mercoledì 5 maggio 2021

IN GUERRA di Stèphane Brizé

 Per anni sono stato convinto che la cosa importante in un film fosse il messaggio. Per cui non tanto l'aspetto prettamente filmico o il come si porta sullo schermo una storia, ma il cosa. Ora ho cambiato gran parte delle mie idee sul cinema, la sua importanza politica e sociale. Credo si possano fare pessimi film pur trattando argomenti impegnati, seri e che, da essere umano, reputo fondamentali sostenere. Il messaggio se non sostenuto dalla tensione narrativa, o usato perché ci consente di sfruttare le polemiche del momento, o per mille altri motivi, non basta a far un buon film,

Per fortuna ci sono anche film come In guerra, che sono opere importanti, fondamentali, perfette a livello teorico,  e vibranti come opere cinematografiche.

Il lavoro è da oltre trenta anni che è stato smantellato, si è praticata la disorganizzazione tra i lavoratori, la disunità e la perdita totale di coscienza di classe. La precarietà e le leggi del mercato, attuate dai loro camerieri e servi, cioè i governi delle democrazie padronali, hanno distrutto l'identità operaia e proletaria. Di fatto, colui che in questi tempi, soffre più di ogni altro essere umano le oppressioni e repressioni del sistema è l'operaio licenziabile o che ha perso il lavoro. I numeri di morti sul posto di lavoro, spesso ignorati o sfruttati per della retorica spiccia, mostrano una realtà dei fatti che non possiamo ignorare: la produttività, il profitto, causa vittime. Tuttavia proporre riflessioni ai campioni delle libertà, democrazie e progressi, su questi temi, ottiene spesso come risultato la loro noia, disprezzo malcelato, verso quelli che da anni sono considerati populisti ignoranti che votano a destra. La sinistra anti proletaria è destra, ma non vorrei rovinare la vita a questi ribelli di carta.  Per cui le problematiche pesantissime della chiusura di una fabbrica, è affare solo di chi ci lavora. 

Anzi, mi correggo. Facciamo un appunto storico ben preciso. La fine della sinistra in Italia ha una data e un luogo: 14 ottobre 1980, Torino. Quando impiegati, quadri, dirigenti della Fiat, marciarono per la fine di un lungo e giustissimo sciopero degli operai della nota fabbrica di macchine italiane. La sfiducia per la sconfitta e le durissime conseguenze che hanno falciato di netto la parte più evoluta, l'avanguardia operaia nelle fabbriche, ha segnato il primo passo verso la rassegnazione della classe operaia/proletaria.
Il secondo ostacolo è stato il risultato del referendum sulla scala mobile, nel 1984, un duro colpo per il Pci e i lavoratori. Tutte queste cose sono precipitate con la precarietà. I lavoratori sono isole, che si scontrano, che vivono la paura della perdita del lavoro e per questo accettano ogni cosa.
Ho famiglia. Questa è la scusa di ogni crumiro, di ogni collaborazionista, di ogni individuo che ha venduto la sua classe per una manciata di soldi, che poi finiscono quando il padrone chiude la fabbrica.  Come se i lavoratori che scioperano non abbiano legami e preoccupazioni. Questa è la menzogna del padrone che è diventata legge anche per il lavoratore.
La divisione, lo scontro interno, è da sempre la migliore arma per distruggere un movimento o una guerra. La lotta di classe fatta dai padroni contro la classe operaia, risulta vincente sotto ogni punto di vista, e in tutto questo ha avuto peso una sinistra che nel tempo è diventata sempre più liberale, legata a temi individuali e ha abbandonato del tutto il conflitto nel nome della classe.  Persone di sinistra che ci tengono a definirsi anti razzisti, a favore dei diritti civili, ma che disprezzano le classi meno abbienti, perché tanto i diritti sociali sono roba del Novecento. In realtà perché difendere quei diritti vuol dire attaccare le democrazie occidentali che si basano in tutto e per tutto sulle leggi e interessi padronali.
Per cui l'operaio è un fascista che va allontanato o un violento che reagisce contro il volere del Dio Mercato Libero, contro i suoi sacerdoti, gli economisti, e la sua dottrina di rapina. 
Parlare di lavoratori, di classe, di diritti sociali, in un film è alquanto bizzarro e anacronistico, forse raccatti ancora un po' di parole di circostanza da parte di quelli che per motivi di decoro, ci tengono ancora a star due secondi con gli operai. Ecco, è un atto di resistenza ostinata, far un film come In Guerra.


Resistere alle leggende, alle menzogne, alla vigliaccheria, allo squallore, alla violenza verbale e non solo, di un sistema politico-sociale che fa schifo ed è sostenuto, voluto, da zavorre umane, da pezzi di merda ambulanti. Pensa che fatica immane, e senza quelle cazzate alla Paul Laverty, senza concessioni simpatiche, leggere, senza concentrarsi sul singolo, perché oggi si ragiona solo così ed è una cosa terribile, ma mettendo in scena La Classe Proletaria. Lo so, molti rideranno. Oddio ancora la classe proletaria, ma che palle! Sì, ancora. Perché senza di essa e il suo sfruttamento- che sia in occidente o in altre parti- voi non campereste nemmeno due secondi. E perché il capitale esercita su di loro il potere delle loro leggi, poi le fa pesare anche a quella parte della borghesia aziendale o dei padroncini che ormai non servono più. 
Animali che vanno al macello felici, ecco chi sono i cittadini delle democrazie padronali. 

