, anche se in un contesto di totale alienazione.  Arthur non sa che pensare e badare a se stesso, le sue illusioni di riscatto sono debolissime, non può far altro che ridere dei sentimenti, delle aspirazioni che ha.
Certo i personaggi hanno in comune la paranoia, la violenza che esplode e diventa un mezzo per riprendersi la vita e il ruolo nella società, ma sono profondamente diversi perché i contesti in cui si muovono sono lontani l'uno dall'altro.  Si uniscono solo nel gioco sempre più normalizzato e standardizzato della continua citazione per cinefili.
Invece trovo sia più pertinente il paragone con" Re per una notte" con il comico famoso e di successo che è l'ossessione di un fallito che si reputa divertente.  Mi par che l'idea dello spettacolo come ancora di salvezza e riscatto delle vite mediocri e dolorose dei perdenti, perché nel show appari e sei amato,  sia molto simile tra le due pellicole, però anche in questo caso gli autori operano una scelta che parte dall'omaggio a quel cinema per portarla direttamente ai giorni nostri.  Rupert in fin dei conti tentava di costruirsi un personaggio, aveva un canovaccio comico da cui prender spunto,  Arthur non è un comico nemmeno dilettante, è uno che vorrebbe far quel mestiere. Crede di far ridere ma non ha uno straccio di copione, se non gli appunti disordinati sul suo quaderno che però non hanno a che fare con battute o spunti ironici. Sul palco oltre che ridere follemente, racconta la sua vita, il suo dolore.
Non è più tempo di trasformare il malessere in comicità, ma di sprofondare in esso.
Non lotta per "ripulire la società", non vuol diventare davvero un comico di successo, vive in un mondo ormai giunto al capolinea. In cui le contraddizioni, le dinamiche sociali e politiche non influiscono più di tanto sulle scelte egoistiche del capitalismo, anche quello che si spaccia amichevole e green.
Per cui non rimane che la violenza per la violenza, veder bruciare la città, ascoltare il melodico e straordinario canto che sono le suppliche di un vile impiegato di Wall Streete, scena potentissima e meravigliosa che mette a nudo la pochezza e codardia della classe dominante, rimane il fuoco e la ripetizione infinita di una maschera, quella del clown, che dovrebbe esser di sollievo ma in realtà è solo il ritratto più vicino a un povero diavolo, che però non ci fa pena. Perché è respingente, non vuole essere aiutato in verità.
Alcuni si lamentano del semplicismo del messaggio, come se la loro amata Greta dicesse cose complicate o profonde, altri- quelli che hanno prenotato un posto in prima fila nella spazzatura della storia- si lamentano per la solita accusa al capitale, altri parlano di questo film come se fosse un'opera sperimentale, poi ci sono quelli che sono entrati in fissa con Taxi Driver o altre cose.
Io ho apprezzato molto questo film perché rimane comunque un film di genere. Non è la rielaborazione di un Autore, non siamo di fronte a un'opera epocale e d'avanguardia, ma a quel magnifico, meraviglioso, film  artigianale fatto davvero bene.
Non è originale affatto, e allora? Dopotutto mi meraviglia che la spocchia dei cinefili dell'era di internet abbia impedito a costoro di vedere quanto questo film sia debitore con l'idea di cinecomic che ha avuto Nolan ai tempi dei suoi Batman. Tuttavia è un buonissimo prodotto che unisce intrattenimento e discorsi semplificati, certo, ma non avulsi o estranei al contesto storico in cui viviamo. Come Greta parla ai ragazzini, questo film parla a quelle fasce di spettatori che non fanno politica, non fanno quasi nulla ma  si sentono ingabbiati e non capiti dal mondo.
Joker è il simbolo della nostra rabbia distruttrice soffocata dietro una risata che non seppellisce nessuno, ma libera il male che cova in noi. Temo che non basteranno un Cliff Booth e Brandy a fermarlo.,
Perché se Tarantino sogna un mondo possibile grazie al cinema, Joker lo nega e rigetta.
Per essere un film legato al genere è più radicale e pessimista di molte opere decisamente migliori e più profonde.
Per finire Joacquin Phoenix, memorabile e straordinario.

In fine un omaggio al grande Ginger Baker e ai Cream che con la loro White Room fanno da sottofondo alla rivolta finale.