Dopo aver spiegato benissimo le vicissitudini che un lavoratore deve subire per ritrovare un lavoro, le logiche del mercato nelle nuove fabbriche che sono i centri commerciali,  il lavoro ingrato che uno deve fare per sopravvivere, non vivere, in quella opera meravigliosa che è La Legge del Mercato, Brizé porta in scena la lotta operaia, la classe proletaria destinata al paradiso e invece sacrificata all'inferno degli interessi finanziari e del capitalismo.

Lo fa descrivendo una fabbrica acquistata da una multinazionale tedesca, che ha stabilito un accordo con i suoi lavoratori. Rimaniamo aperti per cinque anni e poi ci ritroviamo per negoziare un nuovo accordo. Nel frattempo ai lavoratori sono stati tolti diritti. Tuttavia nonostante il grande sacrificio dei lavoratori, ecco che la fabbrica chiude. E non perché faccia perdere denaro, ma per una questione di competitività.
La legge del mercato, i soldi degli azionisti, tutte quelle cose che tirano in ballo per nasconder il fatto che siano degli esseri squallidi da prender a bastonate in testa.
Il film racconta la disperata lotta dei lavoratori e in particolare di un sindacalista, interpretato magistralmente da un immenso Vincent Lindon, degli scontri durissimi con la zavorra padronale, le quinte colonne interne che creano divisione e collaborano con i padroni, lo fa mettendo in scena una vera e propria guerra.
Perché di questo si tratta. Una guerra di classe, fatta dai padroni contro le classi meno abbienti e poi contro gli alleati che non servono più.
Però, per carità, pensate che sia benaltrismo, robe del novecento, e che gli operai siano solo dei reazionari ignoranti. Sentitevi bene mentre mette il mi piace ai deboli pensatori,  o mettete i vostri iosono a cazzo di cane. Ma lasciate stare la sinistra, non accanitevi sul cadavere.


lunedì 3 maggio 2021

Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo Jennifer? di Giuliano Carmineo

 Nei primissimi anni 70, sulla spinta del successo delle opere argentiane, vennero prodotti diversi film thriller a base di sadismo e un soffuso erotismo.Sicuramente perché donne discinte e situazioni più o meno pruriginose, spingevano lo spettatore medio a uscir di casa e recarsi al più vicino cinema per goder della visione di attrici spesso svestite. Poca roba, ma in quei tempi ancora molto puritani era davvero tantissimo. Una sfida alla morale pubblica bigotta e conservatrice, qualora ci piaccia pensare che questi film abbiano una valenza anche sociale e politica, un discorso rivoluzionario sul mostrare, vedere, abbattere le barriere della censura sul corpo e sul sesso. Credo che qualcuno possa anche pensare una cosa simile, ci sta. Dopotutto sono anni di rivolte, occupazioni di fabbriche e di lotta al perbenismo soffocante. In quei tempi si poteva ancora fare, oggi è abbastanza ridicolo visto i notevoli cambiamenti.

Non lo so, mi piace credere che il cinema- come testimone della società e delle sue contraddizioni- abbia anche esso contribuito a modernizzare il paese, sopratutto nei costumi sessuali. Non è detto che sia un bene a prescindere, tuttavia un suo elemento positivo in questa mutazione della società è giusto pensarlo e anche trovarlo.

Il film è diretto da un artigiano del nostro cinema, uno che si è fatto le ossa nel genere spaghetti western spesso pesantemente ironico e a suo modo stravagante, ma è anche tra gli inventori del personaggio di Sartana, ha proseguito poi con commedie di grana grossa e qualche incursione nel genere horror.  Uno di quelli che chiamiamo mestieranti, e a mio avviso facciamo pur un torto quando fingendo di esser a favore del cinema popolare, ne intellettualizziamo le opere e ingigantiamo i meriti.  Un  onestissimo lavoratore come tanti suoi colleghi, il quale fra le tante pellicole, ci ha donato anche questo thriller che a mio avviso non è niente male.


L'opera ha un suo certo fascino morboso, ambiguo, in cui il sadismo e l'erotismo creano un mondo di orrori e perversioni, di legami famigliari pericolosi, di follia.  Il merito è a mio avviso dovuto alla sceneggiatura di Ernesto Gastaldi, un grandissimo nome del cinema di genere italiano, autore di tantissime sceneggiature che hanno attraversato il gotico, lo spaghetti western, il poliziesco.  La trama, a mio avviso, è avvincente e pur con qualche caduta di tono, non è troppo improbabile e non scade mai nel ridicolo. 

In una enorme palazzo di Genova, avvengono alcuni brutali omicidi.  Nell'appartamento in cui viveva l'ultima vittima, arriva ad abitare Jennifer insieme a una sua amica. Le due sono delle modelle in città per un servizio fotografico. Jennifer è perseguitata dal marito, dal quale è sfuggita , con il quale ha condiviso una vita di sesso di gruppo e uso di droghe. La donna vorrebbe rifarsi una vita, ma costui la tormenta in ogni modo. Nel frattempo i delitti continuano, e ad esser sospettato è un giovane architetto, che diventa ben presto amante di Jennifer.