venerdì 30 agosto 2019

L'Ospite di Duccio Chiarini

C'era una bellissima canzone di una band americana i Cracker, che si intitolava: I hate my generetion.
La trovavo splendida perché io odio la mia generazione. Odio in particolare l'assolversi, il giustificarsi, il vittimismo della mia generazione. Questi eterni confusi, eterni impauriti della vita e dai sentimenti. Ci attacchiamo alla nostra infanzia, ai film di quando eravamo bambini, arrivando al punto da far passare uno dei decenni peggiori di duemila e passa anni di vita umana, come un decennio fantastico, parlo degli anni 80.  Una generazione che vive convinta che la vita sia dar sfogo alle proprie soddisfazioni, di realizzare la propria libertà individuale, senza pagare nessun prezzo, senza responsabilità e conseguenze.
Stiamo insieme? Ma sì dai!. Fino a quando il sesso dura, poi banali come solo noi quarantenni riusciamo ad essere, si parte con la storia del " mi sento confusa",  "abbiamo i caratteri troppo diversi", come se l'amore fosse una cosa lineare, senza sfumature, votata al piacere della carne, portatrice di eterna felicità.
Non comprendiamo che nei piccoli gesti quotidiani, anche nel "passami il sale" esiste l'amore e la realizzazione di sé e della coppia.
La coppia, questa strana cosa! Sì, perché nell'epoca dei zitelloni (un tempo c'erano i vitelloni oggi abbiamo costoro) la coppia è quella cosa che ti toglie la  libertà, che ti soffoca,  non ti lascia mai un momento da dedicar a te e alla tua vita.  La mia generazione è formata da solitudini superficiali, nonostante i titoli accademici, quando ci sono, che è alla eterna ricerca di una sistemazione.  Perché stanno insieme? Perché illudono o fanno del male con la leggerezza nel cuore e il vuoto nel pensiero?
Non li capisco. Eppure sono miei coetanei.
L'ospite  è un film generazionale, parla di noi. Lo fa con delicatezza, malinconia, e - per bocca del suo protagonista- anche con qualche critica. Certo non abbiamo il coraggio di una sana e feroce autocritica per cui non siamo di fronte a un film che ha la forza e il coraggio delle opere giovanili di un Moretti, ma non è nemmeno questo il tipo di cinema che interessa al suo autore o che rientra nel pensiero di chi ha la mia età. Probabilmente aver avuto dei genitori che hanno fallito i loro sogni rivoluzionari o di libertà borghesi, ci ha portato a crescere senza una solida base, senza delle vere autorità da criticare e superare. Siamo costretti a tentare di volerci bene, di capire chi davvero siamo e cosa realmente ci piace.
La mia generazione è un po' come la musica ai tempi dei cd o degli mp3. Ascolti un minuto al massimo di una canzone e anche se ti piace la salti perché l'altra sarà più bella, ci rimani male perché non è così allora o torni indietro e non avanzi più nell'ascolto, illudendoti che sia la miglior canzone del mondo, o vai avanti assaggiando il riff e il ritornello, ma annoiandoti durante le strofe.
Guido come molti di noi subisce la debolezza, l'infantilismo, la codardia di amici, della fidanzata, di un mondo che vivacchia. Senza ideali, fedi, entusiasmi.
Per carità ci si innamora! Ma giusto per il brivido. Dobbiamo sempre sentirci su di giri, drogati di qualsiasi cosa ci possa far sballare, dimenticare il vuoto, la noia.
Ci annoiamo. E tediamo gli altri. Parliamo come vecchi ad appena trentanni, ma ci comportiamo come ragazzini sciocchi di quindici anni per tutta la vita.
Tuttavia un ottimo regista, cosa è in grado di fare? Di farti commuovere, divertire, appassionare alla disavventure di gente che è come te.  Di gente cpsì ne hai incontrata tanta nella tua vita e nonostante ti verrebbe voglia di prenderli a mazzate, gli vuoi bene.  Perché conosci i danni totali di quei padri che non devono chiedere mai, di quelli che nonostante non abbiano brillato in nulla e che seguono le regole più convenzionali, mettono su famiglia e ti guardano male.
Forse odio la mia generazione per colpa di un amore tanto forte quanto incapace di esprimersi. Forse perché come Guido non accetto che una mia amica mi dica " mi sono innamorata" come se fosse una ragazzina incosciente, che a questa inutile cotta dia più spazio e tempo che all'amore quotidiano per il marito e per i figli. Non tollero che un amico cambi continuamente partner facendo passare la sua codardia per una cosa tanto bella, poiché egli si innamora dell'amore.
Certo il mio punto di riferimento è Michele Apicella,  per cui il mio sguardo è sempre critico, pronto al giudizio,  a dir cosa è giusto, cosa sbagliato. E lotto per far valere tutto questo.
Ma questa è la mia visione, la mia riflessione indisciplinata, di semplice spettatore. L'intento del regista e del film è altro..  C'è un occhio attento ai dettagli reali, che trova sfogo e forza nei bellissimi dialoghi.
 È rarissimo che ti venga da pensare di assistere a una scena che tu ripeteresti pari pari dal vivo, perché nelle nostre vite si parla, si litiga, si soffre e gioisce così. I personaggi stessi, seppure fanno parte di uno stereotipo legato al genere, hanno una reale profondità che non sfocia nell'intellettualismo ma che vive di momenti di assoluta mediocrità, incapacità di agire, spaesati. come capita ogni volta che ci troviamo davanti a situazioni complicate, che non siamo in grado di gestire con responsabilità e maturità.
Chiarini mi ha tolto la corazza del rompipalle militante per farmi pensare sulle contraddizioni, le debolezze, della mia generazione. Perché sono anche le mie, o lo erano.
L'amore, l'amicizia, le relazioni, il lavoro, tutto è precario. Non ci rimane che difenderci sostenendo una parte, vivendo di facciate, il protagonista del film scoprirà la vera essenza delle cose, il dramma di vivere che assilla i suoi amici, vivendo da loro. Dormendo sui loro divani comprenderà la sottile tristezza di vivere.
Però non è un film triste, non è nichilista, cinico. Non è l'inno all'eterna indecisione, semplicemente rappresenta una parte dell'umanità.
Come Short Skin, il film precedente di Chiarini, descriveva benissimo l'adolescenza,  in questo caso è la vita dei giovani adulti. ad essere descritta . Lo smarrimento che si prova quando troppo tardi capisci che non sei più figlio, ma potresti e dovresti essere il padre di qualcuno.
Duccio Chiarini si conferma un ottimo regista, uno di quelli che saprà far la differenza nel mondo vario e contraddittorio delle commedie italiane. Ha uno stile riconoscibile, ottime capacità di scrittura e tanto amore per i suoi personaggi. Sopratutto questo sentimento di affetto e rispetto è in grado di farlo sentire agli spettatori.  Tanto che durante e dopo la visione ho riflettuto a lungo sulle debolezze e i punti di forza di noi quarantenni. 
L'opera ha avuto una vita lunghissima e travagliata, nessuno credeva che un film su una fetta di pubblico pressoché inesistente potesse interessare qualcuno. Al cinema ci vanno i ragazzini e i vecchi, per cui si tende a far film che possano attirare queste fasce d'età. Chiarini ha prodotto la prima stesura di questa opera ben undici anni fa.  Per cui era un film con protoagonisti più giovani e legato a situazioni prettamente giovanili.Causa problemi di produzione, il progetto è stato accantonato, per esser ripreso qualche anno fa.
Tutto questo tempo è stato ripagato con dei buoni incassi nonostante l'opera sia distribuita non proprio benissimo (spero di aver capito male ma sono solo sette le copie in circolazione),  l'incasso medio per copia lo piazza immediatamente dopo il Re Leone. Non male!
Il rischio è che il film non raggiunga un pubblico largo e trasversale che sicuramente saprebbe amare questo tipo di commedia. Perché non avendo fatto guerre, rivoluzioni, non avendo mai avuto grandi sogni, paradossalmente la mia generazione è aperta a tutti.  Le paure, le ansie, le insicurezze che abbiamo sono universali e colpiscono ogni essere umano.
Certo, io speravo che Guido, il protagonista del film, trattasse certe sue amiche e amici come il buon Michele Apicella in Bianca, ma per fortuna Chiarini è una brava persona e non un potenziale serial killer occhialuto.
La delicatezza, l'attenzione nel descrivere personaggi femminili lontani dagli stereotipi, i dialoghi, la colonna sonora e i suoi attori, sono solo alcuni tra i motivi per cui è giusto e doveroso andar a vedere questo ottimo film.
Perché siamo noi spettatori a decidere il destino di un film e di un regista, per farci perdonare il successo di tante cazzate, abbiamo ora l'occasione di rimediare sostenendo un buonissimo film, una splendida commedia, perché lasciarci scappare l'occasione?

giovedì 29 agosto 2019

THE NEST- Il Nido di ROBERTO DE FEO.

Andare al cinema per veder un film da cui non ti aspetti tanto e rimanere positivamente impressionato dopo pochi minuti, per giungere alla fine pensando di annotarsi il nome del regista perché ha un enorme talento e ci regalerà grandi soddisfazioni.
Peraltro è una stagione, questa del 2019 , in cui il genere horror ci ha deliziato con pellicole assai diverse tra di loro, ma tutte ben fatte. Capaci di inquietare e far riflettere ( come Us o Midsommar) o di intrattenerci rimanendo ancorati nel puro genere ( Crawl) ennesimo caso dello stato di ottima salute del genere.
The Nest opera prima di De Feo è un horror che usa molto bene lo spazio e il tempo. La casa è forse la vera protagonista, con i suoi corridoi e le camere in cui si nascondono segreti e azioni terribili..
Il tempo non viene sprecato con un senso del ritmo tanto vorticoso quanto inconsistente, ma al contrario ogni scena si adatta all'atmosfera immobile, cupa, claustrofobica della storia.
Dico questo per  avvisare quelli che rompono le palle contro i film lenti, considerandoli noiosi. Ripeto il film ha un ritmo compassato ma sempre con una sottile tensione capace di trasmettere disagio e paura nello spettatore.
Però il tempo è un elemento fondamentale non solo per un discorso tecnico, di regia, ma proprio all'interno della storia e per i personaggi.
Guardandolo ti chiedi in che epoca sia ambientato, per via degli oggetti un po' vintage, tuttavia altri elementi ci suggeriscono che la storia sta avvenendo ai nostri giorni. Tutto questo crea spaesamento nello spettatore. Una trovata di sceneggiatura davvero ottima.
Dove la regia tocca livelli davvero alti e nell'uso  dello spazio , ci si sente persi nelle riprese all'aperto e soffocare in quelle al chiuso.  Il tutto usando solo la macchina da presa e le inquadrature giuste.
A me ha fatto pensare ad alcuni drammi gotici degli anni 70, dove le espressioni degli attori, i costumi, la scenografia, giocano dei ruoli importanti e fondamentali.
Il film è anche una bellissima riflessione sull'amore. Quello materno che vuole proteggere il figlio e quello che a un certo punto entra prepotente nelle nostre vite, durante l'adolescenza, sconvolgendo ogni cosa e portandoci alla ribellione contro le regole della famiglia,  della società in cui viviamo. Cosa siamo disposti a fare per il bene delle persone che amiamo?  La libertà ha un suo prezzo anche molto amaro da pagare?
Queste domande sono quelle che rimangono nella mente di chi vede questa opera davvero notevole. Perché è indubbio che da genitori si tende a proteggere con mezzi spesso autoritari la prole. Si compie l'errore di creder che sappiamo cosa sia giusto per loro, pecchiamo di presunzione nel essere certi che conosciamo il bene e per far in modo che nessuno possa provar dolore, sofferenza, pericolo, creiamo un mondo soffocante, crudele, feroce.
L'amore che fa male, che avvelena i cuori.
E poi arriva l'amore della nostra vita. Il primo. Le emozioni che proviamo sono contrastanti e fortissime. Vanno dal timore di essere respinti al desiderio di passare la vita con l'oggetto del nostro innamoramento.
Non siamo ancora diventati i quarantenni confusi, vigliacchi, che fuggono dalle relazioni perché "troppo serie" e quindi tutto è perfetto, assoluto, meraviglioso, contro l'oppressione dei grandi, del loro mondo chiuso fatto di regole assurde.
Tuttavia l'amore che non guarda alla realtà del contesto sociale, quanto può durare e proteggere i ragazzi che dovranno affrontare il mondo esterno?
Ecco,  The Nest  ti porta a riflettere su queste cose. Lo fa rimanendo un horror. Senza diventare un saggio sui sentimenti.
Peraltro è bello vedere che il cinema di Shyamalan ha influenzato l'opera prima di De Feo. Infatti il finale spiazzante è una chicca degna del regista indiano- americano.
Per cui non perdete l'occasione di veder un film dell'orrore italiano girato benissimo, con una trama interessante e ricca di colpi di scena non messi a cazzo di cane, ma con una logica  e una coerenza non facile da trovare, sopratutto nelle opere prime.  Una parola infine sul cast, a mio avviso tutti assai bravi.
Molto bravi i due ragazzini,  che portano sullo schermo un ragazzo e una ragazza credibili, reali, anche nelle ingenuità. Ci si affeziona subito a loro. Ma a rubar la scena sono una straordinaria Francesca Cavallin che dona al personaggio della madre un giusto equilibrio tra crudeltà e amore, e Maurizio Lombardi, nel ruolo del dottore, una specie di Mengele, davvero terrorizzante.
The Nest è la prova che si possa ancora fare ottimo film di genere senza rompere le palle con le citazioni, o con una povertà di idee e mezzi spacciate per cinema indipendente. Questa pellicola è davvero ben fatta, un ottimo esempio di come il nostro cinema horror possa aver un ruolo importante nell'industria nazionale cinematografica.