Il finale mostrerà la vera identità del feroce killer e la sua motivazione, punire donne discinte perché in un modo distorto ci vede la fine tragica della figlia.


Il film è un ottimo documento di quel periodo, ci trasporta negli anni 70, grazie anche ai tanti volti noti di quel periodo impegnati in ruoli più o meno importanti.  Segnalo la presenza di Edivige Fenech, ancora lontana dal successo con le commedie da buco della serratura, da glory hole per desideri erotici di provinciali, per quanto rivalutate e celebrate, qui è ancora nel periodo in cui interpretava anche dei trhiller davvero suggestivi. Penso ad esempio a quelli girati con Sergio Martino. Il resto del cast è assolutamente funzionale alle loro parti, facendosi apprezzare anche per la fisicità che li lega in modo assai credibile alle parti che interpretano. Mi piace citare l'ottimo caratterista- ma non solo per me-  Giampiero Albertini, in un ruolo secondario troviamo anche l'indimenticabile voce italiana di Woody Allen, Oreste Lionello.
Tuttavia quello che mi affascina è la descrizione  dello scontro che divide una società in cerca di cambiamenti a livello di puri istinti sessuali o vite più spericolate e la presenza di un mondo all'apparenza normale, ma costruito su repressioni, ossessioni, ferocia, pronta a deflagrare e distruggere ogni cosa. Al di là delle motivazioni, anche abbastanza deboli, i film di quel periodo ci narravano e mostravano la nostra follia omicida, quotidiana, banale, eppure crudele.
Non è poco.


NOMADLAND di CHLOÈ ZHAO

 Ho un rapporto di odio e amore nei confronti dell'America. Non sopporto la società, la loro politica interna ed estera, quel continuare dare lezioni di morale, etica, come se fossero sempre e comunque i buoni, ignorando le azioni più turpi, il sostegno ai peggiori regimi, le squallide guerre di esportazione della loro ipocrita democrazia.. Per queste cose e altre li detesto profondamente. Però, devo ammetterlo, ci sono anche cose che mi affascinano. E anche molto.

C'è quel grande, straordinario, potentissimo racconto umano. L''eterna lotta tra una terra respingente e la testardaggine di continuare a muoversi, ad esserci, ad andare avanti, anche quando non c'è più nulla, mancano scopi e sai benissimo che le battaglie vinte non reggono con la totale sconfitta in una guerra impari, bastarda, sporchissima.  Ci sono le canzoni che parlano di uomini messi all'angolo, disperati, eppure in un certo senso liberi, anche di precipitare, ma con una strana e difficile (da raccontare o accettar) dignità. Anzi, di più. Un senso epico del quotidiano. C'è l'America che ha smesso di sognare, ma non di vivere. L'America di silenziosi guerrieri che strappano piccoli pezzi di gloria, di gioia, momenti quasi impalpabili di felicità.

L'America di Gus Macraee, Woodrow Call,  Pea Eye, cavalieri di un West in cui le leggende crollano, i miti sono assenti, eppure tutto è ricco di possanza, meraviglia, dolore e redenzione.

L'America cantata da Woody Guthrie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Bob Seger e tantissimi altri. Colonna sonora di interminabili viaggi verso un impossibile svolta, un fantomatico successo. L'America di chi ormai se ne fotte di dover mostrare al mondo intero quanto siano persone di successo, che se ne fottono di avere case grandissime, e di perder tempo a spettegolare.

L'America di donne non più giovani, non ricche o benestanti, nemmeno bellissime. Proletarie. Per questo snobbate anche dalle femministe borghesi, perse nelle loro rivalse, nevrosi, infantilismi e sciocchezze, incapaci di vedere la grandezza totale e assoluta di uno splendido, memorabile, straordinario personaggio femminile. Non irreali eroine, ma donne reali, concrete, che ogni giorno si alzano e combattono contro quel mondo che le borghesi a parole vorrebbero cambiare, ma non hanno la forza di sostenere i piccoli screzi quotidiani, figurati cambiare il mondo.


Ne ho conosciute molte di donne come la protagonista di questo film. Forse non hanno fatto scelte estreme come lei, ma sicuramente non comode. Donne della mia classe, impegnate in lavori duri e umili, affaticate e quasi rassegnate a non sognare più nulla. Eppure capaci di esternare sentimenti, di emozionarsi per le cose importanti.  Donne e uomini. Persone.  Messe ai margini dalla società o che ci sono finiti perché quella era la scelta migliore. Stufi e incazzati con il mondo. 

Un mondo privo di lotte di classe, di battaglie e diritti sociali, un mondo a uso e consumo degli entusiasmi e delle polemiche da social. Non sono mancate su codesta pellicola.  Che invece io trovo assai riuscita. Zhao si riconferma dopo il meraviglioso The Rider. Anche in quel caso parlava di comunità, ed è forse questo affrontare temi e aspetti che includono dei rapporti tra esseri umani, dar a ognuno un peso, una piccola importanza, che spiazza un mondo di individui, di singoli, di super eroi che ci vendicano o fanno il lavoro grosso di cambiare le cose, vivere, per noi. Spettatori aggressivi passivi, inclini a esser sprezzanti e vittime di debolezze. Mentre altre persone che stanno peggio di noi, il coraggio di combattere, andare avanti, rialzarsi, ce l'hanno ancora.

Ognuno con una propria storia, un dolore troppo grande e ingombrante, una vita di fatica e lavoro duro spazzata via di colpo, per errori di chi comanda e ha un sacco di soldi. Questi sono i nomadi che si riuniscono, si incontrano, si scambiano momenti di gioia, tenerezza. Una comunità in continuo viaggio che si sostiene, una comunità di uomini e donne abbandonate dal sogno americano, dimenticate dal dio pistolero, che vivono una vita estrema, difficile, complicata, ma forse veramente libera. Forse, perché la libertà è un miraggio, e puoi far tutti i chilometri che vuoi, ma certe cose non riuscirai mai a lasciartele alle spalle. Mai.


C'è la disperazione di sopravvivere al suicidio del figlio, la sofferenza per la scomparsa del marito, l'uomo con cui si è passata tutta la vita. C'è la vita. Reale, vera, portata sullo schermo da attori non professionisti. Quelle donne e quegli uomini che davvero vivono ogni giorno della loro vita come il personaggio dell'ottima e indimenticabile Frances McDormand, meritatissimo terzo oscar. 

Bob Wells, Charlene Swankie, Linda May, sono persone vere . Simboli dell'America non abbacinante delle grandissime e leggendarie città, come New York o Los Angeles, ma della white trash del sud o degli stati rurali. Quei posti che amo profondamente.

Zhao filma un'opera che non offre spazio alla rivalsa incattivita, al sordo e infantile rancore, non segue la strada facile e comoda del film-messaggio, di moda, che deve piacere per forza e te lo urla in faccia. Proprio per questo è accusato di esser quello che non è da chi si rifiuta (o non vuole) comprenderlo.
Non è un film di denuncia sociale classico. Non è un film che vuole narrare la condizione politica, economica, sociale della povertà. Ma a suo modo compie un grande atto di enorme valenza politica: dona dignità agli esclusi, emarginati, agli altri . Uno sguardo purissimo, cinematografico- splendide le maestose sequenze dedicate alla natura incontaminata e alla piccolezza degli esseri umani immersi in essa- di calorosa empatia e saggia distanza, ma che non diventa mai cinema trattenuto. 
Qualora foste amanti dei libri di Mcmurty, delle canzoni country o folk- in particolari quelle più tristi e da vagabondi senza meta-  se doveste sentir il richiamo dell'america piccola, proletaria, di gente con il viso segnato dal tempo, dal dolore, eppure pronta a far compagnia e dar sostegno a chi è nelle loro condizioni e anche peggio, ecco questo film potrebbe davvero scaldarvi il cuore ed emozionarvi. 
Come per altrettanti motivi validissimi potrebbe anche non garbarvi per nulla. Non esistono film perfetti a prescindere, ma pellicole che vorremmo averle a nostro fianco, nel nostro viaggio che chiamiamo vita.
Ecco, Fren, Bob, Swankie e tutti gli altri, me li porto con me, sulla mia lunga strada .


venerdì 30 aprile 2021

IL MULINO DELLE DONNE DI PIETRA di GIORGIO FERRONI.

 Possiamo parlare di una scola italiana per quanto riguarda il genere gotico? Al pari dei film della Hammer e di quelli prodotti da Corman? In fin dei conti da I Vampiri di Freda, che però alla fine risulta poi confinato nel giallo e nel poliziesco, fino al Signor Diavolo di Avati, non c'è forse una tendenza a narrare storie cupe, lugubri, con spesso alla base terribili segreti e letali maledizioni giocando, appunto come fa benissimo Avati, anche su atmosfere provinciali? Forse a noi manca quel tipo di letteratura, di narrazione anche orale, che trova più spazio e sostegno nelle terre fredde e desolate del nord Europa, oppure nel caldo soffocante del sud degli Stati Uniti.  Però, fossero anche opere di mera imitazione,  è indubbio che il cinema italiano ha impreziosito il genere con delle vere e proprie chicce, mi vengono in mente due film di Margheriti: Danza Macabra e I Lunghi Capelli della Morte. Lo stesso Bava ha donato al genere opere splendide durante gli anni sessanta. Tuttavia non mi pare che ci siano degli studi da parte di critici legati al gotico italiano. Può darsi che mi sbagli, così fosse correggetemi pure e suggeritemi un libro che affronti questo particolare genere all'interno dell'horror.


Tra le opere migliori del gotico italiano, c'è sicuramente Il mulino delle donne di pietra. Diretta da un regista che ha attraversato quasi tutti i generi che la nostra industria tra gli anni sessanta e settanta produceva, per cui Peplum,  spaghetti western e horror. Costui ha anche diretto un ottimo horror dalle atmosfere inquietanti La Notte dei Diavoli.  Un film che a mio avviso ogni amante del cinema dell'orrore dovrebbe vedere.

Siamo di fronte a un cinema schiettamente popolare, ma capace anche di raffinatezze, sottigliezze, attenzione alla trama e ai personaggi che sono funzionali al mistero da svelare. Questo tipo di pellicole oggi annoierebbe mortalmente molti dei nuovi spettatori, i quali devono esser sempre catturati e tenuti svegli con una lunga sequela di jump scare a cazzo di cane. Questo tipo di cinema, invece e per fortuna, se la prende con calma. Vuol dar spazio alle relazioni tra personaggi e gettare piccoli indizi su quello che succederà.