venerdì 19 luglio 2019

GO HOME- A CASA LORO di LUNA GUALANO

Ogni estate io e mia moglie abbiamo l'abitudine di frequentare un cinema all'aperto, qui a Firenze. In questi anni abbiamo visto diversi film invisibili, come si suol dire, o colto l'occasione per guardare quelle pellicole che durane l'anno ci erano sfuggite.
Ieri sera siamo andati a veder questo film "Go Home- A casa loro" che si è rivelato un prodotto piccolo ma bellissimo, di cui vi consiglio la visione.
I motivi per cui questo film va sostenuto, fato conoscere, fallo diventare un cult sono tanti e validi, ad esempio... Che ne so! Potremmo incominciare ponendo l'accento sul fatto che sia un horror italiano, totalmente indipendente, costato pochissimo ma che non risente affatto di nessun "poverismo", di nessuna deriva citazionista a cazzo di cane,  di nessuna improvvisazione o peggio ancora dilettantismo ostentato ma tanto che ce frega, siamo indipendenti!
L'opera è girata davvero benissimo.  Luna Gualano ha un senso straordinario degli spazi, del tempo, e di come usarli. Oltretutto usa la macchina da presa come parte narrante e fondamentale per l'opera. Ogni movimento è legato a un preciso sentimento, una sensazione che in quel momento i personaggi stanno provando o per dar l'idea dell'ambiente.
Ecco, è un film horror italiano diretto da una donna. In questi anni questo genere ha visto un buon numero di donne girare horror spesso anche di ottima qualità. In Italia penso sia un caso pressoché unico e mi auguro di rivederla di nuovo all'opera.
In realtà è un film horror italiano girato da una donna ma fatto da una coppia, quella formata dalla regista con lo sceneggiatore/ co autore delle musiche Emiliano Rubbi. Non vuol dire nulla ma a me è piaciuta questa idea di film davvero famigliare, di un progetto che ha visto l'impegno di due persone legate sentimentalmente, scusate è il mio lato romantico che ha preso il sopravvento.
Sopratutto Go Home va visto per quello che racconta e per come lo racconta.

A Roma durante una manifestazione dell'estrema destra contro la presenza di un centro d'accoglienza per migranti che transitano dalla città, scoppia un'apocalisse zombi. Un giovane neofascista per scappare dai morti viventi troverà rifugio proprio nella struttura, salvato da quelle persone che lui vede come stupratori, assassini, ladri di lavoro e così via.
Per quanto mi riguarda ci sono due modi di intendere e usare il genere: 1) portare su carta o sullo schermo una pura storia di intrattenimento, anche ben fatta, senza nessun aggancio con la realtà ma che si auto alimenta attraverso regole precise e personaggi stereotipati. Il genere puro. 2) usare il linguaggio, la grammatica del genere per parlare di altro. Per rendere universale, comprensibile, argomenti politici per un pubblico magari anche non troppo politicizzato.
Io amo questo modo di fare cinema di genere. Perché a mio avviso un messaggio filtrato da una storia fantastica, irreale, ha più presa nel cuore e nella mente dello spettatore. Ovvio che amo moltissimo il classico cinema politico ma spesso mi par che sia un discorso straordinario fatto per i soliti noti. Un po' chiuso in un determinato settore del pubblico.
Emiliano Rubbi  scrive uno straordinario e classico film di zombi utilizzando come ambientazione un centro d'accoglienza. Questo basta per far diventare questa pellicola un'opera militante, politica, schierata. Sopratutto lo sceneggiatore evita ogni semplificazione o strizzatina d'occhio al pubblico. I personaggi, seppur non approfonditi ( di loro non sappiamo quasi nulla come del resto non ci viene spiegata cosa ha scatenato l'invasione di zombi), non sono mai delle macchiette. Sono semplicemente esseri umani. Anche il giovane neo fascista ci viene descritto come un codardo dall'inizio fino allo straziante finale, ma non c'è accanimento contro di lui. Avvengono cose molto dure e crudeli fatti dagli uomini, ma non c'è mai- in questa splendida sceneggiatura- un certo cinismo da fighetti annoiati che vogliono mostrare quanto sono cattivi loro. C'è dolore, paura, sofferenza, odio, ma mai a cuor leggero. Mai.
C'è semmai la debolezza umana, la volontà di sopravvivenza, la vigliaccheria di quelli che a parole vogliono la " bella morte". Attraverso Enrico, interpretato benissimo da Antonio Bannò- si critica tutto un mondo. Non necessariamente cattivi ma uomini piccoli e deboli che se la prendono con gli ultimi, Uomini che urlano volgarità e odio contro gli altri e poi arrivano a dichiararsi compagni quando si trovano al cospetto dei migranti. Tuttavia Enrico è un ragazzo giovane, uno dei tanti lasciati a bollir nella loro rabbia e nel loro disagio. Un personaggio che il giovane e ottimo attore rende davvero bene sullo schermo.
Non manca anche il possibile eroe, un personaggio che sarebbe piaciuto decisamente a Carpenter, cioè il gigante Ibraim (se non sbaglio il nome) un taciturno e tormentato uomo che scappa da chissà quale terribile incubo. Chissà cosa ha perso e subito per diventare così chiuso in se stesso. Un personaggio che l'attore  Sidy Diop rende umanissimo e potente.
Per cui il film ci offre anche degli ottimi personaggi a cui si vuol anche bene e si spera che non finiscano male.
E invece la pellicola picchia duro. Durissimo.
I momenti di leggerezza, che non mancano affatto, sono messi lì per prepararci all'ultima mezzora, quella che ci prende a mazzate senza troppi complimenti.