 

L'opera è ambientata in terra fiamminga e narra le vicissitudini dello studente Hans Von Amin che si reca nel mulino/abitazione del professor Gregorius Whal, uno scultore che vive con la figlia Elfi. Il giovane è interessato a certi aspetti dell'arte olandese e per questo chiede lumi all'illustre artista e professore. In modo particolare la sua attenzione è catturata dalla esistenza di un enorme carrilon situato nel mulino, ad ogni ora alcune statue con sembianze femminili, che rappresentano donne importanti del passato come Giovanna d'Arco e altre, site su un nastro trasportatore fanno il loro giro, intrattenendo e incuriosendo gli spettatori.  Hans è diviso tra un suo amico e una giovane donna che frequenta nei suoi soggiorni olandesi e l'attrazione per Elfi. I fatti precipitano quando la giovane spira improvvisamente tra le braccia del giovane uomo, da qui comincia un lungo incubo per Hans che lo porterà a scoprire un terrificante segreto di morte e sacrifici.


Il film è il primo horror girato a colori in Italia, stiamo parlando del 1960. Questa scelta, per me, si rivela vincente proprio perché il colore dona calore e inquietudine all'ambiente e alle statue in modo particolare. Si rimane colpiti dalle atmosfere che dietro alla luce, alla pace apparente del paesino, ai volti di gente perbene nasconde un orrore infinito. Un uomo disperato per la malattia della sua adorata figlia che scopre un metodo crudele per poterle dar pezzi di vita, momenti in cui gli è possibile strapparla alla morte e tenerla stretta a sé, per ottenere tutto ciò è necessario dissanguare delle giovani che in seguito verranno pietrificate e poste come attrazioni popolari all'interno del gigantesco carillon. 

 Per far questo va bene anche assoldare un medico radiato dall'ordine, un sordido criminale, che finirà per provare attrazione per la giovane donna. Pagandone il prezzo.

Per cui un'opera che indaga sul lato oscuro, morboso, folle dell'amore. Un amore che non ha più nulla di benevolo, tenero, buono, ma è solo l'incapacità di sapersi staccare da una persona che inesorabilmente stiamo perdendo. A suo modo una riflessione sul lutto, la impossibilità di accettarlo e superarlo, che porta una persona a impazzire totalmente e a trasformarsi in un mostro feroce, spietato,  il tutto inserito in un luogo sospeso tra meraviglia e oppressione, arte e morte. Sopratutto un film che ancora oggi dopo tantissimo tempo rimane affascinante, coinvolgente, e capace di regalare anche qualche reale brivido.  Umanizzando nel finale il cattivo di turno, impossibile non provare pena per la ingiusta sofferenza che su è abbattuta su di lui e la povera figliola. 
Qualora foste interessati è disponibile su Youtube.


mercoledì 28 aprile 2021

MINARI di LEE ISAC CHUNG.

 Il minari è un ortaggio che cresce un po' dappertutto, come le erbacce. In questo modo la nonna del giovane protagonista spiega una verdura coreana, come un tentativo di rammentare al bambino che, seppur nato e cresciuto in occidente e in  America, rimarrà per sempre un coreano. Ed è anche la metafora della resistenza umana, della sua tenacia anche quando le cose vanno male. 

Tuttavia cosa rimane della nazione d'origine, quando vivi da anni in un altro contesto? Una nostalgia di comodo, consolatoria, un prender le distanze da una cultura estranea ma che hai scelto (visto che la Corea rimane come un ombra sottile o un chiacchiericcio di fondo più che una sincera voglia di ritornare o ribadire le tue origini) ma che ti viene in aiuto quando ti accorgi che non sei visto come un cittadino americano dalla popolazione locale, però non puoi nemmeno più dirti coreano. Il cibo, come sempre, è metafora di orgoglio per la terra che ti ha dato i natali, o ai tuoi nonni o genitori, ma anche di una superficiale riscoperta o tentativo di mantener in vita una cosa che hai perduto per strada. Questo è il dramma di qualsiasi immigrante o emigrante.  Scontrarsi col desiderio di ambientarsi totalmente nella nuova patria che abbiamo scelto e la sottile disperazione di non comprenderla del tutto. Voler tornare indietro per sentirsi al sicuro. L'immigrato socialmente "non è". Fa parte di una categoria molto ambigua, difficile, complessa, ci vogliono generazioni prima che si diventi davvero cittadino della seconda patria, mentre la prima rimane uno stereotipo, un piatto da cucinare, un ortaggio.

Pensate un po' come è complicata la vita quando si decide di trasferirsi in America. Non una semplice nazione, non una nuova patria, ma la terra del Sogno Americano, delle libertà e opportunità. Te la vendono bene codesta scemenza e ci caschi sempre. Dai tempi dei tuoi bisnonni, se non prima. Questa idea del sogno pesa sulla vite degli americani come un macigno, figuriamoci su chi si è trasferito per scappare alla miseria e si ritrova povero nella terra dove basta un po' di impegno e i soldi ti cascano addosso. Il risveglio è brusco, violento,  e ti pone una domanda non da poco: " Cosa fare? Mollare tutto oppure ridimensionare le aspettative, non temere il fallimento e perseverare?"
Questo è quello che capita a Jacob, il padre della famiglia Yi, dopo anni a far lavori umili lascia la California per andar a perdersi in un posto abbandonato da dio,(e per questo pregato con forza dai suoi abitanti) nell'Arkansans.  La disillusione ci viene già mostrata nella prima immagine. Monica, la moglie del nostro agricoltore improvvisato, vede la desolazione, il nulla, un posto ostile. E comincia a picconare ogni decisione e idea del consorte.  La situazione si fa talmente pesante che decidono di chiamare dalla Corea del Sud l'adorabile suocera. 

La figura dell'anziana signora porta scompiglio in particolare nella vita del piccolo David. Non solo per una naturale timidezza di fronte a una persona mai vista prima, ma anche perché la donna non si comporta affatto da classica nonna. Non fa i biscotti, non racconta favole, nemmeno aiuta in casa come ci si aspetta da una persona di una certa età.  Il suo carattere anti convenzionale aiuterà il bambino a esser meno timoroso nei confronti della vita.  Però, e per me questo è un merito, non cambia del tutto il quadro generale.
Che rimane una situazione al limite del disastro, perché la volontà e l'impegno, il duro lavoro, non bastano. Ci sono tanti altri fattori che, qualora venissero sottovalutati, potrebbero determinare un successo o un fallimento. 
Io ho trovato interessante e ben fatto il personaggio del padre perché rappresenta un uomo che comprende il disastro, ma non vuole fermarsi, abbandonare, scappare -come invece vuol fare da subito la moglie-  da quel pezzo di terra che gli offre solo fatica e bestemmie.  Non c'è ottusità in costui, ma la tenacia di non farsi sopraffare dalla sconfitta. A volte codesto comportamento scade in scemenza pura, altre volte invece ha del commovente. 
Un destino segnato che attira la simpatia e il sostegno di Paul, un uomo spacciato, escluso, isolato, folle con le sue preghiere ossessive e senza senso, ma che diventa il bastone con cui Jacob può sostenersi. Questa amicizia virile, come spesso succede quando si parla di amicizia tra uomini, vive di non detto, percepito, eppure profondo, radicato, forte.
L'immagine che ci restituisce il film è quella di un'America povera, dimenticata, ma che si alza ogni giorno per cercare di resistere, se non proprio vincere. La narrazione è imposta sull'empatia verso questi personaggi, le loro vite, i loro difetti e pregi. Queste sono le cose che mi son garbate del film: la voglia di rendere protagonista la classe proletaria americana, quelli che sono dalla parte sbagliata del sogno, che siano nati lì o migrati.
Però...
Cosa non funzione nel film? La mancanza di coraggio nel voler dar una sferzata tragica, potente, viscerale, di entrare con pienezza nelle vite dei suoi protagonisti, nel dramma.  Il distacco, trattenersi, va bene, ma ci deve essere allora una regia che sa creare atmosfere rarefatte, impalpabili, soffuse, attraverso una abbacinante costruzione dell'immagine, dell'umano perso e sciolto nella natura, che diventa protagonista distante e inaccessibile, ma presente in qualche modo.  La vita quotidiana è fatta di sofferenze e dolori che rimangono spesso implosi,  ma il cinema ha bisogno del contrario. Proprio gli americani, quando non si fanno prender dalla malattia indie da Sundance, ci hanno regalato opere rurali viscerali e di grande possanza. Perché il contesto è per forza di cose epico e doloroso: l'uomo che sfida il destino e la natura. 
Oppure puoi anche fare un film intimista, minimalista, che narra piccolissime cose, ma a questo punto diventa importante anche distogliere l'attenzione dal problema centrale del film, cioè come evitare il tracollo, e dai più spazio, lo rendi profondo, al rapporto tra la nonna e i nipoti, la nostalgia percepita o reale della patria che si è lasciata alle spalle. Ci sta, può venir fuori un buon lavoro.
Invece l'opera è inerte e incerta, affronta tanti temi, ma non approfondisce nulla.  Rimane un film con immagini anche convenzionali, che ha il pregio di narrare l'america minuscola, piccola, anche evitando certi stereotipi ( i locali non sono razzisti, che semmai subiscono l'astio di Monica che li giudica zotici)  ma non riesce a diventare puro cinema. Cosa che capita spesso in questi anni. Il cinema ridotto a prodotti usa e getta, né belli né brutti, fatti per esser visti, più o meno apprezzati e poi dimenticati.  Non  si vuol toccare nessun nervo scoperto, si vuol evitare la titanica potenza del dolore, ma allo stesso tempo non si è imparato nulla dalla lezione dei film di Capra o Spielberg, per cui non  c'è nemmeno un reale discorso umanista, di amore e speranza.
Tutto un po' sotto tono, didascalico, salvato da alcune intuizioni, tematiche, rappresentazioni, per nulla scontate in un mondo in cui anche i progressisti detestano i zotici e i proletari, ma che non diventa nulla. E una regia abbastanza anonima non aiuta in nessun caso.
Per cui non brutto come è stato descritto da molti, ma nemmeno un'opera per cui spender parole di assoluto entusiasmo.



martedì 6 aprile 2021

The Monster di Bryan Bertino

 Sovente un buon film (o un buon libro) non pongono le loro basi su storie complesse, complicate, ma su semplici idee e uno spazio, un luogo, d'azione ben definito.