Gli zombi per fortuna non corrono, sono truccati benissimo, e fanno il loro mestiere. Simbolo di un odio famelico che divora per alimentarsi e creando altri mostri affamati.
Un particolare non da poco è anche la colonna sonora. Brani di gruppi indipendenti - e del Piotta- che danno una potenza incredibile alle immagini.
Insomma io direi che questa pellicola merita tutto il sostegno di chi ama il genere horror e il buon cinema.  Guardatelo, fatelo vedere, diamo visibilità a un film meraviglioso.

domenica 5 maggio 2019

DAFNE di FEDERICO BONDI.

Nella vita di ognuno di noi c'è una bellezza pronta a brillare, a prenderci per mano nei momenti più duri e difficili, quando magari pensiamo che la morte o abbandonarsi al dolore sia la sola e unica soluzione.
D'altronde questa è la nostra società: un luogo dove la gente si crea libertà fittizie, si giustifica,  si illude di vivere una vita ricca di felicità e fuori dalle regole. Tutto per non sentire i graffi sull'anima,  la mediocrità di una piccola sofferenza quotidiana. Infelici che fanno di tutto per far credere agli altri che vivono esistenze degne di una rockstar.
E poi ci sono quelli per cui tutto fa schifo, pieni di rancore e cinismo di seconda mano. Per cui tutto è deciso a prescindere dal destino e se nasci in una condizione apparentemente sfavorevole  non puoi farci nulla.
Tutte queste persone hanno in comune la paura di vivere e lo scarso interesse per gli altri.  Sono quelli che reputano giusto evitare la nascita di persone disabili o con problemi, nascondendo il loro nazismo dietro discorsi ti po " ma povero che vita farà".
Farà la sua vita, vivrà difendendo quella bellezza che appartiene a noi tutti. Senza distinzione, senza differenza, perché tutti siamo in grado di gioire, ridere, piangere, provare felicità e dolore. Certo, con alcuni bisogna impegnarsi ed è difficilissimo.
La vita è difficile, non quel gioco eterno senza regole e conseguenze che alcuni pensano sia.

Tutto questo per invitarvi ad andare al cinema a vedere questo magnifico film  italiano: Dafne.  Terza opera di uno dei nostri registi migliori, Federico Bondi, il film narra la storia di una figlia e di un padre alle prese con un lutto (la morte della moglie e madre) che li colpisce all'improvviso durante una serena estate.  La perdita di una persona che amiamo ci porta ad agire in modi diversi, a far i conti con quello che siamo.
Bondi è uno straordinario sceneggiatore e regista, uno di quelli che presta massima attenzione ai personaggi e alle relazioni che stanno alla base delle nostre esistenze. Nessun uomo è un'isola, anche se fa di tutto per rinchiudersi e usare il dolore come muro con gli altri.
Dafne vive a pieno il dolore della scomparsa di sua madre, ma sa rialzarsi e trovare la forza di vivere. Grazie alla sua voglia di comunicare, di stare con gli altri. Bondi ci mostra una realtà in cui una giovane donna con la sindrome di down è circondata da amici e persone che le vogliono bene, principalmente perché lei è la prima ad aprirsi al mondo Lei rende la morte della madre qualcosa di vivo, un ricordo presente che non le sottrae nulla ma l'aiuta a vivere. Il padre invece abbandona il lavoro, si lascia travolgere dalla perdita e si chiude in sé stesso e nella sua disperazione.
Bondi descrive queste reazioni attraverso scene che non sfociano mai nel melodramma, ma nemmeno sono trattenute. C'è tutto il dolore, la differenza di una reazione a un fatto così duro da gestire, ma sopratutto quello che importa è il legame padre e figlia.
L'uomo rischia di perdere anche l'affetto della figlia se non riesce ad uscire dalla sua prigione di dolore e depressione. Lei però non si dà per vinta e propone al padre di recarsi al cimitero dove è sepolta la madre, in un piccolo paesino di montagna.
Quella che per molti è una persona destinata all'infelicità, una di quelle che saranno un peso per i genitori, si mostra una giovane donna combattiva, capace di vivere il lutto, elaborarlo, e spingere il padre a trovare le forze per uscire da una situazione che si fa sempre più difficile.
Il cinema di Bondi è un cinema di personaggi, basterebbe ricordare la sua stupenda opera di debutto " Mare Nero", e anche in questo caso la trama è il pretesto per entrare nella vita di due persone comuni, normali, anche mediocri. Perché oggi se non urli a tutto il mondo la tua presunta trasgressione sei considerato come una cosa di serie b. Invece le persone comuni, normali, sono il sale del mondo e delle migliori storie. Eroi silenziosi, persone capaci di prender in mano la propria vita e di brillare di bellezza.
Dafne e il padre fanno parte di questa categoria.  Lei con la sua forza dirompente, la voglia di parlare, di piangere tutte le lacrime senza vergogna. Il padre lasciandosi travolgere dalla depressione, isolandosi, annegando in un mare di noia e sofferenza.
Tuttavia la pellicola non accetta la banalità dei deboli e dei codardi. Quelli per cui le cose vanno sempre male, perché vivere ci impone troppi ostacoli difficili da superare e allora abbandoniamoci in un pessimismo rassicurante.
Bisogna tentare, agire, muoversi, vivere. Anche fallire, sbagliare, farsi male, ma perlomeno si è tentato di migliorarsi, di non arrendersi prima della battaglia.
Questa è la storia di un film  che meriterebbe maggior spazio nelle sale, merita di essere visto da più persone possibili perché ha una forza, un coraggio, una tenerezza, così profonde e toccanti che ti rimangono nel cuore per settimane e settimane. Uno di quei film che di tanto in tanto rammenti, magari  con commozione ripensando alle parole del padre che confessa quanto sia stato difficile per lui avere una figlia down e di come solo la forza della moglie gli ha dato il coraggio di amare quella bambina.
Applaudiamo al cinema Stenesen di Firenze che ha sostenuto e dato tanto spazio a questo ottimo film, nondimeno gradirei che opere simili raggiungessero più gente possibile, Di altre città, regioni, che abbia una visibilità e tutta la pubblicità che serve per far conoscere alle masse il nome di uno dei registi più sensibili e bravi della nuova generazione.
Gli italiani sono gli unici al mondo che si sentono patrioti su molte stupidaggini e poi fanno di tutto per affossare quel di buono che abbiamo.
Il cinema italiano è ottimo, in salute, capace di donarci storie meravigliose e importante. Non ha nulla in meno del resto del cinema mondiale.  Dafne è un esempio lampante di questa rinascita del nostro cinema.
Un film piccolo, fatto di poche cose, ma pieno di vita e capace di donarci personaggi eccezionali, indimenticabili, recitati benissimo dai suoi protagonisti.   Carolina  Raspanti è bravissima nel ruolo di Dafne, ogni emozione è gestita con la bravura di una grande attrice.  Segno anche di un incontro felice col regista e di come egli abbia saputo gestire benissimo sul set l'atmosfera delle riprese. Anzi vi spingo a ricercare in rete le interviste rilasciate dal regista e alla protagonista per capire come è nato e si è sviluppato non solo un rapporto di lavoro ma umano.
Dafne parla di questo: rapporti umani e di come ognuno di noi abbia la forza per elaborare un lutto o superare una difficoltà.
Un film importante presentato con successo a Berlino dove ha vinto il premio della critica, una pellicola che non ci concede nessun tipo di difesa, commuove, diverte, abbatte ogni barriera tra pubblico e attori (straordinario anche Antonio Piovanelli nel ruolo del padre, interpretazione fatta di piccole cose ma efficaci).
Un inno alla vita e alla sua bellezza che resiste a tutto. E alla nostra forza di reagire. Un film che è dovere di ogni spettatore, non solo vedere, ma pubblicizzare per farlo conoscere a più gente possibile.
Bondi è davvero un regista strepitoso che merita la massima attenzione e partecipazione da parte del pubblico.

lunedì 8 aprile 2019

Us di Jordan Peele

La bellezza del cinema di genere è che, pur rimanendo sempre uguale a sé stesso, pur essendo chiuso in regole ben precise,  ha una forza libertaria, un'attenzione ai sotto testi, che spesso manca in altri tipi di film considerati "più seri".
Tra i generi cinematografici, l'horror è quello che maggiormente offre spunti e riflessioni che vanno oltre le regole, i luoghi comuni. In realtà gli Autori non sono solo quelli che fanno del meraviglioso cinema artistico, sperimentale, d'avanguardia, per me si possono considerare autori anche molti registi/sceneggiatori specializzati in horror, noir, western, musical, melodramma. Perché usano questi generi per darci un'idea precisa della società, delle relazioni tra persone. Hanno uno o più temi e cercano di portarli avanti mascherando il tutto con sparatorie, investigatori privati, canzoni e balli, o  mostri e omicidi brutali.
Non che il genere puro sia spazzatura, anzi ad avercene di film di puro intrattenimento, ma il fatto che un regista con buone potenzialità decida di dedicarsi a un genere spesso considerato come qualcosa di grossolano e ridicolo,  lo considero un fatto che ci riempie di gioia e piacere.