In particolare nel cinema assistere a una storia in cui i protagonisti siano bloccati in un determinato luogo, non potendo darsela a gambe, è un buon mezzo per creare tensione. Oltre che risparmiare in location e trasporti, immagino.


The Monster è il quarto film del regista/sceneggiatore/produttore Bryan Bertino. Costui ha esordito con una pellicola molto apprezzata dai fans del genere horror- in particolare del sotto genere home invasion- mi riferisco a The Strangers, a me non è garbato molto a esser sincero, e l'anno scorso ha diretto The Dark and The Wicked, opera molto apprezzata, almeno leggendo le recensioni sui blog di maggior peso per quanto riguarda il cinema horror.

Di nuovo ci troviamo a parlar di famiglie o coppie, di come un avvenimento banale scateni l'orrore e di come, per superarlo, si debba ricorrere al sacrificio e a un battesimo di violenza e sangue.. Questa volta invece di una coppia che si è appena conosciuta, troviamo una madre e una figlia in viaggio verso la casa dell'ex marito.


Kathy e Lizzy sono una madre e una figlia che vivono un rapporto a dir poco conflittuale. Kathy ha problemi di alcol, non ha pazienza con la bambina, si circonda di pessimi uomini,  è un disastro senza gloria. Lizzy, come purtroppo spesso capita nella realtà, sacrifica la sua età, la gioia dell'infanzia, prendendosi cura della madre, vivendo un complicato e malsano rapporto di amore/odio. 

Bertino ci mostra con veloci flashback i loro scontri, la mancanza di comunicazione, i fallimenti. Piccole scene di grande impatto, anche se la regia tende a quel modo di filmare molto indie, distaccato e vabbè, non mi garba. Tuttavia la storia è molto interessante e i personaggi sono scritti davvero molto bene, riuscendo a riempire tutto il film, che di fatto è molto scarno ed essenziale.


Essere scarni ed essenziali non è un difetto. Ricordate le cose funzionano bene quando riesci a spiegarle in una o pochissime frasi. Quello che succede con questo film.

Una madre e una figlia rimangono bloccate in mezzo a una strada abbandonata dal grosso del traffico, in balìa di una mostruosa creatura. Tutto qui.  

Una lunga notte di terrore in cui le due protagoniste passeranno dal terrore per qualcosa che immaginano, alla certezza che quella creatura esista e voglia cibarsi di loro.  L'unità di spazio e tempo è ben tenuta dal regista, certo forse alcuni potranno lamentarsi della lentezza di codesta opera, una critica legittima, ma penso che sia anche parte dell'atmosfera. Ti porta in quella strada, al buio, sotto la pioggia, con il bosco intorno che crea suggestioni, percezioni, terrore, in quanto noi esseri umani senza i vantaggi della civiltà- una strada molto frequentata, la luce elettrica che illumina ogni cosa- ritorniamo ad essere piccini e spaventati di fronte all'ignoto.


I flashback servono per farci empatizzare con Kathy e Lizzy, provar pena per il loro rapporto e il pericolo in  cui si sono cacciate. Sicuramente funziona per molti, ma io- come esattamente per The Strangers- ho un po' faticato a provar qualcosa per loro.  Un mio limite, ne sono certo. Visto che Bertino si impegna a dar sostanza ai personaggi e al loro rapporto. In fin dei conti sono due vittime che si trovano a dover affrontare l'incarnazione di tutto il male, la disperazione, la rabbia, che hanno covato e si sono donate in tutti i loro anni di convivenza infelice.  Per questo il pupazzo che Lizzy si porta a dietro è importante. Simboleggia la sua infanzia, il suo disperato bisogno di esser felice, di esser bambina. In un certo senso lei è un personaggio che mi sento di sostenere, molto meno - ma davvero molto- la madre.

Potremmo leggere la pellicola come una sorta di romanzo di formazione, o come si suol dire "coming of age" in cui una bambina che ha vissuto sempre nel terrore, diventa adulta affrontandolo. Seppur tutto questo avvenga, a mio avviso, un po' forzato e distaccato, senza un senso dell'epica e del coinvolgimento emozionale, scelta coerente all'interno della pellicola.


L'opera funziona molto bene nella parte prettamente horror. Crea una vera tensione, una voglia di scoprire l'esistenza e le fattezze di questa creatura, nella prima parte, per poi metterla in campo e farle fare una buona carneficina. Ho apprezzato molto il fatto che il mostro sia interpretato da un attore che indossa un costume, rende i suoi attacchi, la sua presenza, il suo confronto con le protagoniste, più crudo, duro, violento.  Infine devo davvero far i complimenti alle due attrici Zoe Kazan ed Ellen Ballantine, molto credibili ed affiatate.

The Monster è un buon film di genere horror che ha dalla sua la capacità di creare tensione e due personaggi molto ben scritti. Qualora un certo film dell'orrore con tendenze più indie e d'autore vi dovesse garbare, codesta opera è fatta proprio per voi.

Il Giorno Sbagliato di Derrick Borte

 Keep calm and don't play the clacson. 

Questa potrebbe essere la morale della storia di codesta buonissima pellicola, addirittura salutata come se fosse quasi un capolavoro da molti critici. 