Opera secondo di un autore che forse definire promettente non è del tutto giusto (ormai è una conferma) il film ha la struttura di un classico film horror: una bambina a cui capita qualcosa di terribile, lei che crescendo torna nel posto in cui tutto è cominciato in compagnia della sua famiglia, pericoli dovunque e un senso di disagio che diventa realtà quando l'antico orrore torna a rifarsi vivo.
Sono sicuro che vi siano centinaia di film horror con questa trama e struttura. Di nuovo è il chi e il come che pesano e fanno la differenza.
Questa trama di base ci serve come trampolino per lanciarci nelle oscure acque di una riflessione più profonda e inquietante di quanto si possa pensare.
Us, come "noi", ma anche come United States. Non per nulla in una scena alla domanda della protagonista rivolta all'antagonista: " Chi siete voi?", la "cattiva" risponde: "Siamo americani"
Quel "noi" quindi non è tanto legato al microcosmo famigliare, alle colpe dei singoli, ma è parte integrante della storia americana. Un paese dove alcuni vivono alla luce del sole, hanno esistenze apparentemente lisce, fanno soldi, si sposano e mettono al mondo figlioli belli e che faranno strada nel mondo. Mentre altri sono condannati a vivere rinchiusi in posti angusti e scuri, scimmiottando la vita, i desideri, le speranze, di quelli che sono liberi.  In poche parole Peele ci spiega l'essenza stessa della nostra società, di come si è devoluta dal 1989 ad oggi.
Un mondo in cui tutti hanno l'illusione di essere liberi, di conquistarsi un pezzo di felicità, ma in sostanza sono dei poveri doppi, legati all'illusione disperata di vivere come quelli che stanno bene. Ma in realtà schiavi della miseria, della violenza, di una esistenza da bestie( e infatti i "rossi" si muovono come animali selvaggi).
Questa è una delle tante letture che possiamo dare al film, quella che preferisco perché amo i film di genere e di militanza politica/sociale. Possiamo anche ragionare su un tema più legato all'individuo e alla sua natura, quindi in questo caso Us è proprio Noi, cioè la rappresentazione in carne ed ossa dell'Es. Mentre le famiglie e persone che stanno alla superficie sono guidati da Io e Super Io. Cioè la parte razionale, cosciente, che crea regole e le segue, quella che ci permette di convivere più o meno civilmente con gli altri. Per cui la domanda che il film ci pone è : " Se non dovessimo tenere a bada il nostro lato più oscuro e crudele, che capiterebbe?" Si badi bene che non parliamo di mostri che prendono possesso del corpo o della mente di onesti e pacifici cittadini, ma di una parte integrante  di quegli onesti cittadini. Soffocata e ripudiata, ma pronta a prendersi il suo posto al sole.
Non possiamo nemmeno ignorare la radice forte e profonda legata all'appartenenza al mondo afro americano.  Peele è un po' lo Spike Lee del genere horror, il suo essere afro americano è elemento principale per le sue storie. Mai era successo che un film horror ( non legato al mondo della blaxeploitation e affini) fosse interpretato da un cast prevalentemente di colore. Mai agli afro americani si offre la possibilità di interpretare personaggi legati alla loro storia, ma non "macchiette" filtrate per divertire un pubblico di bianchi. Peele consegna alle masse black americane un film fatto (anche) per loro. Quindi la riflessione politica, di cui accennavamo qualche paragrafo sopra, potrebbe essere legata alla vita dei neri in America. Costretti a vivere secondo le regole dei bianchi, divisi loro stessi in classi o surrogati di esse
Quello che Malcolm x chiamava "il nero di casa" e l'afro americano destinato a una vita selvaggia, nei campi, nelle baracche, nella miseria, covando rabbia e desiderio di riscatto.
Us è un film più complesso e riuscito rispetto alla precedente opera di Peele. Non è un capolavoro, non è perfetto, ma ha una sua identità precisa, una scrittura brillante ( giusto per far riflettere sul fatto che una buona sceneggiatura è fondamentale) e una regia che ci dona momenti di grande cinema.
Quel cinema che ci dona nuove riflessioni, nuove scoperte, ogni volta che ripensiamo al film.  Perché dopo tutte queste riflessioni su quale sia il significato di questa pellicola, il finale - davvero ottimo- ci porta da un'altra parte, ci racconta di come noi uomini siamo frutto del nostro ambiente sociale.
Spazzando via le cazzate dei liberali sull'uomo libero e le loro libertà di carta.