Non lo è e nemmeno aspira ad esserlo. Semmai il film di Borte riempie un vuoto, uno spazio lasciato troppo libero in questi anni, quello di un cinema di genere che si vanta della sua natura violenta, di grana grossa, che non aspira a diventare una testimonianza sociale o altro. Certo, c'è una sorta di messaggio sul fatto che non sai mai chi potresti incontrare per strada,  che le persone danno di matto per delle piccolezze, ma è il pretesto, più che il contesto, per scatenare una caccia sadica e ferocissima contro una povera donna, già abbastanza incasinata di suo.

Per cui non è tanto "Un giorno di ordinaria follia", il metro di paragone, perché in quel bellissimo, straordinario film, il contesto sociale è fondamentale. Lo smarrimento dell'uomo medio schiacciato dal capitalismo, dal mondo economico che spersonalizza è chiara ed esplicita. Douglas reagisce con rabbia e violenza contro una società che prende degli uomini e li costringe ad abbassare la testa, a subire i meccanismi spietati del mercato. Il film mette in scena due uomini segnati e sconfitti, ma è il modo di affrontare questa sconfitta che porterà Duvall a fermare Douglas. Forse potremmo trovare una certa somiglianza in Ipotesi di reato, ma anche in questo caso i personaggi sono simbolo di una diversità di classe, ci sono elementi che ci raccontano il dramma privato del "cattivo".

In questa pellicola vediamo un uomo far fuori la sua famiglia, non sappiamo nulla di lui e le sue azioni future ci daranno ben chiara l'idea che costui sia solo un mostro.

E che mostro!


Il terrificante assassino senza nome interpretato da un meraviglioso, straordinario, Russell Crowe, è molto vicino a Ron Silver di Blue Steel, al Rutger Hauer di The Hitcher, piuttosto che ai personaggi citati nel paragrafo precedente. Il suo personaggio è la quintessenza del male, una macchina-uomo votata a seminar morte e distruzione. Penso che sia di sicuro uno dei "bad guy" migliori da un po' di tempo. Sarebbe bello rivederlo all'opera in un improbabile seguito. O meglio, mi piacerebbe veder questo Crowe in versione Giuseppe Battiston incazzato nero, sfruttato al meglio in altre pellicole. 

Una delle regole fondamentali- almeno per me- quando si vuol fare cinema di genere, di qualsiasi genere, è aver un cattivo che catturi l'attenzione dello spettatore.  Il buono o la protagonista positiva sono la reazione alle malefatte del malvagio di turno. Così funziona una pellicola che vuol intrattenere il suo pubblico.

In questo caso ci riesce benissimo.


Perché un personaggio tanto negativo, trova un giusto avversario nel personaggio della giovane donna che vive una vita incasinata, per colpe sue, un po' superficiale e piena di debolezze. In particolare, per quanto secondario, il rapporto che costei ha con il figliolo o il fratello è ben delineato.  Sembra proprio che sia predestinata a scontrarsi con il ferocissimo killer interpretato da Crowe.

Per cui abbiamo due personaggi ben scritti. Da una parte la quasi totale mancanza di informazioni sul cattivo di turno, lo rendono un personaggio-simbolo del Male. Crea più tensione e spettacolo nella mente dello spettatore, in quanto non distratta dalle motivazioni che spingono l'uomo ad esser così brutale negli omicidi. Dall'altra abbiamo una giovane eroina che rappresenta un certo universo femminile, una certa debolezza e fragilità che unisce parecchie persone in questa società, per cui ti affezioni a lei e alla sua famiglia. Il tutto ben bilanciato, pur all'interno di un film di puro genere e molto muscolare.

Sopratutto la pellicola è da sostenere e apprezzare perché riscopre la fisicità in questo genere di film. In giro ci sono moltissimi horror spesso indipendenti, che perdono tempo a suggerire, lasciar percepire, girare con il freno a mano, come se la pellicola si vergognasse di essere una pellicola dell'orrore e "sai è un film che indaga il dolore di vivere e dobbiamo proiettarla al Sundance, per cui..".  Borte se ne fotte alla grande e picchia duro.  I delitti sono tutti molto violenti, le ossa si rompono, la carne viene maciullata dalla coltellate, gli incidenti sono spettacolari e potenti. Perché è quella la parte che conta davvero. Creare dei piccoli schock visivi, chiaro non stiamo parlando di splatter e gore, ma di sicuro la violenza non è censurata. E a me piacciono assai i film violenti, i film che se ne fregano di trattenersi o far la bella inquadratura pittorica, che almeno si comprenda è un horror però d'autore.

Nulla contro di esso, intendiamoci. Ma non tutti sono degli Eggars e affini, per cui meglio gettarsi anima e corpo a far macello, piuttosto che ammorbare non possedendo lo spirito autoriale.

In questa pellicola non ci si annoia mai. Tutto fila liscio, ci si diverte perché sappiamo che è un film, non fa nulla per nasconderlo. Certo, tanto della sua buona riuscita è dovuta all'interpretazione di Russell Crowe, monumentale e titanico nella sua ferocia, nondimeno anche il resto funziona abbastanza bene.

Forse dovremmo piantarla di spacciarci per grandissimi critici, disillusi, distaccati, persi a cercare il film da stroncare per far polemiche a cazzo di cane, o al contrario il capolavoro assoluto, e goderci la bellezza dei film medi, fatti per intrattenere, tifando per i nostri personaggi preferiti, stupendoci come bimbi per certe scene. Questo è quello che pretende da noi un film come Il Giorno Sbagliato.