mercoledì 20 febbraio 2019

Green Book di Peter Farrelly

Green Book, tradotto vuol dire "Libro Verde". No, non è quel magnifico trattato politico che era la costituzione libica,  ma più prosaicamente un itinerario in cui si mostra e si indica agli afro-americani in viaggio, dove sostare, che strade fare, vuoi mai che tu possa dormire nello stesso motel dove sta un bianco!
Sopratutto nei primi anni sessanta, per un nero non era facilissimo muoversi e vivere negli Stati Uniti. C'era la segregazione, bombe nelle chiese. linciaggi.Insomma non era proprio un bel posto. Come ben sappiamo ci sono state lotte sacrosante da parte della popolazione afro americana. Lotte che spesso si contaminavano anche con un discorso di classe e questo contraddistingue il movimento per i diritti degli afro americani, rispetto ad altri più borghesi e di maggior successo tra i bianchi e bianche.
Questo film è ambientato in quel contesto sociale e politico ma non confondiamolo con opere (come ad esempio Detroit) che puntano di più sulla denuncia e sulla rappresentazione del conflitto. Il problema razziale è presente, in ogni fotogramma, ma è lasciato a qualche esplicita scena, peraltro legata a fatti quasi marginali, non violenti e tragici, ma per questo ancora più incisivi.  Per il resto della durata il tema razziale è in sottofondo. Legato ai dialoghi, agli atteggiamenti, e alle dinamiche tra i personaggi. Tutto questo perché Green Book è una commedia, non un dramma.  D'altronde il film è diretto dal tizio responsabile, insieme al fratello Bobby, di pellicole come "Scemo e più scemo", "Kingpin", " Tutti pazzi per Mary".  Il registro che gli appartiene è quello della gag, della leggerezza, non del cupo e radicale dramma politico.  Io credo che questo possa giocare a sfavore della pellicola perché la commedia è considerata dai dotti e sapienti e dagli eterni incazzati, come una sorta di sguattera, una  poco di buono, una creatura inferiore, nel e del magico mondo dei generi. Non è così.  Qui non puoi giocartela con un jump scare,  non ci puoi mettere una scena di sesso  dietro l'altra con il sax in sottofondo, o un po' di inseguimenti e sparatorie che alla fine il prodotto l'abbiamo portato a casa.
Nella commedia devi fare una cosa precisa e fondamentale, altrimenti rovini tutto: devi scrivere degli ottimi personaggi.
Personaggi, quindi esseri di finzione per cui farai anche uso di luoghi comuni. Sarebbe meglio evitarli, certo, ma è difficile se vuoi che il tuo prodotto sia visto da più persone possibili. Non è solo questo il motivo. Ecco, alcuni spettatori che la sanno lunga vivono in un magnifico mondo di cinema trattenuto, senza ricatti morali, senza retorica, senza film. Perché a furia di prosciugare rimani al secco.  In nome di questa lotta ideologica e auto referenziale al luogo comune, alla retorica, dovremmo aspettarci un italo americano che negli anni sessanta lavorava come buttafuori per il più celebre locale di New York (capito il soggetto?) non rozzo, 'cafone, con gesti e linguaggi scurrili, ma pensieroso, avido lettore e poeta, di larghissime vedute. In realtà sullo schermo vediamo una rappresentazione verosimile, che potrebbe anche non garbarci, ma che descrive il contesto sociale di quel tempo, la sua composizione e come vivono le persone frutto di quel tipo di ambiente.
La commedia usa i luoghi comuni, a volte malissimo come nei cinepanettoni, altre volte decisamente bene. Come in questo caso.
Quello che vediamo sullo schermo è un classico gioco di contrasti. Da una parte un proletario italo americano con tanto di famiglia chiassosa a seguito e amicizie non proprio raccomandabili, dall'altra un raffinatissimo musicista afro americano. Come è facile immaginare due uomini davvero all'opposto che finiranno per conoscersi ed apprezzarsi. Queste sono le regole del cinema medio e della commedia, sopratutto americana. Fossimo meno ossessionati dal dover scrivere "disturbante", "devastante", " visionario", capiremmo che non viviamo di capolavori e film spiazzanti, ma di pellicole medie. Non mediocri. Anzi, spesso questo tipo di cinema è girato con cura, attenzione per i personaggi, storie che tutti possono capire. Commuovono, divertono, intrattengono senza troppe sfumature, eppure alla fine sono quelle pellicole che a noi spettatori lasciano qualcosa. Perché la nostra vita è fatta di retorica, luoghi comuni, banalità. Prima lo accettate meno vi perdete in pensieri contorti, o se preferite: in seghe mentali.
Tony (un eccezionale Viggo Mortensen) accetta di accompagnare il musicista Don Shirley in una lungo tour attraverso tutti gli Stati del profondo Sud, nel ruolo di autista. Lo fa per soldi, per aver un lavoro, non tanto perché sia un convinto anti razzista.  Durante il viaggio i due cercano di trovar un modo decente per non ammazzarsi, non è semplice visto che l'italo americano è un logorroico senza freni e il rinomato musicista una persona spocchiosa e distaccata. Per cui non due personaggi che ti ispirano simpatia immediata. Tuttavia strada facendo verranno a galla, anche appena accennati. elementi che mostreranno quello che entrambi stanno nascondendo a se stessi e al mondo.  Tony  avrà la forza di metter in dubbio alcuni pregiudizi imparati per inerzia, perché li sentiamo tante di quelle volte da farci l'abitudine. Per cui non si è razzisti per un motivo politico, ma per consuetudine, costumanza, assuefazione.  Don avrà modo di ragionare sul suo distacco verso la sua gente, come se fosse una sorta di difesa contro il razzismo e l'odio dei bianchi. L'illusione che suonando per loro, forse un pochino si possa far parte di quel mondo inaccessibile a migliaia di altri afro americani. Nondimeno in più di un'occasione mostra grande forza e dignità, quando l'ipocrisia dei bianchi viene a galla.  Talora non c'è bisogno di un pestaggio o di una violenza fisica, basta esser costretti ad usare un lercio,  squallido bagno nel cortile di un bianco ricco (che poco prima ti riempie di complimenti per la tua musica) o non poter cenare nel ristorante dell'esclusivo Hotel nel quale andrai ad esibirti da lì a poco; per comprendere i danni fatti dal razzismo.
Un uomo quando assiste a queste cose può agire in due modi: 1) me ne frego. Non è un mio problema, 2) stare dalla parte di chi subisce questi atti infami.  Tony decide per la seconda possibilità. La cosa potente è che non si tratta di un intelligente ed istruito uomo di cultura  che comprende i meccanismi brutali del mondo in  cui vive. No, la scelta giusta è fatta da un uomo volgare e violento, da uno che oggi condanneremmo come populista, analfabeta funzionale, un proletario ignorante che pretende di poter votare.  Eppure questo uomo così pieno di difetti starà dalla parte del colto e sofisticato artista afro americano.
Green Book è un buonissimo prodotto medio, recitato davvero bene da Mortensen e Mahersala Alì. Un film che parla di amicizia, comprensione, confronto. La cosa divertente è che qualcuno ha il coraggio di lamentarsi di queste cose vedendoci del buonismo. Questo succede perché non siete più in grado di capire, apprezzare, sostenere la vita. Non quella piena di cose eclatanti o meravigliose, degne di eroi e martiri. No, quella banale, quotidiana, dove siamo chiamati ad agire in prima persona, in cui possiamo correre il rischio di pensare anche per gli altri, riconoscerci in costoro.  Pare una cosa da poco, sciocca anche, ma di questi tempi è un grande insegnamento.
Spesso i film medi sono pieni di ottimi spunti di riflessione, che noi rifiutiamo perché il regista non è quello della "crudeltà", del "pessimismo radicale", cose che ci consolano e ci fanno stare meglio. Perché se il mondo fa schifo e le relazioni non contano, mi basta scrivere "devastante" e poi farmi i cazzi miei. Ma se un'opera per le masse, per gli spettatori comuni, ci mostra una storia di amicizia (per giunta vera) allora dobbiamo piantarla di giocare a fare i fighi de facebook e domandarci come agiremmo noi. Dobbiamo confrontarci con le emozioni, i sentimenti, le scelte.
Alla faccia del "solito e innocuo filmetto hollywoodiano".